DESIGN FROM THE ALPS 1920 2020 CLAUDIO LARCHER MASSIMO MARTIGNONI URSULA SCHNITZER
TIROL SÜDTIROL TRENTINO TIROLO ALTO ADIGE TRENTINO TYROL SOUTH TYROL TRENTINO
VORWORTE
PREFAZIONI
Neben den erfolgreichen Ausstellungen und Publikationen zum zeitgenössischen Kunst- und Architekturgeschehen in Südtirol beabsichtigte Kunst Meran schon seit Jahren, auch das Thema Produktdesign in sein Ausstellungsprogramm aufzunehmen. Design from the Alps, diese große Werkschau über 100 Jahre Design-Entwicklung in der Europaregion Tirol – Südtirol – Trentino, ist nun weit mehr geworden als eine Designausstellung. Sie ist das Ergebnis einer umfassenden Recherche, die das historische Tirol mitsamt den Bewegungen seiner Protagonisten zwischen Inntal und Etschtal, zwischen Ausbildungs- und Wirkungsstätten in Wien, München, Venedig und Mailand in den Blick nimmt. Nie zuvor war das Gebiet zwischen Kufstein und Borghetto hinsichtlich seines Potenzials in Sachen Produktdesign untersucht worden. Zum Vorschein kam eine überraschende Vielzahl von herausragenden Persönlichkeiten und innovativen Designs in allen Teilen dieser Alpenregion. Den Kuratoren Massimo Martignoni, Ursula Schnitzer und Claudio Larcher ist es gelungen, aus den Ergebnissen der Recherche eine große Ausstellung für Kunst Meran zu gestalten. Mit Hilfe der Fakultät für Design und Künste der Freien Universität Bozen war es möglich, eine Vielzahl von Geschichten, Abbildungen und vertiefenden Reflexionen zum Thema in einem ansprechenden Katalog zu vereinen und professionelle Produktfotos anzufertigen. Mit Sachverstand und großem Enthusiasmus haben die Experten von Kunst Meran, der NABA, der Freien Universität Bozen sowie die Kulturjournalistin Ivona Jelcic aus Innsbruck zwei Jahre lang an diesem interdisziplinären Projekt gearbeitet. Das Ergebnis ist faszinierend! Mit Design from the Alps kommt auch längst Vergessenes an das Tageslicht. Manche unternehmerische Erfolgsgeschichte der Gegenwart hat ihre Wurzeln in der Vergangenheit und manche zum Teil viele Dezennien zurückliegende Pionierleistung wurde erst im Zuge der Recherche wieder erkennbar. Es ist die interdisziplinäre Zusammenarbeit von Experten, Universitäten, Archiven, Unternehmen und vielen engagierten Personen, die dieses Projekt auszeichnet. Wir schätzen uns glücklich, die Finanzierung für ein grenzüberschreitendes Projekt dieser Größenordnung durch öffentliche und private Zuwendungen ermöglichen zu können. Im Namen von Kunst Meran bedanke ich mich bei allen Mitarbeitern, Museen, alle beteiligten wissenschaftlichen Institutionen, freischaffende Experten und Sponsoren.
Dopo le mostre di successo e le fortunate pubblicazioni dedicate all’arte e all’architettura contemporanea in Alto Adige, Merano Arte cullava da anni il desiderio di accogliere nel programma delle sue iniziative anche il tema del design di prodotto. E alla fine Design from the Alps, questa grande rassegna su oltre 100 anni di evoluzione del design nell’Euroregio Tirolo-Alto Adige-Trentino, è diventata ben più di una semplice mostra sul design. È il risultato di una ricerca approfondita ad ampio spettro che abbraccia il Tirolo storico assieme ai movimenti dei suoi protagonisti tra valle dell’Inn e valle dell’Adige, tra centri di formazione e laboratori a Vienna, Monaco di Baviera, Venezia e Milano. Non era mai stata effettuata un’analisi del territorio tra Kufstein e Borghetto sotto il profilo del potenziale nel campo del design di prodotto. È emerso così un incredibile numero di personalità fuori dall’ordinario e di design innovativi in tutte le aree di questa macroregione alpina. I curatori Massimo Martignoni, Ursula Schnitzer e Claudio Larcher sono riusciti a progettare una grande mostra per Merano Arte sulla base dei risultati di questa ricerca. Con il concorso della Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano è stato possibile riunire una ricca raccolta di storie, illustrazioni e approfondimenti sul tema all’interno di un catalogo molto informativo e predisporre fotografie professionali dei prodotti. Gli esperti di Merano Arte, della NABA e della Libera Università di Bolzano affiancati dalla giornalista Ivona Jelcic di Innsbruck hanno profuso competenza e grande entusiasmo per due anni in questo progetto interdisciplinare. Il risultato è davvero affascinante! Grazie a Design from the Alps riemergono soggetti e oggetti dimenticati da tempo. Alcune storie imprenditoriali di successo del presente affondano le radici nel passato, mentre talune iniziative pionieristiche che risalgono a molti decenni fa sono riaffiorate all’attenzione soltanto grazie alla ricerca. Ciò che contraddistingue e rende speciale questo progetto sono le sinergie interdisciplinari tra esperti, università, archivi, imprese e tante persone impegnate con passione. Ci riteniamo fortunati per essere riusciti nell’intento di finanziare un progetto transfrontaliero di tale portata con contributi pubblici e privati. A nome di Merano Arte porgo i miei ringraziamenti a tutti i collaboratori, ai musei, a tutte le istituzioni scientifiche coinvolte, agli esperti freelance e agli sponsor.
Georg Klotzner Präsident Kunst Meran
Georg Klotzner Presidente Merano Arte
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Das Land Südtirol ist immer auf der Suche nach der eigenen Identität. Weil hier drei Gruppierungen zusammenleben – Italiener, Deutsche, Ladiner –, nimmt das Aushandeln von Identitäten kein Ende. Ja, dieser kontinuierliche Prozess, in dem Identität immer nur vorläufig bleibt und abhängig von den Aktivitäten der Bürger bleibt, macht Südtirol zu einem der zukunftsweisenden Regionen in einem Europa, das sich immer weniger auf historisch definierte Nationalitäten verlassen kann. Dieser tatsächlich sehr kreative Prozess nimmt unterschiedliche Formen an: Ganz offensichtlich im Landtag und in der Landesregierung; in den Ereignissen des sogenannten öffentlichen Lebens; vor allem aber in der Kultur. Wir kennen die Fragen nach den italienischen und den deutschen Einflüssen in der Südtiroler Kunst. Jetzt stellt Kunst Meran zum ersten Mal die Frage nach einer Identität des Designs. Das belegt zum einen, das Design für unsere Selbstbestimmung in den letzten Jahren eine immer größere Bedeutung gewonnen hat. Dass Kleider Leute machen, wusste schon Gottfried Keller 1874. Philosophie und Kulturwissenschaften haben uns in den letzten Jahrzehnten ein neues Verständnis von Identität vermittelt: nicht mehr als Essenz, sondern als dauernde Konstruktion. Es geht also nicht mehr, wie bei Keller, um das Scheinen, sondern um die »Sorge um sich« wie Michel Foucault das nannte. Nicht nur mit unserer Garderobe, sondern auch mit der Musik, die wir hören, und den Filmen, die wir sehen, bauen wir kontinuierlich an der eigenen Identität. Und auch die Möbel und Gebrauchsgegenstände, für die wir uns entscheiden, sind ein Baustein für unser Ich. Hier gewinnt die Ausstellung zum Südtiroler Design nach dem 1. Weltkrieg ihre wichtige Dimension: Sie zeigt nicht einfach Produkte, sondern sie lässt erkennen, wie die Menschen im Land eine Identität konstruiert haben – die eigene, die dann aber eine gemeinsame Identität mitbestimmt hat. Ein Teil dieser jüngeren Designgeschichte Südtirols ist auch die Fakultät für Design und Künste der Freien Universität in Bozen. In der vierten Sektion des Kataloges Atlas 2010–2020 wird dies deutlich. Darüberhinaus haben Lehrende und Studierende in der Kooperation mit Kunst Meran wesentlich zur Ausstellung beigetragen. Sie dokumentieren damit die Rolle, die unsere Fakultät mittlerweile in der Kultur dieses Landes spielt.
L’Alto Adige continua ad essere alla ricerca della propria identità. La negoziazione sulle identità fra i tre gruppi linguistici non avrà mai fine proprio perché italiani, tedeschi e ladini in questa terra devono convivere. È chiaro che questo processo ininterrotto, nel quale l’identità è qualcosa di soltanto transitorio e continua a dipendere dalle attività dei cittadini, fa dell’Alto Adige una regione proiettata verso il futuro in un’Europa che è sempre meno definibile sulla base di nazionalità identificate sotto il profilo storico. Un processo davvero molto creativo questo, che assume forme disparate: ovviamente nel Consiglio e nella Giunta provinciale, negli eventi della cosiddetta vita pubblica, ma anche e soprattutto nella cultura. Conosciamo bene le questioni e i quesiti aperti legati alle influenze italiane e tedesche nell’arte sudtirolese. Ora è Merano Arte a porre per la prima volta la questione sull’identità del design e ciò dimostra che il design negli ultimi anni ha ricoperto un ruolo sempre più importante per la nostra autodeterminazione. »L’abito fa il monaco«, lo sapeva già Gottfried Keller nel 1874 quando scrisse l’omonima novella. Negli ultimi decenni la filosofia e la ricerca in ambito culturale ci hanno fornito una nuova interpretazione del concetto di identità: non più come essenza, ma come continua costruzione del pensiero. Non si tratta quindi più dell’apparire, come nella novella di Gottfried Keller, bensì della »cura di sé« come la chiamò Michel Foucault. Siamo infatti intenti a costruire momento per momento la nostra identità non solo attraverso il nostro guardaroba, ma anche per mezzo della musica che ascoltiamo e dei film che guardiamo. E anche i mobili e gli oggetti d’uso che scegliamo per noi sono elementi che aiutano a comporre il nostro Io. È qui che la mostra sul design in Alto Adige dopo la Prima guerra mondiale assume una sua importante dimensione, non tanto perché mette in esposizione prodotti, bensì per il fatto che consente di riconoscere come la gente del nostro territorio abbia dato forma ad una identità, la propria, che a sua volta ha contribuito a definire un’identità comune. Un pezzo della storia recente del design altoatesino è anche la Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano, come emerge chiaramente nella quarta sezione del catalogo Atlas 2010 –2020. Docenti e studenti della facoltà hanno inoltre dato il proprio determinante contributo alla mostra collaborando con Merano Arte e hanno documentato così il ruolo che questa facoltà ha gradualmente assunto nella cultura del territorio.
Stephan Schmidt-Wulffen Dekan der Fakultät für Design und Künste Freie Universität Bozen
Stephan Schmidt-Wulffen Preside della Facoltà di Design e Arti Libera Università di Bolzano
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VORWORTE
PREFAZIONI
Neben den erfolgreichen Ausstellungen und Publikationen zum zeitgenössischen Kunst- und Architekturgeschehen in Südtirol beabsichtigte Kunst Meran schon seit Jahren, auch das Thema Produktdesign in sein Ausstellungsprogramm aufzunehmen. Design from the Alps, diese große Werkschau über 100 Jahre Design-Entwicklung in der Europaregion Tirol – Südtirol – Trentino, ist nun weit mehr geworden als eine Designausstellung. Sie ist das Ergebnis einer umfassenden Recherche, die das historische Tirol mitsamt den Bewegungen seiner Protagonisten zwischen Inntal und Etschtal, zwischen Ausbildungs- und Wirkungsstätten in Wien, München, Venedig und Mailand in den Blick nimmt. Nie zuvor war das Gebiet zwischen Kufstein und Borghetto hinsichtlich seines Potenzials in Sachen Produktdesign untersucht worden. Zum Vorschein kam eine überraschende Vielzahl von herausragenden Persönlichkeiten und innovativen Designs in allen Teilen dieser Alpenregion. Den Kuratoren Massimo Martignoni, Ursula Schnitzer und Claudio Larcher ist es gelungen, aus den Ergebnissen der Recherche eine große Ausstellung für Kunst Meran zu gestalten. Mit Hilfe der Fakultät für Design und Künste der Freien Universität Bozen war es möglich, eine Vielzahl von Geschichten, Abbildungen und vertiefenden Reflexionen zum Thema in einem ansprechenden Katalog zu vereinen und professionelle Produktfotos anzufertigen. Mit Sachverstand und großem Enthusiasmus haben die Experten von Kunst Meran, der NABA, der Freien Universität Bozen sowie die Kulturjournalistin Ivona Jelcic aus Innsbruck zwei Jahre lang an diesem interdisziplinären Projekt gearbeitet. Das Ergebnis ist faszinierend! Mit Design from the Alps kommt auch längst Vergessenes an das Tageslicht. Manche unternehmerische Erfolgsgeschichte der Gegenwart hat ihre Wurzeln in der Vergangenheit und manche zum Teil viele Dezennien zurückliegende Pionierleistung wurde erst im Zuge der Recherche wieder erkennbar. Es ist die interdisziplinäre Zusammenarbeit von Experten, Universitäten, Archiven, Unternehmen und vielen engagierten Personen, die dieses Projekt auszeichnet. Wir schätzen uns glücklich, die Finanzierung für ein grenzüberschreitendes Projekt dieser Größenordnung durch öffentliche und private Zuwendungen ermöglichen zu können. Im Namen von Kunst Meran bedanke ich mich bei allen Mitarbeitern, Museen, alle beteiligten wissenschaftlichen Institutionen, freischaffende Experten und Sponsoren.
Dopo le mostre di successo e le fortunate pubblicazioni dedicate all’arte e all’architettura contemporanea in Alto Adige, Merano Arte cullava da anni il desiderio di accogliere nel programma delle sue iniziative anche il tema del design di prodotto. E alla fine Design from the Alps, questa grande rassegna su oltre 100 anni di evoluzione del design nell’Euroregio Tirolo-Alto Adige-Trentino, è diventata ben più di una semplice mostra sul design. È il risultato di una ricerca approfondita ad ampio spettro che abbraccia il Tirolo storico assieme ai movimenti dei suoi protagonisti tra valle dell’Inn e valle dell’Adige, tra centri di formazione e laboratori a Vienna, Monaco di Baviera, Venezia e Milano. Non era mai stata effettuata un’analisi del territorio tra Kufstein e Borghetto sotto il profilo del potenziale nel campo del design di prodotto. È emerso così un incredibile numero di personalità fuori dall’ordinario e di design innovativi in tutte le aree di questa macroregione alpina. I curatori Massimo Martignoni, Ursula Schnitzer e Claudio Larcher sono riusciti a progettare una grande mostra per Merano Arte sulla base dei risultati di questa ricerca. Con il concorso della Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano è stato possibile riunire una ricca raccolta di storie, illustrazioni e approfondimenti sul tema all’interno di un catalogo molto informativo e predisporre fotografie professionali dei prodotti. Gli esperti di Merano Arte, della NABA e della Libera Università di Bolzano affiancati dalla giornalista Ivona Jelcic di Innsbruck hanno profuso competenza e grande entusiasmo per due anni in questo progetto interdisciplinare. Il risultato è davvero affascinante! Grazie a Design from the Alps riemergono soggetti e oggetti dimenticati da tempo. Alcune storie imprenditoriali di successo del presente affondano le radici nel passato, mentre talune iniziative pionieristiche che risalgono a molti decenni fa sono riaffiorate all’attenzione soltanto grazie alla ricerca. Ciò che contraddistingue e rende speciale questo progetto sono le sinergie interdisciplinari tra esperti, università, archivi, imprese e tante persone impegnate con passione. Ci riteniamo fortunati per essere riusciti nell’intento di finanziare un progetto transfrontaliero di tale portata con contributi pubblici e privati. A nome di Merano Arte porgo i miei ringraziamenti a tutti i collaboratori, ai musei, a tutte le istituzioni scientifiche coinvolte, agli esperti freelance e agli sponsor.
Georg Klotzner Präsident Kunst Meran
Georg Klotzner Presidente Merano Arte
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Das Land Südtirol ist immer auf der Suche nach der eigenen Identität. Weil hier drei Gruppierungen zusammenleben – Italiener, Deutsche, Ladiner –, nimmt das Aushandeln von Identitäten kein Ende. Ja, dieser kontinuierliche Prozess, in dem Identität immer nur vorläufig bleibt und abhängig von den Aktivitäten der Bürger bleibt, macht Südtirol zu einem der zukunftsweisenden Regionen in einem Europa, das sich immer weniger auf historisch definierte Nationalitäten verlassen kann. Dieser tatsächlich sehr kreative Prozess nimmt unterschiedliche Formen an: Ganz offensichtlich im Landtag und in der Landesregierung; in den Ereignissen des sogenannten öffentlichen Lebens; vor allem aber in der Kultur. Wir kennen die Fragen nach den italienischen und den deutschen Einflüssen in der Südtiroler Kunst. Jetzt stellt Kunst Meran zum ersten Mal die Frage nach einer Identität des Designs. Das belegt zum einen, das Design für unsere Selbstbestimmung in den letzten Jahren eine immer größere Bedeutung gewonnen hat. Dass Kleider Leute machen, wusste schon Gottfried Keller 1874. Philosophie und Kulturwissenschaften haben uns in den letzten Jahrzehnten ein neues Verständnis von Identität vermittelt: nicht mehr als Essenz, sondern als dauernde Konstruktion. Es geht also nicht mehr, wie bei Keller, um das Scheinen, sondern um die »Sorge um sich« wie Michel Foucault das nannte. Nicht nur mit unserer Garderobe, sondern auch mit der Musik, die wir hören, und den Filmen, die wir sehen, bauen wir kontinuierlich an der eigenen Identität. Und auch die Möbel und Gebrauchsgegenstände, für die wir uns entscheiden, sind ein Baustein für unser Ich. Hier gewinnt die Ausstellung zum Südtiroler Design nach dem 1. Weltkrieg ihre wichtige Dimension: Sie zeigt nicht einfach Produkte, sondern sie lässt erkennen, wie die Menschen im Land eine Identität konstruiert haben – die eigene, die dann aber eine gemeinsame Identität mitbestimmt hat. Ein Teil dieser jüngeren Designgeschichte Südtirols ist auch die Fakultät für Design und Künste der Freien Universität in Bozen. In der vierten Sektion des Kataloges Atlas 2010–2020 wird dies deutlich. Darüberhinaus haben Lehrende und Studierende in der Kooperation mit Kunst Meran wesentlich zur Ausstellung beigetragen. Sie dokumentieren damit die Rolle, die unsere Fakultät mittlerweile in der Kultur dieses Landes spielt.
L’Alto Adige continua ad essere alla ricerca della propria identità. La negoziazione sulle identità fra i tre gruppi linguistici non avrà mai fine proprio perché italiani, tedeschi e ladini in questa terra devono convivere. È chiaro che questo processo ininterrotto, nel quale l’identità è qualcosa di soltanto transitorio e continua a dipendere dalle attività dei cittadini, fa dell’Alto Adige una regione proiettata verso il futuro in un’Europa che è sempre meno definibile sulla base di nazionalità identificate sotto il profilo storico. Un processo davvero molto creativo questo, che assume forme disparate: ovviamente nel Consiglio e nella Giunta provinciale, negli eventi della cosiddetta vita pubblica, ma anche e soprattutto nella cultura. Conosciamo bene le questioni e i quesiti aperti legati alle influenze italiane e tedesche nell’arte sudtirolese. Ora è Merano Arte a porre per la prima volta la questione sull’identità del design e ciò dimostra che il design negli ultimi anni ha ricoperto un ruolo sempre più importante per la nostra autodeterminazione. »L’abito fa il monaco«, lo sapeva già Gottfried Keller nel 1874 quando scrisse l’omonima novella. Negli ultimi decenni la filosofia e la ricerca in ambito culturale ci hanno fornito una nuova interpretazione del concetto di identità: non più come essenza, ma come continua costruzione del pensiero. Non si tratta quindi più dell’apparire, come nella novella di Gottfried Keller, bensì della »cura di sé« come la chiamò Michel Foucault. Siamo infatti intenti a costruire momento per momento la nostra identità non solo attraverso il nostro guardaroba, ma anche per mezzo della musica che ascoltiamo e dei film che guardiamo. E anche i mobili e gli oggetti d’uso che scegliamo per noi sono elementi che aiutano a comporre il nostro Io. È qui che la mostra sul design in Alto Adige dopo la Prima guerra mondiale assume una sua importante dimensione, non tanto perché mette in esposizione prodotti, bensì per il fatto che consente di riconoscere come la gente del nostro territorio abbia dato forma ad una identità, la propria, che a sua volta ha contribuito a definire un’identità comune. Un pezzo della storia recente del design altoatesino è anche la Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano, come emerge chiaramente nella quarta sezione del catalogo Atlas 2010 –2020. Docenti e studenti della facoltà hanno inoltre dato il proprio determinante contributo alla mostra collaborando con Merano Arte e hanno documentato così il ruolo che questa facoltà ha gradualmente assunto nella cultura del territorio.
Stephan Schmidt-Wulffen Dekan der Fakultät für Design und Künste Freie Universität Bozen
Stephan Schmidt-Wulffen Preside della Facoltà di Design e Arti Libera Università di Bolzano
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Das Projekt Design from the Alps von Kunst Meran/ Merano Arte hat mich von Anfang an überzeugt: Es war sofort klar, dass diese Unternehmung auf einer Linie mit der Philosophie der Akademie NABA liegt, also wie wir Design begreifen und machen, und es bestand kein Zweifel, dass unser wissenschaftlicher und kuratorischer Beitrag für eine Ausstellung dieser Art selbstverständlich und zugleich herausfordernd ist. Selbstverständlich deswegen, weil die NABA eine Kunstakademie ist, das heißt eine Einrichtung, die Projektkultur als Werkzeug der Lehre und der grundlegenden Erkundung begreift, und eine Schule, die per Definition auf synergetische Weise Projekte und Theorien begleitet und sich dem Auftrag einer Akademie eng verbunden fühlt: Kultur zu verbreiten. Eine Schule, in der Können nicht als virtuoses technisches Know-how verstanden wird, sondern als vielschichtige Synthese, mit der komplexe Studien und Konzepte in etwas münden können, das für alle zugänglich ist. Wir glauben, dass Design das Potenzial hat, Kultur in die Privatsphäre, in die Presse, an die Arbeitsplätze, in das Leben aller Menschen zu bringen. Und dass Design ein vitales Instrument für die Verbreitung von Wissen ist, lebt eine Akademie wie die NABA in all seinen Aspekten vor. In den letzten Jahren haben wir viele Projekte durchgeführt, Menschen zusammengebracht und Gelegenheiten für kulturellen und projektbezogenen Austausch zwischen Publikum, Studierenden und Dozenten geschaffen. Daher liegt es auf der Hand, dass ein Projekt wie Design from the Alps in unserer Lehre einen Platz hat und mit den Aktivitäten der Schule in völligem Einklang steht. Herausfordernd deswegen, weil wir Mailänder sind, im Guten wie im Schlechten. Wir sind uns des Privilegs bewusst, in der Wiege des Designs zu leben, und auch, wie sehr dies dazu beiträgt, unseren kritischen und ästhetischen Blick zu schärfen. Wir sind aber auch sehr weit weg von jener allzu simplen kolonialen Logik, in die unsere Mailänder Zeitgenossen nur allzu gern verfallen, wenn sie um jeden Preis das Mailändertum zu exportieren suchen. Aber wie kann es dann Mailändern gelingen, einen Beitrag zur Kuratierung und Ausarbeitung eines Projekts zu leisten, mit dem ein Landstrich mit Namen Tirol, Trentino und Südtirol gefeiert wird, das die Heimat herausragender Vertreter der Geschichte des Designs des letzten Jahrhunderts bis heute war und ist? Das war die Herausforderung, vor die Claudio Larcher und Massimo Martignoni – beide Trentiner und Mailänder gleichermaßen – unsere Studierenden gestellt und die sie in einer feinfühligen und zugleich kritischen Perspektive vorangebracht haben.
Il progetto Design from the Alps organizzato da Kunst Meran/Merano Arte mi ha colpito fin dalla sua genesi: è stato subito chiaro che l’iniziativa era perfettamente allineata al modo in cui in NABA intendiamo e facciamo design, e non abbiamo avuto dubbi che dare un contributo scientifico e curatoriale a una mostra di questo tipo fosse per noi allo stesso tempo naturale e sfidante. Naturale, perché NABA è un’accademia di belle arti: un’Istituzione che vede nella cultura del progetto uno strumento didattico e di ricerca fondamentale, una scuola che per natura affianca in maniera sinergica discipline progettuali e teoriche e che sente fortemente la missione insita nell’essere accademia: diffondere cultura. Una scuola in cui il saper fare non è inteso come virtuosismo tecnico ma come complessa opera di sintesi, capace di distillare studi e concetti complessi in qualcosa che sa arrivare a tutti. Crediamo che il design sia un modo di portare cultura nella case, nei giornali, nei luoghi di lavoro, nelle vite di tutti. Uno strumento vitale di diffusione del sapere, che un’accademia come NABA vive in ogni suo aspetto. In questi ultimi anni abbiamo svolto progetti, fatto incontrare persone, creato occasioni di scambio culturale e progettuale, tra pubblico, studenti e docenti. È facile quindi vedere un progetto come Design from the Alps trovare spazio nella nostra didattica, in perfetta armonia con le attività della Scuola. Sfidante, perchè siamo milanesi, nel bene e nel male. Siamo consapevoli del privilegio di vivere immersi nella culla del design e di quanto ciò contribuisca allo sviluppo del nostro occhio critico ed estetico. Ma siamo anche molto lontani dalle facili logiche colonialiste in cui troppo spesso alcuni nostri concittadini cadono, cercando a tutti i costi di esportare milanesità. Come riuscire quindi, da milanesi, a contribuire alla curatela e all’allestimento di un progetto che celebra un territorio come quello dell’Alto Adige/ Südtirol, del Tirolo e del Trentino, patria di nomi eccellenti della storia del design di questo e dello scorso secolo? Questa è stata la sfida che Claudio Larcher e Massimo Martignoni – trentini-milanesi entrambi – hanno saputo lanciare ai nostri studenti e portare avanti con una visione allo stesso tempo delicata e critica. La collaborazione tra la nostra Accademia e la Libera Università di Bolzano ha fornito il giusto terreno per far crescere questo progetto in maniera organica, offrendo una prospettiva
Die Zusammenarbeit zwischen unserer Akademie und der Freien Universität Bozen hat den furchtbaren Boden bereitet, auf dem dieses Projekt organisch wachsen konnte, das einzigartige Einblicke bietet und in einer Ausstellung und Publikation greifbar wird, die ein reichhaltiges zeitgenössisches Kulturinstrument darstellen.
unica di osservazione, e dando vita a una mostra e una pubblicazione che costituiscono uno strumento culturale ricco e contemporaneo.
Guido Tattoni Dekan, NABA
Guido Tattoni Direttore, NABA
Flavio Faganello, Korbflechter / Costruttore di gerle, Bedollo 1976. SBCT, AFS.
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Das Projekt Design from the Alps von Kunst Meran/ Merano Arte hat mich von Anfang an überzeugt: Es war sofort klar, dass diese Unternehmung auf einer Linie mit der Philosophie der Akademie NABA liegt, also wie wir Design begreifen und machen, und es bestand kein Zweifel, dass unser wissenschaftlicher und kuratorischer Beitrag für eine Ausstellung dieser Art selbstverständlich und zugleich herausfordernd ist. Selbstverständlich deswegen, weil die NABA eine Kunstakademie ist, das heißt eine Einrichtung, die Projektkultur als Werkzeug der Lehre und der grundlegenden Erkundung begreift, und eine Schule, die per Definition auf synergetische Weise Projekte und Theorien begleitet und sich dem Auftrag einer Akademie eng verbunden fühlt: Kultur zu verbreiten. Eine Schule, in der Können nicht als virtuoses technisches Know-how verstanden wird, sondern als vielschichtige Synthese, mit der komplexe Studien und Konzepte in etwas münden können, das für alle zugänglich ist. Wir glauben, dass Design das Potenzial hat, Kultur in die Privatsphäre, in die Presse, an die Arbeitsplätze, in das Leben aller Menschen zu bringen. Und dass Design ein vitales Instrument für die Verbreitung von Wissen ist, lebt eine Akademie wie die NABA in all seinen Aspekten vor. In den letzten Jahren haben wir viele Projekte durchgeführt, Menschen zusammengebracht und Gelegenheiten für kulturellen und projektbezogenen Austausch zwischen Publikum, Studierenden und Dozenten geschaffen. Daher liegt es auf der Hand, dass ein Projekt wie Design from the Alps in unserer Lehre einen Platz hat und mit den Aktivitäten der Schule in völligem Einklang steht. Herausfordernd deswegen, weil wir Mailänder sind, im Guten wie im Schlechten. Wir sind uns des Privilegs bewusst, in der Wiege des Designs zu leben, und auch, wie sehr dies dazu beiträgt, unseren kritischen und ästhetischen Blick zu schärfen. Wir sind aber auch sehr weit weg von jener allzu simplen kolonialen Logik, in die unsere Mailänder Zeitgenossen nur allzu gern verfallen, wenn sie um jeden Preis das Mailändertum zu exportieren suchen. Aber wie kann es dann Mailändern gelingen, einen Beitrag zur Kuratierung und Ausarbeitung eines Projekts zu leisten, mit dem ein Landstrich mit Namen Tirol, Trentino und Südtirol gefeiert wird, das die Heimat herausragender Vertreter der Geschichte des Designs des letzten Jahrhunderts bis heute war und ist? Das war die Herausforderung, vor die Claudio Larcher und Massimo Martignoni – beide Trentiner und Mailänder gleichermaßen – unsere Studierenden gestellt und die sie in einer feinfühligen und zugleich kritischen Perspektive vorangebracht haben.
Il progetto Design from the Alps organizzato da Kunst Meran/Merano Arte mi ha colpito fin dalla sua genesi: è stato subito chiaro che l’iniziativa era perfettamente allineata al modo in cui in NABA intendiamo e facciamo design, e non abbiamo avuto dubbi che dare un contributo scientifico e curatoriale a una mostra di questo tipo fosse per noi allo stesso tempo naturale e sfidante. Naturale, perché NABA è un’accademia di belle arti: un’Istituzione che vede nella cultura del progetto uno strumento didattico e di ricerca fondamentale, una scuola che per natura affianca in maniera sinergica discipline progettuali e teoriche e che sente fortemente la missione insita nell’essere accademia: diffondere cultura. Una scuola in cui il saper fare non è inteso come virtuosismo tecnico ma come complessa opera di sintesi, capace di distillare studi e concetti complessi in qualcosa che sa arrivare a tutti. Crediamo che il design sia un modo di portare cultura nella case, nei giornali, nei luoghi di lavoro, nelle vite di tutti. Uno strumento vitale di diffusione del sapere, che un’accademia come NABA vive in ogni suo aspetto. In questi ultimi anni abbiamo svolto progetti, fatto incontrare persone, creato occasioni di scambio culturale e progettuale, tra pubblico, studenti e docenti. È facile quindi vedere un progetto come Design from the Alps trovare spazio nella nostra didattica, in perfetta armonia con le attività della Scuola. Sfidante, perchè siamo milanesi, nel bene e nel male. Siamo consapevoli del privilegio di vivere immersi nella culla del design e di quanto ciò contribuisca allo sviluppo del nostro occhio critico ed estetico. Ma siamo anche molto lontani dalle facili logiche colonialiste in cui troppo spesso alcuni nostri concittadini cadono, cercando a tutti i costi di esportare milanesità. Come riuscire quindi, da milanesi, a contribuire alla curatela e all’allestimento di un progetto che celebra un territorio come quello dell’Alto Adige/ Südtirol, del Tirolo e del Trentino, patria di nomi eccellenti della storia del design di questo e dello scorso secolo? Questa è stata la sfida che Claudio Larcher e Massimo Martignoni – trentini-milanesi entrambi – hanno saputo lanciare ai nostri studenti e portare avanti con una visione allo stesso tempo delicata e critica. La collaborazione tra la nostra Accademia e la Libera Università di Bolzano ha fornito il giusto terreno per far crescere questo progetto in maniera organica, offrendo una prospettiva
Die Zusammenarbeit zwischen unserer Akademie und der Freien Universität Bozen hat den furchtbaren Boden bereitet, auf dem dieses Projekt organisch wachsen konnte, das einzigartige Einblicke bietet und in einer Ausstellung und Publikation greifbar wird, die ein reichhaltiges zeitgenössisches Kulturinstrument darstellen.
unica di osservazione, e dando vita a una mostra e una pubblicazione che costituiscono uno strumento culturale ricco e contemporaneo.
Guido Tattoni Dekan, NABA
Guido Tattoni Direttore, NABA
Flavio Faganello, Korbflechter / Costruttore di gerle, Bedollo 1976. SBCT, AFS.
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MASSIMO MARTIGNONI
Massimo Martignoni – DESIGN FROM THE ALPS 390
Die Sterngasse
»Man erzählt, dass mir mein Vater gleich nach meiner Geburt in der Sterngasse in Innsbruck einen Stift in die Hand gedrückt hat« (Sottsass 2010, 16). Es lässt sich wohl kaum besser in ein Werk einführen, das einhundert Jahre Design-Geschichte im Alpenraum zwischen Tirol und Trentino beschreibt, als mit dieser Anleihe bei Ettore Sottsass jr. Lassen wir uns also bei der Gestaltung dieses Katalogs von ihm leiten, von dieser legendären Figur, deren Lebensspanne (1917-2007) fast exakt mit dem hier erörterten Zeitraum zusammenfällt. Marco Zanini, einer der Gründer von Memphis, der jahrelang an seiner Seite gearbeitet hat, bringt es auf den Punkt: »Ettore betrachtete sich als Trentiner […]; dennoch waren seine Kontakte mit dem Trentino kurz und selten«. Sottsass jr. kommt in Innsbruck zur Welt, betrachtet sich als Trentiner, doch seine berufliche Karriere spielt sich anderswo ab – in Turin, in Mailand, auf der ganzen Welt. Ist es also Anmaßung, ihn als Ausgangspunkt heranzuziehen, ein Trick vielleicht, um eine eher ereignisarme Phase mit einem berühmten Namen zu verbrämen? Ich meine: nein. Genau das ist der Zugang zum Aufbau von Design from the Alps. Die Ausstellung erzählt von Objekten, Erfindungen und – bald mehr, bald weniger – geglückten Experimenten, die allesamt aus einem sich gegenseitig bereichernden Gebiet stammen, das zwischen zwei unterschiedlichen, aber miteinander kommunizierenden Kulturen eingebettet ist und somit eine natürliche Brücke zwischen dem germanischen Norden und dem mediterranen Süden Europas bildet. Ein Gebiet, das eine überraschende Aufnahmefähigkeit für die fortschrittlichsten Strömungen der Moderne auszeichnet, wie die für den Katalog ausgewählten Werke belegen.
Ettore Sottsass, Lampe / Lampada Pausania, 1982. Prod. Artemide. PS / CP.
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Il vicolo delle stelle »Dicono che appena sono nato (a Innsbruck, nella Sterngasse, che sarebbe il vicolo delle stelle) mio padre mi ha messo una matita in mano« (Sottsass 2010, 16). Non c’è maniera più adatta, crediamo, che quella di appoggiarsi a Ettore Sottsass jr. per introdurre le pagine di un libro dedicato a cento anni di storia del design nell’area alpina compresa tra Tirolo e Trentino. Chiediamo aiuto a lui, alla sua leggendaria figura – che copre quasi esattamente, nei dati biografici (1917-2007), l’arco cronologico individuato – per spiegare cosa si trova in questo volume e quale è l’impostazione che lo regge. Marco Zanini, uno dei fondatori di Memphis che per molti anni ha lavorato al suo fianco, precisa: »Ettore si considerava trentino… [ma] nonostante questo i suoi contatti con il Trentino sono sempre stati episodici e rarefatti«. Dunque, per ricapitolare, Sottsass jr. nasce a Innsbruck, si considera trentino ma, aggiungiamolo, tutta la sua carriera lavorativa si è svolta altrove, a Torino, a Milano, nel mondo intero. Partire da lui, allora, non è forse un’appropriazione indebita, un trucco per accaparrarsi un nome celebre e dare più sostanza a una trama un poco debole? No. È appunto questa la chiave interpretativa che regge l’impalcatura di Design from the Alps. È un racconto di oggetti, invenzioni ed esperimenti, alcuni riusciti altri forse meno, provenienti da un territorio poroso, posto a cavallo tra culture diverse ma comunicanti, il naturale ponte di collegamento tra il nord germanico e il sud mediterraneo dell’Europa. Un’area, come si può vedere nel catalogo delle opere selezionate e raccolte, dotata di una sorprendente
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MASSIMO MARTIGNONI
Massimo Martignoni – DESIGN FROM THE ALPS 390
Die Sterngasse
»Man erzählt, dass mir mein Vater gleich nach meiner Geburt in der Sterngasse in Innsbruck einen Stift in die Hand gedrückt hat« (Sottsass 2010, 16). Es lässt sich wohl kaum besser in ein Werk einführen, das einhundert Jahre Design-Geschichte im Alpenraum zwischen Tirol und Trentino beschreibt, als mit dieser Anleihe bei Ettore Sottsass jr. Lassen wir uns also bei der Gestaltung dieses Katalogs von ihm leiten, von dieser legendären Figur, deren Lebensspanne (1917-2007) fast exakt mit dem hier erörterten Zeitraum zusammenfällt. Marco Zanini, einer der Gründer von Memphis, der jahrelang an seiner Seite gearbeitet hat, bringt es auf den Punkt: »Ettore betrachtete sich als Trentiner […]; dennoch waren seine Kontakte mit dem Trentino kurz und selten«. Sottsass jr. kommt in Innsbruck zur Welt, betrachtet sich als Trentiner, doch seine berufliche Karriere spielt sich anderswo ab – in Turin, in Mailand, auf der ganzen Welt. Ist es also Anmaßung, ihn als Ausgangspunkt heranzuziehen, ein Trick vielleicht, um eine eher ereignisarme Phase mit einem berühmten Namen zu verbrämen? Ich meine: nein. Genau das ist der Zugang zum Aufbau von Design from the Alps. Die Ausstellung erzählt von Objekten, Erfindungen und – bald mehr, bald weniger – geglückten Experimenten, die allesamt aus einem sich gegenseitig bereichernden Gebiet stammen, das zwischen zwei unterschiedlichen, aber miteinander kommunizierenden Kulturen eingebettet ist und somit eine natürliche Brücke zwischen dem germanischen Norden und dem mediterranen Süden Europas bildet. Ein Gebiet, das eine überraschende Aufnahmefähigkeit für die fortschrittlichsten Strömungen der Moderne auszeichnet, wie die für den Katalog ausgewählten Werke belegen.
Ettore Sottsass, Lampe / Lampada Pausania, 1982. Prod. Artemide. PS / CP.
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Il vicolo delle stelle »Dicono che appena sono nato (a Innsbruck, nella Sterngasse, che sarebbe il vicolo delle stelle) mio padre mi ha messo una matita in mano« (Sottsass 2010, 16). Non c’è maniera più adatta, crediamo, che quella di appoggiarsi a Ettore Sottsass jr. per introdurre le pagine di un libro dedicato a cento anni di storia del design nell’area alpina compresa tra Tirolo e Trentino. Chiediamo aiuto a lui, alla sua leggendaria figura – che copre quasi esattamente, nei dati biografici (1917-2007), l’arco cronologico individuato – per spiegare cosa si trova in questo volume e quale è l’impostazione che lo regge. Marco Zanini, uno dei fondatori di Memphis che per molti anni ha lavorato al suo fianco, precisa: »Ettore si considerava trentino… [ma] nonostante questo i suoi contatti con il Trentino sono sempre stati episodici e rarefatti«. Dunque, per ricapitolare, Sottsass jr. nasce a Innsbruck, si considera trentino ma, aggiungiamolo, tutta la sua carriera lavorativa si è svolta altrove, a Torino, a Milano, nel mondo intero. Partire da lui, allora, non è forse un’appropriazione indebita, un trucco per accaparrarsi un nome celebre e dare più sostanza a una trama un poco debole? No. È appunto questa la chiave interpretativa che regge l’impalcatura di Design from the Alps. È un racconto di oggetti, invenzioni ed esperimenti, alcuni riusciti altri forse meno, provenienti da un territorio poroso, posto a cavallo tra culture diverse ma comunicanti, il naturale ponte di collegamento tra il nord germanico e il sud mediterraneo dell’Europa. Un’area, come si può vedere nel catalogo delle opere selezionate e raccolte, dotata di una sorprendente
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DESIGN FORM THE ALPS
Das ist nicht allein der besonderen geographischen Lage zu verdanken, sondern auch dem Umstand, dass die ansässigen Künstler auch Anregungen außerhalb ihrer Heimatregion suchen, um daran zu wachsen, wobei sie mit ihrer Heimat im Geiste und im Herzen auch in der Ferne verwurzelt blieben. Aus eben diesem Grunde erscheint es uns wichtig, von Sottsass jr. auszugehen, auch eingedenk der Tatsache, dass – wie er selbst angemerkt hat – sein Vater 1929 als Erster das Bedürfnis verspürte, sich von seinem Heimatland, in dem er geboren war, zu lösen, einem Land, das er liebte, ergründete und ihm anerkennend seine Werke widmete, um in das dynamische Leben der Großstadt einzutauchen. Das Fragment von Ettore jr. über Ettore sr. ist zu schön, um es nicht in seiner vollen Länge wiederzugeben: »Seit seiner Wiener Zeit achtete mein Vater auch stets auf das, was um ihn herum geschah, wenngleich er weiterhin der Ansicht war, dass Architektur aus festen, schweren Mauern mit ein paar Öffnungen für Türen und Fenster bestand. Schon in Trient begann er, sich mit dem Rationalismus auseinanderzusetzen. 1928 hatte er zusammen mit dem Architekten Weyhenmeyer, einem Österreicher, der in Bozen lebte, das Schwimmbad für die Stadt geplant. Es war ein völlig neues Projekt – linear, trocken, durchwegs aus Stahlbeton, vollkommen weiß und schnörkellos. Er verzichtete auf die althergebrachten Materialien wie Holz, Stein, Lack, Schmiedeeisen, auf Verzierungen und große geneigte Dächer, auf Gewicht und Schutzüberlegungen, und er entledigte sich auch des hartnäckigen Geists der Vergangenheit […] Zu diesem Zeitpunkt muss meinem Vater auch klar geworden sein, dass das Trentino viel zu entlegen war, zu weit weg von jedem Zentrum und vielleicht auch zu weit weg von der Zukunft – einer Zukunft, die in seinen Augen ich darstellte. Noch bevor jemand beschloss, einen tollen Krieg gegen alle und alles anzuzetteln, der auf allen Seiten Millionen Menschen das Leben kostete, machte sich mein Vater voller Begeisterung nach Turin auf, das damals aufgrund der großen Industrieansiedelungen als modernste Stadt Italiens galt. In Turin nahm er bald schon an Treffen, Demonstrationen und Ausstellungen einer Gruppe von Architekten teil, die eifrig bemüht waren, in den kulturellen Strömungen, die einen Großteil der westlichen Welt überfluteten, ihren Platz zu finden« (Sottsass 2010, 61-62). Mit dieser poetischen Wegzehrung, die für viele in diesem Werk vertretene Designer diesseits und jenseits des Brenners stehen könnte, beginnt die Erzählung Design from the Alps.
MASSIMO MARTIGNONI
Ziele und Recherche-Ergebnisse Hinter einem Gemeinschaftsprojekt, einem Buch oder einer Ausstellung stehen häufig zahlreiche Auseinandersetzungen und Diskussionen – manchmal auch durchaus hitzige, wie sollte es anders sein –, die dann, nach getaner Arbeit, gewöhnlich wieder in Vergessenheit geraten, da der Prozess ja abgeschlossen ist und an andere Dinge zu denken ist. Das ist jedoch ein Fehler, da das Endergebnis gezwungenermaßen restriktiv ist, und diejenigen, die an den Vorarbeiten nicht beteiligt waren, können sich nur schwerlich vorstellen, was sich dahinter alles verbirgt. Auf diese Weise entgehen ihnen womöglich nicht unwesentliche Details. Versuchen wir also, kurz die Gründe für die Entstehung dieses Werks darzulegen und zu erläutern, welche methodologischen Grundsätze dabei angewandt wurden und warum. Das Projekt wurde 2017 auf Betreiben von Kunst Meran/Merano Arte ins Leben gerufen, die bereits seit Jahren mit kleinem Budget, aber großer Leidenschaft und Begeisterung ein Kulturprogramm im Spannungsfeld zwischen Kunst und Architektur anbietet. Die drei Kuratoren – Claudio Larcher, Massimo Martignoni und Ursula Schnitzer – waren von Anfang an bestrebt, die auffälligsten und größten Schwierigkeiten aus dem Weg zu räumen. Um keine Missverständnisse aufkommen zu lassen: Die Idee, das gesamte grenzüberschreitende Gebiet mit einzubeziehen, das vor 1918 in seiner Gänze als Tirol bezeichnet wurde und dann gegen Ende des 20. Jahrhunderts zur Euregio (mit offizieller Vertretung in Brüssel ab 1995) wurde, beruhte nicht auf Nostalgiegedanken. Es ging also keineswegs darum, ein Hohelied auf ein kleines, verlorengegangenes Heimatland zu singen. Die Absicht war vielmehr, das Verhalten und Wirken auf dem Gebiet des Designs in einem Land zu beleuchten, das einst einen gemeinsamen kulturellen und produktiven Hintergrund hatte und plötzlich, nach dem vom Ersten Weltkrieg verursachten Bruch, auf zwei getrennte Wege geschleudert wurde. Der Teil südlich des Brenners geriet sofort in die Klauen der 20-jährigen faschistischen Herrschaft. Der Norden hingegen fiel nach dem traumatischen Ende der Donaumonarchie dem Anschluss durch Hitler (1938) zum Opfer – mit einer kurzen Wiedervereinigung von 1943 bis 1945 im nazistischen Alpenvorland. Konnte es irgendwelche Gemeinsamkeiten geben zwischen einem Futuristen wie Fortunato Depero, dessen Blick nach 1918 – sieht man von seinen zwei längeren New-York-Aufenthalten einmal ab
capacità di assorbimento delle più avanzate istanze del progetto moderno. Tutto ciò non solo per la peculiare posizione geografica, ma per la necessità degli autori locali di trovare stimoli e di crescere al di fuori del loro territorio: tenendolo però sempre a mente, e nel cuore, anche da lontano. Ecco perché si è voluto partire da Sottsass jr., ricordando (anzi, è lui che lo ricorda) che era stato per primo suo padre ad avere sentito la necessità, nel 1929, di staccarsi dalla terra in cui era nato – una terra amata, studiata e omaggiata con i suoi lavori e progetti – per immergersi nella vita dinamica di una grande città. Il frammento di Ettore jr. su Ettore sr. è troppo bello per non riportarlo integralmente. »Dai tempi di Vienna mio padre, anche se continuava a pensare che l’architettura fosse fatta di muri solidi e pesanti, con buchi per porte e finestre, era anche attento a quello che stava succedendo intorno. Già a Trento aveva cominciato a confrontarsi con il razionalismo. Nel 1928 aveva progettato, insieme all’architetto Weyhenmeyer, un austriaco che viveva a Bolzano, lo stabilimento balneare per quella città. Era un progetto molto nuovo, lineare, secco, tutto in cemento armato. Tutto bianco, senza incertezze. Abbandonate le materie antiche, il legno, la pietra, le lacche, il ferro battuto, la decorazione, i grandi tetti inclinati, abbandonato il peso, abbandonata l’idea di protezione, rimossa anche la presenza insistente del fantasma del tempo […]. A quel punto della sua vita a mio padre dev’essere anche venuto in mente che il Trentino era una provincia troppo lontana dal centro, da un qualsiasi centro, e forse anche troppo lontana dal futuro; quel futuro che per lui ero io. Prima ancora che qualcuno decidesse di fare una bella guerra contro tutto e tutti, con vari milioni di morti da tutte le parti, mio padre era sceso entusiasta a Torino, che allora passava per essere la città più moderna d’Italia, data appunto la presenza di una grande industria. A Torino ben presto aveva potuto partecipare a riunioni, agitazioni, manifesti, mostre del gruppo degli architetti affannosamente impegnati a cercare la propria posizione nei torrenti culturali che stavano inondando gran parte del mondo occidentale« (Sottsass, 2010, 61-62). Con il viatico poetico di queste parole, che potrebbero adattarsi, nei risvolti personali, a molti autori presenti nel volume, da un lato e dall’altro del confine del Brennero, si inizia il racconto di Design from the Alps.
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Obiettivi e risultati della ricerca Dietro un programma collettivo, un libro o una mostra, si accumulano molti confronti e discussioni – talvolta accesi, come no – che poi, quando il lavoro è portato a compimento, si tende a dimenticare, in quanto il processo è appunto terminato e c’è altro a cui pensare. Ma è sbagliato, in quanto la sintesi finale è per forza di cose restrittiva e chi a tutti quei preliminari non ha partecipato difficilmente può immaginare cosa ci sia stato dietro: perdendosi così dettagli magari di non poco conto. Proviamo allora a tracciare, in breve, i motivi che hanno portato a questo lavoro, spiegando quali principi metodologici sono stati adottati e perché. Il progetto si è avviato nel 2017, su richiesta di Kunst Meran / Merano Arte, che porta avanti da anni un’efficace proposta culturale allargata all’arte e all’architettura. I tre curatori a cui è stata affidata l’indagine, Claudio Larcher, Massimo Martignoni e Ursula Schnitzer, si sono concentrati in partenza a dirimere le difficoltà più evidenti e macroscopiche. Per sgomberare subito il campo da possibili fraintendimenti: l’idea di esaminare l’intera area transfrontaliera, quella che prima del 1918 era denominata nella sua totalità Tirolo e poi, sul finire del XX secolo, Euregio (con sede ufficiale di rappresentanza a Bruxelles dal 1995), non poggiava su alcun risvolto nostalgico. Niente a che fare cioè con l’idea di celebrare una piccola patria perduta nei tumulti della storia. L’intento, invece, era quello di testare il comportamento e l’attività, nell’orbita del design, di una terra dominata dalle montagne che poggiava su un contesto culturale e produttivo unitario e si era poi improvvisamente trovata, nella rottura provocata dalla prima guerra mondiale, su due traiettorie opposte. Quella a sud del Brennero subito stretta nelle vicende del ventennio fascista. Quella a nord, dopo il trauma della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, finita poi nelle spire dell’Anschluss hitleriano del 1938: con una provvisoria riunificazione, dal 1943 al 1945, nell’Alpenvorland nazista. Si sarebbe trovata una corrispondenza tra chi, come Fortunato Depero, dal cannocchiale futurista, avrebbe guardato dopo il 1918 in modo pressoché esclusivo all’Italia (salvo la doppia parentesi di un soggiorno a New York) e chi, come i sudtirolesi di lingua tedesca, si sarebbe naturalmente sentito attratto dal nord, dal calore familiare di una parlata comune? Quale sarebbe stato l’impatto delle tradizioni artigianali locali, quasi analoghe su tutto il territorio nonostante le differenze linguistiche,
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DESIGN FORM THE ALPS
Das ist nicht allein der besonderen geographischen Lage zu verdanken, sondern auch dem Umstand, dass die ansässigen Künstler auch Anregungen außerhalb ihrer Heimatregion suchen, um daran zu wachsen, wobei sie mit ihrer Heimat im Geiste und im Herzen auch in der Ferne verwurzelt blieben. Aus eben diesem Grunde erscheint es uns wichtig, von Sottsass jr. auszugehen, auch eingedenk der Tatsache, dass – wie er selbst angemerkt hat – sein Vater 1929 als Erster das Bedürfnis verspürte, sich von seinem Heimatland, in dem er geboren war, zu lösen, einem Land, das er liebte, ergründete und ihm anerkennend seine Werke widmete, um in das dynamische Leben der Großstadt einzutauchen. Das Fragment von Ettore jr. über Ettore sr. ist zu schön, um es nicht in seiner vollen Länge wiederzugeben: »Seit seiner Wiener Zeit achtete mein Vater auch stets auf das, was um ihn herum geschah, wenngleich er weiterhin der Ansicht war, dass Architektur aus festen, schweren Mauern mit ein paar Öffnungen für Türen und Fenster bestand. Schon in Trient begann er, sich mit dem Rationalismus auseinanderzusetzen. 1928 hatte er zusammen mit dem Architekten Weyhenmeyer, einem Österreicher, der in Bozen lebte, das Schwimmbad für die Stadt geplant. Es war ein völlig neues Projekt – linear, trocken, durchwegs aus Stahlbeton, vollkommen weiß und schnörkellos. Er verzichtete auf die althergebrachten Materialien wie Holz, Stein, Lack, Schmiedeeisen, auf Verzierungen und große geneigte Dächer, auf Gewicht und Schutzüberlegungen, und er entledigte sich auch des hartnäckigen Geists der Vergangenheit […] Zu diesem Zeitpunkt muss meinem Vater auch klar geworden sein, dass das Trentino viel zu entlegen war, zu weit weg von jedem Zentrum und vielleicht auch zu weit weg von der Zukunft – einer Zukunft, die in seinen Augen ich darstellte. Noch bevor jemand beschloss, einen tollen Krieg gegen alle und alles anzuzetteln, der auf allen Seiten Millionen Menschen das Leben kostete, machte sich mein Vater voller Begeisterung nach Turin auf, das damals aufgrund der großen Industrieansiedelungen als modernste Stadt Italiens galt. In Turin nahm er bald schon an Treffen, Demonstrationen und Ausstellungen einer Gruppe von Architekten teil, die eifrig bemüht waren, in den kulturellen Strömungen, die einen Großteil der westlichen Welt überfluteten, ihren Platz zu finden« (Sottsass 2010, 61-62). Mit dieser poetischen Wegzehrung, die für viele in diesem Werk vertretene Designer diesseits und jenseits des Brenners stehen könnte, beginnt die Erzählung Design from the Alps.
MASSIMO MARTIGNONI
Ziele und Recherche-Ergebnisse Hinter einem Gemeinschaftsprojekt, einem Buch oder einer Ausstellung stehen häufig zahlreiche Auseinandersetzungen und Diskussionen – manchmal auch durchaus hitzige, wie sollte es anders sein –, die dann, nach getaner Arbeit, gewöhnlich wieder in Vergessenheit geraten, da der Prozess ja abgeschlossen ist und an andere Dinge zu denken ist. Das ist jedoch ein Fehler, da das Endergebnis gezwungenermaßen restriktiv ist, und diejenigen, die an den Vorarbeiten nicht beteiligt waren, können sich nur schwerlich vorstellen, was sich dahinter alles verbirgt. Auf diese Weise entgehen ihnen womöglich nicht unwesentliche Details. Versuchen wir also, kurz die Gründe für die Entstehung dieses Werks darzulegen und zu erläutern, welche methodologischen Grundsätze dabei angewandt wurden und warum. Das Projekt wurde 2017 auf Betreiben von Kunst Meran/Merano Arte ins Leben gerufen, die bereits seit Jahren mit kleinem Budget, aber großer Leidenschaft und Begeisterung ein Kulturprogramm im Spannungsfeld zwischen Kunst und Architektur anbietet. Die drei Kuratoren – Claudio Larcher, Massimo Martignoni und Ursula Schnitzer – waren von Anfang an bestrebt, die auffälligsten und größten Schwierigkeiten aus dem Weg zu räumen. Um keine Missverständnisse aufkommen zu lassen: Die Idee, das gesamte grenzüberschreitende Gebiet mit einzubeziehen, das vor 1918 in seiner Gänze als Tirol bezeichnet wurde und dann gegen Ende des 20. Jahrhunderts zur Euregio (mit offizieller Vertretung in Brüssel ab 1995) wurde, beruhte nicht auf Nostalgiegedanken. Es ging also keineswegs darum, ein Hohelied auf ein kleines, verlorengegangenes Heimatland zu singen. Die Absicht war vielmehr, das Verhalten und Wirken auf dem Gebiet des Designs in einem Land zu beleuchten, das einst einen gemeinsamen kulturellen und produktiven Hintergrund hatte und plötzlich, nach dem vom Ersten Weltkrieg verursachten Bruch, auf zwei getrennte Wege geschleudert wurde. Der Teil südlich des Brenners geriet sofort in die Klauen der 20-jährigen faschistischen Herrschaft. Der Norden hingegen fiel nach dem traumatischen Ende der Donaumonarchie dem Anschluss durch Hitler (1938) zum Opfer – mit einer kurzen Wiedervereinigung von 1943 bis 1945 im nazistischen Alpenvorland. Konnte es irgendwelche Gemeinsamkeiten geben zwischen einem Futuristen wie Fortunato Depero, dessen Blick nach 1918 – sieht man von seinen zwei längeren New-York-Aufenthalten einmal ab
capacità di assorbimento delle più avanzate istanze del progetto moderno. Tutto ciò non solo per la peculiare posizione geografica, ma per la necessità degli autori locali di trovare stimoli e di crescere al di fuori del loro territorio: tenendolo però sempre a mente, e nel cuore, anche da lontano. Ecco perché si è voluto partire da Sottsass jr., ricordando (anzi, è lui che lo ricorda) che era stato per primo suo padre ad avere sentito la necessità, nel 1929, di staccarsi dalla terra in cui era nato – una terra amata, studiata e omaggiata con i suoi lavori e progetti – per immergersi nella vita dinamica di una grande città. Il frammento di Ettore jr. su Ettore sr. è troppo bello per non riportarlo integralmente. »Dai tempi di Vienna mio padre, anche se continuava a pensare che l’architettura fosse fatta di muri solidi e pesanti, con buchi per porte e finestre, era anche attento a quello che stava succedendo intorno. Già a Trento aveva cominciato a confrontarsi con il razionalismo. Nel 1928 aveva progettato, insieme all’architetto Weyhenmeyer, un austriaco che viveva a Bolzano, lo stabilimento balneare per quella città. Era un progetto molto nuovo, lineare, secco, tutto in cemento armato. Tutto bianco, senza incertezze. Abbandonate le materie antiche, il legno, la pietra, le lacche, il ferro battuto, la decorazione, i grandi tetti inclinati, abbandonato il peso, abbandonata l’idea di protezione, rimossa anche la presenza insistente del fantasma del tempo […]. A quel punto della sua vita a mio padre dev’essere anche venuto in mente che il Trentino era una provincia troppo lontana dal centro, da un qualsiasi centro, e forse anche troppo lontana dal futuro; quel futuro che per lui ero io. Prima ancora che qualcuno decidesse di fare una bella guerra contro tutto e tutti, con vari milioni di morti da tutte le parti, mio padre era sceso entusiasta a Torino, che allora passava per essere la città più moderna d’Italia, data appunto la presenza di una grande industria. A Torino ben presto aveva potuto partecipare a riunioni, agitazioni, manifesti, mostre del gruppo degli architetti affannosamente impegnati a cercare la propria posizione nei torrenti culturali che stavano inondando gran parte del mondo occidentale« (Sottsass, 2010, 61-62). Con il viatico poetico di queste parole, che potrebbero adattarsi, nei risvolti personali, a molti autori presenti nel volume, da un lato e dall’altro del confine del Brennero, si inizia il racconto di Design from the Alps.
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Obiettivi e risultati della ricerca Dietro un programma collettivo, un libro o una mostra, si accumulano molti confronti e discussioni – talvolta accesi, come no – che poi, quando il lavoro è portato a compimento, si tende a dimenticare, in quanto il processo è appunto terminato e c’è altro a cui pensare. Ma è sbagliato, in quanto la sintesi finale è per forza di cose restrittiva e chi a tutti quei preliminari non ha partecipato difficilmente può immaginare cosa ci sia stato dietro: perdendosi così dettagli magari di non poco conto. Proviamo allora a tracciare, in breve, i motivi che hanno portato a questo lavoro, spiegando quali principi metodologici sono stati adottati e perché. Il progetto si è avviato nel 2017, su richiesta di Kunst Meran / Merano Arte, che porta avanti da anni un’efficace proposta culturale allargata all’arte e all’architettura. I tre curatori a cui è stata affidata l’indagine, Claudio Larcher, Massimo Martignoni e Ursula Schnitzer, si sono concentrati in partenza a dirimere le difficoltà più evidenti e macroscopiche. Per sgomberare subito il campo da possibili fraintendimenti: l’idea di esaminare l’intera area transfrontaliera, quella che prima del 1918 era denominata nella sua totalità Tirolo e poi, sul finire del XX secolo, Euregio (con sede ufficiale di rappresentanza a Bruxelles dal 1995), non poggiava su alcun risvolto nostalgico. Niente a che fare cioè con l’idea di celebrare una piccola patria perduta nei tumulti della storia. L’intento, invece, era quello di testare il comportamento e l’attività, nell’orbita del design, di una terra dominata dalle montagne che poggiava su un contesto culturale e produttivo unitario e si era poi improvvisamente trovata, nella rottura provocata dalla prima guerra mondiale, su due traiettorie opposte. Quella a sud del Brennero subito stretta nelle vicende del ventennio fascista. Quella a nord, dopo il trauma della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, finita poi nelle spire dell’Anschluss hitleriano del 1938: con una provvisoria riunificazione, dal 1943 al 1945, nell’Alpenvorland nazista. Si sarebbe trovata una corrispondenza tra chi, come Fortunato Depero, dal cannocchiale futurista, avrebbe guardato dopo il 1918 in modo pressoché esclusivo all’Italia (salvo la doppia parentesi di un soggiorno a New York) e chi, come i sudtirolesi di lingua tedesca, si sarebbe naturalmente sentito attratto dal nord, dal calore familiare di una parlata comune? Quale sarebbe stato l’impatto delle tradizioni artigianali locali, quasi analoghe su tutto il territorio nonostante le differenze linguistiche,
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Rotaliana Mezzolombardo 1989
415
445-453
Bosoni 2011, 104-108. Notes 2005 Rotaliana [2005].
Nach Gründung der Firma im Jahr 1989 entsteht Ende der 1990er-Jahre eine Zusammenarbeit mit den Designern Dante Donegani und Giovanni Lauda, die bald darauf schon zu Art Directors ernannt werden. Geographisch gesehen weit abgelegen von den großen Zentren des Beleuchtungsdesigns verdankt Rotaliana seinen Erfolg in dieser heiß umkämpften Branche seiner Unternehmensphilosophie, die sich auf dem Zusammenwirken zwischen Handwerkskunst und industrieller Produktionskultur begründet. Die stark mit ihrer Trentiner Heimat verwurzelte Firma macht sich bald mit internationalen, aus den verschiedensten Bereichen stammenden Designern wie Andrea Branzi, Emmanuel Gallina, Toyo Ito, Kengo Kuma und Paolo Rizzatto einen Namen. Mit diesen Voraussetzungen gelingt Rotaliana eine ganze neue Interpretation von Licht: Archetypische Lampen entstehen, die dank der maßgeschneiderten Materialien und Produktionslösungen rasch Kultstatus erlangen. Die Firma schuf aber auch Beleuchtungsobjekte im eigentlichen Wortsinn – multifunktionell und polysensorisch: Multifunktionslampen, in die Radio, Ladestationen für technische Geräte, Aromaspender und Bluetooth-Lautsprecher mit integriert sind. Die für den Designpreis Compasso d’Oro 2008 nominierte Multipot, Eolo und La Diva sind Beispiele für Hybridkörper, die in einer auf den ersten Blick einfach wirkenden Form eine Vielzahl von Funktionen in sich vereinen und damit der Idee des »Enlightenment«, einer physischen und mentalen »Erleuchtung«, eines der Leitmotive des Unternehmens, nahekommen. Die Verbindung aus Funktionalität, Technologie und Ästhetik ermöglichten Rotaliana eine Expansion auf weltweiter Ebene. 2017 wurde das Unternehmen von der MIG Mezzalira Investment Group übernommen, wobei der alteingesessene Geschäftsführer Stefano Wegher weiterhin für Kontinuität steht. Im gleichen Jahr wurde der neue, erweiterte Produktionssitz im Gebäudekomplex des Business Innovation Centre von Trentino Sviluppo eröffnet. VV
Rotaliana nasce nel 1989. Alla fine degli anni Novanta prende avvio una collaborazione con i designer Dante Donegani e Giovanni Lauda, nominati in breve tempo direttori artistici. Geograficamente lontana dai maggiori centri del design dell’illuminazione, Rotaliana deve il suo successo, in questo settore altamente competitivo, a una filosofia fondata sull’interazione tra alto artigianato e cultura produttiva industriale. Strettamente legata al territorio trentino, l’azienda si fa conoscere per l’apertura verso designer provenienti da tutto il mondo, e con background molto diversi, come Andrea Branzi, Emmanuel Gallina, Toyo Ito, Kengo Kuma, Paolo Rizzatto. Con tali premesse, Rotaliana ha interpretato la luce dando vita a lampade iconiche e archetipiche, tagliate su misura nei materiali e nelle soluzioni produttive, ma anche e soprattutto creato veri e propri oggetti illuminanti, polifunzionali e polisensoriali: lampade multifunzione che integrano radio, hub di ricarica per device tecnologici, diffusori di aromi e speaker bluetooth. Multipot, segnalata al Compasso d’Oro 2008, Eolo e La Diva sono esempi di corpi ibridi che raccolgono nella forma apparentemente semplice una varietà di funzioni, realizzando a pieno l’idea di »enlightenment«, di illuminazione fisica e mentale, che guida l’azienda. Il connubio tra funzionalità, tecnologia ed estetica ha permesso a Rotaliana di espandersi a livello mondiale. Nel 2017 Rotaliana è entrata a far parte di MIG Mezzalira Investment Group, nel segno della continuità mantenendo a guida dell’azienda lo storico amministratore Stefano Wegher. Nello stesso anno è stata inaugurata la nuova e ampliata sede produttiva all’interno del complesso che ospita VV il Business Innovation Centre di Trentino Sviluppo.
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Paolo Rizzatto, Febo, 2019.
Toyo Ito, Cloud, 2004.
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Andrea Branzi, Goccia, 2003.
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Rotaliana Mezzolombardo 1989
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Bosoni 2011, 104-108. Notes 2005 Rotaliana [2005].
Nach Gründung der Firma im Jahr 1989 entsteht Ende der 1990er-Jahre eine Zusammenarbeit mit den Designern Dante Donegani und Giovanni Lauda, die bald darauf schon zu Art Directors ernannt werden. Geographisch gesehen weit abgelegen von den großen Zentren des Beleuchtungsdesigns verdankt Rotaliana seinen Erfolg in dieser heiß umkämpften Branche seiner Unternehmensphilosophie, die sich auf dem Zusammenwirken zwischen Handwerkskunst und industrieller Produktionskultur begründet. Die stark mit ihrer Trentiner Heimat verwurzelte Firma macht sich bald mit internationalen, aus den verschiedensten Bereichen stammenden Designern wie Andrea Branzi, Emmanuel Gallina, Toyo Ito, Kengo Kuma und Paolo Rizzatto einen Namen. Mit diesen Voraussetzungen gelingt Rotaliana eine ganze neue Interpretation von Licht: Archetypische Lampen entstehen, die dank der maßgeschneiderten Materialien und Produktionslösungen rasch Kultstatus erlangen. Die Firma schuf aber auch Beleuchtungsobjekte im eigentlichen Wortsinn – multifunktionell und polysensorisch: Multifunktionslampen, in die Radio, Ladestationen für technische Geräte, Aromaspender und Bluetooth-Lautsprecher mit integriert sind. Die für den Designpreis Compasso d’Oro 2008 nominierte Multipot, Eolo und La Diva sind Beispiele für Hybridkörper, die in einer auf den ersten Blick einfach wirkenden Form eine Vielzahl von Funktionen in sich vereinen und damit der Idee des »Enlightenment«, einer physischen und mentalen »Erleuchtung«, eines der Leitmotive des Unternehmens, nahekommen. Die Verbindung aus Funktionalität, Technologie und Ästhetik ermöglichten Rotaliana eine Expansion auf weltweiter Ebene. 2017 wurde das Unternehmen von der MIG Mezzalira Investment Group übernommen, wobei der alteingesessene Geschäftsführer Stefano Wegher weiterhin für Kontinuität steht. Im gleichen Jahr wurde der neue, erweiterte Produktionssitz im Gebäudekomplex des Business Innovation Centre von Trentino Sviluppo eröffnet. VV
Rotaliana nasce nel 1989. Alla fine degli anni Novanta prende avvio una collaborazione con i designer Dante Donegani e Giovanni Lauda, nominati in breve tempo direttori artistici. Geograficamente lontana dai maggiori centri del design dell’illuminazione, Rotaliana deve il suo successo, in questo settore altamente competitivo, a una filosofia fondata sull’interazione tra alto artigianato e cultura produttiva industriale. Strettamente legata al territorio trentino, l’azienda si fa conoscere per l’apertura verso designer provenienti da tutto il mondo, e con background molto diversi, come Andrea Branzi, Emmanuel Gallina, Toyo Ito, Kengo Kuma, Paolo Rizzatto. Con tali premesse, Rotaliana ha interpretato la luce dando vita a lampade iconiche e archetipiche, tagliate su misura nei materiali e nelle soluzioni produttive, ma anche e soprattutto creato veri e propri oggetti illuminanti, polifunzionali e polisensoriali: lampade multifunzione che integrano radio, hub di ricarica per device tecnologici, diffusori di aromi e speaker bluetooth. Multipot, segnalata al Compasso d’Oro 2008, Eolo e La Diva sono esempi di corpi ibridi che raccolgono nella forma apparentemente semplice una varietà di funzioni, realizzando a pieno l’idea di »enlightenment«, di illuminazione fisica e mentale, che guida l’azienda. Il connubio tra funzionalità, tecnologia ed estetica ha permesso a Rotaliana di espandersi a livello mondiale. Nel 2017 Rotaliana è entrata a far parte di MIG Mezzalira Investment Group, nel segno della continuità mantenendo a guida dell’azienda lo storico amministratore Stefano Wegher. Nello stesso anno è stata inaugurata la nuova e ampliata sede produttiva all’interno del complesso che ospita VV il Business Innovation Centre di Trentino Sviluppo.
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Paolo Rizzatto, Febo, 2019.
Toyo Ito, Cloud, 2004.
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Andrea Branzi, Goccia, 2003.
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Plank Auer / Ora 1953
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Buxton 2009, 13. »Il buono, il brutto, il cattivo« 2012. Lovell 2009, 35. McCann 2013, 60-66. Terstiege 2009, 50-59. »XXII Compasso d'Oro« 2012.
Die Geschichte des Familienunternehmens Plank geht zurück bis ins Jahr 1893, als in Bozen die gleichnamige Tischlerei gegründet wurde. Die serielle Produktion von traditionellen Holzstühlen begann im Jahr 1953. Stets im Gleichschritt mit der Entwicklung der Fertigungsmöglichkeiten, wandte sich die anfangs noch stark handwerkliche Ausrichtung zügig einer industriellen Produktion zu. In dem 1969 von Othmar Barth erbauten Industriebau in Auer befinden sich heute das Entwicklungszentrum, die Endfertigung, Logistik und Verwaltung des Sitzmöbelherstellers. Von 1953 bis 1969 war der Sprossenstuhl 280, ein in Serie gefertigtes Modell in Buche, das erste Stück im umfangreichen Katalogsortiment Dolomiten Stühle Bozen. Das Modell 410 ging ab 1978 in Serie und war bis zum Ende der Bauernstuhlfertigung 2004 Planks erfolgreichstes Modell. Charakteristisch war die stilisierte Weinglasform im Lehnbrett. Das Profil von Plank wurde in jüngerer Zeit maßgeblich geprägt durch die langjährige Zusammenarbeit mit ausgewählten Designern wie Konstantin Grcic, Naoto Fukasawa sowie dem Studio Cisotti Laube. Die aktuelle Kollektion umfasst verschiedene Produktkategorien wie Stühle, Sessel, Loungesessel, Tischsysteme und Barhocker. Die Produkte von Plank wurden mehrfach ausgezeichnet, unter anderem mit dem XXII Compasso d’Oro ADI (Stuhl Myto, Design Konstantin Grcic) und dem IF Product Design Award – Gold Selection (Stuhl Miura, Design Konstantin Grcic). Einige Modelle sind in den Sammlungen weltweit renommierter Museen vertreten wie dem Museum of Modern Art (MoMA) in New York, der Neuen Sammlung in München sowie dem Art Institute in Chicago. US
La storia dell’azienda a conduzione familiare Plank ebbe inizio nel 1893, quando a Bolzano nacque l’omonima falegnameria. Nel 1953 cominciò la produzione in serie di sedie in legno tradizionali e l’azienda, sempre al passo con gli sviluppi sulle nuove modalità produttive, trasformò rapidamente la propria impostazione iniziale di stampo ancora marcatamente artigianale indirizzandola verso la produzione industriale. Nell’edificio industriale costruito nel 1969 a Ora da Othmar Barth ha sede oggi il centro di sviluppo, la produzione finale, la logistica e l’amministrazione dell’azienda produttrice di sedie, poltroncine e sgabelli. Dal 1953 al 1969 il modello 280, una sedia a stecche in legno di faggio fabbricata in serie, fu il primo pezzo della vasta gamma di prodotti del catalogo Dolomiten Stühle Bozen. Nel 1978 iniziò la produzione in serie del modello 410, che è stato il più popolare di Plank fino al 2004, anno in cui l’azienda ha sospeso la produzione di sedie rustiche; il suo elemento caratteristico era lo schienale a forma di bicchiere di vino stilizzato. In tempi recenti il profilo dell’azienda è stato plasmato in misura determinante dalla lunga collaborazione con designer di vaglio quali Konstantin Grcic e Naoto Fukasawa e con lo studio Cisotti Laube. La collezione odierna comprende varie categorie di prodotti quali sedie, poltroncine, poltroncine lounge, tavoli e sgabelli da bar. I prodotti di Plank hanno ricevuto numerosi premi tra cui il XXII Compasso d’Oro ADI per la sedia Myto (design di Konstantin Grcic) e l’IF Product Design Award-Gold Selection per lo sgabello Miura (design di Konstantin Grcic). Alcuni modelli fanno parte della collezione di musei noti in tutto il mondo come il Museum of Modern Art (MoMA) di New York, il Neue Sammlung a Monaco di Baviera e l’Art Institute di Chicago. US
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Konstantin Grcic, Miura, 2005.
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Plank Auer / Ora 1953
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Buxton 2009, 13. »Il buono, il brutto, il cattivo« 2012. Lovell 2009, 35. McCann 2013, 60-66. Terstiege 2009, 50-59. »XXII Compasso d'Oro« 2012.
Die Geschichte des Familienunternehmens Plank geht zurück bis ins Jahr 1893, als in Bozen die gleichnamige Tischlerei gegründet wurde. Die serielle Produktion von traditionellen Holzstühlen begann im Jahr 1953. Stets im Gleichschritt mit der Entwicklung der Fertigungsmöglichkeiten, wandte sich die anfangs noch stark handwerkliche Ausrichtung zügig einer industriellen Produktion zu. In dem 1969 von Othmar Barth erbauten Industriebau in Auer befinden sich heute das Entwicklungszentrum, die Endfertigung, Logistik und Verwaltung des Sitzmöbelherstellers. Von 1953 bis 1969 war der Sprossenstuhl 280, ein in Serie gefertigtes Modell in Buche, das erste Stück im umfangreichen Katalogsortiment Dolomiten Stühle Bozen. Das Modell 410 ging ab 1978 in Serie und war bis zum Ende der Bauernstuhlfertigung 2004 Planks erfolgreichstes Modell. Charakteristisch war die stilisierte Weinglasform im Lehnbrett. Das Profil von Plank wurde in jüngerer Zeit maßgeblich geprägt durch die langjährige Zusammenarbeit mit ausgewählten Designern wie Konstantin Grcic, Naoto Fukasawa sowie dem Studio Cisotti Laube. Die aktuelle Kollektion umfasst verschiedene Produktkategorien wie Stühle, Sessel, Loungesessel, Tischsysteme und Barhocker. Die Produkte von Plank wurden mehrfach ausgezeichnet, unter anderem mit dem XXII Compasso d’Oro ADI (Stuhl Myto, Design Konstantin Grcic) und dem IF Product Design Award – Gold Selection (Stuhl Miura, Design Konstantin Grcic). Einige Modelle sind in den Sammlungen weltweit renommierter Museen vertreten wie dem Museum of Modern Art (MoMA) in New York, der Neuen Sammlung in München sowie dem Art Institute in Chicago. US
La storia dell’azienda a conduzione familiare Plank ebbe inizio nel 1893, quando a Bolzano nacque l’omonima falegnameria. Nel 1953 cominciò la produzione in serie di sedie in legno tradizionali e l’azienda, sempre al passo con gli sviluppi sulle nuove modalità produttive, trasformò rapidamente la propria impostazione iniziale di stampo ancora marcatamente artigianale indirizzandola verso la produzione industriale. Nell’edificio industriale costruito nel 1969 a Ora da Othmar Barth ha sede oggi il centro di sviluppo, la produzione finale, la logistica e l’amministrazione dell’azienda produttrice di sedie, poltroncine e sgabelli. Dal 1953 al 1969 il modello 280, una sedia a stecche in legno di faggio fabbricata in serie, fu il primo pezzo della vasta gamma di prodotti del catalogo Dolomiten Stühle Bozen. Nel 1978 iniziò la produzione in serie del modello 410, che è stato il più popolare di Plank fino al 2004, anno in cui l’azienda ha sospeso la produzione di sedie rustiche; il suo elemento caratteristico era lo schienale a forma di bicchiere di vino stilizzato. In tempi recenti il profilo dell’azienda è stato plasmato in misura determinante dalla lunga collaborazione con designer di vaglio quali Konstantin Grcic e Naoto Fukasawa e con lo studio Cisotti Laube. La collezione odierna comprende varie categorie di prodotti quali sedie, poltroncine, poltroncine lounge, tavoli e sgabelli da bar. I prodotti di Plank hanno ricevuto numerosi premi tra cui il XXII Compasso d’Oro ADI per la sedia Myto (design di Konstantin Grcic) e l’IF Product Design Award-Gold Selection per lo sgabello Miura (design di Konstantin Grcic). Alcuni modelli fanno parte della collezione di musei noti in tutto il mondo come il Museum of Modern Art (MoMA) di New York, il Neue Sammlung a Monaco di Baviera e l’Art Institute di Chicago. US
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Konstantin Grcic, Miura, 2005.
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Patrizia Bertolini Bozen / Bolzano 1962
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G.Z. 2018. Simma 2010.
Patrizia Bertolini machte ihren Abschluss in Produktdesign 1991 am Istituto Superiore per le Industrie Artistiche (ISIA) in Rom und besuchte parallel auch die Mailänder Dependance der Designschule Istituto Europeo di Design. Hier lernte sie den Österreicher Christof Burtscher kennen, mit dem sie sich privat wie geschäftlich zusammentat. Das gemeinsame Designerbüro war anfangs in Wien, dann in Bozen, wo es bis 2001 bestand. Bertolini ist bis heute als Designerin von Möbeln und Einrichtungsgegenständen tätig und befasst sich mit Innenarchitektur und Ausstellungsgestaltung. Für ihren Tisch Autoreggente wurde sie 2012 mit dem 1. Preis Morelato: Il mobile significante, 2015 mit dem Good Design Award und mit dem Adi Design Index ausgezeichnet; 2016 bekam sie die »Menzione d’Onore« im Rahmen des Compasso d’Oro XXIV. Unter den Auszeichnungen, die sie zusammen mit Burtscher erhielt, seien genannt: die »Menzione d’Onore« im Rahmen des Compasso d’Oro XIX für das Bett Sottiletto im Jahr 2001 sowie der 1. Preis des Wettbewerbs Young & Design 1997 für das Bett bilove und 1998 für das Regal slim, für deren Konstruktionslösungen sie sich bestimmte mechanische Eigenschaften des Werkstoffs Holz zunutze gemacht haben. Das Bett bilove kommt ganz ohne Metallteile aus und ist in sich federnd und elastisch. Neben Arbeiten für Malofancon, Atelier, Horm, ADELE-C und Pieces of Venice sind auch Möbelstücke in Eigenproduktion entstanden, die in Handwerkstechniken erstellt sind und aus natürlichen Materialien bestehen. Bertolini hat sie in der Back Up Collection zusammengefasst. An Projekten im Interior and exhibit Design seien in Südtirol die neue Innengestaltung des Hotel Villa Tivoli in Meran sowie der discovery room und der Familienraum im Südtiroler Archäologiemuseum genannt. Bertolini hat an der Fakultät für Design und Kunst der Freien Universität Bozen unterrichtet und ist heute Dozentin an der ISIA Roma in Pordenone sowie an der Trentino Art Academy in Trient. MS
Patrizia Bertolini si diploma in Disegno industriale all’ISIA di Roma nel 1991 e contemporaneamente frequenta la sede milanese dell’Istituto Europeo di Design. Qui incontra l’austriaco Christof Burtscher con il quale, dal 1991, dà vita a un sodalizio professionale e umano che li vede attivi prima a Vienna e poi a Bolzano. Nel 2001, dopo la dipartita di Burtscher, prosegue l’attività di progettazione di mobili e complementi d’arredo, occupandosi anche di design d’interni e di spazi espositivi. Per il suo tavolo Autoreggente ha ricevuto il 1° premio Morelato: Il mobile significante nel 2012; la selezione Adi Index e il Good Design Award (USA) nel 2015; mentre al 2016 risale la menzione d’onore in occasione del XXIV Compasso d’Oro. Tra i riconoscimenti ottenuti con Burtscher si ricordano la menzione d’onore in occasione del XIX Compasso d’Oro 2001 per il letto Sottiletto e il primo premio allo Young & Design sia nel 1997 sia nel 1998, rispettivamente per il letto bilove e per la libreria slim, caratterizzati da soluzioni costruttive mirate a sfruttare determinate proprietà meccaniche del legno. Di bilove spicca l’assenza di parti metalliche e il piano molleggiato autoportante ed intrinsecamente elastico. Oltre ai lavori per Malofancon, Atelier, Horm, ADELE-C e Pieces of Venice, Bertolini autoproduce, impiegando materiali naturali lavorati con tecniche artigianali, propri progetti, raccogliendoli sotto il nome di Back Up Collection. In Alto Adige, tra gli interventi di interior ed exhibit design, si segnalano il rifacimento degli interni dell’Hotel Villa Tivoli di Merano, la discovery room e lo spazio famiglia per il Museo Archeologico dell’Alto Adige. Già docente presso la facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano, insegna nella sede pordenonese dell’ISIA di Roma e alla Trentino Art Academy di Trento. MS
Kleiderständer / Attaccapanni. Mod. HCB, 2006. Prod. Horm.
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Patrizia Bertolini Bozen / Bolzano 1962
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G.Z. 2018. Simma 2010.
Patrizia Bertolini machte ihren Abschluss in Produktdesign 1991 am Istituto Superiore per le Industrie Artistiche (ISIA) in Rom und besuchte parallel auch die Mailänder Dependance der Designschule Istituto Europeo di Design. Hier lernte sie den Österreicher Christof Burtscher kennen, mit dem sie sich privat wie geschäftlich zusammentat. Das gemeinsame Designerbüro war anfangs in Wien, dann in Bozen, wo es bis 2001 bestand. Bertolini ist bis heute als Designerin von Möbeln und Einrichtungsgegenständen tätig und befasst sich mit Innenarchitektur und Ausstellungsgestaltung. Für ihren Tisch Autoreggente wurde sie 2012 mit dem 1. Preis Morelato: Il mobile significante, 2015 mit dem Good Design Award und mit dem Adi Design Index ausgezeichnet; 2016 bekam sie die »Menzione d’Onore« im Rahmen des Compasso d’Oro XXIV. Unter den Auszeichnungen, die sie zusammen mit Burtscher erhielt, seien genannt: die »Menzione d’Onore« im Rahmen des Compasso d’Oro XIX für das Bett Sottiletto im Jahr 2001 sowie der 1. Preis des Wettbewerbs Young & Design 1997 für das Bett bilove und 1998 für das Regal slim, für deren Konstruktionslösungen sie sich bestimmte mechanische Eigenschaften des Werkstoffs Holz zunutze gemacht haben. Das Bett bilove kommt ganz ohne Metallteile aus und ist in sich federnd und elastisch. Neben Arbeiten für Malofancon, Atelier, Horm, ADELE-C und Pieces of Venice sind auch Möbelstücke in Eigenproduktion entstanden, die in Handwerkstechniken erstellt sind und aus natürlichen Materialien bestehen. Bertolini hat sie in der Back Up Collection zusammengefasst. An Projekten im Interior and exhibit Design seien in Südtirol die neue Innengestaltung des Hotel Villa Tivoli in Meran sowie der discovery room und der Familienraum im Südtiroler Archäologiemuseum genannt. Bertolini hat an der Fakultät für Design und Kunst der Freien Universität Bozen unterrichtet und ist heute Dozentin an der ISIA Roma in Pordenone sowie an der Trentino Art Academy in Trient. MS
Patrizia Bertolini si diploma in Disegno industriale all’ISIA di Roma nel 1991 e contemporaneamente frequenta la sede milanese dell’Istituto Europeo di Design. Qui incontra l’austriaco Christof Burtscher con il quale, dal 1991, dà vita a un sodalizio professionale e umano che li vede attivi prima a Vienna e poi a Bolzano. Nel 2001, dopo la dipartita di Burtscher, prosegue l’attività di progettazione di mobili e complementi d’arredo, occupandosi anche di design d’interni e di spazi espositivi. Per il suo tavolo Autoreggente ha ricevuto il 1° premio Morelato: Il mobile significante nel 2012; la selezione Adi Index e il Good Design Award (USA) nel 2015; mentre al 2016 risale la menzione d’onore in occasione del XXIV Compasso d’Oro. Tra i riconoscimenti ottenuti con Burtscher si ricordano la menzione d’onore in occasione del XIX Compasso d’Oro 2001 per il letto Sottiletto e il primo premio allo Young & Design sia nel 1997 sia nel 1998, rispettivamente per il letto bilove e per la libreria slim, caratterizzati da soluzioni costruttive mirate a sfruttare determinate proprietà meccaniche del legno. Di bilove spicca l’assenza di parti metalliche e il piano molleggiato autoportante ed intrinsecamente elastico. Oltre ai lavori per Malofancon, Atelier, Horm, ADELE-C e Pieces of Venice, Bertolini autoproduce, impiegando materiali naturali lavorati con tecniche artigianali, propri progetti, raccogliendoli sotto il nome di Back Up Collection. In Alto Adige, tra gli interventi di interior ed exhibit design, si segnalano il rifacimento degli interni dell’Hotel Villa Tivoli di Merano, la discovery room e lo spazio famiglia per il Museo Archeologico dell’Alto Adige. Già docente presso la facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano, insegna nella sede pordenonese dell’ISIA di Roma e alla Trentino Art Academy di Trento. MS
Kleiderständer / Attaccapanni. Mod. HCB, 2006. Prod. Horm.
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ISBN 978-3-85881-649-8 Printed in Italy ISBN 978-3-85881-649-8
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783858 816498
Die Region Tirol— Südtirol— Trentino hat sich über die Jahrhunderte als Kulturraum zwischen München und Venedig einerseits und Wien und Mailand andererseits entwickelt. Design from the Alps ist die erste umfassende Erkundung von Produktion und Entwicklung modernen Designs in diesem dynamischen grenzübergreifenden Alpenraum. Durch eine erstaunliche Offenheit gegenüber den fortschrittlichsten Strömungen der Moderne konnte hier ein unerwartetes Labor für technisch-formale Erkundungen entstehen. Das reich illustrierte Buch spürt den zahlreichen Akteuren dieser höchst produktiven Szene nach und ermöglicht einen Einblick in die vielfältige Welt des Designs dieser Region im Herzen Europas.
La macroregione alpina Tirolo–Alto Adige–Trentino ha vissuto un'evoluzione attraverso i secoli come spazio culturale tra Monaco di Baviera e Venezia da un lato e tra Vienna e Milano dall'altro. Design from the Alps esplora per la prima volta in profondità la produzione e lo sviluppo del design moderno in questa dinamica area transfrontaliera. Un'incredibile apertura alle correnti più progressiste del Movimento Moderno favorì infatti la nascita di un inaspettato laboratorio di ricerche ed invenzioni tecniche e formali. Il volume riccamente illustrato segue le tracce dei tanti protagonisti di questa scena culturale così produttiva e ci consente di gettare uno sguardo nel poliedrico mondo del design nel cuore dell'Europa.
The Tyrol— South Tyrol— Trentino region has become a cultural crossroads between Munich and Venice on the one hand and Vienna and Milan on the other. Design from the Alps is the first comprehensive exploration of the production and development of modern design in this dynamic transnational Alpine region. Through an astonishing openness towards the most progressive trends of modernity, an unexpected laboratory for technical-formal explorations was created. The amply illustrated book traces the many protagonists on this highly productive scene and provides an insight into the multifaceted world of design of this region in the heart of Europe.