Un viaggio attraverso il senso delle cose EDITORIALE/1 di Carmelo Lentino
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niziare una nuova avventura editoriale, oggi, significa scegliere di andare controvento. Significa credere, forse ostinatamente, che la parola scritta possa ancora avere un peso, una forma, una dignità. “Blu. La Rivista” nasce da questa convinzione: che nel frastuono delle opinioni, tra il chiacchiericcio digitale e l’immediatezza compulsiva delle notizie, ci sia ancora spazio per il silenzio della riflessione, per il tempo lento dell’approfondimento, per lo sguardo che non si accontenta delle apparenze, ma cerca di arrivare, appunto, sotto la superficie. Viviamo in un’epoca che tende a semplificare tutto, a ridurre la complessità in slogan, a sostituire il dialogo con la reazione. Noi vogliamo percorrere la strada opposta: restituire alla parola la sua forza originaria, alla cultura la sua funzione di ponte, al giornalismo il suo dovere di racconto e di verità. “Blu” non è solo una rivista: è un luogo d’incontro tra esperienze, linguaggi e sensibilità diverse. È un laboratorio di idee, un invito alla curiosità, una finestra che si apre su un mondo che non smette di cambiare e di sorprendere. Abbiamo scelto il blu non soltanto come colore, ma come simbolo. È il tono del cielo e dell’oceano, ma anche quello delle vene che scorrono sotto la pelle, come un richiamo al flusso vitale dell’informazione. In esso convivono razionalità e emozione, misura e abisso. E proprio per questo, il blu rappresenta alla perfezione la nostra idea di giornalismo: un esercizio di equilibrio tra ciò che appare e ciò che si nasconde, tra la realtà e la sua interpretazione, tra la cronaca e la visione. Ogni numero di questa rivista sarà un viaggio: tra storie, persone, luoghi, idee. Un viaggio che vogliamo compiere insieme ai nostri lettori, con l’onestà di chi non pretende di dare risposte ma di porre domande, con la passione di chi crede che la cultura sia ancora un bene comune. “Blu” è il nostro modo per dire che l’approfondimento non è un lusso, ma una necessità; che la bellezza non è evasione, ma conoscenza; che raccontare il mondo, con equilibrio e verità, è ancora il modo più autentico per prendersene cura. Dietro queste pagine c’è una squadra di giornalisti, studiosi, artisti, autori che hanno scelto di unire le proprie competenze in un progetto comune. Li ringrazio per la generosità e la professionalità con cui hanno condiviso questa sfida. Insieme abbiamo costruito un contenitore aperto, plurale, rigoroso ma non freddo, che dialoga con le arti, la scienza, la società, la politica, la spiritualità e l’ambiente, cercando ogni volta di scoprire un frammento di verità nel caleidoscopio della realtà. “Blu” vuole essere anche un gesto di fiducia nei confronti della carta stampata, che non è affatto morta, ma che chiede solo di essere rinnovata, amata e rispettata. Perché la carta ha un odore, un peso, un suono: è materia che trattiene il pensiero, che invita a soffermarsi, a leggere, a capire. È il luogo in cui la parola torna a essere concreta, in cui l’informazione può respirare e ritrovare senso. In un mondo che scorre su schermi, la carta resta il segno di una presenza: fisica, tangibile, autentica. Con questa prima uscita, “Blu” prende il largo. Lo fa con entusiasmo, con la consapevolezza delle difficoltà, ma anche con la certezza che esista ancora un pubblico capace di ascoltare, di leggere, di pensare. Un pubblico che non si accontenta di sapere, ma vuole comprendere. A loro, ai nostri lettori, dedichiamo questo progetto: un atto di amore verso la conoscenza e verso la bellezza del raccontare. vBenvenuti, dunque, in “Blu”. Una rivista che non urla, ma osserva. Che non giudica, ma interroga. Che non corre, ma cammina. Perché solo guardando sotto la superficie possiamo davvero scoprire il mondo e, forse, anche noi stessi.
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SOMMARIO Anno 2026 - Numero 1 Direttore responsabile Carmelo Lentino Direttore editoriale Roberto Messina Editore Academ Group srl Via delle Ghiaie n. 20 - 38122 Trento tel. +39 06.56569098 P.IVA 02015970227 www.academgroup.it info@academgroup.it Redazione redazione@blularivista.it Illustrazioni Peppino Scutellà, Gabriele Lentino
Il 2025 in tinta profonda (e il 2026 pure)
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La libreria come una stazione
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Il blu nell’arte: storia, simbolismo e invenzione
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La “cromologia” politica: avanti alla riscossa!
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di Roberto Scafuri
Dopo il rosso e il green il XXI secolo nel colore del futuro
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L’economia del mare in Italia
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Blu Economy, giovani e Servizio Civile
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di Enrico Maria Borrelli
Medicina e terapie: i colori e la nostra psiche
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di Riccardo Guerrieri
Nella litoterapia, pratiche terapeutiche fin dall’antichità
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IL BLU: INTIMITÀ E MAGNETISMO
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Con il violino blu, Stefano Trabucchi alla corte di Bangkok 34 di Roberto Messina
Impaginazione Studio Grafico di Maio Giuseppe info@studiogragcomaio.it
I tanti “blu” di Lino Patruno
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Pubblicità commerciale@academgroup.it
Oporto, una meraviglia di città e di azulejos
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di Michele Cannatà
Stampa Rubbettino Print, Soveria Mannelli Blu lascia agli autori la responsabilità delle opinioni espresse. Testi e fotografie inviati non si restituiscono. Chiuso in redazione il 12 gennaio 2026 Academ Editore è un marchio di Academ Group srl Registrazione Tribunale di Trento, autorizzazione n. 17 del 22/07/2021
www.blularivista.it
Dove Vienna si racconta a voce bassa
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Lungo la blue route di Amsterdam
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Nascita e metamorfosi del blu jeans
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“Cattedrali Urbane” di Anna Rosati: la forma che ritorna
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Domenico De Rito: la cultura della luce in architettura
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Le muffe “nobili” dei formaggi
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Un tulipano di vetro per l’olio extra vergine di oliva
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di Maria Grazia Barone
Più verde di così… c’è il blu della Mercorella! di Giacinto De Rosario
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Il mondo sotto la superficie: il “detto” e il “raccontato” EDITORIALE/2 di Roberto Messina
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on entusiasmo, passione, e un po’ di “sana follia”, affrontiamo una nuova avventura editoriale tenendo a battesimo “Blu. La rivista”. Si sa, sono tempi non facili e non propizi per la carta stampata, ma a ben vedere si sta pure facendo spazio l’esigenza di un’informazione approfondita, meditata, equilibrata, non rumorosa, né “gridata” con la scusa di sovrastare il costante rumore di fondo, la confusione regnante, la travolgente quotidianità. C’è ancora, infatti, necessità di una lettura che abbia i suoi tempi, le sue pause. E anche la sua “bellezza” fatta pure di fotografie, illustrazioni, grafica di qualità. E di proporzioni e armonia, oltre che di contenuti. La carta stampata è morta? Evviva la carta stampata! Quella che, intanto, dà modo a chi la fa di esser soddisfatto del proprio lavoro, e anche di come ha “confezionato” le notizie. E non solo per il “detto”. Ma anche per il “raccontato”. Per un bell’articolo. E per quanto si è riusciti ad offrire in termini di informazione, e pure di “narrazione”. Con “Blu” cercheremo allora di focalizzare il nostro “miglior presente”, provando a rintracciare il riflesso che in esso c’è del passato e i segnali più o meno precisi del futuro, in una contemporaneità che, alla fine, non dimentichiamolo, non è che una chiassosa e vasta fabbrica di rimescolamento delle carte. “Il mondo sotto la superficie” è il nostro chiaro sottotitolo che sta evidentemente a significare volontà, desiderio, orientamento, impegno a mettercela tutta nel fare informazione di qualità: utile, rivelatrice, avvincente. E però, sempre “pacifica” e misurata, con i toni giusti, scevra da compromessi e lontana dai potentati di turno, dalle ideologie, dagli orientamenti faziosi. Cercheremo, perciò, di essere “onesti cronisti”. Narratori di fatti. Storiografi civili, per nulla influenzati dalla patologia dello scoop, quanto invece vaccinati e immuni dal desiderio di stupire ad ogni costo.
Ancora due parole sul perché del titolo. Blu è, intanto, il tono del cielo notturno quando è chiaro e sereno. È quello delle grandi distese d’acqua. È il colore primario nella pittura. Nell’antico Egitto, opposto al rosso, era considerato il colore dell’introspezione e dell’infinito. E anche la tinta della pelle del dio dell’aria, Amon. Da un’analisi sociologica è emerso che è il colore preferito da più della metà della popolazione occidentale. È poi il colore della fedeltà, che designa un rapporto stabile e privo di tensioni, caratterizzato da sentimenti profondi. È, quindi, la tinta della freddezza, della calma, del silenzio, della pace, della lealtà e dell’equilibrio, anche simbolo di spiritualità, tranquillità, sensibilità e mistero. Nella musica, definisce una condizione malinconica. Nel Cristianesimo, è il colore della vergine Maria. E ancora, in cromoterapia è considerato utile per il suo effetto altamente calmante. È, perciò, indicato come il colore rilassante per antonomasia: essendo freddo e astringente, induce ad una forte concentrazione mentale, distende il sistema nervoso, allevia l’ansia, è considerato un grande purificatore del sangue e ha una spiccata azione sulla mente. Nelle tavole anatomiche, in medicina, per convenzione il blu indica le vene, cioè i vasi che si dirigono verso il cuore. Per quanto prima descritto, e per quest’ultima importante indicazione, allora il Blu è per noi una riassuntiva e magnifica metafora: sotto la pelle/superficie, il sangue/flusso di informazione che va fino al petto. Perciò, auguri di successo, di “salute” e di buona e lunga vita a “Blu”! 3
Il 2025 in tinta profonda, (e il 2026 pure) Cronache cromatiche di un anno che ha guardato il mondo “in blu” dal mare, dal cielo e da una salutare profondità Nel 2025 il blu non ha chiesto permesso. È entrato in scena con l’aria di chi sapeva di avere ragione, si è accomodato tra arte, ambiente e politica globale e ha iniziato a raccontare storie. Non ha gridato, non ha brillato in modo ostentato: si è fatto notare perché stava sotto la superficie. E lì, come spesso accade, sono successe le cose più interessanti.
strategico. Alla UN Ocean Conference 2025 di Nizza, il colore degli oceani è diventato linguaggio diplomatico. Si è parlato di tutela marina, economia sostenibile, responsabilità condivise. Il blu, qui, non decorava i discorsi: li teneva insieme. Nello stesso spirito, la Giornata Mondiale dell’Acqua 2025 ha trasformato molte città europee in scenografie azzurre. Monumenti illuminati, eventi pubblici, slogan come Turn the World Blue. Spettacolo? Sì. Ma con un sottotesto chiaro: l’acqua è bellissima, certo, ma soprattutto non è infinita. Anche qui l’arte tessile ha fatto la sua parte. All’European Patchwork Meeting, la sezione Color in Context: Blue ha riportato il colore alle sue radici artigianali, dimostrando che il blu sa essere contemporaneo senza dimenticare la storia.
Italia: istruzioni per perdersi (consapevolmente) in blu. Nel nostro Paese il blu ha scelto strade culturali e marine, con una certa eleganza tutta sua. A Pesaro, con la mostra Geografie blu, il colore è diventato territorio mentale: opere e installazioni hanno trasformato il blu in mappa emotiva, in luogo in cui orientarsi senza bussola. Non paesaggi da cartolina, ma spazi interiori, fluidi, instabili. Il blu, qui, non descrive: accoglie e disorienta. A Padova, la mostra Blu di Maristella Martellato ha scelto un registro più intimo. Pittura e linguaggi visivi hanno raccontato nel programma di animazione culturale dell’aeroporto cittadino, il blu come stato psicologico, come silenzio che pesa e illumina allo stesso tempo. Un blu da guardare da vicino, quasi in punta di piedi. Nel parmense, il 22° Concorso Internazionale di Fiber Art – I colori del blu ha dato corpo al colore, letteralmente. Fili, tessuti e intrecci hanno trasformato il blu in materia narrativa, dimostrando che anche un colore può essere cucito, stratificato, raccontato - è proprio il caso di dire - punto dopo punto. E poi c’è stato il blu che non ammette distrazioni e rivalse: quello del mare. Le Bandiere Blu 2025 sono tornate come un esame di maturità per le coste italiane a certificare acque pulite, servizi sostenibili, gestione responsabile: con il blu che qui non è poesia, ma standard da rispettare. A ricordarcelo, anche il workshop BlueDiversity di Chioggia, dove scienziati e istituzioni hanno parlato di biodiversità marina e specie invasive. Traduzione: il mare è vivo, complesso e decisamente poco incline all’improvvisazione.
La grande sfera blu (fragile, da maneggiare con cura) Su scala globale il blu ha assunto il suo ruolo più ambizioso: raccontare il pianeta. Il progetto itinerante Blue Marble, promosso in ambito ONU, ha usato l’immagine della Terra come “big blue marble” per parlare di futuro condiviso. Un’immagine semplice, quasi infantile, che però dice tutto: siamo su una sfera blu che non ha pezzi di ricambio. Nel frattempo, la True Blue Virtual Art Exhibition ha portato il colore online, rendendolo esperienza globale e accessibile. Il blu come emozione condivisa, attraversabile da ogni fuso orario. E mentre l’arte rifletteva, l’economia discuteva. Il Tomorrow Blue Economy World Congress in Brasile ha messo insieme governi, imprese e ricercatori per una domanda tutt’altro che cromatica: come crescere senza prosciugare? Il blu, qui, è diventato progetto di sopravvivenza. Spoiler 2026: resteremo (ostinatamente) in blu Se qualcuno sperava in un cambio di palette, resterà deluso. Il 2026 si annuncia ancora blu: nuove mostre, nuovi festival sul mare, nuove riflessioni su acqua, ambiente e profondità culturale. In Italia, in particolare, sono attesi nuovi progetti museali e rassegne dedicate al rapporto tra arte e paesaggio marino. Perché il blu, alla fine, non chiede entusiasmo. Chiede attenzione. È il colore che non ti distrae, ma ti trattiene.
Europa: il blu si siede ai tavoli che contano In Europa il blu ha cambiato tono. Meno lirico, più
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La libreria come una stazione: volumi consigliati per il prossimo viaggio Ogni lettore è un viaggiatore che sceglie non solo un titolo ma un umore, un bisogno un punto in cui ricominciare Poi, come un respiro lungo, arriva Verrà l’alba, starai bene, Gianluca Gotto (Mondadori): il libro che metti in borsa quando senti che ti serve una ripartenza. Parla a chi ha voglia di mollare tutto, o almeno di mollare qualcosa: una paura, un’aspettativa, una maschera. È la voce amica che ti dice che lo smarrimento non è un fallimento, ma una soglia.
Le classifiche dei libri somigliano a una stazione affollata: c’è chi corre verso il thriller, chi aspetta un treno più lento fatto di memoria e sentimenti, chi viaggia leggero con una risata in tasca. E allora, invece di leggere una lista, immaginiamo di entrare in una libreria in un pomeriggio di pioggia – quella pioggia che, a volte, è il modo in cui la vita ci invita a fermarci. Le classifiche, in fondo, non sono un podio: sono una mappa. I tavoli delle novità sembrano banchine, le copertine biglietti, le storie destinazioni. E ogni lettore è un viaggiatore che sceglie non solo un titolo, ma un umore, un bisogno, un punto in cui ricominciare.
A chi cerca una luce diversa, la libreria riserva una corsia di biografie e saggi narrativi. Qui brilla Spera. L’autobiografia di Papa Francesco, Papa Francesco con Carlo Musso (Mondadori): un testo intimo, accessibile, capace di parlare anche a chi non si riconosce nella fede ma è curioso della fragilità umana, del coraggio, della responsabilità. Poco più avanti, con passo narrativo e rigore divulgativo, trovi Francesco. Il primo italiano, Aldo Cazzullo (HarperCollins Italia), che restituisce al santo un ruolo culturale e identitario più ampio di qualsiasi etichetta. A fare da controcanto, per chi ama lo sguardo dello storico che non teme le contraddizioni delle fonti, c’è San FranAlessandro Barbero (Editori Laterza).
Appena oltre l’ingresso c’è una pila alta e lucida: L’ultimo segreto, Dan Brown (Rizzoli). È un romanzo che ti prende per mano e ti trascina a Praga, tra simboli e nuove frontiere della scienza della mente, dove l’intrigo corre sul confine più inquietante: quello tra corpo, identità e anima. Se cerchi ritmo e adrenalina, questo è il treno giusto: parte subito, e non fa molte fermate.
cesco,
Sul tavolo accanto, un titolo che sembra innocente ma non lo è: La catastrofica visita allo zoo, Joël Dicker (La nave di Teseo). Qui la voce narrante è una bambina e il thriller cambia pelle: l’indagine diventa un gioco serissimo, l’innocenza una lente che ingrandisce i dettagli. È una storia che ti sorprende perché non urla, ma scava. E quando arrivi all’ultima pagina, ti accorgi che la domanda non è soltanto “che cosa è successo”, ma “come lo raccontiamo”.
Ma la stazione delle storie non finisce qui. Ci sono romanzi che si siedono accanto a te, come persone vere. L’anniversario, Andrea Bajani (Feltrinelli) è uno di questi: una scrittura misurata e potentissima che racconta il distacco e le geometrie dolorose della famiglia, quel momento in cui per esistere devi smettere di essere “figlio” come ti hanno insegnato. Se invece vuoi un intreccio affettivo pieno di ricordi e segreti che si aprono piano, ti aspetta Tatà, Valérie Perrin (Edizioni
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E/O), dove la memoria diventa una stanza grande, e ogni oggetto sembra avere una voce. Se la tua giornata è grigia, il rimedio può essere un romanzo che non finge leggerezza ma la costruisce. La felicità nei giorni di pioggia, Imogen Clark (Libreria Pienogiorno) è un viaggio nel lutto e nella solitudine, ma anche nella possibilità di essere salvati dagli altri, persino quando non sai come chiedere aiuto. E per chi ama la forza delle radici e delle donne, Come l’arancio amaro, Milena Palminteri (Bompiani) è un passaparola meritatissimo: Sicilia, tre protagoniste, una storia che profuma di verità vissuta e di scelte difficili.
Prima di uscire, però, prendi un libro che non smette mai di tornare: Mio fratello rincorre i dinosauri, Giacomo Mazzariol (Einaudi). È un long seller perché racconta una verità che non passa: l’amore, quando è autentico, cambia lo sguardo, e ci rende più umani. Ecco il consiglio finale, mentre la pioggia continua fuori: scegli un libro come sceglieresti un compagno di viaggio. Thriller per farti battere il cuore, saggi narrativi per mettere ordine, romanzi per sentirti meno solo, storie leggere per ricordarti che ridere è un atto serio. Le classifiche, in fondo, servono solo a questo: ricordarci che non esiste un’unica lettura giusta. Esiste quella che, proprio adesso, ti somiglia.
Per gli amanti dei grandi affreschi, c’è Il cerchio dei giorni, Ken Follett (Mondadori), un’epopea che intreccia destini e rivelazioni e ti ricorda che la Storia è un fiume, e noi ci nuotiamo dentro. Se invece preferisci un giallo con tensione e atmosfera, in cui la verità è un ingranaggio che continua a battere anche quando tutti fingono di non sentirlo, scegli L’orologiaio di Brest, Maurizio de Giovanni (Feltrinelli). E se ami i romanzi “da biblioteca”, quelli che uniscono segreti e rinascita, non saltare La domestica a ore, Sveva Casati Modignani (Sperling & Kupfer): Milano, identità nascoste e la scoperta che ricominciare è sempre possibile. E, come una bussola, Con parole precise, Gianrico Carofiglio (Feltrinelli): perché capire le parole significa capire il potere, gli slogan, le cornici che decidono ciò che vediamo e ciò che ignoriamo. È una lettura utile, concreta, che ti lascia addosso un’attenzione nuova. Se invece cerchi emozioni nette, capaci di farti piangere e poi respirare meglio, c’è Tanta ancora vita, Viola Ardone (Einaudi), con Vita e il piccolo Kostya: una storia di guerra, fuga, cura e salvezza reciproca. Per chi ama le dinamiche da campus, desiderio e segreti digitali, ecco Game of Lust. Tentazione, Hazel Riley (Sperling & Kupfer); mentre chi segue saghe più “adrenalina e sentimenti” troverà pane per i suoi denti in Limitless. Senza pietà (Vol. 3), Karim B. (Sperling & Kupfer).
Frenesia Migratoria, Francesco Simonetta (Academ Editore), 254 pp., € 50,00. Il volume, in italiano e inglese, esplora la Zugunruhe, l’irrequietezza migratoria che spinge molte specie a muoversi quando l’ambiente cambia. Guidati da istinto e segnali naturali, gli animali affrontano viaggi che uniscono terre lontane per sopravvivere. Il fenomeno emerge anche negli uccelli in cattività, frenetici come in natura. Un testo su adattamento, resilienza e cicli naturali.
E poi, in una zona della libreria dove si ride senza sentirsi in colpa, troneggia Prova a non ridere, Pera Toons (Tunué): fumetti, enigmi, sfide. Un promemoria semplice: la lettura non ha un solo tono, e può essere anche gioco.
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Il blu nell’arte: storia, simbolismo e invenzione Dal divino all'infinito, un viaggio attraverso secoli di evoluzioni artistiche e sperimentazioni cromatiche
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l blu, uno dei colori più affascinanti e misteriosi nella storia dell’arte, ha saputo conquistare una posizione di primaria importanza, sia in termini tecnici che simbolici. Il suo lungo percorso, che parte dalle origini chimiche e naturali, per arrivare alla sua moderna interpretazione espressiva, è caratterizzato da sfide, scoperte e da una continua evoluzione. La rarità e il potere evocativo di questo colore hanno fatto sì che, attraverso i secoli, venisse caricato di significati spirituali, sociali e naturali, diventando uno strumento fondamentale per gli artisti nel narrare il mondo visibile e l’invisibile.
simbolo di ricchezza e potere, era riservato alle opere più prestigiose. Il suo uso nelle pitture murali egizie e nelle miniature medievali dimostra come, fin dall’antichità, il blu fosse legato alla divinità e all’immortalità. Nelle tombe faraoniche e nei sarcofagi, il blu ultramarino rappresentava il cielo e la divinità, diventando il colore per eccellenza dell’aldilà. Il Blu egizio e il Blu di Prussia: dalla sintesi alla diffusione. Nel corso dei secoli, il desiderio di rendere il blu più accessibile portò alla scoperta di nuovi pigmenti. Il blu egizio, uno dei primi pigmenti sintetici mai creati, veniva prodotto attraverso una combinazione di silice, rame e calcio, dando vita a un blu più economico e luminoso. Questa innovazione diede un’impronta decisiva e duratura all’arte greca e romana.
La genesi del Blu: un colore “difficile”. Dal punto di vista tecnico, il blu è tra i colori più complessi da ottenere. La sua storia inizia con l’uso di pigmenti naturali e prosegue con l’introduzione di quelli sintetici, ma sempre con l’idea di un colore dal valore straordinario e introvabile. Nei secoli, la ricerca di un blu perfetto è stata legata tanto alla chimica quanto all’alchimia della pittura.
Nel XVIII secolo, il blu di Prussia, scoperto accidentalmente da un chimico tedesco, divenne rapidamente un pigmento popolare grazie alla sua intensità e disponibilità. Questo blu, più economico rispetto al lapislazzuli, fu utilizzato in numerosi dipinti del XVIII e XIX secolo, diventando una delle scelte preferite per molti artisti europei. Il Blu come simbolo: dalla sacralità alla malinco-
Pigmenti naturali: dalla pietra al cielo. Nel mondo antico, il blu era raro e costoso. Il primo vero blu nella pittura è stato il lapislazzuli, una pietra semipreziosa estratta principalmente in Afghanistan. Noto come blu ultramarino, veniva macinato fino a ottenere una polvere preziosa, capace di produrre una pittura vibrante e intensa. Questo pigmento, 8
Post-Impressionismo, il blu acquisì nuove valenze. Il colore cominciò a essere usato non più solo come simbolo, ma come mezzo per esplorare la luce, la percezione e l’emozione.
nia. Il blu ha da sempre avuto un significato profondo, carico di simbolismi che vanno dalla sacralità alla malinconia. La sua rarità e potenza evocativa lo hanno reso un colore privilegiato per rappresentare il divino, la nobiltà, ma anche l’infinito e il misterioso.
Impressionismo e Post-Impressionismo: un Blu intimo e personale. Con Claude Monet e Pierre-Auguste Renoir, il blu diventa protagonista di paesaggi e scene quotidiane, in cui il colore esprime la luce e il movimento, come nei cieli riflessi sull’acqua o nei tramonti. Ma è con Vincent van Gogh che il blu acquista una dimensione ancora più personale. Nei suoi Notturni e nella celebre Notte Stellata, il blu diventa il canale attraverso cui Van Gogh esprime il suo stato emotivo, la solitudine, l’infinito. Le sue pennellate intense di blu sono un linguaggio che parla direttamente al cuore dello spettatore, trasmettendo il desiderio di introspezione e di trascendenza.
Il Blu nelle culture antiche: la Divinità del cielo. Nell’antico Egitto, il blu veniva associato al cielo e agli dèi. Il dio Horus, signore del cielo, veniva spesso rappresentato con il blu, che simboleggiava l'immortalità e la purezza. Nell’arte cristiana medievale, l’uso del blu ultramarino nelle vesti della Vergine Maria esprimeva non solo la sua purezza, ma anche il suo ruolo di regina del cielo e madre divina. Il blu diventa quindi il colore del sacro, il simbolo della spiritualità per eccellenza. Il Rinascimento: un Blu al servizio della nobiltà e della divinità. Nel Rinascimento, il blu assunse un significato ancora più ricco e complesso. Artisti come Giotto (1266-1337) lo utilizzarono per esprimere la dimensione celeste e trascendente. Ma fu con Jan van Eyck (1390-1441) che il blu ultramarino raggiunse una nuova dimensione espressiva: nel celebre Ritratto dei coniugi Arnolfini, il blu della veste della donna non solo sottolinea la sua purezza, ma rimanda anche alla spiritualità e alla sacralità del suo status.
Yves Klein e il Blu come spazio immateriale. Nel XX secolo, Yves Klein rivoluzionò la percezione del blu con la creazione dell’International Klein Blue (IKB), un pigmento sintetico che divenne la sua firma artistica. Klein utilizzava il blu come simbolo di spiritualità e di immaterialità, creando un “spazio” in cui il colore non era più solo un mezzo visivo, ma un’entità autonoma. Il blu, per Klein, diventava un campo energetico e spirituale, il veicolo di un'esperienza sensoriale più che figurativa. Minimalismo e arte concettuale: il Blu come linguaggio astratto.
Il Blu della Madonna: purezza e regale sovranità. Nel corso dei secoli, il blu divenne il colore prediletto per le vesti della Madonna, simbolo della sua purezza e della sua natura divina. Artisti come Fra Angelico, Leonardo da Vinci e Raffaello ne esaltarono la potenza visiva e simbolica. In opere come la Madonna del Cardellino di Raffaello, il blu non è solo una scelta cromatica, ma un segno di sacralità, di sovranità celeste. Questo blu diventa quindi un veicolo di significato spirituale profondo.
Nel contesto dell'arte concettuale e del minimalismo, il blu ha continuato a essere una scelta centrale. Artisti come Donald Judd e Dan Flavin hanno usato il blu per creare atmosfere che sfidano la percezione, invitando lo spettatore a relazionarsi con lo spazio e l’ambiente circostante. In queste opere, il blu perde la sua funzione figurativa per diventare pura forma e concetto.
Il Blu e la natura: riflessioni sul cielo e sul mare. Il blu è stato anche il colore del cielo e del mare, utilizzato per rappresentare la vastità e l’infinito. Artisti come J.M.W. Turner (1775-1851) hanno dato una nuova vita al blu nei paesaggi tempestosi, utilizzando la sua intensità per evocare la potenza naturale e la maestosità del mare. Il blu è così diventato anche il simbolo della forza incontrollabile della natura.
Un colore senza tempo. Il blu è un colore che ha attraversato i secoli con un’intensità e una profondità ineguagliabili. La sua trasformazione, dai pigmenti rari e costosi come il lapislazzuli, alla sua reinterpretazione nelle mani degli artisti contemporanei, dimostra la sua straordinaria capacità di adattarsi e rispondere alle esigenze estetiche e simboliche del momento. Che si tratti del divino, della natura, o delle emozioni più intime, il blu rimane una delle esperienze visive ed emotive più potenti e suggestive della storia dell’arte.
Il Blu nell’arte moderna e contemporanea: libero e esplorativo. Con l’arrivo dell’Impressionismo e del 9
La “cromologia” politica: avanti alla riscossa! Ogni tinta s’è proposta storicamente in politica riscuotendo prima o poi il suo momento di gloria: tutte, tranne il “blu” di Roberto Scafuri
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vanti Blu, alla riscossa! Che grido di battaglia inaudito. “Inaudito” nel letterale senso della parola: mai ascoltato e mai ci spronerà verso un sol dell’avvenire o di felicità per umani. Circostanza davvero singolare, specie in un contesto politico come quello italiano dove - è il caso di dirlo - pure se ne sono viste di tutti i colori. La “cromologia” politica, così potremmo definire la scienza ai primi vagiti, ha abbracciato nei secoli un caleidoscopio dalle sfumature incredibili e corredate di salde motivazioni ideologiche. Così i “Rossi cupi” di un tempo si sono distinti, immancabilmente scindendosi, dai “rossi-vivi” e costoro più tardi dai “rosso-smorti”, via via scolorendo - prevedibile logorio della politica moderna - in tonalità sempre meno impegnative e sempre più sbarazzine, fino ad assurgere all’irresistibile arrendevolezza del bianco, totale assenza di colore (e calore). Questo proprio mentre il nero un po’ cupo e utopico degli anarchici veniva “scippato” dai Fasci mussoliniani del ’19, per diventare nero brillante nelle piazze oceaniche e poi essere messo assai repentinamente - dalla sera al mattino, potremmo dire, di un afoso 24 luglio - addirittura fuori corso legale.
dell’Ottocento e trasmigra in simbolo contadino e operaio per antonomasia. Processo che nel ’17 trarrà la sua consacrazione dalla Rivoluzione bolscevica. Il “partito dei bianchi” menscevichi ne resterà tramortito, acconciandosi negli anni a suscitare sentimenti di purezza, candore, pulizia dell’anima – subito appannaggio di moderati e cattolici in politica. Assai più “terra terra” l’epopea dei Verdi, i “Grunen” nati in Germania sul finire dei Settanta, banalmente legati al colore dispiegato generosamente da Madre natura (da rilevare una colpevole, anzi tragica, dimenticanza dell’ambiente marino, 80% del Pianeta, non a caso precipitato in condizioni assai peggiori di quelle terrestri: quello sarebbe stato il “Partito Blu” per definizione). Meno utilizzati, ma non per questo assenti dalle fantasie dei politici, certi gialli, vedi il recente epilogo della cd. “rivoluzione grillina”, oppure l’arancione di una brevissima stagione dei “sindaci” (imitazione modaiola di una altrettanto caduca “rivoluzione” nata e morta in Ucraina). Persino il viola ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità, grazie al popolo indistinto di una sinistra extraparlamentare ormai morfologicamente propensa ai raduni di piazza subitanei e precipitosi, sulla scorta di non meglio precisate chiamate “social” di “influencer” per ancora più evanescenti “flash-mob”.
Ma per come la si voglia vedere, la morale è assai curiosa. Ogni tinta s’è proposta in politica riscuotendo il suo momento di gloria: tutte, tranne il “blu”. E come mai, tra la miriade di partiti e movimenti nati per ogni tipo di partenogenesi, l’unico colore dimenticato è proprio quello del nostro “partito del cuore”, il “Partito Blu”? Quand’è successo, com’è stato possibile? Riprendiamo la parabola del rosso, stavolta come paradigma: tinta per definizione “porporata” e dunque, molto prima del sangue operaio, storico simbolo di potere, dai fenici all’antica Roma e a quella dei Papi. Non c’è che dire: i “porporati” nascono “casta”, nel rosso c’è il loro segno distintivo: retaggio del prezioso lavoro di estrazione dai gusci delle conchiglie, robusto pestaggio nei mortai, sofisticate tecniche esoteriche post-medievali. Nel rosso c’è tutta la forza violenta di un potere che inopinatamente si ribalta nel suo opposto sul finire
Ma il Blu, come sappiamo, è tutt’altra “pasta”. Anzitutto converrebbe distinguerlo subito dall’azzurro, sua versione accattivante e “leggerina”, appannaggio nei decenni di movimenti nazionalisti o di una monarchia (quella sabauda) che ne fece omaggio alla nostra nazionale di calcio, per vederla finire quindi sulle bandiere di un presidente dei “Rossoneri” del calcio disceso in politica nel ‘94. Con il Blu pudicamente relegato alle sottolineature dei loghi, a meglio definire nome e spessore di candidati spesso improbabili alle massime cariche dello Stato. Rappresentando simbolicamente il colore del cielo profondo, dell’universo, o “Deep To Be” se volessimo dare a Cesare quel che è di Cesare, il Blu 10
in tutta evidenza è qualcosa di così prezioso da racchiudere in sé un’idea di sacro. Così è stato per tanta storia nella quale il suo uso prevalente è stato il fondo di bandiere, la rappresentazione dell’intimo legame con un’identità densa e imperscrutabile. Il suo inscindibile legame con una pietra preziosa e impronunciabile come il lapislazzulo ne ha dunque accresciuto l’inestimabile valore aristocratico. Colore per pochi, presumibilmente assai refrattario a qualsiasi visione di “parte”, a qualsiasi agone democratico. Persino i “totalitaristi” del Novecento ne sono stati palesemente intimoriti, e non a caso un tempo gli alti costi di realizzazione lo rendevano difficile da utilizzare nelle classi popolari (almeno fino alla scoperta di una sua sintetica composizione in “Blu di Prussia”, assai più a “buon mercato”).
precisate emotività, del tutto aliene dalla ragione? Sarà la stessa società di massa a rifuggirne complessi significati che riecheggiano sovraomismi futuribili nient’affatto alla portata di tutti. A dimostrazione per controesempio di ciò, l’emblematico caso degli Usa, dove albergherebbe l’unico “partito blu”, che pur non viene identificato in tal modo. Pochi sanno che la sua assegnazione al Partito democratico di Obama e Biden è assai recente e per nulla meditata: nel paese in cui la “banalizzazione” dell’ideologia trascende nella spettacolarità delle kermesse, durante la corsa alle Presidenziali le mappe predisposte dai principali network televisivi tradizionalmente recavano a casaccio i colori per candidati repubblicani e democratici (talora usando anche altre tonalità). A partire dal 2000, i “Red States” e “Blu States” conquistati ora da W. Bush jr ora da Al Gore sono entrati nell’immaginario collettivo, pur in un singolare ribaltamento dell’assegnazione: rossi i repubblicani, blu i democratici. Sulla scorta di mappe pubblicate da New York Times e Usa Today, il primo a parlare in tv di “blu” e “rossi” fu allora il celebre anchorman Tim Russert, presentando i risultati di quella sfida. Una scelta totalmente arbitraria: "'Rosso' inizia con la 'r' e così anche la parola 'Repubblicano'. Ci è sembrato abbastanza naturale, quindi, associare i due", affermò l'editore grafico del The New York Times, Archie Tse, in un'intervista al sito The Verge. Spazzando via, con una sincerità per noi disarmante, decenni di ragionamenti e alambicchi ideologici su una materia così variopinta da divenire presto scivolosa. E il colore dell’acqua, forma e fonte di vita, naturalmente, non poteva che essere il nostro ammiratissimo Blu.
Si volesse andare ancora un po’ più a fondo, troveremmo che anche la ragionevole mitezza connaturata a un “buon Blu” non è sembrata nei secoli valida ragione per assumerlo tra i colori delle famiglie politiche. È ormai noto come i colori influenzino la mente e condizionino i comportamenti umani. Così al Blu la mente associa un senso di pace, sicurezza, serenità. È anche il colore che richiama la tradizione, la serietà, la coscienziosità: mistico, femminile e potente, dicono gli esperti. Diventa così oltremodo chiaro perché nessuna delle grandi famiglie politiche se la sia sentita di assurgere a “popolo blu”, partito “blu”, “noi blu”. Rispetto e timore reverenziale per il colore che fu definito “primo e più regale tra tutti”; “magico” per il suo richiamo al cielo; “colore che non ha dimensioni, va oltre le dimensioni”, nella definizione di importanti pittori. Come imporlo a una Politica dal pensiero debole? O a sistemi rappresentativi nei quali ormai ci si distingue sulla base di im11
Dopo il rosso e il green il XXI secolo vira nel colore del futuro Il blu attraversa il tempo e torna protagonista nel racconto della contemporaneità e nei linguaggi proiettati al domani di Giacinto De Rosario
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n filo invisibile attraversa il tempo e unisce arte, scienza e spiritualità: è il filo blu. Simbolo di calma, introspezione e fiducia, oggi rappresenta anche il colore del futuro. In un’epoca frenetica e iperconnessa, il blu diventa un rifugio visivo e mentale, promessa di equilibrio e concentrazione, ponte tra tecnologia e interiorità.
vita. È anche il colore dell’acqua, risorsa vitale e contesa del nostro secolo: difendere il blu del mare e del cielo significa proteggere la Terra stessa. Così il blu diventa anche simbolo ecologico e responsabilità collettiva. Artisti e designer contemporanei ne riscoprono l’energia sensoriale. Le installazioni di James Turrell o le opere di Olafur Eliasson trasformano il blu in esperienza immersiva e meditativa, in un linguaggio che non si guarda soltanto, ma si vive. Anche la scienza ne conferma il potere: le neuroscienze mostrano che gli ambienti colorati di blu favoriscono calma e concentrazione, mentre la cromoterapia lo associa all’equilibrio. Persino l’illuminazione urbana adotta tonalità bluastre per ridurre l’aggressività e favorire la quiete.
La psicologia del colore mostra che oltre metà della popolazione mondiale lo considera il proprio preferito. Il cervello reagisce al blu rallentando battito e respiro, generando una sensazione di serenità e stabilità. È il colore della chiarezza e della fiducia, qualità rare in tempi di incertezza. Non a caso domina il linguaggio visivo di aziende tecnologiche e digitali: dagli schermi delle app al design minimale delle interfacce, trasmette sicurezza e connessione.
Il blu, dunque, non appartiene al passato ma al domani. È il colore della consapevolezza, della trasparenza, dell’intelligenza. Simbolo di ciò che unisce, non di ciò che divide; del silenzio che ascolta, non del rumore che travolge. Dalle profondità marine allo spazio siderale, il blu ci invita a restare curiosi, a cercare equilibrio tra mente e cuore, tra scienza e spiritualità. È il colore del pensiero che si fa respiro, quello dell’umanità che prova ancora a guardare più lontano...
Eppure, la storia del blu affonda nelle radici della cultura. Per gli antichi egizi era il colore del divino, ricavato dal prezioso lapislazzuli. Nel Medioevo l’ultramarino, più costoso dell’oro, rivestiva i manti sacri della pittura. Nel Novecento Yves Klein ne fece simbolo di trascendenza: il suo “International Klein Blue” evocava uno spazio mentale e spirituale senza confini. Oggi il blu è il colore del pianeta visto dallo spazio, dell’atmosfera e degli oceani che ne custodiscono la 13
L’economia del mare in Italia: infrastruttura invisibile che sostiene la crescita Tra industria avanzata, logistica, turismo e transizione ecologica, il sistema produttivo tra mari e coste vale oltre un decimo del PIL, leva strategica per competitività e coesione territoriale del Paese
’è un’infrastruttura che attraversa l’Italia da Nord a Sud, collega territori lontani tra loro, sostiene interi comparti produttivi e condiziona la competitività del Paese sui mercati internazionali. Non è fatta di asfalto o acciaio, ma di acqua. Il mare, spesso evocato come risorsa naturale o attrazione turistica, è in realtà una delle grandi piattaforme economiche dell’Italia contemporanea. Un’infrastruttura invisibile, ma decisiva.
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incrociano crescita, innovazione e sostenibilità. I numeri aiutano a chiarire la portata del fenomeno. Secondo il più recente Rapporto Unioncamere–Centro Studi Tagliacarne, il sistema economico legato al mare comprende oltre 232 mila imprese e circa 1,09 milioni di occupati. Il valore aggiunto diretto supera i 76 miliardi di euro l’anno; considerando anche l’indotto, l’impatto complessivo arriva a circa 217 miliardi, pari a oltre l’11% del PIL nazionale.
Le attività che ruotano attorno a mari e coste costituiscono oggi una componente strutturale del sistema produttivo nazionale. Industria, logistica, servizi, turismo, energia, ricerca e tutela ambientale convivono in un perimetro economico ampio e interconnesso. Ridurre tutto a una somma di settori tradizionali significa non cogliere il cambiamento in atto: il mare è diventato uno spazio economico complesso, dove si
È una dimensione che colloca l’economia del mare sullo stesso piano dei grandi comparti industriali italiani. Ancora più rilevante è il moltiplicatore: ogni euro prodotto da queste attività ne attiva mediamente altri 1,8 nel resto dell’economia. Un dato che segnala quanto il mare sia profondamente integrato nelle catene del valore nazionali. Questa capacità di generare ricchezza nasce dalla coesistenza di filiere
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molto diverse tra loro. Alla base restano pesca e acquacoltura, attività che conservano un forte valore economico e sociale in molte comunità costiere. Tuttavia, i dati Istat più recenti indicano come questo segmento stia attraversando una fase di difficoltà: nel 2023 si osserva una contrazione della produzione e del valore aggiunto. È il riflesso di pressioni strutturali – aumento dei costi energetici, fragilità degli stock ittici, effetti del cambiamento climatico – che rendono evidente una verità spesso rimossa: senza innovazione e sostenibilità, anche le attività più tradizionali rischiano di perdere redditività e occupazione.
lità. Destagionalizzazione, produttività del lavoro, integrazione con cultura, ambiente e servizi digitali sono le vere leve per trasformare il turismo marittimo da settore ad alta intensità di lavoro a basso valore aggiunto in una filiera più solida e resiliente. Dal punto di vista territoriale, il mare è uno dei principali fattori di differenziazione e, allo stesso tempo, di coesione. Quasi la metà delle imprese del sistema mare è localizzata nel Mezzogiorno, che contribuisce a oltre un terzo del valore aggiunto complessivo. Tuttavia, la struttura produttiva è diversa: al Sud prevalgono micro-imprese legate ai servizi, mentre nel Centro-Nord si concentrano attività più capital intensive, come la cantieristica e la logistica portuale. Questo dualismo suggerisce una lezione chiara: non esiste una politica unica per l’economia del mare. Servono strategie territoriali differenziate, capaci di valorizzare le specificità locali senza rinunciare a una visione nazionale.
Accanto a queste filiere storiche, l’Italia esprime però eccellenze industriali di primo piano. La cantieristica navale è il caso più emblematico. Il nostro Paese detiene circa il 36% della produzione mondiale di navi da crociera, una leadership che non si spiega solo con le dimensioni dei cantieri, ma con la capacità di presidiare le fasi a più alto valore aggiunto: progettazione, ingegneria, integrazione di sistemi complessi. È un settore che genera esternalità positive diffuse, attivando domanda lungo filiere che includono meccanica, elettronica, impiantistica, arredo, software e servizi di ingegneria. In termini economici, è una manifattura avanzata che usa il mare come piattaforma produttiva.
Negli ultimi anni, il dinamismo del comparto è stato superiore alla media dell’economia italiana. Crescono le imprese, cresce il valore aggiunto, cresce l’occupazione. Non è solo un rimbalzo post-pandemico, ma il segnale di una trasformazione più profonda: aumento della domanda di servizi logistici, evoluzione del turismo verso forme più esperienziali, rafforzamento delle filiere industriali legate alla nautica e al made in Italy. In questo quadro, la sostenibilità non è un capitolo a parte. È la condizione economica di lungo periodo. Le attività legate al mare dipendono dalla qualità degli ecosistemi e dall’accettabilità sociale e regolatoria dei processi produttivi. Decarbonizzare porti e flotte, investire in rinnovabili offshore, elettrificare le banchine, digitalizzare i servizi e monitorare l’ambiente marino significa ridurre rischi futuri, attrarre investimenti e aumentare competitività. In un contesto europeo orientato alla transizione ecologica, la capacità di anticipare gli standard diventa un vantaggio competitivo.
Un ruolo altrettanto centrale è svolto da porti e trasporti marittimi. I porti italiani non sono semplici infrastrutture locali, ma nodi macroeconomici che influenzano tempi, costi e affidabilità dell’interscambio commerciale. Le statistiche ufficiali Istat sul traffico marittimo, basate su rilevazioni censuarie, testimoniano quanto questi flussi siano strutturali per l’economia reale. Nel 2024, nei porti italiani sono transitate circa 480 milioni di tonnellate di merci. Dietro questo numero si gioca una partita decisiva: integrazione con la rete ferroviaria, digitalizzazione delle procedure, riduzione dei tempi di attraversamento, capacità di attrarre traffici in un contesto di forte competizione mediterranea. La competitività logistica non è un tema settoriale, ma una variabile di crescita nazionale. Il turismo rappresenta il volto più immediato dell’economia costiera, ma anche quello più esposto a semplificazioni. Il Conto Satellite del Turismo di Istat consente di inquadrarlo correttamente: nel 2023 il contributo diretto del turismo al PIL italiano è stato pari a circa 107 miliardi di euro (il 5% del totale), che diventano oltre 206 miliardi considerando gli effetti indiretti. Le posizioni lavorative collegate superano i 4,3 milioni. Le aree costiere intercettano una quota rilevante di questa domanda, ma il nodo economico non è la quantità, bensì la qua-
L’economia del mare, dunque, non è una somma di settori, ma un sistema. Un sistema che produce valore, connette territori, integra industria e servizi, e può diventare uno dei principali motori della crescita italiana nel prossimo decennio. La sfida non è riconoscerne l’importanza – i dati lo fanno già – ma governarne lo sviluppo: infrastrutture efficienti per la logistica, capitale umano qualificato per l’industria, qualità e produttività per il turismo, ricerca e tutela per preservare il capitale naturale. Solo così il mare continuerà a essere non soltanto una risorsa, ma una scelta strategica per il futuro del Paese.
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Blu Economy, giovani e Servizio Civile: educare allo sviluppo sostenibile partendo dal mare In un mondo sempre più attraversato da conflitti, disuguaglianze e crisi sistemiche, la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi marini non è un tema accessorio, ma una questione di responsabilità globale di Enrico Maria Borrelli Presidente Fondazione AMESCI
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a Blu Economy non è soltanto un nuovo paradigma economico legato allo sfruttamento responsabile delle risorse marine: è una visione di futuro che intreccia tutela ambientale, giustizia sociale, innovazione e partecipazione civica. In un Paese come l’Italia, naturalmente proiettato sul mare per storia, geografia e cultura, parlare di economia del mare significa interrogarsi sul modello di sviluppo che intendiamo costruire e, soprattutto, su chi vogliamo rendere protagonista di questo cambiamento.
tema ambientale, riconoscendolo come uno degli assi strategici per il futuro del Paese. In questa direzione si colloca la collaborazione con Marevivo, storica organizzazione attiva nella tutela del mare e delle sue risorse, partner di Amesci in progetti di Servizio Civile che uniscono educazione ambientale, protezione degli ecosistemi marini e sensibilizzazione delle comunità. Attraverso i progetti realizzati con Marevivo, le giovani e i giovani in Servizio Civile diventano protagonisti di azioni concrete: dal monitoraggio e dalla salvaguardia degli ambienti costieri alle attività di informazione nelle scuole, fino alla promozione di stili di vita sostenibili e rispettosi del mare. Esperienze che non solo contribuiscono alla tutela ambientale, ma formano cittadini consapevoli, capaci di leggere le sfide della Blu Economy e di immaginare soluzioni innovative, inclusive e durature.
In questo scenario, il Servizio Civile si conferma un istituto pubblico fondamentale per educare, formare e coinvolgere attivamente le giovani generazioni nei processi di sviluppo sostenibile. Non si tratta solo di offrire un’esperienza di impegno temporaneo, ma di costruire cittadinanza, consapevolezza e competenze orientate al bene comune. Il mare, con la sua straordinaria ricchezza e al tempo stesso fragilità, rappresenta un contesto educativo privilegiato per far maturare nei giovani una responsabilità concreta verso l’ambiente e le comunità. La Fondazione Amesci, da anni impegnata nella promozione del Servizio Civile come strumento di crescita personale e collettiva, ha scelto di investire con convinzione sul
Questo impegno si inserisce pienamente nel quadro degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda ONU 2030, in particolare quelli legati alla vita sott’acqua, alla lotta al cambiamento climatico e alla costruzione di comunità sostenibili. Un riferimento che
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oggi diventa ancora più significativo alla luce del nuovo Piano triennale del Servizio Civile Universale 2026-2028, che rafforza l’ispirazione dell’intero sistema del Servizio Civile ai principi della transizione ambientale, della pace, della coesione sociale e della difesa non armata e non violenta della Patria.
biodiversità, inquinamento da plastiche, erosione delle coste. Negare questi fenomeni significa negare la realtà e compromettere le basi stesse della vita sul pianeta. In questo scenario, l’Europa e l’Italia sono chiamate a esercitare un ruolo controcorrente, riaffermando con forza la centralità della transizione ambientale come scelta politica, culturale ed educativa. Il Servizio Civile, ispirato ai valori costituzionali e all’Agenda ONU 2030, rappresenta uno degli strumenti più efficaci per contrastare la rimozione del problema ambientale, costruendo invece consapevolezza, partecipazione e impegno concreto.
Educare i giovani alla Blu Economy attraverso il Servizio Civile significa investire su una generazione capace di coniugare competenze, valori e responsabilità. Significa riconoscere che lo sviluppo sostenibile non può essere imposto dall’alto, ma costruito dal basso, attraverso percorsi di partecipazione attiva e di apprendimento sul campo. È in questa prospettiva che il Servizio Civile, insieme all’impegno di realtà come Fondazione Amesci e Marevivo, continua a rappresentare un laboratorio di futuro: un luogo in cui il mare diventa scuola di cittadinanza e la sostenibilità una pratica quotidiana, condivisa e concreta.
Educare i giovani alla sostenibilità, alla Blu Economy e alla cura del bene comune significa anche dotarli degli strumenti critici per leggere il mondo, per non cedere alla semplificazione o alla negazione, per comprendere che la difesa dell’ambiente è inseparabile dalla difesa della dignità umana e della pace. È questa la sfida educativa che il Servizio Civile raccoglie oggi con maggiore forza: formare cittadini capaci di scegliere, di prendersi cura e di assumersi responsabilità, anche quando il contesto globale sembra andare in direzione opposta.
Questa visione appare oggi ancora più urgente se collocata nel contesto internazionale, segnato da scelte che destano forte preoccupazione. In diversi Paesi, e in particolare negli Stati Uniti, si assiste a un progressivo disinvestimento sulle politiche ambientali, accompagnato da una narrazione che arriva talvolta a negare l’esistenza stessa dell’emergenza climatica e la sua incidenza sulla sopravvivenza del pianeta e delle future generazioni. Una posizione miope, che riduce la complessità della crisi ecologica a una variabile economica di breve periodo, ignorando l’interconnessione profonda tra ambiente, sicurezza, salute, lavoro e stabilità sociale.
In un tempo in cui alcuni arretrano, investire sui giovani, sul mare e sul Servizio Civile significa, al contrario, scegliere di guardare lontano. Significa affermare che lo sviluppo sostenibile non è un’illusione ideologica, ma una necessità concreta, e che il futuro si costruisce solo se si ha il coraggio di proteggerlo oggi.
In un mondo sempre più attraversato da conflitti, disuguaglianze e crisi sistemiche, la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi marini non è un tema accessorio, ma una questione di responsabilità globale. Il mare, in particolare, è uno degli spazi in cui gli effetti del cambiamento climatico e dello sfruttamento indiscriminato risultano più evidenti: innalzamento delle temperature, perdita di
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Medicina e terapie: i colori e la nostra psiche Ogni colore corrisponde ad una data lunghezza d’onda e produrrebbe effetti che tante persone hanno ritenuto benefiche di Riccardo Guerrieri
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a luce e i colori sono considerati un potente mezzo espressivo di comunicazione universale, veicolato da tre canali simbolici: Naturale (cielo, mare ecc.);
produrrebbe effetti che tante persone hanno ritenuto benefiche. Gli scienziati, però, non riescono a misurare l’impatto di questi interventi perché non esistono studi di controllo randomizzati ed evocano allora il denominato effetto “placebo”, cioè che la guarigione si realizza senza che si possano individuare delle cause osservabili.
Espressivo/psicologico/psicofisico (il colore dell’abbigliamento ecc.); Artificiale (colori imposti dalla società, dal gruppo ecc.). I risultati di certi studi dimostrano tuttavia come i nomi di fantasia siano molto più apprezzati rispetto ai nomi propri dei colori e lo specialista dei colori, il professor Pastoureau, precisa che “anche il nome del colore è colore. Forse addirittura l’elemento che condiziona con più forza i nostri gusti e le nostre scelte cromatiche ”.
Che i colori influenzino il funzionamento della nostra psiche, è invece cosa ben risaputa, ed il simbolismo che essi veicolano è assodato pur nelle sue variazioni da paese a paese, da civiltà a civiltà e da ceto sociale a ceto sociale. Certi inclinano al buon umore, altri lo dinamicizzano, altri ancora lo rilassano e così via. Tutte queste proprietà dei colori hanno da un canto spinto all’utilizzo dei colori in “cromoterapia” (vedi per esempio i lavori del dottor Agrapart), d’altro canto allo studio della ricerca di effetti sullo spettatore sia nel cinema (il cinema, infatti, utilizza i colori per descrivere emozioni e riuscire a coinvolgere lo spettatore alimentando alcune sensazioni) sia nel teatro, così perfezionando e complicando le teorie già presenti nel mondo della pittura e dell’arte plastica in genere (Cennini scrisse il suo trattato, Il Libro dell’arte, tra il 1390 ed il 1437).
Fatta questa precisione sull’importanza del linguaggio, bisogna dire che è difficile dimostrare scientificamente l’azione dei colori in ragion del fatto che sono ritenuti agire essenzialmente a livello energetico. Queste considerazioni piuttosto “esoteriche” sono anche relative all’esistenza all’intorno del nostro corpo di un campo magnetico chiamato “l’aura”, che sarebbe una specie di alone fotografabile secondo il metodo Kirlian, e sarebbe composto di radiazioni intorno al corpo variabili in funzione dello stato fisico-mentale o evenemenziale della persona.
Corollario di tutti questi studi è l’interesse pratico che l’impiego dei diversi colori ha nel campo del marketing, con le diverse risposte che i colori possono offrire ai diversi quesiti (come attirare l’attenzione del cliente, come creare una spinta favorevole o compulsiva all’acquisto, ecc.). Anche nell’arredamento di una casa, come di un ufficio o di un supermercato, lo stu-
Quando l’energia vitale circola male, oppure quando il nostro campo magnetico è perturbato, tutto ciò finirebbe per generare dei disturbi fisici o psichici che i colori utilizzati secondo diversi procedimenti in cromoterapia sono ritenuti atti a riequilibrare. Ogni colore corrisponde ad una data lunghezza d’onda e 18
dio dei colori ha delle ricadute pratiche. Tra i tanti colori presenti nella natura, o che l’uomo è stato capace di produrre, il blu è certo quello che è più interessante e l’Italia intrattiene con esso un rapporto che lo specialista dei colori, il professor Pastureau, non esita a definire ambiguo ed ambivalente, perché non è stato apprezzato a lungo (non è neanche presente nella bandiera italiana), per poi diventare il colore preferito degli italiani dalla fine dell’800.
pezze di tessuto, oggi la cromoterapia utilizza “bagni di luce filtrata”, generale o localizzata. Questi approcci diversi della natura (e dell’uomo) risalgono a secoli addietro e anche gli alchimisti hanno avuto voce in capitolo poiché, in primo luogo, nelle loro concezioni sull’evoluzione dell’uomo, esiste una fase intermedia nel processo che va dal Nero al Bianco, la fase del Blu alchemico (sulla quale James Hillman, psicanalista sulla scia di Carl Gustave Jung, ha scritto un libro). Si tratta di una fase che in psicoterapia è considerata come ciò che resta di uno stato negativo nonostante la guarigione, e che deve restare in quanto esperienza, consapevolezza, accettazione del male ; in definitiva un “livido blu” dell’anima che permette all’“Albedo” di ricordarsi della “Nigredo”: il blu proteggerebbe dall’ingenuità. In secondo luogo fu Paracelso che trasse dalle concezioni dell’alchimia la medicina spagirica che tende alla comprensione olistica della vita al fine di accedere alla salute integrale dell’uomo nell’armonia perfetta tra microcosmo e macrocosmo, tra corpo fisico e spirituale.
Il blu rappresenta la calma, l’onestà, la fiducia e la stabilità e quindi è più usato da aziende tecnologiche che hanno a che fare con i dati e nel settore finanziario, ma il blu è anche un colore che evoca il rilassamento e le comodità e lo si impiega dunque in strutture dedicate al benessere e alla salute. Nel cinema, dato che il blu è raramente negativo, viene normalmente utilizzato per rappresentare la calma, la serenità ed è pure associato alla fedeltà, alla lealtà: è generalmente il colore dei buoni, dei gentili, opposto al rosso dei cattivi. Può però essere anche il colore della tristezza e della malinconia, oppure dei sogni, nel caso del celeste.
Evidentemente i praticanti di tutte queste terapie avanzano i loro argomenti a favore e talvolta sono persone che hanno fatto degli studi avanzati in medicina convenzionale, ma che si sono convinti dell’utilità di queste medesime, almeno in quanto complemento, un apporto supplementare e, eventualmente, un’altra possibilità terapeutica. Lo stesso dottor Agrapart precisa che nel suo metodo di cromatoterapia l’impiego diretto dei colori su di una affezione tratta la malattia e non l’individuo nella sua globalità (come dovrebbero fare le terapie olistiche): solo la cromopuntura che rappresenta il connubio di due rimedi naturali (colori e punti di agopuntura) è suscettibile di esercitare un’azione globale sull’individuo.
Il blu, nelle sue molteplici sfumature, è considerato generalmente calmante, antidolorifico e antispasmodico. Calmerebbe i dolori e le nevralgie, allieverebbe i disturbi digestivi ed aiuterebbe a dormire, faciliterebbe la comunicazione ed aiuterebbe a sviluppare la creatività e l’immaginazione. L’indaco è considerato il colore della spiritualità, favorirebbe la meditazione, l’intuizione e la chiaroveggenza. Senza dubbio la pietra per eccellenza che rappresenta il blu è il lapislazzuli : è conosciuto dalla più remota antichità ed è costituito da una concentrazione di lazurite più altri minerali accessori come la calcite che fanno variare il colore della gemma dal prevalente azzurro intenso al meno valorizzato celeste. L’utilizzo di questa gemma risale a più di 5000 anni prima della nostra era. Dal lapislazzuli si estraeva un pigmento in grado appunto di produrre il blu, ma gli antichi egizi erano anche riusciti a creare il “ blu egizio ” e lo utilizzavano come pittura murale per facilitare ai morti il passaggio all’altra vita. Per quel che riguarda la cromoterapia, se il blu è il colore che simboleggia la calma, l’armonia e l’equilibrio emotivo e che aumenterebbe la sensibilità donando pace interiore, appagamento e quiete, esso è anche il colore tipico della depressione, della tristezza e dell’angoscia (come non ricordare in pittura il triste periodo blu di Picasso !). Da segnalare che se in passato per l’applicazione della cromoterapia si ricorreva a bagni di acqua colorata o
In conclusione, un tempo ogni colore aveva un senso ideologico e religioso, il che dava adito ad aspre discussioni. Per esempio, San Bernardo non amava i colori, a parte il bianco, il colore di Dio, e tollerava i colori tetri come il marrone o il grigio; mentre nel contempo l’abate Suger, fondatore della famosa cattedrale di Saint-Denis, vantava i colori. Oggigiorno i colori sono piuttosto utilizzati nell’immenso mondo dei consumi, dal blu del rubinetto dell’acqua fredda, al blu delle bottiglie che si ritrovano sugli scaffali dei supermercati, senza dimenticare le saune moderne a infrarossi e tutte le docce cromoterapeutiche, le vasche da bagno cromoterapeutiche in vendita, fino alla celebre “pillola blu”, medicina della disfunzione sessuale ed emblema del consumismo sessuale. 19
Nella litoterapia, pratiche terapeutiche fin dall’antichità Dell’impiego delle pietre tinte di blu a fini curativi, si ha traccia nel passato, e la dotta religiosa Ildegarda di Bingen la chiamava lapidoterapia già nell’anno Mille
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llo stato attuale delle conoscenze, gli scienziati non riescono a spiegare come mai una pietra, più o meno preziosa, incastonata in un medaglione possa aiutare qualcuno ad acquisire una maggiore fiducia in se stesso, oppure come un’altra pietra, dal colore più o meno chiaro o variegato, posta sotto il guanciale riesca a migliorare il sonno. Certo è che la litoterapia conosce uno sviluppo costante dall’epoca degli anni ’70 quando il movimento americano NewAge cominciò a diffondere l’interesse per tutto ciò che è spirituale e fuori norma (benché certi ritorni alle tradizioni antiche occidentali ed orientali fossero presenti), in sintonia con quello che in fisica veniva scoperto, cioè la realtà del mondo immateriale al quale ormai siamo abituati a confrontarci.
gono le considerazioni piuttosto « esoteriche » avanzate dai litoterapeuti relative all’esistenza all’intorno del nostro corpo di un campo magnetico chiamato « l’aura », che sarebbe una specie di alone fotografabile secondo il metodo Kirlian, e sarebbe composto di radiazioni intorno al corpo variabili in funzione dello stato fisico-mentale o evenemenziale della persona. Quando l’energia vitale circola male, oppure quando il nostro campo magnetico è perturbato, tutto ciò finirebbe per generare dei disturbi fisici o psichici che le pietre utilizzate in litoterapia sono ritenute atte a riequilibrare. Il termine litoterapia viene dal greco. La litoterapia (talvolta si parla di cristalloterapia come sinonimo) utilizza le supposte proprietà delle pietre e dei cristalli per aiutare il processo di guarigione spesso ottenuto attraverso le convenzionali discipline mediche o psicologiche accademiche. Inoltre non bisogna dimenticare che l’utilizzo delle pietre, con le diverse declinazioni di colori, è sovente utilizzato come coadiuvante tanto nelle differenti pratiche culturali e religiose (aiuto nella meditazione, nel momento della preghiera, per esempio) quanto in altre pratiche terapeutiche parallele alla medicina allopatica (la lista è lunga – vedi i vari dizionari delle medicine alternative).
Oggigiorno c’è profusione di libri o di siti web che parlano di litoterapia o di cristalloterapia, pratiche terapeutiche di cui si ha traccia fin dall’antichità e che la dotta religiosa Ildegarda di Bingen chiamava lapidoterapia nell’anno Mille circa. Molto nota in Francia, la litoterapia è poco nota e praticata in Italia. Essa è una mescolanza di antiche tradizioni (come nel Giappone il massaggio Amma) che impiegano pietre per i massaggi e la cromoterapia, cioè la cura tramite l’impiego dei colori. Gli scienziati non riescono a misurare l’impatto di questi interventi ed evocano allora il denominato effetto « placebo », cioè quando la guarigione si realizza senza che si possano individuare delle cause osservabili.
I colori dei cristalli e delle pietre hanno anche una considerevole importanza dato che possiedono la loro specifica radiazione. Senza dubbio la pietra per eccellenza che rappresenta il blu è il lapislazzuli di cui parleremo un po’ più in dettaglio, senza voler tuttavia offrire una guida all’utilizzo (dove comprarlo, come purificarlo o ricaricarlo, portarlo addosso o meno, suo impiego in un preparato di litoterapia dechelatrice o meno, ecc.) : il consiglio è di trovare un terapeuta la cui preparazione a livello mineralogico e non solo esoterico sia solida e la cui efficacità ed onestà siano largamente condivise, poiché i cialtroni non mancano e
È difficile dimostrare scientificamente l’azione delle pietre e dei cristalli in ragion del fatto che sono ritenuti agire essenzialmente a livello energetico. Quest’azione è però in parte convalidata in ambito sanitario dalla progressiva accettazione dell’agopuntura, la cui efficacia è dovuta alla constatazione che il nostro organismo capta e veicola numerosi flussi energetici, i meridiani. A queste constatazioni si aggiun-
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troppo sovente le spiegazioni date, variabili e contradditorie da un commerciante ad altro, servono solo a vendere e ad alimentare questo mercato fiorente (ci si può imbattere anche in oggetti che sembrano in quarzo ma sono fabbricati col vetro !).
energie dall’alto verso il basso ; l’uovo è simbolo della Creazione e la sua energia è quindi ritenuta di rinnovamento e fertilità ; ecc.) Il lapislazzuli è una pietra dura che fa parte delle cosiddette pietre semi-preziose o pietre fini. In questo gruppo di gemme meno rare spesso vengono prese in considerazione anche alcune pietre che hanno un’origine diversa come l’ambra, di origine vegetale, o il corallo, di origine animale. Le altre pietre di colore blu che sono reputate agire sulla zona della gola sono piuttosto quelle di un azzurro che va verso il celeste come « il calcedonio ». Questa zona del corpo, secondo un’altra teoria non riconosciuta ufficialmente che ci viene dall’India, corrisponderebbe al livello del quinto « chakra », che si estende dal plesso faringeo alle ghiandole endocrine situate dietro la trachea e l’esofago.
Tornando al lapislazzuli, esso è conosciuto dalla più remota antichità ed è costituito da una concentrazione di lazurite più altri minerali accessori come la calcite che fanno variare il colore della gemma dal prevalente azzurro intenso al meno valorizzato celeste. Il lapsilazzuli è ritenuto agire favorevolmente, nelle sue diverse applicazioni e nei suoi diversi preparati (in parallelo ai trattamenti medici abituali), su tutta la zona della gola, come tutte le pietre blu, ma anche contro la caduta dei capelli, contro le vertigini e gli stordimenti, contro le malattie o i disturbi della pelle in genere (dal prurito all’acne). Inoltre, tra le sue tante proprietà ci sarebbe quella di migliorare le capacità intellettive rendendo la mente più curiosa e reattiva. L’utilizzo di questa gemma risale a più di 5000 anni prima della nostra era. Dal lapislazzuli si estraeva un pigmento in grado appunto di produrre il blu. Il costo era altissimo e le uniche miniere erano quelle dell’Afghanistan.
Il lapislazulli, quando è del pregiato colore blu intenso, è associato a quello che è chiamato «chakra maestro», perché comanda tutti gli altri, cioè a quello del «terzo occhio», che permetterebbe di vedere fino alle più alte sfere e nell’invisibile e che è supposto trovarsi tra le soppracciglia (dunque connesso, fisicamente, all’ipofisi e all’ipotalamo). Altre pietre, meno costose e di un blu tra l’indaco ed il turchino, sono «la sodalite», «l’azzurite» (da non confondere con la lazurite), «la celestite blu» e la «tormalina blu» ; un posto a parte hanno «la labradorite» che possiede riflessi blu e verdi ed infine «l’ossidiana blu», considerata benefica per chi desidererebbe effettuare delle esplorazioni sciamaniche come le «ricerche di visioni».
Nelle remote civiltà, alla pietra ed al colore che ne veniva procurato, venivano soprattutto attribuite delle virtù apotropaiche, cioè delle capacità di tener lontano il malocchio e gli influssi maligni, ma gli antichi egizi lo utilizzavano pure per facilitare ai morti il passaggio all’altra vita, mentre, nelle varie civiltà, sommi sacerdoti e re hanno indossato il lapislazzuli come amuleto e come ornamento. Attualmente, le pietre possono essere vendute sia allo stato grezzo, cioè semplicemente pulite dopo la loro estrazione, sia burattate, cioè lavorate per renderle lisce, oppure lavorate in gioielleria dando loro una forma specifica : a cabochon, cioè prive di sfaccettature, oppure a pallina, a sfera, ad uovo, a piramide o ad obelisco. Si entra allora nella sfera dell’influenza della forma sulla psiche umana grazie al simbolismo che l’individuo gli attribuisce consapevolmente o meno (per esempio, in genere la forma della piramide è considerata attirare le
Tutte le pietre e i cristalli (qui ne enumeriamo un’infima parte) sono anche associate, nelle diverse discipline esoteriche, ai numeri (nella numerologia), ai pianeti e alle costellazioni (in astrologia), agli angeli (in angeleologia), ma le indicazioni sono talmente discordi tra gli autori, nonostante la loro condivisione di identiche teorie, che è inutile in questa sede accennare a un’associazione qualsiasi tra il blu, le pietre di colore blu o il lapislazzuli ed un altro elemento di quelli sopra elencati.
r.g.
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l colore blu è uno degli elementi più universali e affascinanti nella nostra vita, ed è stato considerato un simbolo di serenità, spiritualità e guarigione per secoli. Questa che segue è una selezione del contest fotografico che presentiamo in anteprima ed eccezionalmente ai nostri lettori, proprio per raccontare e celebrare il blu e le sue qualità, esplorando in particolare il suo legame profondo con i concetti di salute, natura e benessere. Ogni fotografia proposta, che è stata selezionata tra migliaia provenienti da ogni parte del mondo, dal gruppo Rainbow fondato e coordinato da Nilo Domanico, non solo cattura la bellezza del blu, ma invita a riflettere sulla sua forza, sul suo fascino e sulla sua potenza calmante, purificatrice e rigenerante.
biente, tra dinamismo della vita e tranquillità che il blu evoca. Ogni immagine è un invito a adottare uno stile di vita più salutare, a cercare la connessione con la natura, a praticare la meditazione, a vivere in sintonia con il ritmo naturale del mondo. Questa raccolta fotografica ha un ulteriore scopo: valorizzare la bellezza del mondo che ci circonda e quella che troviamo dentro di noi. Le immagini non sono solo opere artistiche, ma anche patrimonio visivo da portare a casa, dove il blu può diventare un simbolo di equilibrio e serenità. Ogni scatto è dunque un’opera che invita a riflettere sul nostro benessere e sulla connessione spirituale che possiamo stabilire con il mondo che ci circonda. Non solamente, allora, un’esperienza estetica, ma un invito a tuffarsi profondamente nel blu, a sentirne la potenza rigenerante, ad abbracciare la serenità che questo colore porta con sé. Ogni fotografia sfida a guardare dentro noi stessi, a percepire il fiato che attraversa la nostra vita, a sentirci in sintonia con la natura e con la spiritualità che il blu rappresenta. Il respiro blu è un invito alla calma, alla pace, alla guarigione e alla trasformazione interiore.
Il blu: un colore con una storia e una profondità universale. Non solo il colore del cielo sereno di notte o delle profondissime acque oceaniche. Anche quello primario nella pittura, simbolo di infinite possibilità e spazi, come nel caso delle distese marine o del cielo che si estende oltre l’orizzonte. È da sempre associato a dimensioni spirituali e cosmiche, capace di evocare sia il mistero che l'illuminazione. Il Blu, allora, e stavolta anche come riflessione della bellezza in movimento. Oltre il semplice racconto di un colore, la raccolta fotografica esplora infatti la bellezza che scaturisce dal dinamismo del corpo, delle persone, dei luoghi. Il blu diventa così il filo conduttore di un racconto che unisce natura, società e salute, in un’unica, fluida esperienza. Le immagini ritraggono istanti quotidiani: attività fisiche, paesaggi naturali, persone, momenti di introspezione, di meditazione, di riscoperta di sé. Il blu, che per sua natura evoca calma e tranquillità, veicolo di un messaggio di rigenerazione e speranza.
In fotografia, il colore blu ha una particolare potenza simbolica e visiva straordinaria, ed è stato utilizzato in vari contesti per evocare emozioni, creare atmosfere particolari e trasmettere significati profondi. Il blu è, come detto, il colore del cielo notturno, e per questo viene frequentemente utilizzato per catturare l’intimità e il mistero delle ore notturne. L’uso di toni blu in una fotografia notturna può conferire una sensazione di magia e magnetismo, così come nella Blue hour (ora blu) poco prima dell’alba o dopo il tramonto, fotografare permette di ottenere immagini morbide e delicate, con una luce diffusa che amplifica la sensazione di pazienza e serenità. È l’ora preferita dai fotografi per catturare paesaggi urbani e naturali con una luce soft e non troppo contrastata. Ma il blu è anche utile per creare atmosfere surreali o concetti astratti. L’uso di tonalità blu estreme, accostate a contrasti insoliti con altri colori come il rosso o il giallo, crea effetti visivi unici e attira l'attenzione su temi legati alla società, alla psicologia o alla critica culturale.
Le fotografie rivelano il movimento fisico e quello interiore, dal gesto quotidiano di chi pratica sport, alla serenità di chi si concede una pausa di riflessione. La vitalità, simbolo di una salute che non è solo fisica, ma anche emotiva e mentale, è qui messa in scena attraverso il blu che si fa metafora di un mondo che respira, cresce e si rigenera. Ogni scatto, invita a rallentare, a riflettere e a trovare nel respiro blu un’ancora di tranquillità e forza.
Il colore blu è dunque un potente strumento visivo e simbolico in fotografia. Dalla sua capacità di evocare emozioni, al suo utilizzo per rappresentare concetti di profondità spirituale e mistero, è un colore capace di trasmettere una varietà di sensazioni, dalla calma alla malinconia, e di creare immagini che parlano al cuore, stimolando sia una risposta estetica che emotiva negli spettatori.
Il blu rappresenta un soffio profondo, che attraversa e purifica. Il respiro non è perciò solo quello fisico, ma anche quello dell’anima che si nutre di serenità, consapevolezza ed equilibrio. L’invito che queste fotografie ci fanno è proprio quello di respirare con lentezza, di immergersi nel blu come un elemento capace di purificare e rigenerare, un incontro armonioso tra corpo e am-
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Con il violino blu, il liutaio Stefano Trabucchi da Cremona alla corte reale di Bangkok… È bello a vedersi, ma anche a suonarsi… Uno strumento assai speciale, in un contesto specialissimo di Roberto Messina
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a suggestiva storia del "violino blu" è in sintesi quella di una commissione assai speciale, per uno strumento specialissimo... Tutto nasce in un contesto dorato, a Oriente, Bangkok per l’esattezza, in seno alla “Princess Galyani Vadhana Institute of Music”, prestigiosa e rinomata scuola di perfezionamento per giovani strumentisti di talento, fondata dalla principessa Galyani Vadhana, sorella dell’amato re thailandese Bhumibol Adulyadej (Rama XI).
nomati e affermati artigiani-artisti, espressione felice e moderna della formidabile e antica scuola di Cremona, è stato così ordinato e commissionato un violino blu. Facile a dirsi ma non a farsi, Trabucchi è riuscito a dare vita ad un esemplare unico al mondo. Un capolavoro, che pur mantenendo la tradizionale metodologia costruttiva della liuteria classica cremonese, si è, per così dire, "vestito", ammantato di una livrea inedita e speciale. “La verniciatura di questo esemplare - ci ha spiegato il maestro nella sua affascinante bottega di Cremona in via Bella Rocca, cuore della città, due passi da Piazza Stradivari e dal Museo del violino - è stata letteralmente una sfida, una partita ardita, a cominciare dal lato tecnico. Le nostre vernici, quelle che usiamo abitualmente, per capirci, tendono al giallo. Per cominciare, ho perciò dovuto inventare un nuovo sistema per mantenerne intatta la trasparenza, e immutata la possibilità di percepire tutta la grande bellezza delle tinte naturali del legno, delle marezzature dell’acero e delle venature dell’abete della Val di Fiemme. E nel contempo, far risaltare il blu della principessa Vadhana. Un risultato raggiunto con l'impiego di pigmenti estratti dai lapislazzuli, con sopra una vernice totalmente trasparente”.
Prima della sua scomparsa, la principessa aveva tenuto ad avviare nella capitale thailandese una scuola di musica che potesse spiccare per qualità dell'organizzazione e dell'offerta culturale e formativa. E soprattutto per la "visione" e l'apertura, decisamente rivolte al futuro. La principessa Vadhana aveva un colore prediletto, il “blu cielo”, utilizzato sovente per i suoi vestiti regali e le decorazioni. Da qui, la curiosa e indubbiamente originale idea di coloro che hanno proseguito ed ereditato la significativa e lusinghiera mission di mecenatismo della regnante, di voler far costruire strumenti classici (un violino, un pianoforte ed un clavicembalo) con questo particolare e indubbiamente raffinato e spettacolare colore.
Il violino blu, ha avuto un gran successo, inaspettato, con un impressionante risalto mediatico: migliaia di
Al maestro liutaio Stefano Trabucchi, uno dei più ri34
condivisioni sui social, servizi tv e video internet, articoli sulla stampa nazionale e internazionale. In Italia ne hanno scritto, tra gli altri, la Repubblica e Ulisse.
“La verniciatura di questo esemplare - spiega il maestro Trabucchi - è stata letteralmente una sfida, una partita ardita, a cominciare dal lato tecnico. Un risultato raggiunto con l'impiego di pigmenti estratti dai lapislazzuli, con sopra una vernice totalmente trasparente ”
Trabucchi, 49enne sondriese, dal 1992 con la sua superba bottega cremonese, messaggero liutaio globetrotter in perenne tour per il mondo a rappresentare e promuovere la sua arte e quella di cui è legittimo erede, e dopo due mesi di lavoro (uno solo per la verniciatura!) ha dunque creato un’altra meraviglia di strumento con la sua resa acustica che risulta assolutamente indenne, uguale alle altre, per nulla soffocata dall’esclusiva necessità cromatica. E nulla, al solito, viene per caso. In un suo precedente viaggio thailandese del 2015, commosso ed entusiasmato dal grande affetto dei thailandesi per la loro famiglia reale, Stefano aveva realizzato un violino dedicato all’allora sovrano Rama IX, decorato con il suo stemma, che aveva spedito a Bangkok. Omaggio tanto apprezzato, da essere prontamente esposto nella superba mostra dedicata al re nella capitale thailandese.
Sotto, la certificazione del violino blu per la principessa Galyani Vadhana. In basso, la bottega di Via Bella Rocca a Cremona
"Sono andato personalmente a consegnare il violino blu lo scorso novembre - racconta Trabucchi - e sono tornato in Thailandia quando è stato suonato alla cerimonia di consegna dei diplomi agli allievi dell'Istituto, presente la principessa Sirindhorn. Sorpresa nella sorpresa, a fianco del mio strumento, un incredibile pianoforte blu realizzato dalla Steinway! Che dire? Emozione alle stelle e gioia per questo duo propriamente fantastico!".
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I tanti “blu” di Lino Patruno Jazz classico, eredità blues, e sempre swing: l’anima profonda di una leggenda della musica l Premio alla Carriera del Cotton Club di Roma ha suggellato appena qualche tempo fa in modo naturale un percorso artistico, professionale e umano di straordinaria coerenza: quello di Michele Patruno, detto Lino, nato a Crotone nel 1935, romano d’adozione, cittadino del mondo e “onorario” di New Orleans, città matrice del jazz e del blues, di cui ha ricevuto simbolicamente le “chiavi”. Non si tratta soltanto di un riconoscimento a un grande musicista, ma alla sua idea di musica come linguaggio culturale, civile ed emotivo, capace di attraversare il tempo senza perdere senso.
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La sua vicenda artistica dimostra come la tradizione non sia una gabbia, bensì un trampolino. Il suono del suo banjo - insieme graffiante e melodico, popolare e sofisticato - è il nodo di un incontro costante tra passato e presente. È jazz che fa swing, attraversato non troppo da lontano da quel blu profondo del blues: una malinconia fertile, mai paralizzante, che diventa spinta creativa. Patruno ha restituito al banjo un ruolo centrale nel jazz europeo, sottraendolo a una marginalità culturale e riportandolo nel cuore pulsante della scena musicale, dove ritmo, improvvisazione e racconto convivono.
Autodidatta dai saperi solidissimi, polistrumentista (chitarra, contrabbasso, pianoforte e soprattutto banjo), storico del jazz classico e del dixieland, compositore per cinema e teatro, uomo di cabaret, volto televisivo, collezionista instancabile di dischi, insegnante e divulgatore, Patruno è soprattutto un narratore. Ogni sua esecuzione diventa con lui, infatti, una sorta di racconto. Ogni concerto, una relazione. In questo modo di “dire” la musica è già presente con il blues: non solo genere, ma postura dell’anima, confessione condivisa, colore emotivo.
Nella sua casa romana di Monte Mario, un vero sancta sanctorum di libri, dischi e strumenti, è nata recentemente l’idea di un libro-omaggio alla sua carriera, poi edito da Academ, con una lunga intervista introduttiva e diverse prestigiose “testimonianze” raccolte tra i tanti suoi amici ed estimatori. Ed è proprio da queste domande che è emerso il senso profondo di una vocazione. “Da Crotone la mia famiglia si è trasferita ad Avigliana, poi a Tarquinia e infine a Roma”, racconta. L’incontro decisivo avviene grazie ai Victory Disc americani: Glenn Miller, Benny Goodman, Artie Shaw. “Fu un colpo di fulmine”. Ma le vere folgorazioni portano già nel nome il segno del destino: Muskrat Ramble, Tin Roof Blues, Perdido Street Blues. Il blues entra così nella sua vita come suono, parola e impronta emotiva indelebile. Dal jazz al cabaret, il passo è rapido. Nei primi anni Sessanta, Patruno lavora per Ricordi, CBS e Blue Note, suona nei locali milanesi, poi arriva il successo clamoroso dei Gufi, “il primo gruppo cabarettistico italiano veramente all’avanguardia”. Anche sotto l’ironia e la satira, resta intatto il ritmo jazzistico, quel modo “blu” di osservare la realtà con disincanto, intelligenza e profondità. La televisione, da Portobello in poi, gli regala una popolarità enorme. Ma Patruno non indulge nelle 36
illusioni: “L’Italia non è il paese della musica, è il paese delle canzonette”. È una frase che suona come un blues asciutto e lucidissimo, privo di vittimismo, ma carico di verità. Ritornando agli anni della formazione, emerge un elemento solo apparentemente distante dalla musica: gli studi da geometra. “Mi hanno insegnato razionalità e precisione”, spiega. E quando gli si chiede se l’artista sia un po’ geometra, risponde: “Un po’ tutti e due”. Anche qui il parallelismo con il blues è evidente: una struttura semplice e rigorosa che lascia spazio all’invenzione, all’espressione personale. Tra i grandi incontri musicali spiccano Joe Venuti, “uno dei geni della storia del jazz”, Chet Baker, Mingus, Monk, Gillespie, oltre a figure del cinema e della cultura come Fellini, Avati, Gassman, Troisi. Ma Patruno resta severo verso il jazz contemporaneo, accusato di aver perso colori, sapori e rapporto con la storia. Senza quel blu originario, avverte, il jazz rischia di ridursi a esercizio atletico, privo di anima. “A Lester Young bastava una nota”, ricorda, riaffermando una lezione profondamente blues, dove l’intensità conta più della velocità. Il blu, però, non è soltanto musica. È anche paesaggio e memoria. Nei ricordi d’infanzia a Crotone, la casa affacciata sul porto unisce il rumore delle onde ai dischi di Armstrong, Ellington, Goodman, Jelly Roll Morton. “Un sottofondo venato di piacevole malinconia”, dice Patruno. Il blu del mare Ionio diventa
così parallelo al blu del blues: entrambi evocano una nostalgia dolce, mai disperata, sempre generativa. Il colore dell’acqua che diventa colore del suono. I ritorni in Calabria - da Crotone a Copanello, da Montepaone Lido a Stalettì - assumono un carattere quasi metafisico: la luna sulle onde, le rifrazioni luminose, la musica che dialoga con il paesaggio. “Come il buon jazz – osserva - quando spinge lo swing e fa danzare corpo e anima”. La natura diventa improvvisazione, il mare una lunga nota blues che avvolge tutto. Oggi, tra incisioni per etichette storiche di New Orleans, libri autobiografici e riconoscimenti internazionali, Lino Patruno continua a suonare e raccontare con la stessa energia. “Se sono in salute è
Foto in alto con Enzo Tortora a Portobello. Sopra I Gufi, anticipatori del grande cabaret in Italia
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perché suono il jazz”, afferma con ironia. Per lui è vitalità, slancio, respiro. E il blues, con il suo blu persistente, resta la corrente sotterranea che nutre, evidente o nascosta, le frasi musicali: come il mare, come la memoria, come la vita stessa, che non smette mai di oscillare tra dolore e bellezza.
Con Federico Fellini e Alvaro Vitali sul set di Amarcord
Roberto Messina Caro Lino, ti scrivo… Pensieri e testimonianze per Lino Patruno, leggenda del jazz Pag. 144 - Prezzo euro: 20,00 Acquistabile su: https://www.academgroup.it/libri/linopatruno/ Lino Patruno è molto più che un celebre virtuoso del banjo: è un vero poeta della musica, un artista che con la sua sensibilità, il suo talento, la sua poliedricità, ha di fatto riscritto la storia della musica jazz. Ecco, anche per questo, l’idea di celebrarne l’arte e la dedizione, in un libro che raccoglie autorevoli testimonianze tra chi lo ha conosciuto, frequentato, amato e stimato, per raccontare così il suo cammino ininterrotto, che ne ha fatto un protagonista su una strada che continua a evolversi e sorprendere. Con gli scritti di: Giorgio Albiani, Renzo Arbore, Pupi Avati, Nadia Bengala, Fausto Bertinotti, Benedicta Boccoli, Mauro Carpi, Alberto Contri, Pippo Franco, Gianluca Galvani, Gianni Garko, Massimo Ghini, Giuseppe Manica, Maurizio Micheli, Minnie Minoprio, Gigi Miseferi, Franco Nero, Maurizio Nichetti, Ninì Salerno, Edoardo Siravo, Tullio Solenghi, Diego Verdegiglio, Lucio Villari.
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Oporto, una meraviglia di città e di azulejos Per costruire la propria identità, una scelta quasi naturale con il colore dell’oceano Atlantico che trasmette le tonalità nei rivestimenti ceramici degli spazi pubblici di Michele Cannatà
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lu è il colore che la città di Porto ha “scelto” per costruire la propria identità. Una scelta che sembra quasi inevitabile, naturale, profondamente intrecciata con la geografia, la storia e la cultura della città. Il blu dell’oceano Atlantico, che lambisce le coste portuensi, penetra simbolicamente nel tessuto urbano attraverso le sue molteplici sfumature, tingendo la città di una luce particolare. È un blu che riflette l’umore cangiante del mare, ma anche l’anima dei suoi abitanti: intensa, malinconica, resistente. Questo colore diventa protagonista non solo nel paesaggio naturale ma anche nell’architettura urbana, attraverso l’uso estensivo degli azulejos, le tipiche piastrelle ceramiche smaltate che decorano con motivi geometrici o figurativi le facciate di
case, chiese, stazioni e edifici pubblici. Originariamente utilizzati per abbellire gli interni degli edifici nobiliari o religiosi, gli azulejos assumono a Porto un ruolo sempre più pubblico e narrativo a partire dal XIX secolo, diventando un vero e proprio mezzo di comunicazione visiva collettiva. Il blu è anche il colore della squadra di calcio del FC Porto, simbolo di orgoglio popolare e identità cittadina. Questo legame cromatico tra sport, cultura e paesaggio contribuisce ulteriormente a consolidare un’immagine coerente e riconoscibile della città. Il blu diventa così un codice visivo trasversale, che unisce sfera privata e pubblica, quotidiano e sacro, antico e contemporaneo. Du40
rante il XIX secolo, con l’espansione urbana e l’aumento delle costruzioni civili, gli azulejos escono definitivamente dagli spazi interni per ricoprire anche gli esterni, diventando al contempo elementi di protezione dal clima umido e strumenti espressivi per raccontare storie collettive. Le superfici delle case e degli edifici pubblici si trasformano in narrazioni ceramiche, illustrando episodi religiosi, storici o mitologici, ma anche scene della vita quotidiana. Nel XX secolo e fino ad oggi, questa tradizione si rinnova con approcci contemporanei. L’arte dell’azulejo continua a essere viva, reinventata da artisti e architetti che la reinterpretano in chiave moderna, integrandola in progetti architettonici innovativi. In questo modo, Porto riesce a coniugare tradizione e innovazione, conservazione e sperimentazione. Camminando per la città si percepisce chiaramente come il blu, in dialogo con il grigio austero del granito – altro materiale identitario dell’architettura portuense – contribuisca a definire l’estetica unica di Porto. Dalla monumentale stazione di São Bento, le cui pareti interne sono interamente rivestite di azulejos che raccontano la storia del Portogallo, alle facciate delle chiese barocche, fino ai muri delle costruzioni contemporanee, ogni superficie diventa tela e memoria. Porto è una città ribelle e laboriosa, che storicamente si è opposta ai poteri centrali di Lisbona, e questo spirito indipendente si riflette anche nella volontà di raccontarsi attraverso le immagini e i colori. Gli azulejos diventano così espressione dell’identità locale, veicolo di memoria collettiva e al tempo stesso manifestazione di un’estetica popolare che non rinuncia alla bellezza neanche nella semplicità. In definitiva, il blu a Porto non è solo un colore: è un linguaggio. Un linguaggio che parla di mare, di fede, di lotta, di resilienza e di creatività. È il filo conduttore che cuce insieme secoli di storia, architetture diverse, esperienze individuali e collettive, trasformando la città in una vera e propria opera d’arte vivente.
L’architetto Michele Cannatà con il giornalista Roberto Messina a Porto, davanti la “Escola Superior de Belas-Artes”
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Dove Vienna si racconta a voce bassa: Blaue Bar, Sacher ed eredità imperiale La capitale austriaca è intreccio continuo tra intimità e grandezza, rituali quotidiani e storia universale
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’è un blu che non è soltanto un colore, ma un invito. È il blu intenso e avvolgente della Blaue Bar del Sacher, un luogo raccolto nel cuore di Vienna dove la città sembra rallentare e raccontarsi con eleganza. Da qui si può iniziare a capire Vienna: non dalle grandi prospettive monumentali, ma da un interno, da un’atmosfera, da un rito che unisce passato e presente.
La Blaue Bar è un salotto più che un bar. Lampadari di cristallo, luci soffuse, velluti e silenzi misurati evocano la Vienna imperiale senza trasformarla in nostalgia. È uno spazio che riflette l’anima della città: colta, composta, profondamente consapevole della propria storia. Di fronte, l’Opera di Stato rafforza questo dialogo continuo tra musica, architettura e vita cittadina. 42
In questo racconto, la Sacher Torte non è un semplice dolce, ma un simbolo culturale. La sua struttura rigorosa, il cioccolato scuro, la nota di albicocca nascosta e precisa parlano lo stesso linguaggio di Vienna: equilibrio, disciplina, eleganza mai ostentata. Nata nel XIX secolo, la torta ha attraversato imperi e trasformazioni, diventando una firma riconoscibile della città. Qui, quei sapori si ritrovano nei cocktail signature ispirati alla torta, tradotti in una mixology raffinata che racconta la tradizione con un lessico contemporaneo.
Vienna che era centro del mondo, luogo di rappresentanza e controllo, ma anche di vita quotidiana di corte. Schönbrunn è la misura monumentale di una città che ha fatto della bellezza uno strumento di governo. Al centro, l’Hofburg riassume tutto. È il cuore storico e simbolico di Vienna, un complesso che attraversa secoli e stili, dalla residenza imperiale al potere contemporaneo. Qui trova spazio anche il Sisi Museum, dedicato all’imperatrice Elisabetta: figura mitizzata, inquieta, moderna nella sua fragilità. Attraverso oggetti personali, scritti e ambienti privati, il museo restituisce un ritratto più umano e complesso di Sissi, riflettendo il rapporto, spesso ambiguo, tra Vienna e il proprio passato imperiale.
Uscendo dal Sacher, Vienna si apre nei suoi grandi capitoli culturali. Poco distante, il Kunsthistorisches Museum rappresenta una delle massime espressioni della vocazione artistica della città. Non è solo un museo, ma un manifesto: dalle collezioni imperiali agli straordinari capolavori di Bruegel, Raffaello, Tiziano e Velázquez, Vienna rivendica il proprio ruolo di capitale culturale europea, costruita sul dialogo tra potere, arte e conoscenza. Più a ovest, il Castello di Schönbrunn racconta invece la dimensione scenografica e politica dell’Impero asburgico. Le sue sale, i giardini geometrici, la Gloriette che domina la città restituiscono l’idea di una
Alla fine del percorso, si ritorna idealmente dove tutto è iniziato: alla Blaue Bar, a un bicchiere servito con cura, a una fetta di Sacher Torte. Vienna è questo intreccio continuo tra intimità e grandezza, tra rituali quotidiani e storia universale. Una città che non si impone, ma si lascia scoprire con lentezza, tra il blu ovattato di un bar, il silenzio di un museo e la memoria ancora viva dei suoi palazzi.
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Lungo la blue route di Amsterdam, alla scoperta dell’arte en plein air Un percorso urbano celebra questo colore come simbolo di speranza, creatività e innovazione
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msterdam, la capitale olandese famosa per i suoi canali, le biciclette e i musei straordinari, ha tra le sue innumerevoli attrazioni l’originale “Blue Route”, un percorso urbano che porta attraverso una serie di installazioni artistiche e opere pubbliche ispirate al blu. Un itinerario che non solo ne celebra la bellezza, ma che invita anche alla riflessione, stimolando emozioni e pensieri sul futuro e sul nostro legame con l’arte, la speranza e la spiritualità.
possa essere un potente strumento di introspezione e crescita personale. In un’epoca di sfide globali e incertezze sociali, il blu diventa così il colore della speranza: un invito a guardare oltre l’immediato e a pensare a un futuro migliore, dove l’innovazione e la creatività possano essere forze trainanti per il cambiamento positivo. La Blue Route non è comunque solo un omaggio all’arte contemporanea, ma anche un tributo alla storia e alla cultura di Amsterdam. La città è famosa per il suo ricco patrimonio artistico, che va dai capolavori di Rembrandt e Van Gogh alle innovazioni dell’architettura moderna. La Route si inserisce perfettamente in questo contesto, integrando l’arte urbana con la tradizione storica della città e creando un percorso che celebra il passato senza rinunciare al futuro. Ogni angolo di Amsterdam racconta una storia, e questa strada è un modo unico per scoprire questi racconti, camminando tra le vie della capitale olandese.
La “Blue Route” non è solo un percorso turistico: è un’esperienza che attraversa la città in lungo e in largo, proponendo una lettura inedita della capitale olandese. Grazie a sculture, murales e installazioni visive, il blu diventa qui il protagonista di un racconto che si sviluppa attraverso i quartieri più suggestivi, raccontando storie di innovazione, speranza e connessione umana. In un sorprendente percorso, il blu appare in tutte le sue sfumature, integrato perfettamente nell’ambiente urbano, e ha tra le opere più suggestive la scultura “Blue Planet” nel quartiere di Oosterdokseiland, che con la sua forma fluida e dinamica, evoca l’immagine di un pianeta lontano, simbolo di innovazione e visione futuristica. Nella zona di Zuidas, un enorme murale intitolato “Blue Waves” decora invece una parete di un grattacielo moderno. Con il suo movimento fluido e le onde blu che sembrano muoversi al ritmo della città, l’opera racconta il continuo cambiamento e l’innovazione che caratterizzano Amsterdam. Ogni dettaglio di questo murale è pensato per rispecchiare la vitalità e l'energia della capitale, creando una connessione visiva che cattura l'attenzione di chiunque passi di lì. Installazioni come “Inner Blue”, situata vicino alla chiesa di Oosterkerk, invitano i visitatori a riflettere sul loro benessere emotivo e spirituale, suggerendo che l’arte 45
Nascita e metamorfosi del blu jeans: una storia globale, un filo che unisce il mondo Come un indumento nato per resistere alla fatica, è diventato un simbolo condiviso di modernità, libertà e identità
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l blu jeans è forse il capo d’abbigliamento più democratico mai inventato. Indossato da re e pascià, da cowboy e marines, da operai e premi Nobel, da cantanti rock e concertisti classici, da docenti e studenti, ha attraversato secoli e continenti, trasformandosi da umile tessuto da lavoro a simbolo universale di libertà, modernità e anche stile. Se gli abiti potessero parlare, il jeans non racconterebbe magari una favola elegante. Racconterebbe di porti sporchi, miniere polverose, fabbriche rumorose, rivoluzioni culturali e concerti pop finiti all’alba. E lo farebbe senza fronzoli. Perché il jeans non è nato per piacere: è nato per resistere. Poi, quasi per errore, è diventato immortale. La sua storia non nasce in un solo luogo, ma in un intreccio sorprendente che unisce Genova del Seicento, Manchester del Settecento, San Francisco dell’Ottocento e, più tardi, Prato, Londra e Taiwan.
Genova, Seicento: il jeans prima dei jeans. Tutto comincia nella città della lanterna, quando la moda non esiste ancora e l’eleganza è un lusso per pochi. Nel grande porto della Repubblica marinara si produce una tela blu, ruvida, tinta con indaco, usata per vele, sacchi e pantaloni da marinai. È resistente, costa poco e non fa domande. I mercanti francesi la chiamano bleu de Gênes, “blu di Genova”. Pronunciatelo in fretta ed ecco servito: “jeans”. Non è ancora un capo di moda, ma porta già con sé un’idea destinata a durare: un abito pensato per lavorare, per muoversi, per vivere.
Manchester, Settecento: il jeans entra in fabbrica. Un secolo dopo, la storia passa da un porto a una ciminiera. Manchester diventa il cuore pulsante della rivoluzione industriale e della lavorazione del cotone. Qui si sviluppa il denim, una tela robusta derivata dal serge de Nîmes: non bella, ma efficace. L’innovazione non è solo tecnica, è economica. Il tessuto può essere prodotto in grandi quantità, a costi relativamente bassi. È l’era delle fabbriche, degli operai, della standardizzazione. Il futuro jeans impara una lezione decisiva: per sopravvivere deve poter essere replicato all’infinito.
In alcuni dipinti dell’epoca compaiono popolani e pescatori con pantaloni blu sorprendentemente simili ai jeans moderni. Nessuno, tra facchini e marinai, immagina di stare gettando le basi di un’icona globale. Ma intanto quel blu si fissa nell’immaginario: il colore del lavoro, del mare, della fatica.
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San Francisco, Ottocento: l’oro, i rivetti e il colpo di genio. La leggenda vera nasce in California. È il 1853 e San Francisco è una città che profuma di speranza e puzza di sudore e fango. Un immigrato bavarese, Levi Strauss, vende tessuti ai cercatori d’oro. I pantaloni si strappano, le tasche cedono. Problema pratico, soluzione geniale. Insieme al sarto Jacob Davis, Strauss rinforza i punti più sollecitati con rivetti di rame. Nascono così i primi blue jeans moderni: resistenti, funzionali, quasi indistruttibili. Non sono eleganti, non sono comodissimi, ma funzionano. I minatori li adorano, i cowboy li adottano. Il jeans diventa l’uniforme del lavoro duro e della frontiera.
Prato, Londra, Taiwan: il mondo lo rimescola. Mentre il jeans diventa un’icona culturale, qualcuno deve pur produrlo. In Italia, i cenciaioli di Prato riciclano denim molto prima che la parola “sostenibilità” diventi di moda. Il jeans diventa un laboratorio di sperimentazione: lavaggi, strappi, scoloriture. A Londra, stilisti come Vivienne Westwood lo destrutturano e lo politicizzano, trasformandolo in manifesto indossabile. Poi l’asse produttivo si sposta in Asia: Taiwan e altri paesi investono in tecnologia tessile avanzata. Il jeans diventa globale: ovunque uguale, ovunque diverso. Un paradosso perfetto. Una rivoluzione silenziosa nella vita quotidiana. Il jeans ha cambiato il modo di vestire – e in parte di vivere – senza chiedere permesso. Ha reso accettabile l’abbigliamento informale; abbattuto barriere di classe e genere; imposto la praticità come valore; creato una delle industrie tessili più importanti al mondo. È diventato il vestito delle prime volte: primo concerto, primo viaggio, primo amore, prima protesta.
Cowboy, marines e simboli di libertà. Nel Novecento il jeans cambia status. Dalla frontiera passa alle basi militari, diventa l’unif o r m e informale dei marines nel tempo libero. Dopo la Seconda guerra mondiale, torna in Europa con i soldati americani, come un souvenir rivoluzionario. In un continente abituato a giacche rigide e abiti “per bene”, quei pantaloni blu sono una piccola bomba culturale.
Sempre blu, sempre nuovo. Oggi il jeans è sostenibile, tecnologico, elasticizzato, di lusso o low cost. Ma resta fedele alla sua origine: non promette eleganza, promette resistenza. Dal porto di Genova alle miniere californiane, dalle fabbriche inglesi alle passerelle di Londra, dagli stadi rock alle strade di ogni città del mondo, il blu jeans continua a fare quello che ha sempre fatto meglio: stare addosso alla gente mentre vive. E forse è proprio per questo che, dopo quattro secoli, non è ancora passato di moda.
Hollywood, rock e cattive intenzioni. Negli anni Cinquanta accade l’irreparabile. James Dean e Marlon Brando indossano i jeans e non sorridono. Sono giovani, inquieti, ribelli. Il jeans diventa improvvisamente sospetto, persino pericoloso. In alcune scuole viene vietato. Negli anni Sessanta e Settanta il colpo finale: hippie, studenti in rivolta, rockstar. Bob Dylan, Rolling Stones, Bruce Springsteen. Il jeans è ovunque: strappato, scolorito, personalizzato. Lo indossano cantanti rock e premi Nobel, operai e professori universitari. È l’unico capo che non chiede il curriculum.
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“Cattedrali Urbane” di Anna Rosati: la forma che ritorna La “visione blu” della fotografa e graphic designer, in mostra allo Spazio Qwork di Bergamo, tra ripetizioni, metamorfosi e sacralità laica dell’immagine
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Non c’è niente come il blu che esalta le emozioni, le scandisce, le dilata, le dona alla memoria. Se l’anima avesse un colore sarebbe il blu. Del resto, blu è il mare, e blu è il cielo nel profondo con sfumature che le ore scandisce. Se le poesie avessero un colore sarebbe il blu. La lentezza è blu, la dolcezza è blu. Anche la tristezza e la nostalgia. Per questo le fotografie di Anna Rosati più di ogni altro colore dialogano con il blu. Il blu diventa il complice segreto che dona sacralità a questo luogo diversamente anonimo, restituendolo a un non tempo, in un non spazio. Sarà per questo che anche quando guardo la casa in bianco e nero, io sento il blu”. Così l’avvocato Gianluca Madonna, sulla mostra fotografica “Cattedrali Urbane” recentemente allestita con un bel successo allo “Spazio Qwork” di Bergamo, in via Palma il Vecchio 93, su idea espositiva dello stesso Madonna e coordinamento e progetto di Arianna Foresti.
La ricerca di Anna Rosati si radica profondamente nello spazio urbano come luogo simbolico, dove edifici dalla forte identità diventano tópoi concettuali, capaci di essere ripensati e trasformati pur restando unici. L’artista opera seguendo una “educazione sentimentale all’immagine”, in cui visioni e prospettive si fondono in un atto epifanico di rigenerazione. L’edificio fotografato, ripreso quotidianamente quasi all’infinito, conserva la propria essenza ma muta nello spirito che l’artista vi proietta.
come memoria originaria del luogo urbano. Cattedrali Urbane supera ogni intento reportagistico per farsi ricerca ampia e perturbante, fondata sull’archetipo e sulla forma indicale che rende l’edificio insieme caro e universale”. “La fotografia - prosegue - registra la verità del cambiamento come seconda invenzione, contraltare alla fissità dell’architettura. Così la Rosati mette in crisi la nozione di luogo e di centro, ribaltando l’immaginario dello spettatore e trasformando la percezione stessa dello spazio urbano. Il progetto, ancora in evoluzione, richiama la teoria della discontinuità di Hume: nella ripetizione fotografica ogni istante trattiene, anziché dissolvere, la materia sensibile. A questa immagine Rosati restituisce centralità, sottraendola all’oblio del quotidiano. Ogni fotogramma è trasformato mediante sovrapposizioni, saturazioni, ricostruzioni cromatiche e formali, fino a creare alterazioni visive che unificano
“Il progetto - spiega Azzurra Immediato, curatrice della mostra e del catalogo - nasce nel 2014, quando la ripetizione sembrava oscurata dal culto dell’individualità. La Rosati avvia allora un processo allegorico in cui ogni immagine, pur reiterando soggetto e inquadratura, diventa unica, trasfigurando la fotografia documentaria in un racconto emotivo sul concetto di casa 49
elementi separati nella realtà, dando vita a una nuova dimensione percettiva”. Cattedrali Urbane non è fotografia d’architettura, né urbanistica: è un progetto complesso articolato in capitoli - Umbrae, Est, Lux, Pars Construens, Codex - che compongono una mappa visiva in continuo mutamento. Ogni “cattedrale” diventa così organismo vivo e non reperto statico. L’intero progetto si configura come allegoria della memoria, archivio effimero che fissa le coordinate di un tempo perduto e in trasformazione, così come mutano l’anima e i sentimenti.
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Anna Rosati, visual artist, fotografa e graphic designer, vive e lavora a Bologna. Professionista dal 1979, già collaboratrice di Fulvio Roiter, si è dedicata a reportages in Europa, America, Africa e Asia, in seguito pubblicati su importanti magazine ed esposti in sedi di eccellenza. Laureata in Cinematografia al DAMS UniBo, successivamente ha conseguito due titoli di Alta Formazione ‘Docente e carcere, insegna re, apprendere, educare’ ed ‘Educazione estetica per la fruizione delle Arti e del Museo’. Nel 2013 ha dato vita a ‘Ri-prendere© progetti di arte e fotografia’, laboratori da lei ideati e condotti in ambiti di particolare ‘fragilità’, svolti presso l’Istituto Penale minorile di Bologna e presso l’Istituto di Riabilitazione Montecatone di Imola. Nel 2023 ha ideato per LILT Bologna - Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori - il ‘Premio LILT per la Fotografia Contemporanea’ curandone la direzione artistica e il progetto editoriale. Molti dei suoi lavori hanno ricevuto importanti riconoscimenti internazionali, fanno parte di collezioni private e sono pubblicati in prestigiosi cataloghi d’arte. info@rosatistudio.it www.rosatistudio.it Facebook annarosatiphotographer IG annarosatiphotographer
Anna Rosati: pag. 49 e 50: Pars Construens, 2020 Sopra in alto: Est, 2019 Sotto: Umbrae, 2020 Courtesy l’artista
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Domenico De Rito: la cultura della luce in architettura La disciplina del linguaggio luminoso, a supporto delle composizioni strutturali: “la luce non si aggiunge, si compone. E’ architettura essa stessa”
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uce, misura, equilibrio. Tre parole che per Domenico De Rito, architetto e studioso del linguaggio luminoso non sono concetti astratti, ma princìpi di una ricerca, di un mestiere che è anche un’arte, per lui che è anche docente di Disegno e Storia dell’Arte. Lo incontriamo a Cosenza, sua città natale, per parlare di quella che definisce “la cultura della luce”: un approccio progettuale, cioè, che unisce estetica, sostenibilità e responsabilità ambientale. Tutto l’universo obbedisce alla luce, che non è dunque un accessorio dell’architettura, ma una sua estensione naturale: “La luce non si aggiunge, si compone. È architettura essa stessa” - spiega. Da sempre convinto che il progetto luminoso debba essere parte integrante della costruzione dello spazio, ha fatto della ricerca illuminotecnica una disciplina d’autore, in cui la scienza incontra la poesia visiva nel suo linguaggio progettuale. Il colore blu, ha un ruolo privilegiato: è quello del cielo, e va tutelato dalla tanta luce errata, sbagliata, abusata… Parla, non a caso, di “inquinamento luminoso” e dice senza mezzi termini: “è una brutta bestia silente…”. Fa riferimento alla luce nella sua espressione più pura: simbolo di profondità, equilibrio e contemplazione, con il blu che rappresenta la dimensione celeste del cielo, il bianco con la luna e le stelle che non abbagliano e accompagnano nel cielo. La luce dialoga con l’ombra, crea un legame sottile tra visibile e invisibile.
colore del respiro urbano: una luce che non deve cancellare il cielo, ma lo deve rispettare, che lascia spazio alle stelle, agli astri e alla quiete. Una luce “intelligente”, che pensa alla sicurezza dei cittadini e ascolta l’universo guardando alla sostenibilità. Fin dagli inizi della carriera, De Rito ha approfondito le relazioni tra architettura, percezione visiva e tecnologia. Ha tenuto seminari e conferenze, curato progetti di illuminazione urbana e monumentale, sempre con un’attenzione particolare alla relazione tra luce naturale e artificiale. Il 2 aprile di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, istituita dalle Nazioni Unite nel 2007, e per sensibilizzare l’opinione pubblica e promuovere i diritti delle
De Rito insiste sul fatto che disegnare la luce è parte integrante del progetto architettonico, e ha messo alla base di questa sua ricerca anche l’idea di ridurre i consumi energetici e l’inquinamento luminoso, oltre che di restituire alla notte la sua dignità. In questo scenario, il blu diventa quasi il 53
Sopra, Domenico De Rito nel suggestivo Monastero dei Minimi a Cirella durante il Forum che ha ideato e curato per la “giornata internazionale della luce” lo scorso 16 maggio 2025 A lato, in convegno a Roma a spiegare la grandezza del Pantheon, una straordinaria architettura di luce della città eterna, ancora l'opera più originale e sostenibile
luce colorata, e la ricerca è applicata su diverse iniziative portate avanti in ambienti domestici e spazi di ricettività in cui questa può seguire il ritmo del giorno: “La luce, se ben progettata, permette di accompagnare la sera, di tradurre l’imbrunire che avanza”. Nel suo lavoro, la luce è comunque e sempre un armonioso dialogo tra materia e vuoto, passato e contemporaneità. In alcune analisi ha paragonato il fascio di luce dell’oculus del Pantheon ad un “raggio ideale”, una connessione simbolica tra cielo e terra, una luce mentale e sacra insieme, che attraversa lo spazio e lo rende conoscenza. I suoi progetti, spesso premiati e pubblicati, nascono da
persone con disturbi dello spettro acustico, si colorano di luce blu sculture, monumenti e luoghi simbolici nel mondo: come dire, con “il colore dell’intelligenza”, con una tinta che “pensa”, che sta al di là, davanti, e al di sopra di tutto. E De Rito sottolinea che “la luce colorata deve segnalare ‘esclusivamente’ per la comunità iniziative o eventi”. Tanti sono i suoi progetti che comunicano con la 54
un’idea di fondo che è alla fine semplice: costruire precise atmosfere e non solo illuminare. In uno dei suoi lavori più noti, il blu diventa filo conduttore tra acqua e pietra, solidità e trasparenza, e connette lo Stretto di Messina: “È il colore che unisce ciò che la geografia separa - dice -. Il blu è continuità, armonia, silenzio visivo, e sollecita, educa gli animi alla sensibilizzazione”. Per De Rito l’illuminotecnica è una vera disciplina scientifica, ma pure un’etica della percezione: “Progettare la luce significa educare lo sguardo, rispettare il buio, proteggere il paesaggio notturno”. Ecco perché considera il blu un colore “etico”: non spettacolo, ma ascolto; non invadenza, ma presenza misurata. È la luce civile per eccellenza, che dialoga con la notte senza cancellarla.
Luce di colore blu per sensibilizzare la comunità, nel progetto per il Mausoleo Romano di fronte l’isola di Cirella in Calabria
Quando gli chiediamo dei suoi progetti più recenti, sorride: “Oggi mi interessa soprattutto creare atmosfere domestiche in cui la luce segue il ritmo del giorno. La luce permette di accompagnare la sera, di tradurre il crepuscolo”. Nei suoi interni, la luce, perciò, accoglie, abbraccia, stabilisce una pausa, una temperatura dello spirito. È una luce che “respira”. Il blu è evidentemente la tinta che più ama Domenico De Rito, non solo per le sue opere, ma per dire, anche quando sceglie semplicemente i tessuti e gli abiti da indossare… È molto più, dunque, di una scelta cromatica. È una consapevolezza autentica e discreta, un pensiero colto e al tempo leggero. E poi, in conclusione del nostro incontro, sorridendoci dice: “cosa c’e’ di piu’ bello che guardare il cielo e le stelle?”.
Le muffe “nobili”dei formaggi, ingrediente segreto che ha rivoluzionato il gusto Dal Gorgonzola al Roquefort, la magia blu fa esplodere i sapori come solo un piccolo fungo può fare...
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chi non piacciono i formaggi con un po’ di “personalità”? Quelli che, appena li tagli, non sono solo cibo, ma un viaggio sensoriale inaspettato e a volte persino audace? E se ci si sta chiedendo cosa ci sia dietro questa magia del gusto, la risposta potrebbe essere… muffa! Non una muffa qualsiasi, beninteso, ma una “nobile”, conosciuta soprattutto come muffa blu, e niente affatto come quella che si trova nel pane dimenticato in fondo al cassetto. Qui si parla di una delle invenzioni più geniali dell'arte casearia. vato il suo posto nel cuore dei buongustai, anche grazie alla sua cremosità unica e al gusto che sa di noci e di storia. Le muffe blu non sono solo belle da vedere, ma sono artefici di un cambiamento radicale nel formaggio. Ecco cosa fanno. Sapore: oltre alla cremosità e alla consistenza variegata, le muffe regalano un sapore che può spaziare dal piccante al salato, con note di terra e, per alcuni, una punta di dolcezza. Aroma: il profumo è inconfondibile, è un po’ forte, un po' terroso, ma soprattutto avvolgente, e una volta che entra nelle narici, non c’è più via di scampo. Struttura: il formaggio cambia consistenza grazie alle muffe, che lo rendono più morbido, ma in alcuni casi anche più friabile.
Le muffe blu, appartenenti al genere “Penicillium” (lo stesso nome della famosa penicillina, ma con un “twist” più gourmet), sono vere e proprie protagoniste di alcuni dei formaggi più amati e odiati al mondo. Perché odiati? Beh, c'è chi non ama il loro odore pungente, ma per molti, quella fragranza potente è invece la chiave del loro gusto più ricco, incisivo e complesso. Ma come fa un fungo a trasformarsi in un ingrediente prelibato? La risposta è semplice: magia e scienza! Durante la lavorazione, “Penicillium roqueforti” (la varietà più usata per i formaggi blu) viene aggiunto al latte o alla cagliata. Questo processo dà vita alle tipiche venature blu-verdi che si espandono all’interno del formaggio. E quando questo viene forato con aghi metallici, l’aria entra e accelera la crescita della muffa. La ricetta del successo? Un mix di umidità, temperatura perfetta e, ovviamente, un po' di pazienza.
Ammettiamolo: mangiare un formaggio blu è assistere a un’esplosione di gusto. L’incontro tra quello ricco e pungente della muffa e la cremosità del formaggio è una delle esperienze gastronomiche più intriganti che esistano. E sì, se è vero che a molti non piace il suo odore, è altrettanto chiaro che quando il formaggio arriva sulla lingua, è un’onda di piacere senza pari. La muffa blu è un piccolo miracolo della natura e dell'ingegno umano, ed è una delle ragioni per cui il mondo dei formaggi non smette mai di sorprendere.
Quando si parla di formaggi blu, l’Italia non è certo in seconda fila. Il Gorgonzola, con le sue venature verde acceso, è il classico che non ha bisogno di presentazioni. I cugini transalpini vantano, invece, il Roquefort, che matura nelle misteriose grotte dei monti del sud della Francia, regalando una consistenza friabile e un sapore deciso che sfida le papille gustative. E poi c'è lo Stilton inglese, il formaggio blu che ha tro57
Un tulipano di vetro per degustare l’olio extra vergine di oliva Per effettuare valutazioni basate solo sulle reali percezioni olfattivo-gustative senza influenzare il giudizio, gli assaggiatori professionisti utilizzano bicchieri di colore blu cobalto di Maria Grazia Barone
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utti noi abbiamo familiarità con i gesti e le ritualità tipiche della degustazione del vino, ma quanti conoscono le regole per assaggiare l’olio ottenuto dalle olive? Molti penseranno che, come per il vino, la prima cosa da fare sia osservarne il colore. Niente di più sbagliato!
sensazioni che rendono un olio gradevole. La valutazione organolettica o Panel Test è l’insieme delle sensazioni olfattivo-gustative-tattili che vengono percepite quando il campione di olio viene analizzato con gli organi di senso da un gruppo di assaggiatori addestrati. L’analisi sensoriale sfrutta la capacità degli organi di senso di reagire a stimoli di origine chimica, chimico-fisica e fisica; il sistema nervoso periferico permette l’interconnessione tra l’ambiente circostante e il cervello. I sensi maggiormente coinvolti nella percezione delle caratteristiche organolettiche dell’olio sono il gusto, l’olfatto e il tatto.
Colore e limpidezza non sono infatti correlati alla qualità del prodotto. Un olio è più verde se più ricco in clorofille, più giallo se più ricco in caroteni; i pigmenti dipendono dalla varietà delle olive, dallo stadio di maturazione dei frutti al momento della raccolta, dal sistema di estrazione (frangitore), ma anche dalla presenza di foglie. Limpido/torbido dipende invece dalla presenza o assenza di filtrazione, ma la qualità è legata essenzialmente al prodotto di partenza. Un olio limpido è più bello di un olio torbido, anche se quello torbido è maggiormente associato ad un concetto di genuinità.
La valutazione organolettica di un olio finalizzata alla sua classificazione merceologica (extravergine, vergine o lampante) è affidata ad un gruppo di esperti assaggiatori (Panel) formati attraverso una selezione ed un periodo di allenamento. Essi, con l’ausilio delle tecniche di degustazione e attenendosi a dei criteri standard fissati dal COI, Consiglio Oleicolo Internazionale, stilano un profilo dell’olio che mette in evidenza pregi ed eventuali difetti in base all’intensità espressa.
Per questi motivi, quando si vuole descrivere l’olio in maniera oggettiva, per determinare la classe merceologica, la presenza di fruttato e l’assenza di difetti, la fase visiva deve essere tralasciata. Un olio dal bel colore più o meno verde non è detto che sia privo di difetti. Quindi per effettuare valutazioni basate solo sulle reali percezioni olfattivo-gustative e non essere influenzati nel giudizio gli assaggiatori professionisti di olio utilizzano bicchieri di colore blu. Perché è importante assaggiare l’olio? Negli oli ottenuti dalla spremitura delle olive ci sono delle caratteristiche che la sola analisi chimica non riesce a cogliere e quindi è necessario eseguire l’analisi sensoriale. Essa è importantissima in quanto permette di individuare la presenza di eventuali difetti nonché l’armonica percezione delle
Il Consiglio Oleicolo Internazionale ha messo a punto un metodo che stabilisce le regole che il gruppo di assaggiatori addestrati e guidato da un capo panel deve seguire per avere dei risultati oggettivi e ripetibili. Per questa ragione il COI ha stabilito che per una appropriata analisi sensoriale degli oli da olive bisogna utilizzare un bicchiere di assaggio standard che abbia determinate caratteristiche. Il metodo definisce ogni dettaglio del bicchiere: le dimensioni, la forma, il colore. Esso deve essere di colore blu co58
balto dalla caratteristica forma di tulipano. La forma consente di tenere il bicchiere comodamente in una mano, mentre l’imboccatura più stretta guida gli aromi verso l’alto e ne facilita l’identificazione.
Ciò sarebbe un grave errore e un sicuro danno per il consumatore stesso poiché la luce è responsabile del processo di fotossidazione dell'olio, processo molto più rapido dell'autossidazione causato dall'aria. In definitiva, per assecondare la scelta di alcuni (pochi) consumatori, che vorrebbero accertarsi anche del colore dell'olio, si arrecherebbe un grande danno al prodotto e, quindi, al consumatore stesso.
Il bicchiere viene poi coperto con un “vetro di orologio”, vale a dire con un disco di vetro di forma convessa delle dimensioni adatte a chiudere l’imboccatura, per trattenere nella parte alta del bicchiere i composti aromatici che si sviluppano dall’olio.
In definitiva quando parliamo di olio, sforziamoci di mettere da parte il senso della vista e viviamo la degustazione come un momento di piacevolezza, di massima concentrazione dei sensi, di estasi del palato e dell’olfatto. Attraverso questo atto tanto terreno quanto metafisico, riusciremo a evocare tutta la storia del prodotto degustato nella sua autentica espressione.
Qualche anno fa un gruppo di esperti aveva proposto di sostituire i classici bicchieri blu con dei corrispettivi di colore rosso sostenendo che questo avesse un effetto schermante migliore. La cosa però non ha incontrato il favore degli assaggiatori professionisti e a difesa del bicchiere blu cobalto sono intervenuti anche esperti di altri settori. Per esempio, Juliet Zhu, psicologa all’Università della British Columbia, ha commentato che “mentre il rosso richiama alla nostra mente il segnale dello stop, del pericolo, dell’ambulanza, il blu è il colore del cielo, del mare, della sicurezza. Quando l’ambiente è percepito come sicuro le persone sono più esplorative”, quindi più aperte a cogliere tutte le percezioni. Se l’assaggio professionale richiede il bicchiere regolamentare blu cobalto, i consumatori vogliono degustare, non assaggiare l'olio extra vergine d'oliva. Piace loro vedere la bottiglia e partecipare al piccolo rituale del bicchierino blu tra le mani che in pochi secondi si riempie di quel tanto di olio che farà venire la voglia di metterci il naso dentro. C'è chi si confronta con l'esperienza diretta dell'assaggio, chi invece si sforza per recuperare tutte le visioni ed i ricordi legati a questo meraviglioso prodotto. Alla fine, però tutti vorrebbero dare una sbirciatina al colore… Anche al momento dell’acquisto di una bottiglia di olio alcuni consumatori sono orientati a scegliere in base al colore. Se volessimo assecondarli si dovrebbero utilizzare bottiglie di vetro bianche e trasparenti.
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Più verde di così... c’è il blu della Mercorella! Un’erba alimurgica con varie proprietà e la curiosità di tingere di blu, si incontra nei terreni smossi, sui muri, ovunque. Forse non da tutti conosciuta, ma vista sicuramente di Giacinto De Rosario
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uando ami stupire, e vuoi stupire piccoli e grandi, allora usa la Mercorella. Questa frase mi è tornata in mente per questo articolo sulla neonata rivista “Blu”, per parlare di un vegetale, pianta, frutto, bacca o altro, che avesse questa coloritura, blu allora, che vi racconterò adesso come in un noir... con la sorpresa alla fine.
Ma il Blu? Un attimo! Le piante in generale tutte, ci narrano un presente che è passato per le sue fibre (cotone, lino, ortica, abbiamo volato con ali di stoffa e colla), il loro gusto (carciofo, spinacio), il loro sapore (alimo, asparago), la loro essenza (legno per mobili, traversine per treni), i loro profumi (sandalo, rosa), gli oli essenziali, la farmaceutica (il salice con l’acido acetilsalicilico) la cultura (i libri, i papiri), i coloranti (robbia, cassia, hennè indaco) e tanto, forse tutto altro. Con la chimica fine, ce ne siamo finalmente allontanati, ne siamo orgogliosi. Un po' meno per quelli che chiamiamo “effetti collaterali”. Neanche li descrivo. In questo momento ne soffro io stesso. È la modernità!
Tornando alla memoria delle memorie, ascoltata dalla ruvida voce (sempre cara) della mia nonna paterna in quel di Montalto Uffugo, che sia vero quel proverbio africano ...che “quando muore un anziano brucia una biblioteca” (Amadou Hampatè Ba). Mah! Stupire, del resto, è vezzo da cuoco, e molti colleghi prendono alla lettera l’espressione: anche l’occhio vuole la sua parte. E così ci “ubriacano” di macchie, striature, semini ignoti... ma questa è un'altra storia.
Quando Isaac Newton si interessò di questa pianta, lo fece all’interno della sua ricerca botanica chimica sui coloranti. Rimase stupito, dello stesso stupore che ebbi quando nonna, in uno dei suoi rari momenti d’allegrezza, staccando la Mercorella dal terreno presso l’uscio, la immerse in una bacinella d’acqua… Sotto i miei occhi (ma provateci da soli) l’acqua divenne di un blu intenso… Certo nulla di magico, colpevole di ciò è l’Ermidina, un alcaloide, che ossidandosi produce il delizioso fenomeno. Dura poco, poi diventa gialla. E così Newton, ed io non ne facemmo nulla. Resta lo stupore, per un fenomeno a costo zero, per l’allegrezza di mia nonna, e per dare qualcosa di blu a questa novella rivista...
Sì, la Mercorella (Mercurialis Annua) dunque. Come cuoco Alimurgico, la incontrai tardi in cucina, poche foglie lessate come gli spinaci. D’uso soprattutto al centro-nord. Sapore per niente notevole, essendo anche tossica, anche se quasi niente dopo cottura. Più importante lo è per le sue proprietà salutistiche. Queste regalateci da Mercurio (da cui il nome) dio greco, che ce ne elargì la conoscenza. Il suo infuso, istillato nell’orecchio per le sordità (e qui scomodiamo Ippocrate) sia perché è una pianta galattofuga, cioè blocca o rallenta la produzione di latte materno. Infine, in piccole e dosatissime dosi, è diarroica, emolliente delle feci dure. Nella cultura contadina, la sua presenza in vigna porta ad un cattivo vino. La si incontra nei terreni smossi, sui muri con un po’ di ristagno, ovunque. Foglie seghettate, di un verde tenero tenero. Nessuno di noi può affermare di non averla vista, forse non conosciuta, ma vista sicuramente.
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