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Settimanale di politica, cultura ed economia realizzato dal Centro di Studi e iniziative culturali “Pio La Torre� - Onlus. Anno 5 - Numero 44 - Palermo 12 dicembre 2011

ISSN 2036-4865

La carica dei sindaci


Lettera aperta a Caruso e Cancellieri “Non vendete i beni confiscati ai boss” Vito Lo Monaco gregio signor Ministro, Caro signor prefetto, ddddddddddd dita sarebbe penalizzata un’altra volta. E poi l’Agenzia cosa potrebbe vendere? Come Lei, prefetto Cadissentiamo dalle vostre recenti dichiarazioni sulla vendita ruso, afferma, solo i pezzi migliori. Chi li potrebbe acquistare? dei beni confiscati che non sarebbe un tabù dopo la pubbliChe fine farebbero gli attuali condomini affittuari nei palazzi cazione del d.lgs n°159 sulle misure di prevenzione antimafia. Vi confiscati che, in questi tempi di crisi, sicuramente avrebbero è nota l’opposizione di tutte le componenti sociali e istituzionali difficoltà a esercitare il diritto di prelazione? E per le scuole ubidell’antimafia - dalle associazioni antimafia alle rappresentanze cate negli edifici confiscati, quegli Enti locali sull’orlo del dissedel mondo del lavoro e delle imprese, da ANM alla Regione Sicilia sto finanziario troverebbero i capitali per acquistarle? Inoltre e all’ANCI - alla vendita dei beni confiscati per fare cassa che semcon tutte le prudenze e i controlli possibili la vendita non impebra essere diventata la priorità nella gestione dei beni confiscati ai direbbero a insospettabili “teste di turco” di acquistarli per conto mafiosi. delle organizzazioni mafiose espropriate le quali, nella crisi atRicordo a tutti noi che la priorità fissata dalla legge Rognoni-La tuale, sicuramente sono le uniche a disporre di enorme liquidità Torre e della l.109/1996, due conquiste legislative storiche dello frutto dei loro traffici illeciti e magari di capitali scudati e perciò Stato italiano per il contrasto alle mafie, è il riuso per fini sociali legali. Sicuramente indagini diligenti saranno in grado smadei beni confiscati onde dimostrare che l’Antimafia risarcisce la scherare il prestanome, ma intanto saranno trascorsi anni dusocietà danneggiata dall’esproprio mafioso. Se non vengono rirante i quali i gruppi criminali avrebbero modo di farsi beffa mossi tutti gli ostacoli procedurali e comportamentali al riuso sodello Stato di diritto e riaffermare il loro dominio nell’economia, ciale dei beni confiscati e l’Agenzia, invece, procede alla loro nella società e nella politica. vendita, pur nella trasparenza dei bandi e dei controlli, sancisce Tutto questo non ci sta bene. Il Governo attuale dovrà recupel’impotenza dello Stato a perseguire il fine prioritario previsto dalle rare l’occasione mancata del cosiddetto leggi Rognoni-La Torre e 109/96. Inoltre non “nuovo Codice antimafia” come ha richiesto revoler affrontare, subito, le obiezioni che concordemente sono state formulate sul nuovo CoL’Agenzia pensi su- centemente a Palermo quel vasto schieramento, del quale riferivamo prima, proponendo dice delle misure di prevenzione antimafia, già bito all’assegnazione immediate modifiche del d.lgs 159/2011. rifiutate dal precedente Governo nonostante non si può trattare la delicata questione fossero state fatte proprie dalle Commissioni definitiva dei beni per Primo: della gestione dei beni confiscati con le proceGiustizia delle due Camere, ci fa pensare a un ulteriore passo indietro nell’azione antimafia. uso sociale. Altri- dure del diritto fallimentare. Secondo: la confinon può essere “breve” e il processo Noi siamo stati e siamo tra i più accesi sostenimenti sarà stato fatto sca “lungo” perché alla fine si restituirebbero i beni tori dell’Agenzia unica per i beni confiscati, purché dotata di personale sufficiente e presente un altro grande ai vecchi proprietari sospettati. Terzo: la tutela dei terzi non può prevalere a scapito dell’intesul territorio nazionale, in concerto con le Repasso indietro nella resse pubblico. Quarto: i proventi della configioni e gli Enti locali, la magistratura, gli ammisca devono essere devoluti prioritariamente al nistratori giudiziari, le forze sociali, gli esperti e, lotta antimafia territorio dove è allocato il bene e al rilancio imse è permesso, anche con le componenti del prenditoriale dell’azienda. movimento antimafia, che si sono prodigate per Esprimendo la nostra ferma opposizione alla vendita dei beni diffondere un coscienza critica antimafiosa, sia in grado di assicuche la legge elenca come ultima possibilità, non muoviamo da rare rapidamente l’assegnazione e la destinazione dei beni immoalcun preconcetto, ma solo dall’impegno storico di tenere dritta bili e la prosecuzione delle attività produttive delle aziende onde la barra antimafia, come l’hanno tenuta tutti coloro che sono garantire, nella legalità, più lavoro e sviluppo. stati uccisi dai clan per essere stati coerentemente antimafiosi: Prima di pensare alla vendita l’Agenzia pensi subito alla assegnaservitori dello Stato, imprenditori, preti, semplici cittadini, politici. zione definitiva dei beni già in uso alla Regione e agli Enti locali. Sul terreno scottante di una grande questione storica sociale e L’Assessore regionale Gaetano Armao ha dichiarato che la Repolitica, come il contrasto alle mafie, guai a far prevalere aride gione Siciliana paga sei milioni di euro per gli affitti dei beni confie tecniche considerazioni aziendalistiche a scapito della tutela scati in suo uso, di cui solo tre milioni per due assessorati a dell’interesse pubblico e della sua resa immediata e differita per Palermo. Immaginiamo che questi milioni di euro vadano nella loro la democrazia e lo sviluppo libero. Per tali considerazioni chiedestinazione finale nelle casse del Tesoro per una parte, per un’aldiamo a Voi, di cui abbiamo avuto modo di apprezzare l’impetra in quelle del Fondo unico della Giustizia dal quale qualcosa gno leale di servitori dello Stato, al Governo e al Parlamento di sarà stornata alla Sicilia. Cosicché, la Sicilia, dapprima espropriata rendervi interpreti di queste concordate valutazioni e di procedal processo economico criminale col consenso di quella parte dere, di concerto coll’ampio movimento antimafia, a una applidella classe dirigente (economica, politica, istituzionale, sociale) cazione coerente con lo spirito legislativo originario. che ha usato le mafie per mantenere il proprio dominio, con la ven-

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Gerenza ASud’Europa settimanale realizzato dal Centro di Studi e iniziative culturali “Pio La Torre” - Onlus. Anno 5 - Numero 44 - Palermo, 12 dicembre 2011 Registrazione presso il tribunale di Palermo 2615/07 - Stampa: in proprio Comitato Editoriale: Mario Azzolini, Mario Centorrino, Gemma Contin, Giovanni Fiandaca, Antonio La Spina, Vito Lo Monaco, Franco Nicastro, Bianca Stancanelli, Vincenzo Vasile. Direttore responsabile: Angelo Meli - In redazione: Davide Mancuso - Art Director: Davide Martorana Redazione: Via Remo Sandron 61 - 90143 Palermo - tel. 091348766 - email: asudeuropa@piolatorre.it. II giornale è disponibile anche sul sito internet: www.piolatorre.it; La riproduzione dei testi è possibile solo se viene citata la fonte In questo numero articoli e commenti di: Giuseppe Ardizzone, Mimma Calabrò, Silvia Dentico, Antonella Filippi, Max Firreri, Pietro Franzone, Franco Garufi, Salvo Gemmellaro, Vincenzo Giannetto, Michele Giuliano, Franco La Magna, Salvatore Lo Iacono, Antonella Lombardi, Vito Lo Monaco, Francesco Manaresi, Davide Mancuso, Gianni Marotta, Annamaria Martorana, Raffaella Milia, Gaia Montagna, Michele Pellizziari, Giovanni Pica, Emilio Pintaldi, Angelo Pizzuto, Anna Politkovskaja, Francesca Scaglione, Diego Scalabrelli, Gilda Sciortino, Elio Sofia, Franco Stefanoni, Josè Trovato, Maria Tuzzo, Giuseppina Varsalona, Iacopo Viciani.


Istat, Comuni siciliani finanziaramente fragili Dipendenti dai trasferimenti statali e regionali Giuseppina Varsalona Comuni siciliani sono finanziariamente fragili e manifestano

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una forte dipendenza dalla finanza statale e regionale. Supera l’80% l’indice di ricambio generazionale, la quota, cioè, di co-

loro che usciranno dal mercato del lavoro rispetto a quelli che vi entreranno. In Sicilia, poi, il numero dei bambini con meno di 5 anni rispetto alle donne in età feconda è pari a 24,5%, ovvero c’è un bambino ogni quattro donne tra i 15 e i 49 anni. Ecco alcuni dati che emergono dal volume «Repertorio statistico della Sicilia», realizzato grazie alla convenzione che il servizio statistico della Regione ha siglato, dal 2006, con la sede siciliana dell'Istat. Una fotografia scattata sulla base di centoquarantatre indicatori, che descrivono la complessa realtà dei quasi 400 Comuni. I risultati dell’indagine sono riportati in nove tavole che descrivono vari aspetti dei territori, raggruppati per fasce di ampiezza demografica: ambiente, caratteristiche della popolazione, strutture scolastiche ed esiti negli istituti di 1° e 2° grado, salute dei cittadini, sicurezza sulla strada e sul lavoro, struttura imprenditoriale, occupazione, credito, mercato immobiliare e situazione economico-fi-

la maglia nera va alle province di Agrigento e Catania. L’asses-

nanziaria. Gli indicatori si riferiscono al 2008 e i Comuni sono

sore all’Economia, Gaetano Armao, durante la presentazione

suddivisi sulla base della dimensione demografica: fino a 5 mila

del volume, ha spiegato che “Dai dati del report emerge la de-

abitanti (199 enti), da 5 a 10 mila (83), da 10 a 30 mila (77), da 30

bolezza degli equilibri economico-finanziari dei Comuni”. Ele-

a 50 (16), da 50 a 100 mila (11 enti), oltre i 100 mila (Palermo, Ca-

mento, questo, confermato dai giudici contabili nell’ultima

tania, Messina e Siracusa). Dall’indagine emerge che il territorio si-

analisi sullo stato di salute della finanza locale: “La Corte dei

ciliano è costituito per metà da Comuni di piccola dimensione

conti – ha aggiunto – ha spiegato che la dipendenza da trasfe-

(meno di 5 mila abitanti). La maggiore densità abitativa si riscontra

rimenti regionali e statali supera il 60%, mentre si registra una

nei Comuni piccoli delle province di Caltanissetta (89,6%), Catania

crescita della rigidità della spesa corrente (in particolare quella

(81,5%), Messina (73,8) e Agrigento (70,8%), rispetto alla media

per stipendi) e una progressiva riduzione di quella per investi-

regionale (62,6%).

menti. Ciò è causato dal patto di stabilità troppo stringente de-

Un’indagine, questa, che ha analizzato la performance economica

ciso dal Governo nazionale, ma anche da una decrescente

delle singole amministrazioni, “misurando” la pressione finanziaria

propensione agli investimenti”.

(l’incidenza pro-capite del prelievo dell’ente per finanziare i ser-

Un altro dato interessante della ricerca riguarda il tasso di sco-

vizi), l’intervento erariale (trasferimenti correnti dello Stato), l’inter-

larità: la partecipazione scolastica dei giovani si attesta su valori

vento regionale (i trasferimenti della Regione), la velocità di

superiori a 100 nella scuola media, dovuta alla presenza di ri-

riscossione delle entrate proprie che individua l’efficienza del Co-

petenti o a studenti stranieri. Negli istituti superiori il tasso è pari

mune nella gestione tributaria e l’autonomia finanziaria.

a 89,2%, con picchi superiori al 100% nei Comuni con oltre 30

Rispetto al dato nazionale, i Comuni siciliani manifestano una

mila abitanti. Quanto agli esiti scolastici, sono pochi coloro che

maggiore dipendenza dalla finanza statale e regionale. Per quanto

concludono gli studi col massimo voto sia nella scuola media (il

riguarda gli aiuti statali, questo gap raggiunge il valore più alto nei

giudizio “ottimo” è pari al 19,5%), sia alle superiori (i diplomati

Comuni oltre i 100 mila abitanti (+ 206 euro) e il valore più basso

con 100 e 100 e lode sono pari al 7,8%).

in quelli da 50 a 100 mila (+ 63 euro). Quanto poi ai trasferimenti

L’elevata circolazione stradale, poi, comporta un alto tasso di

della Regione, il tasso maggiore si riscontra nei Comuni più piccoli

mortalità: in Sicilia nel 2007 ci sono stati 2,5 decessi per 100

(+ 227 euro), quello inferiore nelle amministrazioni che vanno da

incidenti, valore che oscilla da un minimo di 1,5 nelle grandi

30 a 50 mila abitanti (+ 72 euro). Complessivamente, dal punto di

città a un massimo di 8,3 nelle piccole. Incidenti che aumentano

vista economico i Comuni delle province di Trapani, Siracusa e

nei weekend: su 100, 65 si verificano nelle notti tra il venerdì e

Ragusa presentano in media una migliore performance, mentre

la domenica.

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Le sfide impossibili per conquistare Palermo Gilda Sciortino

ensavo fosse amore e invece era un calesse. Forse dovrebbe dire questo Fabrizio Ferrandelli, una volta accertato che il suo partito, l’Italia dei Valori, non ha deciso di puntare su di lui per la corsa alla conquista dello scranno più alto di Palazzo delle Aquile, ma su un cavallo che di strada ne ha già fatta tanta. Leoluca Orlando, ha finalmente sciolto le riserve, annunciando quel che in molti, conoscendolo bene, già si immaginavano, e cioè che è pronto a riprendere la poltrona sulla quale sedette dal 1985 al 1990, durante quella che fu chiamata la “Primavera di Palermo”: stagione veramente d’oro per la nostra città, soprattutto dal punto di vita culturale, grazie al lavoro di una giunta che riuscì a compiere una forte rottura con le pratiche politiche del passato. Tornato in sella nel ’97, Orlando si dimise nel dicembre del 2000 per concorrere, come candidato del centrosinistra alla Presidenza della Regione Siciliana, alle elezioni regionali del giugno 2001, dove, però, venne sconfitto da Salvatore Cuffaro. Da allora, si è dedicato alla sua carriera di deputato, dimenticandosi un bel po’ della sua “amata” città. Il resto è storia. Da lasciare sui libri, però, secondo Ferrandelli. “Il passato va raccontato nei testi di storia. Non può tornare, perché il mondo è cambiato”. Certo è che la candidatura di Orlando si inserisce in un quadro difficile, soprattutto per il Partito democratico, che aveva in un primo momento guardato benevolmente alla scesa in campo di Rita Borsellino, per Pierluigi Bersani l’unica candidata in grado di vincere, e che, invece, si è ritrovato sbaragliato dal suo secco “no” all’ipotesi di un viaggio da fare in compagnia del Terzo Polo. L’appello forte, deciso, per rivedere determinate posizioni, lo hanno sin da subito lanciato i movimenti, per esempio chiedendo al centrosinistra di ritrovare la perduta unità e ipotizzando in rientro in campo di Italia dei Valori, dopo lo strappo della candidatura di Orlando. Che, alla fine, come contraltare di una Borsellino che non cede al suo “no” risoluto e, sembra proprio, irrevocabile ad accordi con il Terzo Polo, attraverso Fabio Giambrone, segretario regionale di Italia dei Valori, toglie ogni dubbio a tutti coloro, partiti, movimenti e candidati, pensano a inciuci impresentabili, magari partecipando a primarie finte e cariche di ambiguità. “Torniamo ancora una volta a ripetere - dice Giambrone - che è Orlando il candidato a sindaco di Palermo, e si candiderà senza fare

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patti, mai, né al primo turno né all'eventuale ballottaggio, insieme a Lombardo e a chi, con Cammarata e il centrodestra, ha impoverito, devastato Palermo e mortificato i palermitani. Pensare, poi, che lui possa sostenere altri candidati, che restano nell’ambiguità, sarebbe soltanto un insano desiderio di chi antepone ambizioni personali o di partito al vero interesse dei palermitani: Palermo, dunque, finalmente libera dalla palude dell’incultura e dell’imbarbarimento etico ed economico. Italia dei Valori è ben felice di essere considerata un fastidioso impedimento. Vuol dire che, con la sua coerenza e intransigenza, ha costretto tutti, candidati, forze politiche e non, a venire allo scoperto”. Chiari e precisi, non c’è che dire. Il tutto annunciando anche, i prossimi 20 e 21 gennaio, la prima Conferenza programmatica, intensa come spazio di confronto per scrivere insieme il programma e il futuro di Palermo. E magari, anche dopo l’atteso incontro tra i due principali candidati di questa competizione, Orlando e la Borsellino, quest’ultima considerata dal deputato nazionale del Pd, Tonino Russo, “una sintesi ragionevole, il punto di equilibrio raggiunto a Roma tra il segretario nazionale del Pd, Pierluigi Bersani, e i segretari regionale e provinciale, Giuseppe Lupo ed Enzo Di Girolamo”. “E’ nostra intenzione fare i salti mortali per ristabilire un rapporto unitario nel centrosinistra - sostiene Alfio Foti, braccio destro di Rita Borsellino -, convinti che la stragrande maggioranza del Partito democratico è per un’alternativa reale con i movimenti e i cittadini, senza chiedere tessere di partito”. Alternativa che verrebbe data da un movimento come “Per Palermo è Ora”, che non intende lasciarsi sfuggire l’occasione delle primarie, per dare spazio alle solite logiche di partito che, in casi come questo, vedono gongolare sempre e solo i soliti noti. “Una discussione sulle primarie - scrivono Ottavio Navarra, Titti De Simone, Salvo Lipari e Rosanna Pirajno -, sempre più chiusa tra apparati di partito e segnata da continui scontri sui giornali, diventa il mezzo per stritolare e cancellare l’unico strato di partecipazione democratica che riguarderà Palermo, quinta città d’Italia”. Caduto, almeno sino a ora, il sostegno alla Borsellino da parte del Pd, c’è sempre da sciogliere il nodo su chi sarà il candidato ufficiale del partito a Palermo. Quello che è certo è che dovrà accettare l’alleanza con il Terzo Polo, e non ci sono dubbi che sia Davide Faraone sia Ninni Terminelli ci starebbero anche, non avendo alzato alcun muro da questo punto di vista. Forse, però, contro di loro gioca il fatto che si sono lanciati nella mischia senza attendere conferme e sostegni di sorta. La faccia di Faraone campeggia da mesi sui manifesti in città, tanto per dare modo, a chi non aveva idea di chi fosse, di prendere confidenza con quel volto, la cui espressione dice che “si sente già a Palazzo delle Aquile”. Ovviamente da padrone di casa, visto che è stato consigliere comunale dal 2001 al 2008, per poi essere eletto deputato all’Assemblea regionale siciliana. Terminelli, invece, è consigliere comunale di Palermo dal ’93. E’ stato segretario, a Palermo, dei DS e del PD, dove attualmente ricopre il ruolo di componente della Direzione Regionale. Impegnato nella difesa dei diritti umani e pacifista, ha partecipato a numerose campagne internazionali per le libertà democratiche. Del partito delle primarie è anche Antonella Monastra, buttatasi da poco nella mischia. Protagonista, in Sicilia, della


Da Orlando alle new entry Caronia e Faraone Panoramica sui “mille” candidati a sindaco

stagione che vide l’apertura dei consultori familiari, è stata eletta nel 2001 consigliere comunale al Comune di Palermo come indipendente nel Partito della Rifondazione Comunista, e nel 2007 ha costituito il gruppo consiliare “Altra Palermo”, candidandosi l’anno dopo alle elezioni regionali nella lista “Sinistra Arcobaleno”. Ha aderito a “Un’altra Storia”, il movimento fondato da Rita Borsellino, dalla quale oggi si distacca, sostenuta e voluta con forza da una serie di movimenti, tra cui “Più donne più Palermo” e le “Sedie volanti”. Oltre che da una serie di realtà facenti parte del tessuto sociale, culturale e produttivo del territorio palermitano, Fabrizio Ferrandelli è sostenuto da “Palermo più”, movimento di iniziativa politica, del quale fanno parte più di 15 associazioni di varia estrazione del capoluogo siciliano, tutte candidate al governo della città in maniera partecipativa, produttiva e cooperativa. Tra gli altri nomi, peraltro ancora in auge, viste le resistenze della Borsellino, ci sono quelli dell’ex prefetto Giosuè Marino, corteggiato dal senatore del Pd, Beppe Lumia, dell’assessore regionale delle Autonomie Locali e della Funzione Pubblica, Caterina Chinnici, e di quello alla Sanità della Regione Sicilia, Massimo Russo. Quest’ultimo, peraltro caldeggiato dallo stesso Raffaele Lombardo. "L’Mpa con il Terzo Polo ha il dovere di proporre un proprio candidato sindaco, alla luce della scesa in campo di Leoluca Orlando afferma il Presidente della Regione Siciliana -, perché adesso si indebolisce la candidatura di Rita Borsellino, che invece non ha cambiato idea sulle alleanze e ha detto no al Terzo Polo. Io credo che Massimo Russo abbia tutte le caratteristiche per fare una bella battaglia e assicurare una buona amministrazione alla città di Palermo”. Lombardo non ha, però, escluso neanche una collaborazione con “Grande Sud” dell’ex sottosegretario Gianfranco Micciché: un’apertura, questa, che non piace di sicuro al Partito democratico, che sostiene la sua giunta. “Se ci proporranno ancora questa idiozia delle primarie, noi andremo da soli - tuona il leader di “Grande Sud” -. Il centrodestra non le ha mai fatte e in 20 anni abbiamo sempre stravinto, perché abbiamo sempre messo le persone giuste al posto giusto. Quindi, niente primarie, ma un tavolo unico e un accordo complessivo che parta dalle prossime amministrative e arrivi alle regionali. Per le alleanze in vista delle amministrative, escluso il Pd e Idv, siamo aperti a tutti. Lombardo? Finché rimane col Pd, per me è come se non esistesse. Il Terzo Polo? Perché no, se il candidato è buono e se c’è una proposta

seria”. Rimane, però, sempre nell’aria l’ipotesi Vizzini che ha già avviato un dialogo con la società civile, il Terzo Polo e qualche esponente del centrosinistra. Con il suo forum di associazioni “Palermo oltre l’appartenenza”, si dice sicuro di quel che farà. Anche lui è d’accordo sulla necessità di collaborazioni che, però, vadano oltre le appartenenze. Solo così si potrà evitare che, dall’orlo del fallimento in cui Palermo si trova, si finisca nel baratro. E rilancia un proprio simbolo, un’aquila su sfondo giallo con la scritta “Oltre le appartenenze per una nuova primavera di Palermo”, scegliendo primarie libere, con lui come candidato a sindaco. Tra le file del centrodestra scende in campo pure “La Destra”, proponendo lo stesso segretario provinciale, Filippo Cangemi, perché “bisogna ragionare su cosa fare per invertire la rotta, invece di divertirsi nella giostra di finti candidati sindaci”. E se in molte cose ancora si è incerti, sicura della sua decisione è Marianna Caronia, deputato regionale del Pid, annunciando una scelta di autonomia, che non parte da una consultazione con il partito di Saverio Romano. La sua sarà una vera e corsa, dal momento che andrà in camper nelle borgate e quartieri della città, dove incontrerà la gente, nella speranza che il suo progetto venga sposato dai cittadini. I giochi, dunque, si fanno anche da soli, senza aspettare le decisioni del partito. E si muovono a parte, non sostenuti da alcun partito né per certi versi scelti da una base, Antonio Pappalardo, risoluto ex generale dell’Arma dei Carabinieri, e l’imprenditore Tommaso Dragotto. Quest’ultimo incassa l’appoggio di “Obiettivo Cambiamento”, del “Movimento Progressisti Italiani”, di “Progetto Mezzogiorno” e di altri movimenti anti-casta. Lui è, però, fondatore di un suo movimento, “Impresa Palermo”, che “vuole e deve raccogliere tutta la brava gente, che lavora dal mattino alla sera per “portare il pane a casa”, ma che è stanca di subire la politica”. Anche il generale Pappalardo esce sulla scena politica palermitana con “Il Melograno Mediterraneo”, movimento “contro lo strapotere di una classe politica arrogante, incapace, collusa e corrotta che ha messo in ginocchio quelle poche attività produttive del territorio, e contro gli apparati mafiosi affaristici e clientelari che hanno creato disagio sociale e l’immagine di una Palermo città di mafia”. Andando, infine, al “Movimento cinque stelle”, realtà allo stesso modo delle altre operante sul territorio, anch’esso propone un suo candidato sindaco, Riccardo Nuti, che sposa in tutto e per tutto il percorso avviato da Beppe Grillo e portato avanti in tutta Italia dagli ormai numerosi “grillini”: per fare in modo che i cittadini si occupino direttamente della politica a livello locale e nazionale, e non diventino dei politici di professione. Ovviamente le sorprese non sono finite, anche perché le danze sono ancora aperte e lo rimarranno sino a quando non sarà ufficializzata la scelta di andare o non andare alle primarie. Da quel momento in poi, le spade saranno sguainate e chi si fermerà sarà perduto. L’importante, però, sarà arrivare all’obiettivo finale, che è quello della vittoria. E’, quindi, questione di giorni, se non di ore, anche perché non ci si può certo lasciare, facendosi gli auguri natalizi, senza avere prima preso una decisione che potrà determinare il cambiamento di questa città e dei suoi cittadini. Che non si meritano altre ambiguità, incertezze e compromessi, ma solo serenità, certezze e fiducia per il proprio futuro.

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Liste civiche e candidati “fai da te” In primavera si vota per eleggere 127 sindaci ono 127 i comuni siciliani dove si vota nella prossima primavera per il rinnovo della carica di sindaco e una Provincia, Ragusa, che deve rinnovare presidenza e consiglio. Ecco una mappa delle sfide che si preparano.

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In provincia di Palermo 33 comuni al voto Trentatre i Comuni che in provincia di Palermo, capoluogo compreso, vanno al voto per la prossima primavera. Sempre più insistentemente, specie nei grandi centri cittadini, si parla di ricorso alle primarie per la scelta del candidato di una determinata coalizione. Palermo sotto questo aspetto è la città che calamita maggiormente l’attenzione: da qui infatti verranno stabiliti gli equilibri nel resto del territorio. Il centrosinistra sembra comunque non esserci più: il Pd è sempre più orientato a compattarsi con il Terzo Polo e al suo interno non c’è neanche unità. Resta ancora da definire soprattutto se l’europarlamentare Rita Borsellino, già lanciata come candidato del Pd, riuscirà a fare sintesi con Udc ed Mpa. Candidatura quindi che è in bilico. Pare quasi certo che Sel, Italia dei Valori e Rifondazione correranno per i fatti loro e con molta probabilità lanceranno il senatore Leoluca Orlando, già sindaco di Palermo. Tanti dubbi invece sul fronte del centrodestra che è lacerato al suo interno: corre sempre in pole position il nome eccellente di Franco Cascio del Pdl, attuale presidente dell’Ars, ma lui non conferma. In provincia molte altre città sono strategiche per la loro importanza e sicuramente i fari sono puntati su Cefalù. Qui il Pd non si è ancora esposto chiaramente sulle alleanze: parla di “larga condivisione con tutti quei soggetti che si vogliono spendere per il cambiamento del paese” e auspica il massimo coinvolgimento. Che sia un invito implicito agli inciuci politici? Oggi sembra che ci siano tre candidati quasi certi: Giuseppe Guercio, sindaco uscente; Mauro Caliò, architetto; ed infine Rosario Lapunzina, con-

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sigliere provinciale del Pd. Non mancano neanche le sorprese: a Corleone ad esempio il sindaco uscente, Nino Iannazzo, ha già annunciato che non si ricandiderà. Quindi lo scenario è apertissimo a qualsiasi soluzione. A San Giuseppe Jato nomi non ne trapelano ma c’è la lotta a tutto campo del sindaco uscente e non più ricandidabile perché ha concluso i due mandati consecutivi, Giuseppe Siviglia, con le forze di opposizione. Chiaro l’intento di non uscire di scena per piazzare un suo fedelissimo. Cruciale snodo anche in altri delicati territori come Villabate, Balestrate e Trappeto: in tutti i casi i sindaci uscenti si ricandidano. In bilico però c’è la riconferma di Tonino Palazzolo alla guida del Comune balestratese: ha perso in questi 5 anni molti alleati e ad incalzarlo c’è proprio un suo ex alleato, il consigliere uscente Benedetto Lo Piccolo, che già si dice stia preparandosi per la candidatura a primo cittadino. (Michele Giuliano) Ad Agrigento Arnone contro Zambuto Anche in provincia di Agrigento, è iniziata la campagna elettorale per il rinnovo di 12 amministrazioni comunali. Lo scranno più ambito è certamente quello di Agrigento, dove siede attualmente il sindaco-ragazzino, Marco Zambuto, eletto nel maggio del 2007 con una propaganda il cui slogan era quello di porre la Città dei Templi “al di sopra dei partiti”. Oggi, a distanza di quasi quattro anni, nelle sue numerose giunte, di partiti ne sono passati tanti, forse troppi, e dopo il rientro nell'Udc, il Pdl che lo ha sostenuto per un certo periodo in maniera più o meno ufficiale, adesso è il suo nemico politico più pericoloso. A contendergli la poltrona, di ufficiale c'è solamente il nome del consigliere comunale del Pd Giuseppe Arnone che di problemi ne ha già all'interno del suo stesso partito essendo in atavica lotta con Angelo Capodicasa e con il suo gruppo. Ad Aragona, il sindaco uscente è Alfonso Tedesco, farmacista di 52 anni, eletto in una lista Civica appoggiata dal centro sinistra. Tedesco, è ricandidabile in quanto al primo mandato ma non ha ancora ufficialmente maniifestato l'intenzione di farlo. Più decisi a provarci, sono invece l'ex sindaco ed attuale consigliere comunale Biagio Bellanca e il presidente del Consiglio Gioacchino Volpe. A Bivona si profila un secondo mandando per il deputato sindaco del Pd Giovanni Panepinto che in passato aveva amministrato il “paese delle pesche” per una decina d'anni. Anche a Casteltermini, il sindaco uscente Alfonso Sapia essendo al primo mandato è ricandidabile così Cosimo Piro a Cattolica Eraclea. A Comitini invece, per il sindaco Antonino Contino, in questi giorni al centro della polemica per l'alto numero di Lsu in servizio al Comune, si tratta del secondo mandato, cosa questa che non lo rende ricandidabile ma sui nomi dei successori non c'è ancor alcuna ufficialità. Una delicata vicenda giudiziaria in-


Da Palermo a Catania la mappa delle sfide Ad Agrigento Arnone sfida Zambuto teressa invece il comune di Lampedusa-Linosa dove il sindaco uscente Bernardino De Rubeis è attualmente sotto processo ad Agrigento per concussione, abuso d'ufficio e costruzione abusiva. Nel 2008 venne infatti arrestato dalla Guardia di Finanza e detenuto per un mese al carcere di Petrusa. De Rubeis è al primo mandato ma su di lui pesa la scure della sentenza giudiziaria. A Racalmuto invece, il sindaco Salvatore Petrotto, dimessosi dopo l'avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa sulla base delle dichiarazioni di alcun pentiti, potrebbe tornare in corsa. Nei giorni scorsi infatti, il Gip del Tribunale di Palermo, Luigi Petrucci, ha archiviato l’indagine giudiziaria nei confronti di Petrotto ma lui ha spiegato di non essere intenzionato a ricandidarsi. A Raffadali invece Silvio Cuffaro, fratello dell'ex governatore Salvatore Cuffaro, in carcere per reati di mafia, può correre per il secondo mandato essendo alla sua prima esperienza da primo cittadino. Ma dovrà fare i conti con l'intero Mpa cittadin che ha dichiarato di ritenere utile lo svolgimento delle primarie per scegliere il prossimo candidato a sindaco nell’ambito della costituenda coalizione di centro-sinistra. A Villafranca Sicula, dovrebbe avere vita facile un'eventuale ricandidatura dell'uscente Salvatore Di Salvo, sindaco in prima linea nella lotta contro la privatizzazione del servizio idrico integrato in provincia di Agrigento e non solo. Ha invece anticipato di non avere intenzione di ricandidarsi il sindaco uscente di Santa Margherita Belice Francesco Santoro. (Annamaria Martorana) La sorpresa di Acicatena nel catanese Diciannove comuni etnei si preparano alle prossime amministrative ed è già iniziato il valzer a suon di probabili candidati ed altrettante alleanze, nello scenario della nuova riforma elettorale. Sondando il campo sembra ancora prematuro tirare fuori alleanze, di certo è che si potrebbe ricalcare il modello presente all’Ars, anche se ogni comune rappresenta una realtà a se stante, fatta soprattutto dalla visibilità e stima che ogni singolo candidato ha, al di là di schemi ed alleanze preconcette. Si comincia con un breve giro fra i maggiori centri della provincia di Catania, prima sosta a Misterbianco. L’uscente sindaco Ninella Caruso, autonomista sostenuta dal Pdl, concluderà a fine sindacatura il suo secondo mandato, al suo posto potrebbero candidarsi Nino Di Guardo, deputato regionale del Pd, anche se non in perfetto accordo con i vertici del suo partito ed anche Mimmo Rotella pidiellino assessore alla Provincia. A Paternò lascia la poltrona, per due volte occupata, Pippo Failla, estroverso candidato del Pdl con una schiera di papabili pronta, spaziando all’interno dello stesso partito con un corteggiamento serrato nei confronti del deputato nazionale Salvo Torrisi. A Caltagirone l’uscente sindaco Francesco Pignataro (nella foto), centrosinistra, potrebbe trovare l’accordo con il Movimento per l’Autonomia e realizzare un Terzo Polo tutto calatino. Intanto in città sono già apparsi alcuni manifesti con la candidatura di Sabina

Mancuso, dirigente scolastica, schierata con il Pd. Tremestieri Etneo ed Aci Catena sono gli unici due comuni dove le elezioni amministrative si svolgeranno prima della scadenza naturale. Nel primo per la prematura scomparsa del giovane sindaco Nino Basile e nel secondo per le dimissioni del primo cittadino Raffaele Pippo Nicotra, deputato all’Ars, accomiatatosi per incompatibilità dopo la sentenza della Corte di Cassazione. In entrambi i comuni ancora grande confusione, con una lista nutrita di nomi per lo più di consiglieri comunali già pronti ad indossare la fascia tricolore. (Gaia Montagna) La più grande sfida siracusana a Melilli Il belvedere di via Iblea domina la spianata della zona industriale siracusana ed è forse anche per questo che a Melilli, pur non essendo con i suoi 13 mila abitanti il centro più popoloso chiamato al voto nel Siracusano, si stanno concentrando le attenzioni e gli interessi della politica. Pippo Sorbello, il sindaco che dopo aver mancato l’elezione all’Ars è stato chiamato dalla prima giunta di Raffaele Lombardo all’assessorato regionale all’Ambiente, al termine del suo secondo mandato sarà costretto a lasciare il Municipio ed ha già gravi problemi di successione. C’è, infatti, l’ambizione a subentrargli da parte dell’ultimo segretario provinciale della Democrazia Cristiana, l’ex deputato regionale Iano Sbona. E non solo. Si sono fatti già avanti pure Nuccio Scollo, che di Sorbello è stato vicesindaco, ed un altro assessore della giunta, Salvatore Ercole Gallo. Troppi per Sor-

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La sorpresa di Acicatena nel catanese bello che, in attesa di decidere su chi puntare, ha azzerato di recente la giunta. Scenari diversi ad Avola, con oltre trentamila abitanti la più grande comunità chiamata al voto nel Siracusano al prossimo turno delle amministrative. Qui la vera incognita è legata al sindaco Tonino Barbagallo ed alla sua voglia, non tanto malcelata, di mollare tutto e non ritentare la corsa per un altro mandato alla guida del Comune. È saltato l’asse di ferro che lo aveva legato al senatore Iano Burgaretta, transitato lo scorso anno al Pdl dopo un periodo di militanza nel Mpa ed un passato decennale nella Democrazia cristiana, e senza un nuovo equilibrio. Con un quadro politico disarticolato, Barbagallo ha registrato la recente uscita dalla giunta di Pdl e Pid, ad aspirare ad una candidatura a sindaco potrebbero essere in tanti: dal presidente del consiglio comunale Giuseppe Agricola, vicino a Burgaretta, all’ex assessore Fabio Cancemi e, ancora, a Fabrizio Alia e Salvo Andolina. Tutti nomi

che compongono le varie ”anime” del Popolo della libertà mentre a sinistra il leader avolese del Pd, Paolo Randazzo, ha molto da lavorare per far tornare gli eredi del Pci alla guida della città da cui, con le morti dei braccianti, di fatto ”esplose” il ’68 italiano. A Floridia la questione è tutta anagrafica all’interno del Centrodestra: il sindaco Arturo Spadaro, medico in quota al Pdl, avrebbe la possibilità di cercare la riconferma ma ”scalpita” il consigliere provinciale Giuseppe Bastante e nel fronte opposto, quello del Centrosinistra, potrebbe ancora giocare un ruolo l’ex deputato all’Ars Egidio Ortisi (nella foto), già sindaco ed attualmente presidente del Ciapi di Priolo. Lì vicino, a Solarino, sembra avere vita più semplice l’avvocato Pietro Mangiafico, sorretto da una maggioranza che dal Centrodestra si è allargata andando a pescare pure in esponenti vicini al Partito democratico. A Cassaro, il piccolo centro del Iblei, il sindaco Nello Pisasale, dopo aver fugato lo spauracchio di un accorpamento del Comune a Ferla, vuol convincere i suoi concittadini per altri cinque anni. Il leader provinciale del Fli, Paolo Amenta, si avvia a completare a Canicattini il suo ultimo mandato e se già vede nel suo orizzonte una candidatura all’Ars, al suo posto potrebbe tentare di piazzare il fratello, Gaetano, già assessore provinciale a Siracusa. A Ragusa si vota pure per la Provincia Sono ben cinque i comuni iblei chiamati a rinnovare sindaci, giunte e consigli: Chiaramonte Gulfi, Giarratana e Pozzallo e Santa Croce Camerina. Inoltre, i 250 mila elettori della provincia sono chiamati ad eleggere anche presiedente, giunta e consiglio provinciale. In quest’ultimo caso, se il disegno di legge presentato dal governo regionale all’Assemblea siciliana dovesse passare, per il rinnovo degli organi di viale del Fante se ne parlerebbe nel 2013. Chiaramonte Gulfi: scaduto il secondo mandato dell’attuale sindaco Giuseppe Nicastro, si aprono i giochi. Salvatore Vargetto

Tutti i Comuni al voto nella prossima primavera uesto l’elenco dei Comuni che andranno al voto nella prossima primavera suddivisi provincia per provincia. Il record spetta a Messina con 37 comuni al voto. Di seguito il dettaglio:

Q

Agrigento Aragona; Bivona; Casteltermini; Cattolica Eraclea; Comitini; Lampedusa e Linosa; Montallegro; Racalmuto; Raffadali; Santa Margherita Belice; Villafranca Sicula Caltanissetta Acquaviva Platani; Butera; Campofranco; Marianopoli; Niscemi, Resuttano; San Cataldo; Santa Caterina Villarmosa; Sommatino

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Catania Aci Bonaccorsi; Calatabiano; Caltagirone; Castiglione di Sicilia Fiumefreddo di Sicilia; Licodia Eubea; Linguaglossa; Mazzarrone; Mirabella Imbaccari; Misterbianco; Nicolosi; Paternò;Raddusa; San Michele di Ganzaria; Sant’Agata Li Battiati; Santa Maria di Licodia; Vizzini Enna Barrafranca; Centuripe; Nicosia; Nissoria; Regalbuto; Sperlinga; Villarosa Messina Acquedolci, Alcara Li Fusi, Barcellona Pozzo di Gotto, Brolo, Caprileone, Castelmola, Castroreale, Cesarò; Francavilla di Si-


La più grande sfida siracusana a Melilli attuale presidente del consiglio comunale è in pole position per la successione ed è alla guida di una lista civica. Dall’altro lato il Partito Democratico potrebbe puntare sul segretario cittadino Vito Marletta, uomo di riferimento del sindaco uscente. Giarratana. Si ricandida il sindaco uscente Giuseppe Lia, a capo di una lista civica. Il centrosinistra potrebbe opporgli Bartolo Giaquinta, ma non ha ancora ufficializzato la candidatura. Monterosso Almo. Finisce l’era del sindaco Salvatore Sardo. La vera novità politica è rappresentata dall’associazione “Il Territorio” che potrebbe candidare Mario Dibenedetto, attuale consigliere comunale. La sinistra deve ancora scegliere. Tra i papabili l’attuale presidente del Consiglio Salvatore Pagano e Giuseppe Roccuzzo. Santa Croce Camerina. Per il dopo Lucio Schembari, a Santa Croce è lotta aperta all’interno del Pdl e tutta in famiglia tra i fratelli Piero e Salvatore Mandarà, con il coordinatore cittadino Maurizio Allù a far da mediatore. Sinistra e Libertà, Italia dei Valori e la lista civica Città Futura invece convergono su Paolo Aquila. Pozzallo. Molti pretendenti alla carica di sindaco. L'unica certezza è che l’uscente Giuseppe Sulsenti, esponente del Mpa non sarà della partita. Ha annunciato che non si ricandiderà. In corsa ci sono il consigliere Pino Asta si è candidato alla testa di una lista civica e Luigi Ammatuna già candidato sindaco, alla guida di una coalizione formata da due liste civiche, Sel e Psi. (Gianni Marotta) Tutti gli uscenti in trincea nell’Ennese Sindaci uscenti dell’Ennese quasi tutti in trincea, alle comunali della prossima primavera, quando si voterà per il rinnovo di sette amministrazioni. A Nissoria è l’unico nome già ufficiale, anche se con la politica non si può mai dire. Si tratta di un vicesindaco uscente, Armando Glorioso (nella foto) del Pdl. Qui il suo primo cittadino Filippo Buscemi viene dato intenzionato a lasciargli spazio, senza riproporre la propria candidatura. Il centrosinistra nissorino, invece, starebbe ancora cercando il proprio candidato e, a quanto sembra, potrebbe arrivare con un nome solo alle primarie

del PD. Buscemi, assieme al sindaco di Villarosa Gabriele Zaffora, è l’unico primo cittadino ad aver detto pubblicamente di non volersi candidare. A Villarosa, però, Zaffora negli ultimi giorni ci starebbe ripensando, anche se recentemente ha ribadito di essersi stancato. Qui l’unico nome che circola è quello del pediatra Franco Costanza, ex primo cittadino e consigliere provinciale del PD, che invece in questi anni avrebbe maturato l’idea di rimettersi in gioco. Nessun nome invece circola dall’altra parte, con il centrodestra che attende i movimenti a livello nazionale e regionale prima di esprimere un candidato. Nicosia è il comune più grosso in cui si vota. Quasi certa la ricandidatura del sindaco uscente del PD Antonello Catania. In questi giorni si fa insistente la notizia di una candidatura dell’ex con-

Si vota anche ad Alcamo, Cefalù, Pozzallo e Barcellona Pozzo di Gotto cilia; Furnari; Gaggi, Gallodoro, Gioiosa Marea, Itala, Letojanni, Librizzi, Lipari, Longi, Malfa, Mazzarrà Sant’Andrea, Merì, Mirto, Montalbano Elicona, Motta d’Affermo, Nizza di Sicilia, Novara di Sicilia, Pagliara, Pettineo, Piraino, Roccavaldina, Roccella Valdemone, Rodì Milici, San Pier Niceto, San Piero Patti, Sant’Alessio Siculo, Santa Marina Salina, Santa Teresa di Riva, Santo Stefano di Camastra, Saponara, Savoca, Sinagra, Venetico, Villafranca Tirrena Palermo Alia, Altofonte, Balestrate, Belmonte Mezzagno, Bisacquino, Blufi Bolognetta, Caccamo, Campofelice di Fitalia, Camporeale, Castelbuono, Castellana Sicula, Cefalù, Chiusa Sclafani, Ciminna,

Corleone, Ficarazzi, Gangi, Giardinello, Isnello, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Palermo, Petralia Soprana, Petralia Sottana, Piana degli Albanesi, Prizzi, San Cipirello, San Giuseppe Jato, Santa Flavia, Trappeto, Valledolmo, Villabate Ragusa Chiaramonte Gulfi, Giarratana, Monterosso Almo, Pozzallo, Santa Croce Camerina Siracusa Avola, Canicattini Bagni, Cassaro, Floridia, Melilli, Solarino Trapani Alcamo, Calatafimi-Segesta, Castelvetrano, Erice, Marsala, Petrosino, Trapani

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A Ragusa si vota pure per la Provincia

sigliere provinciale – fatto decadere dal Tar Sergio Malfitano, ex Pdl, farmacista che potrebbe candidarsi con una lista civica. Il terzo nome è quello di un ex sindaco degli anni ’80, il cardiologo Antonio Casale, che potrebbe scegliere anch’egli una lista civica. A Barrafranca PD ancora indeciso sul nome da contrapporre all’uscente Angelo Ferrigno del Mpa. Qualcuno però ipotizza una candidatura del Pdl ex sindaco Totò Marchì, ma per il momento si tratta solo di indiscrezioni. A Centuripe l’unica certezza per il momento è che il sindaco piddino Antonino Biondi avrebbe detto si all’ipotesi di ricandidarsi, ma solo tra qualche mese si potrà sciogliere la matassa. Non circolano invece nomi sul fronte opposto. A Sperlinga il sindaco Pino Matarazzo, che inizialmente aveva risposto categoricamente di no all’ipotesi di candidarsi, negli ultimi giorni ci avrebbe ripensato. E l’unico nome che circola negli ambienti politici da contrapporre al primo cittadino uscente è quello del coordinatore provinciale dell’Italia dei Valori Michele Lo Bianco, consigliere comunale. Infine a Regalbuto sinora appare certa solo la ricandidatura del sindaco uscente Gaetano Punzi del Mpa, mentre Pd e Pdl per ora nicchiano. (Josè Trovato) A Messina sono 37 i comuni chiamati al voto All’insegna della tradizione e delle staffette le elezioni di primavera in provincia. Sono ben 37 i comuni chiamati al voto. Il più grosso sicuramente Barcellona Pozzo di Gotto. Chi succederà a Cande-

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loro Nania, Pdl, avrà il difficile compito di lavorare su una città che ha subito grossi danni nell’alluvione del 22 novembre scorso e dove incombe la furia dei torrenti. Il genio civile ha proposto in un progetto che sarà presentato nei prossimi giorni in cui si prevede l’abbattimento di alcuni dei ponti che servono da collegamento viario. Ci vorranno decisionismo e soprattutto fondi. L’uscente Nania, che ha esaurito i mandati a sua disposizione, sarà sicuramente assessore provinciale e lascerà il posto all’attuale assessore provinciale allo Sport Saro Catalfamo, fedele della stessa corrente capeggiata dal senatore Mimmo Nania e dal sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca. Difficile la scelta del fronte opposto. Riflettori puntati sull’Udc governato in città dall’assessore provinciale Carmelo Torre. Se il Pd e Italia dei valori sceglieranno di correre con il terzo polo il candidato sarà un uomo del partito di Pierferdinando Casini. A Lipari, mandati amministrativi esauriti per Mariano Bruno. Il suo posto nel centrodestra, ma sono soltanto indiscrezioni, potrebbe essere preso dal presidente della federazione albergatori Christian Del Bono. Buio presto nel centrosinistra. A santa Teresa il candidato del centrodestra è Alberto Morabito. Da scegliere gli avversari. A Brolo verso la ricandidatura l’uscente Salvo Messina del centrosinistra. Trovare un avversario capace di batterlo sarà impresa ardua.(Emilio Pintaldi)


A Trapani il Pdl cerca il successore di Fazio Nella nissena San Cataldo domina Pagano Tra i 9 comuni del nisseno chiamati alle urne per il rinnovo degli organi amministrativi c’è San Cataldo, feudo del parlamentare del Pdl Alessandro Pagano, dove da 15 anni domina il centrodestra. Prima con Raimondo Torregrossa, cognato di Pagano e oggi deputato all’Ars, che fu sindaco della città dal 1997 al 2007, poi con Giuseppe Di Forti, attuale sindaco ancora incerto sull’eventualità di ricandidarsi (scioglierà la riserva a gennaio) ma al quale Pagano ha già assicurato il suo appoggio. Potrebbe invece riaffermarsi il centrosinistra a Niscemi, terzo comune della provincia per numero di abitanti, dove lo spettro della mafia è ancora fortemente radicato. Lì, il sindaco del Pd Giovanni Di Martino, che nel 2007 ereditò il Comune dopo tre anni di commissariamento per infiltrazioni mafiose e fu vittima di un attentato incendiario all’auto, sembra pronto a ricandidarsi. Dovranno invece cedere il passo a nuovi volti perché giunti al loro secondo mandato, i sindaci di Resuttano, di Santa Caterina Villarmosa e di Acquaviva Platani. Il primo, Salvatore Mazzarisi, espressione del centrosinistra, punterà quasi certamente sulla candidatura di un suo giovane assessore, Rosario Carapezza. Antonio Fiaccato, sindaco caterinese, non intende al momento indicare un “erede”, mentre circola già il nome di un probabile candidato opposto al suo gruppo: il medico Aldo Siverino. La squadra di Salvatore Mistretta, storico sindaco di Acquaviva potrebbe invece sostenere l’attuale vicesindaco Salvatore Caruso. A Butera e Sommatino, due centri di 5.000 e 7.000 abitanti a sud del capoluogo, potrebbero bissare il sindaco Luigi Casisi, deciso a scendere in campo col sostegno di Pd e Mpa, e Salvatore Gattuso, sindaco sommatinese eletto con una lista civica, che non esclude di riproporsi agli elettori. Anche a Campofranco e Marianopoli infine, dovrebbero ricandidarsi i sindaci uscenti, Calogero Mazzara e Calogero Vaccaro, entrambi del Pd. Ma il centrodestra non starà certo a guardare, soprattutto a Marianopoli, dove l’opposizione a Vaccaro, nata dalle ceneri di un accordo iniziale, è stata ferrea e agguerrita. (Silvia Dentico) Trapani, per il Pdl è caccia al successore di Fazio Sette comuni su ventiquattro della provincia di Trapani andranno al voto nell’anno che verrà. Il test elettorale sarà protagonista nelle tre città più importanti del Trapanese: si torna alle urna a Marsala, ad Alcamo e a Trapani, dove si rinnoveranno gli organi di governo e i consigli comunali. Ma al voto saranno chiamati anche i cittadini di Calatafimi-Segesta, Erice e Petrosino per eleggere il nuovo sindaco. Le prossime elezioni hanno già acceso i riflettori sulle tre più grandi città della provincia dove gli schieramenti iniziano a pensare alle candidature. Nel capoluogo rimane l’incognita del Pdl che, forte dell’uscente Mimmo Fazio (alla sua seconda legislatura e quindi non più ricandidabile) sta cercando un candidato su cui scommettere. E qui l’influenza del senatore Tonino D’Alì (che ha Trapani ha la sua roccaforte di voti) si farà sentire. È già un nome

che si sente parlare negli ambienti politici, invece, quello del magistrato Bernardo Petralia che parrebbe un ottimo candidato per la coalizione di centro sinistra. Su Stefano Nola punterebbe, invece, il Pid ed Alleanza per la Sicilia. A Marsala si prospetta una battaglia davvero avvincente. Perché l’uscente Renzo Carini ha rotto i ponti con l’amica Giulia Adamo (che lo sostenne durante la campagna elettorale) ed eletto trionfante nel Pdl, oggi si ritrova i pidiellini in consiglio comunale contro di lui. La Adamo - oggi deputato regionale dell’Udc - con Carini non parla più, anzi lo sfiducia dal punto di vista politico e ha già lanciato la sua candidatura alla sindacatura sostenuta dal Terzo Polo. Scelta che non piacerebbe al consigliere provinciale Anna Maria Angileri (Pd, nella foto), pronta a scendere in pista anche lei. La terza grande città della provincia dove si voterà è Alcamo, “fortezza” del senatore Antonio Papania (Pd) ma anche dell’attuale presidente della Provincia, Mimmo Turano (Udc). L’uscente Giacomo Scala (al suo secondo mandato) ambisce ad approdare all’Ars o, finanche, a Roma e - pare - che Papania abbia espresso il desiderio di fare il sindaco ad Alcamo. Resta l’incognita del Pdl, attualmente senza un candidato ufficiale. Si voterà anche a Castelvetrano. L’attuale sindaco Gianni Pompeo (Udc) che completerà i due mandati consecutivi, spera in una candidatura alle Regionali o alle Nazionali. E qualche candidatura per la poltrona di primo cittadino s’è già fatta: Felice Errante (Fli) e Francesco Lombardo, attuale presidente del consiglio comunale. Nomi e nessuna nota ufficiale. La campagna elettorale nel Trapanese è soltanto all’inizio. (Max Firreri)

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Qualità della vita, male le province siciliane Bologna la città più vivibile, ultima Foggia Davide Mancuso Bologna la provincia italiana dove si vive meglio, mentre a quella di Foggia va la maglia nera della vivibilità. A stabilirlo l’annuale ricerca de «Il Sole 24 Ore», giunta alla ventiduesima edizione. Male le province siciliane, la migliore è Siracusa, ottantunesima, oltre il centesimo posto Agrigento (101°), Palermo (102°) e Caltanissetta, 106° e penultima. Lo studio de «Il Sole 24 Ore» ha l’obiettivo di valutare e confrontare le performance delle province italiane in sei ambiti (Tenore di vita, Affari e Lavoro, Servizi Ambiente e Salute, Popolazione, Ordine Pubblico e Tempo libero) utilizzando per ciascuno dei settori le statistiche ufficiali (per questo motivo sono state escluse le province di Monza Brianza, Barletta-Andria-Trani e Fermo, ancora non provviste di misurazioni e studi ufficiali). In generale è tutto il Sud ad arrancare: le province del Mezzogiorno occupano quasi interamente le ultime trenta posizioni della classifica e chiudono all’ultimo posto cinque dei sei settori di studio, Napoli è ultima per il Tenore di vita, Agrigento negli Affari e Lavoro, Crotone fa “doppietta” nei Servizi e nel Tempo Libero e Carbonia-Iglesias guadagna l’ultima piazza nella Popolazione. Unica eccezione Milano che si piazza al 107° posto nell’Ordine Pubblico. Bologna conquista invece per la terza volta il primato nazionale dopo il 2000 e il 2004. Un successo frutto della regolarità. Infatti la città delle Due Torri non primeggia in nessuna delle aree ma conquista ottimi piazzamenti in tutte le categorie: è prima per disponibilità dio asili, ha un alto indice di assorbimento libri e un buon Pil pro capite. Rimane indietro nell’Ordine Pubblico (solo 92a). In generale è tutta l’Emilia Romagna ad essere un’isola felice nel panorama italiano. Ravenna, Piacenza e Rimini conquistano infatti il primo posto in tre graduatorie di settore. Ravenna è prima negli Affari e Lavoro (davanti a Reggio Emilia) spiccando per occupazione femminile e rapporto sofferenze/prestiti; Piacenza guadagna il primato nell’area Popolazione grazie ai giovani e alla presenza degli extracomunitari regolari; Rimini si conferma capitale del Tempo Libero dopo il “successo” dello scorso anno grazie all’ampia offerta di spettacoli e sale cinematografiche e l’ottimo piazzamento in ricettività e ristorazione.

È

La classifica generale del Sole 24 ore Provincia

Punti

Bologna

583.8

Bolzano

578.6

Belluno

577.2

Trieste

572.3

Ravenna

571.6

Trento

567.6

Firenze

565.7

Siena

563.0

Sondrio

561.1

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Tenore di vita – In quest’area riguardante la ricchezza prodotta, i risparmi, l’importo medio della pensione, i consumi, l’inflazione e il costo della casa al metro quadro a primeggiare è Treviso davanti a Biella e Milano. Male le siciliane, tre negli ultimi cinque posti: Enna, Agrigento e Messina. La migliore è Siracusa, 84esima, ma è Caltanissetta a conquistare un primato parziale, nel costo della casa al metro quadro: 1.150 euro, davanti a Carbonia-Iglesias e Oristano. La provincia nissena però “guadagna” l’ultimo posto nell’inflazione raggiungendo un + 4,17, dato nettamente superiore rispetto a quello di Aosta, penultima con 2,90. Tra le altre province siciliane in questa speciale classifica la migliore è Palermo, trentatreesima con + 1,37. Se a Milano il Pil pro capite è 36.362 euro a Siracusa, miglior provincia siciliana è quasi la metà: 18.661. Supera di poco i 17.000 euro a Messina, Ragusa e Palermo mentre Agrigento è 102a in Italia con 15.549 euro. Le pensioni più alte in Sicilia sono a Siracusa, 654,26 euro di media, valore nettamente inferiore comunque a quello di Milano (1.063,79 euro di media). Seconda tra le province siciliane Catania con 610,90. Ultima, e 105a Agrigento con appena 487,81 euro. Calano i depositi per abitante. Nel rapporto tra i depositi 2010 e quelli del 2006 vi è un decremento a Palermo (0,992), ultima delle province siciliane e centesima in Italia. La miglior performance è di Treviso con un rapporto di 2.396. Enna è ultima nei consumi: 647,37 euro di spesa media pro capite per veicoli ed elettronica. Affari e lavoro – Ravenna primeggia in questo settore di ricerca che analizza le imprese registrate, il rapporto impieghi/depositi, l’incidenza % delle sofferenze sui prestiti, la quota delle esportazioni sul Pil, l’occupazione femminile e giovanile. Chiudono la classifica Caltanissetta ed Agrigento. Siracusa guadagna il primo posto nelle esportazioni che raggiungono il 95,49% del Pil. Staccata nettamente Arezzo che si ferma a 62,21%. L’altra faccia della medaglia è Enna che si ferma allo 0,60% ultima in Italia. Nell’occupazione femminile (prima Bolzano con il 49,11% di la-


Siracusa primeggia tra le province dell’Isola Caltanissetta la migliore per costo delle case voratrici donne), la provincia siciliana più “rosa” è Ragusa con il 24,91%. Male Caltanissetta con il 18,77%. La provincia ragusana primeggia anche nell’occupazione giovanile: il 52,75% dei ragazzi tra 25 e 34 anni è impiegato. Numeri comunque lontani dall’85,20% della primatista Lecco. Si raggiunge appena il 38,94% ad Agrigento, poco meglio a Palermo, 41,35%. Appena 7, 8 imprese ogni 100 abitanti nel capoluogo siciliano. Miglior siciliana ancora una volta è Ragusa, trentaquattresima con 11,1. Prime a pari merito Nuoro ed Ogliastra con 17,5. Servizi, Ambiente e Salute – Trieste guadagna il primato, Ragusa è 73a. Messina 102a. Nel settore vengono analizzate la presenza di infrastrutture, il clima, la sanità, la “pagella ecologica” di Legambiente, gli asili e la velocità della giustizia. Processi lumaca a Messina, dove i dati del ministero della Giustizia indicano in 20,48 le cause evase su 100 nuove o pendenti. La migliore è Lucca con 86,05 cause su 100 che arrivano a conclusione. Bene, anche se non benissimo, le province siciliane negli asili per i più piccoli, l’ultima è Ragusa, 82a, mentre Caltanissetta è 59a. Nelle infrastrutture buon piazzamento di Palermo, 34a con un indice di 98,6. Male Messina e Catania nella pagella ecologica di Legambiente che boccia le due province siciliane piazzandole agli ultimi due posti in una ricerca che considera vari parametri quali il verde pubblico, la mobilità urbana e i rifiuti. Palermo è 103esima. Popolazione – Piacenza la città più a misura d’uomo d’Italia. Male Catania, centesima, un gradino più su Siracusa, 97a Palermo. L’area analizza la densità demografica, la natalità, le separazioni, la percentuale di abitanti giovani, i laureati, e gli immigrati regolari. Enna con i suoi 61 abitanti per kmq è quattordicesima in Italia. Numeri molto inferiori rispetto alle metropoli: Napoli raggiunge i 2629 abitanti per kmq, Milano si “ferma” a 1997. Tra le province siciliane Messina è 64a con 201 abitanti, Palermo è 75a con 249, Catania 89a con 306. Bene Palermo nella natalità, nascono 10 bambini ogni mille abitanti, undicesima prestazione nazionale. In generale

Il piazzamento delle siciliane Posizione

Provincia

Punti

81

Siracusa

426.4

87

Ragusa

414.6

89

Messina

409.5

96

Catania

392.8

99

Enna

389.2

101

Agrigento

388.0

102

Palermo

387.9

103

Trapani

386.4

106

Caltanissetta

378.2

in questa speciale classifica si piazzano bene le città dell’Isola. Ultima è Trapani, 65a con 8,53. Sono stabili i matrimoni ad Enna appena 32 separazioni ogni 1000 famiglie, decima in Italia. La città più “laureata” in Sicilia è Messina: 70,78 laureati ogni 1000 giovani tra 25 e 30 anni. Male Palermo, ultima in Sicilia con 49,98. La migliore in Italia è Trieste con 93,52. È di appena 1,67 ad Enna la percentuale di immigrati regolari sulla popolazione, 102a in Italia. La città più multicolore in Italia è Brescia, con una percentuale di 13,60%. I valori più alti in Sicilia si registrano a Ragusa, 6.58%. Ordine pubblico – La città più sicura in Italia è Oristano. Allarme rosso invece a Milano. In Sicilia maglia nera a Palermo, 93a e solo un posto sotto Bologna. Agrigento è 15a. Questo settore valuta le rapine, i furti d’appartamenti ed auto, le estorsioni, le truffe e i delitti. Catania è capitale nei furti d’auto: ben 767 ogni 100.000 abitanti. Appena 12 a Belluno e 13 a Bolzano. Nei furti in appartamento Messina è invece ben piazzata, “solo” 110 ogni 100.000 abitanti, sesta in Italia dietro Crotone (51,20), Oristano, Bolzano, Napoli e Sondrio. Malissimo Lucca con 530 furti, davanti Pavia con 520. A Palermo l’indice tocca quota 190,60, trentaduesima. I dati ovviamente riguardano le denunce presentate. Nelle estorsioni è Foggia a presentare il maggior numero di denunce: 25 ogni 100.000 abitanti. Mentre a Palermo sono 8,35, meglio di Gorizia.....Dati che lasciano qualche perplessità. Bene Sondrio in cui 1,64 su 100.000 ha subito nel corso del 2010 un tentativo di estorsione. Napoli è “leader” negativo nelle truffe: 327 ogni 100 mila abitanti. Palermo in questo caso è 102° con 207 truffe. Bene Agrigento al terzo posto con “appena” 89,97. Ventesima Catania (114,37). Per quanto riguarda i delitti: trend in aumento a Ragusa, Messina, Enna, Agrigento. In calo a Palermo, ventinovesima con un indice rispetto al 2006 di 91,32. Tempo Libero – Rimini Rimini. La città romagnola guadagna la prima piazza nel settore dei divertimenti e dello svago. Male Agrigento penultima, prima in Sicilia è Messina, 53esima. L’area valuta i libri acquistati, gli spettacoli teatrali e cinematografici, la ristorazione, l’ospitalità e l’indice di sportività. Si legge poco a Ragusa, Trapani ed Agrigento, solo 0.05 % l’indice di assorbimento libri. Firenze è la più acculturata con un indice di 3,28%. Negli spettacoli male Caltanissetta con 1.379 ogni 100.000 abitanti, Rimini primeggia con 14.117. Poco meglio della città nissena fanno Enna con 1.467 ed Agrigento con 1.734. Per quanto riguarda gli spettacoli cinematografici Catania è 22a con 3,77 cinema ogni 100.000 abitanti, a Caltanissetta sono invece 3,31, mentre a Palermo 3.13. Anche qui prima è Rimini con 7,69. Malissimo Palermo nella ristorazione, ultima in Italia con 306,16 ristoranti o bar ogni 100.000 abitanti. Al penultimo posto Catania con 329. Dati lontanissimi da quelli di Olbia e Sassari entrambe prime con 1217. Anche negli Alberghi malino Palermo con 56 ogni 100 mila abitanti, peggio fa Caltanissetta, quartultima con 27,57. Molto poco sportiva Agrigento, al penultimo posto con un indice di 193,33. Palermo è sessantatreesima con 427. Prima Trento con 779,27.

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Dieta per l’Assemblea regionale siciliana I parlamentari passeranno da 90 a 70, forse l clima di austerity questa volta arriva fin dentro la casta. Un po’ a sorpresa, in una Regione considerata tra le più sprecone e famosa per i suoi 18 mila dipendenti, l'Assemblea regionale siciliana ha approvato il disegno di legge che taglia il numero dei parlamentari da 90 a 70. La norma è passata con 59 voti a favore, uno contrario e un astenuto e dopo che il presidente dell'Ars, Francesco Cascio (Pdl), aveva stoppato la richiesta di voto segreto, avanzata da due deputati di Grande Sud e Mpa. Il via libera arriva dopo due tentativi falliti con il ddl che era stato bocciato in commissione Affari Istituzionali e tra qualche mal di pancia. Il taglio andrà a incidere sulla rappresentanza, tant'è che nel testo è stata inserita una norma transitoria per ricalcolare la ridistribuzione dei deputati a livello provinciale prevista dall'attuale sistema elettorale nel caso in cui l'Assemblea non dovesse approvare in tempo la modifica della stessa legge. Tuttavia, il voto di mercoledì scorso è solo l'inizio di un iter complesso: trattandosi di legge costituzionale di modifica dello Statuto autonomistico, scatta la procedura aggravata per cui il ddl sarà trasmesso a Camera e Senato per la doppia lettura. I due rami del Parlamento dovranno votare il testo entro la fine della legislatura, altrimenti l'iter si interromperà e bisognerà ripartire da zero. «Siamo la prima Regione in Italia a ridurre liberamente e velocemente il numero dei parlamentari regionali, mi auguro che anche il Parlamento nazionale legiferi in tempi brevi per diminuire il numero di senatori e deputati», dice il presidente dell'Ars Francesco Cascio che risponde così a chi gli ricorda che nella manovra di luglio l'ex governo Berlusconi aveva previsto per la Sicilia la riduzione di 40 deputati (e non 20). E il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, che parla di «segnale importante» ed è pronto a fare pesare la scelta compiuta dall'Ars al tavolo di confronto sul federalismo chiesto al premier Mario Monti, suggerisce di intervenire anche sulle indennità dei parlamentari. «Non lo escludiamo», replica Cascio, che cita i tagli già fatti durante la legislatura che hanno ridotto i compensi dei parlamentari del 20%: 1.800 euro netti al mese in meno nella busta paga. Il taglio di 20 deputati comporterà per l'Assemblea un risparmio di circa 7 milioni di euro l'anno di indennità e benefit, 35 milioni per

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un'intera legislatura. La norma, se sarà approvata definitivamente dopo la doppia lettura, avrà un impatto anche sul resto della pianta organica dell'Ars, con un effetto a catena che consentirà un ulteriore diminuzione delle spese. E nella direzione del taglio dei costi va anche la decisione assunta ieri sera dalla giunta Lombardo che ha approvato la proposta di abolizione delle peculiarità introdotte in Sicilia sulla legge 104 che consente di andare in pensione anticipatamente per assistere un proprio familiare. La norma, che abolisce un beneficio di cui hanno goduto molti burocrati della Regione andati in pensione anche con meno di 50 anni, è stata inserita nel disegno di legge con cui il governo chiederà all'Ars di votare l'esercizio provvisorio (in calendario prossima settimana) per la difficoltà a varare il bilancio entro l'anno senza avere prima chiuso l'accordo sul federalismo fiscale con lo Stato.

Così cambierebbe la ripartizione provinciale dei seggi a provincia che perderà il maggior numero di deputati è quella di Palermo. I parlamentari palermitani scenderanno da 20 a 15. A Catania si scenderà da 17 a 14 e a Messina da 11 a 8. Tutte le altre province perdono meno seggi ma il numero di eletti diventa davvero basso e ciò rende meno facile per gli attuali deputati tentare la rielezione. Ad Agrigento si scende da 7 a 6, a Siracusa da 6 a 5, a Ragusa da 5 a 4, a Trapani da 7 a 5. La provincia che eleggerà meno deputati è quella di Enna (da qui le proteste dell’autonomista Colianni) che scende da 4 a 3. Il testo approvato ha una norma transitoria che consente di riparametrare l’attuale legge elettorale sui nuovi numeri. E così anche il listino (l’elenco di candidati eletti direttamente insieme al presidente vincente) scende da 9 a 7. Ma proprio per l’abolizione del listino si

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muovono adesso molti deputati, soprattutto in FdS, Mpa e in genere delle province minori: l’obiettivo è abolirlo e spalmare questi seggi nelle zone più colpite dai tagli per dare più chance a chi si candida. Si vedrà. Giovanni Barbagallo, sponsor della riforma, prova a rilanciare: «In Sicilia un deputato guadagna ancora 9.465 euro netti al mese mentre in Emilia, per esempio, ci si ferma a 5.666». In realtà la maggior parte dei deputati guadagna molto di più perchè somma i bonus derivanti da altri incarichi parlamentari: si va da un minimo 414 euro al mese per i 9 segretari di commissione al massimo di 5.149 euro al mese aggiuntivi per i due vicepresidenti dell’Ars. I 3 deputati questori aggiungono 4.642 euro allo stipendio base e i nove presidenti di commissione 3.316 euro.


Dai permessi sindacali alle baby-pensioni La fiera degli sprechi si celebra alla Regione ai permessi sindacali alle superborse dei deputati, la fiera degli sprechi si celebra nella Regione Siciliana. L’ultimo colpo messo in atto in nome dell’Autonomia siciliana lo ha svelato la Corte dei Conti meno di due mesi fa. L’accordo che Governo e parti sociali hanno raggiunto sui permessi sindacali retribuiti prevedeva inizialmente di ridurre le 35 mila giornate di permesso almeno del 30% per allinearsi a quanto previsto dallo Stato. Ebbene, la Corte dei Conti presieduta da Rita Arrigoni non ha potuto non rilevare che al momento di mettere le firme la riduzione si è fermata al 15%: «Non appare idonea». Perchè? Basta leggere i dati: «Il numero di permessi che concede lo Stato è pari a 76 minuti e 30 secondi annui per dipendente. Quello delle altre regioni e degli enti locali si spinge fino a 90 minuti procapite. Alla Regione si arriva, malgrado il taglio, a 775 minuti e 50 secondi». In Sicilia c’è un boom di sindacalisti autorizzati a non andare a lavoro. Poi resta sempre la possibilità di andare in pensione con 25 anni di anzianità (20 per le donne) nel caso in cui si abbia un parente da accudire. Roba nota è il boom di dipendenti. Giovanni Coppola, procuratore della Corte dei Conti, non smette di ricordare che «in Sicilia ci sono 2.033 dirigenti mentre nella più popolosa Lombardia si arriva a 212». E i semplici dipendenti? Coppola ne ha contati 18.600 circa, «in Lombardia sono 2.867. Quindi i dirigenti siciliani sono dieci volte di più di quelli lombardi e i dipendenti sono quasi il sestuplo». La spesa, è ovvio, segue lo stesso principio: un miliardo e 28 milioni all’anno per la Sicilia, 127 milioni per la Lombardia. Si dirà, non si possono paragonare numeri su Regioni che hanno funzioni amministrative differenti. Ma anche sul piano qualitativo le differenze sono evidenti. La Sicilia, che sta per aumentare il ticket a carico dei cittadini, spende ogni anno 8 miliardi e 902 milioni per garantire l’assistenza sanitaria. Il Piemonte si ferma a 8 miliardi e mezzo «la differenza in termini quantitativi non è molta - ammette ancora Coppola - ma in termini qualitativi il tipo di assistenza offerta non è paragonabile». Eppure anche sui numeri la sanità siciliana ha qualche record. Le 1.646 strutture private convenzionate? In Piemonte ce ne sono appena 144. Il risultato? Il costo dell’assistenza garantita dai privati cresce di circa 28 milioni all’anno in Sicilia raggiungendo i 667 milioni nell’ultima rilevazione. La specialità siciliana vale anche per il numero e il costo dei deputati. Del numero record di 90 deputati leggete a parte. Ma quanto costano? La retribuzione di un consigliere regionale dell’Emilia Romagna arriva a 5.666 euro al mese. Lo status di Parlamento attribuito all’Ars consente ai nostri deputati regionali di incassare la stessa retribuzione media dei senatori: 9.465 euro al mese, senza considerare tutti gli incarichi aggiuntivi (presidenze di commissione e presenza nel consiglio di presidenza) che assicurano a circa 70 onorevoli su 90 un bonus aggiuntivo che varia da 414 a 5.149 euro al mese. Risultato? L’Ars costa - secondo i calcoli di Giovanni Barbagallo del Pd - 172,5 milioni all’anno, il consiglio regionale dell’Emilia 56,6 milioni. Se passerà la riduzione a 70, sarà un’altra eccezione, perchè lo Stato ha imposto alle altre Regioni una percentuale di deputati da tagliare che in Sicilia avrebbe fatto scendere gli onorevoli a 50. Ma la Sicilia è speciale anche per il peso delle tasse sui cittadini. Nel 2006 l’addizionale Irpef e l’Irap vennero aumentati al massimo

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possibile per coprire il buco della sanità. Si arrivò così ad aliquote dell’1,4% per l’Irpef e del 4,82% per l’imposta a carico degli imprenditori: è - confermano all’assessorato all’Economia - un record nel panorama italiano, eguagliato solo da qualche altra regione del Sud che ha gli stessi guai con la sanità. Solo che sulla carta la Sicilia ha superato il deficit e la super tassa andava quindi tolta l’anno scorso. Ma l’unica cosa che la Regione è riuscita a fare è una riduzione dello 0,15% per l’Irap e dello 0,03% per l’addizionale Irpef. Il tutto vale per il 2011. Perchè nel 2012 è in arrivo il nuovo aumento: l’aliquota regionale Irpef salirà fino all’1,73%. I Comuni non hanno fatto meglio. Anche la Tarsu che si paga in Sicilia è mediamente supeiore a quella che si paga nel resto d’Italia. Ultimo capitolo sul quale sta per incidere il governo, è quello delle «baby pensioni»: in base a una legge regionale del 2003, che attua la Legge nazionale 104/1992, i dipendenti della Regione Sicilia, oltre 21.000, il triplo di quelli di Lombardia e Veneto assieme, possono usufruire del pensionamento anticipato dopo 20 anni di contributi, dimostrando di avere un familiare invalido da accudire. Prepensionamenti che gravano sul bilancio dello Stato per 20 milioni di euro l'anno. Ora la giunta di governo ha deciso di abolire la norma con un emendamento inserito al disegno di legge per l'esercizio provvisorio.

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Internet gratis si diffonde nei comuni siciliani Il centro storico di Alcamo diventa “wi-fi” Michele Giuliano nternet gratis per la maggior parte delle famiglie siciliane: la strada certamente è ancora lunga per la totale diffusione in Sicilia, certo è che negli ultimi tempi si stanno facendo enormi passi in avanti. E per i consumatori in senso stretto davvero si può cominciare a far respirare il proprio budget familiare, sempre più appesantito da aumenti di Iva, tasse, costi di alimentari e altro ancora. Almeno quelle 30, 40 o 50 euro al mese (a seconda del gestore scelto e del servizio, ndr) che attualmente vengono spese per pagare salatissime bollette del telefono per la linea adsl potrebbero essere risparmiate, con buona pace proprio delle famiglie. Ad attivare internet gratuitamente lo stanno facendo moltissimi Comuni siciliani, specialmente quelli piccoli non raggiunti dall'Adsl, usando le connessioni senza fili Wi-Fi. L’ultimo, a gennaio scorso, è stato il Comune messinese di Nizza di Sicilia. E stanno per farlo anche Terrasini e Pozzallo. Poco prima lo avevano già fatto i Comuni di Villafrati, Marineo e Bolognetta, nel palermitano, che offrono a cittadini e visitatori delle tre cittadine la possibilità di collegarsi liberamente ad Internet nelle piazze, nelle biblioteche e nei centri aggregativi. Analogo servizio offre l’amministrazione comunale di Vittoria che addirittura utilizza direttamente la tecnologia ad onde radio di banda larga WiMax per offrire a tutti i cittadini e alle imprese i servizi in tutto il territorio, comprese le zone rurali. Attraverso l’installazione di nove hotspot Wi-Fi pubblici all’interno del centro storico e nella frazione marittima di Scoglitti, cittadini e turisti possono usufruire da 2 a 4 ore di navigazione gratuita giornaliera. E’ sufficiente ritirare la password in Comune e tutti potranno avere accesso ad Internet evitando di stipulare contratti con le compagnie telefoniche, le vecchie “telco” assediate dai debiti soffocanti dovuti allo sboom della bolla Internet del 2000. Presto anche ad Alcamo arriverà il collegamento gratuito: “Stiamo già predisponendo il servizio wi-fi gratuito in tutto il perimetro del centro

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storico – annuncia il sindaco Giacomo Scala -. Per noi si tratta di un impegno molto importante perché crediamo nella diffusione di mezzi informatici di una certa importanza che garantiscano le famiglie e soprattutto gli studenti a cui serve moltissimo questo strumento”. L’informatizzazione dei Comuni completa porterebbe anche ad altri successi per gli enti locali, secondo gli esperti: “Internamente il Comune – dice il siciliano Mario Pagliaro, ricercatore al Consiglio nazionale delle ricerche a Palermo e insegnante di nuove tecnologie energetiche al Polo Fotovoltaico della Sicilia - potrà realizzare on-line il monitoraggio ambientale, il controllo delle discariche abusive, portare le linee di telefonia su Internet e chiudere con le bollette telefoniche, attivando il sistema Voip che non necessita del pagamento del canone, nonché gestire in modo nettamente più rapido ed efficace tutte le attività di emergenza di protezione civile quando pochi istanti possono fare la differenza fra la vita e la morte dei cittadini”.

La guida “Flos olei” premia l’olio extravergine di oliva siciliano l migliore prodotto di olio extravergine di oliva è siciliano.

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scadente, a volte anche pericolosa per il consumatore stesso.

Sgombra il campo da dubbi per il consumatore la famosa

E proprio per il consumatore siciliano di olio di oliva da questo

guida “Flos olei”, curata da Marco Oreggia e Laura Marinelli,

punto di vista ci sono buone risposte dal mercato locale che

che proprio i questi giorni è uscita nella nuova edizione 2012. Si

riesce a garantire ampiamente il fabbisogno interno. Infatti se-

tratta nel suo genere del più importante riconoscimento a livello

condo quanto attesta l’Istat la produzione di olio di oliva è pre-

europeo e che quindi consacra l’oliva siciliana tra i prodotti di mag-

rogativa del sud Italia.

giore qualità nel suo genere.

Le cifre parlano chiaro: mediamente ogni anno in Italia vengono

Una garanzia a sigillo di un prodotto che, come anti altri, rischia di

prodotti circa 6-7 milioni di quintali.

indurre in inganno lo stesso consumatore siciliano, tempestato da

La Puglia, Calabria e la Sicilia hanno un'incidenza nella produ-

un mercato che introduce nel suo calderone di tutto e di più. Con

zione nazionale di oltre l'85 per cento di tutto l'olio di oliva pro-

il rischio quindi per l’acquirente di farsi ingannare dal prezzo ma-

dotto nel nostro paese.

gari leggermente più conveniente che però cela una qualità molto

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M.G.


Potenziamento e sicurezza dei porti turistici La burocrazia blocca fondi per 100 milioni a semplificazione burocratica in Sicilia ancora oggi resta solo una parola astrusa, forse anche un po’ complicata da comprendere più che da pronunciare. E quel che è peggio è che rischia di bloccare importanti apparati, come quello turistico, di vitale importanza per l’economia dell’Isola. Infatti proprio a causa delle lungaggini burocratiche alla Regione sono bloccati ben 100 milioni di euro per i porti turistici, fra progetti di potenziamento e messa in sicurezza. Una vera tegola se si considera che proprio gli approdi nei porti sono una risorsa che fa mercato in una terra che invece negli ultimi anni ha progressivamente perso presenze arrivi di turisti. “A questo punto - dice il capogruppo all’Ars dell’Udc, Giulia Adamo - è necessario che il governo regionale convochi un vertice tra i capigruppo dell'Ars per un chiarimento sulla tanto attesa semplificazione burocratica. Il blocco dei 100 milioni di fondi per i porti turistici è soltanto la punta dell'iceberg. C'è un sistema, un intero apparato che sta affossando lo sviluppo della nostra isola”. La stessa parlamentare poi entra nel dettaglio e concretamente dà il senso delle difficoltà burocratiche che sono sorte attorno alle concessioni per l’avvio di cantieri ai porti siciliani che, lo ricordiamo sono opere pubbliche che cadono sul territorio del Demanio: “Per richiedere una concessione su demanio marittimo, ad esempio, spiega la Adamo - occorrono ben 13 passaggi, e questo mortifica la Sicilia”. Ricordiamo che già una polemica è esplosa attorno ad una circolare del Dipartimento Beni culturali della Regione proprio riguardo al blocco della costruzione dei porti turistici in Sicilia. Un provvedimento che andrebbe ad inficiare sulla costruzione dei porti in molte zone siciliane, in particolare sui 6 porti previsti nel Siracusano, Scoglitti, Licata, Avola, Cefalù e a Porto Palo di Menfi. In realtà la circolare non fa altro che applicare la legge Merlino del 1978, in particolare l’articolo 15, lettera A, secondo cui a meno di 150 metri dal mare non si può realizzare nulla che non sia destinata alla fruizione del mare. Il decreto Burlando, recepito dalla Re-

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gione Siciliana, invece consente di realizzare anche nell’ambito dei porti turistici soltanto servizi complementari. In primis ad essere preoccupate sono le associazioni ambientaliste per ragioni di impatto ambientale: “Nel siracusano – denuncia il presidente del Wwf aretuseo, Giuseppe Patti - rischiamo di ritrovarci con cantieri che saranno chiusi per anni, con le opere abbondantemente iniziate, sia in mare che a terra”. “Il porto turistico- rincaraca la dose Sos Siracusa - dovrebbe servire a rivitalizzare la città esistente e a creare occasioni per la riqualificazione della stessa”. Identica situazione ovviamente la si vive anche nelle altre province, come quella catanese: “Catania – dice in una nota il Comitato Porto del Sole - purtroppo è ancora vittima di gravi e diffuse irregolarità procedurali, oggi persino nel campo della portualità turistica, che hanno fatta apparire al mondo civile la nostra terra come teatro di corruzione e di violenza”. M.G.

Il golf in Sicilia, grande mezzo di attrazione turistica embra che arrivino importanti indicazioni sull’appeal della

rispetto al 2010. Un aumento determinato oltre dall’apertura dei

Sicilia nei confronti dei turisti: sempre di più infatti sono

nuovi Resort a cinque stelle Donnafugata e Verdura soprattutto

coloro attirati nell’Isola per i suoi impianti golfistici. Questo

dalla promozione della Sicilia come nuova e incantevole desti-

S

è emerso nel corso della seconda edizione del “Sicilian Open”, torneo dell’European Tour promosso dalla Regione Siciliana e organizzato dalla Jumbo Grandi Eventi. Un appuntamento che non è soltanto un grande evento di golf, a cui parteciperanno tra i migliori giocatori del ranking mondiale, ma è anche un’opportunità per presentare il territorio esaltandone le

nazione golfistica in Europa”. Ad essere stato innescato un “circolo vizioso”: già lo scorso anni la copertura televisiva dell’evento è stata garantita con 44 emittenti collegate ed ha portato le immagini della Sicilia e del Donnafugata Golf Resort in tutto il mondo.

eccellenze: accoglienza, eno-gastronomia, arte, cultura.

Quindi una promozione del territorio così massiccia ha senza

“Le stime indicano – secondo quanto sostengono gli organizzatori

dubbio aiutato l’aumento dell’attrazione dei turisti verso il golf si-

dell’evento – in un aumento del 75 per cento nel 2011 di presenze

ciliano nel contesto di un’offerta turistica davvero diversificata.

di turisti e appassionati nelle quattro strutture golfistiche siciliane

M.G.

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Missione qualità per le professioni Michele Pellizzari, Giovanni Pica l ministro Severino alla sua prima audizione al Senato ha spiegato che il governo non ha in preparazione alcun provvedimento per la cancellazione degli ordini professionali e che “liberalizzare non vuole dire consentire a chiunque di fare l’avvocato o il professionista e non deve voler dire abbassare la qualità dei servizi offerti”. È confortante che il ministro abbia individuato, in tema di professioni, il nodo centrale: quello del rapporto tra regolamentazione e qualità. In effetti, la regolamentazione dei servizi professionali si giustifica solo se garantisce un’elevata qualità dei servizi. L’attuale normativa non sembra aver consentito il raggiungimento di quest’obiettivo, minando la ragione d’essere degli ordini, assimilabili in molti casi a corporazioni che offrono servizi agli associati e non, come dovrebbero, trasparenza e garanzia di qualità ai consumatori.

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LIBERALIZZAZIONI E QUALITÀ DEI SERVIZI PROFESSIONALI Liberalizzare e limitare il potere degli operatori presenti sul mercato ha un impatto negativo sulla qualità, come sostengono i difensori dello status quo? Non necessariamente. È infatti plausibile pensare che il peso (economico, ma non solo) imposto dalle barriere all’entrata nelle professioni liberali sia differente tra individui. Persone la cui famiglia è già presente nella professione possono godere, per esempio, di un accesso privilegiato grazie alla possibilità di ottenere informazioni, know-how e rete di clienti dai familiari. La presenza di barriere all’ingresso, perciò, non necessariamente migliora la qualità media dei servizi offerti sul mercato. L’effetto dipende infatti dalla correlazione tra la produttività individuale e il costo imposto dalle barriere all’ingresso. Per chiarire il concetto si consideri il seguente esempio: si supponga che gli individui che sopportano i costi minori di ingresso nella professione (per concretezza si pensi ai familiari dei professionisti) siano in media professionisti più capaci degli altri; in questo caso, l’introduzione delle barriere all’ingresso fa sì che il mercato selezioni in maniera naturale gli operatori migliori, perché le barriere ostacolano in modo particolare l’ingresso degli operatori scarsamente produttivi. Al contrario, però, se i migliori professionisti sono coloro che sopportano i costi maggiori di ingresso nella professione, la presenza (o l’innalzamento) delle barriere scoraggia proprio costoro, riducendo la qualità media degli operatori presenti sul mercato. Pertanto, da un punto di vista teorico, l’effetto di una liberalizzazione che riduce i costi di ingresso ha un effetto ambiguo sulla produttività degli operatori di mercato e sulla qualità dei servizi offerti. L’analisi empirica diventa quindi indispensabile per comprendere il ruolo delle restrizioni all’ingresso nelle professioni liberali. EFFETTI DELLA RIFORMA BERSANI SULLA QUALITÀ DEI SERVIZI LEGALI Per valutare gli effetti della riforma Bersani (decreto-legge n. 223 del 4 luglio 2006, convertito dalla legge n. 248 del 4 agosto 2006)

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che ha abolito le tariffe minime, il divieto di pubblicità e il patto di quota lite, abbiamo raccolto i dati relativi agli avvocati iscritti agli albi della Regione Veneto dal 2000 al 2009. (1) Gli albi sono pubblici e contengono, tra le altre informazioni, il nome, il cognome, l’età, la data di abilitazione e l’indirizzo dello studio di ciascun iscritto. Ciò ha permesso di costruire un indice individuale che misura la frequenza del cognome nell’albo (rispetto alla frequenza nella provincia). I dati sono stati successivamente legati alle informazioni derivanti dai Centri per l’impiego (elaborate dall’Osservatorio di Veneto Lavoro) che registrano lo status di ciascun lavoratore e permettono, in particolare, di identificare i lavoratori dipendenti della Regione. Poiché è fatto espresso divieto agli iscritti agli albi di essere impiegati come lavoratori dipendenti (tranne in casi specifici facilmente individuabili), è stato possibile individuare coloro che lasciano la professione identificando gli iscritti che appaiono, in un secondo momento, come lavoratori dipendenti. I risultati dell’analisi mostrano che la probabilità di uscire dalla professione è associata negativamente alla frequenza del cognome nell’albo (relativamente alla frequenza del cognome nella provincia). Tale associazione diventa tuttavia più tenue dopo la riforma del 2006, come mostra la figura 1a nella quale la linea relativa al periodo post riforma è più piatta rispetto alla linea relativa al periodo che precede la riforma: ciò indica che avere un cognome più frequente riduce di meno, dopo la riforma, la probabilità di uscita. La riforma ha quindi ridotto l’impatto delle connessioni familiari sulla capacità degli individui di operare sul mercato, favorendo così una migliore selezione tra


Rigorosa selezione e stimolo alla concorrenza La strada da seguire per rilanciare gli Ordini gli avvocati. L’evidenza indica che anche la composizione dei flussi in uscita dalla professione è stata profondamente influenzata dalla riforma del 2006. Negli anni precedenti la riforma, a parità di età, esperienza nella professione, residenza e frequenza del cognome, gli individui che lasciavano la professione provenivano con maggiore probabilità dalle fasce elevate della distribuzione (condizionata) del reddito. Dopo la riforma, accade esattamente il contrario (figura 1b). Poiché il reddito – a parità di età, esperienza nella professione, residenza e frequenza del cognome – può fornire una misura indiretta della qualità dei servizi professionali, l’analisi empirica indica che dopo la riforma la selezione tra gli avvocati sembra operare meglio: escono dalla professione soprattutto i professionisti meno preparati e produttivi, mentre prima avveniva esattamente il contrario. In conclusione, nel periodo precedente la riforma, la regolamentazione della professione forense non raggiungeva lo scopo di proteggere i consumatori, risolvendo – o almeno mitigando – il problema delle asimmetrie informative. Per avere successo nella professione forense nel periodo che precede la riforma non era necessaria (solo) la competenza, ma anche (soprattutto?) l’appartenenza a un network in grado di dare accesso, o in alternativa di scalfire, le posizioni acquisite dagli operatori già presenti sul mercato. Nel caso del settore dei servizi legali la deregolamentazione non ha dunque inciso negativamente sulla qualità. Tutt’altro.

LIBERALIZZARE? ADELANTE, CON JUICIO Per evitare equivoci, è bene sottolineare che, in generale, non si sta auspicando una completa deregolamentazione dei servizi professionali. Ma gli ordini, se vogliono sopravvivere, devono tornare al loro compito originario di custodi della qualità dei servizi prestati e non di custodi del potere di mercato dei loro iscritti. La realizzazione di questo obiettivo deve poggiare su misure (basate sulle caratteristiche specifiche di ciascun settore) che liberalizzino la condotta dei professionisti che operano nel mercato, allo scopo di stimolare la concorrenza, abbinate a una rigorosa selezione degli entranti basata unicamente sulla qualità. In che modo?Un paio di esempi: innanzitutto ridurre i conflitti d’interesse negli esami di abilitazione. È opportuno limitare il potere di intervento dei professionisti già presenti sul mercato nella preparazione e nella correzione dei compiti. Dove ciò non sia possibile, occorre rendere casuale l’identità dei correttori come già stabilito nel 2004 per il settore dei servizi legali dall’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli. Inoltre, è necessario separare i ruoli di regolamentazione e rappresentanza in capo agli ordini, in base al principio secondo il quale il regolamentato non può coincidere con il regolamentatore. (lavoce.info) (1) I dettagli dell’analisi sono riportati nello studio “Liberalizing Professional Services: Evidence from Italian Lawyers”, IGIER Working Papers 372.

Figura 1. Gli effetti della riforma Bersani

1a Connessioni familiari e flussi in uscita dalla professione prima e dopo la riforma

1b Produttività e flussi in uscita dalla professione prima e dopo la riforma

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Il forziere degli Ordini Franco Stefanoni Quello degli ordini professionali è un mondo chiuso, con enti previdenziali propri e un patrimonio di circa 50 miliardi di euro investiti in beni immobili e titoli finanziari. Una macchina del privilegio, che dovrebbe difendere il cittadino-consumatore e invece protegge solo se stessa, tramandandosi il potere in maniera quasi ereditaria. Insomma, "I veri intoccabili" sono loro, sostiene Franco Stefanoni nel suo ultimo libro, edito da Chiarelettere. Ne proponiamo qui un estratto del capitolo che racconta come vengono decise e spese le quote annue versate dagli iscritti. n che modo gli ordini professionali si procacciano i quattrini? Funziona così: ciascun consiglio locale decide la quota annua che ogni proprio iscritto deve pagare per sostenere l’attività ordinistica sul territorio.

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QUOTE: UN BOTTINO RICCO Per esempio: nel 2009 il consiglio dell’ordine degli architetti di Roma chiede ai propri iscritti 205 euro, quello dei commercialisti di Bologna 550, gli psicologi dell’Emilia Romagna ne devono versare 165, gli ingegneri di Palermo 100. Ognuno fa per sé in base al numero di appartenenti all’albo e ai servizi offerti, talvolta proponendo sconti ai colleghi con pochi anni di iscrizione o con scarso reddito. In linea di massima, gli ordini più piccoli chiedono quote più onerose rispetto ai grandi, per il fatto che alcuni costi fissi si spalmano su meno immatricolati. In totale, grazie alle quote pagate da due milioni di iscritti agli albi, si può stimare un volume annuo di entrate complessive non inferiore ai 500-600 milioni. Oltre che con le quote annuali, a livello locale le finanze sono rimpinguate da altre voci. La normativa generale prevede che il consiglio possa stabilire anche altre tasse e contributi, entro i limiti strettamente necessari a coprire le spese dell’ordine. Ogni sede, per esempio, può fissare i prezzi per rilasciare pareri riguardo la liquidazione degli onorari, nei casi in cui le parcelle siano oggetto di discordia e contestazione tra un professionista iscritto all’albo e il suo cliente. Il caso classico è l’onorario ritenuto troppo alto: il cliente non intende pagare. A richiesta, l’ordine interviene come arbitro e riformula o conferma il valore della prestazione, che va poi liquidato. Per alcune categorie, come architetti e ingegneri, l’eliminazione delle tariffe minime introdotta nel 2006 dal decreto Bersani ha reso inutile il ricorso ai pareri sulla liquidazione delle parcelle, con conseguenze drastiche per le finanze degli ordini: i minori introiti hanno superato il 50 per cento delle entrate complessive. I contributi raccolti con le quote annuali restano la maggiore fonte di entrata degli ordini locali: nel 2009 sono 3,2 milioni per gli architetti di Roma, 2,3 milioni per i medici di Milano, 1,3 milioni per i commercialisti di Bologna. Una parte viene stornata al proprio consiglio nazionale a supporto dell’azione politica e strategica di categoria. Le cifre sono variabili: da 25 euro per gli ingegneri a 52 per

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gli avvocati cassazionisti, fino a 180 per i commercialisti. Moltiplicando la singola quota per il numero complessivo di iscritti a un albo si ottiene la principale voce di entrata per i bilanci dei consigli nazionali. Non tutti pagano: ogni ordine locale registra una qualche morosità da parte di colleghi. SPESE PAZZE AI VERTICI Il flusso di denaro che dagli iscritti si riversa nelle casse degli ordini nazionali alimenta una giungla di piccole e grandi spese, di contributi e finanziamenti, celata dentro bilanci non sempre trasparenti, talvolta addirittura incomprensibili, raramente pubblicati sui siti internet ufficiali, sottoposti a scarsi controlli indipendenti e ad approvazioni solo formali. Spulciando tra le risorse su cui si basa l’intera struttura ordinistica saltano fuori costi dai curiosi connotati e qualche volta fuori misura: auto blu e compensi per presidenti e consiglieri, in certi casi non irrilevanti; sedi di prestigio e dispendiosi congressi nazionali. Figurano inoltre i costi per la formazione, che può essere affidata a fondazioni con vita autonoma e dunque fuori bilancio. Nel 2009 il consiglio nazionale del notariato ha speso 13 milioni in costi generali, di cui poco meno di un sesto destinato a retribuire i 37 dipendenti distribuiti su 2450 metri quadrati della sede romana di via Flaminia, zona villa Borghese, di proprietà della cassa previdenziale di categoria, il cui affitto è di 28mila euro mensili. Il presidente può raggiungerla con l’auto blu, noleggiata di volta in volta. Tra le altre voci di spesa figurano l’ufficio studi,


Macchina del privilegio che difende se stessa tra spese senza controllo e patrimoni ingenti le commissioni di lavoro, le consulenze e le scuole di notariato. A non molta distanza, in via del Governo vecchio, dalle parti di piazza Navona, nella sala personale adornata di mosaici, marmi, delicato parquet e un’antica cripta con dipinto interno, il presidente del consiglio nazionale forense sa invece che può contare su due berline d’ordinanza con autista. Ma questo costo, come una parte di quello per il personale, è a carico del ministero della Giustizia e non grava sul bilancio. Le spese correnti del vertice degli avvocati ammontano a 5,3 milioni. I cinque dipendenti diretti del consiglio costano in tutto 420mila euro, e 500mila i collaboratori, mentre ammontano a 750mila euro le spese di funzionamento degli uffici, 450mila servono invece a finanziare manifestazioni ufficiali, 300mila a organizzare convegni, altri 900mila a far funzionare tre fondazioni (scuola dell’avvocatura, promozione immagine e attività informatica). Il consiglio nazionale degli ingegneri, invece, ha una sede di 800 metri quadrati in via IV Novembre, vicino a piazza Venezia a Roma, che costa 490mila euro all’anno solo di affitto. Tra gestione degli uffici, finanziamento del centro studi, pubblicazioni di riviste, promozione e immagine, il totale delle spese correnti del gotha di categoria ammonta a 5,5 milioni di euro. Anche gli ordini locali non sono da meno. Quello degli architetti di Roma, la cui sede (affittata al prezzo politico di 2.300 euro mensili) è situata in un edificio monumentale di 2.500 metri quadrati all’interno del giardino che ospita l’ex Acquario romano, spende ogni anno 3,5 milioni, che se ne vanno in gran parte per far funzionare gli uffici, provvedere ai servizi informativi e alle spese di tutela professionale: 700mila euro spalmati su consulenze, tirocini, formazione e promozione. E poi ci sono i compensi ai consiglieri, che rappresentano una voce a parte. SENZA CONTROLLO Il controllo dei bilanci è un affare che gli ordini gestiscono in proprio, sia a livello locale sia a livello nazionale. Il compito è affidato ai revisori interni, che possono controfirmarli o contestarli con apposite relazioni. Ma i pareri negativi sono rari. D’altra parte i revisori sono eletti dagli iscritti. Gli stati patrimoniali (debiti e crediti) e i conti economici (costi e ricavi) dei consigli territoriali non vengono in genere consegnati ai vertici nazionali, i quali, a loro volta, non sono obbligati a comunicare i loro dati agli ordini locali, né ai ministeri competenti. La Corte dei conti può sottoporre a verifica i bilanci degli ordini nazionali, mentre quelli territoriali non dovrebbero esserne toccati, anche se la materia è discussa. I bilanci locali devono essere presentati all’assemblea degli iscritti per l’approvazione, ma è infrequente che il voto si traduca in una bocciatura, anche perché gli iscritti in genere disertano l’appuntamento. In seconda convocazione non è previsto un quorum e molto spesso l’assemblea approva con un numero irrisorio di alzate di mano, e i pochi presenti non di rado sono gli stessi membri

del consiglio. Ancora meno vincoli sono previsti a livello nazionale: i bilanci sono approvati senza passare dal voto degli iscritti agli albi, anche se in certi casi i conti vengono comunicati per conoscenza alle assemblee dei presidenti degli ordini locali. A cose fatte viene formulata una comunicazione ufficiale che pochi iscritti si prendono la briga di analizzare. Nonostante siano atti pubblici, non tutti i bilanci vengono resi noti. Nel 2007 Antonio Cimmino, ex presidente del collegio dei periti agrari di Napoli, dopo aver chiesto senza fortuna al proprio consiglio nazionale i conti relativi agli anni 2002, 2004 e 2005, deve ricorrere al Tar del Lazio. Che gli dà ragione, condannando il vertice di categoria a esibire stato patrimoniale e conto economico, oltre che a pagare 1250 euro di spese. In altri casi emergono contestazioni sulle modalità di voto, che talvolta viene ripetuto a distanza di tempo per lo stesso bilancio, al fine di rimediare a una precedente bocciatura. Nella primavera 2011 accade per esempio all’ordine degli architetti di Milano, e il fatto viene denunciato alla Corte dei conti. Nella distrazione generale sono i presidenti e i consiglieri a decidere quanto raccogliere e come spendere e investire i quattrini a disposizione della categoria. Ogni vertice locale e nazionale indirizza il denaro incassato come meglio crede: formazione, comunicazione e immagine, organizzazione di convegni, congressi, centri studi e ricerche, pubblicazione di riviste, siti internet, missioni all’estero, convenzioni con società di servizi finanziari o turistici (sconti su alberghi o su voli aerei), gestione e assunzione di personale (con bandi pubblici), polizze assicurative, commemorazioni, consulenze tecniche e assistenza fiscale, sportelli per praticanti. Tutto ciò sulla scorta di quanto si riesce a incassare con le quote degli iscritti. Alla fine dalla somma algebrica di entrate e uscite deriva un avanzo o disavanzo di esercizio, portato in eredità all’anno successivo. Il diverso utilizzo dei quattrini contribuisce a creare consenso elettorale. (lavoce.info)

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Cooperazione: le molte sfide del nuovo ministero Iacopo Viciani l quarto Forum di alto livello sull’efficacia degli aiuti, iniziato il 29 novembre a Busan in Corea, costituisce il punto di arrivo di una serie d’incontri per migliorare l’efficienza gestionale dell’aiuto cominciata a Roma nel 2003: È però anche il primo appuntamento internazionale dedicato alla cooperazione del nuovo esecutivo italiano e il primo incontro a cui partecipa il neo-ministro per la Cooperazione internazionale.

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avere un ministro per la cooperazione non sembra né ostacolare né agevolare una buona gestione. I migliori risultati sono forse dovuti a un forte investimento del “vertice politico” della cooperazione a realizzare riforme che altri hanno trattato come un’agenda tecnica. In questo campo, l’Italia, ha raggiunto solo due obiettivi. Ad esempio, resta comunque il peggior donatore europeo, che obbliga i paesi in via di sviluppo ad acquistare il made in Italy. Anche sulla trasparenza di dati, il nostro paese ottiene risultati peggiori della Lituania, della Slovacchia, della Lettonia. (2) L’aiuto italiano è meno prevedibile e si concentra in quei paesi su cui tutti i donatori lavorano e non su quelli più bisognosi o che meglio spenderebbero gli aiuti.

L'IMPORTANZA DI UN MINISTRO DEDICATO Tra i diciassette ministri del governo Monti c’è, per la prima volta nella storia repubblicana, un ministro senza portafoglio per la Cooperazione internazionale e l’integrazione. La normativa vigente, che inquadra questa politica dal 1987, definisce la cooperazione allo sviluppo come parte integrante della politica estera del paese, COLPA SOLO DEI TAGLI? perciò la sua rappresentanza politica è generalmente stata affidata I risultati dell’Italia sull’efficacia dell’aiuto sono ancora più delua sottosegretari agli Affari esteri, se si esclude la breve esperienza denti alla luce del fatto che dal 2008 in poi il governo aveva ridel viceministro degli Esteri del secondo governo Prodi. Nel “Bersposto ai segnali di allarme provocati dai tagli finanziari lusconi 4”, pur con ventisei ministri, la delega alla Cooperazione sottolineando il miglioramento della qualità, opponendo diretallo sviluppo l’aveva mantenuta il ministro per gli Affari esteri, intamente qualità e quantità. Si tratta di capire se una perforsieme a quella per l’Africa e a molte altre. mance qualitativa così modesta sia legata Con la nomina di un ministro interamente dedial drammatico disinvestimento finanziario, cato, la cooperazione internazionale assume L'aiuto pubblico allo che ha provocato una riduzione delle risorse piena rilevanza in una compagine governativa ridel 78 per cento tra il 2008 e il 2011, o all’insviluppo è uno dei capacità di riformarsi dell’assetto istituziodotta e siede per la prima volta in Consiglio dei ministri. Il segnale è ancora più importante dopo varato nel 1987. Le campi in cui l'Italia ha nale-legislativo una fase in cui gli aiuti sono stati decurtati tra il conseguenze di policy che se ne traggono 2008 e il 2012 dell'88 per cento e sottolinea la perso più terreno ri- sono molto diverse. La presenza del minivolontà di renderla una politica centrale proprio stro senza portafoglio per la Cooperazione spetto agli altri paesi internazionale e integrazione può essere quando si punta a ridare credibilità internazionale al paese. per ricostruire la credibilità inOcse e i tagli hanno un’opportunità Quale impatto potrebbe avere la nomina del miternazionale e una politica pubblica di coonistro su quantità e quantità dell’aiuto italiano? colpito quei paesi po- perazione in termini quantitativi e qualitativi Regno Unito, Germania, Canada, Lussemburgo, solo se si risolveranno alcuni nodi con il miveri dove l'aiuto è più nistro degli Esteri. La normativa in vigore dal Svezia, Danimarca, Norvegia, Belgio, Nuova Zelanda, Olanda, Finlandia e Irlanda – ossia la 1987 rende la cooperazione allo sviluppo necessario metà dei paesi Ocse – hanno un ministro escluparte integrante della politica estera e stasivamente dedicato alla cooperazione allo svibilisce alcune aree su cui ha esplicita comluppo. E tutti figurano nella classifiche degli aiuti internazionali petenza il ministro degli Esteri, che può delegare come “buoni donatori” per quantità. Avere un ministro per la cooesclusivamente sottosegretari agli Esteri. È il ministro degli perazione allo sviluppo sembra dunque giovare agli stanziamenti Esteri che coordina tutte le attività di cooperazione del settore di bilancio per questa materia. Dal massimo dell’1 o 0,9 per cento pubblico, predispone la relazione programmatica, presiede il di Pil stanziato in aiuti da Lussemburgo, Svezia, Norvegia, Danicomitato che approva le iniziative d’intervento e strategiche e marca e Olanda, al minimo dello 0,33 per cento del Canada o dello firma iniziative d’emergenza. 0,38 per cento della Germania, si tratta sempre comunque di uno Se non si realizzassero almeno alcune modifiche alla legge, sforzo più che doppio rispetto a quanto fatto dall’Italia. Nessuno che dal 1996 si tenta di riformare senza successo, il neo-minidei paesi “con cooperazione di rango ministeriale” ha tagliato sistro sarebbe al massimo uno sherpa del presidente del Consignificativamente l’aiuto nel corso dell’attuale crisi economica – glio con una funzione di rappresentanza e coordinamento tra neppure l’Irlanda –, come se avere un ministro che ne difende le dicasteri che non potrebbe di fatto esercitare. Nella peggiore ragioni garantisse anche la stabilità degli stanziamenti da tagli lidelle ipotesi, si creerebbe un conflitto di attribuzioni permanente neari in periodi di difficoltà economica. con il ministro e i sottosegretari degli Affari esteri che rendeQuanto all’efficacia della cooperazione, negli ultimi cinque anni alrebbe l’azione di cooperazione dell’Italia ancora più incoerente. cuni paesi Ocse si sono impegnati nel tentativo di realizzare ri(lavoce.info) forme gestionali entro l’appuntamento di Corea, per ridurre (1) Ocse, Dac – Paris Declaration Monitoring Survey, settembre duplicazioni, sprechi e aumentare la trasparenza. La Danimarca è 2011. il paese che è riuscito a portare a termine il maggior numero di ri(2) http://www.publishwhatyoufund.org/resources/index/2011forme, seguita da Irlanda, Svezia, Olanda; i peggiori sono stati index/ Belgio, Lussemburgo, Italia, Germania e Finlandia. (1) In sintesi,

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Aiuto italiano: quando piove sul bagnato Francesco Manaresi Ldc ve ne sono molti africani, mentre tra gli orfani non-Ldc vi sono nazioni come l’India e alcune repubbliche centro-asiatiche.

l 2010 ha segnato uno dei punti più bassi per la cooperazione allo sviluppo italiana: il nostro paese vi ha destinato appena lo 0,15 per cento del Pil, meno di quanto fatto da tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale. Si tratta di un record negativo che non è giustificabile con la crisi: nello stesso anno gli aiuti degli altri donatori hanno raggiunto i massimi storici. (1) Ma guardare alla sola quantità dell’aiuto non basta. Negli ultimi anni, la comunità internazionale ha prestato una rinnovata attenzione al tema della qualità, inteso come efficacia ed efficienza dell’aiuto per la lotta alla povertà e per il raggiungimento degli obiettivi del Millennio.

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ORFANI E PREDILETTI Una recente ricerca da me realizzata per ActionAid sviluppa una metodologia per valutare la qualità dell’aiuto italiano. (2) L’idea è di calcolare la distribuzione ottimale degli aiuti stanziati dai paesi sviluppati sulla base di quattro diversi benchmark normativi e confrontarla con la distribuzione effettiva dell’aiuto italiano e della media dei paesi UE e G7. La performance italiana è peggiorata in questi anni di tagli alla cooperazione ed è oggi inferiore alle medie UE e G7. Tra quelli considerati nella ricerca, analizziamo qua solo il benchmark “efficiente in termini di riduzione della povertà” (poverty-efficient). (3) I risultati non variano utilizzando gli altri approcci. (4) L’idea dell’approccio poverty-efficient è di calcolare, per ciascun paese beneficiario, il contributo marginale che ogni euro aggiuntivo di aiuto dà alla riduzione della sua povertà. La stima tiene conto delle caratteristiche economiche e istituzionali del paese. La distribuzione ottimale degli aiuti è quella che eguaglia tale beneficio marginale per tutti i paesi. In pratica, se l’aiuto allo sviluppo fosse distribuito secondo il metodo poverty-efficient, spostare un euro di aiuto da un qualsiasi paese a un altro aumenterebbe il numero di poveri nel mondo. La distanza tra la distribuzione ottimale delle risorse e quella effettivamente realizzata dai donatori identifica i paesi che ogni anno ricevono una quantità di aiuto insufficiente (“orfani dell’aiuto”) e quelli che ne ricevono troppo (“prediletti”). Una ulteriore distinzione importante riguarda quei paesi che sono a basso reddito pro-capite, i cosiddetti Least-Developed Countries (Ldc). Tra i paesi che sono tanto orfani quanto

UN CONFRONTO SEMPRE PIÙ NEGATIVO Nel 2007 quasi il 60 per cento dell’aiuto italiano era rivolto a paesi a basso reddito e orfani, e meno del 10 per cento era rivolto ai prediletti non-Ldc: l’Italia aveva una performance migliore rispetto alla media dei paesi UE e a quella dei paesi G7. Nel corso del tempo, però, la situazione è andata peggiorando. Nel 2008 l’aiuto rivolto agli orfani Ldc si era già ridotto di quasi 15 punti percentuali. Nel 2009 ormai solo il 30 per cento degli aiuti sono rivolti ai paesi dove queste risorse potrebbero contribuire di più a sconfiggere la povertà. A peggiorare il quadro vi è l’aumento della quota di aiuti rivolti a quei paesi di reddito più elevato (non-Ldc) che già ricevono eccessivi flussi di aiuto a livello internazionale: vanno a questi paesi oltre il 20 delle risorse. Il confronto con la comunità internazionale si fa negli anni sempre più negativo: l’Italia destina meno risorse agli “orfani dell’aiuto” e più risorse ai “prediletti” di quanto facciano i paesi UE e i G7.Tutto questo mentre le risorse totali destinate all’aiuto sono andate riducendosi drasticamente. I tagli alla cooperazione hanno penalizzato quindi proprio quei paesi del Sud del mondo che più avrebbero beneficiato del contributo italiano e ha favorito quei paesi dove ogni singolo euro impegnato ha minore efficacia. C’è da augurarsi che il neo-ministro della Cooperazione internazionale, Andrea Riccardi, migliori i meccanismi di allocazione e controllo degli aiuti per evitare queste e altre disfunzioni che rendono il nostro paese tra i peggiori donatori al mondo. I meccanismi di allocazione dovrebbero basarsi in primis su indicatori oggettivi sviluppati secondo modelli economici rigorosi. Su di essi andrebbero poi eventualmente innestate valutazioni discrezionali, sempre determinate però in modo chiaro e trasparente. È questo l’indirizzo intrapreso ormai da anni da paesi come il Regno Unito e la Svezia, che ha reso la cooperazione internazionale uno dei fiori all’occhiello delle loro relazioni internazionali. (lavoce.info) * Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autore e non impegnano né ActionAid né la Banca d’Italia. (1) Cfr. DCD-DAC (2011) “Development aid reaches an historic high in 2010”, http://tinyurl.com/6hpy6oo. (2) Manaresi F. (2011) “Orfani e prediletti dell’aiuto italiano”, http://tinyurl.com/bwhmjzp. La metodologia adatta al confronto tra paesi quanto elaborato da Robert Utz (2011) http://tinyurl.com/ctzombs. (3) Il benchmark “efficiente in termini di riduzione della povertà” (poverty-efficient) è stato teorizzato da Collier, P. e Dollar, D. (2001) “Can the world cut poverty in half? How policy reform and effective aid can meet the international development goals”, World Development, 29 (11), 1787-1802. (4) Gli altri benchmark sono quello ugualitario rispetto alla popolazione dei Paesi beneficiari, quello ugualitario rispetto ai poveri, e quello proporzionale rispetto alla quota di poveri sulla popolazione del Paese.

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Il prefetto Caruso annuncia: “Per l’Agenzia la vendita dei beni confiscati non è un tabù” Antonella Lombardi '80% dei beni immobili confiscati presenta grandi criticità: spesso si tratta di costruzioni abusive o inagibili oppure vi sono ipoteche o confische di quote indivise. Per questo, prima di poterlo vendere per riutilizzarlo a fini sociali, passano mesi, o addirittura anni, e gli enti territoriali non possono neanche far fronte a tutte le spese necessarie. Il nuovo codice antimafia ha fatto fare dei passi in avanti, evitando ulteriori lungaggini tra la fase del sequestro e della confisca''. Ne è convinto il prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, che lo scorso 25 novembre ha inaugurato con il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri la nuova sede di Palermo. ''La vendita dei beni confiscati non è più un tabù – spiega Caruso – perchè quando avverrà avrà la massima evidenza pubblica e trasparenza e riguarderà all'incirca una quarantina di beni in tutta Italia''. Una cifra che però, secondo il prefetto, è suscettibile di cambiamenti: ''è un numero in costante evoluzione, potrebbero anche diminuire nel corso delle pratiche, a ogni modo sono pochissimi quelli siciliani. Insieme alla magistratura faremo tutte le verifiche necessarie, e prima di procedere alla eventuale vendita, dopo aver privato il bene di ogni gravame e ipoteca, torneremo a chiedere ai Comuni e agli enti territoriali se saranno ancora interessati a utilizzarlo. Quando non è possibile restituirlo al territorio, perchè farlo depauperare?''. Secondo il prefetto, ''Il ricavato della vendita andrebbe per il 50% alla casse del ministero dell'Interno e l'altro 50 a quelle del ministero della Giustizia, ammortizzando costi e spese di cancelleria che rallentano un'efficienza che riguarda tutti''. E se, nella peggiore delle ipotesi, il bene venisse ricomprato dai prestanome dei mafiosi, come afferma chi è contrario alla vendita? ''Allora li sequestreremo di nuovo. Ma ci sono una serie di controlli incrociati e stiamo verificando anche la

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buona fede degli istituti all'accensione del credito, proprio per scongiurare ogni rischio. La vendita avverrà comunque previa approvazione del consiglio direttivo che ha condiviso questo principio nel caso in cui gli enti territoriali non siano interessati''. Insiste sui tempi morti il prefetto Caruso, e per farlo prende ad esempio le imprese confiscate che spesso non riescono a restare operative sul mercato: ''L'aspetto temporale è decisivo per le sorti di un'azienda: se cristallizzata o inoperosa troppo a lungo non può assicurarsi una ripresa e arriva facilmente al fallimento. Anche per questo sto pensando a una serie di emendamenti che possano consentire un approccio più pragmatico nell'aggressione dei patrimoni mafiosi. La sfida è ridurre quell'80% di criticità''.

Armao: sei milioni all’anno la spesa della Regione per la gestione delle confische ' ancora la Sicilia la regione che guida la classifica dei beni confiscati: su un totale di 10.225 immobili distribuiti su tutto il territorio nazionale, ben 4581 si trovano nella regione, mentre su 1480 aziende confiscate in Italia, oltre un terzo, cioè 544, sono siciliane. Sono gli ultimi dati dell'Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati, ora aggiornati al 1 novembre 2011. Tra le province siciliane spicca Palermo, con 3405 confische di immobili e 349 aziende. Segue Catania (595 immobili, 87 aziende). Ma quanto costano alla Regione Sicilia gli immobili confiscati? Tanto, soprattutto alla voce “affitti”. Secondo l'assessore all'Economia Gaetano Armao, ''Ogni anno la sola Regione siciliana spende oltre sei milioni di euro per gli immobili confiscati''. Armao cita anche due casi emblematici del capoluogo: “A Palermo ci sono due immobili confiscati dove hanno sede gli uffici dell'assessorato regionale alle Attività produttive e dell'assessorato ai Beni culturali. Il primo si trova in via degli Emiri, il secondo in piazza Croci”. Secondo i dati a disposizione dell'Ufficio speciale Legalità della Regione, presieduto da Emanuela Giuliano, figlia del capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, per entrambe le sedi la Regione paga circa 3 milioni di

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euro l'anno come canone di locazione all'amministrazione giudiziaria (e quindi allo Stato). Nello specifico, “il costo dell'affitto di via degli Emiri è di 1.948.011,35 euro – spiega - mentre per l'assessorato ai Beni culturali il costo di locazione è di 877.170,95 euro. A queste cifre vanno aggiunte quelle relative alle Asp, cioè le aziende sanitarie provinciali, sebbene esse godano di una certa autonomia contabile. Il canone annuo delle asp, ripartito tra 6 uffici, è di 512.323 milioni di euro”. Da tempo l'assessore all'Economia chiede che le regioni “siano sgravate dai costi ingenti degli affitti a fini pubblici che sostengono per gli immobili confiscati e assegnati al demanio dello Stato – dice Armao – inoltre riteniamo lesive per la Sicilia le disposizioni del codice antimafia sulla vendita. E' come se il territorio venisse penalizzato due volte: la prima volta quando il bene è stato acquistato con modalità' illecite e la seconda con l'attribuzione del ricavato della vendita allo Stato. Per questo abbiamo impugnato il decreto legislativo di fronte alla Corte Costituzionale e inviato una diffida all'Agenzia nazionale nel caso in cui proceda alla vendita”. A.L.


Nasce l’Osservatorio sulle confische Collaborazione tra magistratura ed enti locali umentare la collaborazione tra magistratura, enti locali,

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agenzia nazionale dei beni confiscati e amministratori giudiziari, raccogliendo le analisi dei vari attori della filiera per

selezionare le buone prassi. E' lo scopo dell' “Osservatorio su confisca, amministrazione e destinazione di beni e aziende” istituito dal Dems (Dipartimento diritti economia management e società) dell'Università di Palermo, in collaborazione con la fondazione Borsellino. In funzione da qualche giorno, entrerà a regime il prossimo 19 gennaio con la prima riunione operativa. “E' un'iniziativa lanciata insieme alla sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo presieduta da Silvana Saguto, e a Giuliana Merola, presidente dell'analoga sezione del tribunale di Milano, proprio per assicurare omogeneità di prassi in tutto il territorio nazionale”, spiega Costantino Visconti, promotore dell'Osservatorio insieme a Giovanni Fiandaca, direttore del Dems. “E' indispensabile aumentare la concertazione tra i soggetti – dice Visconti – superare gli steccati ideologici e non fare delle guerre di religione sulla destinazione dei beni confiscati. La materia è complessa e occorre che ogni scelta, soprattutto se riguarda la vendita del bene, sia condivisa. Il vero banco di prova è la gestione delle aziende, che hanno ancora un tasso di mortalità altissimo, e il loro risanamento. Va assicurata la sopravvivenza delle imprese sul mercato e la gestione sana fino alla confisca definitiva”. Secondo Visconti, entrambi gli schieramenti di chi è favorevole o contrario alla vendita dei beni confiscati hanno ragione, il problema è “mediare tra le varie istanze per arrivare a scelte condivise e ricorrere al buon senso, utilizzando le garanzie offerte dal sistema”. Il riferimento è ad alcune novità del codice antimafia, come la “procedura di accertamento della buona fede dei terzi creditori. Se si configura questo tipo di provvedimento esclusivamente come una procedura liquidatoria, si decreta la morte di tutte le aziende – spiega – ma con prassi virtuose e concertate e con un ritocco normativo si può trovare una soluzione alternativa. Non si deve perdere di vista l'interesse generale, cioè mantenere vive le aziende sul mercato, rendere fruttuosi i beni”. Ma come fare concretamente sistema? Secondo il promotore dell'Osservatorio un mezzo potrebbe essere offerto proprio dalla vendita dei beni: “purchè il ricavato non finisca nel cassetto indistinto delle casse dello Stato – precisa – ma sia destinato al funzionamento della stessa agenzia o al risanamento degli altri beni. In questo modo si creerebbe un sistema virtuoso che incrementa il valore delle confische”. A.L. (Il Sole24OreSud)

Rimborso ai Comuni sugli interessi per le spese di gestone delle confische n rimborso ai comuni degli interessi sui prestiti contratti per finanziare gli interventi e le opere necessarie alla riutilizzazione e alla fruizione sociale dei beni confiscati alla mafia e assegnati agli stessi enti locali. L'assessore regionale per le Autonomie locali e la Funzione pubblica, Caterina Chinnici, ha firmato la circolare che stabilisce tempi e modalità per usufruire dei benefici previsti dalla legge regionale 15/2008. La norma stanzia 100 mila euro l'anno per 10 anni e prevede un rimborso massimo del 50% degli interessi che gravano sui mutui. I comuni siciliani interessati avranno tempo fino al 28 febbraio per presentare la richiesta al dipartimento delle Autonomie locali. La circolare sarà pubblicata sulla Gazzetta ufficiale della Regione e sul sito internet dell'assessorato.

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Meccanismi di aggiudicazione degli appalti pubblici Raffaella Milia In questo numero di “Chiosa Nostra” parlerò della strategia d’intervento di Cosa Nostra nel settore degli appalti pubblici attraverso la fraudolenta aggiudicazione di opere d’interesse pubblico e la conseguente estromissione delle imprese concorrenti. ome anticipato nel numero della scorsa settimana, il controllo delle gare di appalto costituisce un grave pregiudizio per la libera concorrenza e per gli operatori economici che operano seguendo le regole. Negli ultimi anni, nel tentativo di blindare le opere pubbliche da infiltrazioni mafiose e impedire ribassi stratosferici funzionali all’organizzazione criminale e distorcenti il libero mercato, per l’aggiudicazione delle gare di appalto si è applicato il sistema dell’offerta media ponderata che, apparentemente, sembrerebbe garantire una maggiore trasparenza e un più facile accesso delle imprese sane finora quasi del tutto escluse. Ma è davvero così? Proviamo a capire qual è il funzionamento di questo meccanismo di aggiudicazione degli appalti pubblici e di come Cosa Nostra si adoperi per la sua manipolazione. Poniamo il caso che partecipino ad una gara pubblica diverse imprese, con le rispettive offerte d’asta. L’impresa mafiosa o vicina all’organizzazione, designata ad assicurarsi l’aggiudicazione dei lavori, può intervenire per pilotare l’esito della gara in suo favore facendo ricorso a diversi sistemi, di cui due tra i più adoperati: 1) Corrompere politici e/o funzionari della Pubblica Amministrazione al fine di pilotare l’assegnazione dei lavori. Ovvero, conoscere preventivamente la proposta di offerta delle imprese concorrenti e attraverso il calcolo della media ponderata, fare la propria riuscendo a predeterminare l’esito della gara; 2) fare partecipare all’asta quante più imprese possibili coinvolte nell’illecito “cartello” con proposte di offerta medio-basse al fine di alterare la media finale. Nel caso in cui l’offerta ritenuta consona ai fini dell’aggiudicazione dell’appalto non dovesse essere la propria è quasi certo che sarà quella di un’impresa “amica” che, in questo caso, dovrà cedere in subappalto la realizzazione del lavoro all’impresa originariamente designata, soggiacendo pedissequamente al turnover stabilito. Quello descritto è, in estrema sintesi, il sistema con il quale le imprese mafiose, alterando il regolare svolgimento della gara, riescono ancora oggi (anche se in misura minore rispetto agli anni ’90 in cui il patto del “tavolino” era molto più utilizzato) ad aggiudicarsi gli appalti pubblici che considerano economicamente più vantaggiosi. Del sistema d’illecita gestione degli appalti pubblici ha raccontato il collaboratore di giustizia Giuseppe Li Pera “Le imprese in Sicilia, come in tutto il territorio nazionale, sono riuscite nella quasi totalità dei casi ad eliminare la concorrenza di mercato, ci sono degli accordi perfetti, degli accordi ben regolati, ben congeniati, ben oleati, che funzionano quasi sempre [...]. Questa armonia tra le imprese […] si consegue attraverso il sistema dei “pass”, vale a dire una sorta di “via libera” concesso all’impresa preventivamente destinata ad aggiudicarsi l’appalto da parte delle altre imprese, che, all’uopo, si asterranno dal partecipare alla gara o parteciperanno con offerte “di appoggio”” (1). È soltanto dal momento dell’aggiudicazione che inizia il meccanismo estorsivo al quale tutte le imprese (anche mafiose) sembrano non sfuggire. Anche gli inquirenti di Palermo non hanno dubbi che lo svolgimento di attività produttive, soprattutto nel settore degli appalti

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pubblici, rappresenti per Cosa Nostra una delle principali occasioni d’illecito arricchimento, sia attraverso la manipolazione delle procedure di aggiudicazione degli appalti e successiva esecuzione dei relativi lavori, sia attraverso la sistematica attività d’imposizione del “pizzo”: “La tangente viene pagata dalle imprese ai referenti territoriali di Cosa Nostra […] i quali poi provvedono direttamente a distribuire le relative quote di spettanza dei politici, dei pubblici amministratori, della “famiglia” del luogo in cui devono essere eseguiti i lavori e della Commissione di Cosa Nostra […]. In tale contesto, […] la regia occulta di Cosa Nostra appare scarsamente visibile. È nei momenti di crisi, infatti, che emerge il volto tipicamente mafioso dell’organizzazione: quando vi sono imprenditori che non si adeguano al rispetto delle regole e non osservano le indicazioni ricevute, interviene direttamente, con il ben noto sistema delle intimidazioni frammiste a lusinghe, il referente territoriale di Cosa Nostra […]. Se l’ostacolo non viene superato si passa alle vie di fatto che possono consistere sia nella fraudolenta manipolazione delle procedure di gara […], sia in gravi episodi di violenza alle cose ed alle persone, che, come è tristemente noto, possono arrivare sino all’eliminazione fisica dell’ostacolo” (2). Teorema che trova puntuale riscontro nella documentazione sequestrata al collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè all’atto del suo arresto e nelle dichiarazioni rese da quest’ultimo nell’ambito di vari interrogatori. Grazie a questi elementi probatori agli inquirenti è stato possibile accertare la cifra reale della pervasività di Cosa Nostra circa le attività economiche sul territorio siciliano alle cui regole non sembrerebbe sfuggire alcun imprenditore sia esso vicino o organico all’organizzazione mafiosa: “P.M. - Com’è possibile che delle persone, degli imprenditori che sono vicini a Cosa Nostra, che sono nelle mani di Riina e di Provenzano o in altri casi altri imprenditori che sono addirittura organici, cioè trattati o come se fossero uomini d’onore o essi stessi uomini d’onore di Cosa Nostra sono sottoposti al pagamento del pizzo, cioè pagano la messa a posto; è normale? Come si rende compatibile il fatto che uno che ap-


Quattordicesimo numero di Chiosa Nostra partiene, è vicino all’organizzazione, è nelle mani dei suoi capi, poi è costretto quando va a fare un lavoro a pagare la tangente [...] chi è che è sottoposto, secondo la sua esperienza […] alla “messa a posto”? GIUFFRE’ - Tutte, le persone. G.I.P. - “Tutte” che cosa significa? GIUFFRE’ - Tutte le persone, siano esse uomini d’onore, siano esse imprese vicine a uomini d’onore. G.I.P. - Lei pure era sottoposto nel caso...? GIUFFRE’ - Se io avessi avuto un’impresa, dovevo essere il primo che dovevo dare l’esempio e se... G.I.P. Ma il trattamento è lo stesso o come funziona? GIUFFRE’ - Veda, Signor Presidente, sono discorsi molto vari, cioè dipende dalla persona dove ricade il lavoro. […] tu stai facendo un lavoro nella mia zona, stai guadagnando soldi, devi pagare il 2%. Ora se poi magari si ci vuole fare un regalino, per un rispetto o perché ci sono finalità secondarie che magari poi guadagnerò quei soldi sotto un altro punto di vista, nelle forniture di calcestruzzo o perché mi metterà a disposizione dei mezzi, per tutto un complesso di cose, variano. La regola vuole che io, uomo d’onore, mi prendo un lavoro in una determinata zona, la prima cosa devo andare a “bussare”, come si suole dire da noi, mettermi a posto, poi il resto si vede. G.I.P. - Quindi, questo 2% lo paga... […] GIUFFRE’ - Tutti, tutti, tutti, tutti...G.I.P. – ...Diciamo in linea generale, che una persona assolutamente estranea a Cosa Nostra?.GIUFFRE’ - Tutti, tutti...G.I.P. - Salvo poi trattamenti particolari dal punto di vista anche, diciamo, dei rapporti umani? GIUFFRE’ - Dal capomandamento, perché c’è un capomandamento che quando è... vuole fino all’ultima lira. G.I.P. - Dipende poi con chi si capita. GIUFFRE’ Dipende dalla persona” (3) Assodato che tutti, anche le imprese mafiose o ad esse vicine debbono versare una tangente all’organizzazione, nel caso più comune in cui sia proprio una di esse ad aggiudicarsi l’appalto, la regola mafiosa vuole che l’impresa aggiudicataria prima di iniziare i lavori si rivolga alla “famiglia” dove ricade la realizzazione dell’opera per “mettersi a posto”, cioè a disposizione per il pagamento della tangente o per qualsiasi altra eventuale richiesta estorsiva come soggiacere all’imposizione di determinati fornitori o assumere personale caldamente consigliato dall’organizzazione. Si tratta del cosiddetto “accordo provincia” attraverso il quale si stabiliva l’ammontare delle tangenti da pagare agli attori coinvolti “Nella misura del 2% dell’importo dei lavori per i politici, di un altro 2% per l’associazione mafiosa e dello 0,50% per le organizzazioni di controllo” (4). Possibili problemi potrebbero sorgere nel caso in cui il sistema di controllo degli appalti non dovesse funzionare e ad aggiudicarsi la gara fosse un’impresa esterna al “cartello” mafioso o, ancora, nel caso in cui Cosa Nostra decidesse volontariamente di non parteciparvi riservandosi di realizzare un guadagno prettamente parassitario nella fase di esecuzione dei lavori. Se l’impresa aggiudicataria estranea all’organizzazione mafiosa non dovesse spontaneamente contattare la famiglia reggente il territorio ove ricade l’opera da realizzare per mettersi a disposizione della stessa, l’organizzazione criminale azionerà un meccanismo per “avvicinare” l’impresa definito da Giuffrè “a catina e a catenella”, nel quale avranno un ruolo attivo i referenti territoriali della famiglia interessata alla “messa a posto”. Se l’imprenditore contattato dovesse decide di pagare la tangente il problema si risolve e all’impresa non si arreca alcun disturbo nella conduzione dei lavori. Nel caso in cui l’impresa si rifiutasse

di soggiacere al ricatto ecco che l’organizzazione, dopo reiterati tentativi di persuasione legati all’assicurazione di future agevolazioni, ricorrerà al sistema dell’intimidazione inizialmente velata per passare, in caso di reiterata resistenza, alla minaccia manifesta fino a giungere alla violenza fisica e in extrema ratio all’omicidio. Questo meccanismo permette alle imprese conniventi, rispetto alle imprese che operano legalmente sul territorio, di aggiudicarsi non soltanto appalti milionari, ma anche subappalti di forniture di materiali o di servizi molto vantaggiosi, con grave danno del mercato e della concorrenza legittima. Naturalmente, i costi sostenuti per la “messa a posto” e per pagare le tangenti ai politici, ai funzionari pubblici, e a tutti coloro i quali hanno avuto interessi convergenti nell’affare, saranno recuperati dall’impresa attraverso una fittizia lievitazione dei costi di esecuzione dell’opera, scegliendo materiali per la realizzazione del lavoro di qualità scadente ma a costi più bassi (cemento depotenziato), facendo lavorare i propri operai senza le opportune garanzie di sicurezza e in nero, ancora, evadendo il fisco. Tutto a svantaggio sia dell’ente appaltante che ha commissionato l’opera sia dei cittadini che ne usufruiranno e in generale, dell’intero sistema economico siciliano. Per contattarmi: raffaella.milia@piolatorre.it (1) Tribunale di Palermo, V Sezione, Sentenza, proc. pen. n. 555/92 R.G. a carico di Siino Angelo + 5, vol. I, del 2.03.1994, pp. 118-119. (2) Tribunale di Palermo, V Sezione, Sentenza, proc. pen. n. 459/94 R.G. a carico di Riina Salvatore + 8, del 16.07.1996, pp. 117-118. (3) Tribunale di Palermo, Sezione del Giudice per le Indagini Preliminari, Ordinanza di custodia cautelare n. 4443/02 R.G. notizie di reato, n. 4236/02 R.G.GIP, nei confronti di Provenzano Bernardo + 6, del 25.10.2004, pp. 24-25. (4) Corte di Appello di Palermo, Sezione II, Sentenza, proc. pen. nei confronti di Martello Francesco + 2, del 15.02.2001, p. 44.

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Campo di concentramento a indirizzo commerciale Anna Politkovskaja In un testo inedito di Anna Politkovskaja la storia di Rozita la ce-

sentato un’accusa formale.

cena torturata da russi pronti a far soldi con i prigionieri

Alcuni giovani ufficiali, presentatisi come collaboratori dell’FSB, le hanno infilato un paio di guanti da bambino che lasciavano

ozita, una residente di Tovzeni, muove a stento le labbra.

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scoperte le dita, hanno collegato a entrambi i suoi pollici dei

I suoi occhi, come se rinnegassero la loro naturale fun-

cavi elettrici e glieli hanno fatti passare dietro il collo. «Sì, ho gri-

zione, s’incantano e guardano da qualche parte dentro

dato forte, lo confesso, quando hanno acceso la corrente è

di sé. Rozita è come morta. Fa fatica a camminare, le fanno male

stato doloroso. Ma sono riuscita a sopportare. Temevo che si

le gambe e i reni. Un mese fa le è toccato passare attraverso un

sarebbero irritati ancora di più». A un certo punto gli ufficiali

campo di filtraggio, così è chiamato, perché ha ospitato in casa

hanno detto: «Balli proprio male, dobbiamo aumentare ancora

sua un guerrigliero. Questo le hanno gridato in

un po’…». E hanno aumentato il voltaggio,

faccia i militari mentre la portavano al campo.

Rozita è come morta.

chiamando ballo le convulsioni che scuote-

Rozita non è più una ragazza. Ha molti figli e di-

Le è toccato passare

vano il corpo di Rozita. E Rozita si è messa

versi nipoti. La più piccola, di tre anni, prima di allora non aveva mai parlato russo, ma da

attraverso un campo di

a gridare più forte. «E cosa speravano di ottenere con la tortura?». «Non mi hanno

quando ha sentito come si sono brutalmente ri-

filtraggio, così è chia-

chiesto niente di concreto».

volti a sua nonna, ripete di continuo quella frase

mato, perché ha ospi-

Hanno invece discusso concretamente con

in russo: «Sdraiati sul pavimento!». Rozita è stata prelevata da casa sua all’alba; hanno circondato completamente l’edificio e

tato in casa sua un guerrigliero

i parenti di Rozita, i quali tramite un intermediario hanno ricevuto una richiesta dagli ufficiali: cercare i soldi per pagare il riscatto di

non le hanno dato nemmeno il tempo di prepa-

Rozita. Hanno spiegato loro: «Fate in fretta:

rarsi. Poi l’hanno portata nella zona militare alla periferia di Khot-

Rozita non tollera bene la fossa e potrebbe non farcela».

tuni e gettata in una fossa. «Ti hanno spinta e presa a calci?». «Sì,

All’inizio i militari hanno chiesto cinquemila dollari, somma che

certo, come si usa dalle nostre parti».

gli abitanti non avrebbero mai potuto raccogliere, nemmeno

Allucinanti le parole come si usa dalle nostre parti. Con le gambe

vendendo tutto il villaggio. Allora i militari sono venuti loro in-

piegate sotto il sedere, Rozita è rimasta seduta nella fossa scavata

contro, scendendo a cinquecento dollari. Il giorno dopo i soldi

nella terra per dodici giorni. Era in gennaio. Il soldato che faceva

sono stati consegnati e Rozita, che muoveva a stento le

la guardia alla fossa una notte ha avuto pietà di lei e le ha lanciato

gambe, è stata liberata davanti al check point del reggimento.

un pezzo di moquette.

Ma chi è dunque Rozita, la nonna di Tovzeni? Una guerrigliera?

«L’ho messa sotto di me. I soldati, dopotutto, sono anch’essi esseri

Se non lo è, perché l’hanno trattenuta? E se lo è, perché

umani», dice Rozita muovendo a stento le labbra.

l’hanno liberata?

La fossa non era molto profonda ma era costruita in modo tale che

E perché l’hanno utilizzata come merce di scambio? Molte do-

la temperatura interna fosse molto più bassa di quella esterna:

mande restano senza risposta e sono ormai diventate

non c’era un tetto e si gelava per ventiquattro ore al giorno. Inoltre

retoriche. Al tempo stesso si può giungere a una prima conclu-

non vi si poteva stare in piedi, perché sulla fossa vi erano appog-

sione: nei territori della zona militare ubicata alla periferia di

giati dei tronchi d’albero impossibili da spostare con la testa.

Khottuni, nel distretto di Vedeno, dove è dislocato il 45° reggi-

E così per dodici giorni Rozita se n’è rimasta accovacciata o se-

mento delle truppe aree e il 119° dei paracadutisti del Ministero

duta sulla moquette. Ma per quale ragione? Nonostante l’avessero

della difesa, esiste un vero e proprio campo di concentramento

interrogata ben tre volte, non le hanno neanche mai detto il nome

a indirizzo commerciale.

del presunto guerrigliero che avrebbe ospitato né le hanno pre-

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(lastampa.it)


Un fiore per le nostre forze dell’ordine Diego Scalabrelli urante il periodo autunnale, sulle giacche dei cittadini britannici sbocciano tanti papaveri rossi. Una persona di passaggio, non conoscendo le usanze del luogo, si domanda che cosa possano simboleggiare questi fiori. Il significato non sfugge invece ai cittadini, o per meglio dire, ai patrioti del Regno Unito. Quei papaveri dal rosso acceso esprimono il supporto alle loro truppe in giro per il mondo e il ricordo per coloro che non sono tornati a casa per adempiere al dovere. Non c’è nessuna accezione politica, indipendentemente dal governo al potere o dalla natura della missione, si ricordano i caduti e si sostengono le loro famiglie. Un esempio di grande civiltà che unisce la componente militare a quella civile. Viaggiare è sinonimo di apprendere e quindi di adoperare quei costumi stranieri che risultano meritevoli anche sul suolo natio. Dunque perché non assimilare questa conoscenza ed impiegarla anche in Italia? Le nostre truppe sono impegnate su diversi fronti ed è giusto ricordare le loro gesta poiché, come dice lo slogan, “l’Esercito Italiano è l’esercito degli Italiani”. Tuttavia, sebbene sia nostro dovere sostenere i nostri soldati all’estero, è nello stesso territorio italiano che sin dall’Unità si combatte una guerra senza tregua. Il Bel Paese è dilaniato da costanti conflitti contro il crimine organizzato. Queste guerre combattute all’interno delle nostre stesse città mietono vittime tra i civili, le forze dell’ordine e la magistratura. Gli uomini che con tanto orgoglio vestono l’uniforme non si scontreranno tra le dune o le montagne di un paese straniero, a volte non saranno neppur distanti dalle loro famiglie, tuttavia rischiano quotidianamente la vita per servire il Tricolore: simbolo di tutti i cittadini-patrioti italiani. Questi uomini e donne non devono essere lasciati soli nel compiere il dovere, è giusto che sentano l’intero affetto del popolo italiano. Sull’esperienza dei papaveri della Gran Bretagna, si potrebbe pensare di tramutare questa consuetudine anche in Italia. In un certo periodo dell’anno, sui soprabiti dei cittadini italiani potrebbero sbocciare dei fiori per ricordare che le nostre forze di polizia e la magistratura non sono soli nella lotta contro il crimine, l’intera penisola li sostiene. Il messaggio di unità nazionale sarebbe quindi forte e deciso. Non bisogna poi dimenticare che l’unione fa la forze e, dunque, un collaborazione attiva della cittadinanza, data anche soltanto in modo simbolico indossando un fiore, può rinvigorire i

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nostri agenti e magistrati. Il fattore psicologico di questa iniziativa non deve essere assolutamente sottovalutato. Infine, i soldi raccolti dalla vendita di questi fiori saranno devoluti alle famiglie delle vittime o ad associazioni segnalate dalle polizie e dalla magistratura. Aiutare i nostri uomini e donne nella lotta contro il crimine, non lasciare sole le loro famiglie, potenziare il sentimento di patriottismo presente negli italiani onesti e unirsi per fronteggiare i nemici interni che minacciano l’Italia: questi sono gli obiettivi che la seguente proposta si prefigge. Chi protegge coloro che ci proteggono? Molti a questa domanda si sentirebbero tentati di rispondere che le nostre forze dell’ordine devono e possono proteggersi da sole. Questa è la risposta sbagliata. Così come loro sono pronti a morire per il Paese, tutti gli altri, indipendentemente dalla loro professione, devono sempre mostrar loro rispetto e gratitudine, che sia con un fiore o con un grazie detto a voce.

Master Mediterraneo di Bioetica promosso dall’Istituto Privitera di Palermo onsente di acquisire una solida preparazione di base nell’ambito della bioetica e delle principali problematiche a essa connesse. E’, appunto, il “Master Mediterraneo di Bioetica”, promosso e gestito dall’Istituto di Studi Bioetici “Salvatore Privitera” di Palermo. Ispirandosi all’etica personalista, in una prospettiva di universalizzabilità dei giudizi morali, senza alcuna contrapposizione tra una presunta bioetica “laica” e una “cattolica”, si articola in lezioni che hanno carattere interdisciplinare e sono tenuti da qualificati esperti nell’ambito delle varie discipline. Tre i momenti in cui si sviluppa il master: biennio di studio, articolato in due annualità, la prima dedicata allo studio di base della bioetica, la seconda alla bioetica mediterranea; corsi di perfezionamento, opzionali, della durata di un semestre ciascuno, aperti a quanti ab-

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biano conseguito il master o un titolo equipollente, anche presso altre istituzioni; infine, itinerari mediterranei, anche in tal caso opzionali. Si tratta di un viaggio, della durata di una settimana circa, effettuato alla fine del corso di studi, volta per volta in un diverso paese dell’area mediterranea che prevede, unitamente ad aspetti prettamente “turistici”, una relazione tenuta da un docente italiano, un’altra da un docente del paese ospite, nonché la visita a una o più istituzioni del luogo. Per le iscrizioni, la segreteria di Studi Bioetici “Salvatore Privitera” è aperta dal lunedì al venerdì, dalle 8.30 alle 12, presso la Facoltà Teologica di Sicilia, in corso Vittorio Emanuele 437. Ulteriori informazioni sul sito www.studibioetici.it o chiamando il tel. 091.587194. G.S.

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Amnesty International e Banca Etica Da 50 anni in lotta in favore dei diritti umani arà un mese di dicembre tutto vestito dei colori di Amnesty International per le filiali di Banca Etica, che celebreranno insieme all’organizzazione simbolo della lotta per l’affermazione dei diritti umani nel mondo i suoi primi 50 anni. E’ stato un mezzo secolo, quello appena trascorso, di lotte in tutto il mondo per l’abolizione della pena di morte e della tortura, per la tutela delle donne e dei bambini e per il rispetto dei diritti economici e sociali. Amnesty ha, per esempio, contribuito alla liberazione di 50mila prigionieri politici, all’abolizione della pena di morte in più di 100 Paesi e alla tutela della salute materno infantile in numerosissime realtà del Pianeta. In coerenza con le sue stesse finalità, l’Ong ha scelto da anni proprio Banca Etica per le proprie attività di raccolta fondi e finanziarie, sostenute anche attraverso l’emissione di carte di credito “affinity”: senza costi aggiuntivi per il cliente, all’associazione collegata alla carta viene versato un contributo fisso per ogni nuova emessa, così come una percentuale sugli importi spesi dal cliente. In questo periodo, poi, i clienti di Banca Etica che decideranno di sostenere Amnesty, richiedendo la carta di credito “dedicata” all’organizzazione, riceveranno la candela dei diritti umani, realizzata per celebrare l’importante anniversario. “La crisi di questi anni ha messo sotto gli occhi di tutti le strettissime correlazioni tra finanza e diritti umani. Stiamo tutti pagando decenni di speculazione e di mancanza di regole sui mercati finanziari - afferma Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica -, ma il costo più alto è sulle spalle delle persone particolarmente fragili e dei Paesi più poveri. Basti pensare all’impatto della speculazione finanziaria sul prezzo degli alimenti, la cui crescita esponenziale, secondo la Banca Mondiale, ha causato un aumento drammatico della malnutrizione sul Pianeta. Noi siamo orgogliosi di lavorare a fianco di Amnesty International nella costruzione di un mondo più rispettoso dei diritti umani, a partire anche da un’economia più equa e sostenibile”.

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Dal 2009, la Fondazione di Banca Etica e Amnesty collaborano sul tema dell’azionariato critico e, durante le ultime due assemblee di Eni, hanno posto ai soci dell’azienda questioni relative al rispetto dei diritti umani in quei paesi, come la Nigeria, in cui l’azienda opera. “Apprezziamo molto la decisione di Banca Etica di sostenere le nostre Giornate - commenta Christine Weise, presidente della sezione italiana di “Amnesty International” -, un evento più che mai importante per il finanziamento dell’associazione nel suo cinquantesimo anniversario. Sappiamo bene che le crisi non sono mai solo economiche, ma portano con sé conseguenze negative per i diritti umani. Anche per questo, la collaborazione con un partner attento e sensibile come questo è estremamente preziosa per noi”. Per conoscere il percorso compiuto in questi 50 anni da Amnesty International nel mondo, si deve cliccare l’indirizzo Internet 50.amesty.it.

Progetto Ciss in favore della salute delle donne e i bambini palestinesi romozione della salute psicosociale delle donne, dei bambini e degli adolescenti a Nablus” è il titolo del progetto, che il Ciss concluderà a gennaio 2013, dopo 3 anni di intensa attività, sul quale si farà il punto alle 17.30 di oggi, lunedì 12 dicembre, nel salone del CeDoc, al civico 2/a di via G. Marconi 2/a. A parlarne con quanti vorranno sarà la professoressa Maria Patrizia Salatiello, psicologa e socia dell’Ong palermitana, di ritorno proprio da Gaza, dove è andata a coadiuvare l’equipe locale, nell’aggiornamento degli psicologi impegnati nel supporto ai bambini vittime di disordine da stress post traumatico. Un intervento, rivolto a 3mila famiglie e 10mila abitanti di quest’area della Palestina, che sta promuovendo la difesa e i diritti dei giovani e delle donne tra la comunità, le ONG, i leaders religiosi e gli enti lo-

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cali nei territori occupati, al fine di combattere la povertà e creare un ambiente più favorevole all’integrazione sociale. “Dopo la brutale risposta israeliana alla seconda Intifada - spiegano gli operatori del Ciss - è aumentato il numero dei giovani che hanno abbandonato la scuola, e l’accesso all’istruzione è sempre più limitato. Molti bambini hanno subito violenze e la ripetuta esposizione a eventi traumatici causa in loro difficoltà relazionali, aggressività, e problemi di apprendimento. Sono aumentate le forme di discriminazione contro le donne, segregate nelle attività domestiche e sottopagate rispetto agli uomini, private dei diritti politici, del diritto al lavoro, alla salute e all’istruzione, troppo spesso vittime di abusi”. G.S.


Cesvop celebra le “Giornate del volontariato” Dal 13 al 18 incontri e seminari in tutta l’Isola l Volontariato si espone... per costruire comunità!” è il titolo delle “Giornate del volontariato”, che chiuderanno, dal 13 al 18 dicembre, a Palermo e nelle province della Sicilia occidentale, l’Anno Europeo del Volontariato e il Decennale del CeSVoP. Si parte domani, martedì 13, con “Luci sulla città”: alla scoperta del proprio territorio nei quartieri palermitani dell’Albergheria e dello Sperone, come anche a Marsala, festeggiando “Santa Lucia” con cibi di strada e momenti di riflessione, “al fine di gettare una luce su potenzialità e problematiche del proprio territorio”. La giornata di mercoledì 14, invece, prevede tre importanti convegni di carattere nazionale e regionale: alle 15.30, nell’aula magna della Facoltà di Economia e Commercio di Palermo, su “I soldi che non ci sono, analisi della crisi a livello socio-economico”; alle 16, nell’aula del consiglio comunale di Mazara del Vallo, su “Il ruolo della Sicilia fra la crisi europea e il vento di cambiamento del Nord Africa”; sempre alle 16, ma ad Agrigento, nei locali del collegio degli Ex Filippini, su “Il ruolo di sostegno al paziente e alle famiglie: tra volontariato e amministratore di sostegno”. Il ricco programma prosegue il 15, con gli incontri nelle province: alle 10, nella sala del “Museo della Legalità” di Mazara del Vallo, si parlerà di “Volontariato, territorio e servizi”; alle 16, nell’auditorium della chiesa di “S. Margherita”, a Sciacca, di “Famiglia, volontariato e istituzioni”; infine, alle 21 nella “Casa del volontariato” di Gela, il dibattito sarà sulla narrazione con “Gela Narra”. Il clou di queste Giornate sarà, però, rappresentato dall’apertura, alle 16 di venerdì prossimo, nell’area pedonale di Piazza Verdi, del “Villaggio del Volontariato”, per concludere il 2011 con un evento che porterà i rappresentanti di tutto il volontariato della Sicilia occidentale a incontrarsi, confrontarsi e “mostrarsi”, facendo vedere il contributo dato al rinnovamento e allo sviluppo delle comunità locali e regionale. “Sostegno e tutela della persona: risvolti etici, dimensione politica e organizzazione dei servizi“ è il tema del convegno che si svolgerà a partire dalle 16.30 al Teatro “Al Massimo”, con la partecipazione di Carlo Casini, europarlamentare e presidente nazionale del “Movimento per la vita”; del senatore Giorgio Tonini; di Nello Musumeci, già sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali; degli assessori regionali alla Sanità e alla Famiglia, alle Politiche sociali e al Lavoro, Massimo Russo e Andrea Piraino. Modererà la giornalista Alessandra Turrisi. La giornata si concluderà alle 21, con lo spettacolo “Parla Palermo” della Compagnia di Salvo Piparo. Andando a sabato 17, alle 10,

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al Cinema Rouge et Noir, avrà inizio il seminario formativo regionale sui “Laboratori di Cittadinanza Partecipata”, al quale prenderanno parte le scuole delle nove province siciliane, e dove sarà lanciato il concorso scolastico “Apriamo gli occhi: visioni e proposte del territorio”. Di “Volontariato, solidarietà sociale e comunità”, invece, si parlerà alle 17, all’interno del “Villaggio del volontariato”, per festeggiare i dieci anni del CeSVoP contestualmente all’Anno Europeo del Volontariato. Alle 21, l’atteso concerto dei “QBeta”. La giornata di domenica 18 dicembre si aprirà con l’animazione, a cura dei ragazzi e delle famiglie delle organizzazioni di volontariato del territorio. Alle 10, partirà una serie di tavoli tecnici: quello sui Minori, per parlare di diritti dei bambini e dei ragazzi; il tavolo Famiglia e CoAsFam, sull’impegno educativo e la carta della famiglia; infine, il tavolo Anziani e CoAsAn di Palermo. Seguirà l’estemporanea di pittura, promossa dall’associazione “Miscelarti”, mentre alle 16 avrà inizio la gimkana della solidarietà, seguita dal “Teatro dei ragazzi” di Cardillo, animati dalle associazioni “Imago” e “Il nostro Quartiere”. Sarà “Il Circo” dell’Arciragazzi a concludere in allegria queste sei importanti giornate dedicate al volontariato. Ulteriori dettagli sul sito Internet www.cesvop.org o chiamando il tel. 091.331970. G.S.

Giornata mondiale della solidarietà al popolo palestinese, convegno a Palermo n convegno per riflettere insieme in occasione della “Giornata mondiale di solidarietà con il popolo palestinese”. Si svolgerà alle 16 di martedì 14 dicembre nei locali dell’associazione “Blow-up”, in piazza Sant’Anna 18, nel centro storico di Palermo. Al momento di incontro e dibattito interverranno, coordinati da Mimma Grillo, Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento Europeo, Fateh Hamdam, Anna Bucca e Sergio Cipolla, presidenti rispettivamente dell’associazione “Casa della Cultura Araba Al Quds-Palermo”, di Arci Sicilia e del Ciss. Contestualmente si inaugurerà la mostra fotografica, le cui immagini - in tutto 30 nel formato 50x35 - sono il racconto visivo del viaggio che il fotografo Giulio Azzarello ha fatto lo scorso luglio

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con un gruppo di pace guidato dalla stessa Morgantini nei territori palestinesi. Un percorso, che ha attraversato le città di Nablus, Hebron, Betlemme, Ramallah e Bil’in, i loro territori, un villaggio agricolo palestinese e uno beduino nella Valle del Giordano, per “riportarci” lo stato di fatto della condizione in cui le donne e gli uomini palestinesi vivono nei loro luoghi d’origine, a causa della situazione di apartheid che la costruzione di oltre 1000 kilometri di muro israeliano ha determinato. L’intero reportage di questo interessante e, al contempo, complesso viaggio, é disponibile sul sito www.unitiesolidali.net. G.S.

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L’imparabile rigore di Mario Monti Ma il gol è diretto sempre agli stessi Franco Garufi n’amica giornalista mi ha introdotto a “Monti facts”, un indireintroduzione dell’ICI e l’aumento delle accise sulla benzina?” rizzo facebook dedicato al nuovo presidente del Consiglio. L’intervento sulla previdenza è, quello di maggior impatto soTrovo irresistibili due tra le più recenti battute: “il rigore di ciale e di minore comprensibilità. Il problema del sistema penMonti è imparabile” e “Monti a Porta a Porta ha portato il plastico sionistico italiano, consiste nel progressivo impoverimento dei delle nostre chiappe” . Vale la pena di consultarlo di frequente, in rendimenti pensionistici delle nuove generazioni, quelle che coquesti giorni tempestosi per l’economia europea e per il futuro del minceranno ad andare in pensione dopo il 2035, data del comPaese. Giorni nei quali solo una risata ci può salvare dalla dispepleto passaggio al regime contributivo. Sarebbe stato razione. Monti, sul piano dell’immagine e della competenza, si colcomprensibile chiedere un ulteriore sacrificio alla generazione loca ad una distanza siderale da Berlusconi, così come questo dei baby boomers (quelli, come me, nati negli anni ‘50 e già “togoverno di tecnici e gran commis dell’amministrazione pubblica sati” dai precedenti interventi normativi) finalizzato a un patto inappare quanto di più lontana dal circo Barnum che orbitava attorno tergenerazionale che destinasse i risparmi al impinguamento al cavaliere. Non riesco, tuttavia, a sottrarmi alla sensazione che dei rendimenti pensionistici futuri dei lavoratori più giovani. Si è la manovra da 30 miliardi, approvata di domenica a mercati chiusi, scelto, invece, di far cassa attraverso la deindicizzazione delle si fondi su scelte tutt’altro che innovative: tasse e tagli alla spesa pensioni superiori a due volte il minimo e lo sfondamento del scaricati a carico soprattutto di chi aveva già dato. Temo inoltre tetto dei quarant’anni di contribuzione con il sostanziale annulnon sia ancora finita, perché altre amare sorprese dovremo aspetlamento delle pensioni di anzianità. L’iniquità di queste scelte tarci dal disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, anbalza agli occhi: Bloccare la rivalutazione degli assegni supech’esso necessitato dalla famosa lettera della riori a due volte il minimo (poco più di 950 euro Commissione Europea che segnò nei fatti la mensili), significa colpire la maggior parte dei fine del precedente esecutivo. Viviamo in una C’era bisogno di un pensionati: Il 70% delle posizioni pensionisticondizione di eccezionalità derivata dall’esploè inferiore ai 1440 euro al mese e blocconsesso di profes- che sione della crisi dei debiti sovrani, che rapprecandone la rivalutazione si colpisce il Sud, che senta l’ultima (finora) fase della crisi globale sori universitari e illu- ha pensioni inferiori alla media nazionale. Va iniziata nel 2008. Una crisi enfatizzata, per anche considerato che, secondo le statistiche stri banchieri per Istat, 900 euro di reddito mensile rappresenquanto ci riguarda, dagli errori dell’Unione Europea, dalla miopia politica di Germania e Franriesumare l’ICI e au- tano il livello della povertà. Il passaggio dal 1 cia, dalla lunga assenza dell‘Italia dalla scena gennaio 2012 al contributivo pro rata e la fismentare la benzina? sazione a 62 dell’età minima per il pensionacontinentale, dagli errori di Zapatero, ecc. che hanno portato l‘Europa sull‘orlo del precipizio-. senza penalizzazioni, ha creato una Unico miracolo: lo mento Mercoledì scorso l’economista statunitense Josituazione di palese ingiustizia nei confronti di sciopero unitario di lavoratrici e lavoratori che, al contrario della seph E. Stiglitz ha scritto su La Repubblica, in un articolo pessimista sul futuro dell’euro che “i leggenda diffusa dai media, non hanno alcun oggi tagli odierni nel settore pubblico non risolvono privilegio e si vedono negare diritti acquisiti il problema della sregolatezza di ieri, ma fanno lungo tutta una vita di lavoro. Altrettanto vale sprofondare ancora di più le economie ….la crescita è indispensaper l’inaccettabile accelerazione dell’omogeneizzazione dell’età bile.” Anche alla luce di tale considerazione, appare grave l’asdi uscita dal lavoro tra uomini e donne, che non tiene conto del senza nella manovra d’interventi per la crescita di dimensione e peso del lavoro di cura. Va detto, per onestà, che non tutto è nequalità tali da dare un impulso forte a un’Italia avviata alla recesgativo nel Decreto . Ci sono contenuti positivi che vadano vasione (-0,5% del PIL nel 2012). Gli unici provvedimenti con questo lorizzati: il rafforzamento della lotta contro l’evasione fiscale e segno sono il fondo di garanzia per le piccole e medie imprese e il deciso rilancio delle politiche di coesione che è possibile inl’abbattimento dell’IRAP per le aziende che assumono giovani e travedere dai primi atti di Fabrizio Barca ministro. Uno degli ardonne , ulteriormente rafforzata nelle regioni meridionali. Francagomenti utilizzati contro chi ha chiesto cambiamenti, è mente troppo poco. Per di più, il Cipe del 6 dicembre ha attivato l’impossibilità di misure alternative, costretto com’è il Governo investimenti infrastrutturali per 4,8 miliardi di euro, destinati però a dare alla Commissione Europea risposte urgenti alle 39 riquasi per intero a opere allocate nel Settentrione. La reintroduchieste presentate dalla Commissione Europea. Non è vero. A zione dell’ICI, in assenza di una congrua esenzione sulla prima parità dei saldi si potrebbe introdurre la patrimoniale sulle casa e di criteri di progressività , sarà fortemente punitiva per i lagrandi ricchezze e mettere all’asta le frequenze radiotelevisive: voratori e i pensionati con redditi medio-bassi. Il nostro è il paese Un miracolo; in realtà, il professor Monti l’ha compiuto: è riuscito europeo con il maggior numero di proprietari di abitazioni di resia far proclamare il primo sciopero generale unitario di Cgil, Cisl denza, in massima parte acquistati con mutuo. L’aumento di due ed Uil dopo sei anni d’iniziative separate. Si tratta di una decipunti percentuali previsto per l’IVA alla fine del 2013 produrrà nuovi sione che dà la misura della tensione sociale che sta crescendo effetti depressivi sui consumi. Nel frattempo, gli automobilisti nel Paese. Lo sciopero di oggi, con presidi davanti a tutte le hanno avuto la lieta sorpresa di trovare dal benzinaio il carburante Prefettura, darà il segno che il mondo del lavoro è consapevole più caro d’Europa come antipasto del generale incremento dei dei sacrifici necessari per salvare e rilanciare il Paese, ma che prezzi che saremo costretti a subire nelle prossime settimane. La a pagare non possono essere sempre gli stessi. la manovra domanda più diffusa tra la gente comune è; “c’era bisogno di un può e deve cambiare e quanto si sta verificando in queste ore consesso di professori universitari e illustri banchieri per provvenella discussione parlamentare dimostra che la lotta produce dimenti che sconvolgono per il loro tasso d’innovazione, come la risultati , come sempre nella storia del movimento sindacale.

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L’asse franco-tedesco e prospettive europee Giuseppe Ardizzone entre la nostra attenzione è concentrata sull'iter d'approvazione delle misure del nuovo Governo Monti, sui pregi e difetti e sui sacrifici richiesti alle parti sociali, si stanno per decidere a livello Europeo delle questioni ancora più importanti per il nostro futuro. La Germania sta trascinando la Francia verso la richiesta di far partire un euro plus caratterizzato dall'adesione di un possibile ristretto gruppo di Stati disponibili ad accettare delle misure di controllo rigido sia sul deficit pubblico (da mantenere al di sotto del 3%) che del rapporto debito /PIL da riportare rapidamente al 60%. Il tutto con la previsione di sanzioni automatiche e dalla decisione di approvare a livello europeo misure eguali per il mercato del lavoro e il regime di tassazione delle imprese.Riporto il link della lettera spedita dal duo Merkel -Sarkozy Lettera al Presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy. Risulta evidente come l'impegno alla difesa dei partecipanti al nuovo patto e l'impegno a rispettare i propri impegni di debito è legato alla possibilità d'imporre una politica basata su regole precise che per l'Italia comporterebbero una rinuncia alla sovranità nazionale ed una politica di risanamento che durerà anni per riportare il debito al 60% del PIL. Misure improntate anche ideologicamente al risparmio e sostanzialmente recessive. Non viene indicata la modalità per la crescita a livello europeo per i paesi in difficoltà e per tutta l'Unione. Viene richiesto da più parti una politica espansiva dei consumi da parte dei paesi forti che faccia da traino per tutti. Un sostegno alla domanda aggregata anche con il ricorso ad una dilatazione complessiva del debito europeo e non alla sua contrazione. Quando si stabilisce un piano di ristrutturazione del debito è necessario prevedere anche una " nuova finanza" per consentire ad un'azienda di sopravvivere produrre ed onorare i propri impegni. Questo andrebbe fatto anche a livello europeo. Molte sono le perplessità su questo progetto come quelle espresse recentemente da Amato e Prodi in un articolo congiunto. Draghi ha da parte sua recentemente affermato davanti al Parlamento europeo la volontà d'intervento a favore dei paesi che aderiranno al patto di controllo del proprio debito; ma, mi sembra che le condizioni siano molto pesanti e vessatorie per chi come noi parte da un rapporto debito /Pil del 120%

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Di fronte al rischio di crisi del progetto europeo la strada prospettata richiede la rinuncia alla sovranità senza adeguate garanzie di crescita dell'integrazione politica e democratica dell'Unione e senza un progetto di crescita espansivo che possa contare con chiarezza sulla BCE come prestatore di ultima istanza. Viene detto che il MES sarà partecipato sino all'85% dalla BCE . Quindi solo per chi partecipa al patto? e come si pensa d'intervenire?Si profila un'Europa a due velocità? Troppi dubbi e troppe ipoteche per risultare convincente ed ottenere la fiducia degli Stati sovrani e dei loro popoli. SE il risultato fosse un'Europa a due velocità quale sarebbe il destino del nostro Paese se non aderisse? Immagino uno spread impazzito ed il rischio di fallimento a meno di una risposta forte a carattere patrimoniale . E se aderisse? Immagino lunghi anni di ristrettezze per il risanamento del debito in tempi forse troppo brevi. Ho l'impressione che questi siano giorni importanti e decisivi (http://maredelsud.ilcannocchiale.it)

Il 22% della popolazione straniera in Italia è minorenne ei 4 milioni e mezzo di stranieri, residenti al 31 dicembre 2010 in Italia, il 22% è costituito da minorenni. Nell’anno scolastico 2010/11 risultano iscritti oltre 710mila alunni di cittadinanza non italiana, il che vuol dire 7,9% del totale della popolazione scolastica. A dircelo è l’Unicef, confermando che quasi 994mila unità della popolazione straniera residente in Italia sono costituite da minorenni, 650mila dei quali nati in Italia: sono le cosiddette “seconde generazioni”, che non possono in alcuna maniera essere considerati “stranieri”, essendo accomunati con gli italiani dal luogo di nascita, dalla residenza, dalla lingua, dal percorso formativo e dal sistema di socializzazione. Solo nel 2009 sono stati 77.109 i bambini nati in Italia da entrambi i genitori di nazionalità straniera: queste ultime nascite incidono per il 13% su

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tutti i “nuovi arrivati”. Negli ultimi anni, la maggior parte degli Stati membri dell’UE ha registrato un afflusso crescente sul proprio territorio nazionale di minori stranieri “non accompagnati”, peraltro titolari di permesso di soggiorno. Questi ultimi, a giugno 2011, in Italia, sono risultati 5.806. C’è anche da dire che, nel 2010, la Commissione Europea ha adottato un Piano di Azione quadriennale (2010-2014) proprio sui minori “non accompagnati”, che propone agli Stati membri un approccio comune imperniato su uno dei principi cardine della “Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia”, ovvero quello del superiore interesse del minore, e su linee d’azione orientate alla prevenzione, all’accoglienza e all’individuazione di soluzioni durature. G.S.

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Save the Children, allarme infanzia in Italia Il 20% dei minori vive in condizioni di povertà ono 10 milioni e 229mila i minori in Italia, pari al 16,9% del totale della popolazione, 1.876.000 dei quali vivono in povertà relativa, cioè in famiglie che hanno una capacità di spesa per consumi sotto la media, con un buon 18,6% che soffre condizioni di deprivazione materiale. Una situazione drammatica, il cui quadro è ben definito nel secondo Atlante dell’Infanzia di “Save The Children”, dal quale si evince che, dal 2008 a oggi, sono proprio i nuclei con bambini ad avere pagato il prezzo più alto della grande recessione mondiale. Ce lo conferma il fatto che, negli ultimi anni, la percentuale delle famiglie a basso reddito con 1 minore è aumentata dell’1,8%, e tre volte tanto (5,7%) quella di chi ha 2 o più figli. Oltre 150 le pagine e 80 le mappe di questo particolare Atlante, che restituiscono moltissime informazioni sulla condizione di bambini e adolescenti del nostro Paese, andando dalle città e territori in cui vivono alla povertà minorile, dagli spazi di verde e di gioco disponibili all’inquinamento urbano, dalla dispersione scolastica alla spesa sociale. In occasione delle celebrazioni dei 150 anni dall’Unità d’Italia, è stato anche incluso un approfondimento sui quasi cento ragazzi garibaldini che parteciparono alla “Spedizione dei Mille”, confrontando in tal modo la “giovane Italia” di allora con quella attuale. “La qualità della vita dei nostri figli è mediamente incomparabile con quella del secolo scorso - afferma Valerio Neri, direttore generale di “Save the Children Italia” -. Tuttavia, se non sono più la tubercolosi o la guerra a uccidere, oggi i minori italiani fanno i conti con la povertà, la scarsità di servizi per l’infanzia, le città inquinate e stili di vita insani che conducono all’obesità. Problemi che l’attuale crisi economica rischia di amplificare, se non avviene un’inversione di rotta immediata e non si pone la tutela dell’infanzia e adolescenza come una priorità delle scelte politiche ed economiche di un Paese, che finora ha sempre investito molto nelle pensioni e molto meno di quanto avviene altrove per aiutare i bambini, i giovani e le famiglie con figli”. Andando più a fondo, scopriamo che in Italia é il 24,4% dei bambini a rischio povertà. Sono, per esempio, 653mila, praticamente il 9,3% di tutta la popolazione minorile, quelli in povertà assoluta, ovvero privi dei beni essenziali per il conseguimento di uno standard di vita minimamente accettabile, che risiedono nel Sud Italia. E sempre nel Mezzogiorno vivono in povertà relativa 2 minori su 3, con la Sicilia che registra la quota più elevata di giovanissimi poveri (44,2%). Seguono la Campania (31,9%) e la Basilicata (31,1%), mentre la Lombardia (7,3%), l’Emilia Romagna (7,5%) e il Veneto (8,6%) si attestano come le regioni con la percentuale inferiore. Nel Nord Est italiano ben il 7% delle famiglie con bambini dichiara di aver difficoltà a fare 1 pasto adeguato almeno ogni 2 giorni, mentre al Sud il 14,7% di questi nuclei familiari non ha avuto i soldi per le cure mediche almeno 1 volta negli ultimi 12 mesi. Procede, poi, senza sosta la cementificazione e impermealizzazione del territorio: si stima che ogni giorno venga ricoperta con una bella colata una superficie di circa 130 ettari. In testa alla classifica, da questo punto di vista, sono i comuni di Roma e Venezia, subito dopo vengono Napoli e Milano. Rilevante, poi, in molte città italiane, l’inquinamento dell’aria: Ancona (140 giornate), Torino (131) e Siracusa (116) spiccano per il maggior numero di giorni di superamento del valore limite di particolato (PM10), ossia polveri sospese nell’aria che penetrano nelle vie respiratorie, causando problemi cardio-polmonari e asma. Se, poi, andiamo a toccare la questione degli spazi dedicati proprio ai bambini, nel Nord

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e al Centro più di 2 su 3 giocano nei giardini pubblici, la cui fruizione scende al 16% al Sud. In Campania, appena 1 bambino su 100 ha la fortuna di divertirsi nei prati, mentre meno di 3 ogni 100 può farlo solo sulle strade. Aumenta, invece, da parte dei ragazzi fra gli 11 e i 17 anni la frequenza dei centri commerciali, dove 1 su 5 dei giovani intervistati dichiara di andarvi almeno una volta a settimana. L’Atlante dell’Infanzia di “Save the Children” ci fa capire ancora che, rispetto al 1861 di un’Italia appena unificata, il numero di minori si è mantenuto costante, anche se è nettamente cambiata la loro incidenza: pari, allora, al 39%, contro il 16,9% di quella attuale. Il risultato è che siamo diventati il primo Paese al mondo in cui gli anziani costituiscono la maggioranza, con città affollate di over 65 rispetto ad under 18, con le poche eccezioni delle province di Napoli, Caserta, Barletta, Andria e Trani. Decisamente più vecchie vengono considerate Trieste e Savona. “Analizzando la distribuzione della popolazione minorile nei capoluoghi di provincia e nei principali comuni italiani - continuiamo a leggere nell’Atlante -, la tendenza emergente è il graduale esodo dei minori dai centri storici delle aree metropolitane verso le periferie o i comuni limitrofi, città satellite, hinterland di recente costituzione. Il fenomeno è in gran parte dovuto al disagio abitativo delle famiglie giovani con figli, sempre più esposte davanti a un mercato immobiliare bloccato, segnato dall’aumento fuori controllo del prezzo degli affitti, dalla mancanza di un deciso intervento pubblico nel settore abitativo e dalla rinuncia alla pianificazione del territorio. Così, sempre più bambini e adolescenti finiscono per crescere in realtà spesso caratterizzate da una riduzione degli standard urbanistici, ambientali e sociali, così come dalla mancanza di servizi per l’infanzia”. Sembra, dunque, che di passi in avanti ne dobbiamo fare ancora molti, e che la strada sia non solo per i più giovani del tutto in salita. Nonostante siamo lontani da quel giorno in cui la “giovane Italia” nasceva, facendoci ben sperare che, una volta cresciuti, avremmo superato i problemi di arretratezza sociale e culturale, contro cui ci ritroviamo ancora a combattere. Allora poteva essere giustificabile, oggi assolutamente no. G.S.


I racconti senza filo di Vicolo Culo di Sacco Billitteri fa il romantico con la solita ironia Antonella Filippi acci a capire qualcosa degli uomini. Dei giornalisti, poi...

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Prendete Daniele Billitteri, uno degli ultimi esemplari ad aver raggiunto il mitico «trattamento di quiescenza» a soli

60 anni, eppure senza alcuna intenzione di smettere di scrivere per sedersi ai giardinetti. O meglio fa l'uno e l'altro, perché osservare è stato sempre un suo pallino. Di Daniele conosciamo l'imbattibile conoscenza di uomini e donne palermitane e della loro antropologia, sappiamo della sua passione per le investigazioni di Franco Butera Amato, ma alzi la mano chi ne conosce il lato come dire? - romantico, crepuscolare perfino. Billi, che ti succede? Nulla, ha solo scritto «Senza filo. I racconti (quasi) romantici di vicolo Culo di Sacco», appena usciti per Pietro Vittorietti Edizioni (12 euro) e presentati ieri. Si può fare anche così una storia: sedendo in prima fila e guardandosi intorno. Ascoltando. Catturando. E poi scrivendo, senz'ordine, quello che hai visto, esercitando un'indomita curiosità professionale che mai s'arrenderà, neppure alla pensione. Storie, anzi, chiamiamole con il loro nome: favole. In tempi di terrori fiscali, è una favola quella del negozio, in vicolo

oggetti inutili, come una vecchia radio, surclassata dall'invadenza dell'MP3: ma come la butti via se ci hai ascoltato, magari con i graffi in sottofondo, «Bandiera Gialla» e, ora più che mai, comprendi «che la gioventù è bella»? E poi c'è ancora lui che a Pantelleria incontra Michela,

Culo di Sacco, dove il titolare, Agenore Belgioioso, vende carezze

barista/architetto, con quella spietatezza femminile che impedi-

di tutti i tipi: Dormiveglia, Primavolta, Nontiscordardimè. E ti con-

sce di sognare troppo attorno agli uomini: con una così puoi

siglia, ti indirizza nella scelta. Ed è favola quella Ramko, biondo ra-

passarci una nottata a dormire senza pasticci passionali. E ar-

gazzino Rom che vende fiori al caldo di Palermo, come la più nota

riviamo allo shopping di Billi che è come l'isola: non c'è. Perché

bimbetta bionda e diafana che vende fiammiferi sotto la neve.

dove si può acquistare una nuvola batuffolosa o un triciclo col

Disorientata dai primi capitoli, vado avanti nella lettura e scopro

motore o un pensiero? Impari che si può, perché «la seconda

che esistono aranci colpiti dalla Tristezza, che FAS significa Fateli

cosa più bella del mondo, dopo quella di accattare cose, è

Arrivare Subito (i fondi).

quella di accattarle per finta», scrive lui.

E trovo capitoli dove c'è lui, Billi, che è narciso come tutti i giorna-

Alla fine t'imbatti nei «Racconti d'un fiato», cioè di poche righe.

listi, lì a distribuire sapidi spicchi di vita, la sua, che s'incrocia con

Bevi con gusto anche quelli, in un fiato. Il tempo non si ferma

quella di altri. E di altre cose. Non manca, infatti, un repertorio degli

mai. Neppure per un caffè, vero Billi?

Da Guttuso a Sironi, la Regione Siciliana espone i tesori nascosti a Regione siciliana riunisce e mette in mostra i suoi tesori: ottanta tra dipinti e sculture acquisiti direttamente o conferiti dallo Stato compongono una storia artistica poco conosciuta. Alcune opere, che provengono da palazzo d'Orleans oppure dagli uffici di vari assessorati, vengono esposte per la prima volta. E sono pezzi pregiati di importanti artisti del Novecento italiano: da Guttuso a Consagra, da Birolli a Martini, da Manzù a De Pisis, da a Severini a Sironi. Saranno esposti nelle sale di palazzo Ajutamicristo a Palermo sino al 6 febbraio 2012. La mostra «Da Sciuti a Dorazio. La collezione d'arte moderna della Regione Siciliana», curata da Sergio Troisi e promossa dalla sovrintendenza ai Beni culturali diretta da Gaetano Gullo, è divisa in

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tre sezioni. La prima comprende opere degli anni Trenta e Quaranta, quando in occasione delle mostre sindacali fascite vennero acquisiti numerosi lavori di artisti siciliani come Rizzo, Bevilacqua, Franchina legati al futurismo. La seconda sezione è dedicata alla mostra allestita nel 1942 al teatro Massimo con le opere dei maggiori artisti italiani del tempo: Carrà, De Chirico, Tosi, Casorati, Guttuso, Migneco. La terza sezione documenta le opere acquisite dal dopoguerra a partire da quelle esposte nella «Manifestazione d'arte contemporanea» organizzata al Teatro Massimo dalla Federazione comunista di Palermo nel 1945 per iniziativa di Franco Grasso

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Gestione dei Cantieri Culturali alla Zisa Il sindaco “dimentica” le non-profit

stata sicuramente la goccia che ha fatto traboccare il vaso, facendo uscire dal vaso di Pandora tutta l’incapacità e mancanza di volontà dell’attuale amministrazione comunale nel considerare la cultura bene comune, “valore centrale intorno al quale costruire nuove forme di cittadinanza”. A indignare ancora di più quanti da tempo chiedono che i Cantieri Culturali alla Zisa tornino alla libera fruizione dei cittadini, è stato l’invito pubblico del Comune a manifestare, entro il 6 febbraio, “interesse per la valutazione di progetti di idee per la gestione e ristrutturazione di alcuni padiglioni, sedi storiche delle ex Officine Ducrot“. Ignorando appelli, richieste e professionalità resesi disponibili allo stesso scopo, il sindaco Cammarata ha decido di rivolgersi a tutta una serie di soggetti - imprenditori individuali, anche artigiani, società commerciali e cooperative, consorzi fra società cooperative di produzione e lavoro, raggruppamenti temporanei e ordinari di concorrenti, operatori economici -, dimenticando, però, guarda caso, le associazioni “non profit”. Scarsa memoria o precisa volontà di escludere proprio coloro che avrebbero tutte le migliori intenzioni per creare qualcosa di buono, come dicevamo “per il bene comune?”. Tra le altre cose, nell’avviso rimane ambigua la destinazione ad attività culturali e ricreative, cornice dentro la quale ci si può mettere di tutto, anche ristoranti, multi - sale e discoteche. Che con quegli spazi non c’entrano proprio niente. E’ da tempo che “I cantieri che vogliamo”, movimento culturale di cittadini, artisti e operatori, sorto in maniera spontanea, reclama la riapertura dei Cantieri. Lo ha, per esempio, fatto con una lettera aperta inviata al Comune, il cui testo si trova sul sito www.cantierizisa.it, come anche creando un proprio profilo su Facebook, dal quale ha annunciato l’organizzazione, dal 6 all’8 gennaio prossimi, proprio negli stessi spazi da tempo negati alla fruizione dei cittadini, di un’assemblea pubblica volta a raccogliere pensieri, idee, elaborazioni e linguaggi intorno al presente e al futuro di questo luogo e della cultura a Palermo. Sulla pagina di Facebook si può trovare anche la diffida del primo cittadino a revocare immediatamente l’avviso, da potere firmare seguendo tutte le indicazioni o

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chiedendo informazioni all’e-mail culturabenecomune@cantierizisa.it. “Tutto questo sta avvenendo dopo 10 anni di amministrazione Cammarata, in cui questo luogo è stato abbandonato dalla città e dallo stesso Comune - afferma Titti De Simone, tra i promotori e animatori del movimento -, malgrado i molti soldi pubblici spesi lì dentro. In pochi sanno che ai Cantieri c’è una sala cinematografica da 500 posti, l’unica pubblica della città: chiusa. E’ stato speso molto denaro anche per le attrezzature, facendo un’inaugurazione due anni fa, per poi tornare tutto nel limbo. Così come il capannone del Museo di Arte Moderna, ristrutturato, sul quale sono allo stesso modo calate le luci. Per non parlare di tanti altri spazi abbandonati, proprio quelli che hanno fatto un pezzo della storia di questa città. Perché tutti dovremmo ricordare che un tempo, che non vorremmo mai dimenticare, dai Cantieri sono passati artisti come Pina Bausch, e che si sono organizzati eventi come il “Festival del Novecento”, che avevano restituito a Palermo una bellezza che non era effimera né provvisoria, ma aveva una sua prospettiva. Guarda caso proprio sotto le elezioni, l’amministrazione comunale tira fuori un avviso di gara per affidare i Cantieri ai privati. Intendendo come privati non certo le associazioni “non profit” e simili, ma gente che ha soldi per potere investire, però senza una cornice, senza un progetto chiaro e trasparente, per fare non si sa che cosa. Noi purtroppo sappiamo che la storia di Palermo è segnata da queste azioni di speculazione, di mani sulla città che improvvisamente, a pochi mesi dalle elezioni, si materializzano. Evidentemente, ci sono ancora delle cose da distribuire, dei pezzi di città, spazi pubblici che a quanto pare bisogna dare a qualcuno in cambio di qualcosa, perché ce li si aspetta o perché si ha un debito. Ci preoccupano anche le manovre di Confindustria, che sembra avere dato a una serie di progettisti e tecnici l’incarico di ridisegnare alcuni luoghi pubblici, compresi i Cantieri. Non si capisce in nome di chi, di quale idea, di quale esigenza”. Non ricevendo nei mesi scorsi alcuna risposta dal sindaco né da chi per lui, il movimento è andato avanti, provando a ragionare sulla possibile rinascita di questo spazio e crescendo inevitabilmente sempre di più. La priorità, visto che l’avviso non se lo aspettava nessuno, è ora il tentativo di bloccare questa operazione, ribadendo che non si vuole perdere un luogo che era dedicato alla bellezza, alla cultura, pensando a un progetto che vuole essere una metafora della città, per mettere in movimento e connettere tante belle energie. Sul fronte politico, per esempio, è intervenuto Fabrizio Ferrandelli, consigliere comunale e candidato a primo cittadino di Palermo, esprimendo seria preoccupazione per quello che ha tutta l’aria di essere semplicemente una mossa pre-elettorale. “In questi anni, l’amministrazione comunale non ha mosso un dito per salvare i Cantieri Culturali della Zisa - dichiara -, le cui condizioni di abbandono sono sotto gli occhi di tutti. Parliamo di un’area di diverse centinaia di metri quadrati, che sarebbe potuta diventare strategica per la cultura della nostra città, e che invece é entrata a fare parte di quel lungo elenco di spazi negati alla cittadinanza. A oggi, soltanto 6 padiglioni su 19 sono utiliz-


Il movimento “I cantieri che vogliamo” attacca: “Da 10 anni il Comune si disinteressa” zabili e, tra questi 6, quelli concessi all’Accademia di Belle Arti non lo sono ancora a causa della mancata messa in sicurezza delle strutture. Per non parlare degli spazi altrimenti utilizzabili e inspiegabilmente chiusi - ci dicono per problemi burocratici -, come la sala cinema idealmente annessa alla Filmoteca regionale, ma a essa mai consegnata. È ulteriormente preoccupante che, a fronte di anni di anni di silenzio, solo a ridosso delle elezioni, l’amministrazione comunale si svegli e decida di pubblicare un avviso, che temo possa favorire i soliti “amici”, a scapito delle tante maestranze locali, che meriterebbero di poter usufruire di tali spazi”. Paradossale, in tutto questo, dicevamo anche la vicenda che vede protagonista Confindustria. “Si, perché l’idea è di ridisegnare 8 luoghi della nostra città, della scala dei Cantieri e della Fiera del Mediterraneo - aggiunge Giuseppe Marsala, architetto, anche lui colonna portante del movimento -. Spazi giganteschi, però senza un laboratorio della città, senza la città, ma soprattutto dando risposta a una domanda che non c’è, trovando soluzioni a problemi che non sono stati istruiti. Tutto questo è da vera decadenza. E’ quando la politica non sa più che fare e si affida alla grande industria, alla concentrazione economica. Noi siamo convinti che si debbano innescare meccanismi di economia, ma attraverso pratiche e criteri del tutto differenti da questi”. Piano piano, anche abbastanza naturalmente, attorno al dibattito acceso diversi mesi fa, sono cominciate a convergere realtà e individualità di vario genere, dagli scrittori e giornalisti agli esperti di cinema, dagli artisti ai teatranti, all’inizio anche un po’ l’asse portante di questo ragionamento. “Una cosa che nasceva in un luogo specifico, dentro un recinto dice ancora Marsala - è diventata qualcosa di più grande, metafora di un problema sul come fare cittadinanza, su come immaginiamo trasformato questo luogo. La denuncia iniziale è diventata una sorta di elaborazione da parte di tutte queste città nella città che ora, e questo è un altro aspetto che ci interessa molto della nostra realtà fatta di tanti solisti che solitamente non si passano

mai la palla tra di loro, vedono una serie di soggetti iniziare a discutere insieme, cedendo pezzi della loro fama. Per esempio, l’assemblea di gennaio vedrà la partecipazione anche di una delegazione del Teatro Valle di Roma, che in questo momento è un po’ il modello di riferimento per un’iniziativa come la nostra”. E sono i luoghi della resistenza creativa, proprio come il Valle o i Cantieri stessi, quelli che in questo momento possono far convergere tante identità attorno a un progetto di riscatto culturale: per far riaccendere le luci di questo paese sul tema della cultura come bene comune, creando un ponte tra tutti per fare in modo che tanti teatri Valle rinascano, che tante esperienze riescano a riaprire il discorso degli spazi culturali di cui riappropriarsi. E’, dunque, veramente il tempo dell’azione e, come dicono “I cantieri che vogliamo”, di un vero progetto sulla cultura. Durante l’assemblea di gennaio, Palermo racconterà e ascolterà Palermo, si elaboreranno idee e si descriveranno i percorsi e le ragioni di chi agisce per costruire nuova cittadinanza: una pratica del “fare città”, che riconosca il diritto alla gioia e al futuro. I cittadini saranno chiamati a raccolta per discutere intorno a 5 temi: beni comuni e spazio pubblico; politiche e pratiche per la cultura; identità e differenze; nuove precarietà; infanzia: bene comune. Sarà un discorso quanto più pubblico possibile sulla cultura e su Palermo, accompagnato da azioni di “creatività critica”, in cui saranno protagonisti persone, idee, corpi, azioni, parole, suoni e visioni della nostra città. E, sembra scontato dirlo, la partecipazione e il contributo di tutti sono ben accetti, anzi sollecitati a viva voce. Proprio perché tutti possiamo e dobbiamo essere artefici in prima persona della rinascita culturale della “nostra” Palermo, finalmente e definitivamente sottraendola a chi da anni la saccheggia, togliendo a quanti la amano veramente la possibilità e il piacere di viverci con dignità e orgoglio. G.S.

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Torturati, sfruttati, maltrattati Il triste destino degli Orsi della Luna

ono ancora circa 20mila in Cina, Vietnam e Corea gli Orsi della Luna, così chiamati per la striscia bianca che hanno sul petto, catturati e torturati nelle cosiddette “fattorie della bile” del sud est asiatico, appunto, per la loro bile, che viene estratta attraverso rudimentali cateteri conficcati nella cistifellea o tunnel scavati in profondità nell’addome. Stando alle statistiche ufficiali, ci sono 3.410 orsi detenuti in Vietnam ( il 90% sono proprio Orsi della Luna), e altri 602 orsi vivono in cattività, usati per le esposizioni. Gli esemplari adulti muoiono lentamente a causa di questa pratica barbara, mentre i cuccioli, ancora troppo giovani per produrre sufficienti quantità di bile, vengono massacrati per ricavarne cistifellee intere, oltre che per le loro zampe. In loro difesa va da 15 anni “Animals Asia Foundation”, l’unica organizzazione internazionale impegnata nella difesa dei diritti degli animali riconosciuta dal Governo Cinese. Gli investigatori dell’associazione hanno, per esempio, scoperto che, in Vietnam, per prelevare la bile dalla loro cistifellea, una volta ogni tre mesi gli orsi subiscono un importante intervento chirurgico all’addome. Questo, però, avviene in condizioni igieniche talmente precarie, che spesso muoiono per le sofferenze e le infezioni che seguono l’operazione. Un altro metodo utilizzato si avvale dell’assistenza di una macchina a ultrasuoni, di un catetere e di una pompa medica. Gli orsi vengono drogati, legati con delle corde e sottoposti a diverse iniezioni nell’addome con un ago lungo 10 centimetri, finché la cistifellea non viene trovata. Tale procedimento spesso comporta delle pericolose fuoriuscite di bile nel corpo, che portano a una morte lenta e dolorosa per peritonite. In

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entrambi i casi, gli orsi vengono rinchiusi per anni in gabbie strettissime, costretti a sopportare anche sofferenze mentali estreme, peraltro con un tasso di mortalità altissimo. E’ anche e soprattutto grazie ai gruppi di supporto nati in tante parti del mondo, che sempre più persone riescono a conoscenza di questa atroce realtà. Per esempio, in Sicilia ce ne sono tre: Melania Costa, a Palermo (cell. 333.8603222, e-mail melacosta57@gmail.com); Paola Sobbrio, a Marsala (cell. 340. 8907576, e-mail paolasobbrio@libero.it); Lorenzo Aiello, a Siracusa (cell.329.1925690, e-mail elisacatarinelli@libero.it). “La cosa bella - afferma Melania Costa - è venire a sapere che, attraverso il lavoro di tutti quanti, questi orsi tornano a vivere. Ce lo dimostra il fatto che dopo 20 anni di torture, nella fase di recupero diversi orsi cercano di farsi un giaciglio. Questo è un buon segno perché vuol dire che torna in loro l’istinto, e che riacquistano la voglia di socializzare e di giocare”. Ma l’obiettivo finale dell’intervento dell’associazione è quello di rimetterli in libertà? “Ovviamente no - spiega Andrea Milazzo, dottore in scienze naturali, ricercatore in biologia animale e presidente dell’associazione “Astrid” - perché in natura non sopravvivrebbero e avrebbero parecchie difficoltà, sia per procacciarsi il cibo sia in termini di predazione. C’è anche da dire che salvare gli orsi, significa salvaguardare l’habitat in cui vivono, insieme a tutte le altre specie che vi si trovano. Gli Orsi della Luna come il Panda, ma come tanti altri animali in via di estinzione: animali bandiera, che consentono di tutelare la biodiversità dei luoghi. Nel caso in cui fosse possibile, dove potrei liberare questi orsi se ho distrutto il loro habitat?”. Fortunatamente, pian piano, le cose si muovono, e ciò è dovuto alla maggiore sensibilità della stessa popolazione, che ora conosce la situazione e chiama, avverte, denuncia. “Tutto questo avviene anche grazie ad “Animal Asia Foundation” - aggiunge la Costa -, che lavora non solo per gli Orsi della Luna. All’origine del suo impegno in favore degli animali c’è, infatti, un progetto di pet teraphy che si chiama “Doctor dog”, con il quale non solo cerca di sensibilizzare ma soprattutto avvicina i bambini al cane e al gatto, facendoglieli vedere in maniera diversa da come sono abituati, visto che per loro spesso costituiscono solo del cibo. Per quanto riguarda, invece, gli Orsi della Luna, era stato previsto di liberarne almeno 500, ma ancora l’obiettivo è lontano. Il governo cinese, però, si è impegnato per iscritto a chiudere tutte le fattorie. Di fatto, ora come ora, su 31 province cinesi, il 30% sono libere da questi lager. E’, comunque, un lavoro difficile perché, per esempio, in Vietnam è vietato l’allevamento di orsi, ma ci sono ancora molte fattorie abusive. In Cina, invece, in molte province le fattorie sono legali, ma non lo è il commercio di bile d’orso, così come un certo tipo di estrazione, praticata attraverso un foro permanente nell’addome, noto come “free-dripping” (sgocciolamento libero), a causa del cui intervento molti orsi non sopravvivono, e quelli che riescono a farlo trascorrono il resto della vita tra atroci sofferenze”. Una barbarie che prima o poi, siamo sicuri, avrà fine. Soprattutto se ci convinciamo che l’unione fa la forza e che, anche dall’altro lato del Pianeta, possiamo fare la nostra piccola parte. G.S.


Con una donazione di poche euro si può adottare a distanza un Orso della Luna atale si avvicina a grandi passi e probabilmente la maggior parte delle persone avrà già deciso cosa mettere sotto l’albero di Natale. Non sono, però, pochi coloro che, indecisi, aspettano sino all’ultimo per scegliere il regalo giusto. Il che vuol dire anche il più possibile utile, sia perché non c’è più la disponibilità economica di una volta sia perché piacerebbe a tutti sapere che il proprio dono è durato un po’ più del tempo dello scarto del pacco. Se, quindi, l’idea è proprio questa, si può aderire al programma di donazione a distanza che consente di aiutare gli Orsi della Luna, sottratti per sempre all’orrore delle “fattorie della bile”, che ora vivono nelle riserve naturali gestite da “Animal Asia Foudation”, l’associazione che da 15 anni lavora in Cina e Vietnam per salvare la vita di splendidi esemplari purtroppo in via di estinzione. Con una piccola quota mensile si potrà consentire ai volontari di fornire tutte le cure di cui hanno bisogno questi maestosi animali, regalando loro una vita sicura, serena e felice. Bastano solo 35 euro o 43, nel caso di quelli speciali, bisognosi di maggiori attenzioni, per regalare a uno di questi orsi cibo nutriente, acqua potabile, assistenza veterinaria professionale e ampi spazi accoglienti, dove poter dimenticare gli orrori subiti e godere della libertà ritrovata. In qualità di genitore adottivo si potrà vivere la gioia di seguire il cammino del proprio orso nel tempo, passo dopo passo, ricevendo un personale certificato di adozione, una bellissima fotografia e una scheda sul suo carattere. Ogni anno, poi, verrà inviato un aggiornamento sui progressi fatti nel suo percorso di vita e una nuova emozionante immagine a colori. Se si ritiene che si tratti di un impegno troppo oneroso, in quanto costante nel tempo, si può dare una mano anche solo una volta. Per esempio, acquistando uno dei tanti gadget - magliette, ciondoli, post-it, calendari, borse e biglietti d’auguri - spendendo da 1,50 a 23 euro. Sei euro costa, invece, un barattolo di miele; 10 un cestino di frutta, fondamentale per equilibrare la dieta degli orsi; 23 un ghiacciolo gigante di frutta e 39 un frullato di frutta. Se, poi, se si vuole investire un po’ di più, si può scegliere una pedana di

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legno (36 euro), un’amaca (80), un’altalena (100), oppure ancora sostenere interventi di tipo sanitario con cure veterinarie per un mese (138 euro), regalare un check up e le visite odontoiatriche (213), contribuire all’operazione di rimozione della cistifellea, danneggiata dalla barbara pratica dell’estrazione di bile. In questo caso, l’impegno economico sarà di 472 euro. Insomma, doni per tutti i gusti e tutte le tasche, da potere fare a Natale come anche nel resto dell’anno, perché la solidarietà non ha termini o scadenze. L’elenco completo di tutte le possibilità previste per sostenere la causa degli Orsi della Luna si trova sul sito Internet www.animalsasia.it. Per qualunque informazione, relativa sia all’acquisto dei regali sia all’adozione, si può scrivere all’e-mail info@animalsasia.it o chiamare il tel. 010.2541998. G.S.

Un appello in rete per chiedere maggiori risorse per le biblioteche italiane ono già oltre 12mila coloro i quali hanno firmato online l’appello rivolto a tutta la società italiana per chiedere un’inversione di rotta che porti più attenzione e maggiori risorse per le biblioteche italiane, “ovviamente prima che sia troppo tardi”. A lanciarlo sono state l’Associazione Italiana Biblioteche, il Forum del Libro, l’Associazione Bianchi Bandinelli, Generazione TQ e i Presìdi del libro, con il sostegno dell’IFLA - International Federation of Library Associations and Institutions, e dell’EBLIDA - European Bureau of Library, Information and Documentation Associations. L’assunto di partenza è che le biblioteche sono un servizio essenziale per la vita culturale, sociale e civile del Paese, rappresentando un presidio di democrazia fondato sulla libertà di espressione e sul confronto delle idee. “Costituiscono un’infrastruttura della conoscenza - si legge nell’appello, da potere firmare all’indirizzo http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1110a.htm - che raccoglie, organizza e rende disponibili i prodotti della creatività e dell’ingegno,

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fornisce accesso a una pluralità di saperi e di informazioni, agevola l’attività dei ricercatori e degli studiosi, tutela la memoria culturale della nazione, offre a tutti i cittadini occasioni di crescita personale e culturale, favorisce l’acquisizione di competenze che possono essere spese nella vita sociale e lavorativa”. In diverse città italiane l’AIB ha già promosso una serie di manifestazioni pubbliche per sensibilizzare i cittadini, gli amministratori pubblici e gli operatori della cultura sugli effetti della crisi che colpisce le biblioteche, ma anche sul loro ruolo di servizio essenziale e sulle loro potenzialità. Importante, dunque, che questi spazi di incontro e discussione si moltiplichino, perché non vengano più considerati luoghi separati dalla società, ma beni comuni da tutelare e promuovere, centri pulsanti della vita culturale, luoghi aperti al confronto democratico delle idee e alla socialità. G.S.

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Quando la musica irrompe nella vita, le ineffabili storie di Zoran Živković Salvatore Lo Iacono a dedicare agli editori italiani che si ostinano a non pubblicare racconti, abbonati al ritornello che le forme brevi di narrazione non catturano il pubblico. A loro sarebbe il caso di dedicare le ultime short stories di uno scrittore che conferma talento e doti non comuni. Zoran Živković – senza “profanare” Borges con azzardati parallelismi da battage statunitense, quello che paragona Bolaño a Kurt Cobain – offre, ai lettori che vogliano accettare il suo invito, ineffabili storie di rara originalità e raffinatezza, atmosfere rarefatte, personaggi in bilico tra quotidianità e immaginazione e una scrittura solo apparentemente semplice, ma inesorabile. L’autore serbo è anche insegnante universitario di scrittura creativa ed è stato fondatore, negli anni Ottanta, della prima casa editrice privata riconosciuta in quella che allora era la Jugoslavia; fantasioso, ma mai gigionesco e superficiale, meriterebbe maggiore visibilità di quella che ha avuto finora, anche se le tirature dei suoi libri hanno numeri di tutto rispetto: ha trovato anche in Italia un nugolo di lettori fedeli, che sono stati ammaliati a cominciare da “L’ultimo libro”, pubblicato nel 2010, e da “Sei biblioteche”, edito all’inizio di quest’anno. Ora è la volta di “Sette note musicali” (137 pagine, 10 euro), come i precedenti per i tipi di Tea, una raccolta di racconti (tradotta da Jelena Mirkovic e Elisabetta Boscolo Gnolo) pubblicata in patria dieci anni fa, che come gli altri due volumi fa parte del ciclo “Le storie impossibili” (riproposto in italiano, ma non nel suo ordine cronologico originario). Prolifico e molto tradotto all’estero, il sessantatreenne Živković, è talvolta erroneamente bollato come autore di mistery o thriller (genere a cui certe copertine strizzano l’occhio), mentre le sue storie si possono più facilmente apparentare alla letteratura fantastica e metafisica, nel senso che sembrano più concreti certi accostamenti, ad esempio, al polacco Stanisław Lem. Lo stile di Živković è asciutto ma non piatto né banale, elegante, evoca sempre atmosfere oniriche e surreali, anche nelle situazioni più normali, spiazzando il lettore, in bilico tra realtà e finzione, su quel confine della vita quotidiana animato dall’immaginazione e dai sogni. Rispetto alle due precedenti opere edite in Italia, in cui

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la variazione sul tema era legata alla lettura e alla scrittura, alle librerie e alle biblioteche, in “Sette note musicali” è il potere della musica il fil rouge di un mosaico di storie bizzarre e cuori turbati, tra rivelazioni e inquietudini, segreti e smarrimenti che, per un breve periodo, riguardano individui esteriormente più che normali, ma in realtà speciali; la musica – innescando una reazione a livello d’inconscio – permette ai protagonisti delle storie messe in scena di conoscere aspetti nascosti della realtà, di catturarli anche per pochi istanti, anche se alla fine vivono come degli attimi d’estasi, prima di tornare alle proprie occupazioni, non necessariamente travolti o particolarmente cambiati (almeno così sembra, forse ad eccezione di Adam, protagonista de “Il puzzle”) dalle esperienze che hanno vissuto. I personaggi dei racconti tematicamente legati di Živković sono dei cuori semplici, condividono una fragilità di fondo, si muovono in spazi e tempi “deformati” dalla musica e hanno in comune la solitudine: l’insegnante di una classe di bambini autistici, un apprendista liutaio, una zitella, un bibliotecario, uno scienziato. Per tutti loro la musica, vissuta come un’esperienza magica o soprannaturale, rappresenta una possibilità di colmare i vuoti delle rispettive esistenze, attraverso momenti di “illuminazione”, sorta di epifanie rivelatrici: Adele del racconto “La sala d’attesa”, ad esempio, vuole recuperare il rapporto perduto con la sorella; il dottor Martin de “Il sussurro” cerca uno strumento di comunicazione, un modo per “dialogare” con i propri studenti (e prova a farlo attraverso la musica di Chopin); il vedovo de “La gatta” si confronta con la vita che avrebbe potuto vivere, se lui e la moglie avessero fatto scelte diverse. Leggendo “Sette note musicali” – racconti lucidi e intelligenti, al contempo tesi e brillanti, che scandagliano stati d’animo più che idee o storie – si è indotti a fare viaggi fantastici con la mente e possono nascere parecchi interrogativi, che non hanno risposte univoche, ma che delegano i lettori a darle, a specularci su, a confrontarsi con l’ineffabile modo di far letteratura di Zoran Živković. Con i bei libri, il più delle volte, funziona così.

Tonon e l’addio alla madre tra dolore e salvezza ancora troppo ristretto il circolo dei lettori di Emanuele Tonon, 41 anni, napoletano di nascita ma friulano adottivo, rivelatosi con “Il nemico”, confermatosi, migliorato, col suo secondo libro, “La luce prima” (130 pagine, 15,90 euro). Entrambi sono pubblicati dalle edizioni Isbn, in tutti e due c’è materia incandescente e profondissima, anche autobiografica, ma non nel senso più prosaico del termine; c’è tensione narrativa e linguistica, ma soprattutto spirituale. È un testo lacerante e illuminante, un flusso di coscienza vergato in poco più di cento pagine, in cui l’autore si mette a nudo, senza pudori. “La luce prima” è il racconto di un percorso doloroso e allo stesso tempo salvifico («da figlio incomprensibile»), un addio alla madre Enza («la misura di tutta la mia vita»), morta da poco, un

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monologo ininterrotto e fulminante, che è un atto di fede e un coraggioso confronto con il dolore, nella ricerca di qualcuno che non c’è più, nella comprensione di non aver capito o di averlo fatto troppo tardi. S ullo sfondo un nord-est di fabbriche e miseria, già visto ne “Il nemico”. Non c’è spazio, comunque, solo per il buio e l’abisso, per l’angoscia e per l’assenza di sollievo, Tonon (già francescano ad Assisi, operaio, operatore informatico, ora a lavoro in un’azienda agricola) colma il vuoto tra vita e morte con parole violente e dolci. Chiuso il libro, nonostante tutto, resta l’aspirazione alla gioia, un profondo senso d’amore, di bene che vince sul male, di vita che ha la meglio sulla morte. S.L.I.


Al Festival della legalità di So.le.Xp nasce la patente genetica per il vino siciliano Mimma Calabrò successo a più di un imprenditore siciliano. Andare a cena in un elegante ristorante del centro Europa, leggere la carta dei vini e vedersi servito un nero d’avola che si chiamava così solo per il nome. Per il resto il vino non aveva nulla che potesse far risalire alla sua produzione siciliana e meno che mai al celebre vitigno che ha fatto la fortuna di tanti imprenditori. La vicenda è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno quanto mai diffuso. Nel mondo enologico sono centinaia, se non migliaia le abili contraffazioni, i sistematici raggiri ai danni di consumatori e produttori. Ma adesso, per difendere il mercato dai mille tentacoli di concorrenti sleali arriva la “patente genetica”. Di che si tratta? Di mezzo c’è il meglio della ricerca siciliana, un’azienda di punta nel settore tecnologico che ha messo a punto un protocollo con la consulenza del Consiglio nazionale delle Ricerche. Il protocollo, una vera e propria rivoluzione nel campo della tracciabilità dei prodotti alimentari è stato presentato nei giorni scorsi a Palermo, allo Steri, nel corso di apertura di So.le.Xp, il festival della sostenibilità e legalità , organizzato dal Consorzio Mediterraneo per lo Sviluppo sostenibile. La “patente genetica per il vino siciliano” è stata messa a punto da giovani ricercatori siciliani guidati da Francesco Carimi, direttore dell'Isituto di Genetica Vegetale di Palermo e Sandro Drago, ricercatore ed amministratore di Bionat italia - uno dei più affermati laboratori di ricerca privati del sud Italia nell’ambito di un in un progetto finanziato dal PSR Sicilia 2007/2013. "La Sicilia dispone delle risorse umane e delle competenze tecniche per affrontare e risolvere queste ed altre sfide tecnologiche" commenta Sandro Drago, che della valorizzazione dei talenti siciliani ha fatto la propria scommessa rientrando a Palermo dopo una lunga esperienza di lavoro negli Stati Uniti. - Attualmente la tracciabilità di filiera è basata sulla rintracciabilità del prodotto nei vari passaggi del processo produttivo. Tutte le fasi della trasformazione vengono monitorate attraverso una documentazione, la cui veridicità è affidata alla responsabilità delle differenti aziende coinvolte nella filiera ed ai controlli periodici effettuati dagli enti istituzionali a ciò preposti. I marchi di qualità alimentare basati su tali principi,

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quindi, non contraddistinguono il prodotto ma il processo produttivo. La nuova idea, proposta dall’Istituto di Genetica Vegetale del CNR di Palermo e da Bionat Italia con il supporto di varie aziende vinicole e vivaistiche (Benanti, Fazio, Cantine Trapanesi Riunite, Bonivini, Planeta, Settesoli, Saladino) rappresenta una vera rivoluzione nei principi di certificazione del vino e prevede un nuovo protocollo, basato sulle più innovative scoperte nel settore della genomica, in grado di certificare il prodotto e di garantirne e tracciarne l’origine e la tipicità, indipendentemente dai controlli di filiera. "Saremo in grado di distinguere attraverso analisi sul prodotto - dice Francesco Carimi - i produttori che dicono la verità da quelli che mentono". Ovvero quei produttori che nel dichiarare un vino di origine siciliana, non si avvalgono di uve provenienti da vitigni tradizionali siciliani. Il protocollo si avvale degli studi più aggiornati in fatto di genetica vegetale e in futuro potrà essere esteso anche ad altri prodotti agroalimentari. Info: http://solexp.it/

“Esame incrociato”, un legal-thriller di Michele Barbera per le Edizioni La Zisa on il legal thriller “Esame incrociato” (pp. 464, euro 19,50, ISBN: 978-88-95709-98-7 ), dell’avvocato Michele Barbera, le Edizioni La Zisa inaugurano la collana “La linea gialla” Cos'è più difficile: accettare l'uccisione del proprio migliore amico o assumere la difesa del suo assassino? Marco Billemi, giovane avvocato penalista, dovrà affrontare una lotta che non si svolgerà solo nelle aule di giustizia. Scoprirà ben presto che il processo cui partecipa come difensore lo coinvolge a livelli più profondi, sino a mettere in crisi la sua coscienza di avvocato e di uomo. L'omicidio del giudice Beppe Maisano diventa un crocevia di emozioni e di situazioni trascinanti in cui le rigide regole processuali si piegano di fronte alla ineluttabilità degli eventi ed all'impeto di forze che trascendono il singolo individuo e tentano di condizionare non

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solo la sentenza, ma anche l'esistenza stessa dei protagonisti. Quando il confronto tra accusa e difesa metterà a fuoco un verdetto di condanna che si preannuncia fin troppo scontato, Marco, con lucida determinatezza, affronterà ciò che un destino cinico e violento ha seminato sul suo cammino, anche a costo di perdere gli affetti e di rischiare la propria vita per salvaguardare una verità che molti preferiscono rimanga nascosta. Dalle atmosfere ovattate di un elegante studio legale sino alle aspre campagne dell'entroterra siciliano, passando per le fredde aule dei palazzi di giustizia: un legal thriller che non può che essere metafora della stessa esistenza umana, in cui la crudeltà del male può essere sconfitta solo dalla tenacia del bene.

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“Nostalgia della luna”, il tempo dell’attesa nel nuovo romanzo di Nonuccio Anselmo Pietro Franzone l sole avrebbe continuato a levarsi ad oriente e a tramontare ad occidente; la luna a percorrere tutto l'arco del cielo, a crescere fino all'esplosione di luce a metà del suo ciclo per scomparire poi in tre giorni di tenebre; la ragione, i sentimenti, i ricordi, la nostalgia, l'amore, a giocare su uno scacchiere sgangherato dal tempo. E la ruggine avrebbe continuato a coprire storie d'amore e altre storie d'amore si sarebbero dissolte in tre giorni, come la luna. E le ferite avrebbero continuato a bruciare, pietre di sale splendenti come brillanti e amare come il tossico. E il tempo avrebbe continuato a portare sulla luna, un grano al giorno, la ragione degli uomini in continua, disperata ricerca di introvabili Astolfi, mentre la morte avrebbe continuato ad ammassare sulla luna le anime dei giusti in attesa di rinascere a nuova vita". Mariano Rinella ha duramente rubato, per una vita intera. Perché aveva un sogno, una visione: lui, pieri ncritatu per storia e destino, prima o poi sarebbe diventato un mezzadro. Ora mezzadro lo è diventato, per la soddisfazione dello zu Totò, il vecchio padre, che d’altro canto non ha mai avuto dubbi sulla parte da cui stare, se i feudatari o i contadini. A Pietralonga, la masseria dell’Arcivescovado, che straripava di grano e vino e di velluti e di ori prima che la malasorte vi si posasse come un uccello maligno. A Pietralonga vive in ritiro, dopo la condanna di Monsignor Arcivescovo, un vecchio sacerdote, che ne è il signore. Alla sua corte il fratello, un vecchio professore di scienze in pensione, e la sorella più giovane, sibilla che parla coi tarocchi. E poi Binna, la vecchia governante, che è la vera signora di quel mondo elusivo. Anche la famiglia Rinella abita a Pietralonga, in un villaggetto di capanne issate nel cortile della masseria, da quando quella voce confusa, che svolazzava flebile e irregolare, è diventata certezza: ci sarà la fine del mondo. L’annuncio non è arrivato dalla ennesima rilettura del calendario Maya, ma dall’altoparlante montato sul tetto di una vecchia 500. E non richiama una profezia andina, ma le parole della “Monaca

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Santa”, il cui corpo, ormai polvere nella polvere, riposa nella più grande chiesa del paese. Parole. Parole senza numeri e dunque, secondi gli “illuminati” niente di cui fidarsi. Se non fosse per gli imperituri seminatori di dubbio che alla fine trionfano, così che la psicosi finisce per prendere tutti. “Nostalgia della luna”, il nuovo romanzo di Nonuccio Anselmo, narra dell’attesa di una fine che rimette in discussione i destini dei personaggi di Pietralonga; un’attesa che riporta in evidenza le storie mai passate su cui sono state costruite le loro vite e che adesso sulle loro vite minacciano di abbattersi. A Pietralonga i giorni passano in fretta, fino all’alba del giudizio. E a questo punto il lettore deve inoltrarsi da solo tra le righe delle pagine finali, per scoprire da sé la fine del mondo. Sempre da solo dovrà andare anche prima, per muoversi senza guide fuorvianti nell’animo dei personaggi che attendono la nuova alba. Nonuccio Anselmo, giornalista e scrittore dalla felicissima ispirazione, ha passato buona parte dei suoi quarant’anni di professione al “Giornale di Sicilia”. Dopo un lungo periodo di collaborazione, ha iniziato dalla redazione di Trapani nel 1971. Poi, a Palermo, si è occupato della cronaca siciliana seguendo da inviato i principali fatti negli anni Settanta e Ottanta. E’ stato a capo di diversi servizi del giornale e, infine, segretario di redazione e redattore capo. E’ sempre rimasto molto legato a Corleone, paese del padre, dove ha trascorso gli anni della sua fanciullezza. A Corleone ha dedicato numerosi saggi. Ha scritto anche per il teatro. E’ suo – in coppia con l’autore delle melodie Massimo Sigillò Massara – il musical “Corleone, la storia di Filippo Latino”, andato in scena con grande successo nel settembre del 2006, con la partecipazione di Marco Morandi e Paride Acacia. Questo “Nostalgia della luna”, stampato dall’editore Vittorietti, arriva dopo “Farmacia Bisagna” (2000 ), “I leoni d’oro” (2004), “I campieri di Cristo” (2009).

Ferdinando Scianna e la Sicilia, in mostra all’Oratorio SS.Elena e Costantino ettanta immagini che illustrano lo straordinario legame tra Ferdinando Scianna e la Sicilia. Immagini in bianco e nero, che raccontano il nostro passato, e immagini a colori, che ritraggono invece il presente della nostra isola. Con questi scatti Ferdinando Scianna racconta la sua terra natia, quella Sicilia che ha esportato nel mondo, con la magia e la bellezza dei suoi luoghi e la solitudine che, a tratti, coglie i suoi uomini. La mostra “Ferdinando Scianna e la Sicilia - Da porta a porta” è allestita in due prestigiose sedi espositive: il Loggiato San Bartolomeo, in prossimità di Porta Felice, e l’Oratorio SS. Elena e Costantino, nei pressi di Porta Nuova, recentemente ristrutturato e restituito alla città e per la prima volta dedicato alla promozione dell’arte. Poli opposti dell’originario Cassaro di Panormus, questi due luoghi saranno col-

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legati per trenta giorni da un simbolico percorso tracciato da 70 banner bifacciali appesi lungo l’asse viario di corso Vittorio Emanuele. Si tratta di opere di oltre centoquaranta artisti che hanno partecipato al concorso “Disegna per Ferdinando Scianna”. Organizzata dalla de Arte Service & Management e da Archimedia, e promossa dalla presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana, in collaborazione con la Fondazione Federico II, dall’Assessorato Regionale al Turismo e dalla Provincia Regionale di Palermo, la mostra “Ferdinando Scianna e la Sicilia - Da porta a porta” resterà aperta al pubblico dal 17 dicembre 2011 al 22 gennaio 2012. Il vernissage della mostra avrà luogo venerdì 16 dicembre 2011 alle ore 19, all’Oratorio SS. Elena e Costantino.


La Sicilia nella supremazia del matriarcato Angelo Pizzuto conflitti e ricamate maldicenze delle compaesane- di alto e basso rango, indistintamente. Si accennava alla “convenzione”. Che non è solo intrinseca al “fare teatro”- ma soprattutto è il modo con cui si guarda alle vicende sicane, sia da parte del “continente”, sia con occhi (e intelletto) di noi nativi, confortati e appagati nel perpetuare, delle cose di Sicilia, oleografie vetuste, luoghi comuni, coloriture forsennate o bozzettistiche. Che, quasi sempre, hanno origine araba, barocca, spagnolesca, in generosi miscugli di tragedia (e tragicommedia), grottesco, farsa involontaria, come nel miglior teatro di Emma Dante, Nino Romeo, Franco Scaldati. Non volendo poi polemizzare su tutto lo strame che, del “macondo” siciliano, ha fatto tanto cinema nazionale a cominciare dai pur buoni (fraintesi) propositi di Pietro Germi (“Sedotta e abbandonata”), dalle mafie-fiction di Damiani e “La Piovra” , dalle romanzate, assolate cosmogonie dell’orgoglio identitario tibrate da Giuseppe Tornatore (“Malena”, “Baaria” ecc.) Equivoci e malintesi che, come nel caso della “Mennulara” confondono realismo, verismo e ogni altro sentimento di evocazione o “cronaca del vissuto” con discontinuo mix di feroci solennità familistiche e autosacramentales della “buona morte”, vistosamente gestiti da una pantomima di collaudati comprimari a Sicilia non come metafora (Sciascia dixit), ma collaudata,

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e una coralità di “dicerie” paesane che sottendono (non a torto)

reiterata convenzione espressiva. Nulla di più, nulla di meno

l’egemonia di un matriarcato castrante (e flagellante) nell’am-

è l’insulare scenario di questa impetuosa, vigorosa “Men-

bito di una sorgiva cultura che erroneamente viene imputata

nulara” andata in scena allo Stabile di Catania, ad inizio di una

alla prevalenza del machismo e dei (mazziati) pater familias.

stagione esplicitamente dedicata “all’altra metà del cielo”: stando

Che anche da questa “Mennulara” (esteticamente vistosa, nelle

alla dichiarazione d’intenti del suo direttore artistico Giuseppe Dip-

elaborate scenografie multipiane di Giovanni Carluccio) vengon

squale, e al primo progetto in merito che, anni or sono, fu la mes-

fuori smussati e malconci, nelle vaste gamme del ganimede im-

sinscena de “La creata Antonia” dal romanzo di Silvana La Spina.

penitente, del capobastone malavitoso, di medici e professioni-

Desunta dal romanzo d’esordio di Simonetta Agnello Horby (nota

sti di indiscussa banalità e protervia.

come giallista di squisiti innesti fra enigma scandaglio psicologico)

“Mondo era e mondo sarà”- ammiccava il Maestro Camilleri.

la narrazione d’oggi è, a suo modo, una variante del noto, pergo-

Figurarsi “certa” Sicilia, che dovrebbe sopravvivere al Giudizio

lesiano paradigma de “La serva padrona”: liddove per “mennulara”

Universale, in panciolle o a sfottere il prossimo, dall’alto della

va intesa la misera umanità delle raccoglitrici di mandorle –ancora

sua ontologica, predestinata “perfezione”.

in esercizio- che, al servizio del latifondo più odioso, sono preposte a colpire i rami d’albero a colpi di canna, spezzarsi la schiena, do-

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dici ore al giorno, e riempire coffe di saggina del prelibato frutto d’importazione asiatica.

"La Mennulara" di Simonetta Agnello Hornby Riduzione ed

Una di esse è Maria Rosaria Inzirillo, che- fra la metà degli anni

adattamento: Simonetta Agnello Hornby e Gaetano Savatteri -

cinquanta e gli inizi dei sessanta- viene accolta da una aristocra-

Regia: Walter Pagliaro. Scene: Giovanni Carluccio.Costumi:

tica, infiacchita schiatta dell’entroterra insulare (località Roccapa-

Elena Mannini. Musiche: Marco Betta Interpreti principali: Guia

lomba, presumo immaginaria) per diventarne, progressivamente,

Jelo, Pippo Pattavina, Ileana Rigano, Mimmo Mignemi, Angelo

forza motrice, sfera di attrazione ed invidia, personaggio “male-

Tosto, Fulvio D’Angelo, Filippo Brazzaventre, Valeria Conta-

detto” e misterioso, capace di accumulare ingenti somme di da-

dino, Camillo Mascolino, Emanuele Puglia. Teatro Stabile di ca-

naro che, alla sua (precoce) morte saranno motivo di multiformi

tania (Sala G.Verga)

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Donne. L’altra metà del cielo” protagoniste della stagione del Teatro Stabile di Catania Elio Sofia n un momento culturale e sociale particolare, che risente pesantemente della profonda crisi finanziaria, sempre più cosciente e di valore deve essere l’impegno civile che i teatri devono mettere in campo per testimoniare il proprio fondamentale ruolo sociale. Fare quadrare i conti di gestione di un ente come un teatro stabile non è cosa di poco conto; i tagli sono pesanti e i rincari costanti. Il pubblico quando rinnova il proprio abbonamento è come se rinnovasse un legame, una promessa d’amore e d’impegno civile e questo connubio d’amore e impegno civile reciproco tra teatro e pubblico nei confronti della società è l’unico vero legame che può mantenere in vita i teatri, rendere migliori le persone e contribuire a far capire che la cultura è un punto fermo e di forza della nostra economia, non il primo tassello da abbattere. Sulla scia di tutto questo, il Teatro Stabile di Catania ha voluto tingere di femminile essenza la nuova stagione. Una stagione che vede la figura della donna protagonista sulla scena o nelle dinamiche della rappresentazione teatrale. La stagione si apre con “La Mennulara” testo tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice palermitana Simonetta Agnello Hornby e portato sulla scena da Walter Pagliaro e che vede Guia Ielo protagonista Assoluta.

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Direttore Giuseppe Dipasquale, lo stabile catanese declina al femminile l’intera stagione già dal titolo: Donne. L’altra metà del cielo. Proprio per tenere fede al titolo della rassegna in cartellone, abbiamo voluto inaugurare proprio con la rappresentazione di una donna siciliana, quale la Mennulara di Simonetta Hornby che Walter Pagliaro ha creato insieme a due straordinari attori come Guia Ielo e Pippo Pattavina. Siamo contenti perché oggi dedicare un cartellone alle donne non è soltanto un elemento di ricordo per un genere che ci sorregge sempre a noi maschietti in tutte le attività quotidiane, ma proprio perché crediamo profondamente che la sensibilità femminile ci possa aiutare in questi momenti di crisi a comprendere cose che a volte un’abitudine storica, secolare di vedere le cose con il nostro dna maschile, non sempre ci ha aiutati

e quindi sento opportuno anche una riflessione su questo. La figura della donna con i mille ruoli ricoperti da madre a moglie, amante e confidente, è quella che più si avvicina al ruolo dell’attore? La donna è più sfaccettata, oserei dire “spessa” nel potere interpretare e vivere soprattutto con convinzione anche le complicazioni più ardue della vita; ovviamente non è un cartellone di drammaturgia femminile, ma vede la donna al centro della riflessione e attraverso i vari spettacoli sarà un bellissimo viaggiare intorno all’animo femminile. A gennaio sarà messo in scena un testo di Vitaliano Brancati “La Governante” con l’eccezionale regia di Maurizio Scaparro. L’intero cartellone è costellato di titoli molto allettanti come: La casa di Bernarda Alba, Le Allegre comari di Windsor, Ifigenia in Aulide, Un tram chiamato desiderio e altri ancora che accenderanno la voglia di andare a teatro. Sarà una stagione che continua a dare uno sguardo interessato anche al teatro contemporaneo con la rassegna TEST… Torniamo a dedicare nuovamente la rassegna Test al teatro contemporaneo con nomi di spicco che piaceranno tanto ai giovani, vorrei citare tra gli altri Vincenzo Pirrotta, Claudio Santamaria e Filippo Nigro. Rassegna che credo darà ancora modo ai tanti giovani che ci seguono di rinnovare il loro amore per l’arte scenica. Il teatro stabile quindi riconferma la scelta di rivolgersi il più possibile ad un pubblico variegato… Ritengo che la missione di un teatro è interesse pubblico, non può diventare monografico e ghettizzarsi ma deve guardare esattamente all’evoluzione della società.

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Gianni Grimaldi, popolare e fluviale regista di successo Franco La Magna iornalista, redattore, direttore di fogli umoristici, scrittore, Corbucci esordisce in tandem dirigendo nel 1965 due film: il soggettista, sceneggiatore, popolarissimo regista cinemanon esaltante “James Tont, operazione 1”, parodia del celetografico, autore di commedie musicali di larghissimo sucberrimo James Bond (allora inneggiato eroe delle spy-stories) cesso, del fecondissimo Gianni Grimaldi (Catania 1917-Roma e “Questo pazzo pazzo mondo della canzone” (anche sogget2001) - di cui quest’anno ricorre il decennale della morte - resta tista-sceneggiatore-musicista). Da solo, sempre nel ’65, si riuna sterminata produzione, conferma d’un’inesauribile vena creapropone con il western “ciociaro-andaluso” “All’ombra di una tiva improntata ad un eclettismo ed una facilità di scrittura difficilcolt”. Scimmiotta Leone con il demenziale western “all’italiana” mente replicabili. Laureatosi in Giurisprudenza, nel 1941 inizia la “Il bello, il brutto, il cretino” (1967), interpreti i funambolici carriera di giornalista con il quotidiano catanese il “Popolo di SiciFranco Franchi e Ciccio Ingrassia e ancora con i due palermilia”, quindi trasferitosi l’anno successivo nella capitale entra a far tani (al tempo all’apice della gloria) gira “I due deputati” (1968), parte della redazione del “Giornale di Sicilia” (momentaneamente subito tacciato di qualunquismo, mentre una buona accoglienza trasferitasi a Roma) transitando successivamente in quotidiani di anche dalla critica incassa “Don Chisciotte e Sancio Panza” diversa tendenza politica: “Giornale della sera” (1946-50), “Mo(1968), palcoscenico assoluto per Franchi e Ingrassia, quelmento”, “Momento Sera”, “La Giustizia” e dirigendo nel contempo l’anno interpreti di otto film! fogli umoristici (“Pinco Pallino” poi “Marc’Antonio”, “Trilussa”, Passa con nonchalance alla dolente materia letteraria di Leo“Semplicissimo”), non tralasciando la collaborazione con altri penardo Sciascia e con location (Zafferana Etnea) e cast tutto siriodici, tra cui il “Marc’Aurelio” palestra creativa, tra gli altri, anche ciliano (Turi Ferro, Michele Abruzzo, Lando Buzzanca, Saro di giovanissime future glorie del cinema italiano (Fellini, Steno, Urzì, Aldo Puglisi, Carletto Sposito, sospettosi sposi di alcune Maccari, Scarpelli). Salvatore Nicolosi, nella voce a lui dedicata bellone dell’epoca) ricava “Un caso di coscienza” (1970) in cui nell’ “Enciciclopedia di Catania” (Tringale, Cata“la materia trattata s’impone con una carica nia, 1987), scrive che “quando Fellini collabo“morale” inaspettata….” (Comuzio). Con l’ rava con il ‘Marc’Antonio’, gli portava due pezzi A dieci anni dalla “amatorius siculus” per antonomasia, Lando in una volta e gli regalava due vignette se il paBuzzanca, nello stesso anno - dopo aver firmorte un ritratto di mato la commedia in costume “Principe corogamento avveniva anticipato”, soldi che Grimaldi si faceva a sua volta anticipare dall’editore cercasi per ricca ereditiera” (1970) un giornalista, scrit- nato del “Giornale della Sera”. Entrato in radio nel traspone in film la sua commedia “Aragoste di 1949 comincia scrivere, con frequenza imprestore e regista cata- Sicilia” (scritta con l’immancabile Corbucci) con sionante, soggetti e sceneggiature per il cinema il titolo “La prima notte del dottor Danieli, indunese dall’eclettismo striale, col complesso del…giocattolo”, caso di (peplum, parodie, spaghetti-western, comici, comico-musicali, commedie in costume, horror…) e facilità di scrittura “impotentia coeundi” (comico pendant del spesso non esilaranti, dalla vena facile, ridan“Bell’Antonio” brancatiano) brillantemente ridifficilmente replica- solto, quasi tutto girato nel catanese e trabocciana e barzellettistica, fatti di gags e sketchs, la gran parte delle quali d’immediata presa pocante d’ esotiche belline e bellone di turno. bile polare e successo plateale. Dalla parodia (geCosa fosse il giocattolo non appare concettuanere prediletto) “Io, Amleto” (1952) di Simonelli lizzazione di ardua interpretazione…Dopo il e fino alla fine degli anni ‘70 sforna, come soggettista-sceneggiapoco noto “Le belve” (1971), film ad episodi con Buzzanca mattore, una gragnola di titoli (sempre secondo Nicolosi ben 147!) di tatore e il consueto contorno di scosciatissime stangone, torna cui diventa problematico dare elenco esaustivo, tra questi: “Agena “Le inibizioni del dottor Gaudenti, vedovo col complesso della zia matrimoniale” (1952); “Accadde al commissariato” (1954); buonanima” (1972), sempre con Buzzanca e Carlo Giuffrè e “Buonanotte avocato”!, “La moglie è uguale per tutti”, “I soliti rapiancora alla materia letteraria, questa volta brancatiana, con il natori a Milano”, “Il bacio del sole” (alias “Don Vesuvio”), “Chi si bozzettistico “La governante” (1974, interpreti Turi Ferro e Marferma è perduto”, “I magnifici tre”, “Totò, Peppino e la dolce vita”, tine Brochard), interamente girato a Catania, dramma sessuale “I due marescialli” (1961); “Colpo gobbo all’italiana”, “Il figlio di d’una lesbica calvinista, nel quale sconvolge il drammatico epiSpartacus”, “Lo smemorato di Collegno”, “I due colonnelli”, “Totò logo pensato da Brancati. diabolicus”, “I quattro monaci”, “I sette gladiatori”, “Il giorno più Autore di commedie musicali di largo successo (“Masaniello” corto”, “Horror” (1962); Totò e Cleopatra”, “Il monaco di Monza”, con Marcario, “Peppino al balcone” con Peppino De Filippo”, Totò sexy”, “I due mafiosi”, “Gli onorevoli”, “Avventure al motel”, “Scaramuche” con Domenico Modugno”, “Lilly e il poliziotto” 13 “L’ultima carica”, “Totò contro i quattro”, “I terribili sette”, “Che fine commedie per ragazzi, “TuttoMusco” in sei puntate”…) innegaha fatto Totò baby”, “I figli del leopardo” (1965); “Dio come ti amo”, bile resta di Grimaldi il ruolo che avuto nel tanto amato o vitu“La vendetta di Lady Morgan”, “Mi vedrai tornare”, “Nessuno mi perato cinema di cassetta, cioè di quella particolare tipologia può giudicare”, “Quattro dollari di vendetta”, “Perdono” (1966); produttiva che oltre ad essere scolpita nell’immaginario collet“Stasera mi butto”, “Nel sole”, “In ginocchio da te”, “Non son degno tivo dello spettatore italiano degli anni del boom e a dipingere di te”, “Una lacrima sul viso”, “La vedova inconsolabile ringrazia un tratto della storia del costume del questo paese, ha costituito quanti la consolarono” (1970); “Nella stretta morsa del ragno” per l’industria cinematografica italiana una vera e propria ac(1971); “Quando le donne si chiamavano madonne” (1982) regia cumulazione primitiva della ricchezza, con i lauti incassi al boxdel figlio Aldo, prematuramente scomparso a Roma nel 1984. office, oggi lontano ricordo d’una irripetuta “age d’or” cui non è Non tarda, forte d’una esperienza maturata sul campo, ad aggiunestranea la complicità d’un pubblico bonariamente predisposto gere la sua firma anche alla regia e con l’amico di sempre Bruno a corrive facezie.

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Realizzato con il contributo dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturale e dell’Identità Siciliana. Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana

asud'europa anno 5 n.44  

La carica dei sindaci

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