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IGINO PANZINO ALL’ARBORENSDE
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uasi un’antologica è quella dedicata a Igino Panzino curata da Antonello Carboni e da Silvia Oppo e appena inaugurata al Museo Diocesano Arborense di Oristano. Una mostra ampia e ben allestita che offre uno spaccato significativo seppure, giocoforza limitato, di un percorso artistico lungo cinquant’anni, con una notevole varietà di opere, alcune delle quali raramente esposte in precedenza e sempre esperito nell’ambito dell’arte astratto-concretista. Insomma, un’occasione unica per farsi un’idea di una vicenda artistica di prim’ordine e una novità per Oristano che il maestro sassarese aveva ospitato in modo episodico e mai così sistematico. Al contrario di altri artisti sardi, pochi in verità, che hanno percorso tale strada – artisti talvolta più anziani e, comunque, fondamentali per la sua formazione, talaltra compagni di viaggio o, spesso, entrambe le cose assieme –, la sua è stata una scelta di campo pressoché immediata e senza ripensamenti. Se, per citare alcuni che nell’Isola sono approdati all’astrattismo sia concretista sia con valenze più liriche e/o cromatiche – Ermanno Leinardi, Aldo Contini, Rosanna Rossi o Gio-
vanni Carta, ad esempio –, tutti, chi più chi meno e per periodi più o meno lunghi, hanno avuto un passato figurativo strutturato e riconoscibile. Da subito, invece, per Panzino, la dimensione astratto-concretista è divenuta la via da percorrere senza tentennamenti e deviazioni, ora esperita nell’ambito pittorico ora in quello plastico, già a partire dalla sua formazione presso l’Istituto d’Arte di Sassari, nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso, quando a dirigerlo era Mauro Manca. Non va dimenticato poi che alcuni di loro, al contrario di Panzino, quando sono approdati all’universo astratto, hanno preferito in quegli anni un approccio decisamente e convintamente vicino all’Informale e all’Espressionismo astratto, ben lontano dall’attenzione da lui indirizzata «verso un’astrazione geometrica che innesta su una base costruttivista spunti percettivi, ispirati dalle ricerche ottiche che avevano avuto grande risalto sulla scena internazionale dell’ultimo decennio» (Gianni Murtas, 2006). In tutte le opere in mostra Panzino pare divertirsi a perpetrare nei confronti dello spettatore una strategia dello spiazzamento sensoriale, un gioco che, partendo da un apparente déjà vu, si rinfran-