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Elementare & Complesso

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ANTONELLO RUSSO

ELEMENTARE & COMPLESSO LA CITTÀ PER ISOLE GRAMMATICHE INSEDIATIVE PER LA CITTÀ CONTEMPORANEA

Presentazione

Marco Mannino Postfazione

Rita Simone


Studi per un telaio aggregabile in infinite configurazioni. Progetto per l’allestimento della mostra Open Day dArTe, Università Mediterranea di Reggio Calabria, Ottobre 2017.

Per chi si adopera nella ricerca l’esito di una pubblicazione rimanda a una doppia temporalità compresa tra i fatti narrati, collocabili nel recente passato della propria esistenza, e le proiezioni future dei propri interessi, riconducibili alle nuove strade che in avanti si percorreranno. In seno a tale dicotomia il volume ricalca gli studi e le attività didattiche svolti da chi scrive tra il 2017 e il 2019 come afferente del dArTe, Dipartimento Architettura e Territorio dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Un lavoro, quello svolto nell’ateneo reggino, costellato da entusiasmanti slanci propositivi alternati a brusche interruzioni dovute a eccezionali affastellamenti che, coinvolgendo più persone, hanno scandito i tempi di una crescita umana e disciplinare. A conclusione di questa esperienza un pensiero di ringraziamento è rivolto a Marco Mannino, autore della presentazione, per aver testimoniato in più occasioni un fattivo esempio di vicinanza ed incoraggiamento all’affinamento di una teoria come spazio operante e necessario alla elaborazione di un’idea di progetto; a Rita Simone, autrice del testo di postfazione, per il suo coinvolgimento personale oltre le considerazioni sui temi trattati nel volume; a Giuseppe Arcidiacono, per aver discusso con me, in questi anni, sull’importanza della ricerca e sul ruolo della didattica nel pensiero di uno studioso incoraggiandomi alla pubblicazione di questo testo. Tra i ringraziamenti una dovuta dedica è da rivolgere agli studenti, tanti, che in questi anni hanno frequentato i miei corsi. Al loro impegno nel riconoscersi in un’idea di città sono ascrivibili gli esiti di questo volume. Tra loro, in rappresentanza, cito Antonio Quattrone,

per aver steso un primissimo prototipo del suo impaginato consentendomi di valutarne il peso e le problematiche narrative, e, con lui, Andrea Calabrò, Giovanni Cammera, Federica Fazio, Giulio Cesare Gigliotti, per aver contribuito, a vario titolo, alla sua redazione. Per finire, un pensiero sento di rivolgerlo ai tanti colleghi incontrati in questi anni nelle aule universitarie. A loro va il mio ringraziamento per avermi reso partecipe di una comunità con la quale mi pregio di aver condiviso un tempo pieno, denso e pesante. Tra loro tanti volti amici e qualche maschera, utile, comunque, a distinguere le qualità da portarsi dietro nel prossimo viaggio. Consegno il volume alla stampa quando in Italia è in atto un surreale fermo di ogni attività per l’incombenza di un virus letale e straordinario. Un arresto improvviso, che nessuno avrebbe mai immaginato di percorrere, ha di colpo infranto ogni certezza aprendo nuovi spazi per il progetto assegnando alle agglomerazioni urbane nuove necessità. Nella sospensione di uno di questi giorni giunge la notizia della scomparsa di Vittorio Gregotti. Pur non avendolo mai incontrato personalmente, sento il dispiacere per la sua dipartita in solitudine da questa Terra al cui disegno, il suo operare da progettista, tanto tempo aveva dedicato. Se ne va un uomo importante del pensiero moderno indossando l’ultima corona nei giorni in cui l’intero globo riflette sugli esiti di una schizofrenica dimensione postmoderna dalla quale, da tempo, Gregotti aveva preso le distanze. Nel suo ricordo, sfogliando le pagine di questo libro, un pensiero di ringraziamento corre a Laura Thermes, maestro della mia formazione, per avermelo fatto indagare e studiare con attenzione.


INDICE Premessa 07 ELEMENTARE E COMPLESSO Presentazione 11 ISOLE FELICI Marco Mannino ELEMENTARE E COMPLESSO 15 UN’IDEA DI CITTÀ 41 LA CITTÀ PER ISOLE Studi sui quartieri romani del Novecento 77 ISOLARE / COMPORRE 2+1 – Aggregazioni decontestualizzate di elementi riconoscibili 110 AGGIUNGERE / DUPLICARE / INTERPRETARE 11x88 – Undici quartieri per ottantotto progetti 189 Postfazione TEORIA E DIDATTICA: PROGETTARE NELLA CITTÀ COLTA DEI MAESTRI Rita Simone


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Premessa

ELEMENTARE E COMPLESSO

Il titolo di questo volume trae spunto da una nota distinzione tra i termini semplice ed elementare argomentata da Carlos Martí Arís all’interno del suo fortunato Silenzi Eloquenti, testo pubblicato in Italia, a cura di Simona Pierini, da Christian Marinotti Edizioni nel 2002 e oggetto di più ristampe. Spesso, nel linguaggio comune, si è soliti individuare con l’aggettivo di semplice una composizione dalle linee essenziali adducendo con tale prerogativa al minimalismo dei suoi tratti e, con esso, alla capacità che ha un’opera di trasmettere quell’icasticità necessaria alla sua riverberazione nell’universo della conoscenza. Ma, se è vero che l’idea di semplice possiede la virtù dell’immediatezza è da specificare che essa non distingue sempre un valore aggiunto. Seguendo, infatti, il significato del termine si evince che l’appellativo di semplice rimanda a un’unità autonoma, a un pezzo unico che non può risolversi in ulteriori partecipazioni. Conduce, cioè, a un elemento privo di una composizione. Parallelamente il termine elementare riporta, invece, a una combinazione

stabile, secondo regole determinate, di elementi, per l’appunto, identificabili come parte, porzione, aspetto o carattere costitutivo essenziale e organizzato di una nuova realtà oggettiva. L’evoluzione da semplice a elementare delinea dunque la possibilità di rimandare all’azione dell’uomo, all’agire dell’architetto nella composizione di un organismo. Procedendo con le analogie, Martí Arís riporta a un parallelismo tra opposti riconducendo il semplice al complicato e l’elementare al complesso. L’opera d’arte, come bene sottolinea il maestro catalano, riporta sempre ad una complessità nella quale si riconoscono gli elementi che la compongono. Proiettati nel nostro lavoro a raggiungere la complessità dell’arte, ci prefiggiamo di discutere dell’elementare allontanando da noi ogni tentazione per il complicato. In tale quadro il volume mira alla definizione di un orizzonte teorico per la composizione di una visione urbana. Se è vero che l’idea di città testimonia il pensiero più alto della cultura di un popolo, il luogo di confluenza tra natura e artificio, la “cosa umana per eccellenza” così come 7


usava indicare Claude Lévi-Strauss, argomentare sulla sua forma costituisce un dato essenziale per la composizione di un pensiero sull’interpretazione dei suoi elementi. Pur distinto come soggetto, il termine città riesce ormai a fatica a dimensionare i modi, i tempi e le dimensioni di un’aggregazione organizzata di strutture e servizi destinati all’abitare urbano. In ogni narrazione si susseguono attributi dimensionali finalizzati a dare un’idea della sua grandezza. Città piccole, medie, grandi, e poi ancora metropoli, megalopoli, fino a tornare, nell’infinita dimensione, a restituire con il termine città geografica le estensioni che non prevedono limiti. Alla difficoltà di nominarla si aggiunge la problematicità di descriverla per poterne decifrare i dati cognitivi della sua struttura. Consolidata, compatta, diffusa, esplosa, generica, sono solo alcuni degli aggettivi ai quali il termine città si associa per la definizione di altrettanto diverse posizioni teoriche. Con la convinzione che solo aderendo a una teoria ampia e generale della sua composizione è possibile procedere alla manipolazione delle sue parti, il testo tende ad elaborare un pensiero su un’idea di forma dell’organismo urbano finalizzata a comporre grammatiche insediative per la definizione di opportune sintassi proiettate all’attribuzione di identità alla sua evoluzione nelle aree periurbane. Attingendo a un elenco di riferimenti e appartenenze che già hanno espresso posizioni sull’argomento, 8

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A.Russo, La città delle vicinanze 2019 (pilot su schoeller cm 70x70), in F. Messina, L. Zerella (a cura di), La città dell’Inclusione, Mostra e convegno Museo M.A.C.RO. Roma 9/10 Novembre 2019, Catalogo ADD-Art Edizioni, Spoleto 2019. Secondo fonti del Governo a quel tempo in carica, nel 2019 sono stati registrati in Italia sbarchi per 5085 migranti. Graficizzando i dati sulle loro provenienze è possibile tratteggiare i contorni di una nuova geografia che avvicina i confini italiani ai dieci Paesi dai quali, da più anni, è registrato un considerevole numero di aspiranti cittadini in ingresso. In una trasposizione scalare le sagome delle stesse nazioni disegnano gli isolati di un urbano ideale. Essi compongono una planimetria densa, compatta e stratificata, nella quale i vuoti tra gli edifici configurano le piazze destinate allo scambio di culture. Pur disposta alla modificazione, la città delle vicinanze tiene ferma la riconoscibilità della sua forma sancendo nella prossimità urbana il collante di una connessione tra identità. Al suo interno edifici massivi dialogano con la natura esterna del paesaggio agrario circostante nel quale l’avvicendarsi di linee e partizioni riproduce la memoria di un mare spesso ostile, premessa di un imminente naufragio.

premessa

è percorsa, lungo il testo, l’aderenza a un’idea di densificazione connessa all’ampliamento e al completamento di specifici brani di costruito esistenti per dare esito all’aggregazione, sui resti di paesaggio originario rimanenti, di una serie di isole identificabili come porzioni concluse dell’urbano. All’orizzonte l’idea di un arcipelago di insediamenti di piccola e media grandezza definisce la sintesi operativa di una dialettica tra aggregazioni urbane e spazi di natura intesi come elementi paritari e distinti di una composizione. L’obiettivo di fondo rimanda, dunque, alla composizione di una forma urbis tesa a delineare nel vuoto, ovvero nella distanza tra le cose, i dati necessari alla determinazione di una tensione tra i soggetti di una composizione tale da rendere inamovibili gli elementi che sottendono a un equilibrio. I procedimenti compositivi attuati come percorso di sperimentazione di una metodologia sono riportati nel lavoro didattico compiuto in due corsi semestrali di composizione architettonica di secondo anno nel corso di laurea in Architettura tenuti da chi scrive nell’ateneo di Reggio Calabria nel 2017 e nel 2018. Le pagine dedicate al lavoro degli studenti riportano come invariante la prioritaria definizione di una norma estesa e diffusa su tutto il campo operativo della composizione contraddetta, sempre, da un’operazione opposta e contraria tale da comporre una dicotomia tra regola ed eccezione utile alla determinazione

di una complessità. L’esito generale sottende al principio aggregativo di unità elementari identificate come cellule generatrici riconosciute come base, fondamento, supporto di un’idea multiscalare che dalla camera, spazio raccolto e intimo dell’individuo identificato già da Louis Kahn come principio dell’architettura, conduce all’urbano come luogo delle relazioni. Ogni composizione rilegge, sempre, in un primo stadio, la ricerca di una densità saturante e generalizzata sostenuta da un tracciato misuratore rigido, reiterato fino all’ossessività. Saranno le asportazioni, intese come mancanze programmate, a determinare ampie rarefazioni per la composizione di un’evidente porosità dove sarà la misura del vuoto a declinare i tempi, i modi, le pause di una percorrenza. In un connubio tra opposti, gli invasi spaziali alternano compressioni e dilatazioni tali da riconoscere una variazione continua dello spazio urbano. L’idea di forma, pur sottesa ad un’intuizione iniziale, è ottenuta come esito di un procedimento nel quale la pianta di progetto delinea il piano generatore di una disposizione metrica. Governata dalla ricerca di una conseguenzialità tra i termini architettura e costruzione, la composizione di elementi semplici delinea la messa in forma del senso e della figura di un’idea nella quale la costruzione si pone, sempre, come ricerca di un’appropriatezza degli elementi che la definiscono. 9


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LA CITTÀ PER ISOLE Studi sui quartieri romani del Novecento

Gli elaborati contenuti da pag. 41 a pag. 55 sono a cura di Giovanni Cammera e Andrea Calabro oggetto della loro tesi di laurea dal titolo La città per Isole. Una ricerca sui quartieri del Novecento a Roma. Gli elaborati contenuti da pag. 56 a pag. 75 sono a cura di Giulio Cesare Gigliotti oggetto della sua tesi di laurea dal titolo La città per Isole. Adalberto a Libera a Roma. Entrambi i lavori sono stati coordinati da Antonello Russo in qualità di relatore a conclusione del corso di laurea triennale in Scienze dell’Architettura erogato dal Dipartimento PAU – Patrimonio Architettura e Urbanistica dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, nell’anno accademico 2018/19.


L’evoluzione urbanistica della città di Roma La storia della costruzione dei quartieri di edilizia popolare a Roma è strettamente legata alle vicende urbanistiche della città. La realizzazione di quartieri di espansione con case per i lavoratori e gli operai coincide con la necessità, a seguito del trasferimento a Roma della Capitale, di far fronte alla crescita e alla modernizzazione dell’apparato economico-produttivo della città dopo secoli di immobilismo del potere pontificio. Si assiste da fine Ottocento al rapido sviluppo della città operaia secondo i classici modelli delle espansioni ottocentesche. Con la legge “Luzzatti” n. 251 del 1903 nascono gli Istituti per le Case Popolari (ICP) con lo scopo di facilitare e gestire la costruzione di alloggi sociali nell’ambito di una rinnovata politica nazionale di equità e di giustizia distributiva a beneficio dei ceti popolari. Nel 1909 il Comune di Roma approva un nuovo strumento urbanistico sulla scia della politica liberale e riformatrice dei primi decenni del secolo. Il Piano introduce, infatti, la concessione di mutui e facilitazioni per l’ICP e individua parametri e indicatori per il dimensionamento dei servizi nelle aree di nuovo impianto con nuovi criteri di progettazione legati alle esigenze di una società industriale di massa. A partire dagli anni ‘30 Roma diviene a pieno titolo una città moderna che attraverso la dialettica tra architettura accademica e edilizia “razionale”, sensibile ad esigenze d’avanguardia, esprime una specifica identità. Sono gli anni ove le personalità emergenti sulla scena romana – da Libera a Ridolfi, da Moretti a Capponi, da Morpurgo a De Renzi, da Aschieri a Filippone – riescono a superare i più sofisticati modelli piacentiniani di ispirazione mitteleuropea, con segnati riferimenti a Hoffman, a Loos e a Vago, per recuperare una via romana alla “palazzina”, che di lì in poi costituirà la cifra tipologica dell’espansione edilizia privata della città. Se da un lato si conferma la prassi di realizzare i quartieri po42

polari al di fuori delle previsioni del Piano Regolatore, si sviluppa, d’altra parte, la tendenza a realizzare insediamenti pubblici lontani dalla città in modo tale da incrementare il valore delle rendite delle aree intermedie di proprietà privata. Questa logica espansiva per “saldamenti” progressivi governa in modo sistematico gli interventi di natura economica e popolare affidati all’ICP durante il ventennio fascista, quando vengono realizzate le borgate periferiche per far fronte al fabbisogno abitativo degli sfollati del centro a seguito degli sventramenti e degli immigrati che giungono in città in cerca di occupazione per l’epoca. Con la fine della Seconda guerra mondiale il problema della ricostruzione, e soprattutto l’esigenza di far fronte ai flussi migratori verso le grandi città, spinge il nuovo Stato repubblicano a mettere in campo un vasto programma di sviluppo del settore edilizio per rilanciare il tessuto economico-produttivo del paese e per migliorare gli standard di vita dei cittadini. Con la legge “Fanfani” n. 43 del 1949 viene lanciato il Programma INA Casa che, nei due settenni successivi (1949-1963), guiderà lo sviluppo e la ricostruzione di gran parte delle città italiane. A Roma, in particolare, attraverso la gestione INA Casa vengono realizzati circa 110.000 alloggi all’interno di alcune delle migliori esperienze di progettazione urbana del secolo scorso con la partecipazione di autorevoli esponenti della cultura architettonica del tempo (De Renzi, Fiorentino, Gorio, Libera, Marconi, Muratori, Quaroni, Ridolfi). Accanto al programma INA Casa, l’ICP tenta di riscattare la sua immagine fortemente compromessa con il regime fascista, ampliando molte delle borgate precedenti attraverso la sostituzione degli edifici e sempre in luoghi esterni al perimetro dell’ancora vigente PR del 1931. Contemporaneamente anche altri Enti si occupano della costruzione di alloggi economici, come nel caso dell’INCIS che realizza nel 1960 il Villaggio Olimpico e il quartiere di Decima (su progetto di L. Moretti), ispirati

ai modelli e alle teorie razionaliste del Movimento moderno in zone esterne alla città e in variante alle previsioni del PR. Con l’introduzione della Legge 167 del 1962 si stabilisce per la prima volta che il tema della costruzione degli alloggi popolari debba essere inquadrato all’interno di un programma di ampio respiro affidato alla competenza delle Amministrazioni comunali e coerente con gli strumenti di pianificazione generale. Il Piano per l’Edilizia Economica e Popolare (PEEP), istituito dalla legge 167, è uno strumento di programmazione ventennale predisposto dai Comuni che individua, a partire dal fabbisogno stimato per tutto il periodo, gli ambiti da destinare alla realizzazione di edilizia popolare che verranno attuati tramite la redazione di singoli Piani di Zona (PdZ). Seguendo i principi dello zoning monofunzionale e dell’urbanistica razionalista, si immaginano zone residenziali articolate su modelli morfologici e tipologici liberi dalle rigide regole dell’urbanistica ottocentesca. La crisi che investe il Paese nella seconda metà degli anni ’60 penalizza la capacità di investimento delle amministrazioni pubbliche e l’attuazione degli interventi viene rallentata per mancanza di fondi necessari all’esproprio delle aree e alla costruzione degli edifici. In un quadro legislativo complesso che genera finanziamenti molteplici e ricorrenti l’IACP si propone, progressivamente, come “primus-inter-pares” in un quadro decisionale che vede giocare come scatole cinesi stato-regione-comune. Negli anni ‘70 la città di Roma parve riscoprire la dimensione di una progettazione di grande respiro, alla scala del “quartiere” o meglio del “piano” di zona, che divenne l’occasione per sperimentare una nuova dimensione. Sembrò, finalmente, giunto il momento di un felice incontro tra le prerogative delle indagini a grande scala dell’urbanistica e quelle dell’architettura, ovvero tra la ricerca teorica e la sperimentazione concreta nel corpo vivo della città. Si innestò, in tale quadro, il difficile compito

di dare forma ad una città che negli ultimi 30 anni sembrava aver perso il gusto di un’edilizia capace di rappresentare in pieno i bisogni civili della società contemporanea. Ad oggi, in stato di abbandono, ed anche a rischio di trasformazioni, il patrimonio di edilizia abitativa moderna è, in gran parte, ancora di proprietà dell’IACP.

Testo tratto da: AA.VV., Documentazione di un periodo: storia dell’Istituto dal 1903 al 1953, Istituto autonomo case popolari di Roma, Roma, 1954; AA.VV., Tra cronaca e storia: contributi critici e realtà operativa / Iacp di Roma, Istituto autonomo case popolari di Roma, Roma, 1986; L. Buffa, C. Maroni, A. Montenero, M. Picciotto, P. Visentini, L’attuazione dei piani di edilizia residenziale pubblica Roma 1964-1987, Officina Edizioni, Roma, 1988; F. De Matteis, L. Reale (a cura di), Quattro quartieri: Spazio urbano e spazio umano nella trasformazione dell’abitare pubblico a Roma, Quodlibet editore, Macerata, 2017; M. Guccione, M. M. Segarra Lagunes, R. Vittorini, Guida ai quartieri romani INA CASA, Gangemi editore, Roma, 2002; R. Lenci, Studio Passarelli. Cento anni cento progetti, Mondadori Electa editore, Milano, 2006; L. Prisco, G. Strappa, G. Mercurio, Architettura moderna a Roma e nel Lazio 1920-1945, Edilstampa, Roma,1996; P. O. Rossi, Roma: Guida all’architettura moderna 1909-1984, Laterza editore, Roma, 1984.

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la cittĂ per isole

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AGGIUNGERE DUPLICARE INTERPRETARE

1952

1956

1960

1961 ARNE

JACOBSEN Blocco di appartamenti Bellevue Bugt Klampenborg, Danimarca

JØRN

UTZON

Kingo Houses

x

Helsingor, Svezia

88 11 QUARTIERI X 88 PROGETTI SCHEDE INTRODUTTIVE A CURA DI FEDERICA FAZIO ESITI DIDATTICI ANNO ACCADEMICO 2016/17

ATELIER 5 Unità Residenziale Halen Berna, Svizzera

ADALBERTO

LIBERA

Unità Orizzontale al Tuscolano Roma, Italia

pag

112

122

124

126


1967

1968

1970

1977

1988

2005

2008

CRUZ Y ORTIZ

PETER

PHIPPEN Residenze

Nuova urbanizzazione Sancti Petri

GIANCARLO

DE CARLO

Hatfield, Inghilterra

Villaggio Matteotti

Cadice, Spagna

Terni, Italia

LOUIS

SAUER

MVRDV

Penn’s Landing Square

Patio Island

Ypenburg, Olanda

Philadelphia, Stati Uniti

ÁLVARO

SIMONE

Quinta de Malagueira

Residenze sociali Umbrete

SOLINAS

SIZA

Evora, Portogallo

pag

128

132

158

168

Siviglia, Spagna

174

178

182


1

ADALBERTO

LIBERA 1952

Unità Orizzontale al Tuscolano Roma, Italia

112

Il programma edilizio dell’INA Casa al Tuscolano costituisce per Adalberto Libera, dirigente dell’Ufficio progetti dell’Istituto, l’occasione per sperimentare nella periferia di Roma la realizzazione di un’isola compatta trapezoidale delimitata da strade carrabili composta da case basse ad alta densità. L’impianto raggruppa 200 alloggi suddivisi in 4 dense piastre date dall’aggregazione di case a patio ordinate in matrici elementari generative composte, ciascuna, da 4 residenze. L’estensione di case basse è bilanciata dalla presenza di un edificio alto a ballatoio e dall’estensione bassa e lineare di un edificio di ingresso in

cui sono ubicati i servizi. L’impianto di progetto ricalca il modello della “città nucleare”, ovvero un organismo scalarmente ordinato che dalla stanza conduce all’alloggio e dall’alloggio allo spazio collettivo secondo una composizione geometrica rigida e ordinata. Un raccordo delle linee di colmo e di gronda delle coperture inclinate delinea nell’isola del Tuscolano III la composizione di un unico edificio. L’idea/ progetto è delineata da Libera dopo il viaggio in Marocco nel 1951 nel quale rimane colpito dalle abitazioni della casbah, incastrate e integrate tra loro.

Testo tratto da: M. Argenti, Adalberto Libera: l’insula INACASA al Tuscolano, in: “Rassegna di Architettura e Urbanistica”2005, n. 117; G. Remiddi, A. Greco (a cura di), Adalberto Libera. Guida a 45 Architetture, I Edizione, Palombi editori, Roma, 2003.

elementare e complesso


Alessia Laface

Interpretare Disaggregare aggiungere – duplicare – interpretare

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Studiando il lavoro sulle “composizioni alla scala della città” che Antonello Russo ci propone attraverso le elaborazioni dei suoi studenti, appare subito evidente un pensiero sulla forma urbana. Si manifesta l’idea di costruire gli isolati residenziali come singole architetture, nuclei urbani concepiti come un’unica grande casa in cui gli spazi liberi fra gli edifici diventano luoghi del progetto. É in questi spazi che la città rivela il suo intento rappresentativo, che si rende riconoscibile, che diventa teatro della vita degli uomini. Il libro di Antonello Russo è testimone di un’idea di città in cui sono contenute le aspirazioni di una moderna cultura dell’abitare, un’idea di spazio dove poter ritrovare una nuova dimensione “sociale”. Marco Mannino

Partendo dallo studio dei quartieri manifesto del razionalismo italiano e allargando lo sguardo all’intero territorio urbanizzato, [il volume] individua i primi “isole identificabili come porzioni concluse dell’urbano” ed il secondo come “un arcipelago di insediamenti di piccola scala”, organismi al cui interno sono riconoscibili sia la forma urbana che li sottende, sia la grammatica insediativa che li compone. Rita Simone

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