Come recuperiamo i nostri crediti? Il contratto a progetto Faccia a faccia con il Presidente Visparelli Lettera aperta al Professor Mario Monti Faccia a faccia con Fabio Faretra Natale a Roma come a Betlemme
Come recuperiamo i nostri crediti? Il contratto a progetto Faccia a faccia con il Presidente Visparelli Il Lettera aperta al Professor Mario Monti Faccia a faccia con Fabio Faretra Natale a Roma nella filologia della rappresentazione sacra
Elaborazione grafica di Carlo Busi da una foto di A. Tommasini.
N°37 - 19 dicembre 2012 Periodico telematico - Reg.Tribunale di Roma n. 280 del 20 settembre 2011 House Organ del Consiglio provinciale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma - Pubblicazione quindicinale Direttore Responsabile Lorenzo Lelli Comitato Scientifico Gabriella Di Michele - Aldo Forte Giuseppe Sigillò Massara Pierluigi Matera - Antonio Napolitano Antonio Maria Rinaldi - Vincenzo Scotti Virginia Zambrano Redazione Eleonora Marzani Massimiliano Pastore Daniele Donati Giuseppe Marini Paolo Stern Andrea Tommasini Aldo Persi Editore Ordine dei Consulenti del Lavoro Consiglio Provinciale di Roma IT 00145 Roma RM Via Cristoforo Colombo, 456 Tel. 06 89670177 r.a. - Fax 06 86763924 www.consulentidellavoro-roma.it Segreteria: segreteria@cdlrm.it Ente di Diritto Pubblico Legge 11-1-l979 N.12 Redazione: TheWorldOfIlConsulente@cdlrm.it Questo numero è stato chiuso in redazione il 19-12-2012
Come recuperiamo i nostri crediti?
Editoriale
Care colleghe e cari colleghi, eccoci ancora una volta dinanzi al nodo della riforma delle professioni, un rompicapo dalle mille facce, che potrebbe far impallidire Rubik e sminuire il suo cubo colorato. Tuttavia, nell’ingarbugliato labirinto del riassetto del sistema ordinistico, sembra esserci il miraggio di uno spiraglio di luce: il Governo, infatti, sta lavorando ad un regolamento che definisca i parametri per la liquidazione dei compensi giudiziali ai consulenti, ai sensi dell’art. 9 D.L. n. 1/2012, tutt’ora in attesa del parere del Consiglio di Stato. Con l’abolizione delle tariffe professionali di cui al citato riferimento normativo, viene a crollare tutto il sistema, oltreché delle tariffe, delle tutele del consulente, rette finora con estrema efficacia dai sistemi ordinistici di riferimento. Molte sono state le polemiche e si è creato il caos tra i vari professionisti, che si sono ritrovati alla mercé delle politiche economiche incentrate sul ribasso e sulla libera concorrenza e, soprattutto, che si sono visti privati di garanzie concrete in caso di inadempienza della clientela. Un aspetto, quest’ultimo, di grande importanza se inserito in un contesto economico di profonda crisi e di scarsa liquidità circolante come quello attuale. La bozza del citato regolamento, è suddivisa per categoria professionale: in primis si riferisce agli avvocati; seguono i commercialisti ed esperti contabili; i notai; le professioni dell’area tecnica; quindi, al Capo VI, art. 40, le altre professioni, tra cui presumibilmente i consulenti del lavoro, cito: “Il compenso relativo alle prestazioni riferibili alle altre professioni vigilate dal Ministero della giustizia, non rientranti in quelle di cui ai capi che precedono, e’ liquidato dall’organo giurisdizionale per analogia alle disposizioni del presente decreto, ferma restando la valutazione del valore e della natura della prestazione, del numero e dell’importanza delle questioni trattate, del pregio dell’opera prestata, dei risultati e dei vantaggi, anche non economici, conseguiti dal cliente, dell’eventuale urgenza della prestazione.” Secondo quale criterio viene valutato il valore e la natura della prestazione, se il consulente non è più guidato dalle
predefinite tariffe professionali ed è libero di giocare con il mercato. Nel caso in cui le spettanze richieste non fossero congrue con quanto arbitrariamente definito dal ministero di giustizia, non verrebbero liquidate? O liquidate parzialmente? Questa riforma sembra voler costruire un sistema economico nell’ambito delle professioni sull’esempio del modello americano, dove il cliente può scegliere di pagare il meno possibile, ma anche scegliere di pagare il triplo del dovuto, pur di essere assistito dal consulente prescelto, come dovrebbe per definizione essere il libero mercato; contrariamente però, l’organo giurisdizionale preposto non garantisce reali tutele di recupero dei crediti, ponendo limiti con la valutazione del valore e della natura della prestazione eseguita. Come vengono quantificate l’importanza delle questioni trattate, il pregio dell’opera prestata, dei risultati e dei vantaggi, anche non economici, conseguiti dal cliente, vista la vastità della tipologia di clientela, delle loro esigenze e peculiarità, per non parlare dell’ampio campo in cui la consulenza del lavoro spazia? Quali sono le reali possibilità di recuperare i crediti derivanti dalla clientela che non onora gli accordi presi e non paga le parcelle? Sotto questa luce, l’abolizione delle tariffe professionali sembra quasi uno scherzo: aumenta la probabilità di deprezzare e sminuire il lavoro del consulente, si arresta la crescita ed il prestigio della figura del professionista, e si perdono certezze e garanzie del recupero dei crediti e delle spettanze di diritto. Forse siamo ancora in tempo per riconsiderare la validità della riforma delle professioni e, se vogliamo, per “raddrizzare il tiro” e mirare meglio al vero bersaglio, l’obiettivo più importante: la competenza, la correttezza e il buon operato del professionista, garanzie indispensabili per la soddisfazione della clientela e del provato cittadino; ma anche, dall’altro lato, la serenità per il professionista di poter prestare la propria consulenza con la reale garanzia di essere retribuito per il proprio operato.
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Sommario
In Focus
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I Quaderni del Consulente
il Consulente
La mediazione fiscale obbligatoria ex art. 17-bis D. Lgs. 546/92
Come recuperiamo i nostri crediti?
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L’editoriale del Presidente di Adalberto Bertucci
Lettera aperta al Professor Mario Monti di Antonio Maria Rinaldi
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Il contratto a progetto Le interpretazioni del ministero di Paolo Stern
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Faccia a faccia con il Presidente Visparelli Indiscrezioni del Presidente sul nuovo ENPACL di Lorenzo Lelli
Faccia a faccia con Fabio Faretra
Un approfondimento tecnico sulle nuove procedure in vigore dal 1 gennaio 2014, a cura del Direttore Generale ENPACLdi Lorenzo Lelli
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Natale a Roma come a Betlemme
L’Architetto Guido Rainaldi ci spiega essenze, significato e filologia delle scelte operate per i suoi presepi di Andrea Tommasini
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Ordine
Tavola Rotonda Novità fiscali 2012 Mercoledì 19/12/2012 ore 9:30 Sede Ordine Via C. Colombo 456, Roma – (zona Basilica S. Paolo)
Relatore: M. Bellini – Dott. Commercialista e Revisore Contabile posti disponibili esauriti
Convegno Codice Deontologico - Dovere di Competenza Venerdì 21/12/2012 ore 14:45 Oly Hotel Via Santuario Regina degli Apostoli, 36 Roma – (zona Basilica S. Paolo) Relatore: G. Marini - Consulente del Lavoro in Roma posti disponibili esauriti
Lavoro
Ilcontratto a progetto Le interpretazioni del Ministero competente
di Paolo Stern Consulente del Lavoro
U
hhh quanto l’abbiamo aspettata. I rumors la davano pronta da mesi ed ora eccola qui, l’attesa circolare sui co.co.pro.. La prima cosa che balza agli occhi è l’assenza di una sola riga di commento riferibile al settore che più di tutti è coinvolto nel fenomeno co.co.pro, i call canter. Come interpretare tutto ciò? Gli operatori out-bound sono fuori dalla disciplina di cui agli articoli 61 e seguenti del d.lgs 276/03 alla stregua degli agenti e rappresentanti di commercio? È questo che vuol dirci implicitamente il Ministero dopo la novella del “decreto Passera” sulla Fornero? Strano perché nella black list delle attività non riconducibili al lavoro a progetto sono esclusi gli operatori in-buond, quindi? Per gli out-bound? Per il momento, purtroppo, nessun chiarimento sulla specifica disciplina.
La circolare 29/2012 preliminarmente mette in evidenza come sia venuta meno la possibilità del contratto di riferirsi a “programmi di lavoro o fasi di esso”. L’attuale norma specifica che “i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa devono essere riconducibili ad uno o più progetti specifici…” escludendo cioè dalla fattispecie quei riferimenti che in passato avevano consentito una interpretazione estensiva con riguardo a specifiche attività aventi come conseguenza un risultato non immediatamente riconducibile alla stessa prestazione (leggi circolare 1/2004 ML). Il Ministero oggi ribadisce il rafforzamento del vincolo funzionale, operato dalla legge 92/12, che lega il progetto ad un risultato specifico. Viene cioè specificato che oggi il risultato finale, obiettivamente verificabile, cui il progetto deve essere collegato e verso cui tende, deve essere chiaramente descritto ed identificato proprio nel contratto individuale. Insomma il risultato, secondo il Dicastero lavoro, rappresenta uno specifico e circoscritto interesse del committente atto alla “modificazione della realtà materiale che il collaboratore si impegna a realizzare in un determinato arco temporale”. Altro elemento di attenzione è costituito dal rapporto tra attività dedotta nel contratto e oggetto sociale del committente nel senso che la stessa
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attività “non può consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente”. La prestazione svolta quindi non può totalmente coincidere con l’attività principale o accessoria dell’impresa come risultante dall’oggetto sociale e non può ad essa sovrapporsi ma dovrà essere soltanto ad essa funzionalmente correlata. Ne deriva che il progetto non può limitarsi a descrivere il mero svolgimento della normale attività produttiva né può consistere nella semplice elencazione del contenuto tipico delle mansioni affidate al collaboratore. Insomma un progetto dovrà sempre essere caratterizzato da una autonomia di contenuti e di obiettivi rispetto alle ordinarie attività aziendali. Non è in alcun modo richiesto, né potrebbe esserlo, l’esclusione delle attività affidate al collaboratore dal novero di quelle gestite dall’impresa, quindi non può essere individuata, come confermato dal Ministero, una linea di demarcazione netta delle attività affidate a collaboratori e quelle affidate a dipendenti, sarà esclusivamente la finalità delle stesse ed il grado di autonomia a caratterizzarne le differenze. Una particolare attenzione è riservata dalla circolare a quei compiti “meramente esecutivi o ripetitivi” che non potranno costituire oggetto del co.co.pro. La circolare cerca di fornire indicazioni valide ad
identificare tali tipi di attività, specificando che sono meramente esecutive quelle che si sostanziano in una semplice esecuzione di quanto impartito dal committente, senza che sia richiesto alcun tipo di autonomia al lavoratore-collaboratore. Mentre le attività ‘ripetitive’ sono quelle attività talmente semplici da non richiedere alcune indicazione da parte del committente. Da tali limitazioni negative possiamo ricavare un elemento caratterizzante il lavoro a progetto in senso positivo: l’indispensabile presenza di un certo grado di autonomia, anche operativa. Interessante è l’analisi effettuata nella circolare circa il rapporto tra dette attività e quanto nella disponibilità decisionale delle parti collettive. La circolare sembra infatti limitare la portata della contrattazione collettiva in questa fattispecie. La L 92/12 prevede che le attività meramente esecutive e ripetitive “possono essere individuate dai contratti collettivi …”. Dalla presenza del verbo “possono” la circolare deduce che l’intervento delle parti sociali non condizioni l’applicabilità della presunzione atteso che lo stesso appare meramente facoltativo. L’analisi non risulta completa, infatti se è vero che l’assenza di un pronunciamento della contrattazione collettiva non limiti l’individuazione da parte dell’organo ispettivo e, meglio, da parte del giudice, dei requisiti di esecutività e ripetitività dell’attività, la presenza di un dettagliato elenco condiviso dalle parti collettive dovrebbe costituire un limite cui ogni interprete
dovrebbe attenersi. Ciò anche alla luce di quanto ribadito dal Legislatore in più occasioni, in ultimo nella L 183/10, circa la validità delle clausole collettive. La circolare individua, sulla base di orientamenti giurisprudenziali consolidati, alcune attività “meramente esecutive o ripetitive” che pertanto non potrebbero essere gestite tramite co.co.pro.. Tali attività proprio perchè difficilmente collegabili ad un risultato finale, come prima evidenziato, ancorché astrattamente riconducibili a rapporti di natura autonoma, non possono essere rapportate ad una collaborazione genuina. In presenza di dette attività il personale ispettivo, secondo il Ministero, dovrà procedere a ricondurre nell’alveo della subordinazione gli eventuali rapporti in essere adottando i conseguenti provvedimenti sul piano lavoristico e previdenziale. Le attività individuate sono: – addetti alla distribuzione di bollette o alla consegna di giornali, riviste ed elenchi telefonici; – addetti alle agenzie ippiche; addetti alle pulizie; autisti e autotrasportatori; – babysitter e badanti; – baristi e camerieri; – commessi e addetti alle vendite; – custodi e portieri; – estetiste e parrucchieri; – facchini; – istruttori di autoscuola; – letturisti di contatori;
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Lavoro
– magazzinieri; – manutentori; – muratori e qualifiche operaie dell’edilizia; – piloti e assistenti di volo; – prestatori di manodopera nel settore agricolo; – addetti alle attività di segreteria e terminalisti; – addetti alla somministrazione di cibi o bevande; – prestazioni rese nell’ambito di calla center per servizi cosiddetti in bound. L’elenco ripropone, aggiornandolo, quello evidenziato nella circolare 4/2008. Risulta interessante ricordare le valutazioni effettuate dallo stesso Dicastero Lavoro rispetto a detto elenco nella direttiva del 18/09/2008 a firma dell’allora Ministro Sacconi: “Nei riguardi dei contratti non certificati l’ispettore del lavoro dovrà acquisire, confrontando i contenuti del programma negoziale con le dichiarazioni rese dal lavoratore interessato e dagli altri che eventualmente con lo stesso collaborino, tutti gli elementi utili a valutare la corretta qualificazione del rapporto di lavoro, in linea con quanto precisato nelle circolari n. 1 del 2004 e n. 17 del 2006 (senza tenere conto della elencazione di attività e delle preclusioni contenute nella circolare n. 4 del 2008, da ritenersi complessivamente non coerenti con l’impianto e le finalità della «legge Biagi»), evidenziandoli specificamente nel verbale di accertamento e notificazione col quale si disconosca la natura autonoma del rapporto investigato, contrastando l’uso fraudolento del contratto di collaborazione”. L’aver imboccato nuovamente la strada della black list se da un lato può costituire una utile semplificazione operativa dall’altra mortifica l’attività ispettiva limitandola alla presupposizione e non all’accertamento dei fatti. Un pesante passo indietro. Va comunque evidenziato che quanto ribadito oggi dalla circolare
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29 può essere esclusivamente interpretato come presunzione semplice superabile pertanto dalle evidenze e dalle prove delle parti. La L 92/12 introduce l’obbligo di erogazione di un compenso minimo che deve “essere stabilito dalla contrattazione collettiva, o in assenza di contrattazione collettiva specifica, non può essere inferiore alle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi nazionali di categoria applicati nel settore di riferimento alle figure professionali il cui profilo di competenza ed esperienza sia analogo a quello del collaboratore a progetto”. Il Ministero sottolinea come, in caso di assenza di contrattazione specifica per i collaboratori, il riferimento è da farsi ai minimi tabellari previsti dai CCNL e non al complesso delle maggiorazioni e delle voci eventualmente previste degli stessi. Nulla ci dice il Ministero circa il rapporto tra un risultato raggiunto e valutato indipendentemente dal tempo impiegato dal collaboratore, ciò che oggi ci ricorda l’art. 61, ed una retribuzione, quella dei lavoratori subordinati, tarata invece sul tempo della prestazione. L’auspicio è che si avvii quanto prima la contrattazione collettiva specifica facendo uscire il più rapidamente possibile da una situazione di pericolosa incertezza la misurazione dell’entità del corrispettivo dei collaboratori. Lo stesso Ministero chiede un approccio prudente nella valutazione della adeguatezza dei corrispettivi dei co.co.pro. ed invita il personale ispettivo a non adottare provvedimenti di diffida accertativa proprio per l’assenza di quei parametri di certezza ed oggettività necessari per l’adozione di tale provvedimento. Infine la circolare si occupa del “nuovo” regime sanzionatorio previsto dall’art. 69 del D.lgs 276/03. Il primo comma prevede una presunzio-
ne assoluta di subordinazione nelle ipotesi in cui il rapporto di lavoro sia privo dell’elemento progettuale caratterizzante il contratto. La circolare individua il progetto come assente nelle ipotesi in cui questo, seppure formalmente indicato, sia in realtà carente dei requisiti previsti dalla nuova disciplina. Il Ministero a fini operativi evidenzia che risulta esserci assenza del progetto in caso di: - mancato collegamento ad un risultato finale; - autonoma identificabilità nell’ambito dell’oggetto sociale del committente; - svolgimento di compiti non meramente esecutivi o ripetitivi. Va evidenziato però che mentre la carenza dei primi due elementi determina una assenza di progetto senza alcuna incertezza, la presenza di compiti meramente esecutivi o ripetitivi, specialmente se ci si riferisce all’elenco prima riportato, dovrebbe da sola non poter essere sufficiente a far scattare la presunzione assoluta di cui al primo comma dell’art. 69 potendo la stessa conformare, in talune
circostanze, la previsione di cui al secondo comma dello stesso articolo. In questo caso è infatti prevista una presunzione relativa di subordinazione, che ammette cioè la prova contraria da parte del committente-datore di lavoro, che opererà nei casi in cui il collaboratore esegua la propria prestazione con modalità sostanzialmente analoghe a quelle dei lavoratori subordinati impiegati nella stessa impresa. Il Ministero chiarisce come la disposizione abbia ad oggetto le modalità di svolgimento della prestazione, potendo il lavoratore svolgere legittimamente le stesse attività dei lavoratori subordinati, purché con modalità differenti, cioè in autonomia. La circolare ricorda anche che la ricordata presunzione relativa non troverà applicazione per le prestazioni di elevata professionalità. Dette prestazioni potranno ben essere individuate dalla specifica contrattazione collettiva alla stregua e specularmente rispetto a quanto prima analizzato in caso di attività ripetitive ed esecutive.
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Previdenza
Faccia a faccia con ilPresidenteVisparelli Indiscrezioni del Presidente sul nuovo ENPACL di Lorenzo Lelli Direttore Responsabile “The World Of Il Consulente”
A
pprovato dai Ministeri il nuovo Regolamento di previdenza. Il 15 novembre 2012 i Ministeri vigilanti hanno espresso parere favorevole alla riforma del sistema previdenziale dei Consulenti del Lavoro, approvata lo scorso 27 settembre dall’Assemblea dei Delegati dell’ENPACL. Con la comunicazione pervenuta, infatti, è stato approvato il Regolamento di previdenza e assistenza, condizionandone l’efficacia a due modifiche, di marginale rilievo, che verranno soddisfatte nei prossimi giorni. Tale approvazione, che sarà a breve pubblicata per avviso sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica, per esplicita affermazione dei Ministeri consente all’Ente di garantire la sostenibilità per un periodo di almeno 50 anni, come previsto dalla legge. Si resta ora in attesa dell’auspicato via libera al nuovo Statuto, nonché al Regolamento per l’elezione degli organi collegiali. Abbiamo chiesto al Presidente Visparelli da cosa nasce la necessità del rinnovamento del nostro caro ente di previdenza, cosa ci aspettiamo di realizzare per il futuro, e quanto l’attualissima riforma Fornero ha inciso nell’attuazione di questa metamorfosi. D. Presidente, dopo 40 anni, l’ENPACL ha un nuovo sistema previdenziale. Per quale motivo si è voluto cambiare? R. Nella previdenza dei Consulenti del Lavoro, giovani e meno giovani sono uniti in un patto
fra generazioni: nei sistemi a ripartizione, infatti, le pensioni in pagamento sono finanziate utilizzando i contributi versati dagli attivi. E’ perciò necessario vi sia un equilibrato rapporto tra quanto si versa e quanto si eroga, affinché non si creino nel tempo delle passività. Era giunto il momento di operare tale riequilibrio. D. Quanto ha inciso l’obbligo di garantire la sostenibilità per 50 anni contenuta nella riforma ‘Fornero’? R. Con l’apporto del Consiglio Nazionale dell’Ordine, dei sindacati di Categoria e, soprattutto, dei Delegati dell’Ente, ben prima della legge 214/2011 avevamo iniziato ad elaborare misure idonee a rendere maggiormente equa e sostenibile la nostra previdenza. Certamente, il Ministero Fornero ha avuto il merito di accelerare tale processo nell’ambito del settore delle Casse dei liberi professionisti. Ma l’esigenza di avere un sistema
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nel quale ogni collega potesse versare contributi proporzionati alla propria capacità reddituale e nel quale le pensioni fossero correlate ai contributi versati, era avvertita già da tempo. D. In pratica, da 1 gennaio 2013 aumenteranno i contributi e diminuiranno le pensioni? R. Assolutamente no. Anzitutto occorre ricordare che nel 2014 sarebbe comunque entrato in vigore un aumento del contributo soggettivo, quasi il 50%, già previsto nel precedente intervento riformatore. Abbiamo invece preferito uscire dalla logica di un contributo uguale per tutti e passare ad un sistema che si finanzia in proporzione al reddito professionale di ciascuno. Avremo colleghi che pagheranno meno e altri che pagheranno di più rispetto al 2012. Ma tutti verseranno quanto è giusto. Tanto più si verserà e tanto maggiore sarà la pensione. D. L’ENPACL sarà un Ente
Dott. Alessandro Visparelli
senza più finalità solidaristiche? R. Anzitutto, l’Ente continua a riconoscere pensioni di inabilità, di invalidità, indirette, di reversibilità nonché provvidenze straordinarie. Inoltre, la messa in sicurezza dei conti dell’ENPACL, certificata dai Ministeri per oltre 50 anni, consente ora di poter progettare innovative misure in favore della Categoria e dei singoli iscritti. Il vero patrimonio dell’Ente non è rappre-
sentato dai 640 milioni di euro del portafoglio investito, ma dai 27.000 Consulenti del Lavoro che, con il loro lavoro, consentono alla nostra previdenza di guardare con fiducia al futuro. D. Cosa si pensa di realizzare? R. Abbiamo intenzione di sostenere tale patrimonio con azioni concrete, affinché non si disperda la ricchezza prodotta nell’esercizio della professione.
“Metti un giovane nel motore” è lo slogan di un progetto allo studio che intende creare all’interno della Categoria un collegamento tra le generazioni, una vera staffetta generazionale tra giovani e meno giovani colleghi, affinché trovino un punto di congiunzione, tale da favorire l’avvio dell’attività per i primi e consentire il distacco dallo studio professionale per i secondi. Il tutto col sostegno economico dell’Ente di previdenza.
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Attualità
Lettera aperta alProfessor Mario Monti di Antonio Maria Rinaldi Docente Universitario
Egregio Professor Mario Monti, mi rivolgo a Lei chiamandola Professore perché credo che sia una delle ultime volte che la si potrà chiamare in questo modo, visto che nelle prossime elezioni scenderà senz’altro in campo cambiando definitivamente il suo status da tecnico a politico. E’ vero che lei è già senatore e per lo più a vita, ma solo per motivi, mi perdoni l’assonanza, tecnici in quanto, anche se la nostra Costituzione non lo prevede, avere un Capo del Governo in un momento così particolare senza un’investitura parlamentare, sarebbe stato come affidare l’incarico ad un allenatore di una squadra di calcio senza che si fosse mai recato allo stadio. Sono pertanto convinto che lei avendo più volte pubblicamente affermato “per non perdere tutto ciò che di buono è stato fatto”, presto costituirà una formazione politica di moderati con il proposito di continuare il lavoro fin ora avviato. Perciò approfitto, prima che si immerga anche lei nelle sabbie mobili del confronto politico diretto, nel fare alcune riflessioni economiche sugli ultimi 13 mesi in cui lei ha guidato il nostro Paese. Premesso che la considero persona di altissimo profilo sia professionale che morale, come forse è difficile ormai trovarne pari, e che gode di un enorme e benevolo consenso internazionale, credo tuttavia che gli sia ultimamente sfuggita completamente la realtà della situazione del Paese che governa. Mi spiego meglio. Se pochi giorni dopo il suo insediamento, nel novembre del 2011, ha emanato delle nor-
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me estremamente restrittive ed impopolari, come il famoso decreto “salva-Italia”, gli italiani hanno capito perfettamente, aldilà dell’estrema banalità e mancanza di originalità nella natura dei provvedimenti fiscali adottati, che lei ne è stato costretto per l’urgenza. I conti pubblici e soprattutto l’Europa lo esigevano ed in fretta. Ma poi le cose non sono cambiate, anzi come in un crescendo rossiniano, ci siamo ritrovati con una pressione fiscale reale, ripeto reale, superiore ormai al 55%, (glielo dice chi per primo lo ha denunciato facendo i conti proprio su questa rivista nel maggio scorso, vedasi articolo del 15 maggio), nonostante abbia goduto di una così larga maggioranza che neanche Cavour, ad unità compiuta, o di bulgara memoria, abbiano mai registrato. Il mio appunto è proprio questo: forte di questa maggioranza così ampia, almeno nei numeri, avrebbe potuto compiere quello che nessuno prima di lei era riuscito e potuto fare. Invece di cambiare la politica economica in modo
radicale, e mi perdoni Professore, ma non ha insegnato macroeconomia alla Bocconi?, ha affidato le sorti del nostro risanamento esclusivamente a tecniche che sanno di manovrette in stile governi balneari, invece di fare quelle riforme strutturali che avrebbero consentito al nostro paese di voltare pagina. L’esclusivo ricorso alle imposte ha determinato l’inevitabile contrazione dei consumi e degli investimenti e il risultato è stato quello di aver messo in ginocchio le famiglie e le imprese italiane in nome di un rigore voluto in nome di un’Europa in cui la stragrande maggioranza dei cittadini, non solo italiani, non ci si riconoscono più. Un’Europa sensibile oramai solo nel correre in soccorso del sistema bancario devastato dallo tzunami d’oltre oceano e invece sordo e cieco nei confronti dei cardini su cui la si è costruita: la famiglia e le imprese. Forse l’aver trascorso troppo tempo nei palazzi ovattati di Bruxelles non le ha permesso di capire che negli ultimi anni gli scenari economici sono profondamente cambiati e con essi gli strumenti con cui la si deve affrontare. Ormai tutti si sono resi conto che l’impostazione delle regole europee, e in particolare quelle che ci legano alla coesione monetaria, sono state scritte esclusivamente a Francoforte, e proprio per prendere a riferimento una sua saggia recente affermazione “gli italiani
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Attualità non sono stupidi”, ci aspettavamo finalmente che qualcuno, magari spalleggiato dal nuovo inquilino dell’Eliseo, iniziasse a dirlo ad alta voce. Ormai è sotto gli occhi di tutti: questo euro così architettato, fa esclusivamente il gioco della Germania, provocando un duplice effetto combinato: rafforza con la stessa intensità l’economia tedesca e deprime contestualmente quelle di tutti gli altri paesi membri. Ma nessuno fa assolutamente nulla per bilanciare lo squilibrio o trovare almeno qualche forma di compensazione, e non ci resta per ora che aspettare impotenti che la teoria sulla selezione naturale di Darwin si applichi anche all’economia: quando la specie più forte avrà fagocitato tutti i più deboli, perirà anch’essa per mancanza di prede! Si ha la sensazione sgradevole che si sia creato nelle istituzioni comunitarie una specie di mostro bio-giuridico-economico, che cammina con gambe proprie e che va nella direzione opposta rispetto alle nostre mete. Non possiamo affidarci ancora per molto solamente alle “peripezie” del nostro bravissimo Draghi per arginare le imposizioni sempre più palesi provenienti da Berlino. Non vogliamo arrivare al punto di non ritorno, anche se i numeri, caro Professore, mi danno tristemente ma prepotentemente ragione. Al 31 dicembre del 2011 il debito pubblico italiano ammontava a 1897,8 Mld di euro (dati ufficiali Banca d’Italia) e nonostante IMU, spending review e una serie interminabile di aumenti ed imposizioni fiscali che richiederebbero per elencarle lo spazio di tutta la rivista, siamo arrivati a fine ottobre ad aver infranto il muro fatidico dei 2000 Mld, per l’esattezza 2014,7! Nei primi dieci mesi è aumentato, come mai nella nostra storia, di ben 116,9 Mld, alla faccia del tanto sbandierato pareggio di bilancio e del rigore a tutti i costi. E non dica che questo è avvenuto essenzialmente per l’aumento dello spread: quest’anno il sostentamento del debito ci costerà, in termini di interessi, “so-
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lamente” 3,5/4 Mld di euro in più rispetto al 2011. Il PIL in caduta libera viene accreditato, anche a livello di istituzioni internazionali, ad un meno 2,5% (magari!,) portando il famoso parametro di Maastricht al 130,78%! (dati al 30 ottobre 2012). Ho il più che fondato sospetto che la spesa sia ormai fuori controllo e il modo d’agire del commissario Bondi, che con tecniche e logiche fin troppo ragionieristiche, taglia linearmente con il machete ogni voce di spesa anche nel sociale, ne è la prova più evidente. Il limite è stato superato quando, nominato anche commissario alla sanità della Regione Lazio, ha decurtato linearmente del 6,85% la spesa sanitaria contro lo 0,5% adottato a livello nazionale, senza distinguere praticamente fra prestazioni erogate per la riabilitazione per una slogatura con quelle per la chemioterapia necessaria per un malato di tumore e creando non pochi disagi specialmente alle fasce sociali più esposte. Piuttosto ha già pensato cosa dirà alla gentile collega tedesca Frau Angela in merito all’impossibile nostro rispetto dei ferrei dettami del Fiscal Compact, approvato nel settembre scorso, e che faranno precipitare ulteriormente il nostro paese in una recessione senza precedenti? Mi permetto di consigliarle di prendere in serissima considerazione le deduzioni a cui è giunto il Prof. Giuseppe Guarino sull’inapplicabilità e nullità di tale accordo, poichè anche in Germania stanno valutando sul serio le sue argomentazioni visto che, a ragione, è considerato anche da quelle parti uno dei più grandi giuristi di Eurolandia. E’ possibile che prima d’ora nessuno si era accorto che era stato modificato di fatto il parametro del Trattato di Maastricht riguardo al 3% del deficit? E poi mi scusi, Professor Monti, perché invece di avviare una seria e credibile cessione di asset di patrimonio pubblico per una riduzione straordinaria del debito pubblico, magari affidandosi ad una delle
tante proposte formulate nell’ultimo anno, ha preferito quella, mi perdoni inutile, messa a punto dal suo ministro dell’economia, che prevede nella sua ultima configurazione cessioni esclusivamente di immobili per non più di 3/5 Mld all’anno? Le ricordo, conti alla mano che nel solo mese di ottobre di quest’anno il nostro debito è cresciuto di 19,6 Mld!!! Non credo che voglia fare le nozze con i fichi secchi! Anche in questo caso le consiglio di rileggere, perché sono convinto che già l’ha letta, la realistica, fattibilissima ed equa proposta avanzata nella primavera scorsa dal Prof. Paolo Savona per ridurre seriamente e sistematicamente il nostro debito a livello degli altri partners e senza soprattutto gravare per un centesimo nelle tasche degli italiani per mezzo della vendita posticipata dei beni disponibili e non strategici posseduti dallo Stato sia a livello centrale che periferico. Mi perdoni dello sfogo, ma dovevo rappresentarle da cittadino a cui è profondamente a cuore il destino del proprio Paese, la realtà delle cose. Noi italiani non ci siamo mai tirati indietro di fronte a nessun sacrificio: è vero abbiamo protestato, strillato, contestato, detto anche parolacce, ma poi abbiamo sempre fatto con estrema dignità il nostro dovere di cittadini. Siamo stati e siamo, nonostante tutto, ancora innamorati d’Europa, ma questa volta però ci sfuggono gli obiettivi che ci erano stati promessi ed a cui abbiamo fermamente creduto negli anni. Lei, che sicuramente in perfetta buona fede, è stato uno dei “sacerdoti” dell’aggregazione monetaria, provveda a contribuire a correggerne le palesi distorsioni che stanno condannando l’Italia (e non solo) ad un inesorabile ed irreversibile declino. Rammenti Professore che fra il male inflazione e il male disoccupazione è da preferire sempre la prima e non si faccia ingannare dalla fobia tedesca che pone il pericolo dell’aumento dei prezzi come il Mefistofele di Faust, ritenendola
ancora erroneamente come la causa scatenante che spianò l’ascesa del nazismo. Furono invece le rigide politiche deflazionistiche, esattamente come quelle poste in essere oggigiorno dall’Unione Europea (guardacaso proprio per volere della Germania), a portare al potere la dittatura. Grecia docet! Chieda a gran voce che la BCE sia una banca centrale a tutti gli effetti e non a part-time: che adotti lo stesso mandato che ha la Federal Reserve prima che sia troppo tardi! Prenda il toro per le corna ed abbia il coraggio nel modificare la politica economica fino ad ora adottata dal suo esecutivo di 180 gradi e non abbia paura di farsi promotore della revisione delle “regole del gioco” che ci legano all’Unione monetaria: le garantisco, che aldilà del credo politico, tutti gli italiani lo sosterranno senza riserve e con entusiasmo. Però caro Professore, affinchè questo possa avvenire, mi permetta di suggerirle un semplice consiglio: faccia come me che sono un semplicissimo e modesto docente di materie economiche, scenda per la strada, vada a fare la spesa al mercato rionale, verifichi quanto denaro è necessario per riempire un carrello della spesa e mandare avanti dignitosamente una famiglia media italiana e si renderà conto che la volontà e la voglia di riscatto e di risorgere ancora la si percepisce negli occhi delle persone, specialmente dei giovani, ma che le attuali regole del sistema a cui ci siamo legati mani e piedi non ce lo consentiranno mai! Lo faccia anche per il suo nipotino che all’asilo ora lo chiamano spread e vedrà che gli amichetti ritorneranno presto a richiamarlo con il nome di battesimo!
Antonio M. Rinaldi Docente presso la Link Campus University di Roma e la G. D’Annunzio di ChietiPescara
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Previdenza
Faccia a faccia conFabio Faretra
Un approfondimento tecnico sulle nuove procedure in vigore dal 1 gennaio 2014, del Direttore Generale ENPACL di Lorenzo Lelli Direttore Responsabile “The World Of Il Consulente”
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l 27 settembre u.s. l’Assemblea dei Delegati dell’ENPACL ha approvato importanti modifiche e integrazioni allo Statuto e ai Regolamenti dell’Ente, per rinnovare e riequilibrare il sistema pensionistico del Consulente del Lavoro e garantire 50 anni di sostenibilità dei propri conti pensionistici, in coerenza con quanto definito dalla legge n. 214 del 22/12/2011. Nel nuovo sistema contributivo noi iscritti diveniamo il motore e il patrimonio reale delle nostre pensioni, ciò che paghiamo oggi sarà quello di cui godremo domani. Si tratta di finanziare il sistema tramite il versamento del contributo integrativo, non più del 2%, ma a decorrere dal 1 gennaio 2013 del 4% sull’effettivo volume d’affari ai fini IVA, sempre con una contribuzione minima di € 300.
Grandi cambiamenti e grandi impegni che spesso portano a concrete migliorie a lungo termine. Con l’aumento del contributo al 4%, di cui il 3% impiegato a fini pensionistici e l’1% a sostenibilità del sistema, raddoppia il margine di impiego dei fondi e l’efficienza del sistema nella sua interezza. La pensione, definita al momento del pensionamento, sarà il risultato del risparmio previdenziale: più importante sarà la contribuzione versata, maggiore sarà la nostra soddisfazione economica. Questa riforma, di grande impatto, mira a garantire certezza e serenità, a costruire solide basi necessarie per un futuro luminoso dopo una vita di grandi fatiche e di impegni professionali. Il rinnovamento non riguarda soltanto il contributo integrativo, parliamo di una riforma “a
tutto tondo” volta a potenziare e ottimizzare l’ENPACL nella sua interezza. Al riguardo abbiamo ascoltato l’autorevole voce del Direttore Generale Fabio Faretra per fare chiarezza sugli aspetti tecnici ed operativi, e per offrire un quadro completo ed esaustivo del nostro rinnovato sistema previdenziale. D. Il 27 settembre scorso l’Assemblea dei Delegati dell’ENPACL ha approvato la riforma del sistema previdenziale dei Consulenti del Lavoro che ha già avuto il ‘via libera’ dei Ministeri. Cosa dobbiamo aspettarci dal 1 gennaio 2013? R. Sul versante del finanziamento, il contributo soggettivo, che resta obbligatorio, sarà correlato al reddito professionale, attraverso l’applicazione dell’aliquota del 12%. E’ prevista una misura minima ed una
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massima di reddito, rivalutate annualmente, su cui calcolare il contributo. Per il 2013, il reddito minimo è di 17.000 euro e il reddito massimo di 95.000 euro. Perciò, si verserà dai 2.040 agli 11.400 euro. I neo iscritti e i pensionati che restano iscritti possono beneficiare della riduzione del 50%, sia sulla misura minima che sull’eccedenza. D. E il contributo integrativo? R. La percentuale da applicare sul volume d’affari IVA salirà al 4%, contro l’attuale 2%. Inoltre, sarà introdotta una misura minima di 300 euro, dovuta da tutti gli iscritti, anche da chi non produce volume d’affari. Rilevante è il fatto che l’Ente utilizzerà ben il 3% del contributo integrativo ai fini pensionistici, con effetti significativi sul miglioramento delle prestazioni individuali.
D. Proprio riguardo la misura della pensione, come possono gli iscritti renderla più adeguata? R. Già dal 2011 l’Ente mette a disposizione un contributo aggiuntivo, facoltativo, che consente di effettuare un versamento in misura variabile, che incrementa il montante dell’iscritto. Si può così costituire un proprio ‘tesoretto’, da utilizzare al momento del pensionamento. Oltre ai vantaggi previdenziali, i Consulenti del Lavoro fruiscono delle deduzioni fiscali, senza limiti di importo. Tra l’altro, chi intendesse utilizzare tale deduzione già nel 2013, deve versare il contributo facoltativo entro il 31 dicembre prossimo. D. A quale età gli iscritti potranno andare in pensione? La pensione di an-
zianità è stata mantenuta? R. Per la pensione di vecchiaia, dal 1 gennaio 2013 occorreranno 66 anni di età. Tale requisito si innalzerà di un anno anagrafico ogni tre anni solari, fino ad arrivare a 70 anni nel 2025. Basteranno però cinque anni di versamenti, purché la misura della pensione raggiunga una certa misura minima. I Consulenti del Lavoro, inoltre, continueranno ad accedere alla pensione di anzianità, ora chiamata ‘vecchiaia anticipata’. Dal 2013, si potrà conseguire a 60 anni di età, con almeno 36 anni di contribuzione, elevati sino a 40 nel 2021, con gradualità biennale. D. Il calcolo delle prestazioni sarà contributivo? R. Sì, nel rispetto del pro rata: la contribuzione versata prima
dell’entrata in vigore della riforma (ante 2013), a prescindere dal numero delle annualità di contribuzione, sarà comunque considerata ai fini pensionistici in base alla previgente normativa regolamentare. La futura pensione sarà determinata in funzione del montante contributivo effettivamente maturato, nel quale confluiranno i versamenti effettuati a partire dal 2013 per contribuzione soggettiva, integrativa, di riscatto, di ricongiunzione e per contribuzione facoltativa. Un sistema previdenziale all’avanguardia, sostenibile e flessibile, nel quale, accanto alla contribuzione obbligatoria, figura quella facoltativa, grazie alla quale ogni Consulente del Lavoro può, anno dopo anno, costruire la propria futura pensione.
Dott. Fabio Faretra Direttore Generale ENPACL
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I misteri di Roma
Natale a Roma come aBetlemme L’Architetto Guido Rainaldi ci spiega essenze, significato e filologia delle scelte operate per i suoi presepi
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di Andrea Tommasini Redazione Cultura
l presepe (o presepio) è una rappresentazione della nascita di Gesù, derivata da tradizioni medievali ed il termine deriva dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoia, composto da prae = innanzi e saepes = recinto, ovvero luogo che ha davanti un recinto. l presepe moderno indica una ricostruzione tradizionale della natività di Gesù Cristo e si riproducono al suo interno tutti i personaggi ed i luoghi della tradizione, dalla grotta alle stelle, dai Re Magi ai pastori, dal bue e l’asinello agli agnelli, e quant’altro.
La rappresentazione può essere sia vivente che iconografica ed è ricca di simboli dei quali alcuni provengono direttamente dal racconto evangelico (quali ad esempio la mangiatoia, l’adorazione dei pastori e la presenza di angeli nel cielo, riconducibili al Vangelo di Luca) ed altri particolari che invece appartengono ad una iconografia propria dell’arte sacra (Maria ha un manto azzurro che simboleggia il cielo, San Giuseppe ha in genere un manto dai toni dimessi a rappresentare l’umiltà, la fatica ed il lavoro dell’uomo). Molti particolari scenografici nei personaggi e delle ambientazioni del presepe, traggono inoltre ispirazione dai Vangeli apocrifi e da altre tradizioni. Alcuni per tutti, il bue a l’asinello che derivano dal cosiddetto protovangelo di Giacomo, oppure anche da un’antica profezia di Isaia che scrive “Il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone”. Sebbene Isaia non si riferisse alla nascita del Cristo, l’immagine dei due animali venne utilizzata comunque come simbolo degli ebrei (rappresentati dal bue) e dei pagani (rappresentati dall’asino). Anche la stalla o la grotta in cui Maria e Giuseppe avrebbero dato alla luce il Messia non compare
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nei Vangeli canonici: sebbene Luca citi i pastori e la mangiatoia, nessuno dei quattro evangelisti parla esplicitamente di una grotta o di una stalla. Gli studi e la ricerca ci portano comunque a dedurre che a Betlemme la Basilica della Natività sorge intorno a quella che nella tradizione è la grotta ove nacque Cristo ed anche quest’informazione si trova nei Vangeli apocrifi. In ogni caso, l’immagine della grotta è un ricorrente simbolo mistico e religioso per molti popoli soprattutto del settore mediorientale. Si pensi ad esempio alla divinità persiana denominata Mitra, venerata anche tra i soldati romani, che si diceva fosse nato da una pietra. Quindi alla pietra il senso più alto nella filologia della nascita di ciò che nasce, è divino e da venerare. I Magi che giungono nel presepe all’Epifania, derivano invece dal Vangelo di Matteo e dal Vangelo armeno dell’infanzia. In particolare, quest’ultimo fornisce informazioni sul numero e il nome di questi sapienti orientali: il vangelo in questione fa i nomi di tre sacerdoti persiani (Melkon, Gaspar e Balthasar), anche se non manca chi vede in essi un persiano (recante in dono oro), un arabo meridionale (recante l’in-
censo) e un etiope (recante la mirra). I re magi dunque all’interno del presepe ad incarnare, sia le ambientazioni esotiche, sia il simbolo delle tre popolazioni del mondo allora conosciuto: Europa, Asia e Africa. Anche sul numero dei Magi la questione è assai controversa. Sul significato de i Magi, il cui numero di tre fu fissato da San Leone Magno, esiste una duplice interpretazione: quali rappresentanti delle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia e delle tre razze in cui si divide l’umanità: la semita, la giapetica e la camita secondo il racconto biblico. Gli angeli, esempi di creature superiori; i pastori come l’umanità da redimere e infine Maria e Giuseppe rappresentati a partire dal XIII secolo, in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalità dell’infante. Sono poi le successive tradizioni popolari e di arte sacra che nelle varie regioni d’Italia e del mondo intero aggiungono al presepe tante altre figure.. Il presepe napoletano, per esempio, aggiunge alla scena molti personaggi popolari, osterie, commercianti e case tipiche dei borghi agricoli, tutti elementi palesemente anacronistici. Ma questa è comunque una caratteristica di
tutta l’arte sacra, che, almeno fino al XX secolo, ha sempre rappresentato gli episodi della vita di Cristo con costumi ed ambientazioni contemporanee all’epoca di realizzazione dell’opera. Anche molti dei personaggi che solitamente si vedono nei presepi di differenti tradizioni sono spesso funzionali alla simbologia ed alla tradizione della terra dove nascono e si sviluppano: si pensi ad esempio a quei presepi nei quali il male è rappresentato nell’osteria e nei suoi avventori, mentre il personaggio di Ciccibacco, che mesce il vino in un carretto con le botti o con i vassoi, impersona il Diavolo. Insomma una grande varietà di tradizioni ed elementi. Nella ricerca della filologia, si distingue nel panorama della nostra straordinaria Roma Capitale, quello della Parrocchia della Gran Madre di Dio che porta la prestigiosa firma dell’Arch. Guido Rainaldi, nella sua qualità di Artista ed esperto di Arte Sacra, nonché stimato professionista con importanti incarichi al servizio della Santa Sede che siamo andati ad intervistare di fronte al suo presepe monumentale di quest’anno alla Parrocchia della Gran Madre di Dio a Ponte Milvio.
Architetto Guido Rainaldi
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I misteri di Roma
Architetto, cos’e’ il presepe a Roma nella tradizione e cosa vuol dire ricerca filologica rispetto alle scelte operata nelle scelte per la progettazione e la realizzazione del Suo presepe monumentale? Nella Città di Roma, molte Chiese sono piene di queste “Scenografie Sacre” atte alla rappresentazione ad evocazione della Natività che si richiamano a molteplici tradizioni popolari ed artistiche, provenienti da tutte le parti del mondo. Le scelte che ho inteso operare nella progettazione e realizzazione del presepe monumentale, partono invece da un lungo ed attento lavoro di ricerca che comincia nei luoghi dove oltre duemila anni fa avvenne e prosegue nella valutazione delle scelte materiche ed architettoniche, passando anche per la veridicità degli elementi ivi collocati. In particolare ho cercato di rappresentare la Natività secondo quello che è una “fotografia per come era” nel luogo dove è avvenuta, senza dedicarmi troppo alla costruzione di un paesaggio fatto di montagne, ruscelli ed altri elementi paesaggistici, come altre tradizioni tendono a fare. Mi interessa soprattutto quel luogo ristretto dove si è verificato questo straordinario Evento oltre 2000 anni fa e quindi anche i luoghi intorno Betlemme e Gerusalemme su quelli che sono i paesaggi, l’edilizia, i materiali. Tutto quel-
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lo che circonda oppure ha circondato quel luogo per rappresentarlo “per come è od era”. Ho cercato di raggruppare e sintetizzare la sommatoria di quelle che sono le caratteristiche di quei luoghi riproducendo il più possibile quello che poteva essere l’evento oltre 20000 anni fa. Quindi la grotta, il focolare i pastori, il fuoco, l’abbeveratoio dei pastori. Per questo mi sono dedicato a recuperare questo materiale presso contadini, fuori dalla città o nel mondo nei luoghi dove avrei potuto trovare elementi il più vicini possibili a quello che è ed è stato. Tutto questo lavoro mi ha permesso di ricreare una costruzione che preservi il carattere ancora agreste e proprio di quella tradizione che ancora accompagna quei luoghi dell’oriente. Stesso paesaggio, stessi colori. Questa la scenografia che ho progettato e potuto realizzare. Ci vuole insegnare a leggere nei dettagli il presepe monumentale da Lei realizzato descrivendocene gli elementi e la filologia delle scelte operate? Il primo elemento, forse perché architetto e progettista parte dalle scelte strutturali: la struttura infatti non vuole solo una visione frontale, ma offre l’opportunità di vederlo almeno sulle tre dimensioni. Questo è un presepe cui si puo’ girare intorno ed addirittura vi si può entrare dentro, entran-
do a farne parte attiva. Il Presepe nasce proprio dal pavimento in totale assenza di vincoli fisici. E’ un’opportunità che ho voluto offrire nel poter entrare dentro il presepe e partecipare con questo momento della Natività. Questo il primo significato nella dimensione strutturale. Rispetto agli elementi di arredo scelti, da una parte, l’utilizzo di tendaggi e tessuti del luogo, retroilluminati da una luce azzurra che, dall’altra, potesse creare la necessaria tridimensionalità atta a rappresentare “il quarto lato” del presepe, proteso verso la profondità e l’immensità del cielo. Questo presepe vuole offrire l’opportunità di vivere un’esperienza sensoriale completa ed integrarsi, percorrendone il suo interno od i suoi perimetri esterni, vivendo ogni momento ed esperienza della vita quotidiana del tempo. Sentire profumi ed odori di spezie ed essenze che provengono da quelle terre, il pane, il formaggio, le uova, il grano, l’uva. La cura di ogni dettaglio. Tutto è vero e non riproduzione. Le farine, il formaggio dei pastori, il pane, la curcuma, lo zenzero, il cinnamomo ed i relativi odori e profumi che offrono questa straordinaria e completa esperienza multisensoriale, nell’esaltazione della riflessione che tutto questo sostiene con forza ed intensità sulla riflessione della nascita del Cristo. Una sorta di viaggio nel tempo. Nella zona del camino vi sono formaggi, uova, pane scuro, essenze, datteri, melograni. Grano ed uva come simboli forti a ricordare il corpo ed il sangue di Cristo con le tinte rosse delle luci opportunamente scelte per valorizzare e stigmatizzare nella rappresentazione il senso più alto dell’Eucarestia. Tutte le costruzioni sono state progettate realizzate, scolpite e scenografate a mia cura a partire da blocchi di polistirolo e mediante utilizzo di calce particolare. All’estrema destra, una nuova zona del mercato (ndr: nuova rispetto ai presepi degli anni precedenti da lui firmati) con i colori e gli odori di quei luoghi e di quel tempo per ciò che è stato possibile. Secondo San Luca, infatti, Nostro signore è nato nella periferia ed ho così voluto rappresentare una sorta di mercato di periferia, dove nelle ceste troviamo cannella, senape, curcuma delle quali ho richiamato piccole quantità. Per l’architettura elementi di pietra calcarea bianca, imbrunita in altri punti del presepe ed ambrata per “anticare” quelle zone dove tutto ciò aveva un senso specifico. Lei come architetto, artista ed esperto di arte sacra, proietta nella rappresenta-
zione tutti i Suoi studi e la continua ricerca operata coniugandoli anche con le Sue capacità manuali e realizzative. Volendo indicare ad un giovane una strada per imparare a fare tutto questo, cosa vorremmo dirgli? Intanto qui parliamo di una sorta di costruzione di natura scenografica. Io sono Architetto ed avendo una passione per l’arte sacra e le costruzioni, ho dedicato e continuo a dedicare molto tempo allo studio ed alla lettura di tutti quei i pittori che hanno riguardato il passato, che hanno riscritto i testi sacri e rappresentato la storia anche attraverso le immagini. Ho voluto far capire il contenuto di 2000 anni fa e per fare questo, oltre allo studio ed a tanta passione, è necessario avere dimestichezza con le proporzioni e moltissima manualità. Bisogna rapportare le proporzioni con la fotografia, i colori e la loro conoscenza nell’assemblaggio della scena sacra. Superfici e volumi devono avere senso, omogeneità e giuste proporzioni nel rispetto dei canoni del tempo e dei luoghi. La mia visione personale, rispetto alle scelte operate, non è dunque quella di un presepe francescano (di tradizione medievale) e neanche di tradizione romana o napoletana, citando due grandi capisaldi della tradizione presepistica. La scelta che ho intesso operare è quella di ricostruire una sorta di “fotografia tridimensionale” di quello che è stato in quel tempo ed in quei luoghi, acciocché un bambino od uno straniero che vedono per la prima volta un presepe, possano visualizzare davanti ai loro occhi, la lettura di una riflessione coerente con il tempo ed i luoghi da cui tutto trae origine, perché le cose, nella contemplazione della fede, siano più vicine possibile alla nascita del Cristo, aiutando dunque lo spettatore alla percezione della dimensione trascendentale. Il consiglio dunque, è quello di studiare e ricercare senza mai fermarsi, senza mai stancarsi. Con amore ed umiltà e soprattutto con consapevolezza della storia e dell’arte. Per chi desidera approfondire poi il tema, certamente vi è tanta architettura da vedere nel mondo, libri da leggere e materiale fotografico e visivo da consultare, capacità basilari da possedere o sviluppare e tanto amore per la Fede. Uniti insieme, questi gli “ingredienti” alla base del percorso artistico ed espressivo specifico. La mia semplice equazione dice ARTE = ANIMA, quindi coltivate la vostra anima, custodite la vostra Fede come un dono ed esprimetevi.
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Quaderni Fiscale
I Quaderni delConsulente
La mediazione fiscale obbligatoria ex art. 17-bis D. Lgs. 546/92
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n questo numero, terminiamo il Quaderno d’approfondimento iniziato nel Numero 33 del 15/10/2012, a cura dell’Avv. Maurizio Villani , Patrocinante in Cassazione e dell’Avv. Francesca Giorgia Romana Sannicandro, sulla materia della Mediazione fiscale obbligatori ex art. 17-bis D. Lgs. 546/92 che, nello sviluppo dei numeri, ha analizzato i punti come di seguito indicati:
In questo numero: 9. I dubbi dell’istituto 10. Quadro sinottico delle sanzioni 11. La circolare n. 33/E del 03 agosto 2012 12. Conclusioni
1.
2. 3.
Abbiamo già pubblicato: Numero 33 – Anno II – Uscita del 15/10/2012 Il reclamo e la mediazione fiscale obbligatoria come riformata dal d.l. n. 98 del 06.07.2011 conv. in L. 111 del 15.7.2011 La norma: D.L. 98/2011, art. 39 commi 9,10,11 La natura del reclamo
4. 5. 6.
Numero 34 – Anno II – Uscita del 31/10/2012 L’oggetto La procedura Il reclamo e gli strumenti deflativi
7.
Numero 35 – Anno II – Uscita del 15/11/2012 Il rapporto tra il reclamo e l’accertamento esecutivo
8.
Numero 36 – Anno II – Uscita del 30/11/2012 La Circolare n. 9/E/2012 del 19 marzo 2012
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Quaderni Fiscale 9. I dubbi dell’istituto Il nuovo istituto del reclamo e della mediazione, pur apparendo, in prim’acchito, di facile applicazione, presentano non poche perplessità e problematiche interpretative, oltre che applicative. Vediamo in particolare, con riferimento ad alcune singole fattispecie, quali potrebbero essere gli interrogativi, ad oggi ancora in attesa di risposta. a. il reclamo e il ruolo: il ruolo, a differenza della cartella di pagamento, è un atto emesso dall’Agenzia delle Entrate, impugnabile ai sensi dell’art. 19 del D. Lgs 546/92 e, quindi, soggetto alla procedura di reclamo; rileviamo che il ruolo, è basato su valutazioni di calcolo, fornite dalle risultanze dei dati messi a disposizione dai contribuenti con i dati in possesso dell’ufficio. Se l’iscrizione a ruolo avviene mediante un calcolo di somme effettivamente dovute, in quale modo ci sarà la possibilità di ricalcolare le imposte? Perdippiù, è ammissibile che, nelle more del reclamo, l’Agenzia delle Entrate possa procedere all’iscrizione a ruolo? Non sarebbe forse il caso di prevedere una legittimazione dell’iscrizione a ruolo, solo a seguito del decorso dei 90 giorni previsto per l’esperimento della procedura di mediazione? Ricordiamo che, ad esempio, nei casi in cui il ruolo si è formato ex art. 36 bis del D.P.R. 600/73 e 54 bis del D.P.R. 633/72, ovvero rispettivamente in base alla liquidazione e al controllo formale, la riscossione non è frazionata, ma avviene per intero – ex art. 14 del D.P.R. 602/73; in questo caso sarebbe opportuno prevedere la sospensione della riscossione ex art. 39 del D.P.R 602/73.
b. la rettifica della dichiarazione – il limite quantitativo: nel caso di rettifica delle dichiarazioni, ed in particolare, nei casi in cui la rettifica riguardi una riduzione delle perdite dichiarate dal contribuente e l’accertamento non sia riferito a maggiori imposte ma ad una riduzione delle perdite, quale limite quantitativo sarà valutato ai fini della proposizione dell’eventuale ricorso e, quindi, all’utilizzo del reclamo – che prevede tassativamente il limite di € 20.000,00 come indice massimo quantitativo per l’attivazione dell’istituto? Da una lettura della Circolare n. 48/E del 2011 dell’Agenzia delle Entrate, il valore di riferimento ai fini dell’applicabilità dell’istituto è costituito da “un’imposta virtuale”, che si identificherebbe come “la maggiore imposta effettiva, relativa alla differenza tra la perdita dichiarata e la minore perdita accertata”. Anche in questo caso, parlare di “imposta virtuale” non pone il contribuente nella posizione di poter esperire ogni mezzo a tutela della pretesa impositiva, stante, in caso di applicabilità del reclamo, la totale enunciazione dei motivi di impugnazione, già nella fase della mediazione; a parer mio, ben si utilizzerà, in questi casi, solo l’istituto dell’adesione. c. oggetto della domanda – “petitum” - : la formulazione dell’oggetto della domanda, nei casi di reclamo, fa scaturire come primo effetto, quello della non proponibilità dell’impugnazione relativamente a ciò che non è stato contestato in sede di reclamo. Ciò significa che, se nel reclamo, si insiste esclusivamente per il parziale annullamento
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dell’atto, nell’eventuale successiva fase giurisdizionale, non potrà essere formulata una diversa domanda di annullamento. Questo è, senz’altro, una lesione – ripetutamente verificata nell’ambito dell’istituto – del diritto alla difesa del contribuente. d. il reclamo avverso il silenzio-rifiuto alle istanze di rimborso: Come noto, il silenzio-rifiuto a fronte delle istanze di rimborso non può essere compreso tra gli atti emessi dall’Agenzia delle Entrate, in quanto un atto vero e proprio, materialmente non esiste; in virtù del rinvio operato dall’art. 19 del D.lgs. 546/92, tali atti vengono inseriti tra quelli impugnabili, al fine di salvare la ratio della norma che ha come unico fine quello di evitare l’instaurarsi di un contenzioso; anche in questo caso, nonostante la norma inserita nel D. Lgs. 546/92, preveda l’espressa indicazione degli atti avverso i quali è possibile e obbligatorio esperire il reclamo prima e la mediazione poi, qualificandoli come “atti emessi dall’Agenzia delle Entrate”, anche per tali atti diventa obbligatorio l’istituto del reclamo. Peraltro, viene precisato come la nuova fattispecie trova applicazione per quelle controversie in relazione alle quali, alla data del 1° aprile 2012, non siano decorsi 90 giorni dalla presentazione dell’istanza di rimborso. Invece, laddove alla data del 31 marzo 2012 siano già trascorsi i 90 giorni, il diniego non potrà formare oggetto di reclamo. Tale differenziazione pone sicuramente in una posizione di vantaggio i contribuenti che, più di recente, sono stati alle prese con la presentazione di una istanza di rimborso. In-
fatti, in base al testo normativo di cui all’art. 17-bis del D. Lgs. n. 546/1992, l’intera procedura di reclamo deve chiudersi in 90 giorni rispetto ad un iter contenzioso solitamente ben più problematico in termini di tempistica. Questo, naturalmente, laddove in sede di reclamo l’Ufficio deputato alla valutazione dello stesso convenga sulla esistenza del presupposto per il rimborso. e. Il profilo di incostituzionalità del reclamo obbligatorio. L’art. 17 bis, al comma 2, stabilisce che “ la presentazione del reclamo è condizione di ammissibilità del ricorso. L’inammissibilità è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio.” Di recente emanazione, la circolare 9/E dell’Agenzia delle Entrate del 16 marzo 2012 esplicativa dell’istituto - si propone l’intento di dare indicazioni operative e chiarificatrici soprattutto relativamente alle condizioni di ammissibilità ed ai presupposti in base ai quali sarà obbligatorio attivare l’istituto. La circolare chiarisce subito che “la previsione normativa della possibilità, per l’Agenzia delle Entrate, di esaminare preventivamente le doglianze che il contribuente intende proporre innanzi al Giudice tributario risponde ad esigenze riconosciute come costituzionalmente rilevanti. In proposito si ricorda che, secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale, il legislatore può ritenere opportuno, nell’interesse dello stesso ricorrente, che la fase giudiziaria sia preceduta da un esame della potenziale controversia in sede amministrativa, oltre che allo scopo di realizzare la giustizia nell’ambito della pubblica Am-
ministrazione, anche per evitare lunghe e dispendiose procedure giudiziarie, che potrebbero compromettere la funzionalità del servizio.”(Corte Costituzionale, sentenze n. 93 del 26 luglio 1979 e n. 15 del 18 gennaio 1991). Appare così, già dalle prime righe, una linea difensiva dell’Ufficio che, consapevole della lesione del diritto alla difesa in arrivo con l’applicazione del reclamo, tenta addirittura di trovare un sostegno nella giurisprudenza di legittimità. In realtà, già da una prima lettura della sola norma, appare evidente che la circostanza relativa al contenuto del reclamo – che ai fini della sua ammissibilità dev’essere identico a quello del ricorso eventualmente proposto nella fase giudiziale successiva – vìola palesemente il diritto alla difesa di ogni contribuente raggiunto da un avviso di accertamento; non si comprende, infatti, quale possa essere questa “esigenza riconosciuta come costituzionalmente rilevante” e soprattutto in quale modo si concretizza, dal momento che la tesi difensiva presentata nel reclamo – e quindi nella fase cosiddetta amministrativa – risulta conoscibile ed esposta già in una fase che non prevede la valutazione della fattispecie in presenza di una figura terza e imparziale - come il Giudice tributario – come prescrive la Costituzione all’art. 111. Inoltre, il richiamo alle sentenze citate non è confacente con quanto espresso nella circolare, anzi, da un’attenta lettura delle stesse si ricava che “la questione risulta fondata. Questa Corte ha bensì affermato ripetutamente la legittimità in via di principio di forme di accesso alla giurisdizione, condizionate
al previo esperimento di rimedi di carattere amministrativo. Essa è però giunta più volte, soprattutto in riferimento all’art. 24 della Costituzione, a dichiarare l’illegittimità di tali previsioni, quando esse comportino una compressione penetrante del diritto di azione, ostacolandone o rendendone difficoltoso l’esercizio, in particolare comminando la sanzione della decadenza. Ne deriva così la definitiva perdita del diritto.”(Corte Costituzionale, sentenza n. 530 del 11 dicembre 1989 richiamata da n. 15/1991). Parimenti, l’istituto in esame, prevede, al citato comma 2, la sanzione dell’inammissibilità, che ricordiamo preclude, in modo definitivo, qualsiasi tipo di azione a difesa dei diritti del contribuente, dunque la perdita di ogni facoltà giudiziale. La Corte Costituzionale, nella sentenza n. 15/1991, tratta la violazione degli artt. 3, 24,113 della Costituzione, relativamente ad un ricorso esperito contro le Poste, per il quale il giudice di Roma ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 20 del testo unico delle disposizioni legislative in materia postale “nella parte in cui preclude l’azione giudiziaria contro l’amministrazione per il servizi postali, se prima non sia stato presentato reclamo in via amministrativa e l’amministrazione non abbia provveduto nel termine di sei mesi”. In diritto, la Corte afferma che “la questione è fondata. Anche se il termine fosse ridotto in una misura più ragionevole, l’introduzione nell’art. 20 del codice postale di una disciplina analoga a quella prevista dall’art. 443 cod. proc. Civ. non troverebbe giustificazione nella ratio di favore per il cittadino”. Parallelamente, appare oppor-
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Quaderni Fiscale tuno evidenziare che, nessun istituto giurisdizionale attualmente in vigore prevede una sanzione così grave ed invalidante a seguito del mancato esperimento della fase amministrativa; le sentenze citate dalla circolare mostrano, infatti, come sarebbe del tutto ingiustificato oltre che illegittimo precludere la possibilità di difesa sic et simpliciter, soprattutto in una fase così delicata come quella che precede l’ instaurazione di un eventuale giudizio a fronte di un accertamento ancora da valutare. Tanto vero che, in materia di diritto del lavoro, l’art. 443 c.p.c. prevede che “Se è normativamente prevista una procedura amministrativa di conciliazione, essa deve essere esperita prima dell’introduzione del giudizio a pena di improcedibilità di quest’ultimo. Il Giudice adito, in quest’ultimo caso, rilevato l’omesso esperimento della fase procedimentale per la composizione amministrativa, dichiara l’improcedibilità della domanda, sospendendo il giudizio e fissando all’attore un termine di sessanta giorni per la presentazione del ricorso amministrativo.” La giurisprudenza della Suprema Corte è univoca nell’affermare che la questione attinente alla procedibilità della domanda ex art. 442 c.p.c. per mancata attivazione deprocedimento amministrativo ex art. 443 c.p.c., è sottratta alla disponibilità delle parti, essendo essa rimessa esclusivamente al potere-dovere del giudice del merito, da esercitarsi, ai sensi del 2º comma dell’art. 443 citato, solo nella prima udienza di discussione del giudizio di primo grado, e non in ogni stato e grado del giudizio: “Nelle controversie in materia di previdenza e assistenza obbliga-
torie, la questione di procedibilità della domanda giudiziaria in relazione al preventivo esaurimento del procedimento amministrativo è sottratta alla disponibilità delle parti e rimessa al potere-dovere del giudice del merito, da esercitarsi ai sensi del 2º comma dell’art. 443 c.p.c., solo nella prima udienza di discussione del giudizio di primo grado, con la conseguenza che se nella prima udienza di discussione il giudice abbia omesso la dichiarazione di improcedibilità, sospendendo il giudizio e fissando un termine perentorio per il ricorso in sede amministrativa, prevale l’azione giudiziaria, non essendo opponibili decadenze di ordine processuale (Cass., sez. lav., 07-06-2003, n. 9150; conforme, Cass. 18.01.1991 n. 427). La ratio di questa speciale normativa può agevolmente individuarsi nella peculiarità delle materie regolate – ricordiamo che siamo in presenza di diritti indisponibili – , rispetto alle quali è stata individuata una soluzione che, pur tenendo conto dell’esigenza di non esporre gli enti erogatori delle prestazioni ad un inutile quanto dispendioso contenzioso giudiziario ed ai conseguenti effetti negativi sulla finanza pubblica, in situazioni suscettibili di risoluzione in sede amministrativa, evita tuttavia di penalizzare eccessivamente i soggetti istanti, titolari di interessi costituzionalmente protetti. Emerge, dunque, un netto contrasto tra la ratio della circolare – ed i fini della stessa – e quanto espressamente riportato nella giurisprudenza citata dall’Ufficio; il dato comune è che comminare l’inammissibilità in caso di mancato reclamo darebbe luogo ad una irragionevole discriminazione tra i
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diritti dei contribuenti e le potestà dell’agente impositore. Alla luce di quanto appena espresso, ma soprattutto di quanto illustrato dalla circolare con le sentenze citate, il profilo invalidante dell’inammissibilità del ricorso in assenza di reclamo appare del tutto illegittimo e incostituzionale. Ne deriva, una totale incertezza della tutela giurisdizionale del contribuente, atteso che,allo stesso verrebbe preclusa la facoltà di adire la competente autorità giudiziaria, in ossequio ai principi sanciti dalla Costituzione. f. Il reclamo come istanza di autotutela obbligatoria Stando al tenore della norma – e come specificato relativamente alla natura dell’istituto del reclamo, inteso come un’istanza di autotutela obbligatoria – sembra doversi intendere che, l’Agenzia, quando parla di annullamento totale o parziale, possa ridurre in parte la propria pretesa, non solo limitatamente all’aspetto quantitativo, ma anche in merito ai contenuti e alle motivazioni dell’atto. Il dubbio, quindi, nasce spontaneo: se, a seguito della riduzione della pretesa impositiva, il contribuente decida comunque di instaurare un giudizio, si creerà – inevitabilmente – un’incongruenza tra il contenuto del ricorso e il contenuto dell’atto reclamato (parzialmente modificato). Sappiamo bene che il reclamo – per espressa disposizione normativa - dev’essere corrispondente al ricorso successivo; quindi in questi casi, come si concilierà la norma con la fattispecie in esame? Sarebbe forse opportuno, a parere di chi scrive, puntualizzare che l’annullamento parziale dell’atto preveda l’acquiescen-
za del contribuente relativamente alla parte non annullata; oppure, diversamente, prevedere in questi casi, la possibilità di integrare i motivi contenuti nell’atto. g. il reclamo e la cartella di pagamento Con il provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate (prot. n.2012/46586) datato 30 marzo 2012, vengono introdotte importanti novità sui profili applicativi delle cartelle di pagamento. Le motivazioni delle modifiche apportate ai fogli avvertenze sono riconducibili alle disposizioni contenute nell’art. 17 bis del D.Lgs. n. 546/92 – introdotto dall’articolo 39, comma 9, del dl 98/2011 – relative al reclamo ed alla mediazione, in base al quale ogni contribuente che intenda proporre ricorso avverso il ruolo a seguito del quale è emessa la cartella di pagamento notificata a decorrere dal 1° aprile 2012, per le impugnazioni di valore non superiore a ventimila euro, è tenuto a presentare preliminarmente reclamo alla Direzione provinciale o regionale che ha emesso il ruolo. Nel terremoto normativo che assale la moltitudine di contribuenti e professionisti, vengono ancora apportate importanti modifiche relativamente alle cartelle di pagamento e alle indicazioni in esse esplicitate. Dato per assodato che – con la circolare “esplicativa” n. 9/E/2012 dell’Agenzia delle Entrate – tra gli atti impugnabili e soggetti al reclamo obbligatorio c’è anche il ruolo, dall’agenzia delle Entrate, il provvedimento del 30 marzo 2012 del Direttore dell’Agenzia delle Entrate – prot. n. 2012/46586 – nelle “avvertenze, precisa che: “questa cartella
di pagamento può essere oggetto di reclamo – mediazione solo per vizi riguardanti il ruolo e non per contestazioni relative ai vizi propri della cartella (ad esempio un errore di notifica)”. Altresì importante risulta evidenziare che, le modifiche apportate nella pagina delle “avvertenze” della cartella di pagamento, risultano pressoché tardive, stante, ormai, l’attivazione della procedura obbligatoria in vigore già da qualche giorno. Importante ricordare che il termine che indica la soggezione della procedura del reclamo è costituito dal giorno in cui il contribuente riceve l’atto impugnabile; questo significa, che se l’agente della riscossione ha emesso una cartella, ad esempio in data 15 marzo 2012, la stessa avrà necessariamente dei vizi propri, in quanto la modifica è stata apportata in data 30 marzo 2012, con il provvedimento citato. La Corte di Cassazione a sezioni Unite – n. 16412/2007 – ha consolidato il principio in base al quale: “La correttezza del procedimento di formazione della pretesa tributaria è assicurata mediante il rispetto di una sequenza ordinata secondo una progressione di determinati atti, con le relative notificazioni, destinati, con diversa e specifica funzione, a farla emergere e a portarla nella sfera di conoscenza dei destinatari, allo scopo, soprattutto, di rendere possibile per questi ultimi un efficace esercizio del diritto di difesa. Nella predetta sequenza, l’omissione della notificazione di un atto presupposto costituisce vizio procedurale che comporta la nullità dell’atto consequenziale notificato e tale nullità può essere fatta valere dal contribuente mediante la scelta o di impugna-
re, per tale semplice vizio, l’atto consequenziale notificatogli - rimanendo esposto all’eventuale successiva azione dell’amministrazione, esercitabile soltanto se siano ancora aperti i termini per l’emanazione e la notificazione dell’atto presupposto - o di impugnare cumulativamente anche quest’ultimo (non notificato) per contestare radicalmente la pretesa tributaria: con la conseguenza che spetta al giudice di merito - la cui valutazione se congruamente motivata non sarà censurabile in sede di legittimità - interpretare la domanda proposta dal contribuente al fine di verificare se egli abbia inteso far valere la nullità dell’atto consequenziale in base all’una o all’altra opzione. L’azione può essere svolta dal contribuente indifferentemente nei confronti dell’ente creditore o del concessionario e senza che tra costoro si realizzi una ipotesi dì litisconsorzio necessario, essendo rimessa alla sola volontà del concessionario, evocato in giudizio, la facoltà di chiamare in causa l’ente creditore”. Infatti, fino ad oggi le innumerevoli fattispecie di cartelle notificate in assenza di atto prodromico hanno prodotto un atteggiamento consolidato dei difensori, i quali, impugnavano – con ricorso – la cartella per vizi propri e contestualmente – ma in via subordinata – il merito della stessa. 10. Quadro sinottico delle sanzioni Si allega al presente, il quadro sinottico delle sanzioni applicabili relativamente ad ogni istituto deflativo, attualmente in vigore con l’aggiunta dell’isti-
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Quaderni Fiscale tuto del reclamo obbligatorio che dovrà essere attivato con riferimento agli atti notificati a partire dal 02 aprile 2012. Come si evince dal prospetto, ogni istituto deflativo del contenzioso prevede una riduzione delle sanzioni contestuale alla sua applicazione. Appare opportuno sottolineare che, la norma che regola ogni singolo strumento pre-processuale, prevede espressamente tale riduzione, contrariamente a quanto si verifica con l’istituto del reclamo. È facile notare, al comma 8 dell’art. 17 bis, che “si applicano le disposizioni dell’art. 48, in quanto compatibili”. Questo significa che, non è garantita la misura percentuale di riduzioni delle sanzioni, ma vi è all’interno del dettato normativo, soltanto un rinvio, previo giudizio di compatibilità delle ISTITUTO DEFLATIVO
disposizioni, il che non assicura nessuna certezza nella sua applicabilità. A ben vedere, l’incentivo è subito tramutato in forte deterrente, se si considera, al comma successivo, come, nei casi di soccombenza di una delle parti, la condanna alle spese è maggiorata del 50% a titolo di rimborso delle spese di procedura del reclamo. È prevista anche la famosa “compensazione” delle spese, previa però verifica da parte del giudice dell’effettiva sussistenza dei motivi che hanno indotto la parte a rifiutare, in ultima analisi, la proposta dell’Ufficio. La nuova disciplina, secondo quanto specificato nella circolare, indica che la mediazione si applica anche ai provvedimenti concernenti le sanzioni per omessi o tardivi versamenti e quelle irrogabili agli inter-
NORMATIVA
% RIDUZIONE SANZIONI
mediari per la trasmissione telematica delle dichiarazioni, se inferiori al limite dei 20.000 euro, mentre rimangono escluse dal reclamo le sanzioni accessorie per mancata emissione della ricevuta o dello scontrino fiscale, perché il valore è indeterminabile. Inoltre, nell’ipotesi di autotutela parziale che riduce il valore della lite sotto 20.000 euro, afferma l’Agenzia, il contribuente dovrà presentare istanza di reclamo anche se il valore originario dell’accertamento era superiore a tale importo. Provvedimenti di irrogazione delle sanzioni. In tema di provvedimenti che concernono esclusivamente l’irrogazione delle sanzioni non superiori a 20.000 euro, il contribuente, prima di impugnare l’atto di irrogazione, deve presentare l’istanza di mediazione NOTE
1 Autotutela
Art.. 68 D.P.R. n.. 287/1992, Art. 2-quater D.L. n. 564/1994 100% (conv. nella Legge n. 656/1994) e del D.M. n. 37/1997
Nel caso di annullamento totale dell’atto vi sarà una riduzione del 100% delle sanzioni; nel caso di annullamento parziale, la % di riduzione sarà commisurata alla riduzione delle imposte definite in autotutela.
2 Adesione al pvc
Art. 5 bis D. Lgs. n. 1/6 del minimo edittale In base alle modifiche apportate dalla L. 220/2010, art. 1 comma 18, le sanzioni applicabili agli atti emessi a 218/1997 partire dal 1 febbraio 2011 sono pari ad 1/6 del minimo; per gli atti emessi fino al 31.01.2011 la riduzione è pari ad 1/8 del minimo.
3 Adesione all’invito al Art. 5, co 1-bis D. Lgs. 1/6 del minimo edittale La legge di stabilità n. 220/2010 ha modificato con l’art. 1 comma 18, gli importi delle sanzioni che passano da contraddittorio n. 218/1997
1/8 del minimo per gli atti emessi fino al 31.01.2011, ad 1/6 del minimo edittale per gli atti emessi dal 1° febbraio 2011.
4 Adesione su istanza del Art. 6 D. Lgs. n. 1/3 del contribuente 218/1997 edittale
5 Acquiescenza ordinaria Art. 15 D. Lgs. n. 1/3 218/1997
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minimo In base agli artt. 2 e 3 del D. Lgs. 218/97, come modificati dall’art. 1 comma 21 della L. 220/2010, le sanzioni passano da 1/4 del minimo per gli atti emessi fino al 31.01.2011, ad 1/3 del minimo per gli atti emessi a partire dal 1° febbraio 2011.
In base a quanto previsto dalla norma, come modificata dall’art. 1 comma 18, lett. c della L. n. 220/2010, la riduzione delle sanzioni, con riferimento agli atti emessi dal 01.02.2011 passa da 1/4 dell’irrogato a 1/3 dell’irrogato.
ISTITUTO DEFLATIVO
NORMATIVA
% RIDUZIONE SANZIONI
NOTE
6 A c q u i e s c e n z a Art. 15, comma 2-bis 1/6 rinforzata D. Lgs. n. 218/1997
Al fine di uniformare l’acquiescenza all’adesione ai pvc e all’adesione agli inviti al contraddittorio, in sede di conversione del D.L. 158/2008 , il legislatore ha introdotto l’acquiescenza rinforzata che prevede, qualora il contribuente non abbia ricevuto né un pvc definibile ex art 5 bis del D.L. 218/97 né un invito al contraddittorio, una riduzione delle sanzioni pari ad 1/6 dell’irrogato per gli atti emessi a partire dal 01.02.2011; per gli atti emessi fino al 31.01.2011 la riduzione è di 1/8.
7 Reclamo e mediazione
Art. 17 bis D. Lgs. n. 40% delle somme 546/1992 irrogabili in rapporto all’ammontare del tributo risultante dalla proposta di mediazione; in ogni caso, non inferiore al 40% dei minimi edittali previsti per le violazioni più gravi relative a ciascun tributo (segue la disciplina della conciliazione)
Le parole “del 40% e al 40%” sono state sostituite alle parole “di un terzo e ad un terzo” dall’art. 1 comma 19, Legge n. 220 del 13.12.2010. Ai sensi del medesimo comma 19; le modifiche di cui al presente comma hanno effetto a decorrere dal 1° febbraio 2011.
8 Conciliazione giudiziale Art. 48 D. Lgs. n. 546/ 40% delle somme 1992 irrogabili in rapporto all’ammontare del tributo risultante dalla conciliazione; in ogni caso, non inferiore al 40% dei minimi edittali previsti per le violazioni più gravi relative a ciascun tributo
Le parole “del 40% e al 40%” sono state sostituite alle parole “di un terzo e ad un terzo” dall’art. 1 comma 19, Legge n. 220 del 13.12.2010. Ai sensi del medesimo comma 19; le modifiche di cui al presente comma hanno effetto a decorrere dal 1° febbraio 2011.
In questo caso, l’ufficio dovrà verificare i presupposti per l’annullamento dell’atto in autotutela o per la rideterminazione della sanzione se sia stata irrogata in misura superiore al minimo edittale. Nel caso di definizione dell’atto in sede di mediazione, le sanzioni si applicano nella misura del 40%, fermo restando che in ogni caso l’importo non potrà essere inferiore al 40% dei minimi edittali previsti per le violazioni più gravi relative a ciascun tributo.
La mediazione tributaria si applica, inoltre, ai provvedimenti di irrogazione di sanzioni per i quali è ammessa la definizione mediante acquiescenza, con il beneficio della riduzione delle somme dovute e ai provvedimenti di irrogazione delle sanzioni applicabili agli intermediari per le violazioni relative alla trasmissione delle dichiarazioni di cui agli articoli 7-bis e 39, D.Lgs. n. 241/1997, in quanto tali sanzioni, come già chiarito in precedenza dall’Agenzia (circolare n. 52/E del
27 settembre 2007 e circolare n. 11/E del 19 febbraio 2008), hanno natura amministrativotributaria. Soltanto nel caso di sanzioni che prevedono la chiusura o la sospensione della licenza di esercizio per non aver emesso fatture o scontrini fiscali non è previsto l’obbligo di mediazione tributaria, dal momento che l’importo da pagare è di “valore indeterminabile”. Omessi o tardivi versamenti ex art. 36 bis DPR N. 600/73. Nelle ipotesi in cui dal control-
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Quaderni Fiscale lo automatizzato emerga un mancato o tardivo pagamento dell’imposta, l’ufficio recupera il debito operando la sanzione del 30% (art. 2, comma 1, D.Lgs. n. 462/ 1997 e art. 13, comma 1, D.Lgs. n. 471/ 1997). La sanzione viene ridotta al 10% se il contribuente effettua il versamento entro 30 giorni dalla comunicazione di irregolarità. In caso di mancato pagamento l’Ufficio procede all’iscrizione a ruolo, che può essere impugnata con ricorso alla Commissione tributaria provinciale. In tale ipotesi, se il valore della controversia non è superiore a 20.000 euro, il contribuente dovrà presentare preliminarmente istanza di mediazione. Mediazione tributaria e definizione agevolata (art. 16, comma 3 e art. 17, comma 2 D. Lgs. 472/97. In premessa, l’ufficio chiarisce che la sanzione tributaria può essere irrogata tramite “atto di contestazione” ai sensi dell’art. 16 D. Lgs 472/97, ovvero nel caso di sanzioni collegate al tributo cui si riferiscono, “con atto contestuale all’avviso di accertamento o di rettifica”. La circolare n. 33/E del 2012 ha analizzato l’ipotesi dell’”atto di contestazione”, precisando che l’autore della violazione può alternativamente, entro il termine per ricorrere: 1) definire la sanzione con il pagamento nella misura ridotta a 1/3, ai sensi dell’art. 17, comma 2, D.Lgs. n. 472/1997; 2) presentare deduzioni difensive; 3) impugnare immediatamente l’atto innanzi alla Commissione tributaria provinciale previa presentazione dell’istanza di mediazione. Inoltre, l’Agenzia ha precisato che, così come nella definizio-
ne agevolata, anche nella mediazione tributaria lo sconto non è applicabile agli omessi o tardivi versamenti quando “la riduzione delle sanzioni sia più elevata di quanto consentito per effetto di acquiescenza in una fase amministrativa antecedente a quella della mediazione”. Cumulo giuridico. La circolare precisa che in nessun caso è ammessa l’applicazione di una riduzione diversa rispetto a quella al 40% della sanzione confermata o rideterminata. Nell’ipotesi di cumulo giuridico (art. 12, D.Lgs. n. 472/1997) - che prevede l’applicazione della sanzione relativa alla violazione più grave aumentata da 1/4 al doppio, senza però superare la somma delle sanzioni previste per ogni singola trasgressione - nel caso di accordo, va calcolata sulla sanzione calcolata in base alla regola del cumulo definita dal cumulo. Mediazione e autotutela parziale Altra questione trattata dal documento di prassi è quella relativa all’ipotesi di autotutela parziale. Nel caso in cui - a seguito di autotutela parziale - un debito contestato di oltre 20.000 euro scenda a un importo inferiore a tale limite, il contribuente è tenuto alla mediazione per tentare di risolvere la controversia con l’ufficio prima in via amministrativa. Se, invece, la riduzione in autotutela dell’importo originario avviene dopo la notifica del ricorso, ma prima del deposito in Commissione tributaria, la mediazione non può essere applicata. Consolidato nazionale Nelle ipotesi di accertamento nei confronti di società consolidate, l’ammontare della somma contestata è quella che risulta
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dall’atto unico originario, anche se la consolidante presenti il modello IPEC per lo scomputo delle perdite successivamente alla notifica di tale atto (art. 40-bis, D.P.R. n. 600/1973). Infatti, ha affermato l’Agenzia, applicando i criteri della circolare n. 9/E del 2012, sulla perdita scomputata dovrebbe essere calcolata la “imposta virtuale” (cui andrebbe sommata l’eventuale imposta rideterminata a seguito del ricalcolo) ottenendo esattamente l’importo accertato con l’atto unico originario. 12. Conclusioni Dopo aver analizzato l’istituto del reclamo, che ricordiamo ha debuttato il 1° aprile 2012 e quindi, relativamente a tutti gli atti notificati dal 2 aprile 2012, emergono notevoli profili di criticità e di incertezza che non risolvono le problematiche attuali relative alla moltitudine e complessità dei contenziosi, sia dalla parte del contribuente, sia dalla parte dell’Amministrazione finanziaria. L’intento legislativo è sicuramente ispirato sì al tentativo di un bonario componimento delle controversie in atto – seppur delimitato a determinati parametri, sia in termini di soglie economiche, sia in termini di imposte – ma, appare evidente, che nonostante il profilo positivo che si vuol dare al nuovo istituto, la gran parte del “sentimento” ce la debbano mettere il contribuente da un lato, e l’amministrazione dall’altra. Mi riferisco, soprattutto alla fase della mediazione, a quei principi, tanto rincorsi nel corso dell’evoluzione legislativa tributaria, di collaborazione, buona fede, correttezza e ragionevolezza. Sicuramente esperire un ten-
tativo di “conciliazione” in via preliminare al ricorso introduttivo, costituisce un aspetto positivo delle vicende giudiziali tributarie, ma forse, prim’ancora dell’inserimento di nuove norme – che peraltro ripercorrono strade recanti enormi successi negli ultimi anni, come ad esempio l’istituto dell’adesione e gli altri strumenti deflativi – sarebbe opportuno procedere ad una “rivisitazione” delle norme esistenti. In altri termini, piuttosto che inserire, prima della proposizione del ricorso, un istituto “bloccante” ai fini di un dispendio di energie economiche e giudiziali, perché, ad esempio non rivedere la fase antecedente all’emissione degli atti di accertamento? Occorre notare, infatti, che l’inasprimento e l’aumento degli accertamenti sicuramente risponde all’esigenza della tanto esercitata “lotta all’evasione”, ma parimenti non è prevista una altrettanto rinforzata e decisa tutela dei contribuenti, che ad oggi, già a stento riescono a far valere i propri diritti mediante, ad esempio, le norme presenti all’interno dello Statuto del Contribuente. Proprio in base alle finalità dell’art. 17 bis – inteso come strumento inibitore degli accessi al contenzioso – sarebbe auspicabile trovare una via d’incontro relativamente alla fase di riscossione che prende strada decorsi 60 giorni dalla notifica dell’atto di accertamento. Infatti, ricordiamo che, decorso il termine entro cui è possibile presentare il reclamo, le pretese erariali possono, in tutto o in parte, essere soddisfatte anche coattivamente, oltre al fatto che ben potrebbero essere attivate le misure cautelari e
conservative. In questo senso, sarebbe opportuno inserire un intervento legislativo, volto quanto meno, ad inibire la fase della riscossione in pendenza di reclamo ex art. 17 bis. Inoltre, la norma, appena nata, precisa che l’istituto che si occuperà della valutazione dei reclami, è autonomo ed indipendente rispetto all’Ufficio che ha emesso l’atto di accertamento. Come può un ufficio – seppur autonomo e indipendente – facente parte dello stesso gruppo impositore (peraltro contraente più forte quanto a strumenti accertativi, collaborazioni pubbliche, raccolta dati) valutare asetticamente e imparzialmente, una proposta basata su un atto emesso, magari da un ex collega d’ufficio?? E come potrebbe, lo stesso operatore, predisporre una proposta di mediazione, senza aver preventivamente, come accade nel processo civile, fatto le opportune valutazioni alla luce di una preparazione mirata a ricoprire il ruolo di mediatore? Ma soprattutto, chi si occuperà personalmente di valutare l’opportunità di una definizione transattiva pregiudiziale? Con quali competenze?? Non sarebbe forse arrivato il momento di ristabilire i ruoli e le competenze all’interno dell’Amministrazione finanziaria?? Magari anche rispettando i principi sanciti dalla L. 241/90 in materia di trasparenza, oltre che i rilievi forniti dallo Statuto del Contribuente, ormai divenuto esclusivamente una fonte inutilizzata e neanche presa in considerazione. La notizia relativa al distacco degli uffici del contenzioso, rispetto agli uffici da cui promanano gli atti di accertamento, non provoca alcun sollievo nei
contribuenti; non v’è traccia alcuna dell’imparzialità che dovrebbe regnare sovrana nella fase giudiziale. La circostanza relativa al ridimensionamento delle sanzioni, in caso di reclamo – che seguono la disciplina della conciliazione giudiziale ex art. 47 d.Lgs 546/92, in misura pari al 40% - non garantisce la preferenza dell’istituto, rispetto, ad esempio, all’istituto dell’adesione, che accoglie successi da una quindicina di anni. Anzi, utilizzare il reclamo e non l’adesione, significherebbe, in virtù dell’espresso rinvio all’art. 18 del D.Lgs 546/92 – contenuto nel comma 6 dell’art. 17 bis – esporre in via anticipata, rispetto al momento del contraddittorio giudiziale, pregiudicando qualsiasi strategia difensiva e ponendo l’Ufficio – già contraente più forte – in una posizione di vantaggio rispetto al contenuto del ricorso e alle eccezioni del contribuente. L’istituto del reclamo, pertanto, non risulta essere uno strumento deflativo, come piace catalogarlo alla “parte di potere”, ma altresì, risulta una lungaggine processuale a puro ed esclusivo vantaggio dell’Ufficio. Appare, così, enormemente sconcertante, come il legislatore si preoccupi di inserire dei nuovi istituti, configuranti, in alcuni casi, delle fattispecie già proposte o similari, piuttosto che preoccuparsi, invece, di stabilire – come peraltro la Costituzione prescrive – un sistema giudiziario basato realmente sull’imparzialità e sulla terzietà degli organi giudicanti. Nonostante i tentativi degli ultimi mesi, pare che non ci si voglia ancora rendere conto delle violazioni persistenti nei confronti dei contribuenti; un esempio lampante è costituito
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Quaderni Fiscale da tutta la parte istruttoria del processo tributario, che, nonostante l’espresso rinvio formulato nell’incipit del D. Lgs. 546/92, non gode ancora degli stessi diritti del processo civile. Anche l’istituto della mediazione ha radici civilistiche, ad oggi pare con ottimi risultati. Ciò che ancora però non si comprende, è come mai, in un sistema impositivo gestito da chi verifica la capacità contributiva dei contribuenti, la capacità produttiva delle società, le differenze relative alle compagini sociali, i tenori di vita e quindi monitorizza l’andamento economico del Paese, non ci si ponga il problema delle competenze dei propri operatori, l’utilizzo, ed in alcuni casi, la modifica o l’integrazione delle norme già esistenti in materia
giudiziale, prim’ancora di predisporre dei rimedi alle situazioni di “oggettive” violazioni di norme. Ebbene non dimenticare che, anche il reclamo, come gli altri strumenti a disposizione dei contribuenti, è stato creato in uno scenario che come presupposto ha un atto di accertamento già notificato; questo rilievo, evidenzia una latente discrasia tra gli intenti di deflazione del contenzioso – sbandierati in ogni provvedimento legislativo – e l’effettivo utilizzo degli strumenti – ormai sempre gli stessi – a difesa dei contribuenti. Basterebbe che ci fosse – effettivamente – un organo terzo ad esercitare la mediazione fiscale; ad esempio non sarebbe affatto una cattiva idea, riattivare la figura del Garante del Contribuente – già presente
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sulla scena tributaria – che, peraltro riceve già nel panorama fiscale “un potere di iniziativa di ufficio eteronoma”, ad esempio nell’autotutela – si è, invece, ultimamente vista depauperata di due unità, a fronte di un risparmio relativo al compenso di due dei tre soggetti che componevano il collegio. Il Garante del Contribuente che, a partire dal 1 gennaio 2012, è diventato organo monocratico, non è stato incluso nella procedura di mediazione, nemmeno relativamente alla fase introduttiva, relativa al rispetto delle forme e dei termini del reclamo. Sembra del tutto illogico, ma tant’è. Colui che si fa portatore sano dei diritti dei contribuenti, non parteciperà alla fase dell’incontro di volontà, tra l’ufficio e le parti.
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