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Documento di lavoro RENA www.progetto-rena.it


Vogliamo occuparci di lavoro. Perche è il lavoro la vera emergenza nazionale. Perché

solo il lavoro può rimettere in moto l’Italia, rifondare la Repubblica. Perché, nonostante il tema sia complesso, il dibattito resta ancora troppo ideologico e rivolto al passato. Perché pos siamo tornare a crescere. Perché il lavoro può diventare la prossima frontiera dell’innovazione. Perché saranno gli investimenti nel capitale umano a permetterci di cambiare passo nei prossimi dieci o vent’anni. Per dare speranza a tutti coloro che pensano che sia ancora possibile inseguire i sogni, alzarsi la mattina col sorriso sulla bocca, uscire di casa, e con la propria energia accendere il Paese. Vogliamo occuparci di lavoro, e abbiamo deciso di cominciare a farlo a partire da Milano, il 24 giugno 2011, con un dibattito pubblico intitolato (pre)occupiamoci, in occasione del quale mettere sul tavolo idee, riflessioni, provocazioni, e cominciare ad aggregare arenauti, esperti esterni a RENA, attori rilevanti del tessuto politico, economico e sociale, altre associazioni, cittadini - con l’obiettivo di arrivare a formulare proposte concrete per favorire l’occupazione, in particolare quella giovanile.

Queste proposte saranno rivolte a tutti gli attori coinvolti - il legislatore, il governo, le imprese, i sindacati, le associazioni di categoria, i lavoratori, i disoccupati – perché crediamo che tutti possano fare qualcosa. E serviranno per rendere concreta una nuova visione del lavoro in Italia, basata sui valori di apertura, responsabilità, trasparenza, equilibrio. Per ora, le pagine che seguono presentano la situazione da cui partiamo e riflettono questa visione. Dicono dove siamo e dove vogliamo andare. A partire da Milano servirà ancor più intelligenza collettiva per capire come arrivarci.

2.


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DOVE SIAMO OGGI . 1

La disoccupazione, in particolare quella giovanile, e la precarietà dei rapporti di lavoro sono un problema europeo, non solo italiano. In tutta Europa, infatti, le nuove generazioni accedono al mercato del lavoro in primo luogo attraverso “forme di occupazione atipiche, altamente flessibili, non stabili e precarie” e tali forme contrattuali sono sempre meno frequentemente “un trampolino per l’accesso 2 ad un lavoro stabile”. Il caso italiano presenta, tuttavia, alcune peculiarità e problematiche specifiche che acuiscono il problema. I giovani italiani, infatti, come lo stesso Governo riconosce, “entrano tardi e male - e cioè in età avanzata rispetto ai coetanei europei e con conoscenze poco spendibili - nel mercato del lavoro con la conseguenza di un frequente intrappolamento ai margini di esso e con lavori di bassa qualità.”.3 Il ritardo del nostro paese ha diverse cause: vi sono carenze normative, squilibri economici, motivazioni culturali. Tutti questi fattori, messi insieme, rendono il lavoro e la disoccupazione giovanile un problema urgente che deve essere posto all’attenzione delle istituzioni e dei policy maker. Le sezioni a seguire offrono una panoramica della situazione italiana e si pongono l’obiettivo di inquadrare il tema.

1. Il documento è stato preparato per RENA da Elena Fenili, Giuseppe Romanato, Valeria Vacchiano, con il contributo di Andrea Beltramello, Daniele Mocchi, Eva Giovannini, Sara Callegari, Serenella Mattera. Si ringraziano per i loro commenti su una prima bozza Filippo Taddei,Giuseppe Ragusa, Michel Martone, Francesco D’Amuri. Per informazioni: segreteria@progetto-rena.it 2. Risoluzione del Parlamento europeo 2009/2221(INI), B 3. “La vita buona nella società attiva” Libro bianco sul futuro del modello sociale, Ministero del Lavoro della Salute e delle Politiche Sociali, 2009, p. 19.

4.


La dualita del mercato del lavoro: il contesto legislativo Secondo la legge italiana il contratto di lavoro è stipulato di regola a tempo indeterminato, salvo in casi particolari in cui è possibile

apporvi un termine, cioè una scadenza. Negli ultimi anni, tuttavia, si è fatto largamente uso dei cosiddetti contratti atipici. Tali contratti, diversamente dai contratti di lavoro “tipizzati” (lavoro autonomo e lavoro subordinato a tempo indeterminato), tanto nella forma della para subordinazione, quanto in quella del contratto di lavoro dipendente a tempo determinato, nascono in Italia per rispondere all'esigenza di assicurare una parziale flessibilità del fattore lavoro. Il mercato del lavoro italiano è sostanzialmente divenuto un mercato duale: esiste una netta linea di demarcazione tra i contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato e la complessa articolazione dei contratti a termine “atipici”. Infatti, mentre il rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, disciplinato dalla Contrattazione collettiva nazionale (Ccnl)4, gode di un ampio sistema di welfare, la disciplina del rapporto di lavoro a tempo determinato è stata più volte rivista nel 4. Stipulati a livello nazionale tra le parti sociali che si accordano tra loro.

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corso del tempo, senza però riuscire a colmare il gap che si è venuto a creare (in termini di diritti e garanzie) con i lavoratori a tempo indeterminato. E questo avviene nonostante l’Unione Europea, con la Direttiva 70 del 1999, abbia sancito il divieto di attuare una disparità di trattamento fra lavoratori a tempo determinato e lavoratori a tempo indeterminato. La disciplina che regola i contratti di lavoro a termine è complessa. Fino al 2001, la disciplina era regolata da una legge risalente al 1962,5 che è stata poi integrata nel 19876 e nel 19977. Successivamente, con l’entrata in vigore del Decreto Legislativo 6 settembre 2001 n. 368, di attuazione della citata Direttiva n. 70/1999, tale normativa è stata ampiamente modificata, con l’obiettivo di rendere maggiormente dinamici l’ingresso e l’uscita dei lavoratori dal mercato del lavoro, garantendo allo stesso tempo la tutela delle medesime condizioni di impiego tra lavoratori a termine e non. Le modifiche più rilevanti risalgono, tuttavia, alla Legge 14 febbraio 2003 n.30 che introduce in Italia radicali cambiamenti nel modello giuridico di contratto di lavoro privato subordinato. La portata innovativa di questa legge sta nell’opporre alla rigidità di un sistema ritenuto generatore di alti tassi di disoccupazione, il principio secondo cui la flessibilità rappresenta il mezzo migliore per agevolare la creazione di nuovi posti di lavoro. La riforma modifica e/o prevede per la prima volta istituti come la somministrazione del lavoro, il contratto di apprendistato, il contratto di lavoro ripartito, il contratto di lavoro intermittente, il lavoro accessorio e il lavoro occasionale, nonché il contratto a progetto, e introduce procedure di cd. certificazione dei contratti di lavoro atipici (al fine di ridurre il contenzioso sul lavoro e prevenire l’insorgere del lavoro irregolare) nonché la cd. “Borsa continua nazionale del lavoro”, ossia un luogo di incontro fra domanda e offerta di impiego. La Legge n.30 pone inoltre tra i suoi obiettivi l’innalzamento del tasso di occupazione dei soggetti cosiddetti svantaggiati, tra cui le donne, in particolare prevedendo che: “Tutte le donne assunte con contratto di inserimento, a prescindere dalla zona geografica di appartenenza, hanno la possibilità di fruire dell'agevolazione contributiva del 25%. [...]. Gli incentivi consistono in una riduzione, pari o superiore al 25%, dei contributi previdenziali ed assistenziali a carico del datore di lavoro”. La Legge n.30 esclude, infine, dal suo campo di applicazione il pubblico impiego, precedentemente disciplinato dal Decreto Legislativo 165/2001 (cd. “Testo Unico sul Pubblico Impiego”), per il quale è comunque riconosciuta la possibilità di prevedere forme contrattuali flessibili di assunzione e impiego del personale, demandando però alla contrat5. Legge 230/1962. 6. Legge 56/1987. 7. Legge 24 giugno 1997, n. 196 ha introdotto nell’ordinamento italiano il lavoro interinale (= temporaneo), precedentemente vietato dalla Legge n. 1369 del 1960 (Divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro). L’istituto del lavoro interinale è stato poi abrogato dalla Legge n.30 in favore della figura della cd. somministrazione del lavoro, al fine di favorire - tramite la compresenza dell’ “impresa somministratrice”, ovvero l’agenzia per il lavoro - un più agevole ricorso a tale istituto.

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tazione collettiva il dettaglio della disciplina con le specificità del settore di riferimento. Non viene quindi previsto, in tale campo, un automatismo nella conversione, dopo un certo tempo, del rapporto di lavoro flessibile in contratto a tempo indeterminato.

In sintesi, oggi per ricorrere a un contratto di lavoro a termine è necessario che: L’azienda dettagli nel contratto la motivazione (o causale), pena l’inefficacia del termine apposto; Sia concretamente verificabile un’esigenza oggettiva che legittimi il ricorso a un contratto a termine anziché a tempo indeterminato. In particolare, la legge 6 agosto 2008 n. 133 ha previsto l’apposizione di un termine al contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo “anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro”; La durata massima del contratto a termine non superi i 36 mesi, sia per quanto attiene la durata di un singolo contratto, che in caso di successione di più contratti. Tale norma è tuttavia derogabile da diverse disposizioni di contratti collettivi di categoria (nazionali, provinciali e territoriali). Come si può evincere dalla breve descrizione fatta, la legislazione è pertanto estremamente frammentata. Questo aspetto, accanto all’elevato numero di contratti e di livelli di inquadramento, disorienta le imprese (soprattutto quelle mediopiccole) ed è una della cause del cattivo funzionamento del mercato del lavoro.

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Il lavoro e i giovani: il contesto economico OGGI . 1

Negli ultimi anni, in particolare a seguito della crisi economica, la condizione lavorativa delle giovani generazioni è significativamente peggiorata. Lo si può evincere da diversi fattori: il livello salariale, la precarizzazione dei rapporti di lavoro e, non da ultimo, un elevato tasso di disoccupazione. Per quanto riguarda il livello salariale, negli ultimi due decenni si è assistito in Italia ad un peggioramento della posizione salariale relativa dei lavoratori più giovani rispetto a quelli più anziani. Il differenziale salariale tra giovani e vecchi è passato dal 20% della fine degli anni 80 al 35% nei primi anni 2000.8 Inoltre, l’analisi economica9 evidenzia che non ci sono segnali di recupero nel tempo: i giovani di età compresa tra i 19 e i 30 anni guadagnano meno all’inizio della carriera lavorativa, per poi mostrare una crescita salariale analoga a quella delle precedenti coorti. Di conseguenza il livello salariale dei lavoratori entrati nel mercato del lavoro più recentemente rimane più basso durante tutta la carriera lavorativa.

Come accennato, questo elemento si accompagna a una progressiva flessibilizzazione dei rapporti di lavoro che ha interessato in maniera preponderante gli individui alle prime esperienze lavorative. I contratti di lavoro temporaneo non solo sono normalmente utilizzati dalle imprese per far fronte a picchi produttivi e come strumento di prova, ma sono usati anche per coprire posizioni di natura non temporanea, con l’obiettivo di ridurre i costi elevati e la ridotta flessibilità associabile a contratti 8. Rosolia e Torrini, 2007 9. Fonte: Banca d’Italia, testo di discussione n. 639, settembre 2007.

8.


a tempo indeterminato. Secondo l’ultimo rapporto Istat (2011), i lavoratori con contratto a termine percepiscono, infatti, una retribuzione mensile netta che è in media inferiore del 24% rispetto a quella di un lavoratore a tempo indeterminato (a parità di settore, età, istruzione, genere e area geografica la differenza rimane pari al 20%10). Infine, i lavoratori “parasubordinati”, ossia formalmente autonomi ma di fatto dipendenti, sono soggetti a un prelievo contributivo ridotto (anche se dal 2010 ci sono stati miglioramenti con l’aumento della contribuzione INPS 26,7, di cui due terzi a carico dell’impresa, per ridurre la disparità di contribuzione). Maggiore flessibilità, minori retribuzioni e, in alcuni casi, un ridotto cuneo fiscale hanno reso conveniente per le imprese offrire una successione di contratti temporanei anche per coprire posizioni permanenti, in particolare quando queste non richiedono un investimento in formazione specifica o sono occupate da lavoratori facilmente sostituibili. Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione è utile evidenziare che, durante la crisi, i lavoratori impiegati con contratti atipici (prevalentemente giovani) sono stati quelli maggiormente interessati dalla contrazio11 ne dell’occupazione (-7,3% solo nel 2009 ). Secondo le elaborazioni dell’Istat, tra il 2007 e il 2010, circa la metà del calo dell’occupazione ha riguardato i lavoratori impiegati con contratti temporanei. Inoltre, la quota di lavoratori atipici che ha ottenuto a distanza di un anno un lavoro a tempo indeterminato si è quasi dimezzata tra il 2008 e il 2010, passando dal 21,2% al 13,9% (si veda Fig. 1).

27,1

5,5

54,2

13,2

25,7

1,6

62,7

10,0

20072008 23,4

2,4

57,3

16,9

20,6

18,1

13,9 1,6

4,9

47,0

27,5

20082009 18,0 2,3

61,6

61,9

22,6

20092010 23,9

6,6

44,5

25,0

25,9

4,9

53,3

15,9

20072008 17,4

4,8

43,0

34,8

21,1

3,7

50,9

24,3

20082009 13,3 7,0

55,9

23,8

15,7 3,5

60,1

20,7

20092010 Standard

Parzialmente standard

Atipici

Non occupazione

Figura 1 - Istat, Rapporto annuale sul 2010. Permanenze e flussi in uscita dall’occupazione atipica 18-29 anni. I trimestre 2007 - I trimestre2010 (composizioni percentuali) 10. Fonte: Banca d’Italia 11. Rapporto ISTAT, 2011

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E’ utile aggiungere che pur essendo maggiormente esposti al rischio di perdita dell’impiego, i lavoratori a termine sono anche meno coperti da ammortizzatori sociali. Infatti, secondo le elaborazioni della Banca d’Italia12, la percentuale dei lavoratori a tempo indeterminato sprovvisti di ammortizzatori sociali sarebbe pari al 4,3%, al 31,8% per i lavoratori dipendenti a tempo determinato e al 39,9% per gli interinali, per superare l’80% nel caso dei parasubordinati13 (si veda Fig. 2).

Contratto A tempo Indeterminato

Trattamento

N° di lavoratori

% sul totale

N° medio di mesi

Mobilità

2.864

25,3

22

Disoccupazione a requisiti pieni

7.412

65,6

9

Disoccupazione a requisiti ridotti

534

4,7

6

Nessuno

492

4,3

-

Totale

11.302

100,0

Disoccupazione a requisiti pieni

940

47,8

9

Disoccupazione a requisiti ridotti

402

20,4

6

Nessuno

626

31,8

-

Totale

1.968

100,0

Disoccupazione a requisiti pieni

40

34,9

8

Disoccupazione a requisiti ridotti

29

25,2

6

Nessuno

46

39,9

-

Totale

116

100,0

Disoccupazione a requisiti pieni

225

86,4

3

Nessuno

35

13,6

-

Totale

260

100,0

Collaboratori a progetto

Una tantum

93

17,2

1

e altri autonomi

Nessuno

449

82,8

-

Totale

542

100,0

A tempo determinato

Interinali (contratto di somministrazione)

Apprendisti

parasubordinati

Totale

14.188

di cui: senza alcun trattamento

1.648

11,6

Figura 2 - Fonte: elaborazioni su dati Istat. Rilevazione sulle forze di lavoro EU-SILC; cfr. nell’ Appendice la Sezione: Note metodologiche A ciò si è aggiunto che, durante la crisi, la probabilità di trovare un primo impiego è drasticamente diminuita. Ne è risultato un robusto aumento del tasso di disoccupazione tra gli individui di età compresa tra i 16 e i 24 anni, che sfiorava il 30% alla fine del 2010, un valore vicino ai massimi toccati negli anni 1993-1998; nel periodo compreso tra il 2007 e il 2010, il tasso di disoccupazione giovanile era circa tre volte e mezzo quello medio, un valore mai toccato prima (si veda Fig. 3 e 4). 12. Relazione annuale sul 2008 13. Dati al 2008

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Anno

Giovanile (16-24)

Totale

1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010

25.4 29.9 30.4 30.4 30.9 30.3 30.9 28.8 26.1 23.9 23.1 22.6 24.7 24.3 22.6 23.2 23.9 27.9 29.8

9 10.5 11.1 11.1 11.2 11.3 11 .4 10.6 9.6 8.9 8.5 8.3 8.2 8 6.9 6.6 7.1 8.6 8.7

Figura 3 - Fonte: Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro. La dinamica del tasso di disoccupazione, 1992-2010. Quarto trimestre di ciascun anno.

Rapporto tra tasso di disoccupazione giovanile e tasso di disoccupazione totale. 3,9 3,9 3,9 3,9 3,9 3,9 3,9 3,9 1990

1992

1994

1996

1998

2000

2002

2004

2006

2008

2010

2012

Figura 4 - Elaborazioni Banca d’Italia su dati ISTAT, Rilevazione sulle Forze di lavoro, vari anni.

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DOVE VOGLIAMO ANDARE?

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Così recita il primo articolo della nostra Costituzione. Tuttavia i dati illustrati nella sezione precedente sono impietosi: evidenziano una situazione occupazionale di persistente difficoltà. Ed evidenziano soprattutto, che le difficoltà occupazionali, che si evincono dai dati sul tasso di disoccupazione, sulla media delle retribuzioni salariali, sull’asimmetria degli ammortizzatori sociali colpiscono soprattutto una fascia della popolazione: la generazione nata dopo il 1970. Volendo trovare un titolo a effetto potremmo dire che il nostro primo articolo della costituzione, oggi, nel giugno 2011, potrebbe essere modificato nel modo seguente: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, se hai più di 40 anni.”. Tutto questo non avviene casualmente, ma accade per precise scelte di politica economica e sociale. Il mercato del lavoro duale, un sistema di welfare ancora in gran parte tarato su categorie novecentesche, un sistema di rappresentanza sindacale obsoleto, che tutela maggiormente gli “insider” degli “outsider”, gli investimenti limitati nel nostro Paese da parte di molte imprese, sono tutti aspetti che hanno un denominatore comune: la scelta consapevole di crescere, o più spesso di non crescere, a discapito di una generazione. Questo dato riflette la scelta consapevole di privilegiare i diritti acquisiti e di delegare alla famiglia, divenuta sempre di più in questi anni una sorta di sistema di welfare “atipico”, la tutela e la protezione di quelle categorie, in particolare i giovani, che sono emarginate dal sistema tradizionale. Senza dubbio questo scarso coraggio è acuito o favorito anche dall’incapacità delle giovani generazioni di fare sentire in modo organico la propria voce o, utilizzando un termine desueto, di difendere i propri interessi. Ma la verità, è che quando leggiamo cifre come quelle riportate nella sezione precedente non possiamo non vedere il rischio concreto di perdere un’intera generazione. Il rischio è ancora più grande se i dati da

12 .


noi elaborati vengono letti e inquadrati in una prospettiva di lungo periodo, per cui il vero rischio è di perdere tutte le nuove generazioni a venire e non solo quella attuale. RENA (Rete per l’Eccellenza Nazionale) ritiene che i problemi che affliggono la società italiana possano essere affrontati solo partendo dalla diffusione di alcuni valori chiave, da cui far discendere poi politiche specifiche. Prima di discutere e provare a capire quali potrebbero essere queste soluzioni concrete, bisogna quindi riscoprire il “minimo comune denominatore” su cui fondare il consenso e riflettere come comunità. RENA ritiene che questi valori siano: l’Apertura, la Responsabilità, la Trasparenza e l’Equilibrio. Da questi valori dovremmo ripartire per creare un mercato del lavoro a regola d’ARTE. Nello specifico, riteniamo che tali valori debbano essere declinati nel mercato del lavoro nel seguente modo:

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APERTURA.

I dati ci dicono che la disoccupazione giovanile in Italia ha raggiunto una soglia preoccupante, notevolmente superiore alla media

europea, e che la percentuale dei giovani che vive nel limbo (in quanto sono disoccupati, non sono alla ricerca di un lavoro e non sono inseriti in un percorso di formazione14) ha superato il livello di guardia. Le cause strutturali che hanno portato a questa situazione sono molteplici. Tra le più importanti vi è sicuramente la bassa mobilità sociale, che affligge il nostro Paese. Pertanto “aprire” il mercato del lavoro significa, in primo luogo, stimolare la mobilità, sia nella fase d’ingresso che durante tutto il percorso professionale. Riteniamo che il mercato del lavoro sia ingessato: non solo è molto difficile avere un’occupazione stabile ma ancora più complicato è migliorare la propria condizione di partenza, riuscire cioè a superare quelle barriere che inibiscono la realizzazione delle ambizioni professionali di chi è meritevole. E’ quindi importante che la mobilità sia percepita come un valore aggiunto nel percorso di crescita individuale e professionale. Apertura del mercato del lavoro significa rimuovere le barriere all’ingresso. Attualmente la situazione appare distorta. La flessibilità è a carico quasi esclusivo delle generazioni più giovani: solo un terzo dei lavoratori sotto i 24 anni ha un contratto a tempo indeterminato. Lunghe sequenze di contratti temporanei (bisogna attendere la soglia di 35 anni perché la maggioranza degli occupati possieda un contratto a tempo indeterminato) possono generare effetti negativi sulla formazione e professionalizzazione dei giovani, nonché sul loro inserimento nella società. E’ necessario quindi riequilibrare maggiormente il carico della flessibilità tra generazioni. Sempre in quest’ottica sarebbe inoltre necessario costruire un sistema di orientamento che aiuti i giovani (e le relative famiglie) a indirizzarsi verso percorsi di formazione più prossimi alle esigenze di mercato. Allo stesso tempo, è necessario creare un sistema virtuoso che generi, per chi è meritevole, maggiori e migliori opportunità in modo che la mobilità sia percepita come un valore aggiunto nel percorso di crescita individuale e professionale.

Quali sono le proposte concrete capaci di rendere il mercato del lavoro più aperto, in una direzione che favorisca l'occupazione, in particolare quella giovanile? 14. I cosiddetti “NEET” (“Not in Education, Employment, or Training”)

14 .


RESPONSABILItA. Maggiore responsabilità dei singoli lavoratori, dei datori di lavoro, dello Stato e della classe dirigente nel suo complesso significa in

primo luogo essere consapevoli che la tutela del benessere collettivo, prima di quello individuale, è l’unica soluzione in grado di garantire un sistema sostenibile anche per le generazioni successive e attutire così gli effetti derivanti da congiunture economiche negative. Il mondo in cui dobbiamo confrontarci cambia velocemente e necessita quindi di un forte spirito di adattamento da parte dei lavoratori e delle imprese. Se è vero, che per le giovani generazioni il posto che si mantiene per tutta la vita non esiste più, allora la prima priorità diventa quella di permettere, in modo efficace, l’adattamento del lavoratore a un mondo in continua evoluzione. Responsabilità significa, quindi, promuovere in primo luogo la riqualificazione del lavoratore e la sua capacità di trovare e modificare il proprio percorso professionale e di vita durante il progredire della sua carriera. Al centro di questo processo vi è indubbiamente la formazione: solo attraverso un sistema formativo efficace è, infatti, possibile affrontare il cambiamento.. Responsabilità quindi da parte del legislatore, affinché si adoperi a mettere in piedi un sistema di incentivi (volontari e non) a favore della riqualificazione e della formazione dei lavoratori, favorendone la crescita culturale e professionale. Responsabilità delle imprese affinché favoriscano e non ostacolino la riqualificazione dei lavoratori. Responsabilità di tutti gli individui affinché maturino la convinzione che le sfide del mondo globale impongono di migliorare in continuazione le proprie conoscenze e competenze.

Quali sono le proposte concrete per responsabilizzare maggiormente lavoratori, imprese e istituzioni al fine di favorire l’occupazione, in particolare quella giovanile?

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TRASPARENZA.

Riteniamo che una maggiore trasparenza debba accompagnare l’analisi della situazione attuale e la valutazione delle proposte di riforma anche rispetto ai loro effetti di medio e lungo periodo. Le nuove tecnologie consentono spesso in modo facile ed economico di pubblicare i dati e di renderli visibili a tutti. Ad esempio una maggiore trasparenza, da parte delle imprese, nella pubblicazione dei criteri di selezione dei propri dipendenti, dei curricula dei propri dirigenti, del numero dei dipendenti a tempo indeterminato, determinato o atipico, agevolerebbe senz’altro la circolazione delle informazioni e quindi la competitività del sistema senza rilevanti costi aggiuntivi. La circolazione di informazioni in generale permetterebbe di ottimizzare la regolamentazione e il monitoraggio del mercato del lavoro andando a rafforzarne la capacità di resistere alle periodiche crisi sistemiche e rispondere in maniera efficace a sfide e opportunità esterne. Il libero accesso alle informazioni riduce le asimmetrie, favorisce una sana competizione e rimuove quelle sacche di privilegi costruite su circuiti di informazioni personali. La trasparenza è anche la condizione che favorisce una migliore allocazione delle risorse e lo strumento con cui combattere gli abusi e rafforzare il senso di legalità.

Quali sono le misure che le aziende e i policy-maker dovrebbero adottare affinché si raggiunga una migliore trasparenza del sistema e si favorisca l’occupazione, in particolare quella giovanile?

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EQUILIBRIO.

A fronte di un’evidente discriminazione di trattamento tra ”lavoratori di serie A e lavoratori di serie B”, è necessario intervenire al più presto per ridurre questo divario. Occorre costruire un nuovo sistema di welfare che rimuova la dualità che esiste fra “garantiti” e “non garantiti”. Ogni progetto di riforma deve partire dalla consapevolezza che nel Paese la precarietà e la disoccupazione, in particolare quella giovanile, costituiscono un problema sociale che impedisce a una parte della popolazione di vivere in modo dignitoso e di programmare il proprio percorso di vita. E’ innanzitutto fondamentale rendere più equilibrato il sistema di welfare: a prescindere dal contratto, il lavoratore dovrebbe potere accedere a quelle garanzie (la malattia, la maternità, le ferie, gli ammortizzatori sociali) che sono patrimonio di tutta la collettività. Inoltre, i dati dimostrano che il gap esistente tra i redditi dei lavoratori giovani e i redditi dei più anziani sta progressivamente aumentando. Questo divario non sembra essere colmabile durante l’avanzamento di carriera. Ciò indica che anche a livello di reddito si sta creando un disequilibrio strutturale e permanente fra le generazioni.

Quali sono le proposte concrete per rendere il mercato del lavoro più equilibrato in una direzione che favorisca l’occupazione, in particolare quella giovanile?

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(pre)occupiamoci