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La tradizione delle palme nella Provincia di Oristano

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Ignazio Orr첫

Maria Nevina Dore

La tradizione delle palme nella Provincia di Oristano

AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE ORISTANO

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Iniziative editoriali dell’Amministrazione Provinciale di Oristano Coordinamento editoriale Giuliano Nocco Referenze fotografiche L’intera documentazione fotografica è stata eseguita espressamente per questo volume da Alessandro Piras ad eccezione delle foto d’archivio di Ignazio Orrù Progetto grafico ADWM, Oristano Impaginazione Gianni Foddis, Antonella Meloni, Valter Mulas Stampa Tipografia Ghilarzese, Ghilarza

In copertina: Gruxi a coa ‘e arrundibi - Croce a coda di rondine o Croce di Malta (Bonfiglio Casula, Escovedu 1962) © Copyright 2000, Provincia di Oristano 4


Indice 7

Presentazione

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Prefazione

13

Premessa

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Località nelle quali si è sviluppata l'inchiesta

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Descrizione e classificazione delle palme

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Classificazione

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Frutto e seme

20

Raccolta, conservazione e messa a dimora dei semi

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Palme endemiche in Europa Chamaerops humilis

22

Palme ambientate in Italia: il genere Phoenix

23

Phoenix Dactylifera

27

I datteri

29

Phoenix Canariensis

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La palma e l'ulivo nella Bibbia

31

Citazioni topografiche

31

Citazioni storiche, artistiche e simboliche

32

Citazioni bibliche sul ramoscello d’ulivo

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La palma nella storia

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La Domenica delle Palme. Cenni storici: origini e sviluppo

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La Domenica delle Palme nella tradizione sarda

65

Operazione preliminari all'intreccio delle palme

69

Gli intrecci di palma: tecniche e motivi ornamentali

137

Il significato dei simboli nei manufatti in palma

143

Informatori

145

Appendice

158

Bibliografia

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Nel dare alle stampe la pregevole opera che oggi vede la luce, l’Amministrazione Provinciale realizza un nuovo intervento teso a valorizzare i beni culturali, ed in modo specifico gli aspetti della tradizione popolare perpetuatasi attraverso i secoli nell’Oristanese e nella Sardegna tutta. L’opera assume particolare significato in quanto nasce da un’esperienza maturata in ambito scolastico: risponde infatti concretamente ad un auspicio formulato quando si presentò agli insegnanti oristanesi la pubblicazione La Provincia di Oristano: ambiente, storia, civiltà, espressamente voluta per gli studenti e sintesi dei tre volumi maggiori dedicati alla nostra Provincia. Il volumetto era stato distribuito alle scolaresche quale supporto per le ricerche sul territorio e la sua storia, con invito esplicito a presentare all’Assessorato, per l’eventuale pubblicazione, il frutto dei lavori svolti nelle scuole. Da allora la collaborazione tra scuola ed amministrazioni locali, anche col sostegno della Provincia, ha suscitato tutta una fioritura di sperimentazioni didattiche, nelle quali la conoscenza ed il recupero della nostra cultura e della nostra tradizione hanno costituito l’argomento fondamentale e stimolante per l’impegno delle giovani generazioni, in perfetta sintonia con lo spirito della legge regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 recante «Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna». In questa ricerca, inoltre, la sensibilità degli autori ha voluto sapientemente coinvolgere, assieme agli scolari desiderosi di indagare la tradizione, i detentori dell’ antica arte d’intrecciare le palme, is maistus de prama, le cui abili mani ancora continuano a dar forma agli splendidi capolavori che troviamo descritti ed effigiati in queste pagine. Siamo perciò ben lieti di annoverare tra le nostre realizzazioni editoriali la presente opera, alla quale vogliamo augurare non solo la fortuna di numerosissimi lettori, ma anche di essere considerata da tutti utile strumento e stimolo per ulteriori studi sulla civiltà oristanese. È un argomento ed un campo di azione nel quale noi fermamente crediamo e per il quale vogliamo profondere ancora impegno e mezzi adeguati. Mario Diana Presidente della Provincia

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Per lungo tempo la religiosità popolare è stata trascurata, svalutata e talvolta disprezzata. Oggi molte di queste espressioni di religiosità formano, un po’ dappertutto, l’oggetto di particolari attenzioni e di un’interessante riscoperta, sia sul piano antropologico culturale, sia su quello ecclesiale. Per il fatto di aver conservato la memoria del proprio passato e della propria identità collettiva, in un’epoca che li ha perduti entrambi, la religiosità del popolo diventa, sempre più frequentemente, oggetto di studio e di ricerca. La prima cosa che appare con grande evidenza è che il centro di ogni religiosità popolare è il Cristo. E della vita del Cristo, le ricorrenze più sentite dal popolo, sono il Natale, che manifesta l’umanità del Salvatore e la Settimana Santa, che presenta il Cristo della sofferenza e della Passione. Con la Domenica delle Palme, che unisce insieme il trionfo regale di Cristo con l’annunzio della Passione, ha inizio la Settimana Santa. Scopo di questa settimana era quello della venerazione della Passione del Signore, a partire dal suo ingresso messianico in Gerusalemme. Questo medesimo scopo è confermato dall’usanza di leggere, nella Domenica delle Palme, il racconto della Passione del Signore, secondo Matteo. Tuttavia, sotto l’influsso della liturgia gerosolimitana, tutte le altre liturgie concentrarono la loro attenzione sull’ingresso di Gesù a Gerusalemme (M. Kunzler, La liturgia della Chiesa). Verso il 400, a Gerusalemme, il ricordo dell’ingresso di Gesù assumeva forme di drammatizzazione: quando i cristiani si radunavano di pomeriggio sul Monte degli Ulivi, per una liturgia della parola, rientravano poi la sera in città con rami di palme e di ulivo nelle mani (Egeria, Peregrinatio). Alla fine del secolo ottavo, descrizioni della processione della Domenica delle Palme, in Gerusalemme, assumono molti elementi folcloristici; così ci dicono - come afferma ancora il Kunzler nell’opera citata che un personaggio che raffigurava Gesù Cristo, sedeva su un asino di legno, trasportabile. Dal 1570 in poi, il Messale Romano fissava la «statio» per la Domenica delle Palme, che comprendeva la liturgia della parola, la benedizione delle palme, la processione alla chiesa e la concessione di tenere in mano rami di ulivo e di palme durante la celebrazione della Messa. Conservate a casa, le palme benedette richiamavano e richiamano alla mente dei fedeli la vittoria di Cristo, celebrata con la processione. Anche se non sappiamo quando, l’usanza di abbellire le palme, intrecciandone le foglie, deve essere iniziata certamente molto presto. Ci autorizza a crederlo il fatto che la pratica dell’intreccio con fibre vegetali sia presente in Sardegna sin dai remotissimi tempi. Il materiale necessario era facilmente reperibile: giunchi, rovi, asfodelo, falasco, canne, salice, mirto e lentischio. Come oggetti di uso quotidiano, a seconda del bisogno famigliare, venivano confezionati panieri, corbule, canestri, cestini e crivelli. Anco9


ra oggi, seppure in misura limitata, s’incontrano uomini che intrecciano cestini di canna, e donne che con grande maestrìa intrecciano fibre d’asfodelo, dimostrando grande gusto e armonia nel disporre gli elementi decorativi. Del corredo, inoltre, di ogni giovane sposa, sino ad un recente passato, faceva parte una serie notevole di oggetti di cestineria, esposti con bel gusto alle pareti della casa. Tutti i vari settori di quest’arte millenaria, ossia intreccio con la canna, con l’asfodelo, col falasco, col giunco etc., hanno sempre attratto l’attenzione e l’interesse degli studiosi e degli specialisti. Strano a dirsi, la pratica dell’intreccio con le palme, in occasione della Settimana Santa, che pure ci ha lasciato delle vere opere d’arte, è sfuggita alla considerazione e all’attenzione di tutti. Al massimo, si può rintracciare qualche articolo d’occasione nei quotidiani locali, qualche cenno nelle Guide isolane; ma essa è completamente assente anche nei lavori più qualificati, come Arte sarda di G. V. Arata e G. Biasi e Artigianato Sardo di Vico Mossa. La spiegazione di questo stato di cose, secondo me, sta nel fatto che tutta la produzione artistica artigianale, sino ad un recente passato, non è stata mai considerata «bene culturale». La definizione di «bene culturale», infatti, è stata quasi esclusivamente attribuita alle forme di arti figurative e architettoniche, ossia a quelle che nel Cinquecento venivano chiamate «belle arti». Da quel concetto, pertanto, restavano escluse la letteratura, la musica, documenti linguistici e tutto il patrimonio di cultura popolare e ambientale. Conseguenza diretta è stata la tendenza a salvare solo certe testimonianze del passato, trascurandone altre. Troppo tardi, quindi, gli «oggetti di cultura materiale» sono entrati a far parte della famiglia dei «beni culturali». A coprire questo vuoto d’interesse, ecco l’originale, serio e importante lavoro sull’intreccio delle palme nella Settimana Santa in Sardegna, di due ricercatori e operatori scolastici, Don Ignazio Orrù, parroco di Curcuris e la professoressa Maria Nevina Dore, insegnante di Scuola Media. Il pregevole lavoro all’originalità aggiunge la serietà ed il grande impegno nel condurre la ricerca. Vuole anche essere quasi un omaggio ad una tradizione religiosa, viva in tutti i paesi dell’isola e che nella Domenica delle Palme vede le chiese affollate di fedeli, spinti dal desiderio di ricevere una palma ben lavorata. Come frutto della profonda conoscenza della materia, la ricerca tratta esaurientemente, quasi con scrupolosa pignoleria, tutti gli aspetti necessari per una corretta comprensione dell’argomento, quali le località nelle quali si è svolta la ricerca, la conoscenza e la classificazione delle palme, l’indicazione delle tecniche e dei segreti per l’intreccio delle palme con i caratteristici motivi ornamentali ed i relativi significati simbolici. Corredato di numerosissime fotografie, il lavoro indica ciò che la tradizione ha 10


conosciuto e ciò che rimane oggi di attuale, nonostante la forza corroditrice delle vicende storiche e politiche, e ci aiuta a valutare il patrimonio culturale che ci viene da un passato, che fu grande già ieri e che nella sua proiezione nel futuro appare ancora denso di valori da far riemergere. Superata la tendenza a provincializzare la tradizione popolare, come tipica ed esclusiva della società sarda, gli autori non hanno avuto difficoltà a riconoscere che la medesima tradizione la si ritrova anche oltre i confini e oltre i mari. A buon diritto, quindi, questo studio s’inserisce in quella nutrita schiera di opere riguardanti la poesia, il canto e la danza, l’organologia musicale, la letteratura, le arti figurative e le tradizioni popolari in genere, che tendono a far conoscere ed amare la Sardegna. Considerando questa fatica come un ulteriore tassello che contribuisce a formare l’immagine della nostra isola, auguriamo agli autori e al libro buona fortuna. Giovanni Dore

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La presente pubblicazione è frutto di un lungo lavoro di inchiesta sull’intreccio delle palme per la domenica omonima, effettuata in numerosi centri della Sardegna, in particolare nell’ambito della provincia di Oristano e parzialmente nella provincia di Cagliari. Appare subito la passione e la meticolosa curiosità del ricercatore che ama conoscere nel profondo e far conoscere a tutti le molteplici e variegate forme artistico religiose, in cui il popolo sardo esprime il proprio sentimento e la propria cultura. Senza presumere di arrivare alla perfezione, intendiamo contribuire alla conoscenza e al difficile compito di recupero della memoria storica e far sì che non venga disperso un patrimonio culturale che ha origini remote, nel quale aspetti religiosi si fondono con altri profani e con numerose manifestazioni culturali e liturgiche che legano bene con credenze superstiziose. Il metodo usato è quello dell’intervista libera, della raccolta dei manufatti e analisi delle tecniche di intreccio usate nel passato. Si sono avvicinate persone anziane, componenti di confraternite, sacerdoti, amanti della tradizione, frati e suore dalla pazienza certosina, crocchi di anziane e di anziani conoscitori della tradizione della Domenica delle Palme e del valore simbolico e apotropaico della palma e dell’ulivo. Senza il loro contributo il livello di informazione presente in questo lavoro sarebbe stato meno completo.

Si ringraziano per la collaborazione tutti coloro che con documenti, informazioni, testimonianze, hanno contribuito alla realizzazione del presente testo, in particolare gli intrecciatori, le intrecciatrici, i priori, le prioresse delle Confraternite delle varie parrocchie della Provincia di Oristano. Siamo grati a Giorgio Farris, a Eleonora Piras di Uras ed a M. Giuseppa Tarantini per la consulenza e a Don Giovanni Dore per la lettura critica del testo. Un ricordo affettuoso va agli alunni della II B della Scuola Media di Gonnosnò del 1995. Si ringrazia inoltre l’Amministrazione Provinciale di Oristano, in particolare l’Assessore alla Cultura Pietro Carta che ha promosso questo lavoro di ricerca patrocinando l’edizione del libro. Personale riconoscenza va a Giuliano Nocco per il meticoloso lavoro di coordinamento editoriale. Un dovuto grazie va anche al grafico Valter Mulas per la perizia nel lavoro e per i suggerimenti tecnici e ad Alessandro Piras per la documentazione fotografica.

Gli Autori

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Coppa vitrea con la rappresentazione del Cristo docente, fra due palme da datteri, Ittiri

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LOCALITÀ NELLE QUALI SI È SVILUPPATA L'INCHIESTA SUL CAMPO La ricerca sul campo, che ha permesso la realizzazione del presente lavoro, ha avuto come area da esplorare buona parte della provincia di Oristano e tutta la bassa Marmilla, in provincia di Cagliari. In particolare sono stati visitati i seguenti centri: Oristano, Cabras, Donigala Fenughedu, Massama, Santa Giusta, San Vero Milis, Solanas, Milis, Ales, Escovedu, Genuri, Gonnosnò, Lunamatrona, Mogoro, Marrubiu, Zeppara, Gonnostramatza, Morgongiori, Nuragus, Pau, Setzu, Simala, Tuili, Turri, Ussaramanna, Curcuris, Scano Montiferro, Cuglieri, Seneghe, Tresnuraghes. Grande importanza viene data ovun-

que alle celebrazioni della Settimana Santa, ed in particolare alla radicata tradizione dell'intreccio della palma che le precede. Di grande interesse e di grande valore documentario è la tradizione dell’intreccio conservata nel Monastero delle Suore di S. Chiara in Oristano, dove, ininterrottamente, dal medioevo ad oggi, sopravvive la pia usanza. Anche i paesi rivieraschi del lago Omodeo – Tadasuni, Boroneddu, Abbasanta, Ghilarza, Norbello, Sedilo, Ardauli, – conservano le stesse tecniche d’intreccio comuni al resto della provincia.

Cartina della Provincia di Oristano

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Palma da datteri, giardino viale Cimitero, Oristano

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DESCRIZIONE E CLASSIFICAZIONE DELLE PALME «Nella sistematica del regno vegetale, le Palme1 (Palmae o Arecaceae) rappresentano una famiglia ben delimitata dell’ordine delle Arali o Spadiciflore; esse costituivano però da sole, fino a poco tempo fa, l’ordine Principes, dalla definizione di Principes plantarum attribuita da Linneo a questo singolare gruppo di piante. La famiglia comprende oltre 200 generi e 4000 specie, diffuse in tutte le regioni tropicali e subtropicali. Secondo altri studiosi le specie sarebbero invece meno di 3000. Tali cifre però devono considerarsi solo informative e provvisorie, essendo molte ancora le lacune da colmare. La flora italiana ne possiede solo due specie: una originaria (palma di San Pietro) e una inselvatichita (palma da datteri)2. Le palme sono Monocotiledoni legnose, arboree, cespugliose o rampicanti, a foglie grandi, pennate o palmate. I fiori risultano riuniti in infiorescenze avvolte da grandi brattee (spate), e sono piccoli, regolari e trimeri, sessili o brevemente peduncolati, unisessuali. La sistematica delle palme si basa, tra il resto, sulla struttura del seme e sulla posizione che l’embrione assume rispetto all’endosperma. Secondo recenti schemi, la famiglia comprende le seguenti sottofamiglie: Coryphoideae (generi Phoenix, Chamaerops, Copernicia, Corypha, ecc.), Borassoideae (generi Borassus, Hyphaene, ecc.), Lepidocarioideae (generi Calamus, Raphia, Metroxylon, ecc.) Ceroxiloydeae (generi Cocos, Elaeis, Ceroxylon, ecc.), Phyitelephantoideae (genere Phytelephas, ecc.) e infine Nipoideae. È sufficiente riferirci al termine palma perché subito affiori alla nostra mente l’aspetto particolare di una pian-

ta in generale di mole arborea, con fusto grosso, cilindrico ed eretto, mai ramificato, grossolanamente squamoso all’esterno, che reca in cima un ampio ciuffo di foglie grandi, ondeggianti al vento, ora lunghe, a segmenti disposti come le barbe di una penna, ora invece palmate, a segmenti che appaiono quasi come le dita di una mano. Una parte delle palme, infatti, assume l’aspetto arboreo e non di rado esse raggiungono anche notevole altezza: fino a cinquanta metri! Ma altre sono nane e cespugliose e altre ancora, infine, sono rampicanti; accanto a quelle arboree e maestose, ve ne sono quindi di quelle a fusto (stipite) cortissimo. Le palme arborescenti hanno generalmente foglie grandi riunite a ciuffo ricadenti a corona, in cima al fusto; quelle rampicanti, con fusto lungo e flessuoso, le hanno invece sparse o alterne. Generalmente le foglie delle palme sono provviste di una rachide o, quanto meno, di un picciolo rigido, sovente legnoso e persistente almeno alla base, il quale, alla caduta della foglia, lascia un moncone unito allo stipite; questo assume, per la presenza di tali resti, o di cicatrici, l’aspetto - a tutti noto, e caratteristico - di un tronco con grosse sporgenze o intaccature tutt’intorno, ordinate elicoidalmente; sono queste sporgenze che permettono agli indigeni di salire con una certa facilità in cima agli alti tronchi delle palme per raccoglierne i frutti. Vi sono palme a foglie pennate e altre a foglie palmate; in esse le pinne basali, più piccole delle altre, diminuiscono di dimensioni a mano a mano che si scende lungo la rachide, fino a trasformarsi in rigide spine, ai due lati esterni del picciolo stesso. I fiori sono raccolti in spadici: infiore17


scenze, di solito, a guisa di pannocchia, sovente molto voluminose, semplici o ramificate, per lo più situate subito sotto il ciuffo delle foglie, in cima al fusto. Com’è caratteristico delle Spadiciflore, anche nelle palme l’infiorescenza è avvolta da una o più grandi spate: brattee concave di varia consistenza, talvolta coriacee. I singoli fiori sono relativamente piccoli. L’impollinazione risulta entomogama (dovuta a insetti), oppure, e più spesso, anemogama: per la collaborazione del vento. Il frutto è, nelle palme, generalmente una drupa, cioè di consistenza carnosa, o una bacca, di grossezza molto variabile da specie a specie; i semi presentano un endosperma voluminoso, membranaceo, corneo o di consistenza ossea. Le palme sono caratteristiche delle zone tropicali e subtropicali, di tutti i continenti; non mancano specie - ma sono relativamenN.

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Sottofamiglie

te poche - che vivono nelle zone temperate calde, quali per esempio, i territori del Mediterraneo. La palma da datteri (Phoenix dactylifera), infatti, è coltivata in alcune zone dell’Italia meridionale e in Sicilia, ove è qua e là ormai anche inselvatichita, e la palma di San Pietro (Chamaerops humilis) risulta spontanea in alcune zone della Sardegna e di altre regioni. Tutte le altre palme che si possono notare coltivate lungo le nostre riviere marine o attorno ai laghi, ove il clima è più mite, devono considerarsi come piante esotiche nel senso più assoluto della parola».

CLASSIFICAZIONE Giovanni Licata riporta una tabella di classificazione elaborata da Natalie W. Uhl e J. Dranslied (Genera palmarum)3. Tribù

Sottotribù

Gen.

Specie

I

Coryphoideae

Corypheae Phoeniceae

4 1

31 1

384 18

II

Calamoideae

Borasseae Calameae Lepidocaryeae

2 8 1

7 19 3

25 620 26

III

Nypoideae

Nipeae

1

1

1

IV

Ceroxyloideae

V

Arecoidae

Cyclospateae Ceroxyleae Hyophorbeae

1 1 1

1 5 5

4 35 114

Caryoteae Iriarteae Podococceae Areceae Cocoeae Geonomeae

1 2 1 16 5 1

3 6 1 86 22 6

VI

Phytelephantoideae

Phytelephanteae

1

3

36 108 1 767 542 91 14

Tot.

6

16

47

200

2786


Il Licata chiarisce inoltre la descrizione con un’ulteriore tabella rappresentativa della struttura della palma4.

Attesta inoltre6 che le foglie si suddividono in 4 gruppi: a) a piuma, dette anche pennate; b) a ventaglio, dette anche palmate; c) bipennate; d) a foglia intera; tutte suddivise in tre distinte parti: 1) guaina basale, 2) picciolo, 3) lamina o pagina. Successivamente riporta le modalità della fecondazione manuale dei fiori: «La fecondazione dei fiori, avviene con modalità diverse; molti sono infatti impollinati dal vento, altri attraggono insetti quali coleotteri o api. Eccezionalmente interviene l’uomo, operando una impollinazione manuale eseguita essenzialmente per la selezione di alcune specie (es. Phoenix dactylifera)7.

Un’altra tabella riporta i tipi di foglie:5

Le caratteristiche sessuali dei fiori vengono raggruppate nella seguente suddivisione: 1) ermafrodita: lo stesso fiore porta sia organi maschili che femminili. 2) bisessuale: i fiori maschili e femminili sono separati, ma nella medesima pianta, sia sullo stesso stelo che su steli diversi. 3) unisessuale: fiori maschili su una pianta, fiori femminili su un’altra. Le piante con fiori bisessuali sono definite «monoiche»; viceversa, se i fiori maschili si riscontrano su una pianta e i femminili su un’altra, queste sono dette «dioiche». Le altre piante, poche in verità, che hanno fiori sia unisessuali che bisessuali sullo stesso individuo, sono chiamate «poligame». Alcune palme fioriscono una sola volta nella vita e poi muoiono (corypha)».

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FRUTTO E SEME «I fiori delle palme dopo essere stati fecondati producono un grandissimo numero di frutti, raggiungendo il massimo nella corypha. Ricchi grappoli dai colori vivaci si possono ammirare nelle Phoenix; sono di colore verde prima, poi giallo, per divenire a maturazione di colore rosso violaceo; nella Chamaerops humilis sono rosso corallo… La maggior parte sono eduli ed alcuni saporiti anche se poco carnosi. Nei paesi ove queste piante sono endemiche i relativi frutti spesso rappresentano una componente determinante nell’alimentazione… Di norma i frutti contengono un solo seme (monospermo), talvolta due o tre (polispermi) che possono essere di diversa forma, dimensione e peso... Tutti comunque sono delle bacche o delle drupe più o meno carnose o fibrose, con endocarpo fortemente legnoso. Questo insieme chiamato pericarpo comprende: l’epicarpo, o esocarpo, il mesocarpo, l’endocarpo. L’epicarpo costituisce la pelle del frutto, il mesocarpo la parte carnosa e l’endocarpo la parte più interna, detta seme. All’interno del seme si incontra l’endosperma o albume, contenente sostanze nutritive di riserva, nel quale è immerso un piccolo embrione »8. Raccolta, conservazione e messa a dimora dei semi «Per permettere al seme di germinare9 nei mesi estivi, quelli più favorevoli, è opportuno calcolare il tempo che a ciascun seme serve per dar vita ad una nuova pianta. Vi sono alcuni semi che in due o tre settimane perdono il loro potere generativo e per questo dovrebbero essere raccolti e piantati. Altri mantengono tale potere per più lungo tempo, rendendo possibile una buona conservazione per procedere, nei tempi 20

dovuti, alla loro messa a dimora. Appena raccolti, si fanno asciugare all’aria aperta, in zona ombrosa ed arieggiata, avendo cura di coprirli con una reticella, tipo zanzariera, per preservarli dall’eventuale invasione di moscerini e formiche. Appena asciugati, si procederà alla rimozione del mesocarpo e ad una ulteriore asciugatura e quindi i semi nettati ed asciugati saranno conservati. I semi10 verranno messi a dimora nei tempi necessari per la germinabilità e riproduzione in piantine e si terrà conto delle condizioni di conservazione degli agenti esterni che possono modificarne l’integrità. Le piante si trapiantano in periodi caldi, cioè da fine aprile-maggio a fine agosto, in quanto il suolo è caldo e aiuta la pianta e mettere nuove e rigogliose radici. Saranno saldamente ancorate a terra, se si tratta di soggetti adulti e la corona andrà tenuta legata per almeno sei mesi. Necessaria sarà anche un’abbondante annaffiatura. Per una crescita vigorosa è raccomandata anche la fertilizzazione con concimi chimici o organici. È necessaria anche una buona potatura, al fine di evitare che in mezzo alle vecchie foglie si annidino parassiti che potrebbero danneggiare le palme. Nel meridione d’Italia si fa anche due volte all’anno. I mesi di aprile e settembre sono i più consigliati. Sconsigliati sono i tagli drastici, al fine di evitare che le giovani foglie rimaste vengano colpite da violenti venti estivi o da freddi invernali. Qualora il freddo danneggi tutte le foglie, germoglio compreso, non bisogna rimuovere le vecchie fronde, anzi queste saranno legate a protezione della parte apicale della pianta. È necessario aspettare anche due stagioni per verificare la ripresa vegetativa. Non si deve rovinare il cuore della palma con i tagli indiscriminati effettuati nei giorni che precedono la Domenica delle Palme.


Le malattie che interessano le palme sono poche. Possono essere esposte agli attacchi delle cocciniglie in genere le piante poste in allevamento in serra. Negli ultimi anni sono state riscontrate delle malattie endemiche, causate da funghi isolati. Il freddo causa ferite, aprendo l’ingresso ai funghi. Per questo si sconsiglia la potatura di tutte le palme: si dovrebbe limitare a quelle più giovani, perché essa aumenta l’umidità attorno al germoglio centrale favorendo quindi la diffusione dei funghi. L’ambiente che genera malattie è caldo umido, proprio delle zone tropicali e subtropicali. Sono spesso degli insetti e dei parassiti che attaccano le palme: bruchi, lumache, grillotalpa, ragno rosso, pidocchi, formiche, cocciniglia, il marciume dello stipite da Thielaviopsis Paradoxa etc. In genere si usano dei prodotti per combatterli come gli insetticidi, esche avvelenate. Acaricidi specifici e olio bianco»11.

PALME ENDEMICHE IN EUROPA «Delle 2800 specie ancora viventi oggi, solo due palme sono endemiche in Europa; la Phoenix Theophrastii detta anche «Palma di Teofrasto», che cresce a Creta e in Turchia, e la Chamaerops humilis o Palma di san Pietro martire o palma nana, Margagliò, prama de iscovas ».12 «La palma di San Pietro13 (o di San Pier martire), nota pure coi nomi di Cefaglioni, palma nana o palma minore (Chamaerops humilis),14 è l’unica palma, ancora oggi, veramente spontanea in Europa (fino al 44° di latitudine) e anche sul territorio italiano, in Toscana, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia, e, con una certa abbondanza, in Sardegna. Vive sui dirupi a macchia erbosa e nelle radure aride, presso il mare: e più di rado nell’entroterra. Fuori del

nostro paese, la troviamo in Spagna, Portogallo, Francia meridionale, Tripolitania e Marocco, oltre che in varie isole del Mediterraneo. Il fusto di questa palma si presenta, a seconda del luogo in cui vive, eretto o un po’ contorto e qualche volta quasi prostrato, strisciante; è alto da pochi decimetri ad alcuni metri (talvolta fino a dieci-quindici) al massimo, tutto coperto, all’intorno, come quello della palma da datteri, dalle guaine, qui più sfilacciate, delle grandi foglie secche, cadute. Quest’ultima prerogativa può essere interpretata come un espediente a doppio vantaggio: per proteggere il fusto dalla forte insolazione e nello stesso tempo per difenderlo dagli erbivori, quando la pianta è più giovane. Le foglie, come del resto in generale nelle palme a fusto eretto, costituiscono un ricco ciuffo apicale. Hanno lamina a forma di ampio ventaglio, palmatopartite in 10-15 lacinie o frange, di color verde scuro, coriaceo-cartaceo, molto resistenti alla lacerazione, anche qui difese dagli eccessi della traspirazione da una spessa cuticola e da uno strato ceroso speciale. La loro forma e il lungo picciolo consentono alle foglie stesse di piegarsi e di ondeggiare sotto l’azione del vento, mentre la loro lamina, suddivisa, non oppone ad esso eccessiva resistenza, seguendo le correnti aeree, come una bandiera di nastri. Il picciolo delle foglie di questa palma, più sottile all’estremità, su cui si inserisce la lamina e più largo e concavo alla base, è armato di forti aculei. Fra il ciuffo di foglie, si sviluppa l’infiorescenza, costituita da spadici ramosissimi, ricchissimi di fiori, e ciò per agevolare al massimo l’impollinazione anemofila; oltre a ciò, sia gli spadici che i fiori, sono pendenti all’ingiù. Questi spadici sono dapprima custoditi entro un involucro formato da due o quattro spate coriacee e pelose, oblungo spatolate, lunghe da quindici a trenta centi21


metri, di colore rossastro. La pianta è poligamodioica; i fiori sono piccoli e inodori, quasi scolorati, o appena giallo verdicci. I frutti sono drupe globose e lucenti, dapprima di colore olivaceo scuro e poi giallo rossastre, alcune più piccole, altre più grandi. I semi risultano provvisti di albume corneo. Le capre selvatiche, e molto probabilmente anche altri animali, sono ghiotte di queste drupe e, cibandosene, ne agevolano la disseminazione. Della palma di San Pietro si usano localmente le foglie come materiale per la lettiera degli animali. Le lunghe e consistenti fibre che si sfilacciano dalle foglie stesse, servono a fabbricare un crine vegetale di discreto impiego, usato anche per far corde; le fibre stesse, commiste a peli di cammello, servono a confezionare una stoffa caratteristica; trovano qualche impiego anche nella fabbricazione della carta». «La sua presenza15 è in forte regresso: in alcune zone è in via di estinzione per l’intenso sfruttamento cui è stata sempre sottoposta da parte dell’uomo. In Algeria, oltre ad essere sfruttata per carta e cordami, dal germoglio centrale della pianta viene colto il cavolopalma, locale ghiottoneria alimentare. Sin da tempi antichissimi con le sue foglie si confezionano ottime scope. Viene ricordata da Teofrasto nella sua Storia delle piante, da Marziale, da Cicerone, il quale ci dice che in Sicilia era il principale sostentamento alimentare delle popolazioni, che ne cuocevano il cuore e ricavavano una farina dalle sue parti sotterranee. I germogli centrali della palma nana sono tuttora consumati come insalata e talvolta si mangiano anche i suoi frutti, di sapore simile al dattero, detti in algherese gingiul, nome forse mutuato da quello della giuggiola, chiamata in catalano ginjol, in sardo campidanese zinzula. In passato, specialmente nella Sardegna meridionale e occidentale, le fronde di questa palma erano oggetto di un intenso 22

commercio in vista della Domenica delle Palme in cui, artisticamente intrecciate, venivano benedette in chiesa per essere custodite nelle case come simbolo di pace e serenità. La palma di San Pietro è un elegante ornamento di giardini e parchi. II suo nome specifico, humilis, attribuitole da Linneo, ovviamente si riferisce alla sua taglia minuta allo stato naturale».

PALME AMBIENTATE IN ITALIA Il genere phoenix «Il genere phoenix16 è quello più usato per la Domenica delle Palme. È composto da 18 specie e ha una distribuzione molto vasta. Diffuso nelle Canarie, in Africa, a Creta, nella penisola arabica e indiana, nell’estremo Oriente, Filippine e penisola malese. Sono palme molto resistenti e largamente coltivate, in quanto è il genere che risponde meglio alla coltivazione; la maggior parte tollera periodi siccitosi e forti escursioni termiche. Il loro habitat naturale va, infatti, dal caldo tropicale al temperato e da condizioni umide a situazioni di siccità. Prediligono il pieno sole, anche se talvolta crescono in condizione di semi ombra. Coltivate lontano dal loro habitat naturale non fruttificano e laddove ciò avviene i loro frutti non maturano. Questo gruppo ha una corona lussureggiante, con numero di foglie variabile, raggiungendo il massimo nella Phoenix Canariensis. Il tronco di norma è singolo, talvolta può essere multiplo come nella Phoenix reclinata, nella dactylifera e nella Theophrastii. I piccioli delle foglie formate portano spine lunghe, grosse, rigide e molto affilate e sono una trasformazione delle foglioline più basse. Le infiorescenze spuntano tra le foglie basali con una brattea molto piatta ed i fiori maschili e


femminili sono portati da individui diversi. I frutti sono oblunghi ed ovoidali con un mesocarpo corposo e pastoso. I semi sono generalmente allungati, con una scanalatura longitudinale molto visibile, ad eccezione della Phoenix dactylifera in cui si presentano più o meno lunghi e sfilati a seconda del tipo di frutto che li porta. Un fenomeno, infine, facile e frequente in questo gruppo, è l’ibridismo, particolarmente accentuato nella Phoenix canariensis e nella dactylifera e silvestris. L’ibrido più frequente è quello che avviene tra la canariensis e la dactylifera domestica. Tali ibridi prendono il nome di Phoenix intermedia, Phoenix hibrida, Phoenix macrocarpa».

Phoenix Dactylifera «La palma da datteri, o dattoliere, il cui nome scientifico è Phoenix dactylifera18 (dal greco dàctylos, ‘dito’ e anche ‘dattero’, per la forma allungata di questi frutti, e dal latino fero, ‘porto’), è una magnifica pianta che si può osservare, molto frequentemente, lungo i viali, le passeggiate nei parchi e giardini in tutta la riviera ligure, lungo il Tirreno fino all’estremo sud d’Italia e, risalendo, anche lungo i litorali adriatici. La palma da datteri vive ancora pressoché spontanea in alcune e limitate zone desertiche dell’Arabia, dell’Asia occidentale, della Libia e del Sahara, conforto e ombra delle oasi. La ricca chioma di lunghe e robuste foglie, seppure queste ultime siano ben difese contro gli eccessi della traspirazione dalla presenza di una spessa cuticola epider-

Phoenix Dactylifera, giardino del convento di San Francesco, Oristano

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Chamaerops humilis palma di San Pietro, giardini pubblici, Oristano

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Phoenix Dactylifera fasciata per gli intrecci della Domenica delle Palme, Massama

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mica, ha bisogno però di molta acqua per sopperire alle necessità biologiche e fisiologiche della pianta intera. Per questo le palme si localizzano nelle oasi: vere isole di verde in un immenso mare di sabbia riarsa. Bene dicono perciò gli arabi, asserendo che le palme hanno la chioma al sole e i piedi nell’acqua! La loro presenza, perciò, è in stretto e diretto rapporto con quella di una falda acquifera nel sottosuolo, in cui queste piante affondano un fittissimo ammasso di radici. Alcune di queste, in verità, specialmente in altre specie di palme, sono radici avventizie: esse permangono a fior di terra o anche più in alto, lungo lo stipite e costituiscono degli organi di sostegno e, più ancora, degli organi di respirazione detti pneumatodi, che servono alla pianta per usufruire di una maggior quantità d’aria. Il fusto della palma da datteri, cilindrico, del diametro di circa cinquanta centimetri, alto da dieci a venticinque metri, ha una struttura interna che gli conferisce elasticità e resistenza e che gli consente perciò di sostenere anche le più violente tempeste di vento, quale il temibile ‘ghibli’ del deserto; queste piante si piegano, infatti, e ondeggiano all’imperversare della bufera, per tornare ogni volta nella loro posizione eretta. Lungo tutta la sua altezza il fusto presenta esternamente, in serie elicoidali, i resti dei grossi piccioli fogliari, concavi, un po’ guainanti: uno per ogni foglia caduta. Le foglie stesse hanno una vita che varia da tre a sette anni, sono lunghe da due a sei metri, hanno rachide rigida, ma flessibile; esse sono del tipo pennato, ossia i loro segmenti, lanceolato-lineari, acuminati all’apice, appaiono disposti, lungo la rachide, avvicinati e come le barbe di una penna. Essi sono coriacei e tenaci e presentano, specialmente da giovani, un’evidente glaucescenza cerosa: contribuisce a difenderli dagli eccessi della traspirazione e dalle alte temperature, 26

dovute alla lunga giornata tropicale. È notevole il fatto che con tempo caldo e asciutto le foglie si raddrizzano a ciuffo quasi verticalmente, presentando ai raggi solari la minor superficie possibile; quando il tempo invece è fresco e umido, esse si incurvano verso il basso. Durante le piogge, in conseguenza della loro disposizione, le foglie incanalano l’acqua che cade, in parte verso il fusto, grazie alla forma concava – a doccia – delle rachidi delle foglie più giovani e quindi più centrali e più erette nel pennacchio, e in parte alla periferia, a corona, attorno alla base dello stipite stesso, grazie alle fronde più vecchie e più lunghe, ricadenti in fuori. L’infiorescenza della palma da datteri, di color giallo dorato o giallo brunastro, è lunga da quaranta a sessanta centimetri e si profila sotto il ciuffo delle foglie. Essa presenta una spata foggiata a barca, coriacea e resistente, entro la quale è contenuto uno spadice ramificato, alla fine pendente, in modo da essere facilmente colpito dal vento, e questo allo scopo di agevolare l'impollinazione anemofila dei fiori. È noto, però, che nelle nostre regioni queste palme si sono adattate pure all’impollinazione entomofila, specialmente per l’intervento di imenotteri. La pianta è dioica; i fiori sono sessili sui rami dello spadice; quelli maschili hanno sei stami e quelli femminili presentano tre carpelli. Tutti possiedono perigonio doppio (calice e corolla) di solito giallastro; l’esterno è costituito da tre foglioline più piccole e la corolla è pure di tre pezzi, ma più ampi specialmente nei fiori femminili. È sorprendente il numero inverosimile dei fiori presenti in ogni infiorescenza: da 8.000 a 12.000 quelli maschili e da 100 a 200 e più, quelli femminili! II frutto è una bacca allungata simile a una drupa, di colore giallo rossiccio: il dattero, a polpa molto zuccherina, di sapore un po’ mielato, con un solo seme ed endosperma osseo, molto duro».


I datteri «I datteri si consumano come frutta secca, per quanto il loro mesocarpo zuccherino si conservi a lungo polposo. Le razze colturali della palma da datteri, in dipendenza della forma, sono numerosissime: oltre trecento, e variano da luogo a luogo di produzione, ove sono distinte, anche commercialmente, con i nomi locali: qui di origine araba, là di origine americana. In commercio si distinguono soprattutto tre varietà: datteri a polpa molle, detti dagli arabi “deglet-nour”; datteri a polpa semimolle, chiamati “ghars”, e infine, datteri a polpa secca e farinosa, i cosiddetti “degla-berida”, che gli americani chiamano “bread-date”. I datteri si conservano molto a lungo (specialmente quelli a polpa asciutta) e le confezioni per l’esportazione e per il commercio sono varie: dalle grosse stuoie in cui sono semplicemente avvolti, alle grandi sporte fatte di foglia di palme, alle cassette in cui i datteri sono pressati, ai cestelli,

Semi di dattero

ai panierini, alle scatole fornite di vistose vignette, fino ai comuni pacchetti in cellophane. Questi frutti costituiscono, in molte regioni, la base alimentare non solo per gli indigeni, ma anche per i loro animali (cammelli, cavalli, ecc.); essi contengono solo il 17-20% di acqua, il 51,6% di zucchero (per prodotto secco), oltre a proteine, grassi e carboidrati vari, vitamina A e C in buona quantità, e B1, B2 e PP, invece, con valori irrilevanti; fra i sali minerali si notano specialmente: calcio (65 milligrammi per cento grammi di polpa) e fosforo (56 milligrammi per cento grammi); tutte sostanze che fanno dei datteri un alimento sano e nutrientissimo. Gli indigeni usano i datteri anche per confezionare uno speciale pane di datteri, per estrarne zucchero e per distillarne alcool dai frutti fermentati; i semi, macinati, ridotti in farina, vengono usati per ottenere mangimi per gli animali. Oggi, la palma da datteri è ormai nota, quasi esclusivamente, come pianta coltivata e fra i paesi dove più sviluppata è la sua coltura si devono annoverare (in ordine decrescente per importanza), l’Irak, l’Iran, l’Egitto, l’Arabia e la Libia, cui fanno seguito l’Algeria, l’India, la Tunisia, il Marocco, l’Africa occidentale, la California e infine la Spagna, altre regioni dell’Africa, la Sicilia e la Sardegna. Della palma da datteri si usa pure il fusto, che offre un buon legno da costruzione, e dal quale gli indigeni

Frutto della Phoenix Dactylifera: datteri

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Phoenix Canariensis, palma delle Canarie, Curcuris

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estraggono un liquido lattiginoso, di sapore dolciastro, che viene sottoposto a fermentazione e che si trasforma in una bevanda, nota col nome di «laghbi», capace di dare ubriachezza». Phoenix Canariensis «Una fra le più note,17 appartenente al genere Phoenix è sicuramente la canariensis. Originaria delle isole Canarie, si presenta con una rigogliosa corona di foglie pennate, di un colore verde intenso, lungo circa sei metri, con un picciolo armato di lunghe, forti, affilate spine e con un unico stipite, che può raggiungere l’altezza di 12-15 metri e più, con un diametro di 0, 70 m. quando non si è ibridata con la dactylifera. In questo caso avrà un fusto più sottile, più alto ed i frutti prodotti si avvicineranno a quelli della dactylifera. È una delle poche palme che produce semi fertili senza attendere l’età adulta; appena il frutto è formato produce spadici ed infiorescenze numerosissime ed i fiori portati sono fertili. La brattea ha un colore tra il verde e

1 AA.VV., Natura Viva. Enciclopedia sistematica del regno vegetale (intr. di G. Scortecchi) vol. I, Vallardi, Milano 1966. 2

Oggi, in Sardegna, è molto diffusa la Palma delle Canarie, Phoenix Canariensis. La descrizione delle palme è relativa ai tre tipi di palma utilizzati in Sardegna, per gli intrecci della Domenica delle Palme: la palma da datteri pramma era, la palma delle Canarie e la palma nana pramma de santu Pedru. 3 G. LICATA, Palme. Specie ambientate in Italia, Edisar, Cagliari 1993, p. 24. 4 G. LICATA, cit., p. 28; suddivide, inoltre, gli stipiti in 5 gruppi (p. 29): a fusto lungo; fusto multiplo; prive di fusto o fusto sotterraneo; a fusto ramificato; a fusto rampicante. 5

G. LICATA, cit., p. 35; tabella: tipi di foglie.

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G. LICATA, cit., p. 34.

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G. LICATA, cit. p. 39

giallo cuoio e la si vede crescere a vista d’occhio tra le foglie basali. Le infiorescenze compatte, color giallo paglierino, esplodono presto in numerosissimi rami, che nell’arco di pochi mesi produrranno grappoli di semi coloratissimi, rendendo l’aspetto di questa palma molto suggestivo. È una palma che sopporta bene anche le temperature rigide, sebbene il suo splendore lo raggiunga nelle zone temperate mediterranee. Essendo, inoltre, una pianta dioica sono necessari soggetti maschili e femminili per ottenere semi fertili. Questi hanno un’altissima percentuale germinativa, richiedono un tempo molto breve per germinare, da uno a due mesi dall’interramento. È coltivata per ornamento ed abbellisce sia zone pubbliche che giardini privati, crescendo velocemente».

8

G. LICATA, cit., p. 42

9

G. LICATA, cit. p. 44

10

G. LICATA, cit. pp. 47-50

11

G. LICATA, cit., p. 44

12

P. CONGIA, Dizionario botanico sardo, Edisar, Cagliari 1989. 13

AA.VV., Natura Viva… cit.

14

I. CAMARDA, F. VALSECCHI, Alberi e arbusti spontanei della Sardegna, Gallizzi, Sassari 1982; a p. 449 sono riportati i seguenti nomi sardi: Margagliò, Pramma agreste, Pramma nana, Prammitu, Pramma ‘e iscovas, Buatta, Parmas, Pramizzu, Parma de Santu Perdu martiri 15

P. CONGIA, cit., p. 193.

16

G. LICATA, cit., p. 96

17

G. LICATA, cit. p. 96

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AA.VV., Natura Viva… cit.

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Coppa in oro, con decorazioni a motivi di palmette; arte achemenide, sec. VI a.C. (Cincinnati Art Museum, Cincinnati)

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LA PALMA E L’ULIVO NELLA BIBBIA Il lettore della Bibbia può reputarsi beato quando entra in questo mondo di meraviglie, fatto di piccole grandi cose, oscure e affascinanti e ricco di un’infinità di significati. Chi apre il libro dei libri si immerge in un susseguirsi di immagini suggestive, di storie, di preghiere, di racconti misteriosi, scopre degli insegnamenti attraverso simboli e segni preziosissimi per la vita dell’uomo. La mente viene astratta dal gretto materialismo della vita moderna e con razionalità estrapola mille parole e pensieri che costituiscono l’essenza stessa della vita. Il linguaggio particolarmente catturante e il clima misterioso che si respira fa sì che non si possa fare a meno di conoscere sempre più. L’avventurosa lettura stuzzica la curiosità che spazia così nei meandri più reconditi e sazia la sete di sapere. C’è una risposta per tutti i «perché», che a loro volta ne generano altri. Senza la conoscenza della simbologia biblica risulterebbe impenetrabile l’immenso patrimonio artistico delle Sacre Scritture. «Il vocabolo antitetico a simbolo, in greco, sarebbe Diabolos che significa “colui che disperde”. Sarebbe diabolico frantumare in tanti piccoli significati modesti l’armonia del simbolo biblico». La palma e l’ulivo vengono citati frequentemente con diversi significati, riconducibili tutti al simbolo massimo 1 della gloria di Dio.

CITAZIONI TOPOGRAFICHE - Es. 15, 27: «A Elim vi sono 70 pal2 me». - Nm. 33, 9: «A Elim vi sono 70 palme». - Gdc. 1, 16: «Salirono dalla città

delle palme». - Gdc. 3, 13: «Gli alleati occuparono la città delle palme scacciandone gli Israeliti» (secondo Deut. 34, 3 si pensa sia Gerico; secondo altri studiosi si pensa sia Zoar, la città delle palme, sulla riva sud del Mar Morto). - Gdc. 4, 5: «Debora sedeva sotto la palma che porta il suo nome». - Cr. 28. 15: «Gerico, città delle palme». - Sr. 60, 12: «Circondavano Aronne con fusti di palma».

CITAZIONI STORICHE, ARTISTICHE E SIMBOLICHE - Ct. 7, 9: «Salirò sulla palma, 3 coglierò i datteri». - Ct. 5, 11: «I riccioli del mio diletto sono grappoli di palma». - Nc. 8, 15: «Portate dal monte rami di palma» - Mac. 10, 7: «Tenendo in mano rami verdi e palme». - Re I. 6, 29 – 35: La costruzione del tempio: «vi scolpì cherubini, palme e boccioli di fiori che ricoprì d’oro lungo le linee d’incisione della scultura dei due battenti». - Ez. 40, 16: «Sui pilastri erano disegnate palme». - Ez. 41, 18: «Erano dipinti cherubini e palme». - 2 Cr: «Sul rivestimento in legno di cipresso, ricoperto d’oro, della grande aula del Tempio vengono scolpite palme e catenelle»(queste ultime simboleggiano il limite sacro che nessun impuro e nessun empio può superare). - Levitico 23, 40: rami di palma vengono usati per la festa delle capanne: «Il primo giorno, prenderete frutti degli alberi migliori, rami di palma con 31


dense foglie e salici di torrente…» - Giovanni 12, 13: ingresso trionfale in Gerusalemme: «Il giorno seguente la gran folla era venuta per la festa; udito che Gesù era venuto a Gerusalemme, prese dei rami di palma e uscì incontro a lui gridando: Osanna, benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele». - Mac 14, 14: «Offrendogli una corona d’oro e una palma» (simbolo del premio). - Ap 7, 9: nella visione apocalittica i martiri sono avvolti in vesti candide, in segno della loro giustizia, costanza nella fede; la palma nelle mani significa che hanno superato ciò che è terreno e hanno ormai ottenuto il premio eterno «portavano rami di palma nelle mani» (simbolo di trionfo). - Sir. 24, 14: «Sono cresciuta come una palma in Engaddi»: qui viene vista come una metafora di ciò che è elevato e sublime (simbolo di sapienza). - Sal. 92, 13: «Il giusto fiorirà come palma» (simbolo di perfezione e di benessere). - Gb 15, 32: di chi si allontana da Dio, Giobbe dice: «La sua fronda sarà tagliata prima del tempo, e il suo ramo di palma non rinverdirà più». - Ct 7, 8: «La sua statura rassomiglia ad un palma»; per i padri della Chiesa, la palma del Cantico dei Cantici è un simbolo mariano.

CITAZIONI BIBLICHE SUL RAMOSCELLO D’ULIVO

re per la seconda volta la colomba, al suo ritorno essa portava «nel becco un ramoscello d’ulivo»: non era soltanto il segno che dal grembo della terra rispuntava la vita, ma anche che Dio donava all’uomo la sua pace e la sua benedizione. - Sal. (52, 10): chi viene paragonato all’ulivo è sotto la protezione divina; il giusto può dire di sé: «io invece, come ulivo verdeggiante nella casa di Dio, mi abbandono alla fedeltà di Dio ora e per sempre». - Un tempo anche Israele era chiamato da Dio «ulivo verde, maestoso»; ma dopo che ebbe dimenticato l’alleanza sancita fra Dio e i padri, al popolo fu profetizzato da Geremia (11, 16) «con grande strepito (il Signore) ha dato fuoco alle sue foglie, i suoi rami si sono bruciati». - Zc. (4, 25; 11-14): nella visione del profeta Zaccaria, sul candelabro tutto d’oro con 7 lucerne, i due ulivi significano «i due consacrati che assistono il dominatore di tutta la terra». Secondo una similitudine dell’apostolo Paolo, l’umanità pagana è un ramo d’oleastro; Dio però l’ha innestato sull’ulivo nobile d’Israele, così che essa è divenuta partecipe della sua santa radice e della sua linfa (Rom. 11, 17). - Gb 15, 33: «Getterà via come ulivo i suoi fiori». - Nell’Apocalisse i Profeti, testimoni di Dio, appaiono nell’immagine dell’antico Testamento dei due ulivi che stanno davanti al Signore (Ap. 11, 35).

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- Gn. (8, 11): quando Noè, dopo il lento abbassarsi delle acque, fece usci-

1 Questa citazione e altri concetti sono stati rielaborati dalla presentazione di Gianfranco Ravasi al testo di M. LURKER, Dizionario delle immagini e dei simboli Biblici, Edizioni Paoline 1990.

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2 La Bibbia - C.E.I. – Ed. Civiltà Cattolica, Roma 1978 3

La Bibbia, cit.

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La Bibbia, cit.


Pane tradizionale per la Domenica delle Palme, San Vero Milis

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Bassorilievo in alabastro, raffigurante delle palme e fiancheggiato da due geni alati che effettuano l’impollinazione manuale. Nimrud, palazzo di Assurnazirpal II, IX sec. a. C. (Metropolitan Museum of Art, New York)

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LA PALMA NELLA STORIA L’origine delle palme si perde nella notte dei tempi. Numerose impronte fossili di tronchi, frutti e foglie, sia palmate che pennate, risalenti al Cretaceo superiore, e al Terziario e soprattutto all’Eocene ed Oligocene,1 costituiscono i reperti che attestano la sua presenza. Le citazioni bibliche ci offrono un quadro verosimile dell’ambiente dell’antico Oriente, dove la palma, e in specie la palma da dattero, occupa un importante ruolo nell’economia; in essa non c’è nulla che l’orientale non sappia sfruttare. Nell’antica Mesopotamia essa era considerata l’albero sacro per eccellenza, era oggetto di aspersioni rituali e gesti simbolici, legati all’idea della fertilizzazione. L’importanza della palma è molto frequente nella decorazione assira e neoassira.2 Alcune raffigurazioni assire mostrano sopra la sua corona a ventaglio il dio del Sole dentro il disco solare alato. A Meghiddo, città della Palestina, fra le numerose placche intagliate in avorio, risalenti alla tarda età del bronzo (1550 – 1200 a. C. ), ne è stata trovata una bellissima, intagliata, con motivi ornamentali costituiti da foglie di palma, e oggi conservata al museo Archeologico Rockfeller, a Gerusalemme. Molto rappresentativa, inoltre, un’incisione raffigurante l’albero della vita, ossia una palma da dattero, su uno scri-

gno eburneo, proveniente da Nimrud, sul Tigri, e risalente all’8°sec. a. C. (sempre di importazione siro- fenicia).4 L’immagine della palma da frutto decorava le parti più sacre del Tempio di Salomone e quello escatologico di Ezechiele, per simboleggiare la gloria di Dio.5 La fecondazione delle palme è uno dei fenomeni vegetali osservati da più antico tempo. Il polline viene trasportato dal vento sulle piante femminili, ma l’opera del vento è stata spesso sostituita dall’uomo che si assicura così un successo certo. Numerose stanze che circondavano il palazzo di Assurnazipal II, a Nimrud, sulla riva sinistra del Tigri, erano ornate con un rilievo in alabastro, a una o due strisce, nel quale veniva ripetuto un unico motivo: l’albero della vita, ossia, la palma da frutto, fiancheggiato da due figure. In questo bassorilievo, uno dei pochi interi, vediamo, nel registro superiore, due figure mitiche, con corpo umano e ali, inginocchiate ai lati della pianta, nel registro inferiore, due geni alati e con testa d’aquila che stanno impollinando un albero fortemente stilizzato, aspergendo con fiori maschili intinti in un secchiello (sec. IX a.C.). Il reperto, consistente in una lastra, è conservato nel Metroplitan Museum of Art a New York.6 Dalle rovine di Cafarnao e della sua sinagoga, è emerso un capitello con figura di palma (arte giudaica).7

Pannello in avorio, con motivi di foglie di palma, proveniente da Meghiddo, 1550 a. C. (Museo arch. Rockfeller, Gerusalemme)

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dell’amore, della danza, dell’alcool, dei Nella Bibbia i rami di palma sono morti e signora dei paesi stranieri, era segno di festa e di vittoria: (Levitico 23, considerata anche la «la Signora della 40; Neemia 8, 15; I Maccabei 13, 51; Giopalma da dattero». «I Phoenikes (Fenivanni 12, 13; Apocalisse 7, 9) e la ci) portavano nel loro nome la memocostanza nel loro uso, visibile in questi ria delle palme dell’attuale Libano loro passi, fa riconoscere nella palma un simterra d’origine».11 bolo caratteristico della salvezza. InsieLo studioso Strasburger12, a proposime con il cedro del Libano, la palma rafto della palma dactylifera, asserisce figura la crescita e la fecondità della diviche «la patria della palma na Sapienza (Siracide 24, 14) dactylifera dovrebbe essere e anche dei giusti (Salmo 91, cercata nella Persia meridio13-16). Molti scrittori sacri nale od in Arabia, ma, come prendono l’albero della per molte piante di coltivapalma come simbolo di prozione, è difficile stabilire sicusperità e di benedizione diviramente la sua origine. È na: Justus ut palma florebit , generalmente escluso che la “Il giusto fiorirà come palma”. palma dactylifera esista ancoSpecialmente a Maria, regira in forma spontanea. Si è na di tutti i santi, la chiesa per lo più d’accordo nel traapplica le parole della Scrittudurre il greco ‘phoinis’ con ra: «Io crebbi simile a una pal‘fenicio’. Ciò significa che le ma» (Eccl. XXXIV, 18). palme greche hanno origine In realtà, la palma è la piansemitica». ta più bella, ricca e nobile «Nell’arte greca, cretese dell’Oriente, è l’ornamento micenea, etrusca e orientale più splendido del mondo antica, è estremamente fredegli alberi. quente, scolpito o dipinto, il Per questo è stata scelta tra motivo decorativo detto ‘palgli attributi dell’Immacolata metta’, costituito da un Concezione. Figura incisa su uno numero dispari di petali In Egitto, i rami di palma scrigno eburneo disposti a ventaglio intorno a divennero simbolo di vita lunga, raffigurante l’albero della vita uno stelo, a un lobo o a due voluanzi senza fine, ed erano perciò (Nimrud, sul Tigri, te, spesso ordinato in una serie portati nei cortei funebri, e spesVIII secolo a. C.) simmetrica. so posti sul feretro o sul petto Esso orna le stele attiche, le della mummia. Una pittura muraceramiche, le opere di oreficeria; come le, trovata nella tomba di Pashedu, presantefissa di terracotta, le coperture dei so la necropoli di Tebe (Egitto), risalente al periodo della XIX-XX dinastia templi».13 (1308-1087 a. C.), rappresenta un «Su un gran numero di vasi greci la morto che beve nelle acque di un rivo palma ha un notevole valore emblematico; da essi veniva considerato simbolo che scorre presso una palma da frutto.8 di vittoria e ne veniva offerto un ramo ai È esistito uno stile architettonico, generali trionfatori, come pure agli atleriscontrabile in alcune colonne nei templi egizi, detto “palmiforme” o “dattiliti vincitori dei giochi».14 forme” o in dei bassorilievi in cui il moti«Nike, dea della vittoria, in guerra e nelle gare atletiche o il successo nelle vo della palma è sempre ricorrente.9 competizioni di vario genere (musicali, Hathor, una delle principali divinità letterarie, di bellezza), talvolta viene rafdel Pantheon egiziano,10 dea del cielo, 36


toria che il cristiano riceve dopo una figurata come figura femminile alata buona battaglia nella vita. Nelle pitture che porta in mano un ramoscello di palcatacombali si trovano anche rami e ma».15 alberi d’ulivo come riferimento alla Numerose monete avevano sul fronpace eterna.22 te rappresentato un ramo di palma. 16 Un gruppo di bambini che portano «Le prime monete che sullo scorcio rami di palma rappresenta i Santi Innodel IV sec. a. C. circolavano in Sardecenti. Anche Santa Felicita e i suoi sette gna, benché emesse dalla zecca cartagifigli, martiri a Roma nel II secolo sotto nese di Sicilia, recavano sul diritto un Marco Aurelio, reggono rami di palma. albero di palma. Tra il 300 e il 264 a. C. Un albero di palma costituisce il furono le officine sarde a battere monebastone da viandante di San Cristoforo. ta con un cavallo recante sullo sfondo il Il perizoma fatto di foglie di palma è palmizio». Nelle monete romane la caratteristico dell’eremita nel deserto, palma è simbolo della Giudea. in particolare di San Paolo eremita e di Durante la fuga in Egitto, Giuseppe Sant’ Onofrio.23 coglie dei datteri dalla palma, sotto la 17 In Sardegna, la più arcaica iconograquale la sacra famiglia riposa. fia cristiana relativa al simbolismo della Quando il popolo seppe che Gesù palma è stata scoperta a Cornus. veniva a Gerusalemme, prese dei rami Lo riferisce Giorgio Farris nel suo Le di palma e uscì incontro a lui gridando aree paleocristiane di Cornus.24 «Osanna! Benedetto colui che viene nel «Il nome latino nome del Signore, palma si basa sulla il re d’Israele».18 trasmissione della Quando Gesù denominazione spirò sulla croce, la primitiva del “palfolla presente lo mista” indigeno riconobbe come alla palma dactyliDio, e per questo a Motivo decorativo “palmetta”, fera. Ai tempi di Plifianco della croce presente nell’arte greca, cretese, nio, quindi trionfatrice sorge micenea e orientale antica all’inizio della maestosa la palnostra era, la palma dactylifera era già ma.19 largamente diffusa». I martiri portano la palma come sim«Palma è un poleonimo relativamenbolo di vittoria. Una palma tra due albete diffuso nel mondo romano: nel 122 ri è, in genere, simbolo della croce di a.C. Cecilio Metello Balearico fonda la Cristo.20 Colonia Palma nell’ampio golfo nord L’angelo, venuto ad annunciare la occidentale nell’isola di Maiorca, e il morte alla Vergine, le consegna un sito Ad Palmas nell’Africa Proconsolaramo di palma; esso, poi, diverrà attrire.25 buto di S. Giovanni evangelista che lo Nell’Oristanese le due Palmas ricorriceve dalle mani della Madonna dano insediamenti di età romana presmorente.21 so la via che da Forum Traiani porta a Quello che in origine era l’emblema Othoca».26 Il toponimo Palmas viene delle vittorie militari, portato nei cortei menzionato nel condaghe di S. Maria di trionfali dei romani, fu poi adottato Bonarcado (secolo XII)27 nel «Condadalla chiesa primitiva come simbolo ghe di S. Nicolò di Trullas»28, nel «Condella vittoria cristiana sulla morte. Sulle pietre tombali protocristiane, infatti, la daghe di S. Pietro di Silki»29 e in quello palma è un’allusione al premio della vitdi «S. Michele di Salvenor».30 37


Capitello colonna marmorea, basilichetta battisteriale raffigurante foglie di palma, d’ulivo e pesce, classificato tra i pulvini meandri, da G. Farris

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Mensole marmoree col simbolo orientale della palma. Reperti classificati tra i pulvini meandri, da G. Farris

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Pittura murale raffigurante la palma dattilifera. Tomba di Pashedu, necropoli di Tebe, 1308 a. C.

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Viene pure ricordato nel Codex un giardino di via Martignano spiccano Diplomaticus Sardiniae.31 due palme eccelse. In Sardegna Palma Maiori è docuIn su Brugu di San Lazzaro, presso il mentata per la prima volta nel testaconvento dei Padri Cappuccini, un mento di Goffredo, di Pietro d’Arborea, vastissimo giardino posto tra le odierne del 1254; Palma di Ponti è documentata via Cagliari e viale San Martino si fregianell’atto di pace del 1388 tra gli Arbova di cinque altissimi palmizi, mentre in rea e gli Aragonesi. lontananza, verso la chiesa romanica di Esiste un’altra località chiamata PalSan Nicolò un’altra palma tende al cielo mas nel Sulcis; corrispondente alla frale sue fronde. Dopo la metà dell’800 zione di Palmas del comune di S. Giouna veduta di S. Nicolò e dei ruderi vanni Suergiu e di essa si fa menzione in dell’antico monastero benedettino, un Diploma di Carlo V. Secondo lo dovuto alla matita del comasco Alfonso Spano esistevano 6 ville denominate Garavaglio, ci conserva in primo piamo Palmas. Una chiesa di S. Maria di Palmas un fico d’India e l’alto palmizio già rapapparteneva ai Vittorini nel sec. XI. presentato dal Cominotti nel ’27». Nel Il cognome Palmas e De 1837 Valéry,34 segnalava che Palmas è presente in Sarde«le grandi pianure coltivate gna e in Liguria. Fra i e fertili del Campidano di cognomi dei testi genovesi Oristano coi loro numerosi che nel 1198 sottoscrivevapalmizi, le alte siepi di fichi no i patti fra Genova e Pisa, d’India e il cielo di fuoco, si registra quello di De Palsembrano, allo stesso temmas.32 po, Beauce e l’Africa … La Nel 1580 il vescovo Fara maggior parte dei villaggi notava che in Sardegna, a ha un boschetto di palmizi fronte della grande diffuche sembrano il monus i o n e , « s p e c i e mento naturale del luogo». nell’Algherese e nel Sulcis, Enrico Costa riconosce della palma nana», si osseri n O r i s t a n o l a Te r r a vava «in alcuni giardini… la d’Oriente al cospetto delle rara palma domestica che seducenti figlie di Sion, tuttavia non dà frutti, ma dominata dalle cupole Monete sardo-puniche invece invecchia sterile». moresche della cattedrale e con albero di palma e cavallo; Nel 1700, come riferisce della chiesa di San FranceIV sec. a C. • foto tratta da: 33 Le monete della Sardegna Raimondo Zucca, «ad Orisco. E il Campidano oristadal IV sec. a. C. al 1842, stano sono presenti delle nese ha veramente una Banco di Sardegna 1996, p. 32 raffigurazioni di palmizi: tinta orientale… che si «veduta di Oristano» in essa spicca sullo perde in orizzonte luminoso rotto qua sfondo della cupola della cattedrale di e là dai ciuffi di qualche palma solitaria. Oristano, da poco ricostruita, un palmiL’abate Angius osserva che «Palmas zio all’interno di un verdeggiante giar(d’Arborea), piccolo villaggio della Sardino cinto d’un alto muro, lungo lo stradegna, nella provincia di Busachi, è done reale (attuale via Cagliari). compreso nel mandamento di Simagis, Nel 1827 quella palma fu abbattuta, della prefettura di Oristano. Il nome di ma in compenso il Cominotti ci offriva questa terra ebbe sua ragione negli orti in quell’anno la veduta di Oristano, di palme che erano nel sito, e sono da dall’alto del campanile del Duomo: in molto mancati. Per la stessa ragione avesu Pottu (il centro cinto da mura) e in vano ottenuto lo stesso nome Palmas di 41


Sulcis e le distrutte Palmas del Campidano di Cagliari e Palmas di Hippis o Gippiri».35 Nella Marmilla e nel Campidano di Oristano numerosi esemplari di tessitura e intaglio del legno, risalenti all’800, rappresentano come motivo ornamentale, la palma. «Nel Rinascimento e soprattutto nello stile Impero, fu nuovamente applicato il motivo decorativo “palmetta” e riprendeva la maggioranza dei motivi ornamentali antichi».36 «La funzione simbolica della palma sopravvive ancora oggi nelle insegne delle varie decorazioni, fra cui la croce di guerra francese. Oggi, il nome palma compare nell’«ordine delle palme accademiche», decorazione francese, istituita nell’ambito dell’Università e divenuta ordine nel 1955. La palma è figura araldica che si pone sullo scudo, sia intera, che in due rami decussi, in croce di S. Andrea, e simboleggia la vittoria, la gioia, l’abbondanza e la pace. Le bandiere di alcuni stati americani, quali Florida, Carolina del Sud e Hawaii, hanno inserita una palma. Famosa la “Sabal palmeto” sulla bandiera della Carolina del Sud, in ricordo della prima vittoria contro la Gran Bretagna. Va ricordata ancora a Parigi la monumentale piazza “du Chatelet”, con al centro l’omonima fontana detta anche “della vittoria” o “della palma”. Essendo simbolo di vittoria, ai nostri giorni, va ricordata l’assegnazione della «Palma d’oro» nell’annuale Rassegna Cinematografica di Cannes. Troviamo la

1 G. LICATA, Palme. Specie ambientate in Italia, Edisar, Cagliari 1993, pp. 18-19. L’origine della palma è molto antica. Si hanno dati abbastanza attendibili sulla famiglia delle palme, l’esistenza delle quali è attestata da numerose impronte fossili di tronchi, frutti e foglie, sia pennate che palmate. Questi reperti si sono riscontrati, in numero limitato, nel cretaceo superiore, molto più numerosi nel terziario e soprattutto nell’Eocene

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Capitello con figura di palma. Arte giudaica. Cafarnao.

palma nei francobolli e come immagine di purezza nelle immagini sacre. Oggi esistono numerose associazioni, nate con lo scopo di facilitare l’incontro tra tutti coloro che si interessano di palme: la “International Palm Society” negli USA e la “European Palm Society” a Londra37, e la “Associazione Italiana per le palme Beccariana”. ed Oligocene. Alcune foglie palmate del Terziario infatti ci riportano al genere chamaerops e trachycarpus, mentre nell’Eocene altre foglie hanno la struttura della Latania e della Sabal. Inoltre, in alcune foglie pennate dell’Eocene e dell’Oligocene delle Basse Alpi si può riconoscere con certezza il genere Phoenix della specie dactylifera. Altre ancora provenienti dall’Eocene del


Veronese e dell’Oligocene Ligure ci riportano al genere delle Areche ed a quelle delle Kentie. Infine i resti fossili di tronchi e foglie di Palmoxylon del Cretaceo presentano la stessa struttura anatomica delle palme attuali. 2 Simili lavori, pur collocandosi nell’ottica della religiosità mesopotamica, sembrano essere opere di importazione siro-fenicia o, quanto meno, lavori eseguiti da artigiani deportati da quelle zone. 3 M. LURKER, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, ed. Paoline, p. 147. 4 La Bibbia - C.E.I. – Ed. Civiltà Cattolica, Roma 1978, Genesi 3, p. 37 5 La Bibbia, cit., 1 RE (6-29-32-35), p. 517; e Ez. (40-16-22-26-41-17-20), p. 1613 6

La Bibbia, cit., Prv. 3, p. 1142.

7

La Bibbia, cit., Prv. 27, p. 1184, foto n. 55

8

La Bibbia, cit., Prv. Salmo 91, p. 1073, fig. n. 319 9

G. LICATA, cit., p. 19

24 G. FARRIS, Le aree paleocristiane di Cornus, S’Alvure, Oristano 1993. Le aree di Cornus vennero messe in luce a Columbaris (in agro di Cuglieri), non lontano dall’acropoli di Cornus, dal prof. Ovidio Addis nelle campagne di scavo degli anni 1962-63. Tra i reperti della basilichetta battisteriale vennero alla luce numerose colonne, di foggia prevalentemente classica, tra cui: a) n. 1 colonna marmorea monolitica con raro capitello raffigurante, nelle otto sfaccettature, la foglia d’ulivo, la palma e la sagoma del pesce, illustrazione scultorea, quest’ultima, dell’acrostico greco delle parole “ICQUS”, Jesoùs Christòs Theoù Hyòs Sotér, cioè Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. b) n. 2 mensole marmoree, di cui una incompiuta e ricavata da una statua ellenistica raffigurante in origine la figura di un atleta greco. Dette mensole hanno entrambe rilievi scolpiti col simbolo orientale della palma. Tali reperti, classificati da G. Farris come “pulvini meandri”, rappresentano per le scoperte archeologiche la più rara testimonianza del simbolismo arcaico cristiano giunto in Sardegna dall’Oriente. 25

R. ZUCCA, cit.

26

R. ZUCCA, cit.

10

H. BIEDERMAN, Enciclopedia dei Simboli, Garzanti, Milano 1991; XIV pp. 654; AA.VV. Enciclopedia Universale, Rizzoli-Larousse, Milano 1987, Vol.7, p. 536 11

R. ZUCCA, La storia di una città attraverso le sue verdi palme, in “L’Unione Sarda” del 4 marzo 1997 12 E. STRASBURGER, Un Botanico racconta, Gentile, Milano 1944. 13 A A .V V . Enciclopedia Universale RizzoliLarousse, vol XI, p. 209 14

G. LICATA, cit., p. 19

15

H. BIEDERMAN, cit.

16

R. ZUCCA, cit.

17

J. HALL, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Ed. Longanesi & C. Milano 1983, p. 313 18

La Bibbia, cit., Gv. 12,13, p. 2087.

19

J. HALL, cit., p. 313

20

M. LURKER, cit., p. 147.

21

J. HALL, cit., p. 313

22

M. LURKER, cit., p. 147.

23

J. HALL, cit., p. 313

27

Condaghe S. Maria di Bonarcado (171, 172), rist. del testo di E. Besta riveduto da M. Virdis, S’Alvure, Oristano 1995. 28 Condaghe di S. Nicolò di Trullas (133,134, 148), Carlo Delfino, Sassari 1982 29 Condaghe di S. Pietro di Silki (402), ed. Libreria Dessì, Ozieri 1982 30 Condaghe di S. Michele di Salvenor (68) Archivio Storico sardo edito dalla Soc. Storica Sarda, Cagliari, Stab. tip. ditta G. Dessì 1912. 31 Codex Diplomaticus Sardiniae, I, p. 817 e segg. Atto solenne del 24 gennaio 1388 fra don Giovanni re d’Aragona ed Eleonora d’Arborea, 377, 664, 666, 667, 668, 846; e Codex Diplomaticus Sardiniae, II, 170, 335, 340, 389, Carlo Delfino, Sassari 1984 32 L. MANCONI, Dizionario dei cognomi sardi, Ed. Della Torre, Cagliari 1987 33

R. ZUCCA, cit.

34

A. C. P. VALÉRY, Viaggio in Corsica, all’Isola d’Elba e in Sardegna, Ilisso, Nuoro 1996 35 V. ANGIUS, in G. CASALIS, Dizionario Geografico Storico Statistico Commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, Edisar, Cagliari 1988, rist. an., estratto voci Provincia Oristano, vol. III, pp. 759-762 36 A A .V V . Enciclopedia Universale RizzoliLarousse, Vol. XI, p. 20937 G. LICATA, cit., p. 19

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Santulussurgiu, benedizione delle palme, 1991

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LA DOMENICA DELLE PALME CENNI STORICI: ORIGINE E SVILUPPO «Nel calendario liturgico oggi in uso, la Domenica delle Palme è chiamata Dominica in palmis de passione Domini. In essa si commemorano due fatti molto importanti: l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme e la sua passione e morte.1 Nell’insegnamento della chiesa primitiva aveva notevole rilievo il ricordo dell’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme e soprattutto quello della morte e risurrezione. Tutti gli evangelisti riportano questi fatti con grande rilievo. La cerimonia della Domenica delle Palme si può dividere in quattro momenti: 1) la benedizione dei rami di palma e di ulivo e la loro distribuzione; 2) la processione con l’ingresso solenne in chiesa; nel vecchio rito a questo punto si cantava l’inno Gloria, laus et honor tibi sit, Rex Christe redemptor, presso l’uscio della chiesa a porte chiuse, da un coro all’interno della chiesa, e dall’assemblea che dall’esterno rispondeva; alla fine dell’inno il celebrante percuoteva tre volte, con l’asta della croce, la porta principale che si apriva per consentire l’ingresso in chiesa all’assemblea osannante; 3) la celebrazione della S. Messa; 4) la lettura del Passio (storia della passione del Signore) che frequentemente veniva cantato in gregoriano da tre cantori: Cronista, Cristo e Turba. Con questa domenica ha inizio la “Settimana Santa”, con tutti i riti che la pietà cristiana ha creato. La Domenica delle Palme, nel vecchio ordinamento liturgico, veniva chiamata “Seconda domenica di passione”. Con la benedizione gli umili ramoscelli di palma e di ulivo acquistano, come viene detto nelle ‘Orazioni’, la virtù di difendere la

persona e le cose dalle insidie del demonio. Questo rito è documentato fin dal VII secolo, ed ebbe uno sviluppo di cerimonie e di canti adeguato all’importanza sempre maggiore, data dai fedeli, alla processione delle palme. Essa è testimoniata a Gerusalemme alla fine del IV secolo e, quasi subito, accolta dalla liturgia della Siria e dell’Egitto. In Occidente, poiché questa domenica era riservata a cerimonie pre-battesimali (infatti il battesimo era amministrato a Pasqua), la benedizione delle palme, con la solenne processione, trovavano difficoltà ad introdursi nella pietà popolare, senza nuocere al cammino catecumenale dei neobattezzandi. Entrò in uso dapprima in Gallia (sec. VII e VIII) dove Teodulfo d’Orléans compose l’inno Gloria laus et honor poi in Roma alla fine del secolo XI e quindi in tutte le chiese di rito latino». La benedizione delle palme2 con la processione dei fedeli ha dato un’importanza particolare alla Domenica, che dalle palme prende nome. Dice Alexander Kuhne: «Noi accompagniamo il nostro Salvatore nel suo ingresso nella Città Santa e chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce per essere partecipi della sua risurrezione» indicando così il motivo essenziale della processione. Circa la formazione della processione, il Messale dice: «I fedeli si radunano in una Chiesa succursale o in un luogo fuori della Chiesa parrocchiale, verso la quale si dovrà dirigere la processione. I fedeli portano in mano i rami d’ulivo e di palma. Se non si ha una Chiesa succursale, i fedeli si radunano davanti alla porta della Chiesa parrocchiale». 45


La commemorazione dell’ingresso del Signore a Gerusalemme deve rappresentare simbolicamente «quel che Egli ha fatto una volta in maniera esemplare e continua a fare mediante la sua Chiesa e nella Chiesa». «Sei giorni prima della solenne celebrazione della Pasqua, quando il Signore entrò in Gerusalemme, gli andarono incontro fanciulli: portavano rami di palma e acclamavano a gran voce: ‘Osanna nell’alto dei cieli: Gloria a te

che vieni, pieno di bontà e di misericordia. Sollevate o porte i vostri frontali, alzatevi porte antiche ed entri il Re della gloria’ (Antifona d’ingresso). La chiesa ripercorre questo evento. Anch’essa, a somiglianza del Signore, si trova in cammino verso la Gerusalemme celeste, ma tale percorso passa attraverso la passione e la morte. Infatti la Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzione del mondo».

1 AA.VV., Enciclopedia Universale RizzoliLarousse, Milano 1987, p. 205.Il cerimoniale del rito latino, in uso dal basso medioevo sino alla riforma liturgica proposta dal Concilio Vaticano II, era articolato nel modo su indicato.

2 A. KUHNE, Segni e Simboli nel culto e nella vita, Ed. Paoline 1988, p.124.

Gruppo di ragazze espongono le palme benedette, Ales 1970

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Altare addobbato per la Domenica delle Palme

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Processione della Domenica delle Palme, presieduta da S. E. Mons. Antonio Tedde, Ales 1984

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LA DOMENICA DELLE PALME NELLA TRADIZIONE SARDA Importanti documenti storici autorizzano a credere che la Domenica delle Palme, in Sardegna, venisse celebrata, con grande partecipazione popolare, sin dal secolo XII: il Condaghe di S. Maria di Bonarcado (sec. XII) riporta la denominazione Dominica de Palma.1 La Carta de Logu (1390-95) fa riferimento a tre solenni Coronas:2 - «Sa corona de santu Marcu», Consiglio del 25 aprile, - «Sa corona de santu Nicola», Consiglio del 10 settembre, - «Sa corona de Palma», Consiglio della Domenica delle Palme (data mobile). Si tratta delle tre scadenze annuali per i controlli che Curatores e Majorales dovevano obbligatoriamente effettuare presso i loro amministrati. Il primo giorno de sa Corona de Palma, inoltre, costituiva una data importante per l’acquisto della «Carta de Logu» da parte degli uffiziali.3 Sempre all’epoca dei Giudicati, risulta che Leonardo Alagon,4 nel 1470, sceglie il Sabato delle Palme (14 aprile) per la battaglia contro Nicolò Carroz presso il santuario di San Salvatore di Uras: questo attesta l’importanza che veniva data alla solenne giornata. La presenza ad Oristano, inoltre, di numerosi monasteri, tra i quali quello di S. Chiara, rifondato nel 1343, ha fatto sì che si diffondesse un’intensa religiosità, attestata dalle numerose preghiere cantate che ci sono state tramandate oralmente e poi trascritte, comprese quelle per la celebrazione della Domenica delle Palme. La benedizione delle palme e la processione costituivano il momento culminante della celebrazione liturgica,

dove fede, religiosità e culto si mescolavano alla tradizione. Le monache di S. Chiara hanno tramandato nei secoli l’arte dell’intreccio delle palme, consegnandoci numerose tecniche e manufatti che oggi vengono conservati gelosamente nel Monastero e nelle case dei familiari delle monache, perché vigeva l’usanza di regalare un significativo manufatto, in occasioni particolari della vita familiare (matrimoni e compleanni) e per la visita in Monastero di autorità. I manufatti delle suore, d’inestimabile valore e raffinatezza, si differenziavano dagli intrecci espressi dal popolo, più semplici, meno ricchi di figure e significati simbolici, sia per la complessità dei motivi naturalistici, che per la ricchezza di immagini e di materiali ornamentali usati, nonché per la perfezione tecnica. Fra i preziosi sigilli del secolo XIV, conservati nel monastero di Oristano,5 due raffigurano S. Chiara in abito francescano, con saio, velo, soggolo e il cordone al fianco sinistro; con la destra regge una lunga palma e con la sinistra il libro della regola.6 Non ci stupisce che le monache abbiano sempre riservato una particolare attenzione alla palma e alla tradizione dell’intreccio delle sue foglie, proprio perché Santa Chiara, a 18 anni, decide di seguire l’ideale di Francesco, la Domenica delle Palme del 1211, “conversione”, mentre partecipa, nella cattedrale di S. Rufino, alla cerimonia della distribuzione delle palme.7 La fondazione degli ordini monastici e dei monasteri aveva come obiettivi: la ricerca personale di Dio lontano dalla guerra e dai disordini del mondo; proporre una religiosità più matura alle persone che in qualche modo si avvici49


compresa la tradizione popolare dei navano ai monaci e per questo facevacanti religiosi e degli intrecci per la Setno uso di un linguaggio semplice che veniva recepito e memorizzato dal timana Santa.9 popolo. «Furtei, centro della provincia di Il metodo più in uso era quello delle Cagliari, fa risalire la tradizione immagini semplici, che celavano dendell’intreccio delle Palme pintadura de tro dei significati profondi, e quello sa Prama, al periodo aragonese, quandella preghiera cantata, nel do le controversie tra contacelebrare i momenti della dini e pastori erano frequenti. vita del Signore e della Fu proprio per sedare una di Madonna. queste controversie tra gli Nasceva così una profonagricoltori di Furtei, i pastori da religiosità popolare che e i conciatori di pelli di Nurasi esplicava in particolari xi, scoppiata per l’utilizzo celebrazioni e riti, che con il dell’acqua del Fluminimanpassare del tempo si affernu, che il rappresentante mavano sempre di più. degli aragonesi, il conte FranLa Settimana Santa, cesco di Sanjust, decise di utiChida Santa, è stata sempre lizzare come segno tangibile considerata «la grande settidella pace, firmata il pomerigmana» dell’anno liturgico, gio del venerdì antecedente caratterizzata da momenti di la Domenica delle Palme, un grande fede, che sottolinearamoscello di palma da dare a no la centralità del mistero tutte le famiglie. Da allora, la tradizione vuole che la massiSigilli del sec. XIV, pasquale nella vita della Chiesa.8 di S. Chiara, ma autorità civile consegni le Inizia proprio la Domenica Monastero Oristano palme al popolo e all’autorità delle Palme, e si conclude il religiosa. Così, ogni anno, il sabato successivo (Sabato venerdì antecedente la DomeSanto), chiudendo così il nica delle Palme, gli anziani periodo quaresimale di penieffettuano sa Pintadura. Una tenza e conversione e aprenpalma particolare, Sa Prama do il tempo pasquale pieno ‘e Passiu, alta 130 cm, viene di serena letizia. confezionata su incarico del Le verità della religione e gli insegnamenti morali Sindaco».10 erano affidati in modo quasi Numerose sono nel ‘600, le esclusivo alla predicazione confraternite, presenti in in genere ed alla poesia quasi tutte le comunità parpopolare. Nasceva così la trarocchiali, sempre parte attiva dizione religiosa in tutta la in tutte le manifestazioni di sua autenticità e ricchezza di fede, anche se la loro nascita valori. sia di molto anteriore. Nel secolo XIV si mettono per iscritLuigi Spanu ricorda11 che «nel ‘600, to molte notizie della tradizione orale la città di Oristano pullulava di monache sono la radice della nostra cultura steri e conventi e il desiderio di ragpopolare. giungere gradi eccellenti di perfezione Nei secoli XV-XVI la dominazione religiosa portò i cittadini a istituire le spagnola influì notevolmente sia sulla Confraternite e le pie associazioni e lingua e sia sulle forme di religiosità, così fecero molti centri della Sarde50


Processione della Domenica delle Palme: Confratelli del Rosario, Tresnuraghes

gna». Riferisce inoltre «che le Confraternite per statuto dovevano prendere parte a tutte le manifestazioni religiose della città, soprattutto alle processioni. La prima processione della Settimana Santa era quella della Domenica delle Palme, nella quale i rami d’ulivo, benedetti dal sacerdote nel tempio, si portavano fuori dalla chiesa e si chiudevano le porte. Allora il sacerdote avanzava verso l’ingresso sbarrato e bussava chiedendo di aprirlo. Dopo un canto la porta veniva aperta e la processione delle palme entrava nel tempio».12 Nei secoli XVII e XVIII esplode il fenomeno del teatro religioso, di cui fanno parte anche le processioni, vietate da Filippo IV con un decreto del 1649. Francesco Carmona nel 1629 scrive in castigliano La Passion de Christo. Nel 1726-27 Maurizio Carrus di San Vero Milis, nel Libro de Gosos de la Coffradia de lo Spirito Santo de la Villa de Santo Vero Milis trascrive le Laudes che

venivano recitate e cantate dalla suddetta confraternita secondo il calendario mensile. Fra queste troviamo: Laudes Quadragesimae, Dominica in Palmis, Laudes sicut in Dominica j fol. 241.13 Nei secoli XVIII e XIX numerose raccolte manoscritte di Gosos, Laudes in lingua sarda (campidanese, logudorese) e spagnola,14 attestano la continuità della tradizione. Il secolo XX, nonostante le difficili condizioni sociali, conosce un rifiorire di tradizioni popolari, non ultima quella delle cerimonie della Settimana Santa. Le testimonianze orali ci consentono di conoscere molti particolari sulle cerimonie liturgiche e sul modo in cui si esplicava la partecipazione popolare. Ogni centro, grande o piccolo che fosse, affidava alle confraternite e al sacrista l’impegno della ricerca e acquisto dei rami di palma per le parrocchie. I numerosi registri e libri di amministrazione o di regole (Obbrigos) delle 51


confraternite (cunfradìas) di Scano Montiferro15 e paesi limitrofi (Seneghe,16 Tresnuraghes17) e dell’Archidiocesi Arborense,18 descrivono le processioni come manifestazioni di fede popolare che non solo rivestivano un carattere simbolico-spirituale, ma erano delle vere e proprie dimostrazioni drammatiche, come ad esempio s’incontru. A Tresnuraghes i registri di amministrazione delle confraternite dell’Ottocento riportano alla voce “uscite”: «acquisto delle palme per la Settimana Santa», che si aggiunge alle spese obbligatorie annuali. Facevano eccezione alcuni paesi della Marmilla dove esisteva una figura particolare, il «Benefattore della parrocchia»,19 che assicurava alla chiesa un conveniente numero di palme da intrecciare. In genere il benefattore era un signore benestante che possedeva diverse piante di palma da mettere a disposizione; e qualora non le avesse, provvedeva ad acquistarle nel Campidano di

Oristano. Ad Usellus, invece, la tradizione voleva che all’acquisto delle palme, provvedesse l’Amministrazione Comunale.20 A Santa Giusta, nella prima metà del ‘900, vigeva ancora l’usanza che il Sagrestano percorresse col carretto le vie del paese, il venerdì precedente la Domenica delle Palme, cun su carrigu’e sa fanaiga, ossia con il carico delle palme intrecciate per offrirle ai fedeli. Essi lo gratificavano con un’offerta di cincu soddus (cinque centesimi) o di unu francu (una lira) per le palme pregiate. I confratelli del Montiferru si recavano 15 giorni prima della Domenica delle Palme nell’Algherese, dove abbondavano le palme nane21 e le palme da datteri e sotto la coordinazione del priore o dei confratelli più anziani acquistavano le palme per le confraternite, per il sacerdote e per i fedeli della parrocchia.22 Gli anziani ricordano che mai sia stata tralasciata questa celebrazione

Lettera manoscritta del parroco di Usellus al Vescovo di Ales, 1854

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Croce parrocchiale ornata con palme e fiori, Gonnosnò

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liturgica; alcuni dicono che anche alcune palme benedette venissero in periodo di guerra, la Domenica riservate alle autorità civili e relidelle Palme, si andava in chiesa giose o alle personalità e ai benecon la palmetta e l’ulivo, invocanfattori della chiesa. do da Dio la pace che purtroppo Nelle diverse zone della Provinmancava. cia, le palme lavorate assumevano I confratelli si riunivano nei locadifferenti denominazioni, a seconli delle Confraternite, per intrecda del destinatario: ciare le palme per l’assemblea. in Marmilla: Il priore offriva del buon vino, Sa Prama ‘e Pàssiu era la palma talvolta anche la cena, perché intrecciata per il sacerdote celemolti confratelli si dedicavano brante (lunga 150 cm). all’intreccio di sera, dopo una Sa Prama ‘e s’Obìspu: destinata pesante giornata lavorativa nei al vescovo (in genere era la più luncampi o nell’allevamento del ga, circa 2 metri). bestiame. Sa Prama ‘e su priore: per il Quando il celebrante benedicepriore (era sempre Prama pintava le palme una grande fede spinda cioè ben lavorata, lunga 130 geva tutti i fedeli a gremire la chiecm). sa in preghiera; un grande senso Sa Prama ‘e sa priorissa: per la del dovere faceva sì che collaboprioressa (circa 120 cm). rassero in molti perché la distribuSa Prama de is sagrestanèdzione avvenisse con ordine e nesdus, per i chierichetti (ca 50 cm). suno venisse dimenticato. Sa Prama de is riccus, per i ricIl priore e i confratelli curavano chi, di varia lunghezza. l’organizzazione, raccogliendo le Sa prama ‘e populu, di semplipalmette in appositi cesti e porce lavorazione, destinata ai fedeli gendole al sacerdote nel momen(non più di 30 cm). to della distribuzione. Sa prama de su pipìu o de sa Quando le palme benedette pipìa, di piccole dimensioni, per i venivano distribuite dal sacerdote, bambini. i fedeli baciavano prima la sua Nel Campidano di Oristano mano poi la palma ricevuta; se la (Massama, Cabras, San Vero Milis, distribuzione veniva fatta dal Milis, Tramatza, Marrubiu, Oristavescovo, i fedeli baciavano prima no): l’anello e poi la palma. Era segno Sa prama ‘e Passiu, per il celedi rispetto per il ministro e per la brante. palma benedetta. Sa prama ‘e munsagnòri, per il Il coro, durante la distribuziovescovo. ne, cantava l’antifona Pueri Sa prama ‘e su priòri, per il prioHebraeorum del 1200. A ricevere re. la palma si presentava per primo il Sa prama ‘e sa priorìssa, per la crocifero (colui che portava la prioressa. croce parrocchiale), successivaSa prama ‘e is cunfràris, mente il priore, la prioressa per i confratelli. ed i confratelli, le consorelde is sagrestaneddus S a p r a m a d e le, i cantori, i chierichetti infi- Sa prama Palma per i chierichetti s’autoridàdi, per le autorine il popolo. tà. Tradizione voleva che 54


Sa prama ‘e Passiu, palma del celebrante, Marmilla (Pietrino Piras, Albagiara 1962)

Sa prama ‘e su priore, palma per il priore, Marmilla (Elide Cotza, Tuili 1965)

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Sa prama de s’Obispu, palma per il Vescovo, Marmilla

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Su pramarìzzu, la palmetta per il popolo o per i bambini. Su zilibrìcu, dono augurale in foglie di palma per piccoli e grandi. Sa prama ‘e su Cristus, la palma per il Crocefisso. Nel Montiferru (Scano Montiferro, Cuglieri, Seneghe) e nei paesi rivieraschi del lago Omodeo (Tadasuni, Ardauli, Sedilo). Sa pramma de su Predi, per il celebrante. Sa pramma de su priòre, per il priore. Sa pramma de su sutta priòre, per il vice priore. Sa pramma de sos cunfràdes e de sos impreàdos, per i confratelli e per gli impegnati. Sa pramma de sa priorìssa, per la prioressa. Sa pramma de sa sutta priorìssa, per la vice prioressa. Sa pramma ‘e su mistèriu, de sos lampiònes, de su zerimonièri e de sas insìgnas, da legare sulle varie insegne della confraternita presenti nella processione. Sa pramma de su giaganu e de sos giaganèddos, per il sagrestano e per i chierichetti. Dopo la distribuzione delle palme si faceva la processione, sempre al canto di antifone, per commemorare l’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Tutti portavano orgogliosi la palma e l’ulivo Prama beneditta, Pramma beneitta. Un momento molto importante per la tradizione era la lettura o il canto della Passione del Signore, Su Pàssiu, durante il quale si intrecciava un piccolo manufatto chiamato: su siddu, in Marmilla e nel Campidano di Oristano; su castèddu e sa piramidèdda, su zilibrìchi nel Montiferru; su zilibrìcu a San Vero Milis; su buttòne ’e pramma ad Ardauli;


su nieddu nurache a Sedilo. Questi manufatti si appendevano all’asola della giacca o al rosario, oppure venivano conservati nel taschino del gilet (corpette) o della giacca o nel portafogli. Terminata la celebrazione della Messa si provvedeva a recapitare la palma benedetta agli ammalati o alle persone anziane. Al momento della consegna della palma si pronunciavano formule o frasi augurali come Deus si benedixada, Deus nos beneigada o Deus si campit di ogna dannu, a cui si rispondeva: Deus bòllada! - Deus chérzada! Deus t’intendat (Dio ci benedica; Dio ci liberi dalle disgrazie; il Signore ascolti il vostro augurio) e veniva offerto del buon vino e talvolta dei dolci in segno di gratitudine. In alcuni centri si usava bussare alla porta con tre piccoli colpi di bastone, per avvertire che Cristo stava entrando nelle loro abitazioni. Tutti aspettavano questo rito e la palma benedetta veniva accolta come un dono augurale. Spesso, quando si avevano vecchi rancori, per fare pace, il giorno della Domenica delle Palme, si andava con la palma benedetta e si chiedeva perdono e pace. Se in una casa c’era un malato o un lutto recente, la palma benedetta veniva accolta come dono di consolazione, di momentanea liberazione dalle pene e dalle sofferenze. Al ricevere la palmetta si baciava e si ringraziava la persona che la donava. La palma benedetta veniva esposta nelle parti più significative della casa. Si diceva: po nci bogai su foras de nosu (per proteggersi dal maligno). Successivamente la si poggiava sul crocifisso appeso sopra la spalliera del letto; si staccava qualche foglia e la si collocava sotto il materasso, o sopra i mobili, nelle casse del corredo della sposa. Le foglie di palma che non venivano intrecciate si offrivano agli agricoltori e

Sa prama ‘e passiu, palma per il celebrante, Monastero S. Chiara, Oristano 1990

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ai pastori che, recandosi in campagna, le davano in pasto alle bestie, assieme ad alcune foglie d’ulivo. Si sceglievano i rametti più teneri per il bestiame più mansueto e docile. Voleva essere un gesto propiziatorio e scaramantico, infatti si diceva: Po sa bucca mala, cioè contro l’afta epizootica. In alcuni centri della Marmilla, si usava legare una foglia benedetta attorno alla coda del bue, della mucca, del cavallo e si recitavano is brebus (preghiere contro il maligno e il malocchio). Non venivano dimenticati gli attrezzi agricoli, come la macina del grano, sa mola, dove si poggiava una croce di palma intrecciata, come segno propiziatorio per una buona e abbondante macinazione e in segno scaramantico per allontanare le disgrazie sul lavoro. Anche nel carro agricolo e nelle carrozze trainate dai cavalli si usava legare una palmetta. Particolarmente interessante era l’usanza di distribuire la palmetta nei campi di grano, nei frutteti, negli uliveti e nelle capanne dei pastori (pinnetta). Prima di entrare nel campo si eseguiva un rito scaramantico: si poggiava la palmetta all’ingresso del campo, la si saltava in croce, poi si attraversava il campo in lungo e in largo, lasciando una foglia in ogni lato. Per allontanare i temporali ed evitare dei danni alle colture si bruciavano delle foglie di palma e d’ulivo recitando preghiere propiziatorie, in particolare la seguente a santa Barbara e san Giacomo: Santa Brabara e santu Jàcu Bòsu portais is crais dei làmpus Bòsu portais is crais de celu Non tochèis a fìllu allènu Né in domu né in su satu Santa Brabara e Santu Jàcu. 58

Sa prama ‘e su priori cun s’imbrentada, palma per il priore, con il motivo a rigonfiamenti (intr. Genesia Porcu, Marrubiu 1990)


Santa Barbara e san Giacomo voi avete le chiavi dei lampi voi avete le chiavi del cielo non fate del male al figlio altrui né in casa né in campagna Santa Barbara e san Giacomo. La preghiera, si recitava po fai frimai s’ira, per placare l’ira di Dio nel temporale. Con quest’altra preghiera recitata stringendo la palmetta fra le mani si invoca l’aiuto di san Francesco prima di prendere sonno: Mi dròmu e mi dromìscu, s’anima intrégu a Santu Francìscu Santu Francìscu dd’intrégat a Cristu e s’aremìgu si pàrti tristu

Sa prama ‘e sa priorissa, palma per la prioressa (intr. Genesia Porcu, Marrubiu 1990)

Mi viene il sonno e mi addormento affido l’anima S. Francesco, san Francesco l’affida a Cristo e il diavolo va via triste. Il ramo di palma benedetto, privato delle foglie, lo si lasciava seccare; successivamente si modellavano dei gioghi che venivano appesi nelle porte delle stalle, dei fienili e nei cancelli dei campi recintati. Secondo la credenza popolare, ciò allontanava il malocchio dal bestiame: s’ogu malu, s’ogu liàu, s’ogu malaìttu. Per i piccoli animali da cortile si usavano le foglie di palma benedette. La massaia, quando sentiva il verso rauco della chioccia e vedeva che se ne stava rannicchiata (Candu sa pudda frùccidi) poggiava dentro la corbula per la cova, al buio, prima un oggetto di ferro, per renderla stabile, e dopo una foglia di palma benedetta a forma di croce, per allontanare ogni disturbo dalla covata (temporali, tuoni, malocchio e stanchezza della gallina). A Santa Giusta, i pescatori, la Domenica delle Palme, usavano mettere la palmetta, appena benedetta, sotto su sannoe, la prua delle piccole barche da pesca nello stagno. 59


Sempre col picciolo (ramo di palma quella festività, dalle forme particolari: privo di foglie), si usava anche costruire di foglia ovale o romboidale (Seneghe e sa ‘entosa, un tappo lungo e sottile, San Vero Milis), o di foglia pennata, usato per regolare l’ingresso dell’aria ripieno di uva passa (pobassa), decoranelle botti, quando si prendeva il vino, to con strisce di pasta intrecciate aprendo sa scetta, il rubinetto. sull’intera superficie della foglia. A Cabras vigeva la tradizione di Nelle abitazioni, la vigilia della Domeappendere all’ingresso di casa un ramo nica, si bruciava la vecchia palma, in di palma per indicare la disponibilità di quanto oggetto sacro che non doveva buon vino. essere profanato. Si racconta che talvolIn Marmilla, ta le foglie si bruciavenivano praticati vano una per una, is affummentus, stando attenti che si suffumigazioni consumassero per purificatrici otteintero e così avveniva nute bruciando per il ramoscello delle foglie di d’ulivo e per i fiori palma benedette ornamentali. con del rosmarino «Le donne più tzìpiri, incenso curiose ascoltavano timongia e zuclo scoppiettìo e chero in una tegoosservavano il movila contenente mento delle foglie delle brace. Quedentro il braciere e da sto rito si faceva questo traevano alle partorienti 5 auspici».24 giorni dopo il parNelle parrocchie, to, quando la puerla cenere, ottenuta pera si alzava, bruciando le palme oppure, come nel benedette dell’anno Montiferru, per precedente, veniva superare lo shock imposta sul capo dei da spavento. fedeli, durante la ceriNel Campidano monia penitenziale di Oristano (in pardel Mercoledì delle ticolare a Marruceneri. biu e a Terralba), Buona parte di queSu pane ‘e sa pramma, quando moriva un ste usanze permangopane per la Domenica delle Palme, Seneghe celibe o una nubino, ancora oggi, in le, unu bagadìu o una bagadìa, in giomolti centri dell’Oristanese, dove vane età, la famiglia chiedeva che la l’intreccio delle palme viene effettuato bara venisse ornata con una palma da esperte persone anziane. benedetta, come simbolo di verginità. Nella città di Oristano, i giovani non si La settimana che precedeva la Domenicimentano più in questo genere di lavori ca delle Palme, nel campidano di Orie la palma si acquista dai fiorai. stano e nel Montiferru si preparava su Nel Montiferru, al contrario, i giovani pane ‘e sa pramma (Seneghe), su cacòi hanno un ruolo da protagonisti, ed è de prama (San Vero Milis)23 cocòi ‘e ancor vivo il desiderio di sfoggiare in prama (Marrubiu), cioè il pane per chiesa e in processione una bella palma 60


intrecciata. La commercializzazione delle palme intrecciate si è notevolmente sviluppata. Di solito, i fiorai le espongono nelle vetrine, per tutta la settimana che precede la Domenica. Queste, comunque, in genere, vengono intrecciate solo per uso commerciale e manca del tutto la simbologia, quasi sempre presente nei manufatti del passato. Sono state apportate delle modifiche anche nelle cerimonie della benedizione delle palme e nella processione. È scomparsa la tradizione dell’Attollite

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portas «aprite le porte», rito che in Marmilla veniva chiamato potalitu ‘e pota, e si accede alla chiesa senza i rituali tre colpi alla porta. In chiesa durante la lettura del Passio non si intreccia più su siddu. Fra i contadini e i pastori permane ancora la credenza nel valore apotropaico della palma e ulivo benedetti e nella loro funzione propiziatoria; in alcuni centri si prepara ancora su pane ‘e pramma. Le palme, ancora, si dànno in pasto alle bestie e si spargono nei seminati e nei pascoli.

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Pane della Quaresima, San Vero Milis: 1) sa trizza, la treccia; 2) sa fune, la fune; 3) su pischi, il pesce; 4) su lazzareddu, Lazzaro; 5) su cacoi ’e prama, pane per Domenica delle Palme; 6) su cacoi cu’ ou, pane con l’uovo.

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2 Carta de Logu, a cura di G. Mameli De’ Mannelli, rist. an. 3T, Cagliari 1974, Cap. XIX “Dessu Pregontu, chi sos officialis hant a fagher a sos officios issoru” 3 Carta de Logu, cit., Cap. XXIX, “Chi sos officiales deppiant aviri a dispesas issoru sa Carta de Logu”. 4 F. CUCCU, La Città dei Giudici, S’Alvure, Oristano 1996, vol. I. 5 Sigilli conservati presso l’archivio del Monastero delle Monache Clarisse di S. Chiara in Oristano. Foto tratta da Chiesa e Monastero di S. Chiara di Oristano, S’Alvure, Oristano 1996, p. 29 6 Chiesa e Monastero Santa Chiara di Oristano, S’Alvure, Oristano 1996 p. 28. 7

Rielab. da Chiesa e Monastero … cit., p. 8

8 Carta de Logu, Cap CXXV “…item totu sa Chida Sancta …Dessas dies feriadas, chi non si devit tenner corona”. 9 Nel Sud della Spagna, ancora oggi si può rilevare l’analoga tradizione dell’intreccio artistico delle palme e di legare la parte centrale della corona della pianta per avere il colore chiaro e la duttilità delle foglie. 10 G. P. PUSCEDDU, A Furtei in dono le palme intrecciate dagli anziani, in L’Unione Sarda 1/4/99.

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L. SPANU, Storia e Statuti dei Gremi di Oristano, vita sociale ed economica del ’600, S’Alvure, Oristano 1997, cap. “Feste e processioni” p. 94. 12

L. SPANU, cit.

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Sa pramma de su priore, palma del priore (Franco Motzo, Scano Montiferro 1996)

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Condaghe S. Maria di Bonarcado, rist. del testo di E. Besta riveduto da M. Virdis, S’Alvure, Oristano 1995. “Et osca poserunt atteru postu a Dominica de Palma: benni ego et ipsos non bennerunt…” (Cap. I, c.5/2 t e a l c. 87). 62

S. BULLEGAS, La scena persuasiva. Tecnica scenica e poesia drammatica tra Sei e Settecento nel corpus manoscritto di Maurizio Carrus di San Vero Milis, Ed. Dell’Orso, Alessandria 1996, p. 470 (Oratio: Omnipotens sempiterne Deus, qui hu/mano generi ad imitandum humilitatis / exemplum, saluatorem nostrum carnem sume/re, & crucem subire fecisti concede propitius; / ut & patientiae ipsius habere documenta & resurrectionis consortia mereamur. Per eundem…). 14 Nell’archivio storico di Ales (C. Pauli Arbarei) e della Confraternita del Rosario di Seneghe sono conservati questi manoscritti: Gosus, del notaio Giuseppe Antonio Scanu di S. Giusta e dimorante a Lunamatrona, 1817. “Gosus de S. Maria de sa Rosa” (anonimo) del 1859.


15 Obbrigos de sos impreados de sa cunfradia de N. S. de su Rosariu, Iscanu, manoscritto (trascritto da Ninni Piras) conservato nell’archivio della confraternita, Scano Montiferro 16

Capitulos factos po sos frades de disciplina, in fol. N° 6 di Gosus de S. Maria de sa Rosa, 1859, Seneghe 17 Libro di amministrazione della chiesa rurale di S. Marco Evangelista, 1803-1847, Tresnuraghes. Le notizie e la bibliografia sono tratte da B. MURONI, Il tesoro di S. Marco, S’Alvure, Oristano 1989. Tresnuraghes: “Registro dello Stato Economico della Parrocchia di S. Giorgio Martire 1950”: alla voce uscite documenta una spesa di lire 200 a carico della parrocchia. Tale spesa raggiunge negli anni 70 la cifra di lire 8000. 17 Regolamento per le confraternite o Pie associazioni di questa nostra Metropoli di Oristano e di tutte le parrocchie della nostra archidiocesi, Tipografia Arborense, Oristano 1873, redatto da don Antonio Soggiu, Arcivescovo di Oristano e Vescovo di Santa Giusta. Al capitolo VIII par. 44 pag. 14 si attesta che “I confratelli avranno candela nella festa della purificazione della B. V. Maria, e palma nella Domenica delle Palme”, 1859. 18

ibidem, 1873, “… da provvedersi l’una e l’altra a spese della confraternita, qualora non vi sia altra legittima consuetudine: gli impiegati avranno l’una e l’altra distinta. La palma e la candela si distribuiranno ai confratelli, ed alle consorelle, in chiesa o nella cappella, con devozione e con edificazione, non alle case, tranne legittimo impedimento”. Al cap. IX “delle Pene e Multe” par. 49 pag. 15 si attesta: “Se un confratello manca alle sagre funzioni o ad altri atti, a cui è obbligato, senza legittimo e giustificato impedimento o permissione verrà per ogni volta multato di 5 centesimi; se è impiegato, o manca a qualche servigio particolare al quale era designato, sarà multato di un soldo. Chi farà sei mancanze colpevoli all’anno, cioè tra la Domenica ultima delle Palme e la festa corrente della Purificazione della B. V. Maria, sarà privato della candela e della palma, e ciò a più della suddetta pena pecuniaria”.

aprile del 1854: “Ill.mo Rev.mo Monsig.re… Devo a V. S. Ill.ma e Rev.ma accertare, che rapporto alla palma per tempo ne parlai al Sindaco vecchio e nuovo, non che col Segretario Not°. Simone Lino, che si provvedessero, che il Curato non è tenuto fare questa spesa, sebbene piccola, ma benedirla, e distribuirla ai popolani, secondo il praticato per diversi anni, e mi rispose il d°. Segr°., che questa spesa era in bilancio sul Comune, che per conseguenza ci penserebbe il d°. Comune, come in effetto al riferitomi, la tengono acquistata”. 21 A. DELLA MARMORA, Itinerario dell’Isola di Sardegna, trad. G. Spano. vol. II, rist. an. Edizioni 3T, Cagliari 1868, afferma: “Un’altra sostanza di cui si nutrono in Sardegna (è comune solamente a Sassari, dove si porta dagli abitanti di Sorso), ma che è gradito più al gusto degli algheresi, è una specie di radice, o di bulbo della palma a ventaglio (Chamaerops humilis in sardo dicesi palmizzu, in francese palmier nain o eventail), abbondantissimo nei dintorni della città; mi limito del resto ad indicarlo come più particolare agli abitanti d’Alghero, senza pretendere di darlo come boccone squisito. Si mangia verso la fine d’inverno e principio di primavera”. 22 Obbrigos de sos impreados de sa cufradia de N.S. de su Rosariu. Iscanu, cit. 23

A S. Vero Milis, la tradizione voleva che per ogni settimana della Quaresima si facesse un tipo diverso di pane: per la prima settimana sa trizza (la treccia), per la seconda sa fune (la fune), per la terza su pischi (il pesce), per la quarta su Lazzareddu o su Lazzareddu ‘ngremigau (Lazzaro, con i vermi), per la quinta settimana su cacoi ’e prama (pane delle palme); per la Pasqua infine su caoi cu’ ou (pane con l’uovo). 24 V. ANGIUS, in G. CASALIS, Dizionario Geografico Storico Statistico Commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna (Edisar, Cagliari 1988, rist. an., estratto voci Provincia Oristano, vol. II, p. 258), alla voce Oristano: “…Altre, a sapere se siano corrisposte con affetto, mettono sulla cenere calda due foglie d’ulivo, una per sé, l’altra per il giovane, e si rallegrano se le foglie crepitano e se si avvicinano saltellando”

19 A Gonnosnò esiste ancora oggi la figura del benefattore delle palme, nella persona del Sig. Zairo Cannas. 20 Il parroco Ignazio Erbì così scrive a Sua Eccellenza Mons. Pietro Vargiu Vescovo di Ales il 3

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Palme fasciate, Massama

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OPERAZIONI PRELIMINARI ALL’INTRECCIO DELLE PALME L’interessante e delicato ciclo della lavorazione della palma,1 da utilizzare nella Domenica omonima, aveva inizio nei primi mesi dell’estate, con l’individuazione e la preparazione delle piante. Era un atto di basilare importanza, dal quale dipendeva la bellezza e la duttilità delle foglie, che si soleva far coincidere con la festa di San Giovani Battista (24 giugno). Non tutte le piante potevano essere trattate; venivano scelte quelle con i rami più lunghi. Quindi, le palme venivano legate nella parte interna delle loro corone, allo scopo di ottenere, nella crescita, dei rami dritti e gialli. La fasciatura avveniva con dei sacchi di juta o stuoie, per evitare che i raggi del sole filtrassero all’interno della chioma, e consentire che le foglie assumessero la colorazione giallognola e la morbidezza necessaria per combinare

l’intreccio. L’operazione veniva chiamata in Marmilla e nel Campidano trogai – accapiai mattas de prama, (legare gli alberi di palma), trochillai mattas de prama, (avvolgere piante di palma), e nel Montiferru ligare, fascare e accapiare prammas, (legare le palme). La palma si lasciava così legata e fasciata per tutta l’estate, l’autunno e l’inverno, fino al giorno in cui si effettuava il taglio dei rami. Il benefattore, in Marmilla, e il priore, nelle altre zone, si preoccupava di offrire agli amici del buon vino. L’operazione di avvolgimento dei rami richiedeva una particolare competenza e precisione, perché si aveva a che fare con delle foglie pungenti e la fasciatura doveva essere precisa e ben stretta. Esiste un detto marmillese, trochillau comenti una mata ‘e prama, (avvolto come una pianta di palma). La stessa espressione si usava anche per indicare

Fasciatura delle palme, Escovedu 1965

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la fasciatura stretta del neonato: «paridi una mata de prama trochillada», «sembra una pianta di palma legata». Il taglio dei rami avveniva la domenica di passione, ossia quella precedente la Domenica delle Palme. L’operazione veniva chiamata segare prammas nel Montiferru, segai prama in Marmilla e nel Campidano di Oristano. I braccianti, tolta la fasciatura, procedevano al taglio, stando attenti a non rovinare il cuore della pianta, o germoglio apicale, che dallo stipite o fusto si diparte verso l’esterno, evitando così la morte della palma. Gli anziani raccontano che il taglio dei rami era una operazione molto difficile, di competenza di pochi esperti, che venivano gratificati, per il lavoro svolto, con delle offerte, pari alla giornata lavorativa di un bracciante, che nel 1900 si aggirava sulle 3 o 4 lire. Una volta tagliati, i rami si dividevano in base al colore e alla lunghezza. I rami più lunghi, pramma manna, di circa

due metri e dal colore più pallido, venivano scelti per i celebranti; quelli di misura inferiore venivano destinati al priore e alle confraternite, alle prioresse e alle persone che partecipavano al lavoro d'intreccio e alle autorità. Infine si pensava alle palme per il popolo, prama ‘e populu, piccole, costituite di solito da rametti di tre o quattro foglie, divise ed intrecciate in modo semplice. In molti centri del Montiferru veniva scelta per questo uso la palma nana, maggiormente presente nella Sardegna occidentale, nella costa algherese e più indicata per essere distribuita al popolo, date le piccole dimensioni. Una volta terminate le operazioni di taglio, i rami venivano avvolti con sacchi legati con spago e trasportati alle parrocchie per essere consegnati ai confratelli e agli intrecciatori, filadores o maistos de pramma, che li conservavano sino al giovedì. In alcuni paesi del Montiferru e Planargia si usava sotterrare il fascio

Taglio dei rami

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dei rami, avvolto nella iuta e coperto con anagallide, un’erba fresca chiamata puddina. Nel Montiferru si diceva puddina a sutta e puddina a subra (erba sotto ed erba sopra).2 In Marmilla si usava immergere i rami in una tinozza contenente poca acqua, in modo da bagnare solo la base

del ramo reciso e consentire l’assorbimento necessario per mantenere la palma fresca e malleabile. L’ultima operazione che precedeva l’intreccio era quella della pulizia e preparazione, pulidura o limpiadura, dei singoli rami.

1 Come i cattolici, anche gli ebrei si servono delle palme per la festa di Pasqua. I rami da loro usati subiscono una preparazione diversa nella legatura. Essi conservano una colorazione più verde rispetto ai rami preparati per la cerimonia dei cattolici.

Montiferro, al cap. 5 (A filare Prammas) a pag. 1113, fra le indicazioni per la confraternita si ricorda: “Po mantenner sas prammas friscas finas a sa Dominiga, cheren’ isterridas in logu bugiosu e cun puddina a subra e a sutta”: “Per mantenere le palme fresche fino alla domenica (delle palme) si devono distendere in luogo buio e con l’anagallide sopra e sotto”.

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Nel manoscritto Obbrigos de sos impreados de sa cunfradia de N. S. de su Rosariu di Scano

Limpiadura de sa prama, preparazione della palma all’intreccio

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Palme per i confratelli, Confraternita del Rosario (intr. Livio Pinna, Norbello 1998)

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GLI INTRECCI DI PALMA TECNICHE E MOTIVI ORNAMENTALI Il lavoro artigianale all’interno di ogni famiglia era destinato alla produzione del fabbisogno della famiglia stessa. Mario Atzori1 afferma: «nella Sardegna tradizionale, ciascuno produceva in ragione della propria forza fisica, della specializzazione acquisita e del ruolo sociale, culturalmente predestinato, nella divisione del lavoro tra i sessi». Importanti lavori artigianali venivano eseguiti dalla donna, come la filatura e le fasi di preparazione della lana e del lino, la tintura dei filati, la tessitura, gli intrecci e i ricami. Tuttavia, la collaborazione dell’uomo era sempre costante nei lavori di raccolta e di preparazione dei vegetali, come le canne, cannas, palme, prammas o pramas, verghe di olmo, salice, olivastro, bertigas de ulimu, salighe, ozzastru, asfodelo, isciareu iscrareu, giunco, giuncu. L’uomo, inoltre, eseguiva degli

intrecci con le canne e le verghe d’olivastro e realizzava ceste, sporte, canestri, stuoie, portadores, pischeddas, goffas, istoggias. La donna intrecciava il giunco, l’asfodelo, i culmi di fieno di grano, e realizzava contenitori e recipienti di uso quotidiano come corbule, panieri e cestini crobis, scatteddas, scateddus. L’arte dell’intreccio richiedeva notevoli capacità tecniche; molto noti erano i particolari tipi di intreccio di San Vero Milis e Milis. Analogamente alla creazione di manufatti per uso domestico si è sviluppata anche l’arte d’intrecciare le palme, che si acquisiva sin dall’infanzia. In genere, gli intrecciatori di palme facevano parte delle confraternite e delle associazioni religiose ed erano delle persone molto vicine alla chiesa e al parroco. Nella Marmilla venivano chiamati maistu e maista de pramas e

Su maistu ‘e pramas – Intrecciatore di palme che realizza su passiu, palma del celebrante (Pietrino Piras, Albagiara 1963)

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l’operazione dell’intreccio tessi sa pratanto che nel paese veniva conosciuto ma, pintai sa prama, fibai pramas. come pintadori ‘e pramas, ossia come Nel Montiferru: filadore ‘e prammas e l’artista delle palme, conoscitore delle l’intreccio a filare prammas. tecniche antiche e dei simboli. La Nell’Oristanese: filadori ‘e pramas e palma intrecciata veniva chiamata: filai is pramas, tessi prama. pramma filada, prama pintada, Nel Montiferru gli prama tessia e intrecciatori si riunispesso veniva indivano nei locali della cata col nome confraternita. Il priodell’intrecciatore o re provvedeva ad invidell’intrecciatrice tare i responsabili (sa prama de zia delle altre confraterMassimina a Gonnite, priore e suttanosnò, sa prama priore, che a loro de ziu Pietrinu volta ricambiavano Piras ad Albagiara) l’invito e offrivano a per la tecnica che la proprie spese da caratterizzava e per bere e da mangiare. A la scelta dei motivi Scano Montiferro i ornamentali.2 lavori di intreccio Di solito il ramo rispettavano una turpiù lungo e giallo nazione e datazione lo si preparava per precisa: il mercoledì, il sacerdote celesu mercuris, spettava brante e per il alla confraternita Vescovo e i manudelle anime cunfrafatti venivano chiadia de sas animas; il mati su Pàssiu giovedì, sa giogia, nella Marmilla e alla confraternita del nell’Oristanese; su rosario cunfradia de baculu de su passu Rosariu; il venersiu, sa prama de dì, sa chenabura, alla artare, nei paesi confraternita di San attorno al lago Nicola, cunfradia de Omodeo; sa pramSantu Nigola; le ma de su predi e su palme per la parrocPàssiu nel Montichia si intrecciavano ferru; sa prama de il sabato: sas prams’Obìspu in Marmas de sa cresia si milla e sa pramma filainti su sapadu. ‘e Mussignore nel Gli intrecci più raffiMontiferru. Pastorali in palma dei Vescovi di Ales e Tempio nati, destinati alle autorità, Niente veniva lasciato venivano affidati alla maestria di al caso: ogni singolo intreccio aveva un pochissimi esperti, che per evitare il fraalto significato simbolico e un valore stuono dei gruppi preferivano lavorare sacro. Solo il più esperto degli intrecin silenzio nella propria abitazione. ciatori del paese veniva onorato Ogni intrecciatore usava tecniche perdell’incarico di preparare la palma al sonali, che teneva nascoste agli altri, sacerdote celebrante, e così pure la 70


Ornamenti de su passiu, palma del celebrante

palma del Vescovo. Ci risulta che ad ramo. I simboli erano veramente tanti, da abbracciare gran parte della dottrina Ales3 la palma del Vescovo veniva intreccattolica. ciata a forma di pastorale e lavorata con Le palme per i confratelli prama de la tecnica chiamata ischin’‘e pisci. Una is cunfrarìas, pramma de sos cuntradizione simile risulta presente frades, di media lunghezza, si nella diocesi di Tempio. intrecciavano con tecniche multiI due pastorali, pur essendo ple e con gran numero di motivi quasi simili, sono tuttavia il risultaornamentali, nel rispetto della to di differenti tecniche di lavoragerarchia interna della confraternizione: uno a «incrocio tubolare» e ta: s’orrieddu (Seneghe); a pianos l’altro a «incrocio semplice». La (Scano Montiferro, Cuglieri); su palma del celebrante, su Pàssiu, bussu (Massama) is brentis (San ispirata alla massima semplicità, Vero Milis), s’imbussada (Marmilera costituita da un ramo molto lunla), s’imbrentada (Marrubiu). Quego, senza alcun intreccio particolasti erano dei rigonfiamenti che re: ad esso venivano annodati con variavano di numero a seconda del fili di palma, croci ed altri simboli, ruolo che si ricopriva all’interno realizzati con foglie recise: sa gruxi della confraternita. Il manoscritto in Marmilla e nell’Oristanese, sa intitolato: «Obbrigos de sos imprerughe a Scano e sa rughi a Seneados de sa cunfradia de N. S. de su ghe, nel Montiferru; su prumu Rosariu» di Scano Montiferro4 rife(piombo) in Marmilla; bozzas, bozrisce: «Bisonzis de s’ammentare: zigheddas ‘palline’ a Seneghe; de filare sa prammma de su priomelas ‘mele’ a Scano Montiferro; re, a tres pianos; de filare a tres boccinas a Massama; meuas ‘mele’ pianos pius pittica, sa prama de a S. Vero Milis; sa sfera ‘ostensosu suttapriore; a tres pianos, sa rio’, in Marmilla; s’istella a Senepramma de sa priorissa de su ghe; sa stella in Campidano; Rosariu; a duos pianos, pius minos’obili, ‘chiodo’, in Marmilre, de sa pramma de su sutla. Il richiamo alle verità tapriore, sa pramma de sa della fede o alla figura del Palma per il priore, Cristo si ricava dal numero a orrieddos, intrecciata a rigonfiamenti suttapriorissa; e a duos e dalla posizione dei picco- (Antonio Cubeddu, Seneghe 1997) pianos, pius minore, de sa pramma de sa priorissa. li manufatti che ornano il 71


Palme intrecciate per il priore e per i confratelli (Ministru Paolo e Buseddu Angelo, Cuglieri 1998)

Po tottu sos ateros (impreados, cunfrades) depen essere a unu pianu». Si preparava la palma per la croce parrocchiale e per il crocefisso dei confratelli, sa prama de su Cristus. Le più semplici e piccole erano destinate al popolo, e venivano chiamate prammittas nel Montiferru, prama de populu in Marmilla e nei paesi rivieraschi del Lago Omodeo, pramaritzu a Tramatza. Nel Montiferru, alla fine dei lavori, tutti gli intrecciatori, prima di andar via, si preoccupavano di conservare le palme al buio, per mantenerle fresche fino alla Domenica. Si usava conservare le palme intrecciate, ricoprendole ancora con l’erba puddina5 (anagallide). Nella Marmilla le tecniche d’intreccio erano numerosissime e ricche di simboli. Si può dire che la Marmilla sia la zona della Sardegna che ha conservato meglio la freschezza originale di quest’arte, nel suo aspetto este72

tico e simbolico. Nei pochi anziani ancora attivi, permane il massimo rispetto della tradizione. Possiamo affermare che per loro merito quasi nulla è andato perduto, da oltre duecento anni a questa parte. L’estro di ogni intrecciatore crea un manufatto di palma che viene considerato proprio, e che ripeterà identico ogni anno,6 anche se è in grado di intrecciarne in modi diversi. Nell’Oristanese le tecniche di intreccio non sono numerose; tuttavia esiste un interessante lessico che contraddistingue le modalità di esecuzione, i destinatari e le particolari decorazioni.7 Gli intrecci si possono eseguire sia sul ramo intero, sia su foglie recise. Dipende dal risultato che si vuole ottenere e dal manufatto che si vuol produrre. La foglia di palma consta di due parti combaciate che si chiamano lobi o lamine, divisi da una rachide, che consiste nell’assottigliarsi del picciolo. L’intrecciatore, imponendo con una


Attrezzi usati per la lavorazione della palma Per la realizzazione degli intrecci venivano usati degli attrezzi da taglio: (temperini, coltelli, forbici, forbicine, cesoie da potatore, seghetti), che nelle varianti linguistiche venivano denominati: arresoieddas, gotteddus, ferrus, ferrixeddus, ferrus de pudai, serracus (Marmilla e Campidano di Oristano), bulteddos, frofighes, frofighittas, frofighes de pudare, serracos (Montiferru). Per chiudere gl’intrecci si usava un ago grosso e del crine di palma. Per la realizzazione degli intrecci venivano usati degli attrezzi da taglio: (temperini, coltelli, forbici, forbicine, cesoie da potatore, seghetti), che nelle varianti linguistiche venivano denominati: arresoieddas, gotteddus, ferrus, ferrixeddus, ferrus de pudai, serracus

(Marmilla e Campidano di Oristano), bulteddos, frofighes, frofighittas, frofighes de pudare, serracos (Montiferru). Per chiudere gl’intrecci si usava un ago grosso e del crine di palma.

Palme per il priore e la prioressa, Tramatza

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Palme per il priore (Eugenia Fois, Morgongiori 1992, Orsola Sanna, Massama, 1990)

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INTRECCI ESEGUITI SUL RAMO E RELATIVE TECNICHE Sul ramo si eseguiva la maggior parte degli intrecci che, a seconda del destinatario, venivano così indicati: Pàssiu o prama de su predi (la palma del sacerdote); Pàssiu de s’Obìspu o prama de mussignore (la palma del vescovo); pramma’e su priori (la palma del priore); pramma de su suttapriore (la palma del vicepriore); pramma de sa priorissa (la palma della prioressa); sa pramma de sa suttapriorissa(la palma della viceprioressa); sa pramma de sos cufrades, cunfraras (la palma dei confratelli); sa pramma de sos giaganeddos, sraghestaneddus (la palma dei chierichetti); prammitta, prammaritzu, prama’ e populu (la palma per uso domestico); sa prama de is pipius, (la palma dei bambini). Le tecniche evidenziate dalla ricerca sul campo sono le seguenti: 1 – Tecnica a incrocio: a rughe, a gruxi, a rughi. Si realizza ripiegando e sovrapponendo i primi due lobi sul

ramo a incrocio diagonale, ripetendo l’operazione per tutta la lunghezza del ramo o chiudendo l’intreccio e alternando dei motivi ornamentali e simbolici. Gli intrecci realizzati con questa tecnica prendono diverse denominazioni: - a prama abetta (a raggiera) Marmilla; - prama a ispiga (a foggia di spiga) Montiferru; - a prama spratta (a raggiera) Massama; - a prama imbussada (intreccio con rigonfiamenti) Marmilla; - prama a brentis (a sacche) S. Vero Milis e Tramatza; - prama a pianos (a sacche sovrapposte) Scano Montiferro; - prama a cuppu e cuppixeddu (a botte) Massama; - prama a orriu e a orrieddus (a cilindro) Seneghe; - prama a ligius o lasus (a gigli) Massama; - prama imbrentada (a rigonfiamenti) Marrubiu. L’aspetto finale degli intrecci realizzati con questa tecnica è quello di un

Palme per i confratelli: Sedilo, Tadasuni, Ardauli

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semi-cono, realizzato a scacchiera romboidale. Questa figura particolare si ripete più volte, sia sul fronte che sul retro del ramo: tessidura a duos chirros o duas faches (Seneghe). Ai lati si può chiudere l’intreccio con decori particolari, chiamati, frocchitteddus, cocioba (fiocchetti, cornetti) in Marmilla, corrigheddos a Seneghe, is pitzus e is pitzicorrus (cornetti) a S. Vero Milis e Massama, motivi che si ottengono curvando le foglie della raggiera, in modo da ottenere, ai due lati dell’intreccio, dei caratteristici coni, da cui derivano anche le denominazioni della palma intrecciata:

- prama a cocioba (a foggia di conchiglia) Marmilla, - prama a pitzicorrus (a cornetti) S. Vero Milis, - prama a lasus o a folla trochillada (a foglia avvolta) Massama, - prama a corrigheddos (a cornetti) Seneghe, - prama cun s’aligusta (a foggia di aragosta) Cabras e Oristano.

Prama sprata, palma intrecciata a incrocio, con raggiera, Marmilla

Prama cun s’aligusta, palma intrecciata a foggia di aragosta, Cabras,1995


Prama a pitzicorrus, palma intrecciata con la tecnica a cornetti (Antonica Scalas, San Vero Milis 1996)

Pramma a orrieddus, tecnica a rigonfiamenti (Antonio Cubeddu, Seneghe 1998)

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Pramma a ispiga, tecnica a incrocio, con raggiera (Nicola Ministru, Cuglieri 1999)

Prama a brentis, tecnica a incrocio, a rigonfiamenti (Confraternita del Rosario, Tramatza)

Prama de populu, palmetta per i fedeli, Marmilla

Prama imbussada, tecnica a incrocio, con rigonfiamenti, Mogoro 1995


Prama a ligius, a lasus, tecnica a incrocio raffigurante dei gigli (Orsola Sanna, Massama 1985)

Prama imbussada, tecnica a incrocio con rigonfiamenti, Lunamatrona 1994

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Sul ramo con la tecnica a incrocio si realizzavano delle figure simboliche chiamate: s’opinu, (la pigna) a Genuri e Tuili; - sa tassa e su calixi (calice) a Setzu; - su pisci (il pesce) a Genuri, Setzu e Turri ; - sa mitarredda (la mitra) a Genuri e Gonnosnò; - su prumu, sa nuxi, sa bozza, sa buccina stampada, sa meua in Marmilla e in Campidano; - s’abbasantera (acquasantiera) a Scano Montiferro; - s’aligusta (aragosta) a Cabras.

Su calixi, calice, particolare simbolico della palma a frocchitteddus

Prama cun is frocchitteddus, palma intrecciata con la tecnica a fiocchetti, (Erminia Corona, Genuri 1955)

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Su pisci, il pesce, particolare simbolico della palma a frocchitteddus


2 – Tecnica a incrocio tubolare: a ischin’‘e pisci (a dorso di pesce). Questa tecnica, usata in Marmilla e in alcuni paesi dell’Oristanese, consiste nel legare le foglie con dei giochi di incastri continui e ripetuti in modo da ottenere un cilindro che, per la sua conformazione, imita il dorso squamoso del pesce, da cui deriva la denominazione a ischina ‘e pisci. Si intreccia in quattro tempi, utilizzando tutte le foglie del ramo. Mediante questa tecnica, si realizza: Pàssiu de s’obìspu, il pastorale del vescovo, sa tassa, su calixi, il calice, su lillu, il giglio e tutti i manufatti realizzati su quattro fronti.

S’opinu, la pigna, particolare simbolico della palma a frocchitteddus

Sa mitarredda, la mitra, particolare simbolico della palma a frocchitteddus

Prama a ischina ‘e pisci con su lillu, palma intrecciata a incrocio tubolare col giglio (Maria Dessì, Turri 1995)

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Prama a folla pretzida cun sa xera, palma intrecciata con mezzo lobo e ornata con palline di cera e croci artistiche, con la tecnica a incrocio tubolare (Clelia e Giulio Corona, Setzu 1995)

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Particolari del riccio dei pastorali dei Vescovi di Ales e di Tempio, intrecciati con la tecnica a Ischina ‘e pisci

Prama a folla pretzida cun su lillu, palma intrecciata a foggia di giglio, tecnica a incrocio tubolare, (Michela DessĂŹ, Oristano 1995)

Prama a folla pretzida cun sa mitaredda, palma intrecciata con mezzo lobo, con la tecnica a incrocio tubolare e con la mitra(Quartino Ghiani, Tuili 1995)

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3 – Tecnica a mazzetti: a matzus, (Gonnosnò, Tramatza); a fusus, a cuncaiois (S. Vero Milis); a arcos, a archigheddos (Seneghe); a lasus ( Massama). Questa tecnica viene messa in pratica ancora oggi a Gonnosnò, a San Vero Milis, a Milis, a Massama e a Seneghe. Le foglie vengono raccolte e legate ripetutamente a gruppi di dieci, ondulandole per due versi. L’effetto finale è quello di un ricamo «rinascimentale», molto raffinato e di valore artistico, a

cui vengono aggiunti piccoli manufatti simbolici: meuas, mele, prumus, piombini, bozzigheddas, palline istellas, stelle, da cui deriva la denominazione prama a meuas, palma con le mele, a S. Vero Milis. Nella Marmilla, i mazzetti venivano legati con del crine di palma o cuciti con l’ago, e stretti con l’anello, prumu, e con la rosa, sa rosellina, dopo aver dato ai lobi la giusta ondulazione.

Fasi di intreccio con la tecnica a mazzetti (Gonnosnò, 1995)

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Prama a matzus, palma intrecciata con la tecnica a mazzi (Massimina Pusceddu, Gonnosnò 1990)

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A Seneghe si usa per la chiusura dei mazzetti una tecnica particolare denominata a cumpassu, che consiste nel ripiegamento dei medesimi verso l’alto con la funzione di fissarli e di abbellire l’intreccio. Con questa tecnica si realizzavano le palme per le autorità civili e religiose. I manufatti venivano denominati: - prama a fusus, se i mazzetti subivano una ondulazione circolare; - prama a cuncaiois, se l’ondulazione formava un fiore (San Vero Milis); - prama a archigheddos, se i mazzetti venivano foggiati ad arco o a cuore (Seneghe); - prama a lasus (Massama)se ai mazzetti veniva conferito un aspetto di ghirlanda.

Prama a matzus, palma intrecciata con la tecnica a mazzetti (Porfirio Serra, Massama 1995)

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Particolare della palma intrecciata con la tecnica a mazzetti (Massama, 1995)


Prama a cuncaionis, tecnica a mazzetti raccolti e ondulati (Maria Scalas, San Vero Milis 1990)

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Prama a fusus, palma a foggia di fuso, intrecciata con la tecnica a mazzetti raccolti con sa meua, mela, (Antonica Scalas, San Vero Milis 1990)

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Prama a cuncaionis, tecnica a mazzetti raccolti e ondulati (Maria Scalas, San Vero Milis 1990)


Prama a matzus cun s’imbrentada e sa stella, palma a mazzetti e a rigonfiamenti, ornata con numerose stelle (Marrubiu, 1995)

Pramma a archigheddos, e a orrieddus, palma ad archi e rigonfiamenti tecnica a mazzetti e a incrocio (Antonio Cubeddu, Seneghe 1990)

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4 – Tecnica a treccia: caboreddu a duus e a tresi, coa de gattu (Ussaramanna), a triccia (Massama). Questa tecnica consiste nell’intrecciare tra loro due o tre foglie per tutta la loro lunghezza, ripetutamente. Si usava alternare alle trecce dei motivi ornamentali, delle foglie sfilacciate (scibionadas)e della carta stagnola. Gli intrecci, presenti in alcuni paesi della Marmilla e del Campidano, sono di particolare effetto cromatico, sia per le decorazioni applicate, che per il gioco di luci e di colori.

A sinistra: Prama a triccia, tecnica a trecce raccolte (Orsola Sanna, Massama 1996) A destra: Prama a coa ‘e gattu, tecnica a trecce raccolte a mazzi (Giovannina Uras, Ussaramanna 1995)

Prama cun caboreddu a tresi, tecnica a treccia con tre lobi (Donisetta e Clotilde Serpi, Ussaramanna 1985)

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5 – Tecnica a spirale. Si realizza avvolgendo la foglia su se stessa, in modo da ottenere un insieme di cerchi concentrici. La figura che si realizza è sa campanedda, presente prevalentemente in Marmilla e la palma viene denominata sa prama a campaneddas.

Prama a campaneddas, palma intrecciata con la tecnica a campanelle, Marmilla 1995

6 – Tecnica a incastro. Consiste nel ripiegare e incastrare ripetutamente i lobi negli interstizi dell’intreccio. L’operazione, ripetuta per tutta la lun-

ghezza del lobo, conferisce al manufatto la forma di piramide a strati sovrapposti o di una catena a maglia larga. La figura realizzata viene denomina-

Particolari di sa prama cun siddus

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ta : su siddu (Marmilla), sa piramidedda e su casteddu (Montiferru), su zilibricchi e su zilibriccu (Oristanese), su

buttone de pramma e su nieddu nurache (Ardauli e Sedilo).

Prama cun siddus, palma intrecciata con la tecnica a incastro, (Emilio Soddu, Ussaramanna 1990)

Prama cun siddus, palma intrecciata con la tecnica a incastro (Michela DessĂŹ, Oristano 1996)


7 - Tecnica a ripiegamento. Consiste nel ripiegare e sovrapporre due lobi fino ad esaurimento degli stessi, con annodatura finale. Il manufatto assume l’aspetto di un mantice di fisarmonica e viene denominato: scaba ‘e topi o caboreddu (Marmilla), s’iscala de su sorighe (Montiferru).

Prama cun scaba ‘e topi, palma intrecciata con la tecnica a ripiegamento, Oristano

Prama cun scaba ‘e topi e siddus, palma intrecciata con la tecnica a ripiegamento e ornata con siddus (Salvatore Meloni, Santa Giusta 1996)

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I N T R E C C I R E A L I Z Z AT I C O N FOGLIE RECISE Con le foglie recise si realizzavano dei piccoli manufatti ornamentali e degli intrecci raffinati ed artistici. Ăˆ possibile distinguere le seguenti tecniche:

1 – Tecnica a cumpassu: annodatura ad angolo retto. Consiste in un nodo, effettuato alla base di due lobi, mediante ripiegamento ed incastro. Costituisce la prima fase della maggior parte degli intrecci su foglie recise.

Fasi di realizzazione de su cumpassu, annodatura ad angolo retto

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Gruxi a coa ‘e arrundibi, particolare croce con i bracci a coda di rondine, tecnica a cumpassu

Gruxi a coa ‘e arrundibi, nota anche come croce di Malta,

Gruxi stamada o scibionada, croce intrecciata con la tecnica a cumpassu, successivamente sfilacciata

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2 – Tecnica ad avvolgimento triangolare a matteddu (Marmilla), così denominata per la particolare conformazione finale dell’intreccio, che asso-

miglia ad un martello. Consiste nel ripiegare su se stesso un lobo dell’annodatura a cumpassu. L’aspetto è quello di un triangolo scaleno.

Croce intrecciata con la tecnica ad avvolgimento triangolare (Marmilla)

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L’operazione si ripete più volte, a seconda del manufatto che si intende effettuare. Con questa tecnica si realizzano: is frocchiteddus, is pitzicorrus, fiocchetti ornamentali, s’obili e su

coru, il chiodo e il cuore is bratzus de sa gruxi, i bracci della croce, sa stella, s’istella a duos chirros, la stella, la stella a due facce, sa rosellina, fiorellino.

Croce intrecciata con la tecnica ad avvolgimento e incastro (Orsola Sanna, Massama 1995)

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Croci greche intrecciate con la tecnica ad avvolgimento triangolare (Oristano)

Croci cristiane intrecciate con la tecnica ad avvolgimento triangolare (Seneghe)

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Croce intrecciata con la tecnica ad avvolgimento e incastro (Marmilla)

Croci, a duos chirros, croci a due facce (Antonio Cubeddu, Seneghe 1999)

Sa sfera, croci a otto bracci (Marmilla)

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Croce cristiana intrecciata da Fra Sebastiano, tecnica ad avvolgimento e incastro, Turri 1994

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Croce greca intrecciata da Fra Sebastiano, tecnica ad avvolgimento e incastro, Turri 1994

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S’obili, chiodo, piccolo manufatto intrecciato con la tecnica a cumpassu e ad avvolgimento

3 – Tecnica a incrocio in diagonale e perpendicolare: a rughe, a gruxi (a croce), a loscia (stuoia). La tecnica consiste nel sovrapporre in diagonale, a gruxi, tante coppie di lobi, precedentemente annodati, cumpassus, o i singoli lobi perpendicolarmente a loscia. L’aspetto finale dell’intreccio è quello di una scacchiera a rombi, o a quadrati.

Le figure realizzate con questa tecnica vengono denominate: - su pei de sa sfera, base dell’ostensorio; - sa stella, la stella; - sa gruxi, croce; - su espositoriu, tronetto; - sa meua, la mela; - su pisci, il pesce.

Rughis froridas, croce ornata (Michele Lutzu, Tramatza)

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Gruxi fatt’e stellas frorias, croce ornata con le stelle (Marmilla)

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Su pisci, pesciolino, piccolo manufatto intrecciato con la tecnica a incrocio in diagonale (Don Ignazio Orr첫, Ales 2000)

Sa bozzighedda, nodo che raccoglie i mazzetti

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Fasi di lavorazione de sa nuxi, noce, nodo

Su prumu, sa nuxi, sa meua, boccina, pallina, nodo, anello, noce, intrecciato con tecnica a incrocio

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4 – Tecnica a incastro. Consiste nell’infilare ripetutamente l’apice del lobo negli interstizi del nodo, incastrandolo solitamente a maglia stretta e talvolta a maglia larga. L’operazione, ripetuta per tutta la lunghezza del lobo, conferisce al manufatto la forma di una piramide a più strati sovrapposti. La figura realizzata viene denominata:

- su siddu, moneta, sigillo Marmilla; - sa piramidedda, su casteddu, piccola piramide, castelletto (Montiferru); - su zilibrìchi e zilibricu,(Oristanese), - su buttone de pramma e su nieddu nurache, bottone, nuraghe (Ardauli e Sedilo).

Su siddu, sigillo, piccolo manufatto quadrato, rotondo e triangolare, intrecciato con la tecnica a incastro

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5 – Tecnica ad avvolgimento a spirale, a campanedda. Consiste nell’avvolgere il lobo in cerchi concentrici per tutta la lunghezza e nel fissarlo

con il crine di palma nell’epicentro, dandogli la foggia di campanella, is campaneddas.

Is campaneddas, campanelle, piccolo manufatto intrecciato con la tecnica ad avvolgimento a spirale

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Corona ornamentale del tronetto intrecciato con la tecnica a incrocio e decorato con le campanelle (Raffaele Prinzis, Zeppara 1922)

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Palma intrecciata a frocchiteddus e ornata con corona a campanelle e croce di Gerusalemme (Aldo Murru, Escovedu 1965)

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6 – Tecnica a ripiegamento: scaba de topi. Consiste nel ripiegare e sovrapporre i due lobi, precedentemente annodati, fino ad esaurimento degli stessi.

Il manufatto assume l’aspetto di un mantice di fisarmonica e viene denominato: scala ‘e topi, caboreddu, s’iscala ‘e su sorighe, s’iscal’ ‘e topi (scala di topo).

Sa scaba ‘e topi, piccolo manufatto intrecciato con la tecnica a ripiegamento

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7 – Tecnica a incrocio tubolare, a ischin’e pisci. Consiste nell’intrecciare i lobi di due cumpassus, divisi in quattro parti, dandogli la forma di un cilindro irregolare. Il manufatto assume la figura di una biscia con la bocca aperta che si chiude tirando la coda. Viene denominato caboru a mussiai e anticamente veniva usato come giocattolo dai bambini.

Su caboru, particolare manufatto, intrecciato a foggia di biscia, con la tecnica a incrocio tubolare

ELEMENTI DECORATIVI DEGLI INTRECCI DI PALMA La denominazione prama beneitta indica l’unione della palma e dell’ulivo benedetti. Elemento decorativo primario ed essenziale, infatti, è il ramoscello d’ulivo, rampu de olia (Montiferru), cambu de olia (Oristanese e Marmilla) simbolo di pace e di protezione. Altro elemento decorativo importante è la croce che, più o meno artistica, non manca mai.

Prama beneitta, ramo di palma e olivo benedetti

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In Marmilla e nell’Oristanese, la tradizione voleva che si praticasse l’operazione chiamata: s’indoru de sa prama, a San Vero Milis; indorai cun spuma ‘i oru e spuma ‘e prata, in Marmilla. Consisteva nel decorare la palma intrecciata con delle sottili lamine d’oro e d’argento che venivano fissate alla palma con dell’albume d’uovo, arbiu’i ou, o della resina, meli de mat-

Altro elemento decorativo era costituito dai fiori, is frores, che nell’Oristanese venivano chiamati gravellus de prama, fiori per la palma. In genere si preferiscono per questo scopo i fiori della settimana santa, frores de cida santa, viole, violacciocche, fresie. Venivano usate anche le margherite e i boccioli di rose (Massama). Alcune foto d’epoca riportano il

Croce ornamentale decorata con spuma ‘e prata e spuma ‘i oru (Clelia Corona Setzu 1995)

Croce a raggera decorata con spuma ‘e prata e spuma ‘i oru (Clelia Corona Setzu 1995)

ta. Sa spuma de oru si usava per dedicare la palma a persone di sesso maschile; sa spuma ‘e prata, per dedicarla a persone di sesso femminile.

ricordo di un’antica usanza, presente in Marmilla e nella zona di Tempio, ed oggi per lo più desueta: venivano applicate sugli intrecci delle immagini sacre


rappresentanti l’ultima cena e i santi piÚ invocati. Tutti gli elementi decorativi avevano

la funzione di abbellire gli intrecci di palma, trasformandoli in uno splendido dono augurale.

Prama cun is frores, palma ornata di fiori (Orsola Sanna, Massama)

Sa prama cun sa cera, cun spuma‘e prata, palma con palline di cera, Setzu

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S’indoru, particolare tecnica ornamentale con sa spuma‘e oru, sottile lamina dorata. Croce a otto bracci decorata con s’indoru

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Palme ornate con immagini sacre, Marmilla

Palma ornata con immagini sacre e con s’indoru, Tempio Pausania

Sa mitaredda, mitra, ornamento simbolico

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MANUFATTI ARTISTICI Nella Marmilla e in alcuni centri del Montiferru si realizzavano dei manufatti dal particolare valore artistico e ricchi di simbologia: S’espositoriu – il tronetto Particolare manufatto riproducente un tronetto per l’esposizione del Santissimo Sacramento. Si realizza con un numero vario di lobi, già essiccati, e annodati in cum-

passus, intrecciati con la tecnica a punt’ ‘e loscia o a stuoia. La forma dell’espositorio è triangolare ed è corredata di un basamento, su cui poggia l’ostensorio realizzato con la tecnica ad incrocio di vari cumpassus che formano una raggiera attorno alla teca che contiene l’ostia. La parete dell’espositorio è arricchita di motivi ornamentali, realizzati con molteplici tecniche (Montis Pasqualino, Turri - 1994).

S’espositoriu, tronetto, manufatto artistico, intrecciato con tecniche plurime, ornato con sa stella, s’obili, sa sfera (int. Pasqualino Montis, Turri 1990)

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S’espositoriu, tronetto intrecciato con la tecnica a incrocio in diagonale, su cui poggia sa sfera, piccolo ostensorio, costituito da teca e raggiera, (Raffaele Prinzis, Zeppara 1922 e riprodotto da Ignazio OrrÚ, Ales 1995)

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Su relichiàriu – il reliquiario Il manufatto riproduce la foggia tipica dei reliquiari, con una teca al centro, contenente una croce a raggiera.

La cornice è realizzata con la tecnica «ad avvolgimento» e ornata con croci e stelle (Sanna Antonio - Villamar 1985)

Su relichiariu, reliquiario, prezioso manufatto, realizzato con la tecnica ad avvolgimento, costituito da custodia circolare, nella quale è incastonata sa gruxi frorida, croce ornata con raggiera e stella. Dalla cornice, formata da 12 cerchi (uno dei quali presenta una seconda gruxi frorida), pende l’aspersorio, ornato, a sua volta, da una terza gruxi, a simboleggiare la Trinità Divina (Antonio Sanna, Villamar 1985)

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Sa cappella – la cappelletta. Il manufatto riproduce una rudimentale cappelletta con la tecnica a loscia, e custo-

disce una croce e una teca (intrecciatore Sanna Antonio, Villamar - 1990)

Sa cappella, cappelletta, intrecciata con la tecnica a stuoia, e ornata con immagini sacre, teca con raggiera, croce pendente, stelle. Le pareti laterali sono state realizzate con la tecnica ad avvolgimento (Antonio Sanna, Villamar 1996)

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Sa sfera – Ostensorio con basamento a siddus e teca circondata da raggiera

(Podda Antonio Gonnostramatza - 1996) Su rosariu – il rosario. Il particolare

Sa sfera, Ostensorio, intrecciato con tecniche plurime, costituito da una raggiera di dodici cumpassus (annodature), unu prummu (un nodo), due siddos (due piramidi) e una base ornata di stelle (Antonio Podda, Gonnostramatza)

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manufatto è costituito da 59 bozzigheddas (grani), di cui 53 indicano la recita dell’Ave Maria e 6 bozzas (grani piÚ grossi) che indicano la recita del Padre Nostro.

La croce, rughe a duos chirros, completa il rosario, emblema della confraternita di Nostra Signora del Rosario. (intrecciatore Cubeddu Antonio, Seneghe 1996)

Su rosariu, rosario, prezioso manufatto costituito da una corona di cinquantanove bozzigheddas (nodi) una stella e una croce ornata a due facce (Antonio Cubeddu, priore della Confraternita del Rosario, Seneghe 1998)

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Su calixi, calice. Il manufatto, composto di un basamento costituito dall’unione di piÚ siddos e stellas, e da

un calice realizzato con la tecnica a incrocio, o a incrocio tubolare.

Su calixi, sa tassa. Calice, intrecciato con tecniche plurime, (Antonio Podda, Gonnostramatza)

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MANUFATTI ECCELLENTI DEL MONASTERO DI SANTA CHIARA DI ORISTANO I manufatti in palma, provenienti dal monastero di S. Chiara di Oristano, sono delle rare preziosità esistenti in Sardegna nel campo dell’intreccio delle palme. La ricchezza dei simboli presenti e la straordinaria precisione esecutiva rendono i manufatti delle vere opere d’arte, con un forte messaggio religioso. Per le monache esprimersi in questi

lavori costituiva un momento importante di meditazione sul mistero della redenzione e un omaggio augurale a parenti, amici e visitatori di riguardo, per essere ricordate nella preghiera. Sono certamente tanti i manufatti gelosamente conservati nelle famiglie dell’Oristanese, tuttavia gli esemplari più significativi sono i seguenti: Croci ornate, con simboli eucaristici (uva, grano) e simboli della passione di Cristo (lancia, spada, spugna, scala, martello, campane). Ostensori di straordinaria precisio-

Croce con raggiera, proveniente dal Monastero S. Chiara di Oristano (Suor Maria Gabriella Ibba di Selargius, 1980) - Collezione Contini, Oristano

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Croce ornata, proveniente dal Monastero S. Chiara di Oristano (Suor Michelina Casu di SilĂŹ, 1998) - Collezione Contini, Oristano

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Piccoli manufatti simbolici (spiga, pampini, lancia e la spugna) che ornano tutti gli intrecci artistici delle Monache di Santa Chiara, Oristano

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Croce ornata con la scala della croce di Cristo, proveniente dal Monastero S. Chiara di Oristano (Suor Michelina Casu di SilĂŹ, 1990) - Collezione Contini, Oristano

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Croce ornata, proveniente dal Monastero S. Chiara di Oristano, (Suor Michelina Casu di SilÏ, 1990) – Propr. famiglia Serra Porfirio, Massama

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Croce ornata, proveniente dal Monastero S. Chiara di Oristano (Suor Michelina Casu di SilĂŹ, 1990) - Collezione Contini, Oristano

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ne esecutiva, costituiti da una teca e da una raggiera, impreziosite da piccoli elementi di alto valore simbolico e da un frammento di cero benedetto in occasione della elezione di un nuovo pontefice. Veniva chiamato perciò cero

dell’Agnus Dei. L’ostensorio veniva regalato alle sorelle delle monache, in occasione del loro matrimonio e ai vescovi e alle autorità che onoravano il Monastero di una loro visita.

Ostensorio, proveniente dal Monastero S. Chiara di Oristano (Suor Maria Francesca Dessì, 1950) – propr. famiglia Gianni Loddo, Donigala Fenughedu

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Ostensorio proveniente dal Monastero S. Chiara di Oristano (Suor Maria Gabriella Ibba di Selargius, 1980) - Collezione Contini, Oristano

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Ostensorio e tronetto provenienti dal Monastero Santa Chiara di Oristano (Suor Maria Concetta Camedda di Bauladu, 1970 - Foto Titino Asuni)

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Vasi ornamentali, di varia foggia e di differente composizione floreale, a seconda dell’estro e della fantasia delle Suore.

Questi piccoli manufatti costituivano dei doni simbolici di pace e amore.

Vaso con fiori e foglie ornamentali (Suor Maria Assunta Sechi 1992 - Collezione Contini Oristano)

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Vaso con fiori e simboli eucaristici realizzato da Suor Maria Assunta Sechi nel 1992 Collezione Monastero di Santa Chiara, Oristano

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1 M. ATZORI, Il lavoro dei sardi, Gallizzi, Sassari 1983, Cap. “Il lavoro degli intrecci”. 2 Massimina Pusceddu di Gonnosnò mette in opera ancora oggi una tecnica detta a matzus. Da ben 50 anni arricchisce i mazzetti delle palme da lei lavorate con vari motivi simbolici e immagini sacre che personalizzano i suoi manufatti e li rendono delle vere preziosità. 3 L’ e c o n o m o d e l C a p i t o l o d i A l e s , nell’Ottocento, affidava la lavorazione della palma per il vescovo al signor Pietro Zucca (Piricu). Egli realizzava un pastorale in palma, simile a quello in argento che il Vescovo usava nelle cerimonie. Un esemplare del 1919 era conservato in Cattedrale sino a pochi anni fa. Dopo attenta osservazione, è stato possibile riprodurlo fedelmente. Si è ripresa così la tradizione, interrotta negli anni trenta alla morte dell’intrecciatore. 4

Obbrigos de sos impreados de sa cunfradia de N. S. de su Rosariu – Iscanu, p. 13: “È necessario ricordarsi di intrecciare la palma del priore a tre piani; di intrecciare la palma del vice priore a tre piani, di dimensioni inferiori; a tre

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piani, la palma della prioressa del rosario; a due piani, di dimensioni inferiori della palma del vice priore, la palma della vice prioressa; a due piani, più piccola della palma della prioressa. Per tutti gli altri impegnati e confratelli deve essere intrecciata ad un piano”. 5 Lo Spano, del termine puddina dà questo significato: anagallide, pianta della famiglia delle primulacee, Anagallis Arvensis, con foglie lanceolate, fusto strisciante e fiori rossi e azzurri (dal greco ’anagallis’) 6 La palma della famiglia Corona, di Setzu, è identica da almeno quattro generazioni. 7 A San Vero Milis sa prama a brenti veniva intrecciata con un numero diverso di brentis (sacche) a seconda del destinatario: a una brenti per il popolo, a duas brentis per le prioresse, a tres brentis per i confratelli, a fusus e a cuncaionis per il priore e per le autorità, a pitzicorrus (cornetti) si realizzava la palma dell’altare sa prama de s’altari, su pramaritzu per i bambini.


Ostensorio proveniente dal monastero S. Chiara di Oristano (Suor Michelina Casu, SilĂŹ 1950) prop. famiglia Porfirio Sanna, Massama

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Croce intrecciata con la tecnica ad avvolgimento e incastro (Don Ignazio Orr첫, Ales 1995)

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IL SIGNIFICATO SIMBOLICO DEI MANUFATTI DI PALMA Svariati sono i significati dei simboli: la palma – sinonimo di forza, sapienza, benessere, vittoria, premio per i giusti – assume anche il significato di protezione dal maligno. Si eleva, inoltre, a simbolo di virtù, capace di esprimere la fede in un essere superiore, che trasforma la vita e che attraverso la vita stessa a sua volta si esprime. La parola simbolo, deriva dal greco syn ballein che vuol dire «mettere insieme». Come in tutte le manifestazioni di religiosità popolare, anche nell’intrecciare simbolicamente la palma si faceva ricorso a molte componenti culturali: la Bibbia, il catechismo, le parabole evangeliche, i canti popolari, i racconti fantastici come le fiabe e le leggende. Fin dal cuore del Medioevo, in seno alle confraternite e alle associazioni laiche di preghiera, la complessa tradizione della palma benedetta è arrivata fino ai nostri giorni, come profonda forma espressiva di religiosità. Gli intrecciatori, desiderosi di mantenere viva la tradizione, tramandavano ai propri figli le tecniche per la realizzazione di misteriosi motivi ornamentali. La loro cultura, fatta di semplici linguaggi e di umili segni, si manifestava in manufatti apparentemente effimeri e, servendosi di un semplice ramo di palma, destinato ad essere bruciato, diveniva profondamente valida. Le immagini, le figure, traevano spunto dall’antichità cristiana, e si fondevano armonicamente con quelle proprie del mondo rurale e pastorale sardo. Il significato popolare dei simboli1 più conosciuti nell’Oristanese, è il seguente in ordine sparso: su pisci - il pesce: è il simbolo di Gesù, Salvatore dell’uomo, e della salvezza che viene da Dio. s’opinu - la pigna:2 simboleggia la

tunica di Gesù che i soldati tirarono a sorte ai piedi della croce, il frutto dell'amore divino, la fecondità e la vita. su calixi, sa tassa - il calice, la coppa:3 rappresenta il sacrificio della Messa e la passione di Cristo. sa mitarredda - piccola mitra: la mitra è il copricapo che il vescovo usa durante le funzioni religiose. Simboleggia l’autorità responsabile nel governo della diocesi, e l’unione gerarchica e pastorale con il papa.4 is pilus, pius - il crine, filamenti di palma: è simbolo dell’acqua5 che sgorga dalla sorgente e della pioggia. 6 is pilus a matzus cun cera noba: crine a ciocche con palline di cera d’api. Raccolti a mazzetti con palline di cera, simboleggiano i flagelli usati durante la passione di Cristo. is campaneddas - le campanelle: simboleggiano le campane che annunciano la Pasqua. su coloru - il serpente:7 è simbolo del peccato originale, dell’inferno e di Satana tentatore. sa gruxi - la croce:8 rappresenta la croce di Gesù, simbolo della Redenzione. gruxi a matteddus - croce ricrociata: simboleggia il martello usato per inchiodare Gesù sulla croce. gruxi cun is liagas - Croce con le fasce (bende): simbolo della sofferenza di Cristo, Salvatore del mondo. su coru - il cuore:9 è simbolo dell’amore sia umano che divino e del Sacro Cuore trafitto dalla lancia sulla croce. s’obili - il chiodo: rappresenta i chiodi della crocifissione. su siddu - sigillo, moneta:10 ha il valore di amuleto che doveva proteggere la persona da qualsiasi danno. Tenendo 137


lontano gli spiriti del male, aveva funzione apotropaica po nci bogai su foras de nosu, «per allontanare gli spiriti maligni» (Marmilla), po nci bogai is ispiritus (Massama). su prumu, sa nuxi, sa meua, sa bozzighedda: il piombino, la noce, la mela, la pallina e l’anello, il nodo. Questo manufatto viene ripetuto negli intrecci con simbologia numerica. È sempre presente in tutti i tipi di lavorazione e ha la funzione pratica di raccogliere le foglie, di distanziarne gli intrecci, di sorreggere i motivi ornamentali. A seconda della diversa quantità numerica acquista i seguenti significati: unu prumu ricorda l’esistenza di Dio; tres prumus diventano simbolo delle tre persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo, oppure dei tre chiodi della crocifissione; delle tre virtù teologali; quattru prumus; rappresentano le quattro virtù cardinali; setti prumus richiamano i sette sacramenti oppure i sette vizi capitali; ottu prumus simboleggiano la Resurrezione. s’aneddu - l’anello: è simbolo di vincolo, di unione, di fedeltà; nella mano del vescovo indica autorità e gerarchia ecclesiastica.11 su lillu - il giglio: nella tradizione dell’intreccio il giglio è molto diffuso quale simbolo di purezza, innocenza. È un motivo ornamentale di grande effetto. Di solito lo si intrecciava per regalarlo alle bambine: sa prama de sa pipia, ornata con spuma de prata (lamine d’argento fuso).12 sa stella - la stella: è simbolo di luce divina di gloria celeste e di eternità. su Pàssiu - la passione, (palma del celebrante): simboleggia la passione di Cristo. su Pàssiu de s’obìspu - la palma: che usa il vescovo durante la cerimonia. is froris - i fiori: i fiori ornamentali che si aggiungono alla palma intrecciata esprimono la gioia per la vita di grazia. La violacciocca, la fresia, fiori molto diffusi nella decorazione delle palme 138

intrecciate, indica un segno di umiltà. sa spiga - la spiga: è simbolo del pane e dell’eucaristia. s’axina - l’uva: assieme al pane, richiama l’ultima cena. sa scala - la scala: rappresenta la scala po su scravamentu, è simbolo dell’ascesa verso il cielo. sa lantza - la lancia: ricorda la lancia che trafisse Gesù sulla croce.

Prama ad arcus, palma a mazzetti raccolti ad archi (Michele Lutzu Tramatza 1980)


1 M. LURKER, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, ed. Paoline, alla voce pesce, annota: “Valore simbolico va attribuito ai pesci che animano le acque miracolose sgorganti dal tempio (Ez. 47, 9); essi sono in accordo con gli alberi che crescono lungo le rive, le cui fronde non appassiranno mai e i cui frutti non cesseranno: simboleggiano dunque la vita e la salvezza che viene da Dio”. “Anche nel nuovo Testamento il pesce rappresenta l’uomo. Gesù stesso dice ai suoi apostoli: ”Venite: vi farò pescatori di uomini” (Mt. 4, 19 e Lc 5, 10)”. “Significativa è anche la moltiplicazione da parte di Gesù di cinque pani e due pesci che nutrono cinquemila persone (Marco 6, 35-44)”. “Il significato cristologico del pesce, radicato nell’antichissimo simbolismo del pesce quale apportatore di salvezza, ha acquistato nuovo valore dalla successione delle lettere della parola greca per pesce, ichthys; in esse si sono riconosciute le iniziali delle parole Jesoùs Christòs Theoù Hyòs Sotér, cioè Gesù Cristo figlio di Dio, Salvatore”. “Durante le persecuzioni dei cristiani, l’immagine del pesce era il loro segreto segno di riconoscimento. L’ampio fonte battesimale era chiamato piscina (peschiera)”. “Nella pittura catacombale il pesce appare come simbolo eucaristico”. 2

M. LURKER, cit., alla voce frutto, dice: “Il frutto è il prodotto dalla prosperità terrena e segno visibile di benedizione divina. Un motivo molto diffuso nell’arte assira era l’albero della vita stilizzato, i cui fiori vengono spalmati da geni alati per mezzo di una pigna; è l’atto simbolico della fecondazione artificiale della palma da dattero, che in Mesopotamia è indispensabile alla vita. I frutti sono simbolo di fecondità e di vita”. “Cristo stesso è il frutto più bello che il cielo (Dio Padre) fa nascere dalla terra (Maria). Alla Vergine Maria è rivolto il saluto: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!” (Lc. 1, 42)”. 3

M. LURKER, cit., voce calice e coppa: “Anche il cammino terreno del Salvatore fu un calice: “non devo forse bere il calice che il padre mi ha dato?” (Gv. 18,11)”.“Nel Getsemani, egli prega nella sua angoscia mortale: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice” (Lc. 22, 42)” “Il calice della passione del Signore è divenuto il calice eucaristico della chiesa. Nell’ultima cena, Gesù prese un calice e lo porse ai suoi discepoli con le parole: “Bevete tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati” (Mt. 26, 27ss)”. 4 AA.VV., Dizionario Enciclopedico LarousseRizzoli, Milano 1986: “Incerta l’origine e l’antichità della mitra. La prima testimonianza

sicura risale all’XI secolo. Dalla seconda metà del XII secolo è di uso generale per i vescovi. Formata da due parti triangolari, tenute unite fino a metà altezza e lasciate libere nella parte superiore, la parte posteriore è ornata da due strisce. Nella tradizione ecclesiastica si distinguono tre tipi di mitra: la mitra preziosa, in tessuto d’oro e argento, ornata da ricami e pietre preziose; la mitra aurifregiata, in tela oro; la mitra semplice, di seta o di lino bianco, senza alcun ornamento (segno di lutto)”. 5 M. LURKER, cit., voce acqua: “Senz’acqua non esiste vita. L’acqua è materia primordiale, è la sostanza madre dalla quale, attraverso la parola spirito di Dio Padre, venne creato il cosmo”. 6

M. LURKER, cit., voce pioggia: “L’acqua che scende dal cielo era simbolo della benedizione divina, come quando Dio dice al popolo di Davide: “Manderò la pioggia a tempo opportuno, e sarà pioggia di benedizione” (Ez. 34, 26)”. 7 M. LURKER, cit., voce serpente: “Il serpente è simbolo delle potenze abissali, infernali; esso è l’incarnazione di Satana, che il Dio della pace stritolerà sotto i piedi dei discepoli (Rm. 16, 20)”. 8 M. LURKER, cit., voce croce: “Nell’antico testamento la croce era sconosciuta, però i cadaveri dei giustiziati venivano appesi, ad accrescimento della loro ignominia. Dopo la lapidazione di un malfattore condannato a morte, lo si appendeva ad un albero (Dt. 21, 21)”. “Come segno di salvezza o di protezione, esso si presenta su numerosi sigilli e amuleti antichi”. “La pena della crocifissione di origine orientale – in particolare persiana – venne adottata da cartaginesi e romani; era considerata il più ignominioso tipo di morte e veniva applicata soprattutto agli schiavi”. “Le più antiche rappresentazioni del crocifisso (portale di Santa Sabina, Roma, sec. V) furono certo una reazione al monofisismo, che negavano al Cristo la possibilità di soffrire come vero uomo”. “La croce segno rappresentativo del Cristo quale Signore risorto e innalzato, a partire del secolo XI, si trova sempre sopra l’altare delle chiese”. 9 M. LURKER, cit., voce cuore: “Nelle fede dei popoli il cuore occupa da sempre una posizione centrale. Esso designa tutto l’uomo interiore, che si contrappone alla persona esteriore”. “La fede non riguarda il pensiero o il sentimento, ma soltanto il cuore.(Rm. 10, 10)”. “Il cuore che ci rimprovera, non è altro che la coscienza (1 Gv 3, 19ss)”. “Nel Medioevo cristiano, il cuore è divenuto sempre più un simbolo dell’amore, in senso sia profano che religioso”. 10

M. LURKER, cit., voce sigillo: “Per sigillo si può 139


intendere tanto lo stampo quanto l’impronta che esso lascia. In origine servivano da sigillo i cilindri di argilla con segni incisi, ma ben presto vennero in uso anche anelli con sigillo o suggelli portati al collo”. “Il termine sigillare indica l’applicazione del sigillo e praticamente ha lo stesso significato di convalidare giuridicamente, sottoscrivere (1 Re. 21, 8)”. “Nella magia ebraica i sigilli nell’immagine dell’ esagramma e del pentagramma apposte sui sigilli dovevano tenere lontani gli spiriti malvagi. Questi segni vennero adottati dall’Islam come sigilli di Salomone”. 11 M. LURKER, cit., voce anello: “ L’antica usanza romana di scambiarsi gli anelli alla celebrazione delle nozze quale gesto simbolico di vincolo reciproco passò in seguito nel rito del matrimonio cristiano”. “Nel nuovo testamento si presenta l’antica concezione dell’anello quale segno di dignità”. “L’anello consegnato alle religiose è simbolo del matrimonio con Cristo dell’anima consacrata a Dio, e in tale qualità si trova ad essere un attributo sacro”. “L’anello del vescovo è “signaculum fidei” (segno di fede) e, secondo un’antica interpretazione, indica che colui che lo porta è sposo della chiesa”. “Il significato simbolico dell’“anello del pescatore” spettante solamente al papa concorda con quello dell’anello episcopale”.

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12 M. LURKER, cit., alla voce giglio: “Per i popoli antichi il giglio a causa del suo colore candido era simbolo di purezza e di luce divina”. Elam, la divinità lunare, porta il nome di “Dio dei gigli” e la città regale di Susa ebbe il nome da questo fiore. A Creta lo scettro col giglio era attributo della regina e della dea. Certamente era più un caso che la tunica d’oro dello Zeus olimpico fosse ornata con gigli. Secondo la credenza greca, il morto poteva assumere la figura di un giglio. Nella Sacra Scrittura il giglio è simbolo di elezione. Il capocoro delle nozze regali viene accostato ai gigli (Sal. 45,1)Per il suo popolo il Signore vuole esse come rugiada, così che ”esso fiorirà come un giglio” (Os 14,6). Nel linguaggio dei fiori del Cantico dei Cantici, lo sposo definisce la sua eletta ”giglio tra i cardi” (Ct. 2, 2). Lo sposo stesso figura di Cristo si dice un ”narciso di Saron, un giglio delle valli” (Ct 2, 1), è lui che scende sul giardino ”fra le aiuole del balsamo a pascolare il gregge e a cogliere gigli” (Ct 6,2), eloquente immagine della ricerca della bellezza, purezza e ristoro. Nel discorso della montagna Gesù richiama l’attenzione sui gigli del campo; neanche Salomone, con tutta la sua gloria vestiva come uno di loro (Mt 6,28ss; Lc,12,27). Il giglio cresce nei prati celesti dei mosaici di Ravenna e di Roma e come simbolo di innocenza fiorisce ai piedi dei santi e delle vergini. Spesso l’angelo dell’Annunciazione ha in mano un giglio, quale riferimento alla maternità verginale di Maria.


Prama a frocchitteddus, palma a cornetti (Bonfiglio Casula, Escovedu 1962)

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Prama cun s’aligusta e su lillu, palma con i cornetti e il giglio (Michela DessÏ, Oristano 1995)

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Informatori Buseddu Angelo, Cadoni Defenza, Cancedda Benigna Cancedda M. Teresa, Cannas Zairo, Cardia Celestina, Careddu Costanzo, Carrus Eleonora Casu Gina, Casu Mauro, Casula Bonfiglio, Casula Vitalio, Cau Santina, Coni Laura Contini Giovanni, Corona Clelia, Corona Emma, Corona Erminia Corona Giulio, Cossu Mena, Cotza Elide, Cubeddu Antonio, Deidda Licia Dessì Francesca, Dessì Lidia Dessì Maria, Dessì Michela, Dessì Peppina Dore Giovanni, Farre Peppino, Figus Antonello, Figus Balloi Figus Francesco, Figus Maddalena Figus Peppino Figus Pina, Fois Eugenia, Ghiani Quartino, Loddo Gianni, Loi Maria, Mandis Laudina, Marongiu Franco, Masella Donatella, Melas Giovanni, Melas Salvatore, Mele Salvatore, Meleddu Ausilia, Melis Erminio, Melis Riccardo, Melis Salvatore,

Cuglieri Gonnosnò Curcuris Gonnosnò Gonnosnò San Gavino Monreale Sedilo S. Giusta Solarussa Gonnosnò Escovedu Gonnosnò Turri Curcuris Oristano Setzu Baressa Genuri Setzu Cabras Tuili Seneghe S. Vero Milis Donigala Fenughedu S. Giusta Turri Oristano S. Vero Milis Tadasuni Monti (SS) S. Giusta S. Giusta Gonnosnò S. Giusta S. Giusta Turri Morgongiori Tuili Donigala Fenughedu Tiria Figu Tramatza S.Vero Milis Sedilo Sedilo Tramatza Curcuris Figu Gonnosnò S. Giusta

Meloni Salvatore, Ministru Nicola, Ministru Paolo, Montis Pasqualino, Mula Andrea, Murtas Giovanna, Murru Armando, Murru Aldo, Musu Giulio, Niola Antonietta, Obinu Pietrino, Onnis Giacinta, Ortu Filomena, Orrù Caterina, Orrù Efisio, Orrù Giovanna, Ortu Filomena, Pala Natalina, Perria Rosa, Pia Patrizia, Picchedda Prosperina, Pinna Livio, Piras Ninni, Pisu Noemi, Podda Antonio, Porcu Genesia, Porta Giampaolo, Prinzis Raffaele, Pusceddu Massimina, Sanna Antonio, Sanna Orsola, Scalas Antonica, Scalas Maria, Scanu Giuliana, Senis Maria, Serpi Attilia, Serpi Clotilde, Serpi Donisetta, Serra Porfirio, Serra Salvatore, Sitzia Michele, Soddu Emilio, Suore Clarisse, Spada Vincenzina, Stara Giannetta, Stiglitz Alfonso, Tiana Agostinangelo, Tiddia Vincenzo, Trudu Luigino, Uras Giovannina,

S. Giusta Cuglieri Cuglieri Turri Sedilo Marrubiu, Gonnosnò Escovedu S. Giusta Sedilo Cuglieri Solarussa Milis Donigala Fenughedu Gonnosnò Massama Milis Gonnosnò Gonnosnò Ussaramanna Gonnosnò Norbello Scano Montiferro Baressa Gonnostramatza Marrubiu S. Vero Milis Zeppara Gonnosnò Villamar Massama S. Vero Milis S. Vero Milis Gonnosnò San Gavino Monreale Ussaramanna Ussaramanna Ussaramanna Massama, Curcuris Baressa Ussaramanna Oristano Gonnosnò Albagiara S. Vero Milis Scano Montiferro Gònnosnò Nuragus Ussaramanna. 143


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Appendice

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Sa stella, la stella, piccolo manufatto ornamentale

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LA PALMA BENEDETTA NEL CANTO POPOLARE “GOSOS” DOMINIGA DE PRAMMAS (da Gosos e Ternuras di G. Dore vol. 2° p. 40)

Cun zelante fervore Clàmat su Re Davide: Sas portas aperide Pro ch'intrat su Signore

Con zelo e fervore il re Davide acclama: “aprite le porte perché entri il Signore

1 - Gerusalem dizzòsa sas portas tene apertas, ca sas dizzas sunt certas in s'intrada gosòsa, chi cun pompa lustròsa fàghet su Redentore.

La bella Gerusalemme ha le porte aperte perché le profezie si avverano nell'ingresso gioioso che il Redentore fa con mirabile trionfo.

2 - O Gesùs meu, amàdu, siàdes bene enìdu, cun canticos rezìdu, cun pompas ospedàdu, dignu sezis istàdu de custu grande onore.

O mio amato Gesù siate il benvenuto accolto con canti ospitato con magnificenza siete stato degno di questo grande onore.

3 - Oe cun tanta gàla custa intràda faghides, chenàbura nde bessides cun duna rughe a pàla, ca custa zente mala no tenet fide in s'amore.

Oggi, con tante acclamazioni fate questo ingresso venerdì uscirete con la croce sulle spalle ché la gente malvagia non si fida dell'amore

4 - De festas prevenida faghides custa intrada, sa plebe abborròtada Bos dat sa bene enìda, però sa dispedida tèt esser cun dolore.

Preceduto dalla gioia fate quest'ingresso, il popolo acclamante vi dà il benvenuto, però la dipartita dovrà essere con dolore.

5 - Cominzan a bettàre sas càppas in sa via, in signu de allegria e gosu singulare, ma prestu ten clamare: “mòrzat su traitore!"

Cominciano a stendere i mantelli per la via in segno di allegria e di diletto particolare ma ben presto ti grideranno: “A morte il traditore”!

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6 - Prestu si den passàre custas festas onoròsas, in penas orrorosas prestu si den mudàre e prestu tet torràre custu gosu in rancore.

Presto passeranno queste feste solenni e in orribili pene si tramuteranno e si trasformerà questa gioia in rancore.

7 - Sas portas aberide almas fizas de Deu, de su populu Ebreu sos ingannos sentide, e de coro pedide su divinu favore. (Secolo XVIII)

Aprite le porte anime figlie di Dio, considerate gli inganni del popolo ebreo, invocate di cuore la grazia divina.

DOMINIGA 'E PRAMMAS (da Gosos e Ternuras vol. 2° p. 41)

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A s'orrendu tribunale cittad'almas intendide, pesàde mortos, benìde a su giudissiu finale.

O cristiani ascoltate e venite all'orrendo tribunale risuscitate o morti per il giudizio finale.

1 - Ahi! anima peccadora chi vives discoidada, intende sa oghe penàda de sa trumbitta sonòra, a tottus in generale cittat, narènde accudide.

Ahi! anima peccatrice che vivi nella trascuratezza ascolta la voce accorata e il suono della tromba che chiama tutti quanti gridando: accorrete.

2 - Senti sos duros clamores de cussa trumbitta orrenda, làssa, làssa sa sienda a giudiziu peccadore, animas vivende male sa dura òghe intendide.

Sii sensibile ai severi richiami di quella tromba spaventosa, lascia, lascia la ricchezza o peccatore e vai al giudizio, o anime che vivete nel peccato ascoltate il severo richiamo.

3 - Si sparghet s'orrendu sonu de cussa trumbitta dura, cittat ogni criatura ante su supremu tronu, s'ispantu dèt esser tale non mai bidu, creide.

Si diffonde il cupo suono Di quella tromba assordante, Che chiama ogni creatura Davanti al trono supremo, la paura devÈesser tale e credete, mai vista prima.

4 - Sa propria morte natura in cudd'ira dèt tremare bidìnde risuscitare ogni umana criatura pro chi cuddu tribunale dèt'esser giuighe avvertide.

La natura con la propria morte di fronte all'ira divina deve tremare mentre vede risuscitare ogni umana creatura che dev'essere giudicata dal divino tribunale.


5 - Pensa sos duros rumores de sos ossos chi si agiuntant, senti comente preguntan a ue andamos peccadores a s'orrendu tribunale bessit sa oghe accudide.

Pensa agli atroci rumori delle ossa che si ricompongono, senti come i peccatori chiedono dove andare e una voce dice: “avvicinatevi All'orrendo tribunale”!

6 - In cudda valle profunda de Josaphat nominàda, in ordine cungregàda dèt esser tottu su mundu cun presenzia corporale tottu dèt esser creide.

In quella valle profonda detta di Josaphat raccolti e ordinati devono riunirsi tutti gli uomini col proprio corpo credete: così dovrà essere.

7 - Bider cheren s'altu Gesu peri sas nues andende cun maiestade abbassende cale giuighe iradu, offesu, timer dèt ogni mortale: tottu certu est creide.

Vogliono vedere il grande Gesù che cammina in mezzo alle nuvole che scende con maestà come un giudice irato e offeso, deve temere ogni mortale credete è tutto vero.

8 - Liberu si dèt mustrare a dognuna in sa presenzia ue sa propria cussenzia pro se s'idet giugare. Aih! isventuràdu male! almas dae como timide. Ottana (Sec. XIX)

Il libro si deve mostrare al presentarsi di ciascun'anima nel quale compare la coscienza per vedersi giudicare. Ahi anima sventurata O anime temete già in vita.

FRAMMENTO DELLA “CANZONE ALLA B. V. DI BONARIA” (da Tres Canzonis Sacras di Luisu Matta 1927 str. 10 p. 22)

Che palma de Cades ses alta e liura De s'eternu campu s'olia speciosa Ses nardu odorosa, balsamu aromaticu erenni funtana de dogna dulzura

Come palma di Cades sei alta e armoniosa Ulivo mirabile, dell'eterno giardino Sei nardo odoroso,balsamo profumato Fonte perenne di ogni dolcezza

De Gericu frisca balsamica rosa platanu acquaticu, mirra ses eletta Idi prediletta, ch'in s'ortu divinu Donas de continu fruttus a gosai. (Rettore Luisu Matta)

Di Gerico fresca e balsamica rosa Bellissimo platano, sei mirra scelta Vite prediletta, che nell'orto divino Dai, senza fine frutti da godere.

N. SIGNORA DE BONACATTU (da Goccius de Santa Maria di Don Josto Murgia 1980 str. 7 p.18)

Palma in Cades esaltada Sublime cedru vistosu

Come palma cresciuta a Cades Sublime cedro e appariscente 149


Platanu friscu e umbrosu Mirra sa prus delicada Rosa in Jericu piantada De primària galanìa

Platano fresco ed ombroso. Sei la mirra più amabile, Rosa coltivata a Gerico Di prima bellezza.

N. SIGNORA DE SU CARMINU (op. cit. str. 2 p. 41)

Alta palma peregrina Posta in su celeste Cades Lizu de altas puridades Sena mancia sena ispina Pianta de rosa divina Subra Gericu piantada.

Palma alta non comune Cresciuta nel Cades celeste Giglio di grande purezza Senza macchia né difetto Pianta di rosa divina Coltivata presso Gerico.

N. SIGNORA DE IS GRATIAS (op. cit. str. 4 p. 60)

Maria santa abogada De s'aflitu peccadori Chi non ses senza favori De su miseru invocada O prama in celu prantada Mari de dorada arena.

Maria santa protettrice Dall'afflitto peccatore Tu concedi invocate grazie Dal misero implorate. Palma coltivata in cielo Mare di sabbia tutta d’oro.

N. SIGNORA AUSILIATRICE (op. cit. str. 4 p. 227)

Cudda Prama gloriosa De Cades in su desertu Cudda Colunba che hat fertu Su coro a Deus amurosa Cun cudda Rachel hermosa. La figurant a porfia.

Alla palma gloriosa nel deserto di Cades alla colomba amorosa che ha offerto il cuore di Dio alla bellissima Rachele nello zelo l’assomigliano.

INCARNAZIONE (op. cit. str. 13 p. 269)

E tui, Virgini mama Tra totus avventurada De sa grazia sublimada A tantu nobili fama Dona, o mistica prama, S'immarcescibili frori.

E tu, Vergine madre tra tutti la più felice resa sublime dalla grazia (elevata) a così gran nobile fama concedi o mistica palma L'immarcescibile fiore.

SANT'ANTONINO da Goccius de Santus, Lodi di Santi di Josto Murgia 1985 (str. 8 p. 45)

Sende in fiori’edade De meritos ricca s’alma Tenestis gloriosa palma In sa celeste citade 150

Ancora in giovane età l' anima ricca di meriti ottenesti palma della gloria nella città celeste


Et pro tanta santidade Tronu riccu e magestosu..

e un trono ricco e maestoso per tanta santità.

SANTA BARBARA (op. cit. str. 2 p. 69)

Cun sa grazia battismali Ti conservas innocenti E merescis giustamenti Sa puresa angelicali Sa corona triunfali Cun sa prama duplicada

Con la grazia del battesimo conservi la tua innocenza e meriti giustamente la purezza angelicale la corona trionfale con la duplice palma.

SANTA GIUSTA (op. cit. str. 11 p. 226)

Cun musica angelicali Sa bell’anima spiresit Su isposu santu bos desit Palma e corona triunfale: A sa patria celestiale Preparade nos s'intrada!

Con musiche di paradiso la bell'anima spirò il divino sposo vi ha dato palma e corona trionfale: preparate per noi l'ingresso alla patria celeste!

SANT'AREGA (op. cit. str. 5 p. 230)

Sende in sa picinnesa De meritos ricca s'alma De su martiriu sa palma Acquirestis cun puresa Arma de fortelesa In sa fide addottrinada!

Ancora in giovane età e con l'anima ricca di meriti hai conquistato la palma del martirio con la purezza, l'arma della fortezza appresa dalla fede.

SANTA LUGHIA (op. cit. str. 11 p. 259)

Lughia palma de gloria Coronada de diamante Tenide sempere in memoria Custos serbos supplicantes Dadeli prendas bastantes De sa lughe disigiada.

Lucia palma di gloria coronata con diamanti ricordate sempre questi servi supplicanti date loro grazie sufficienti dalla agognata luce.

SANTU PRAMERI (op. cit. str. 18 p. 343)

Una lapide imprimidu Su nomen tou teniat In cristallu e pannu fiat Su samben toi coglidu In ricca palma esprimidu Su martiriu gloriosu!

Una lapide aveva impresso il tuo nome, una ampolla e un panno custodivano il tuo sangue, una ricca palma dimostra Il tuo glorioso martirio.

151


SANTU MICHELI (op. cit. str. 15 p. 356)

Tui ses palma e ses vittoria De unu coru superiori Ses zelanti de sa gloria De s'altissimu Criadori Ses Angelu consoladori Ses abogau generali.

Tu sei palma, e vittoria del coro degli angeli, tu custode della gloria dell'altissimo Creatore, tu angelo consolatore di tutti protettore..

SANTA RITA (op. cit. str. 3 p. 369)

De Cascia bell'ornamentu De s'Umbria fecunda prama Has essiri gloria e fama De is Agostinus cuntentu Donniunu mirat attentu Bundadi privilegiada.

Di Cascia sei ornamento dell'Umbria palma feconda sei gloria e fama gioia degli Agostiniani, ognuno fiducioso mira la tua privilegiata bontĂ . SANTU ROCCU (op. cit. str. 4 p. 377)

Su cuntadu renunziestis Pro ispirazione divina Cun su baculu e isclavina Dae Franza peregrinestis E peregrinu arricchestis Palma de bostra passenzia

A ricchezze hai rinunciato per divina ispirazione, con il bacolo ben nodoso dalla Francia hai pellegrinato, e da pellegrino hai arricchito la palma della tua pazienza

SANTU SEBASTIANU (op. cit. str. 11 p. 391)

Azzottadu finalmente Cun vara de forti ferru Reportadas dae s'inferru Duas palmas giustamente Bos faghet s'Onnipotente Celestiale cortesanu.

Finalmente flagellato con robuste verghe di ferro tratte dall'inferno, giustamente con due palme l'Onnipotente vi chiama alla corte celeste.

SANTU ISIDORU (op. cit. str. 20 p. 406)

Pustis cun fama notoria Bos hat distintu su chelu De custu mortale velu Portade nos a sa gloria Cun palma de sa vittoria Contra s'inferr'orgogliosu!

PoichĂŠ con grande fama il cielo vi ha distinto, da questo velo mortale accompagnateci alla gloria con la palma della vittoria sul superbo tentatore.

DOTTRINA CRISTIANA IN VERSU (di Mons. G. M. Pilo 1778 Str. 8 p. 13)

Cantu tui prus perdonas Is agravius, is offensas 152

Quanto piĂš tu perdoni, i torti e le offese


Merescis prus chi non pensas De palmas e de coronas.

meriti più di quanto pensi e palme e corone.

FILASTROCCA (di Don Ignazio Orrù, Ales 1994)

Cun gosu biveus Una festa manna. A cresia porteus S'olia e sa prama, De pagu segada E beni pintada.

Viviamo con gioia Una bella festa portiamo in chiesa l'olivo e la palma, colta da poco e bene intrecciata.

Cun gala portada, Cun devozioni. De Deus s'invòcat Sa benedizioni, Po tottu su mundu E dogna persona.

La palma si porta con orgoglio, e con devozione. da Dio invochiamo la benedizione per tutto il mondo e per ogni uomo.

Fadeus su siddu A s'or'e su passiu Gesusu notzenti, Cantu iat passau! Po tottu sa genti Finas acciotau.

Intrecciamo “su siddu” al momento del vangelo, il buon Gesù quanto ha sofferto! per noi peccatori fu persino flagellato.

In sa prama bis Centu e una pinta, Non funti po sì Ma funti una finta: Sa sfera olit nai De Deus sa presenzia,

Nella palma intrecciata noti tanti simboli da soli non contano ma sono un richiamo: l'ostensorio ricorda la presenza di Cristo

S'opinu e su pisci Cun tottu sa scatta, Portentu ddu scis Fatt'e Gesus, A is amigus suus Po crei de prus;

La pigna ed il pesce con tutte le squame lo sai fu un miracolo fatto da Gesù perché gli apostoli credessero ancor più,

Sa gruxi ubbidienzia A Deus Poderosu, Is pilus s'acqua De una cronta, O mari in tempesta In paxi torrau.

La croce ubbidienza a Dio Onnipotente, i crini son l'acqua sgorgata da roccia o il mare in tempesta Rasserenato.

De pram 'e populu Ndi tocat a medas.

La palmetta del popolo Spetta a molti. 153


A domu si torrat Cun bellasa scedas Su “foras de nosu” Sinci bogat innatis.

Si rientra a casa con buone notizie; “il tentatore” si scaccia per primo.

Si ponit sa prama De s'enna in s'istanti In dogna stanza, puru in su fogu In notti de ira, In terr'e trigu,

La palma si appende nello stipite della porta, e in ogni stanza, si mette anche nel fuoco durante i temporali notturni nei campi di grano,

In su portafogliu Che catixedda, In su brazolu De sa pipiedda, A pudda frucendi, A mama scendiendi.

nel portafogli come immaginetta, e nella culla della bambinetta, sotto la chioccia, Alla donna in parto.

Su maloreddu in pratza nodiu In d'unu momentu Papat coromeddu De prama e olia, Sa bucca est sanada Po tottu s'annada.

Il vitellino da tutti apprezzato in un battibaleno mangia il rametto più tenero di palma e d'ulivo, la sua bocca non avrà malattie. per tutta l'annata.

MUTOS DE AMORE (dalla raccolta personale di Maria Atzeni Ales 1970)

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1 - Arrosariu 'e perlas Portat cudda pipia Tott'a postas a postas

Un rosario di perle usa la bambina infilate a dieci a dieci.

- Arrosariu 'e perlas Facci anch'est prama mia Funti is arias bellas.

Rosario di perle Dove sta la mia palma I cieli sono sereni

- Portat cudda pipia Funti is arias bellas Faccianch'est prama mia

ha la bambina I cieli son sereni dove sta la mia palma.

- Tott'a postas a postas Funti is arias bellas Facci a prama mia postas.

Infilate a dieci a dieci I cieli son sereni Dove la mia palma sta.


2 A s'oru e s'enna mia Si bit tottu su mari Cun d'unu marineri Ponendi pei in barca Po ndi piscai su pisci Ca su pisci est di oru Po portai arregalu A sa fil'e su rei Ca sa fill'est isposa Cund'unu Samarinu

Presso l'uscio di casa si vede tutto il mare con un marinaio che sta salendo in barca per pescare un pesce perché il pesce è d'oro, e sarà il regalo alla figlia del re perchè è fidanzata con uno di san Marino.

- A s'oru 'e s'enna mia Prama post'in altari Cara 'e mela arrubìa. - Si bit tottu su mari Cara 'e mela arrubìa E prama post'in altari. - Cund'unu marineri, Car'e mela bianca E tratt'e cavaleri. - Ponendi pei in barca Tratt'e cavaleri Car'e mela bianca. - Po ndi piscai su pisci, Ca ti portu in su coru Prus chi no tui scisi - Po portai arregalu, Non cind'hat mellus de tei Su pomposu in su ballu - A sa fill'e su Rei, Su pomposu in su ballu Non ncind'hat mellus de tei. - Ca sa fill'est isposa, De continu ti stimu Cara foll'e arrosa. - Cun d'unu Samarinu Cara foll'e arrosa De continu ti stimu.

Sull'uscio di casa palma posta sull'altare Gote come rossa mela. Vedo tutto il mare gote come rossa mela palma posta sull'altare. Con un marinaio gote come bianca mela portamento da cavaliere. Che sale sulla barca portamento da cavaliere Gote come mela bianca Per pescare il pesce ti porto dentro il cuore più di quanto tu sappia. Per portarlo in dono nessuno è migliore di te così magnifico nel ballo Alla figlia del re così magnifico nel ballo nessuno è migliore di te. Che la figlia è fidanzata sempre io ti amo Cara, petalo di rosa. Con uno san Marino cara, petalo di rosa Sempre io ti amo.

3 - Arrosa velutada ddui hat in s'enn'e sa gloria e lillu beneditu. -Arrosa velutada, sa pram'e sa vittoria de manu destinada deu tidd'hapu binta.

Una rosa vellutata sta nell'uscio della gloria e un giglio benedetto. Una rosa velutata La palma della vittoria dalla mano promessa io l'ho conquistata.

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4 - In sa piata e Bosa bi passizat Pilatu in ora de merie. -In sa piata e Bosa, mama tua t'hat fattu pro incantare a mie palma deliziosa.

Nella piazza di Bosa vi passeggia Pilato in ore vespertine. Nella piazza di Bosa tua madre t'ha fatta per incantarmi palma deliziosa.

5 - Chi bandas a Casteddu bitimi una gioia de sa galanteria. -Chi bandas... a tui sa prama mia. dda fadeus sa coia cumenti de fueddu.

Se ti rechi a Cagliari portami un regalo dalla gioielleria. Se ti rechi a Cagliari A te (va) la palma mia ci sposeremo secondo la promessa.

6 - Unu tzerriu hapu intendiu unu tzerriu a is bois me in Santa Maria. -Unu tzerriu hapu intendiu Totu a forz'e canzonis Olia prama mia Chi m'essint cumprendiu.

Ho udito un grido un comando ai buoi presso Santa Maria. Ho udito un grido mi servo di canzoni vorrei, palma mia, che tutti mi capissero.

7 - Giuanni Antoni Boi De Casteddu est benendi Ca dd'est morta sa mama - Giuanni Antoni Boi Finas aundi est palma Su sentidu est bolendi Non nci aturat in noi

Giovanni Antonio Boi sta ritornando da Cagliari perché gli è morta la madre. Giovanni Antonio Boi là dov'è (la mia) palma vola il mio sentimento (che) non resta più qui.

8 - Mischinus is pipius chi perdint sa mama, de tot'is bagadius coru portat sa prama.

Poveri i bambini che perdono la mamma. Di tutti giovanotti Cuore, porta la palma.

9 - Su sindigu de Tuili tenit sa filla sposa cun d'unu generali. -Su sindigu 'e Tuili prama misteriosa tenit totu eguali modu e tratu zivili.

Il sindaco di Tuili ha la figlia fidanzata con un generale. Il sindaco di Tuili Palma misteriosa in te sono uguali tratto civile e garbo.

10 - Deu tengu una sorri Chi si lamat Maria Ca olit intrai dama.

Ho una sorella che si chiama Maria Che vuol diventar dama


-Deu tengu una sorri m'aturu bagadia po binci custa palma a costu de ndi morri.

Ho una sorella Rimango nubile per vincere questa palma a costo di morirne.

11 - Sa trutiredda bolada Dda sparat Catalina E dd'hat faddiu su tiru. -Sa trutiredda bolada, ca perdu a prama mia candu arriu suspiru sceti Ca m'arregodada.

La tortorella è volata via la spara Caterina ma ha fallito il colpo. La tortorella è volata via Il perdere la mia palma muta il sorriso in pianto appena mi sovviene.

12 - Su dominigh'e palma Bessint is vangelistas Cun su Deus insoru Su dominigh'e palma Andendi de coru in coru Nendi ca conchistas Nci has a perdi sa fama

La domenica delle palme escono gli apostoli con il loro GesĂš La domenica delle palme Saltando di cuore in cuore dicendo che fai conquiste perderai la fama.

13 - A chi movat un bentu Chi ndi sciuscit is pramas De s'arrtori Leu. A chi movat un bentu A s'atera chi amas Candu arralas cun deu Portas in pensamentu.

Che si levi un tale vento da sradicare le palme del rettore Leo Che si alzi un vento L'altra che ami, mentre chiaccheri con me, Porti porti nei tuoi pensieri

14 - Cumandit mama mia Lessit su tzerriai Ca gei stau andendi -Cumandit mama mia mi bolint privai de chini stau amendi prama stimada mia.

Comandi, mamma mia smetta di urlare chĂŠ sto arrivando Comandi, mamma mia mi vogliono distogliere dalla persona amata palma mia adorata

15- In cresia sa prama Funti benedixendi Non ddu nerist a mama Ca seus fastigiendi

In chiesa la palma stanno a benedire a mamma non lo dire che siamo fidanzati

16- Chi morgiu bagadia Bollu prama e corona; non ses fortuna mia coru bai in bonora.

Se muoio da nubile desidero una corona di palme non sei tu la mia fortuna amore vai in buon'ora.

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