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rivista � cultura

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ZeroNove è una rivista culturale curata dagli studenti del triennio dei licei FAES Argonne e Monforte. L’entusiasmo della scoperta, la gioia della condivisione: rivista è cultura.

dicembre 2011

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›­­­ editoriale Piccolo testamento di Matilde Daverio

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› letteratura La missione della bellezza di Giuseppe Romano

Questione di metodo

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di Benedetta Piroddi

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editoriale

Piccolo testamento di Matilde Daverio

“Questo non sarà il giornalino della scuola”: così ci aveva messo in guardia il prof. responsabile di ZeroNove alla presentazione del progetto. E abbiamo fatto nostro questo motto, ripetendocelo sulla via del ritorno, quasi fieri ed orgogliosi nell’imboccare una strada mai solcata negli ultimi anni delle scuole Faes. Eravamo una manciata di ragazzi e ragazze che si contavano sulle dita delle mani, all’inizio del “lontano” 2009, legati da una passione: la scrittura. Ma soprattutto ansiosi di ricercare e, perché no, contemplare meandri più o meno conosciuti del mondo della letteratura, dell’arte, della musica, della cultura che l’uomo, con la sua testa e con il suo cuore, crea e ricrea da sempre. Sì, perché prima di tutto ZeroNove è servito a noi redattori. Arricchiti dalle ricerche riguardo ai più vari argomenti – dalla democrazia ai totalitarismi, passando per gli eterni e moderni Omero, Dante e Leopardi – abbiamo avuto occasione di riconoscere le idee e gli uomini che reggono le fondamenta della nostra civiltà.

E, come le grandi gioie impossibili da trattenere per sè, abbiamo cercato di condividerle con tutti i lettori. Oltre che di condivisione, ZeroNove è stato occasione di confronto e di crescita, per esempio nel momento in cui si era in due o più a scrivere un pezzo. Non è stato semplice all’inizio, ma con la pazienza e la tenacia proprie di chi, di mestiere, si sforza con impegno – noi studenti – è stato sempre più possibile. Insomma, ZeroNove è una delle tante dimostrazioni che oggi è ancora possibile per dei ragazzi liceali fare cultura, in maniera profonda ma non pesante. Quella cultura non certo fine a se stessa, ma che ricorda a ognuno di noi ciò a cui aspira il nostro cuore e spesso a trovare barlumi di luce nel buio che apparentemente ci circonda. Molto più di un giornalino scolastico, ZeroNove per me è stato questo.

› personaggi Steve Jobs di Lorenzo Bertolini, Andrea Crico, Anna Rapino

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› milano da scoprire Il quadrilatero del silenzio di Paola Finulli, Carlo Lunetti, Elena Rapino

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› musica Una maledizione? Il club 27 di Gaianè Kevorkian, Anna Rustioni

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› racconto Il mondo a 5 anni di Valeria Battagliese, Anna Palazzo

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› lifestyle Corteggiamento: anacronismo o possibilit�? di Chiara Guinea, Linda Maculotti, Marta Montecucco


letteratura | õ

La missione della bellezza di Giuseppe Romano

Non sono mai stato un grande lettore. Nella mia vita ho sempre preferito arti più attive – il disegno, o la musica – e i libri hanno occupato una parte trascurabile del mio tempo. Tuttavia, posso dire di aver letto con sincero gusto I Promessi Sposi e di aver apprezzato ogni singola terzina dell’Inferno di Dante. Ho fatto mie le vicende dei Malavoglia e mi sono identificato in Odisseo. Ho trovato Joyce coinvolgente, James sconvolgente; Kafka catartico, Shakespeare luminoso. Insomma, dopo i primi anni di liceo ho sviluppato un intenso amore per la letteratura. Questo, reputo, soprattutto grazie al mio professore di italiano. Quando Erminio Riboldi entrava in classe con i suoi libri sottobraccio, non suscitava mai il panico o l’ansia per l’imminente interrogazione, ma soltanto – almeno nel sottoscritto,

Questione di metodo di Benedetta Piroddi

Ci sono professori in grado di ispirare nei loro studenti un profondo amore per la letteratura; tuttavia, non si può certo dire che il percorso scolastico sia pensato per questo scopo: è facile, anzi, che l’insegnamento della letteratura si trasformi in una corsa contro il tempo per far entrare in programma e nelle teste degli studenti il maggior numero possibile di autori, date e opere. La reazione più comune da parte degli interessati è la noia o, peggio ancora, il disinteresse. Possiamo aspettarci che la scuola appassioni alla letteratura? Non è certo compito semplice: la bellezza non è immediatamente oggettiva e misurabile e

ma non solo – una forte aspettativa nei confronti di quella che, dopo una breve contestualizzazione storica, sarebbe stata una lettura nel senso più stretto del termine. Non stringeva a sé complicati manuali, ma semplici libri, dai quali riusciva a trarre ogni bellezza, insegnandoci a fare altrettanto. Le sue lezioni raccoglievano diversi tipi di reazione, dal totale disinteresse all’avido ascolto. Ai futuri ingegneri, medici, meccanici interessava relativamente di Leopardi, Foscolo e Ungaretti. Ma è proprio questo che impreziosiva quelle parole: era solo un sincero amore per l’arte a destare quell’interesse, non la paura di un’interrogazione o un ammonimento del professore, ma, per dirla con Pennac, la scoperta della “virtù paradossale della lettura, che è quella di astrarci dal mondo per trovargli un senso”.

Ogni opera d’arte sincera è permeata di una smaniosa ricerca, orientata, nel migliore dei casi, verso la bellezza, una bellezza assoluta e universale che sormonta ogni canone transitorio ed è capace di dirci qualche cosa sull’animo dell’artista, sul momento storico in cui è stata rappresentata, ma soprattutto su una verità più alta e definitiva. Il grande merito di Riboldi – prima ancora dell’aver trasformato un futuro architetto in un letterato convinto – è stato quello di dare ai suoi alunni la possibilità di amare profondamente la letteratura, e quindi gli stessi testi, evitando per quanto possibile una cortina didattica di decifrazioni e commenti che, ogni giorno, in un sistema scolastico con grandi difficoltà, ha il contraddittorio effetto di allontanare gli studenti da una materia di importanza e bellezza decisive. Egli riusciva perfettamente a orientare la letteratura, e quindi la bellezza, verso il compito più nobile e importante della scuola, e della vita stessa, ossia la ricerca della verità.

letteratura | õõ non esiste perciò un metodo univoco per insegnare a coglierla; questo non significa però che è impossibile farlo. Anzi, alcuni coraggiosi docenti ottengono risultati leggendo semplicemente in classe le opere da studiare: vanno all’essenziale ed evitano ogni commento che ostacoli il contatto diretto con la bellezza del testo in sé. Non possiamo però aspettarci che questo metodo venga applicato su base universale: allo studente è richiesta la curiosità che gli consenta di avvicinarsi a un libro senza pregiudizi, ma a tutto il resto dovrebbe pensare il professore, in particolare a fornire gli strumenti necessari per la comprensione. É evidente però che per trasmettere queste conoscenze è necessario qualcosa di più della lettura del testo, e prima di tutto la sua contestualizzazione: chi era l’autore, perchè scriveva, a quale pubblico si rivolgeva. In assenza degli strumenti adatti, rischiamo di ridurre il significato di un’opera alla nostra interpretazione

personale. Questo porta non solo ad avere un giudizio basato sul “mi piace” – e quindi a interrompere la lettura di Delitto e Castigo poco dopo l’inizio, al lunghissimo e non troppo interessante monologo di Marmeladov – ma anche a fraintendimenti del messaggio dell’autore: il “carpe diem” oraziano si trasforma in un inno all’edonismo sfrenato, se si ignora che la filosofia epicurea vedeva nell’equilibrio l’unica garanzia per ottenere la serenità in una vita tanto breve. Non è altro che un’illusione la pretesa di riconoscere la bellezza avendo come unico criterio il proprio gusto personale. Essa infatti si esprime in maniera differente a seconda dell’epoca storicoculturale, perché diversa è la sensibilità: se a noi può essere facile entrare in risonanza con il romanticismo, già i romanzi settecenteschi ci risultano ostici per la loro mancanza di introspezione e l’attenzione ai particolari esterni e oggettivi. E dato che bisogna innanzitutto conoscere il motivo di queste caratteristiche per apprezzarle, è necessario studiare π


personaggi

Steve Jobs:

il volto di un genio, il volto di un uomo di Lorenzo Bertolini, Andrea Crico, Anna Rapino «Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi a fare scelte importanti nella vita». Parole mirate, quelle pronunciate a Stanford nell’ormai leggendario discorso di Steve Jobs, sei anni prima della sua morte. Nell’ondata di commenti e riflessioni inevitabilmente scaturiti in seguito alla sua scomparsa, quasi all’unanimità si è voluto esaltare la sua figura, e celebrarla nelle sue imprese più grandi: Apple, NeXT e Pixar. Steve Jobs non è stato certo un uomo qualunque. Pensando a come affrontò la sua vita, potremmo provare a raffigurarlo con tre parole chiave: genialità, determinazione, coraggio. Genialità e follia per realizzare tutto ciò che noi ben conosciamo, ciò che ha rivoluzionato il mondo; determinazione nel seguire il suo cuore e portare a compimento le sue intuizioni; coraggio nell’affrontare la morte. Paradossalmente ciò che più colpisce, fermandosi di fronte alla sua storia, è quel suo volto profondamente umano, un volto di sofferente, malato di cancro per gli ultimi sette anni della sua vita, che ha messo in secondo piano tutto il resto: uno degli uomini più ricchi e influenti del pianeta, scavato nel corpo da una malattia logorante. Da questa lunga battaglia è uscito sfinito e sconfitto; ma con la sua

il Settecento - e ogni altra epoca storica - anche dal punto di vista della filosofia, dei cambiamenti politici e socio-economici, della storia dell’arte e della musica. Certo, un’educazione a tutto tondo, in cui le materie siano affrontate in parallelo per ogni epoca, è forse un’utopia; resta il fatto che è poco efficace (e oltretutto sterile) il metodo più comune per insegnare la letteratura, cioè quello che si occupa di autori e opere senza leggere nulla in concreto, o leggendo il minimo possibile. D’altra parte anche l’approccio all’estremo opposto, ovvero quello della lettura diretta e priva di spiegazione, può risultare riduttivo. La migliore soluzione, come spesso succede, è forse l’equilibrio: non si può studiare letteratura senza leggerla, ma non è neanche auspicabile cogliere il suo frutto senza notare le radici culturali che ne stanno alla base.

dignità e con le parole ai laureati di Stanford, ci ha lasciato un messaggio fondamentale, cioè che nella vita bisogna lottare sempre. E allora forse non ha perso il confronto: nella sfida che si è trovato a dover fronteggiare e che lo ha messo alla prova, è riuscito a essere coerente fino in fondo. «Mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni consecutivi, sapevo di dover cambiare qualcosa». Il nostro compito è quello di provare a vivere con almeno due delle tre parole chiave di Steve Jobs: determinazione e coraggio. Morire con dei rimpianti non è certo la nostra maggiore aspirazione, dunque perché sprecare il tempo che abbiamo a disposizione? Dobbiamo partire dalla consapevolezza di essere limitati e dalla coscienza che anche un’esperienza dolorosa può giovarci. Jobs è partito da qui; questo ci ha consigliato. Perciò non ha rifiutato la sofferenza, ma, al contrario, l’ha accettata e combattuta nel sentiero arduo e tortuoso della sua esistenza. Naturalmente questo non significa farsi del male, bensì essere pronti ad affrontare le difficoltà e superarle, anche con un atteggiamento umile. In questo Steve Jobs è stato “eroico”: ha vissuto, nella sua fama, da uomo semplice e riservato, con una famiglia che adorava e da cui era sostenuto, e ha avuto il coraggio di seguire la propria intuizione: «Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore».


ilano da scoprire... il quadrilatero

del silenzio di Paola Finulli, Carlo Lunetti, Elena Rapino

In un pomeriggio di Ottobre come tanti altri la redazione di ZeroNove si è avventurata per Milano alla scoperta di un quartiere appartato e silenzioso, ai più sconosciuto. Di fronte ai giardini di Porta Venezia un arco apre tra le case la via per un quadrilatero. Quattro vie: via Cappuccini, via Vivaio, via Mozart e via Serbelloni. Cosa può esserci di speciale in uno spazio così insignificante, se paragonato al Duomo e alla sua Piazza, al Castello, alla Cerchia dei Navigli? Piccole cose. Dettagli che facilmente possono passare inosservati nell’andirivieni di ogni giorno; mentre in realtà è proprio lì, tra le pieghe del quotidiano, che il nuovo ci aspetta per meravigliarci. Eleonora Duse non è soltanto la musa ispiratrice del vate D’Annunzio, ma anche il nome di una piazza ordinata e pittoresca, chiusa da palazzi e immersa nel silenzio. Da qui è iniziato il nostro percorso. Proseguendo lungo via Cossa, ci siamo ritrovati in via Cappuccini, davanti al Palazzo Berri-Meregalli: un edificio surreale, che pare uscito da una favola disneyana, con le sue pietre, i mattoni e i putti che dall’alto, ammirati, osservano i frettolosi passanti. Sotto gli occhi sorpresi e divertiti del custode, abbiamo avuto anche la possibilità di godere dell’interno del palazzo, ricco di mosaici e statue d’autore. In via Serbelloni la scoperta più originale:

Palazzo Berri-Meregalli | © zeronove

Palazzo Fidia | © zeronove

un citofono – non funzionante – a forma di orecchio umano. Mentre la luce del giorno oramai si affievoliva e i palazzi liberty si tingevano dei colori del tramonto, abbiamo raggiunto Palazzo Fidia, alto e imponente, frutto di un’architettura moderna quasi disorientante. Il nostro bellissimo percorso è terminato ammirando gli splendidi fenicotteri rosa di Palazzo Invernizzi in via Cappuccini. Curioso come un piccolo stormo di questi magnifici uccelli viva a pochi metri dalla nostra frenesia, nel centro della nostra città. Milano è una città timida e riservata, gelosa dei suoi tesori nascosti. Sta a noi lasciarci incuriosire: rallentare i ritmi per dedicarle il nostro tempo e conoscerla, senza dare nulla per scontato. Solo così, forse, mostrandoci curiosi verso la realtà, questa a poco a poco si dischiuderà ai nostri occhi. Coraggio, Milano ci aspetta!

Corso Venezia | © zeronove


musica

una maledizione?

il CLUB 27 di Gaianè Kevorkian, Anna Rustioni

L’estate scorsa un’altra cantante si è aggiunta al cosiddetto “Club 27”: Amy Winehouse, forse la rivelazione musicale più interessante degli ultimi tempi. La cantante soul inglese è morta il 23 Luglio 2011, all’età di 27 anni, a seguito di una vita sregolata e dei suoi numerosi problemi come l’abuso di droga, di alcol e l’anoressia. Numerose volte era stata costretta a interrompere le sue performance a causa delle sue gravi condizioni, addirittura il suo ultimo tour era stato cancellato. Nonostante questo, la musica era per lei una via per esprimere il suo disagio interiore, come dimostrano i suoi testi. “Non voglio bere mai più/ho solo bisogno di un amico/non passerò dieci settimane qui/mentre tutti pensano che sia in via di guarigione” (Rehab, Riabilitazione). Amy Winehouse si aggiunge così al Club 27, il cui nucleo originario comprendeva le “vittime della maledizione del J27”.

Negli anni Settanta, infatti, si verificarono le morti ravvicinate di quattro grandi personalità del mondo della musica, accomunate, oltre che dall’età, anche dall’iniziale J del nome o del cognome: Brian Jones, fondatore e chitarrista dei Rolling Stones, Jimi Hendrix, uno tra i più grandi chitarristi della storia, Janis Joplin, cantante blues dalla voce inconfondibile, e Jim Morrison, poeta e leader dei The Doors. A questi ne seguirono molti altri, nessuno dei quali fu ufficialmente riconosciuto come membro del club, a eccezione di Kurt Cobain. La sua figura è conosciuta soprattutto per il ruolo che ebbe all’interno della band grunge Nirvana. Negli anni Novanta questo gruppo dominava la scena musicale e nemmeno la morte del loro leader, Cobain appunto, intaccò la loro popolarità, ma al contrario la favorì. Egli si tolse la vita nel 1994 con un colpo di fucile. “Non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.”, scrisse nella lettera d’addio, citando una canzone di Neil Young. Le sue esperienze di vita sono senza dubbio strettamente collegate con quest’ultima scelta. Nato nel 1967, fin da piccolo dimostrò un grande interesse e uno spiccato talento per la musica. La sua infanzia, però, fu anche segnata da grandi sofferenze, causate in particolare dalla separazione dei suoi genitori: allora Kurt aveva solo nove anni e questo evento concorse alla formazione della sua personalità solitaria e insicura. “Desideravo disperatamente avere una famiglia normale. Mamma, papà. Volevo quel tipo di sicurezza, e lo rinfacciai ai miei genitori per parecchi anni.”. Durante l’adolescenza il rapporto con i genitori peggiorò a tal punto da farlo scappare di casa. In questi anni, in seguito ai primi abusi di droga e alcol, iniziò a coltivare quell’aggressività che troverà espressione nelle sue canzoni, assieme alla solitudine e al senso di vuoto che cercò disperatamente di colmare e che manifesta come grida di rabbia in

canzoni come Rape Me. Gli stessi sentimenti emergono anche nelle più famose esibizioni dal vivo, dall’impetuoso concerto di Reading del ’92 alla malinconica esibizione acustica dell’MTV Unplugged del ’94. Non bisogna dimenticare, inoltre, quei presunti gravi disturbi psichici, che in brani come Lithium o Come As You Are, sono descritti con incredibile fedeltà e realismo. Col passare del tempo i suoi abusi di sostanze stupefacenti aumentarono, forse per l’ingresso definitivo nel mondo della musica – nel 1987 nascono i Nirvana - o forse per l’inizio della sua relazione con Courtney Love, definita instabile dai media per il fatto che entrambi facevano uso frequente di droghe. Il 1992 segnò un anno di svolta: nacque Frances Bean Cobain. Alla coppia venne subito assegnata la fama di “genitori maledetti” e Courtney fu accusata di aver abusato di eroina durante la gravidanza: questa azione dei media ebbe un’influenza tale da sottrarre la figlia dalla custodia della coppia, che riuscì a riaverla indietro solo dopo numerosi processi e disintossicazioni. Nella figlia Kurt rivedeva la spensierata innocenza della sua infanzia: “Mi ricorda troppo di quando ero come lei, pieno di amore e gioia. […] Bacia tutte le persone che incontra perché tutti sono buoni e nessuno può farle del male. E questo mi terrorizza a tal punto che perdo le mie funzioni vitali. Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva come me”. Dopo queste esperienze, tra il ’93 e il ’94 tentò una serie di riabilitazioni. L’1 Aprile del 1994 fuggì però dalla clinica in cui si trovava e andò a Seattle. Per giorni i suoi conoscenti non seppero nulla di lui, finché l’8 Aprile fu trovato morto a Lake Washington per un colpo di fucile che si era autoinflitto alla testa. Fu trovata una lettera d’addio, che si conclude con parole che suonano come un grido di supplica e al tempo stesso di speranza: “Pace, Amore, Empatia”. Il dolore nostalgico e aggressivo e la ricerca del senso della vita di Cobain π


π trovano espressione anche nelle canzoni e nelle poesie di un altro membro del Club: Jim Morrison. “Datemi un sogno in cui vivere, perché la realtà mi sta uccidendo”: un verso emblematico che rispecchia il bisogno di uno scopo per cui valga la pena stare al mondo. Nacque a Melbourne in Florida nel 1943. A causa dei continui trasferimenti della famiglia, trascorse la sua infanzia in un clima di profonda solitudine che segnò anche l’adolescenza, durante la quale iniziò a tenere un diario con le sue poesie. Con il successo dei The Doors, dei quali era leader e fondatore, iniziò a condurre una vita sregolata di eccessi e di abuso di droghe e alcol, che furono probabilmente la causa del suo decesso avvenuto a Parigi nel 1971. Questa morte rimase avvolta in un enorme alone di mistero, poiché i medici non eseguirono nessuna autopsia, e le più svariate teorie furono messe in circolazione dai media e dai fan. Molte testimonianze di suoi conoscenti, alcuni dei quali lo videro nel suo ultimo giorno di vita, sostengono che sia morto per overdose di eroina.

Per confermare questa teoria si diffuse la voce secondo la quale Morrison fu ritrovato morto nella vasca da bagno, perchè per chi si trova in stato di overdose è importante non addormentarsi e una tecnica usata è quella di immergersi nell'acqua fredda. In seguito alla pubblicazione del libro Vivo! di Jacques Rochard e dell'intervista sul Daily Mail dell'ex-tastierista dei The Doors, il quale raccontava di come Morrison avesse più volte fantasticato in vita di inscenare una finta morte per potersi trasferire alle Sheychelles, si sostenne che Morrison in realtà vivesse una vita segreta con la fidanzata Pamela Courson, per sfuggire alla pressante attenzione dei media e dedicarsi alla poesia. I sostenitori della "teoria del complotto" invece affermarono che questa morte, come quella di Jimi Hendrix e Janis Joplin, fosse una farsa messa in atto della CIA, che aveva voluto evitare che la grande influenza che questi personaggi avevano sui giovani creasse un opposizione troppo forte alla politica della Guerra in Vietnam e, poiché erano figure pericolose per la società, aveva deciso di

"farli fuori". Così a ventisette anni trovò la fine decantata nel brano The End, una morte prematura a un tempo temuta e desiderata. “Darei la vita per non morire”: nel paradosso di un aforisma si riflettono le contraddizioni interiori di un poeta segnato da una vita di eccessi e solitudine. Con la morte egli credeva forse di poter raggiungere quel sogno, quel senso esistenziale disperatamente ricercato: “Voglio sentire il sapore, voglio ascoltarla, voglio annusarla. La morte viene una volta sola giusto? Non voglio mancare all’appuntamento. […] Potrebbe essere l’esperienza che ti fornisce il pezzo mancante del mosaico”. Forse il mosaico della vita di questi artisti è stato veramente completato, come diceva Jim Morrison, dalla morte, che ha eternato, come in un fotogramma, la loro immagine all’apice della fama. O forse il vuoto, che doveva essere colmato, era stato creato proprio dai tasselli persi nel corso della loro vita?

racconto

il mondo a cinque anni di Valeria Battagliese, Anna Palazzo

Sono nella mia cameretta. Ascolto la mamma preparare il caffè. Sento l’acqua che scorre, il fuoco acceso, il rumore delle bollicine che salgono. Mi piace l’odore del caffè. Mi ricorda i baci del papà la mattina, prima che vada a lavorare. Lui esce sempre prima di me; si fa la barba, si mette la camicia, la cravatta e fa anche la cartella. Ma non è come la mia… Papà vola sulla sua moto e mette in prigione i cattivi, proprio come Superman. Perché lui è il mio Superman. Il mio eroe. Quando esco io, invece, viene Annabeth, la mia babysitter. Lei è strana. No, non è strana, la mamma dice che è “straniera”. Be’, strana o straniera, a me piace perché mi porta sempre le caramelle. Mi piace… ma non è la mamma. E’ più bello se mi porta lei all’asilo. La mia mamma è bionda, la maestra invece è bruna. Quando vado all’asilo, la maestra cerca sempre di darmi un bacino prima di entrare. Io però scappo, perché non mi piacciono i baci.

Lei dice che quando sarò grande cambierò idea e mi piaceranno. Io rispondo sempre che no, è impossibile, perché io i baci li schifo proprio. Mi piacciono solo quelli della mamma. Perché lei è lei… Quando la maestra parla in inglese mi insegna tante parole. So dire: “gatto”, “cane”, “casa”, “albero” e “giallo”, “blu”, “rosso”. Finestra, poi, si dice “window”, però è difficile. Mi piace guardare fuori dalla finestra quando piove, sembra che le nuvole facciano la doccia ai fiori. Mi piace anche l’arcobaleno. E’ come una magia. Prima c’è, poi non c’è: sparito. Ma se piove e c’è il sole torna. Chissà dove va quando non si vede… Oggi fa freddino, cadono le foglie. Gialle, rosse, arancioni. Il mondo è tanto colorato. Mi piace. Però i grandi dicono che quando sarò alto come loro, non mi piacerà più così tanto… Anche un po’ di meno a me va bene lo stesso. Mi basta vedere sempre questi colori…


lifestyle

Corteggiamento: anacronismo o possibilit�? di Chiara Guinea, Linda Maculotti, Marta Montecucco Nell’ultimo secolo il corteggiamento, come dimostrazione da parte dell’uomo dell’interesse nei confronti della donna, sta scomparendo. Considerando la sua continua e progressiva perdita di significato, fra non molto sarà la ragazza a dover regalare la rosa rossa! Il ruolo dell’uomo come corteggiatore è messo in discussione oggi più che mai: è evidente che anche la donna “fa il primo passo”, che anche lei prende l’iniziativa. È bene sottolineare che tale spostamento del baricentro è dovuto al ruolo sempre più influente della donna, che ha avuto un notevole sviluppo in età contemporanea. Questo è quello che è successo a grandi linee al corteggiamento, fase di scoperta e di conoscenza dell’altro, fondamentale per capire se è davvero la persona con cui ci si vuole impegnare. Gli incontri moderni tra adolescenti, infatti, consistono in uscite pomeridiane, come un invito a pranzare da McDonald’s o a prendere un gelato; nei casi più sfortunati la meta è il cinema o la discoteca, dove come si sa - è impossibile parlare. A questo punto è chiaro che la bella immagine del ragazzo che con serenate, lettere d’amore, poesie o semplicemente con un fiore conquista l’amata, farà parte di un’epoca passata e non riguarderà più le prossime generazioni. Eppure non mancano i modelli di corteggiamento nella letteratura e nel cinema. Basti pensare al grande Edmond Rostand, autore dell’opera teatrale del “Cyrano de Bergerac”, che descrive le dinamiche di un complicato intreccio di amore e poesia, ambientato nella Francia del 1700. Cyrano è il corteggiatore ideale: è gentile, colto, coraggioso e divertente; è un poeta affascinante e, grazie ai versi in rima e alla sua voce decisa, supera l’insicurezza causata dal suo aspetto fisico. O ancora si può guardare al film “Kate and Leopold” di James Mangold, che narra il rapporto tra una giovane manager e il protagonista, un gentiluomo del XIX secolo, improvvisamente proiettato ai giorni nostri: il contrasto tra la frenesia di Kate e la galanteria di Leopold genera sorrisi e invita a riflettere. Anche qui troviamo un corteggiatore ideale: il protagonista, in seguito ad una discussione con Kate, le scrive una lettera di scuse; poi la invita ad una cena in terrazza, violinista compreso, organizzando una delle serate più romantiche nella storia del cinema. Sfortunatamente nella nostra vita governata dalla fretta questo genere di corteggiamento sta scomparendo, lasciandoci tra le mani solo scontrini del McDonald’s e biglietti d’ingresso dei cinema. La frenesia del XXI secolo ha certamente soppiantato la calma e la pazienza di cui si godeva nei tempi passati: tutto si è velocizzato e ogni processo che si poteva abbreviare si è decisamente dimezzato o addirittura eliminato. Le donne dovrebbero quindi rinunciare ad uscite galanti e al diritto di essere riaccompagnate a casa?

È il frequentarsi, e quindi il conoscersi poco a poco ad aver perso di importanza. Certo l’uomo misterioso ha il suo fascino ma la conoscenza è il presupposto fondamentale per un rapporto saldo: accade spesso che due adolescenti si presentino, si attraggano a vicenda e dopo un paio di incontri decidano di instaurare una nuova relazione. Ma i due “innamorati” si conoscono veramente? Dato che la scoperta dell’altro si trova alle radici dell’intero rapporto, non è forse auspicabile un periodo di conoscenza reciproca, prima di commettere un errore? E quale momento migliore se non quello del vero e proprio corteggiamento, durante il quale ci si scopre pian piano? Sarebbe profondamente sciocco pretendere di poter instaurare una relazione, se non si è più in grado di dare il giusto peso e significato alle parole. Se Cyrano arrivò a tanto con la sua poesia, dobbiamo sforzarci anche noi di riconoscere la voce come un grande alleato nel corteggiamento. Così disse Sigmund Freud: “è impossibile conoscere gli uomini senza conoscere la forza delle parole”. Nella società moderna si comunica continuamente, ma non si è più in grado di ascoltare e di conseguenza di capirsi. Il risultato del dialogo è un messaggio superficiale ed effimero, poiché ogni parola perde il suo significato più profondo. Proprio come i “ti amo” sussurrati con leggerezza, senza comprenderne la reale importanza. Quegli stessi “ti amo” che per molti sono un punto di partenza, ma che in realtà dovrebbero essere un punto di arrivo.


appuntamenti diet conference » incontro con

Alessando D'Avenia

insegnante e scrittore: "Bianca come il latte, rossa come il sangue" "Cose che nessuno sa" » venerd� 10 febbraio 2012 - ore 18.00 centro scolastico Monforte via Zanoia 1, ang. via Ponzio - Milano | MM2 Piola www.profduepuntozero.it

la redazione

scuole Faes

Associazione Famiglia e Scuola via E. Noe, 24 - 20133 Milano tel. 02 26 66 86 71 www.faesmilano.it

centro scolastico Argonne via Melchiorre Gioia, 42 20124 Milano tel. 02 67 07 18 94 www.faesargonne.it

centro scolastico Monforte via Zanoia 1, ang via Ponzio 20133 Milano tel. 02 23 67 081 www.faesmonforte.it

› direttore Giuseppe Romano › redazione Valeria Battagliese, Lorenzo Bertolini, Andrea Crico, Anna Costa, Paola Finulli, Matteo Fortuna, Chiara Guinea, Gaian� Kevorkian, Carlo Lunetti, Linda Maculotti, Riccardo Marengo, Marta Montecucco, Anna Palazzo, Luca Paracchini, Benedetta Piroddi, Elena Rapino, Anna Rapino, Anna Rustioni, Lorenzo Sesenna

› responsabile Giacomo Migliarese › progetto grafico Luigi Napolitano Giuseppe Romano


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