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27-09-2007

12:35

Le fatiche di un quasi V.I.P.

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www.zero 91 .com

Pierfrancesco Diliberto

PIFFETTOPOLI

Sinceramente, non credo di essere mai stato il tipo adatto per una ragazza immagine. Molto banalmente non bevo, non fumo, non ho un’auto di grossa cilindrata, (anzi non l’ho proprio l’auto), non mi vesto alla moda, non curo il mio look, ho la forfora e quasi me ne vanto. Insomma, piccoli dettagli che una ragazza immagine sa cogliere. Soprattutto la forfora.

Pierfrancesco Diliberto

Pierfrancesco Diliberto è nato a Palermo nel 1972, vive e lavora tra Milano e Roma. Dopo aver lavorato come runner ed assistente a film come “Un tè con Mussolini” di Franco Zeffirelli e “I Centopassi” di Marco Tullio Giordana, è diventato autore e volto delle Iene su Italia 1 e di altri programmi per SKY. Piffettopoli. Le fatiche di un quasi V.I.P. è il suo libro d’esordio.

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PIFfettopoli

LE FATICHE DI UN QUASI VIP zero 91

Pif nasce a Milano nel 2001 però è un trentacinquenne di Palermo. Lo conosciamo per le botte che ha preso dai cinesi ma non sappiamo che ha pulito i cessi in un ostello di Londra. Ci piacciono le sue interviste interrotte ma non lo ricordiamo nei panni di “Lupetto cittadino perfetto”. Perché prima della Iena Pif c’era solo Pierfrancesco Diliberto, un ragazzo che sognava di diventare regista a Palermo e che ha rischiato di fare l’assicuratore a Frosinone. Mentre dorme, (a mezzogiorno!) arriva una telefonata… che gli cambia la vita. Piffettopoli è il racconto di tante occasioni inseguite, di scelte cruciali e di incontri importanti, come quello con Zeffirelli. E poi il rovescio delle medaglia e la fatica di un quasi V.I.P., come le strette di mano di chi, per strada, avvicina Pif perché lo ha riconosciuto… forse! E la vita mondana? In discoteca gli offrono cocaina ma lui continua a preferire l’aranciata. Gossip? Pif è stato un top model, un fidanzato della Canalis, un leghista orgoglioso e un coraggioso accusatore di Andreotti. Non ci credete?

Foto in copertina e retro: © 2007 Giuseppe Castrovinci


Piffettopoli

Introduzione

Io amo la Televisione. Ho passato l’infanzia con Lei ed è stato bellissimo. Forse erano altri tempi, ma sono stato bene. Sono cresciuto con i robot dei cartoni animati giapponesi ma, fortunatamente, non ho mai pensato di gettarmi dal balcone per volare e agganciare i componenti, né di uccidere qualche mio compagnetto per questioni d’onore o vendetta. L’unica influenza negativa che ho avuto me la ricordo bene perché sono stato per mezz’ora a pochi centimetri dallo schermo, per capire cosa ci fosse esattamente tra uno stacco d’inquadratura ed un altro. E un’altra volta, intimidito, ho girato per un’oretta tutta la stanza, alla ricerca di un posticino in cui la signorina degli annunci non potesse vedermi. In casa ero il più piccolo e quindi, in assenza dell’attuale tecnologia, venivo utilizzato - soprattutto da mia sorella - come telecomando umano. Per fortuna, allora, c’erano solo pochi canali e lo zapping ancora non esisteva. Poi, finalmente, è arrivato Lui, il televisore a colori: un Autovox, con un telecomando stretto e lungo e i bottoni arancioni accanto allo schermo. Mi ricordo che il tecnico memorizzò la frequenza di Italia Uno - che non si chiamava ancora così - sul tasto sette. Sarebbe rimasta su quel

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PIERFRANCESCO DILIBERTO

P IFFETTOPOLI LE FATICHE DI UN QUASI V.I.P.

© 2007 Pierfrancesco Diliberto © 2007 zero91 s.r.l., Milano Printed in Italy

I Edizione Settembre 2007 ISBN 978-88-95381-01-5

www.zero91.com

zero91


PIERFRANCESCO DILIBERTO

P IFFETTOPOLI LE FATICHE DI UN QUASI V.I.P.

© 2007 Pierfrancesco Diliberto © 2007 zero91 s.r.l., Milano Printed in Italy

I Edizione Settembre 2007 ISBN 978-88-95381-01-5

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Voglio dedicare questo libro al mio televisore Autovox. Se non avessi avuto Lui, a quest’ora (forse) farei l’assicuratore.


Voglio dedicare questo libro al mio televisore Autovox. Se non avessi avuto Lui, a quest’ora (forse) farei l’assicuratore.


Piffettopoli

Introduzione

Io amo la Televisione. Ho passato l’infanzia con Lei ed è stato bellissimo. Forse erano altri tempi, ma sono stato bene. Sono cresciuto con i robot dei cartoni animati giapponesi ma, fortunatamente, non ho mai pensato di gettarmi dal balcone per volare e agganciare i componenti, né di uccidere qualche mio compagnetto per questioni d’onore o vendetta. L’unica influenza negativa che ho avuto me la ricordo bene perché sono stato per mezz’ora a pochi centimetri dallo schermo, per capire cosa ci fosse esattamente tra uno stacco d’inquadratura ed un altro. E un’altra volta, intimidito, ho girato per un’oretta tutta la stanza, alla ricerca di un posticino in cui la signorina degli annunci non potesse vedermi. In casa ero il più piccolo e quindi, in assenza dell’attuale tecnologia, venivo utilizzato - soprattutto da mia sorella - come telecomando umano. Per fortuna, allora, c’erano solo pochi canali e lo zapping ancora non esisteva. Poi, finalmente, è arrivato Lui, il televisore a colori: un Autovox, con un telecomando stretto e lungo e i bottoni arancioni accanto allo schermo. Mi ricordo che il tecnico memorizzò la frequenza di Italia Uno - che non si chiamava ancora così - sul tasto sette. Sarebbe rimasta su quel

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Piffettopoli

Introduzione

Io amo la Televisione. Ho passato l’infanzia con Lei ed è stato bellissimo. Forse erano altri tempi, ma sono stato bene. Sono cresciuto con i robot dei cartoni animati giapponesi ma, fortunatamente, non ho mai pensato di gettarmi dal balcone per volare e agganciare i componenti, né di uccidere qualche mio compagnetto per questioni d’onore o vendetta. L’unica influenza negativa che ho avuto me la ricordo bene perché sono stato per mezz’ora a pochi centimetri dallo schermo, per capire cosa ci fosse esattamente tra uno stacco d’inquadratura ed un altro. E un’altra volta, intimidito, ho girato per un’oretta tutta la stanza, alla ricerca di un posticino in cui la signorina degli annunci non potesse vedermi. In casa ero il più piccolo e quindi, in assenza dell’attuale tecnologia, venivo utilizzato - soprattutto da mia sorella - come telecomando umano. Per fortuna, allora, c’erano solo pochi canali e lo zapping ancora non esisteva. Poi, finalmente, è arrivato Lui, il televisore a colori: un Autovox, con un telecomando stretto e lungo e i bottoni arancioni accanto allo schermo. Mi ricordo che il tecnico memorizzò la frequenza di Italia Uno - che non si chiamava ancora così - sul tasto sette. Sarebbe rimasta su quel

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Pierfrancesco Diliberto

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tasto anche dopo, su qualunque telecomando di qualunque televisore che ho posseduto. Allora non lo sapevo, ma con il mio Autovox avrei condiviso momenti importanti della mia vita. Fino a tutta l’adolescenza. Con Lui ho passato interi pomeriggi, serate e nottate, mangiando il peggio che le industrie alimentari mettevano in commercio. Con Lui ho visto passare migliaia di programmi televisivi e di conduttori. Lui mi ha fatto vivere bellissime emozioni: una su tutte - banale ma vero quella legata all’Italia dei Mondiali! Quelli del 1982 e, poi, quelli del 1994, quando il mio Autovox era praticamente alla fine dei suoi giorni: si era rotta una scheda e trasmetteva solo in bianco e nero. Guardavo la finale Italia - Brasile e mi sembrava di assistere alla finale dei mondiali del 1970, in Messico, dove l’Italia perse 4 a 1, sempre contro il Brasile. Adesso l’Autovox non funziona più, ma ho vietato a mia madre di gettarlo via. Riposa nella mia stanza. E se lo merita.


Pierfrancesco Diliberto

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tasto anche dopo, su qualunque telecomando di qualunque televisore che ho posseduto. Allora non lo sapevo, ma con il mio Autovox avrei condiviso momenti importanti della mia vita. Fino a tutta l’adolescenza. Con Lui ho passato interi pomeriggi, serate e nottate, mangiando il peggio che le industrie alimentari mettevano in commercio. Con Lui ho visto passare migliaia di programmi televisivi e di conduttori. Lui mi ha fatto vivere bellissime emozioni: una su tutte - banale ma vero quella legata all’Italia dei Mondiali! Quelli del 1982 e, poi, quelli del 1994, quando il mio Autovox era praticamente alla fine dei suoi giorni: si era rotta una scheda e trasmetteva solo in bianco e nero. Guardavo la finale Italia - Brasile e mi sembrava di assistere alla finale dei mondiali del 1970, in Messico, dove l’Italia perse 4 a 1, sempre contro il Brasile. Adesso l’Autovox non funziona più, ma ho vietato a mia madre di gettarlo via. Riposa nella mia stanza. E se lo merita.


Pierfrancesco Diliberto

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L’importanza di chiamarsi Pif

Mi chiamo Pierfrancesco Diliberto. Dal gennaio del 2001 lavoro allo show televisivo Le Iene, un programma cult, ironico e irriverente (definizione dei rotocalchi tipo “Verissimo”), di Italia Uno. E proprio dal 2001, tutti mi chiamano Pif. Ha cominciato Marco Berry, altra Iena cult, ironica e irriverente, mentre prendevamo un pullman cult, ironico e irriverente da Milano direzione Casablanca. Stavamo girando uno dei miei primi servizi come autore. Comunque sarete d’accordo anche voi: Pierfrancesco è un bel nome ma bisogna avere molto carisma per riuscire a farsi chiamare così per tutta la vita. Invece, sin da quando ero piccolo, la gente non ha mai imparato a chiamarmi “per esteso”. C’era chi divideva il Pier da Francesco e il Di da Liberto o chi, soffermandosi solo sul nome, teneva il Pier sacrificando il resto o aggiungendo una variabile: Pier Ferdinando, Pier Luigi, Gian Piero, Piergiorgio. Senza considerare le riduzioni con la “Y”. Se Casini era diventato Pierferdy, io avrei potuto rimediare un Pierfrancy. Pensavo che con Pif avrei risolto il problema. E invece no! Pif diventa Bic, Cif, Gip, Paf, Beef...

Piffettopoli

Una volta uscendo da un bar, dopo aver parlato per mezz’ora, il barista mi ha salutato dicendomi: “Allora ci vediamo Spriz!”. E ogni volta che passavo davanti, lui usciva dal locale e gridava: “Ehi, ho visto il servizio di ieri... sei un grande Spriz!”. Non ho mai avuto il coraggio di dirgli che non mi chiamo Spriz! E questo a Pierferdy non succede. Sono convinto, però, che alla fine siamo sempre noi a dare un’identità al nome che portiamo e non il contrario. Pensate a quanta gente si chiama allo stesso modo e a quanto, queste persone, siano tra loro diverse. Conosco almeno cinque Francesco, tre Antonio, un numero imprecisabile di Giuseppe e ancora Maria, Claudia, Federica. Eppure, tra tanti omonimi, non trovo mai nessun punto in comune. Io sono un figlio degli anni ’70. Sono nato in quel decennio. Ho maturato il mio senso di giustizia guardando Goldrake e Zorro, giocare a “Space Invaders” era una goduria e, in spiaggia, non c’erano ancora i racchettoni. C’erano i tamburelli però, con le palline da tennis. In quel tempo, (detto così sembra biblico!) le bambine si chiamavano quasi tutte Valentina e Francesca. Dal ‘75 in poi c’è stato il momento di Federica e Chiara. Ovviamente l’inossidabile Francesco ha battezzato tanti miei coetanei

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Pierfrancesco Diliberto

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L’importanza di chiamarsi Pif

Mi chiamo Pierfrancesco Diliberto. Dal gennaio del 2001 lavoro allo show televisivo Le Iene, un programma cult, ironico e irriverente (definizione dei rotocalchi tipo “Verissimo”), di Italia Uno. E proprio dal 2001, tutti mi chiamano Pif. Ha cominciato Marco Berry, altra Iena cult, ironica e irriverente, mentre prendevamo un pullman cult, ironico e irriverente da Milano direzione Casablanca. Stavamo girando uno dei miei primi servizi come autore. Comunque sarete d’accordo anche voi: Pierfrancesco è un bel nome ma bisogna avere molto carisma per riuscire a farsi chiamare così per tutta la vita. Invece, sin da quando ero piccolo, la gente non ha mai imparato a chiamarmi “per esteso”. C’era chi divideva il Pier da Francesco e il Di da Liberto o chi, soffermandosi solo sul nome, teneva il Pier sacrificando il resto o aggiungendo una variabile: Pier Ferdinando, Pier Luigi, Gian Piero, Piergiorgio. Senza considerare le riduzioni con la “Y”. Se Casini era diventato Pierferdy, io avrei potuto rimediare un Pierfrancy. Pensavo che con Pif avrei risolto il problema. E invece no! Pif diventa Bic, Cif, Gip, Paf, Beef...

Piffettopoli

Una volta uscendo da un bar, dopo aver parlato per mezz’ora, il barista mi ha salutato dicendomi: “Allora ci vediamo Spriz!”. E ogni volta che passavo davanti, lui usciva dal locale e gridava: “Ehi, ho visto il servizio di ieri... sei un grande Spriz!”. Non ho mai avuto il coraggio di dirgli che non mi chiamo Spriz! E questo a Pierferdy non succede. Sono convinto, però, che alla fine siamo sempre noi a dare un’identità al nome che portiamo e non il contrario. Pensate a quanta gente si chiama allo stesso modo e a quanto, queste persone, siano tra loro diverse. Conosco almeno cinque Francesco, tre Antonio, un numero imprecisabile di Giuseppe e ancora Maria, Claudia, Federica. Eppure, tra tanti omonimi, non trovo mai nessun punto in comune. Io sono un figlio degli anni ’70. Sono nato in quel decennio. Ho maturato il mio senso di giustizia guardando Goldrake e Zorro, giocare a “Space Invaders” era una goduria e, in spiaggia, non c’erano ancora i racchettoni. C’erano i tamburelli però, con le palline da tennis. In quel tempo, (detto così sembra biblico!) le bambine si chiamavano quasi tutte Valentina e Francesca. Dal ‘75 in poi c’è stato il momento di Federica e Chiara. Ovviamente l’inossidabile Francesco ha battezzato tanti miei coetanei

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Pierfrancesco Diliberto

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(io stesso sono una sua declinazione) che, insieme a Giuseppe e a tutta la compagnia degli apostoli (Pietro in testa, e anche il mio Pier viene da lì), ha segnato tutta una generazione di trentacinque/quarantenni che oggi si chiamano tra loro ancora “ragazzi” ma che, a volte, non si rassegnano alla calvizie e ai peli bianchi. Forse non si rassegnano neanche all’idea che, alla loro età, i genitori già li tenevano in braccio, mentre molti di noi - si, noi, è inutile che mi tenga fuori dal coro - girovaghiamo distratti in cerca della persona giusta da cui pretendere tanto senza dare niente in cambio. Per me la tv, che ha trasformato Pierfrancesco in Pif, è stata un’opportunità. A volte, però, quello che vedo in televisione scandalizza anche me. La volgarità a buon mercato, l’approssimazione, l’intrusione, a gamba tesa, nella vita privata della gente, con la golosità dei dettagli più scabrosi e con l’invidia di chi giudica i peccati perché non li commette ma gli piacerebbe farlo. Quella scatola luminosa, dunque, insieme a tutto questo, contiene anche me. E ora vi racconto come ci sono entrato.


Pierfrancesco Diliberto

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(io stesso sono una sua declinazione) che, insieme a Giuseppe e a tutta la compagnia degli apostoli (Pietro in testa, e anche il mio Pier viene da lì), ha segnato tutta una generazione di trentacinque/quarantenni che oggi si chiamano tra loro ancora “ragazzi” ma che, a volte, non si rassegnano alla calvizie e ai peli bianchi. Forse non si rassegnano neanche all’idea che, alla loro età, i genitori già li tenevano in braccio, mentre molti di noi - si, noi, è inutile che mi tenga fuori dal coro - girovaghiamo distratti in cerca della persona giusta da cui pretendere tanto senza dare niente in cambio. Per me la tv, che ha trasformato Pierfrancesco in Pif, è stata un’opportunità. A volte, però, quello che vedo in televisione scandalizza anche me. La volgarità a buon mercato, l’approssimazione, l’intrusione, a gamba tesa, nella vita privata della gente, con la golosità dei dettagli più scabrosi e con l’invidia di chi giudica i peccati perché non li commette ma gli piacerebbe farlo. Quella scatola luminosa, dunque, insieme a tutto questo, contiene anche me. E ora vi racconto come ci sono entrato.


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Pierfrancesco Diliberto

Piffettopoli

Era un giorno di luglio del 1999. Avevo 27 anni. Ero sdraiato su un divano di velluto verde, un divano non pregiatissimo, scomodo per sdraiarsi soprattutto in estate perché ti fa sudare la schiena. Quel divano c’è ancora e - credetemi - non lo cambierei per nulla al mondo. Mi ha visto crescere insieme all’Autovox. Era pomeriggio e stavo guardando Retequattro. Forse “Sipario”, la rubrica in coda al Tg di Emilio Fede. Il giorno prima non avevo fatto nulla, quel giorno non avevo fatto nulla, il giorno dopo non avrei fatto nulla. Così, per non spezzare il ritmo... Ad un certo punto, ho visto il cellulare illuminarsi e squillare e ho guardato chi mi stava chiamando: 0775... . “Che prefisso è? Ah, Frosinone!” Ho dei parenti a Frosinone. I miei zii sono titolari di un’agenzia della Sara Assicurazioni. Perché stavano chiamando proprio me? Tanto valeva rispondere: - Ciao zia Gabriella, come va? Dissi senza ancora capire cosa stava succedendo. - Fai qualcosa in questo periodo? - Niente di particolare zia.

- Perché non vieni per un po’ da me ad aiutarmi in agenzia? Ero rimasto senza parole. Perché mia zia avendo bisogno d’aiuto chiamava me che stavo a Palermo e non sapevo niente di assicurazioni? Però avrei potuto guadagnare dei soldi, perché no! - Magari potrei venire questa estate! - Beh, sai, potresti rimanere anche d’inverno... “Sipario” era alla sigla finale. E in qualche modo rispecchiava la situazione della mia vita di artista. O presunta tale. La schiena incominciava a sudare freddo. Il divano non riscaldava più ma era sempre maledettamente scomodo. Avrei potuto bendarmi e rassegnarmi a quell’esecuzione. I fucili erano già puntati sul mio “nulla da fare”, il plotone era pronto a fare fuoco sul mio presente ed il mio passato. Zia Gabriella mi stava offrendo un futuro, mi stava indicando una strada. E se l’avessi imboccata, quella strada, sarei diventato un assicuratore, avrei vissuto a Frosinone, avrei parlato di bonus malus per il resto della mia vita. Per carità, non c’è nulla di male per uno che vuole fare l’assicuratore, ma qualcosa di male c’è se vuoi fare il regista. Chissà, forse sarei diventato quello che si dice “un buon partito”. Avrei scorrazzato per le vie della città con una spider

Sliding doors

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Piffettopoli

Era un giorno di luglio del 1999. Avevo 27 anni. Ero sdraiato su un divano di velluto verde, un divano non pregiatissimo, scomodo per sdraiarsi soprattutto in estate perché ti fa sudare la schiena. Quel divano c’è ancora e - credetemi - non lo cambierei per nulla al mondo. Mi ha visto crescere insieme all’Autovox. Era pomeriggio e stavo guardando Retequattro. Forse “Sipario”, la rubrica in coda al Tg di Emilio Fede. Il giorno prima non avevo fatto nulla, quel giorno non avevo fatto nulla, il giorno dopo non avrei fatto nulla. Così, per non spezzare il ritmo... Ad un certo punto, ho visto il cellulare illuminarsi e squillare e ho guardato chi mi stava chiamando: 0775... . “Che prefisso è? Ah, Frosinone!” Ho dei parenti a Frosinone. I miei zii sono titolari di un’agenzia della Sara Assicurazioni. Perché stavano chiamando proprio me? Tanto valeva rispondere: - Ciao zia Gabriella, come va? Dissi senza ancora capire cosa stava succedendo. - Fai qualcosa in questo periodo? - Niente di particolare zia.

- Perché non vieni per un po’ da me ad aiutarmi in agenzia? Ero rimasto senza parole. Perché mia zia avendo bisogno d’aiuto chiamava me che stavo a Palermo e non sapevo niente di assicurazioni? Però avrei potuto guadagnare dei soldi, perché no! - Magari potrei venire questa estate! - Beh, sai, potresti rimanere anche d’inverno... “Sipario” era alla sigla finale. E in qualche modo rispecchiava la situazione della mia vita di artista. O presunta tale. La schiena incominciava a sudare freddo. Il divano non riscaldava più ma era sempre maledettamente scomodo. Avrei potuto bendarmi e rassegnarmi a quell’esecuzione. I fucili erano già puntati sul mio “nulla da fare”, il plotone era pronto a fare fuoco sul mio presente ed il mio passato. Zia Gabriella mi stava offrendo un futuro, mi stava indicando una strada. E se l’avessi imboccata, quella strada, sarei diventato un assicuratore, avrei vissuto a Frosinone, avrei parlato di bonus malus per il resto della mia vita. Per carità, non c’è nulla di male per uno che vuole fare l’assicuratore, ma qualcosa di male c’è se vuoi fare il regista. Chissà, forse sarei diventato quello che si dice “un buon partito”. Avrei scorrazzato per le vie della città con una spider

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Pierfrancesco Diliberto

Piffettopoli

(assicurata Sara) e la gente avrebbe detto: “Chi è quello? Ah, si Diliberto delle Assicurazioni! Eh... voleva fare il regista... se non fosse stato per sua zia. Lo ha salvato, quel ragazzo!”. Sarei andato spesso a Roma a “divertirmi”. Sarei stato l’assicuratore simpatico, un po’ dinoccolato, che fa sempre le battute quando deve venderti una polizza per la pensione integrativa. Questo è quello che mi sarebbe successo se avessi accettato, o almeno quello che pensavo potesse capitarmi. A ventisette anni, quella telefonata inattesa doveva farmi capire che era arrivato il momento di dare un senso e un peso alle giornate. Ma un senso che non avevo deciso io e un peso che non potevo calibrare bene. Non ho mai pensato che quella dell’assicuratore potesse essere un’occupazione momentanea. Con il tempo, tutto si sarebbe complicato. Con quale coraggio avrei potuto lasciare uno stipendio sicuro? Con quali alternative poi? Non avrei avuto il tempo per fare null’altro. Solo l’assicuratore. Non tiro fuori la storia dell’importanza di un posto di lavoro, soprattutto per un ragazzo del sud. Sarei un ipocrita perché, lo confesso, fino ad allora non ci avevo mai pensato. Avevo sempre vissuto alla giornata cercando e sognando solo la mia felicità (neanche fossi stato Lapo Elkan). Però,

non sono mai stato un ragazzo viziato, non ho mai goduto troppo del superfluo e non ho mai dato niente per scontato o dovuto. Sapevo e so ancora adesso come vanno le cose in Italia. Ma effettivamente stava piombando, anche nella mia vita, il quesito che si fa ogni giovane artista: “E se mi offrono il posto fisso che faccio?” Chiesi in giro consigli, come si fa quando già, intimamente, si conosce la risposta. Il padre di una mia amica mi disse che - all’inizio- non mi sarebbe piaciuto, ma che - con il tempo - mi sarei sicuramente abituato. Magari la presenza di un’impiegata graziosa avrebbe reso la giornata più piacevole. Magari. Per la noia, comunque, non mi sarei fidanzato. Avrei visto il sesso femminile - le donne di Frosinone come uno stimolo in più per andare avanti nella vita. Ancora adesso, qualche volta, mi capita di andare a trovare zia Gabriella in agenzia. La prima cosa che faccio è cercare tra i volti quello dell’impiegata che - magari - mi avrebbe potuto rendere felice. Magari. La realtà era che il mondo delle assicurazioni non mi avrebbe avuto. Mai. Pensai a quel Pierfrancesco sedicenne, un ragazzino che passava i suoi sabati pomeriggio alla centralina di montag-

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Pierfrancesco Diliberto

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(assicurata Sara) e la gente avrebbe detto: “Chi è quello? Ah, si Diliberto delle Assicurazioni! Eh... voleva fare il regista... se non fosse stato per sua zia. Lo ha salvato, quel ragazzo!”. Sarei andato spesso a Roma a “divertirmi”. Sarei stato l’assicuratore simpatico, un po’ dinoccolato, che fa sempre le battute quando deve venderti una polizza per la pensione integrativa. Questo è quello che mi sarebbe successo se avessi accettato, o almeno quello che pensavo potesse capitarmi. A ventisette anni, quella telefonata inattesa doveva farmi capire che era arrivato il momento di dare un senso e un peso alle giornate. Ma un senso che non avevo deciso io e un peso che non potevo calibrare bene. Non ho mai pensato che quella dell’assicuratore potesse essere un’occupazione momentanea. Con il tempo, tutto si sarebbe complicato. Con quale coraggio avrei potuto lasciare uno stipendio sicuro? Con quali alternative poi? Non avrei avuto il tempo per fare null’altro. Solo l’assicuratore. Non tiro fuori la storia dell’importanza di un posto di lavoro, soprattutto per un ragazzo del sud. Sarei un ipocrita perché, lo confesso, fino ad allora non ci avevo mai pensato. Avevo sempre vissuto alla giornata cercando e sognando solo la mia felicità (neanche fossi stato Lapo Elkan). Però,

non sono mai stato un ragazzo viziato, non ho mai goduto troppo del superfluo e non ho mai dato niente per scontato o dovuto. Sapevo e so ancora adesso come vanno le cose in Italia. Ma effettivamente stava piombando, anche nella mia vita, il quesito che si fa ogni giovane artista: “E se mi offrono il posto fisso che faccio?” Chiesi in giro consigli, come si fa quando già, intimamente, si conosce la risposta. Il padre di una mia amica mi disse che - all’inizio- non mi sarebbe piaciuto, ma che - con il tempo - mi sarei sicuramente abituato. Magari la presenza di un’impiegata graziosa avrebbe reso la giornata più piacevole. Magari. Per la noia, comunque, non mi sarei fidanzato. Avrei visto il sesso femminile - le donne di Frosinone come uno stimolo in più per andare avanti nella vita. Ancora adesso, qualche volta, mi capita di andare a trovare zia Gabriella in agenzia. La prima cosa che faccio è cercare tra i volti quello dell’impiegata che - magari - mi avrebbe potuto rendere felice. Magari. La realtà era che il mondo delle assicurazioni non mi avrebbe avuto. Mai. Pensai a quel Pierfrancesco sedicenne, un ragazzino che passava i suoi sabati pomeriggio alla centralina di montag-

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Pierfrancesco Diliberto

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gio del padre mentre gli altri andavano in discoteca; pensai che, proprio per rispetto nei confronti di quel ragazzino che ero, non avrei dovuto accettare. Mi dissi: “In tutti questi anni non ho mica scherzato!”. È vero, la vita ha mille inciampi e mille in più ne avrebbero portato le mie speranze, ma non era una buona scusa per mollare. E quindi davanti a quella biforcazione della mia vita, con una strada consumata su una spider con al fianco una bella impiegata dell’assicurazione, scelsi l’asfalto sotto le grandi ruote del pullman Palermo - Roma. Quello dei viaggi della speranza, e del “Grazie, le faremo sapere. Avanti un altro!” In teoria aveva vinto la Passione, in pratica il Nulla! E vi assicuro che non sto drammatizzando. Quando uno si laurea in medicina, può far scrivere sulla porta Dott. Pincopallino. Poi magari il signor Pincopallino non riuscirà mai a fare il medico e sarà costretto a fare un altro lavoro, ma la gente non lo noterà o non lo farà mai pesare. Il parcheggiatore continuerà a chiamarlo “Dottò”, perché effettivamente è un dottore e la targa dietro la porta lo dimostra. Ma nessuno ha pietà per l’artista fallito. Se ti va bene, se avrai successo, ti rispetteranno tutti, anzi ti invidieranno. Ma se il Destino ha un’idea diversa di te, non ci sarà

pietà da parte di nessuno. Per questo va applaudito sempre chi sale con onestà su un palcoscenico, perché innanzitutto gli va riconosciuto il coraggio di mettersi in gioco. Spesso l’esibizione è un atto di grande generosità, c’è qualcuno che mette mesi di prove, il sogno di sempre e la sua stessa vita, nelle mani del pubblico. È un talento, nel mestiere di vivere di un artista, quella volontà di andare avanti senza sapere se riuscirà mai ad arrivare da qualche parte. Rischiando il proprio “benessere”. Io non so come finirà la mia vita. Adesso mi va bene, magari domani - per un motivo o per un altro - andrà malissimo. Però di certo non mi pentirò mai di non essere diventato un assicuratore, perché non avrei avuto il tempo di vivere una vita diversa dalla mia. Allora, grazie ancora a zia Gabriella per quella strada non intrapresa e grazie alla sorte che mi ha dato due genitori che mi hanno sempre assecondato senza forzature. Per ora, lo dico sottovoce, sono anche felice. DA LEGGERE NEL CASO DOVESSE ANDARMI MALE... Ma porca la vacca, ma chi me l’ha fatto fare! Ero giovane e pensavo: “Cavolo, ormai ho ingranato!” Vaffanculo! Che cosa è successo? Che cosa non ho capito? Dovevo partecipare a quel reality di merda... questa è la verità.

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gio del padre mentre gli altri andavano in discoteca; pensai che, proprio per rispetto nei confronti di quel ragazzino che ero, non avrei dovuto accettare. Mi dissi: “In tutti questi anni non ho mica scherzato!”. È vero, la vita ha mille inciampi e mille in più ne avrebbero portato le mie speranze, ma non era una buona scusa per mollare. E quindi davanti a quella biforcazione della mia vita, con una strada consumata su una spider con al fianco una bella impiegata dell’assicurazione, scelsi l’asfalto sotto le grandi ruote del pullman Palermo - Roma. Quello dei viaggi della speranza, e del “Grazie, le faremo sapere. Avanti un altro!” In teoria aveva vinto la Passione, in pratica il Nulla! E vi assicuro che non sto drammatizzando. Quando uno si laurea in medicina, può far scrivere sulla porta Dott. Pincopallino. Poi magari il signor Pincopallino non riuscirà mai a fare il medico e sarà costretto a fare un altro lavoro, ma la gente non lo noterà o non lo farà mai pesare. Il parcheggiatore continuerà a chiamarlo “Dottò”, perché effettivamente è un dottore e la targa dietro la porta lo dimostra. Ma nessuno ha pietà per l’artista fallito. Se ti va bene, se avrai successo, ti rispetteranno tutti, anzi ti invidieranno. Ma se il Destino ha un’idea diversa di te, non ci sarà

pietà da parte di nessuno. Per questo va applaudito sempre chi sale con onestà su un palcoscenico, perché innanzitutto gli va riconosciuto il coraggio di mettersi in gioco. Spesso l’esibizione è un atto di grande generosità, c’è qualcuno che mette mesi di prove, il sogno di sempre e la sua stessa vita, nelle mani del pubblico. È un talento, nel mestiere di vivere di un artista, quella volontà di andare avanti senza sapere se riuscirà mai ad arrivare da qualche parte. Rischiando il proprio “benessere”. Io non so come finirà la mia vita. Adesso mi va bene, magari domani - per un motivo o per un altro - andrà malissimo. Però di certo non mi pentirò mai di non essere diventato un assicuratore, perché non avrei avuto il tempo di vivere una vita diversa dalla mia. Allora, grazie ancora a zia Gabriella per quella strada non intrapresa e grazie alla sorte che mi ha dato due genitori che mi hanno sempre assecondato senza forzature. Per ora, lo dico sottovoce, sono anche felice. DA LEGGERE NEL CASO DOVESSE ANDARMI MALE... Ma porca la vacca, ma chi me l’ha fatto fare! Ero giovane e pensavo: “Cavolo, ormai ho ingranato!” Vaffanculo! Che cosa è successo? Che cosa non ho capito? Dovevo partecipare a quel reality di merda... questa è la verità.

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Altro che artista, altro che sensibilità! Che dicevo da giovane? “Di vita ne abbiamo solo una”... e meno male! Ora il salumiere come lo pago? Con un’intervista interrotta? Che idiota! Ma poi anche Mediaset, Le Iene andavano in onda solo da trentasei anni, potevano ancora dare molto, perché sospenderle!? Era ancora un programma giovane. E adesso che faccio? Mia zia è anche andata in pensione... porca la vacca! Già mi vedevo con la spider in giro per Frosinone alta, ad abbordare le nuove impiegate dell’ufficio sinistri. Quelle del rinnovo tessere Aci, le avrei portate dietro un Autogrill. Per coerenza! E prima di averci fatto sesso avrei chiamato il carro-attrezzi, così, giusto per sapere se ero più veloce io... o l’Aci! Ma magari... se chiamo ora mia zia... magari è rimasto un posto... le ho sottoscritto anche una pensione integrativa quando guadagnavo... qualcosa me la deve! Cazzarola... va ancora in onda “Sipario”. Questo divano è scomodo e fa sudare la schiena. Vaffanculo!


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Altro che artista, altro che sensibilità! Che dicevo da giovane? “Di vita ne abbiamo solo una”... e meno male! Ora il salumiere come lo pago? Con un’intervista interrotta? Che idiota! Ma poi anche Mediaset, Le Iene andavano in onda solo da trentasei anni, potevano ancora dare molto, perché sospenderle!? Era ancora un programma giovane. E adesso che faccio? Mia zia è anche andata in pensione... porca la vacca! Già mi vedevo con la spider in giro per Frosinone alta, ad abbordare le nuove impiegate dell’ufficio sinistri. Quelle del rinnovo tessere Aci, le avrei portate dietro un Autogrill. Per coerenza! E prima di averci fatto sesso avrei chiamato il carro-attrezzi, così, giusto per sapere se ero più veloce io... o l’Aci! Ma magari... se chiamo ora mia zia... magari è rimasto un posto... le ho sottoscritto anche una pensione integrativa quando guadagnavo... qualcosa me la deve! Cazzarola... va ancora in onda “Sipario”. Questo divano è scomodo e fa sudare la schiena. Vaffanculo!


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Un tè con Zeffirelli

Roma. Per chi sta a Palermo è come sognare Las Vegas o la città dalle mille occasioni. Soprattutto per chi vuole lavorare nel cinema. Nei miei ricordi, Roma resterà per sempre legata all’incontro con Franco Zeffirelli, il mio breve permesso di soggiorno nel mondo del cinema. Che Maestro! Lo conosceva il mio amico Peppino e aveva promesso di presentarmelo. Questo conferma che certe occasioni ti capitano soltanto se hai le conoscenze giuste che ti fanno bruciare le tappe... Infatti, dalla promessa all’incontro, sono passati più di due anni. Brucianti. Di settimana in settimana, ricevevo tutte le rassicurazioni possibili che martedì avrei realizzato il mio sogno. Per mesi, ogni lunedì ho preparato la mia valigia e i pochi soldi per il posto in pullman. Intorno al primo pomeriggio, arrivava sempre un laconico sms firmato Peppino che rimandava tutto al martedì successivo. Alla fine, esausto da quell’attesa, non disfacevo più il mio bagaglio leggero. Aggiungevo solo una maglia per i mesi più freddi o una t-shirt di cotone per quelli estivi. Un giorno, così come mi trovavo, decisi di non aspettare più il miracolo del martedì e di volare a Londra.

Piffettopoli

Perché, come diceva il mio amico Costantino: “Tra non fare un cazzo a Palermo e non fare un cazzo a Londra, meglio non fare un cazzo a Londra”. Per dare una svolta alla mia vita, avevo deciso che anche io dovevo essere un po’ più europeo e poi in Inghilterra sarei stato a mio agio. I londinesi mangiano male e vestono peggio... esattamente come me. Non sapevo, però, che allora la sterlina vinceva sulla lira tre a zero e tutto costava maledettamente caro. Avrei dovuto trovare un lavoretto adeguato al mio talento, al mio valore e alla mia reputazione. Diventai un House Porter in un ostello di Notthing Hill Gate. Le mie mansioni andavano dal cambio lampadine delle stanze, all’estrazione dei peli dal buco della doccia. Ne trovavo a ciuffi, a cespugli, a gomitoli, ed estraevo. Ma lo facevo with class and elegance. Ho trascorso lì un altro anno, di martedì in martedì, con i miei guanti di lattice, il secchio e il “mop” bagnato. Nel tempo libero giravo dei piccoli filmati con una videocamera appoggiata precariamente su una mensola. Inquadratura fissa e il futuro Pif che entrava e usciva di scena con gag improvvisate intorno al WC. Capolavori assoluti! Un pomeriggio, però, è arrivata la telefonata. Era Peppino. - Piero, la prossima settimana ci aspetta Zeffirelli a Roma.

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Un tè con Zeffirelli

Roma. Per chi sta a Palermo è come sognare Las Vegas o la città dalle mille occasioni. Soprattutto per chi vuole lavorare nel cinema. Nei miei ricordi, Roma resterà per sempre legata all’incontro con Franco Zeffirelli, il mio breve permesso di soggiorno nel mondo del cinema. Che Maestro! Lo conosceva il mio amico Peppino e aveva promesso di presentarmelo. Questo conferma che certe occasioni ti capitano soltanto se hai le conoscenze giuste che ti fanno bruciare le tappe... Infatti, dalla promessa all’incontro, sono passati più di due anni. Brucianti. Di settimana in settimana, ricevevo tutte le rassicurazioni possibili che martedì avrei realizzato il mio sogno. Per mesi, ogni lunedì ho preparato la mia valigia e i pochi soldi per il posto in pullman. Intorno al primo pomeriggio, arrivava sempre un laconico sms firmato Peppino che rimandava tutto al martedì successivo. Alla fine, esausto da quell’attesa, non disfacevo più il mio bagaglio leggero. Aggiungevo solo una maglia per i mesi più freddi o una t-shirt di cotone per quelli estivi. Un giorno, così come mi trovavo, decisi di non aspettare più il miracolo del martedì e di volare a Londra.

Piffettopoli

Perché, come diceva il mio amico Costantino: “Tra non fare un cazzo a Palermo e non fare un cazzo a Londra, meglio non fare un cazzo a Londra”. Per dare una svolta alla mia vita, avevo deciso che anche io dovevo essere un po’ più europeo e poi in Inghilterra sarei stato a mio agio. I londinesi mangiano male e vestono peggio... esattamente come me. Non sapevo, però, che allora la sterlina vinceva sulla lira tre a zero e tutto costava maledettamente caro. Avrei dovuto trovare un lavoretto adeguato al mio talento, al mio valore e alla mia reputazione. Diventai un House Porter in un ostello di Notthing Hill Gate. Le mie mansioni andavano dal cambio lampadine delle stanze, all’estrazione dei peli dal buco della doccia. Ne trovavo a ciuffi, a cespugli, a gomitoli, ed estraevo. Ma lo facevo with class and elegance. Ho trascorso lì un altro anno, di martedì in martedì, con i miei guanti di lattice, il secchio e il “mop” bagnato. Nel tempo libero giravo dei piccoli filmati con una videocamera appoggiata precariamente su una mensola. Inquadratura fissa e il futuro Pif che entrava e usciva di scena con gag improvvisate intorno al WC. Capolavori assoluti! Un pomeriggio, però, è arrivata la telefonata. Era Peppino. - Piero, la prossima settimana ci aspetta Zeffirelli a Roma.

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Piffettopoli

Di sicuro bluffava. Avevo una domanda per sgamarlo... - Che giorno è l’appuntamento? - Giovedì... perché? Andai di corsa a fare il biglietto. Era un lunedì pomeriggio ed il giovedì successivo avrei incontrato Zeffirelli. Quel giorno a Roma c’era anche Costantino. Era uno studente fuori corso a Giurisprudenza, ma non sarebbe mai diventato né giudice né avvocato. Piuttosto un pentito di avere studiato legge. Tutti e due sognavamo di lavorare nello spettacolo, in particolare io volevo sfondare nel mondo del cinema mentre Costantino voleva lavorare per i varietà televisivi. Invece adesso io lavoro all’intrattenimento e lui fa l’editor per la fiction di Mediaset. Evidentemente abbiamo sbagliato qualcosa! Quello stesso giorno, l’impareggiabile Peppino era riuscito a farci avere un paio di appuntamenti; il primo con Michele Guardì, autore e regista di molte trasmissioni Rai come “I fatti vostri”. Avete presente la voce del Comitato che diceva: “Lodi! Lodi! Lodi!”? Si, proprio lui! Il secondo incontro era, appunto, con il Maestro Zeffirelli, nella sua storica villa sull’Appia Antica. Il giorno prima della partenza ho sentito addosso la più grande ansia da prestazione. - Piero, come ti vesti per l’incontro?

- Non lo so Costa, tu? - Giacca e cravatta... ovvio! La mette pure Peppino... - Non se ne parla proprio... - Piero, non farci fare una figura di merda... sono anni che aspettiamo. Ed erano anni che non annodavo una cravatta al collo. Alla fine tirai fuori un mediocre completo, tutto sul marroncino o, come dicevano i più sofisticati, sul beige. Lo avevo comprato anni prima per l’inevitabile ciclo di feste dei 18 anni dei miei amici. Non era proprio un capo di sartoria, ma ci stavo ancora dentro con un certo orgoglio. Credevo di avere rassicurato tutti sul look. Mi sbagliavo. Altra telefonata. Sempre Costantino. - Di che colore hai le calze? - Che ti frega del colore delle mie calze. Ho le mutande bianche. Pure questo t’interessa? - Santo cielo. E le calze? - Le ho tutte blu. - Non le hai nere? - No, solo calze blu. - Lunghe o corte? - Come le devo mettere? - Stai scherzando, vero? - Cort... no, lunghe... lunghissime! La sera prima di partire, lessi, su un libro di Storia del

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Piffettopoli

Di sicuro bluffava. Avevo una domanda per sgamarlo... - Che giorno è l’appuntamento? - Giovedì... perché? Andai di corsa a fare il biglietto. Era un lunedì pomeriggio ed il giovedì successivo avrei incontrato Zeffirelli. Quel giorno a Roma c’era anche Costantino. Era uno studente fuori corso a Giurisprudenza, ma non sarebbe mai diventato né giudice né avvocato. Piuttosto un pentito di avere studiato legge. Tutti e due sognavamo di lavorare nello spettacolo, in particolare io volevo sfondare nel mondo del cinema mentre Costantino voleva lavorare per i varietà televisivi. Invece adesso io lavoro all’intrattenimento e lui fa l’editor per la fiction di Mediaset. Evidentemente abbiamo sbagliato qualcosa! Quello stesso giorno, l’impareggiabile Peppino era riuscito a farci avere un paio di appuntamenti; il primo con Michele Guardì, autore e regista di molte trasmissioni Rai come “I fatti vostri”. Avete presente la voce del Comitato che diceva: “Lodi! Lodi! Lodi!”? Si, proprio lui! Il secondo incontro era, appunto, con il Maestro Zeffirelli, nella sua storica villa sull’Appia Antica. Il giorno prima della partenza ho sentito addosso la più grande ansia da prestazione. - Piero, come ti vesti per l’incontro?

- Non lo so Costa, tu? - Giacca e cravatta... ovvio! La mette pure Peppino... - Non se ne parla proprio... - Piero, non farci fare una figura di merda... sono anni che aspettiamo. Ed erano anni che non annodavo una cravatta al collo. Alla fine tirai fuori un mediocre completo, tutto sul marroncino o, come dicevano i più sofisticati, sul beige. Lo avevo comprato anni prima per l’inevitabile ciclo di feste dei 18 anni dei miei amici. Non era proprio un capo di sartoria, ma ci stavo ancora dentro con un certo orgoglio. Credevo di avere rassicurato tutti sul look. Mi sbagliavo. Altra telefonata. Sempre Costantino. - Di che colore hai le calze? - Che ti frega del colore delle mie calze. Ho le mutande bianche. Pure questo t’interessa? - Santo cielo. E le calze? - Le ho tutte blu. - Non le hai nere? - No, solo calze blu. - Lunghe o corte? - Come le devo mettere? - Stai scherzando, vero? - Cort... no, lunghe... lunghissime! La sera prima di partire, lessi, su un libro di Storia del

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Piffettopoli

Cinema Italiano, che la madre di Zeffirelli aveva dovuto scegliere per lui un cognome di fantasia. Il padre naturale, a quanto pare, inizialmente non aveva riconosciuto il bambino. Allora la donna, guardando il dipinto della Venere di Botticelli, rimase colpita da un putto corpulento dal nome Zaffiro che impreziosiva, sulla sinistra, un punto alto della tela. Per quella visione innocente e angelica, decise di chiamare suo figlio Franco Zeffirelli. Cavolo, che storia. Di lì a poco, il Destino si sarebbe incaponito. Poche ore prima di stringere la mano al Maestro, passeggiavo per Piazza di Spagna. Proprio lì, un venditore di cartoline catturò la mia attenzione. Su quel banchetto improvvisato, vidi una piccola stampa che ritraeva proprio il dipinto del Botticelli. E su, in alto, il sinistro Zaffiro. Mi dissi che era un segno del Destino e, con il cuore in gola, la comprai! Arrivammo alla villona sull’Appia Antica tutti molto emozionati. La segretaria ci fece accomodare nel salotto. L’arredamento era ricco di mobili antichi e le foto, distribuite un po’ dappertutto, ritraevano Zeffirelli con delle celebrità inarrivabili: da Ronald Reagan a Liz Taylor, da Micheal Jackson già sbiancato a Maria Callas. Il salotto dava su un grande giardino. Un paradiso di piante e alberi robusti. Dopo qualche minuto, sentimmo dei passi da lontano.

Era lui con una flemma felina che ci raggiungeva indossando un pesante saio di lana con disegni messicani. Dopo i primi convenevoli, ci confessò, candidamente, di averlo fregato su un volo della British Arways. Fece un breve fischio e arrivarono sei cani, tutti di razza ma alcuni, comunque, di bellezza quanto meno discutibile. Circondarono il Maestro che dispensava coccole e sguardi inteneriti alle bestiole... i veri padroni di casa. Naturalmente salirono anche loro sul divano, in particolare dalla mia parte, sistemandosi dietro la testa, sotto l’ascella sinistra e uno sulla pancia, quasi sotto il mento. Il Maestro ebbe la delicatezza di chiedere: - Per caso vi danno fastidio i miei bimbi? Non solo rispondemmo in coro che ci piacevano, ma ci lanciammo in una appassionatissima dichiarazione d’amore verso la razza canina. Peppino sciorinò le prodezze del suo pastore tedesco che però, al massimo, alzava la zampa. E solo se gli andava. Costantino aveva rilanciato con il suo shi tzu, un cane orientale da riflessione di dieci anni che praticamente non si era mai mosso dalla sua stanza. Nel senso che il mio amico non ci pensava proprio a portalo fuori neanche per cacca e pipì. Ma questo, al Maestro, non lo aveva detto... - E tu? Mi aveva rivolto la parola... - Io ho una gatta...

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Cinema Italiano, che la madre di Zeffirelli aveva dovuto scegliere per lui un cognome di fantasia. Il padre naturale, a quanto pare, inizialmente non aveva riconosciuto il bambino. Allora la donna, guardando il dipinto della Venere di Botticelli, rimase colpita da un putto corpulento dal nome Zaffiro che impreziosiva, sulla sinistra, un punto alto della tela. Per quella visione innocente e angelica, decise di chiamare suo figlio Franco Zeffirelli. Cavolo, che storia. Di lì a poco, il Destino si sarebbe incaponito. Poche ore prima di stringere la mano al Maestro, passeggiavo per Piazza di Spagna. Proprio lì, un venditore di cartoline catturò la mia attenzione. Su quel banchetto improvvisato, vidi una piccola stampa che ritraeva proprio il dipinto del Botticelli. E su, in alto, il sinistro Zaffiro. Mi dissi che era un segno del Destino e, con il cuore in gola, la comprai! Arrivammo alla villona sull’Appia Antica tutti molto emozionati. La segretaria ci fece accomodare nel salotto. L’arredamento era ricco di mobili antichi e le foto, distribuite un po’ dappertutto, ritraevano Zeffirelli con delle celebrità inarrivabili: da Ronald Reagan a Liz Taylor, da Micheal Jackson già sbiancato a Maria Callas. Il salotto dava su un grande giardino. Un paradiso di piante e alberi robusti. Dopo qualche minuto, sentimmo dei passi da lontano.

Era lui con una flemma felina che ci raggiungeva indossando un pesante saio di lana con disegni messicani. Dopo i primi convenevoli, ci confessò, candidamente, di averlo fregato su un volo della British Arways. Fece un breve fischio e arrivarono sei cani, tutti di razza ma alcuni, comunque, di bellezza quanto meno discutibile. Circondarono il Maestro che dispensava coccole e sguardi inteneriti alle bestiole... i veri padroni di casa. Naturalmente salirono anche loro sul divano, in particolare dalla mia parte, sistemandosi dietro la testa, sotto l’ascella sinistra e uno sulla pancia, quasi sotto il mento. Il Maestro ebbe la delicatezza di chiedere: - Per caso vi danno fastidio i miei bimbi? Non solo rispondemmo in coro che ci piacevano, ma ci lanciammo in una appassionatissima dichiarazione d’amore verso la razza canina. Peppino sciorinò le prodezze del suo pastore tedesco che però, al massimo, alzava la zampa. E solo se gli andava. Costantino aveva rilanciato con il suo shi tzu, un cane orientale da riflessione di dieci anni che praticamente non si era mai mosso dalla sua stanza. Nel senso che il mio amico non ci pensava proprio a portalo fuori neanche per cacca e pipì. Ma questo, al Maestro, non lo aveva detto... - E tu? Mi aveva rivolto la parola... - Io ho una gatta...

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Pausa del Maestro... - I gatti sono infidi. Belli ma infidi... Naturalmente eravamo tutti d’accordo. I cani da salotto, i miei amici ed io. La verità è che se Zeffirelli, da sotto il saio, avesse tirato fuori un pezzo di eternit per chiederci di mangiarlo, noi lo avremmo fatto ringraziandolo della ricca merenda. Dopo un brindisi, il Maestro fece delle domande ad ognuno di noi. Era arrivato il mio momento, quello che avevo provato davanti lo specchio e immaginato centinaia di volte. Ero un fiume in piena. Senza esitazioni dichiarai la mia passione per il cinema, per la regia e - con sprezzo del pericolo - tirai fuori una videocassetta vhs, su cui avevo registrato i miei cortometraggi. Lui mi disse chiaramente di non dargliela perché tanto non l’avrebbe vista. Mai. Dopo due orette di discussione, arrivò il momento di congedarci. Ma come nella Ruota della Fortuna, io avevo ancora il mio Jolly da giocare. Mi avvicinai al Maestro con un atteggiamento complice che gli altri non potevano capire e allungai il mio Botticelli. - Posso chiederle una dedica? Ero sicuro che avrebbe capito: alla vista di quella Venere avrebbe ripensato a sua madre e - commosso - mi avrebbe dedicato un pensiero ed un ringraziamento. Costantino e

Peppino erano silenziosi e perplessi e il dramma fu che anche il Maestro rimase in silenzio e con la stessa perplessità dei miei amici. Cacchio, questo non era previsto. - Perché su questa cartolina? Se vuoi ti do una mia fotografia... - Ma come Maestro... La Venere di Botticelli! Gli avevo pure fatto l’occhiolino. Ma lui sembrava non capire e, difatti, non poteva capire, perché la storia che il suo cognome venisse dal putto di Botticelli era una minchiata pazzesca! In realtà sua madre - ma questo lo seppi dopo - andò a registrarlo come Zeffiretti, colpita dal nome di un’aria dell’Idomeneo di Mozart dal titolo “Gli zeffiretti gentili”. L’impiegato dell’anagrafe, (figura che ha storicamente influenzato la scelta dei nomi di migliaia di italiani con distrazioni, errori e ostinazioni del tipo: “No, sua figlia non può chiamarla Azalea perché non esiste la santa Azalea!”), invece di scrivere Zeffiretti scrisse Zeffirelli. Io, alla terza alzata di sopracciglio, capii la penosa figura (scusate l’espressione un po’ forte) di merda ma, non potendo più recuperare, andai avanti senza dare alcuna spiegazione. Prima di congedarci, il Maestro decise comunque di regalarci un libro delle sue scenografie teatrali... con una dedica. A me scrisse:

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Pausa del Maestro... - I gatti sono infidi. Belli ma infidi... Naturalmente eravamo tutti d’accordo. I cani da salotto, i miei amici ed io. La verità è che se Zeffirelli, da sotto il saio, avesse tirato fuori un pezzo di eternit per chiederci di mangiarlo, noi lo avremmo fatto ringraziandolo della ricca merenda. Dopo un brindisi, il Maestro fece delle domande ad ognuno di noi. Era arrivato il mio momento, quello che avevo provato davanti lo specchio e immaginato centinaia di volte. Ero un fiume in piena. Senza esitazioni dichiarai la mia passione per il cinema, per la regia e - con sprezzo del pericolo - tirai fuori una videocassetta vhs, su cui avevo registrato i miei cortometraggi. Lui mi disse chiaramente di non dargliela perché tanto non l’avrebbe vista. Mai. Dopo due orette di discussione, arrivò il momento di congedarci. Ma come nella Ruota della Fortuna, io avevo ancora il mio Jolly da giocare. Mi avvicinai al Maestro con un atteggiamento complice che gli altri non potevano capire e allungai il mio Botticelli. - Posso chiederle una dedica? Ero sicuro che avrebbe capito: alla vista di quella Venere avrebbe ripensato a sua madre e - commosso - mi avrebbe dedicato un pensiero ed un ringraziamento. Costantino e

Peppino erano silenziosi e perplessi e il dramma fu che anche il Maestro rimase in silenzio e con la stessa perplessità dei miei amici. Cacchio, questo non era previsto. - Perché su questa cartolina? Se vuoi ti do una mia fotografia... - Ma come Maestro... La Venere di Botticelli! Gli avevo pure fatto l’occhiolino. Ma lui sembrava non capire e, difatti, non poteva capire, perché la storia che il suo cognome venisse dal putto di Botticelli era una minchiata pazzesca! In realtà sua madre - ma questo lo seppi dopo - andò a registrarlo come Zeffiretti, colpita dal nome di un’aria dell’Idomeneo di Mozart dal titolo “Gli zeffiretti gentili”. L’impiegato dell’anagrafe, (figura che ha storicamente influenzato la scelta dei nomi di migliaia di italiani con distrazioni, errori e ostinazioni del tipo: “No, sua figlia non può chiamarla Azalea perché non esiste la santa Azalea!”), invece di scrivere Zeffiretti scrisse Zeffirelli. Io, alla terza alzata di sopracciglio, capii la penosa figura (scusate l’espressione un po’ forte) di merda ma, non potendo più recuperare, andai avanti senza dare alcuna spiegazione. Prima di congedarci, il Maestro decise comunque di regalarci un libro delle sue scenografie teatrali... con una dedica. A me scrisse:

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Pierfrancesco Diliberto

Piffettopoli

Nella speranza che i tuoi sogni si avverino, ti saluto. A presto dunque! Franco Zeffirelli

Insomma, la domanda declinata su Zeffirelli era quanto meno offensiva per il Maestro. Come se, in questo mondo edonistico e consumistico, non si faccia mai niente per niente e quindi il prima avesse - comunque - un pegno da pagare per gratitudine. Comunque, se ci avesse provato, io che cosa avrei dovuto fare? Non ho fatto neanche in tempo a pensarci: i mesi sono volati e non ho mai ricevuto nessuna torbida richiesta, neanche una di quelle camuffate dal gioco innocente del massaggino, dell’omino nero o di nascondino. Avete notato come le potenziali zozzerie contengano spesso un grazioso diminutivo? Non avevo però ancora fatto i conti con il dopo. Al mio ritorno, gli stessi amici facevano delle congetture sostanzialmente intorno allo stesso quesito... col senno del poi. “Dimmi la verità Piero... Zeffirelli ci ha provato, vero?” Ad onor del vero, la domanda ha sempre avuto i soliti toni più spinti, con riferimenti che vanno dal salto della cavallina alla pecora in calore. In un momento, avevo realizzato come il mio posteriore potesse essere considerato un potenziale oggetto del desiderio e non soltanto un morbido appoggio per la tazza del cesso. Era inutile rispondere che non avevo dovuto pagare alcun pegno. A quest’ora, invece di parlarvi della mia espe-

Durante il ritorno in taxi, fui accusato di non essere stato molto incisivo nella richiesta di partecipare alla produzione del prossimo film del Maestro. La mia difesa era tutta in quella dedica, in quel “A presto dunque!”. Il mio ragionamento era: se avesse scritto solo “a presto”, allora l’augurio sarebbe stato solo di circostanza e non mi sarei fatto delle illusioni... Ma con quel “dunque” evidenziava un cambio di tono evidente; insomma, dietro c’era una promessa. Era chiaro, no? Ne ero sicuro! No, in realtà non ero sicuro. Per niente. Può un uomo vivere un anno intero con la speranza appesa ad un semplice “dunque”?... Si, io lo feci. E un giorno passai dal prestigioso ruolo di spurgadocce ad assistente di Franco Zeffirelli. Non più a Londra. Ma a Roma. Quella permanenza nella Capitale si può facilmente dividere in un prima e un dopo. Nel senso che prima i miei amici mi chiedevano: “Ma se Zeffirelli ci prova con te, tu che fai?” In realtà l’interrogativo era sviluppato in maniera diversa... un po’ più rozza... si parlava di fondoschiena... avete capito no?!

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Nella speranza che i tuoi sogni si avverino, ti saluto. A presto dunque! Franco Zeffirelli

Insomma, la domanda declinata su Zeffirelli era quanto meno offensiva per il Maestro. Come se, in questo mondo edonistico e consumistico, non si faccia mai niente per niente e quindi il prima avesse - comunque - un pegno da pagare per gratitudine. Comunque, se ci avesse provato, io che cosa avrei dovuto fare? Non ho fatto neanche in tempo a pensarci: i mesi sono volati e non ho mai ricevuto nessuna torbida richiesta, neanche una di quelle camuffate dal gioco innocente del massaggino, dell’omino nero o di nascondino. Avete notato come le potenziali zozzerie contengano spesso un grazioso diminutivo? Non avevo però ancora fatto i conti con il dopo. Al mio ritorno, gli stessi amici facevano delle congetture sostanzialmente intorno allo stesso quesito... col senno del poi. “Dimmi la verità Piero... Zeffirelli ci ha provato, vero?” Ad onor del vero, la domanda ha sempre avuto i soliti toni più spinti, con riferimenti che vanno dal salto della cavallina alla pecora in calore. In un momento, avevo realizzato come il mio posteriore potesse essere considerato un potenziale oggetto del desiderio e non soltanto un morbido appoggio per la tazza del cesso. Era inutile rispondere che non avevo dovuto pagare alcun pegno. A quest’ora, invece di parlarvi della mia espe-

Durante il ritorno in taxi, fui accusato di non essere stato molto incisivo nella richiesta di partecipare alla produzione del prossimo film del Maestro. La mia difesa era tutta in quella dedica, in quel “A presto dunque!”. Il mio ragionamento era: se avesse scritto solo “a presto”, allora l’augurio sarebbe stato solo di circostanza e non mi sarei fatto delle illusioni... Ma con quel “dunque” evidenziava un cambio di tono evidente; insomma, dietro c’era una promessa. Era chiaro, no? Ne ero sicuro! No, in realtà non ero sicuro. Per niente. Può un uomo vivere un anno intero con la speranza appesa ad un semplice “dunque”?... Si, io lo feci. E un giorno passai dal prestigioso ruolo di spurgadocce ad assistente di Franco Zeffirelli. Non più a Londra. Ma a Roma. Quella permanenza nella Capitale si può facilmente dividere in un prima e un dopo. Nel senso che prima i miei amici mi chiedevano: “Ma se Zeffirelli ci prova con te, tu che fai?” In realtà l’interrogativo era sviluppato in maniera diversa... un po’ più rozza... si parlava di fondoschiena... avete capito no?!

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rienza televisiva, sarei sul terrazzo della villa del Maestro, ad Amalfi, a guardare il tramonto con un cane di razza a me sconosciuta. Sinceramente: non credo che ci sia stato neanche una frazione di secondo in cui il Maestro abbia pensato a me... “con tenerezza”. In più, bisogna sfatare la stupidissima convinzione che tutti gli omosessuali siano disposti ad accoppiarsi con persone del loro stesso sesso senza alcuna selezione in base a gusti, fattezze, odori e pensieri.. Insomma, non ha senso pensare: “Sei gay, quindi ti faresti qualunque uomo.” La verità è che la mia unica preoccupazione - accanto a Zeffirelli - era quella di non sfigurare in un ambiente di così alto livello. La troupe, infatti, era per metà italiana e per metà inglese. L’operatore e l’assistente avevano lavorato con Ridley Scott e Steven Spielberg, il fonico aveva appena finito l’ultimo film di Stanley Kubrick, il capo macchinista aveva lavorato in “C’era una volta in America” di Sergio Leone, il direttore della fotografia aveva vinto l’Oscar per “La mia Africa”, Franco Zeffirelli era Franco Zeffirelli... e poi c’ero io, Pierfrancesco Diliberto (non ancora Pif), che veniva dall’ostello di Notthing Hill Gate. Nel cast c’erano alcune tra le più brave attrici al mondo: Joan Plowright, Maggie Smith, Judi Dench (che l’anno

dopo vinse l’Oscar per un altro film) e Cher. Le riprese incominciarono a Firenze, per poi proseguire a San Gimignano e Roma, dove alloggiai a casa del Maestro. Potete immaginare come mi potessi sentire: dalla stanzetta divisa con altri tre ragazzi, dietro la cucina, in un ostello a Londra, alla villona sull’Appia Antica, con le foto di scena del film “Romeo e Giulietta” appese in bagno. Di quella esperienza non mi scorderò due cose. Innanzi tutto, i dopo cena con Zefffirelli: quando tutto il suo entourage usciva o andava a guardare la televisione, lui incominciava a raccontare, con l’aiuto di un bicchiere di vino, gli anni passati. Questo, nel suo caso, voleva dire ridare vita - per qualche istante - a Visconti, Pasolini, alle feste di compleanno organizzate a casa sua per Anna Magnani, al suo primo incontro con Liz Taylor e Richard Burton. Per uno che, come me, ama il cinema, era come sognare ad occhi aperti. La seconda cosa che mi ricordo è un po’ meno bella. Come ho già detto, il Maestro era proprietario di diversi cani, di piccola taglia. La madre di tutti questi cani, il capobranco matriarcale, era Blanche, che era ovviamente la più cara al Maestro. Lei era l’unica a poter venire sul set. Generalmente le cure della “bestia sacra” erano affidate all’assistente ufficiale, il quale vide subito in me la panacea

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Piffettopoli

rienza televisiva, sarei sul terrazzo della villa del Maestro, ad Amalfi, a guardare il tramonto con un cane di razza a me sconosciuta. Sinceramente: non credo che ci sia stato neanche una frazione di secondo in cui il Maestro abbia pensato a me... “con tenerezza”. In più, bisogna sfatare la stupidissima convinzione che tutti gli omosessuali siano disposti ad accoppiarsi con persone del loro stesso sesso senza alcuna selezione in base a gusti, fattezze, odori e pensieri.. Insomma, non ha senso pensare: “Sei gay, quindi ti faresti qualunque uomo.” La verità è che la mia unica preoccupazione - accanto a Zeffirelli - era quella di non sfigurare in un ambiente di così alto livello. La troupe, infatti, era per metà italiana e per metà inglese. L’operatore e l’assistente avevano lavorato con Ridley Scott e Steven Spielberg, il fonico aveva appena finito l’ultimo film di Stanley Kubrick, il capo macchinista aveva lavorato in “C’era una volta in America” di Sergio Leone, il direttore della fotografia aveva vinto l’Oscar per “La mia Africa”, Franco Zeffirelli era Franco Zeffirelli... e poi c’ero io, Pierfrancesco Diliberto (non ancora Pif), che veniva dall’ostello di Notthing Hill Gate. Nel cast c’erano alcune tra le più brave attrici al mondo: Joan Plowright, Maggie Smith, Judi Dench (che l’anno

dopo vinse l’Oscar per un altro film) e Cher. Le riprese incominciarono a Firenze, per poi proseguire a San Gimignano e Roma, dove alloggiai a casa del Maestro. Potete immaginare come mi potessi sentire: dalla stanzetta divisa con altri tre ragazzi, dietro la cucina, in un ostello a Londra, alla villona sull’Appia Antica, con le foto di scena del film “Romeo e Giulietta” appese in bagno. Di quella esperienza non mi scorderò due cose. Innanzi tutto, i dopo cena con Zefffirelli: quando tutto il suo entourage usciva o andava a guardare la televisione, lui incominciava a raccontare, con l’aiuto di un bicchiere di vino, gli anni passati. Questo, nel suo caso, voleva dire ridare vita - per qualche istante - a Visconti, Pasolini, alle feste di compleanno organizzate a casa sua per Anna Magnani, al suo primo incontro con Liz Taylor e Richard Burton. Per uno che, come me, ama il cinema, era come sognare ad occhi aperti. La seconda cosa che mi ricordo è un po’ meno bella. Come ho già detto, il Maestro era proprietario di diversi cani, di piccola taglia. La madre di tutti questi cani, il capobranco matriarcale, era Blanche, che era ovviamente la più cara al Maestro. Lei era l’unica a poter venire sul set. Generalmente le cure della “bestia sacra” erano affidate all’assistente ufficiale, il quale vide subito in me la panacea

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delle sue rotture di scatole. Il mio rapporto con lui era come quello di Jean-Louis Trintignant e Vittorio Gassman nel “Sorpasso”. Fu così che mi furono affidate le mansioni più gratificanti per un essere umano: andare a comprare le sigarette e/o le bibite e affidarmi Blanche, la divina Blanche, l’amatissima Blanche. Io e la cagnetta, con il tempo, familiarizzammo. La mattina ormai la piccola sapeva che ero io quello che doveva prenderla e portarla in auto. Sembrava ammaestrata. Appena finivo di fare colazione, lei saliva sul mobile per saltarmi in braccio. Spesso la distanza si accorciava quando il Maestro le faceva fare colazione direttamente sul tavolo, mettendole del latte in un piatto. Tutto andava liscio finché a Firenze, un giorno, si sfiorò la tragedia. Eravamo io e Blanche nella suite del Maestro. Io stavo scalettando alcune scene girate il giorno prima. La divina era seduta sul divano e tutto sembrava maledettamente tranquillo. Ma, si sa, le tragedie più grandi si consumano in un attimo. E quel giorno, l’attimo stava per arrivare. Dopo aver spento il televisore, mi spostai nell’altra stanza per prendere un’agenda. In quel momento, entrò la signora delle pulizie. La porta era rimasta aperta.

Cercai la divina con gli occhi, avevo le pupille fuori dalle orbite ma di Blanche, nessuna traccia. Mantenere la calma. Ragionare. In momenti come questi sono due le strade obbligate: la prima è chiamare un’agenzia di viaggi, corromperla con del denaro e comprare, sotto falso nome, un biglietto per il Venezuela. Solo in quel modo sarei potuto sfuggire dalle ire del Maestro. Del resto, molti ex nazisti sono riusciti a rifarsi una vita senza destare sospetti tra i vicini di casa. Perché non avrei dovuto farcela anche io? La seconda possibilità era quella di chiedere distrattamente alla signora delle pulizie se, per caso, avesse visto un cane. - Si, è uscito! Mantenere la calma. Ragionare. Come se Blanche avesse preso la sua borsetta e il cappello, avesse salutato, magari dicendo: “Mi raccomando la vasca. La pulisca bene.” Avevo una seconda domanda per l’inserviente dell’albergo. - Da che parte è andata? La signora mi rispose che l’aveva vista uscire a destra... indicando a sinistra. A volte la morte si presenta sotto sembianze bizzarre. Andai a destra, ma c’era un vicolo cieco. Tornai indietro e, scendendo per le scale, incontrai un altro signore che faceva le pulizie.

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delle sue rotture di scatole. Il mio rapporto con lui era come quello di Jean-Louis Trintignant e Vittorio Gassman nel “Sorpasso”. Fu così che mi furono affidate le mansioni più gratificanti per un essere umano: andare a comprare le sigarette e/o le bibite e affidarmi Blanche, la divina Blanche, l’amatissima Blanche. Io e la cagnetta, con il tempo, familiarizzammo. La mattina ormai la piccola sapeva che ero io quello che doveva prenderla e portarla in auto. Sembrava ammaestrata. Appena finivo di fare colazione, lei saliva sul mobile per saltarmi in braccio. Spesso la distanza si accorciava quando il Maestro le faceva fare colazione direttamente sul tavolo, mettendole del latte in un piatto. Tutto andava liscio finché a Firenze, un giorno, si sfiorò la tragedia. Eravamo io e Blanche nella suite del Maestro. Io stavo scalettando alcune scene girate il giorno prima. La divina era seduta sul divano e tutto sembrava maledettamente tranquillo. Ma, si sa, le tragedie più grandi si consumano in un attimo. E quel giorno, l’attimo stava per arrivare. Dopo aver spento il televisore, mi spostai nell’altra stanza per prendere un’agenda. In quel momento, entrò la signora delle pulizie. La porta era rimasta aperta.

Cercai la divina con gli occhi, avevo le pupille fuori dalle orbite ma di Blanche, nessuna traccia. Mantenere la calma. Ragionare. In momenti come questi sono due le strade obbligate: la prima è chiamare un’agenzia di viaggi, corromperla con del denaro e comprare, sotto falso nome, un biglietto per il Venezuela. Solo in quel modo sarei potuto sfuggire dalle ire del Maestro. Del resto, molti ex nazisti sono riusciti a rifarsi una vita senza destare sospetti tra i vicini di casa. Perché non avrei dovuto farcela anche io? La seconda possibilità era quella di chiedere distrattamente alla signora delle pulizie se, per caso, avesse visto un cane. - Si, è uscito! Mantenere la calma. Ragionare. Come se Blanche avesse preso la sua borsetta e il cappello, avesse salutato, magari dicendo: “Mi raccomando la vasca. La pulisca bene.” Avevo una seconda domanda per l’inserviente dell’albergo. - Da che parte è andata? La signora mi rispose che l’aveva vista uscire a destra... indicando a sinistra. A volte la morte si presenta sotto sembianze bizzarre. Andai a destra, ma c’era un vicolo cieco. Tornai indietro e, scendendo per le scale, incontrai un altro signore che faceva le pulizie.

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- Scusi, ha visto un cane? - Si, è andato verso la reception. L’ipotesi della telefonata all’agenzia si faceva sempre più sensata. Scesi alla reception: - Scusate, avete visto un cane? E loro, tranquillamente, - Si, è uscito! Forse era l’albergo della Walt Disney, dove i cani uscivano lasciando al portiere dell’albergo la chiave della stanza. Mi precipitai per la strada immaginando il peggio: da Blanche crocifissa a pancia in giù al centro della strada, a Blanche violentata dietro gli Uffizi da un barboncino bischero. Ma non la trovavo. Era finita! Nella strada di ritorno, tenevo gli occhi bassi. Cercavo un cucciolo che potesse - anche vagamente - somigliare alla divina. Era un’idea stupida di un uomo disperato. Ad un tratto, il miracolo. Accanto all’entrata dell’albergo c’era l’ufficio della produzione. Dentro trovai Blanche in braccio all’assistente del Maestro che mi guardava, senza muovere un ciglio, senza un ghigno, senza un rimprovero, ma anche senza ridere. Ho ripreso Blanche in braccio e, da quel giorno, l’ho tenuta al guinzaglio anche se dovevo andare a fare pipì. E comunque, un giorno voglio andare a vedere com’è ‘sto Venezuela.


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- Scusi, ha visto un cane? - Si, è andato verso la reception. L’ipotesi della telefonata all’agenzia si faceva sempre più sensata. Scesi alla reception: - Scusate, avete visto un cane? E loro, tranquillamente, - Si, è uscito! Forse era l’albergo della Walt Disney, dove i cani uscivano lasciando al portiere dell’albergo la chiave della stanza. Mi precipitai per la strada immaginando il peggio: da Blanche crocifissa a pancia in giù al centro della strada, a Blanche violentata dietro gli Uffizi da un barboncino bischero. Ma non la trovavo. Era finita! Nella strada di ritorno, tenevo gli occhi bassi. Cercavo un cucciolo che potesse - anche vagamente - somigliare alla divina. Era un’idea stupida di un uomo disperato. Ad un tratto, il miracolo. Accanto all’entrata dell’albergo c’era l’ufficio della produzione. Dentro trovai Blanche in braccio all’assistente del Maestro che mi guardava, senza muovere un ciglio, senza un ghigno, senza un rimprovero, ma anche senza ridere. Ho ripreso Blanche in braccio e, da quel giorno, l’ho tenuta al guinzaglio anche se dovevo andare a fare pipì. E comunque, un giorno voglio andare a vedere com’è ‘sto Venezuela.


Pierfrancesco Diliberto

Piffettopoli

Sinceramente, non credo di essere mai stato il tipo adatto per una ragazza immagine. Molto banalmente non bevo, non fumo, non ho un’auto di grossa cilindrata (anzi non l’ho proprio auto), non mi vesto alla moda, non curo il mio look, ho la forfora e quasi me ne vanto. Insomma, piccoli dettagli che una ragazza immagine sa cogliere. Soprattutto la forfora

Pierfrancesco Diliberto

Pierfrancesco Diliberto è nato a Palermo nel 1972, vive e lavora tra Milano e Roma. Dopo aver lavorato come runner ed assistente a film come “Un tè con Mussolini” di Franco Zeffirelli e “I Centopassi” di Marco Tullio Giordana, è diventato autore e volto delle Iene su Italia 1 e di altri programmi per SKY. Piffettopoli. Le fatiche di un quasi V.I.P. è il suo libro d’esordio.

Le fatiche di un quasi V.I.P.

Pif nasce a Milano nel 2001 però è un trentacinquenne di Palermo. Lo conosciamo per le botte che ha preso dai cinesi ma non sappiamo che ha pulito i cessi in un ostello di Londra. Ci piacciono le sue interviste interrotte ma non lo ricordiamo nei panni di “Lupetto cittadino perfetto”. Perché prima della Iena Pif c’era solo Pierfrancesco Diliberto, un ragazzo che sognava di diventare regista a Palermo e che ha rischiato di fare l’assicuratore a Frosinone. Mentre dorme, (a mezzogiorno!) arriva una telefonata… che gli cambia la vita. Piffettopoli è il racconto di tante occasioni inseguite, di scelte cruciali e di incontri importanti, come quello con Zeffirelli. E poi il rovescio delle medaglia e la fatica di un quasi V.I.P., come le strette di mano di chi, per strada, avvicina Pif perché lo ha riconosciuto… forse! E la vita mondana? In discoteca gli offrono cocaina ma lui continua a preferire l’aranciata. Gossip? Pif è stato un top model, un fidanzato della Canalis, un leghista orgoglioso e un coraggioso accusatore di Andreotti. Non ci credete?

PIFfettopoli

Le fatiche di un quasV i. € 0

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www.zero 91 .com

zero 91

I.P

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Foto in copertina e retro: © 2007 Giuseppe Castrovinci

Piffettopoli, le fatiche di un quasi vip  

Il libro di Pierfrancesco Diliberto edito dalla zero91

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