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Vitobenicio Zingales

DA MEZZANOTTE A ZERO

Vitobenicio Zingales (Palermo, 1963) lavora in prefettura dal ’92. Si è occupato di vittime delle criminalità organizzata e di tossicodipendenze. È stato coordinatore della scuola per criminologi del Centro Internazionale di criminologia. Ha pubblicato per Ibiskos Là oltre i campi di Sfaax (con cui ha vinto tre primi premi: Ibiskos Empoli, Trieste Altamarea e Padus Amoenus Parma); per edizioni Clandestine Cosa di noi e per Armando Siciliano Editore Il truccatore dei morti. È sceneggiatore e regista. Jesse è l’Harley con cui ha solcato le strade più importanti d’Europa. in copertina foto © zero91 s.r.l. retro di copertina: Vitobenicio Zingales © Martina Zingales grafica: zero91 s.r.l. scarica il brano ufficiale gratuitamente e legalmente da: www.combostudio.it/dmaz/ OthelloMan – Da mezzanotte a zero – Theme

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Vitobenicio Zingales

DA MEZZANOTTE A ZERO

ISBN 978-889538120-6

€ , 15 00

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788895 381206

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Palermo, Borgo Vecchio. Thomas Giuliani è un commissario della omicidi. Quasi ogni mattina lascia che il rasoio di Filippo Bonanno gli lisci le guance in una bottega di barbiere benedetta dagli sbirri e dalla mafia. Sono gli ultimi giorni di servizio per il commissario Giuliani ma il suo telefono non cessa di squillare. Tra la munnizza, un ragazzino ha trovato il corpo di una donna. Violentata, sodomizzata con una bottiglia di vetro. Una lama le ha spento la vita. Una morte da buttana. C’è un cadavere che aspetta Giustizia e la Giustizia corre dietro a tre Drughi, dei malacarne che hanno consacrato la loro vita alla violenza. Thomas Giuliani è la sintesi di una Palermo piena di ombre mai esplorate, di ghetti periferici e di vite consumate sull’asfalto tra le disillusioni e la precarietà degli affetti. Da Mezzanotte a Zero è il tempo del dolore e di una vendetta consumata negli angoli bui di una città livida.


Vitobenicio Zingales

DA MEZZANOTTE A ZERO

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Da mezzanotte a zero Copyright © 2010 Vitobenicio Zingales Copyright © 2010 zero91 s.r.l. Viale Molise 51 20137 – Milano Stampato in Italia Prima edizione: settembre 2010 ISBN 978–88–95381–20–6

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DA MEZZANOTTE A ZERO


A mio padre.


Da mezzanotte a zero

Il primo era stato un cane. Le sue zampe erano sporche. Più del suo alito. Il pelo era ricoperto da zecche grosse come fagioli. Il manto era a chiazze, in bianco e in nero. Quell’umido: un cane randagio. E il piscio, in bocca. Il secondo era stato un picciriddu. Portava il consueto sacchetto di munnizza, per il mucchio di merda sul solito lato del vicolo. La vide. Al posto dei vermi e dei surci. Fu bravo. Giudizioso e calmo. Un ometto di quelli. Uno toco. Nico, ma toco. Prese la mira. Una torsione, uno strappo e lanciò la munnizza in cima al mucchio. Rimase fermo, a guardarla. Istanti. Prima di tornare al suo piscio di un catoio, inaspettatamente, curvò la schiena, s’inginocchiò quasi e, con la sua mano, le sfiorò la guancia. Una mano. Lentamente la fece scivolare fino al mento, tirando via dalla faccia lo sporco del sangue e dell’umido. Il salato.

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Gli schizzi dei colpi. Alla fine scattò dritto sulle gambe. Una torsione, uno strappo, come nei precedenti atti, e corse via da quei resti. Dal suo ultimo pompare. Dal suo anelito di fine. «Mammaaa... mammaaaa... qua c’è una...» Si avvicinarono, prima in due. Un uomo e una donna. La donna ebbe un sussulto. L’uomo provò solo schifo. «Minchia, buttana è.» «Non è del rione. Buttana e polacca mi pare...» Era la luce, una dannata luce che si conficcava dentro e la scopriva. Nuda. E senza pudore. «Sì, buttana è. C’hanno scassato il culo... talìa che roba...» «Eccheminchia... e proprio qua la dovevano scaricare a ’sta merda!!!»

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Cumino’s gang.

Era stata una notte di caldo fottuto. Quello che ti fa a pezzi e ti spiega la vita in sole due parole. Quello che se non ti trova pronto, ti crepa all’istante, piantandoti i chiodi e mettendoti in croce. Quel caldo fottuto che i morti di fame, a Palermo, lo sanno a memoria, con quel minchione, isolano senso di resa. Salmastroso e d’asfalto. Una di quelle notti che te la trovi di sotto e di lato, come quando al primo stronzo malacarne non gli prende di tirarti alle spalle. Palermo. Di taglio e di fianco. Col caldo buttava la pioggia. A secchiate. Che piombavano da quel solito culo di un cielo. A cascate. Un mare di pioggia. Pioggia acida mescolata al passato. Pioggia bastarda mischiata ai rimpianti. Pioggia dannata, dritta, a schegge. Pioggia cattiva, punto. E le fogne che scoppiavano e i tombini che esplodevano stelle granate. Le strade come fiumi. Più che altro liquami di piombo e di merda a quell’ora. Fottuta acqua sporca.

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E ancora, città. Come all’ultimo sorso, dopo averne inculato almeno cento, nel fottuto pozzo del fegato. La macchina gli scivolava dentro. Ed era caldo insieme alla pioggia. Sul tetto, sui vetri e sul cofano veniva giù a schizzi, come colpi di special 38. As usual, bitch dirty water. Una tempesta di fango dal cielo. Obliqua, come le peggiori delle ritorsioni. D’isola d’acqua, cherosene e puttane. Il tergicristalli faceva il suo marcio mestiere. Sinistradestra, da un lato all’altro, sinistra-destra, un po’ come il mondo da una parte del cazzo all’altra del suo schifo buco in mezzo. A tempo. Flic, flac, flic, flac, flic, flac. «Sistemi nuvolosi si trovano in prossimità dell’Italia. Piogge all’estremo sud e in particolare sulle regioni tirreniche dove potremo avere qualche rovescio e qualche temporale. La perturbazione di breve durata sarà accompagnata da vento forte di tramontana, pioggia, lampi e tuoni. Valori notturni in aumento.» A tempo. Flic, flac, flic, flac, flic, flac. La macchina. E la sua geometrica prospettiva sul viscido catrame e incontro allo stronzo battere dell’acqua. La solita maledetta tigre a quattroruote. E dentro, gli emeriti “vecchi” bastardi. Alfa, Beta e Omega. Tre figli di puttana. Tre maledette ombre nella notte. Tre gocce sporche di pioggia acida. Predatori nel buio. Alla ricerca. Famelici, in nero.

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«Ecchecazzo di pioggia...» «Pioggia fottuta e con ’sto caldo di merda... proprio una pioggia puttana...» «Cosa di starsene ficcato a casa e spararsi una sega.» «Frocio... tu le pippe te le fai pioggia del cazzo o scirocco di merda che sia...» Nella notte le strade. Che portano e conducono. Attraversano e separano. Penetrano, inghiottono e scopano. Redimono e uccidono. Nella notte. Nel nero le strade facilitano quello che tutti chiamano destino. «Cazzo Alfa... sbaglio o quella minchia di un cristiano è un vecchio di merda...» «Ma chi... dove?» «Quello là... proprio quello stronzo in fondo alla strada...» «Ma che minchia ci fa a quest’ora del cazzo...» «Facciamocelo!» «Sì... a ‘sto coglione la boccia ci dobbiamo fare!» «Tutti d’accordo fratelli?» «Cristo Santo: fottiamolo!» Flic, flac, flic, flac, flic, flac. Mettiamola così. As Usual, bitch dirty water. E in un sorso, la vita.

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Lei.

Flic, flac, flic, flac, flic, flac... Alle 3 e 15 i miei occhi non avrebbero dovuto. Eppure a quell’ora la mia vita dipese da ciò che essi vollero dal mondo... «Cazzo, fermi, bastardi... lasciatelo!» Di notte. Quella notte. Dal suo party. Uno dei soliti funky convention. Uno di quelli che prende. Con la birra e la coca, la very crazy music e il movimento giusto che ti alza il morale dal fondo delle suole. Niente male per una outbound che per pagarsi tasse e pigione si sbatteva la vita dalla mattina alla sera. «Buongiorno gentile signore. Sono Anna della Gestore Mobile 1+. Avrebbe solo un paio di minuti del suo tempo da dedicarmi? Sì? Bene, gentile signore. La terrò pochissimo al telefono. Lei è il signor Mancuso Luciano?» Non aveva scollato il culo dalla sua postazione. Non avrebbe respirato un’aria diversa dal gelo forzato al terzo piano di una di quelle villette “liberty cazzo che figa!”. Non avrebbe fatto altro. Dalle 8 punto 30 del mattino.

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Fino a quando non avrebbe faxato, al “mega” del 4°, copia del contratto firmato. Fino a quando non avrebbe alzato almeno un paio di pallemosce in “griglia”. «Solo poche domande. Lei è nato a Palermo il 25 ottobre del 1968? Bene, un periodo straordinario per le masse studentesche del tempo. Come dice? Lei è un operaio? E allora è un autentico figlio della rivoluzione. Posso chiederle da quanto tempo ha stipulato il contratto con Gestore Mobile 1+? Da cinque anni? Ma lei è uno tra i più fedeli e longevi fra i nostri clienti.» Una outbound si lavora il mondo in uscita. La “macchina” aveva la sua lista e Lei la sua brava stronza griglia aziendale. Implementare il portafoglio clienti, alzare saluti e convenevoli come da codifica in teamworking. Condurre il gioco per un fisso orario più provvigioni come da contratto a progetto. Più clienti uguale più gratifiche sulla busta paga sifilitica. Lei era una signora outbound da dieci lunghissimi anni. Outbound per il suo inamidato e caraibico trainer del quarto piano che alzava tanta grana in un mese quanto il PIL annuale di uno dei suoi servi in cuffia. Ma Lei non poteva farci nulla. L’Olimpo a guadagnarlo non è roba da poco. È prospettiva pura. Al top c’è Dio, poi ci sono gli angeli e alla fine, in fondo alla graduatoria, ci sono i santi. Al di là di questi c’è la merda dei sotterranei che risale dagli scoli fino a pressurizzare l’aria di uno fra i tanti trenta metri quadri d’inferno smaltato di bianco. Pareti candide, verticali divisori in fòrmica, a pois, girevoli e anatomiche

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sedie in stoffa, tastiere, schermi in lcd, adattatori e touch screen. «Sa che, dopo cinque anni dalla stipula il cliente ha diritto a una serie di bonus? Cosa sono i bonus? Semplice. La riduzione dei costi e l’ingresso in fascia arancio. Già è in fascia arancio? Bene, ma come vedo in maschera, lei, gentile signore, non è in fascia arancioviola. Cos’è? Presto detto. Zero cent alla risposta, Gratis 24 ore Mobile 1+ verso fissi e mobili e in più il navigare gratis dall’ultimo nostro integrato.» Da dieci anni in cuffia. In stereo, in mode, in digitale, con lo spinotto in entrata e la sua anima in uscita. Dentro l’open space, una camerata laccata di bianco, trenta metri quadri di aria compressa e d’infamia pressurizzata. «Cos’è l’integrato? È uno splendido GPRS, General Packet Radio Service. Tecnologia che aumenta la capacità di trasmissione dati delle reti di telefonia mobile digitali. Come funziona? Tramite la commutazione di pacchetto, ovvero divide i dati in pacchetti che vengono spediti separatamente per poi ricongiungersi una volta a destinazione, come avviene su Internet.» Cinque unità operative a garantire il casino e l’inferno. Fax, joystick, stampanti, localizzatori di celle. Un rock and roll stampato nel culo di chi si trova a tiro. «Se è veloce? La velocità del GPRS, rispetto a un normale collegamento GSM, è molto superiore, visto che – con questa

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tecnologia – si utilizzano diversi time slots dei canali radio presenti nella BTS, con i quali si possono raggiungere, in teoria, mio caro signore, velocità massime di 171.200 kbps.» Dieci colleghi che “doveva stare attenta a non dargli le spalle”, più il team leader che la marcava e andava in tackle di brutto fra palle e stinchi se lei era “fuori o in para” per più di un minuto spaccato. «Se è sempre connesso? Ma certamente, i cellulari GPRS sono sempre connessi alla Rete, anche per questo la tariffazione è differente rispetto a un sistema a commutazione di circuito, quale il GSM. L’integrato è il Nokia 8800 e lo offriamo in promozione fino al 31 di dicembre al prezzo di soli cinque euro al mese, in comodato d’uso. E non finisce qui.» Voci metalliche e umanità liofilizzate per alzare quel minimo sindacale e oneri sociali, per sbatterti il traguardo del fine mese del cazzo. Per un contatto realizzato centesimi venti; per un contatto realizzato e chiuso centesimi ottanta di gratifica. «Considerato che lei, signor Mancuso, è fra i clienti inseriti nella top class, potrà usufruire dell’offerta “film for you five al mese”. Le pare ottimo? Bene, se adesso... come dice? Ho una bella voce? Grazie signor Mancuso, lei è veramente gentile. Se adesso è così paziente da rispondere ad alcune domande poste dal nostro computer...» In attesa.

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Uno, due, tre secondi... alla fine sul suo monitor era apparso il led che si riempiva di rosso. Il sega aveva risposto positivamente a tutta la codifica. Applausi. Il led li mandava in automatico. Registrati, ma quella mattina erano solo per Lei. Il “call” si era fermato un istante, come da ACV contrattuale. Dalla fòrmica che divideva il suo mondo in piccole attutite cellette, erano emersi i suoi stronzi compagni. Un istante, «brava...», un attimo, poi erano tornati invisibili. Il nemico era fottuto, l’azienda batteva cassa e Lei aveva rimediato l’insopportabile pacca sulle spalle da parte del suo team leader e un invito a quel party da sballo. Organizzato “da chi” non era stato mai un problema, organizzato “come” lo si sente in giro, prima di stampare ocappa, ci sto! La casa era nel centro storico. Una di quelle “cazzo chissà quante stanze, chissà quante terrazze... soprattutto chissà quanti cessi in quei trecento metri quadri di megapparta tutto parquet, stoffa e portiere di notte”. Due sciabole di scale che arrampicavano praterie di sogni dannatamente borghesi. Con attico mansardato, ettipareva... Al centro, proprio in mezzo alle chiappe della città. Era lontano una cifra dai souk del Cassero e dalla merda delle periferie puzzolenti e fottute. Il party era a invito. Ma qualcuno, come sempre, che al contrario porterebbe sfiga, s’imbucava alla grande. Eppoi di “butta” ce n’era uno solo che a fotterlo c’era voluto soltanto uno schizzo. La gente era la solita che si vedeva in giro. Tutti “anta” superati di un piscio, ma con quella santa voglia di sbattersi e silurarsi il cranio fino in fondo e senza concedere sconti a nessuno. La cosa funzionava semplice. Bastava beccare il giro giusto

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e si stava alla grande senza andare più in sclero per gli anni che avanzavano. Bastava un gancio e si entrava nel film. Il gancio ti presentava allo stronzo che faceva parola al compare che ti fiondava nella cremina che smanettava la vita alla grande. Lei sapeva che quando ci stavi dentro e inchiodavi il giro che conta, la regola che dovevi stamparti a memoria era sempre la stessa: «non mollarti subito», ma non fare la difficile della serie «ce l’ho solo io crema gusto al frappè». Se avesse beccato bene, se avesse avuto lo sgamo buono, ecco che sarebbero arrivati alcol e una cifra di megaparty di sotto al culo della luna. E Lei avrebbe dimenticato chi era. Paternità e occupazione comprese. Nel prezzo ci stava il pestarti brutto o la serata andata storta per una partita di bianca tagliata male, ma se avesse filato giusto la trama, si sarebbe goduta lo spettacolo fino ai titoli di coda senza panico, né una virgola di nausea. Così, liscio! Possedere due tette e due cosce niente male fa la fottuta differenza, stampare parole con un minimo di senso ti apre il Nirvana... ed è fatta: sei soul. Senza te il party si fotte e il movimento non gasa. Questo Lei lo sapeva bene. Il carburante era la coca, sacrosanto sputato, ma se non ci mettevi qualcosa di tuo nel piatto, tutta la cosa valeva quanto una scopata serie maionese schifa. In due parole: non è solo tirare e sclerarti, è massacrarti tenendoti quel tanto giusto fuori. La festa le si era appiccicata all’ombelico della vita. Avvinghiata a ogni pezzetto di nota funky. Dal profondo pesto della notte alle prime schife luci dell’alba. Col cranio fracassato dalle casse e dalla meglio coca sulla piazza. Il

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movimento era quello dei signori ghiacciai all’inferno, girando a sinistra, senso unico e poi stop. Al quinto piano di una palazzina niente male, “cazzo che figa” e contorni. E Lei era compresa nel prezzo. Nero d’Avola e Salaparuta frizzante, dentro a calici di vero cristallo di Boemia. Solo un pelo sotto al superloft del Dio onnipotente! «Torniamo in pista?» «In culo... pestiamoci alla grande!» «Aspetta... mollami un po’ di cipria che mi fa signora...» «E che signora... ti amo baby...» Flic, flac, flic, flac, flic, flac... Era presto. È sempre presto ai funky party. Ma era tardi. Una manciata di minuti alle tre. Il mattino dopo sarebbe dovuta ancora andare in scena con l’anima in cuffia. Stronzetta sclerata di notte, outbound nelle mosce ore di giorno con taglio pizza e brasileiro café. Sarebbero bastati solo un paio di secondi. Solo un infame pugno di secondi per non essere qui, ora, a girarti la mia storia. Atroce casualità. Quel calice in più, quel mix caraibico che gira nel cranio, quel tiro di coca in bagno, quel giusto mischiarsi alla gente, quell’argomento che tira per essere al passo, quell’ultimo “nero” da fumare in relax. Alla fine due sciabole di scale. Le rampe e i suoi fottuti scalini. Uno alla volta, perché fa bene a quei dannati regoli di grasso. Istanti. Come fottuti scalini. Uno alla volta. E sei dentro alla storia. Lo stronzo destino? Gli dei? Semplicemente, una strada nel buio di quel dannato catrame. Una città al metallo. Kerosene fottuto. Dal sotterraneo dei suoi occhi, come

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fosse un accenno di merda al futuro. Nel tempo delle dediche. Ma era là. Cento metri più indietro. Cinque isolati soltanto. Fra i suoi occhi e il respiro di quello squarcio di unto misto a nafta. Puzzolente, oleoso. «Cazzo, fermatevi, lasciatelo!» Lei vide un uomo, pestato da tre fottuti bastardi. Eppure era ancora sbattuta dai Flatmode Boys Funky. La coca pestava bene e il pakistano girava che era un aereo. Lo sbattimento sarebbe durato per chissà quanto e per chissà come. Indossava con orgoglio il completo “mi sento troia per una notte” e lo scarpino “ti schianto lo spillo in bocca”. Era via dal “trecento metri quadri” da pochissimi istanti. Quelli giusti. Quelli che sono sufficienti a startene là in mezzo quando la storia richiede il tuo culo. Aveva rimediato, dal portiere sessanta suonati sclerato, uno di quei “buonanotte” che se non è “buonanotte signora”, suona in tondo al falloppio “buonanotte puttana!”. Diede atto allo schiavo in grigio e stemmino che aveva avuto buon gusto e lo salutò col medio che simulava togliersi una gobba e uno sfizio dal naso. Saranno stati venti o trenta passi. Più o meno quelli. Tante quante sono le stronzate di una vita che vorresti metterti alle spalle. «Cazzo, è solo un vecchio... lasciatelo!» Due stronzi. Tre stronzi. I soliti. Magari fatti, di “robabuonaunoschifo”. Un vecchio coglione. Magari in pensione. E i suoi occhi avevano sbattuto sulla solita rapina infame. Due diretti sul naso. Gli avevano aperto la bocca... Altri calci. Allo stomaco. Sanguinava.

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Non avevano trovato nulla e si erano fatti più selvaggi, più bestie. Gli spappolarono l’occhio, gli aprirono il mento, gli spaccarono le costole. Ma non gli stopparono il cuore. A quell’ora, tic, tac, tic, tac, ad attendere Lei, ecchecazzo. Una rapina. Il solito coglione in mezzo. E la solita stronza che fa tardi alla sera. Et voilà. Tic, tac. «Pronto, pronto... sì...» «Centotredici, sala operativa. Buonasera, prego signora.» «Una rapina... qui... davanti... tre stronzi...» «Si calmi signora... Vuole essere così gentile da dirmi dove si trova?» «Come caz... sì, mi scusi, via...» «Vuole ripetermi il nome della via, prego?» «Certo, ma fate in fretta... via...» «Posso chiederle se la vittima è una donna o un uomo e se lei è ferita?» «Io sto bene... un uomo... un vecchio, è un povero vecchio.» «Pronto signora, mi scusi... è ancora in linea?» Click. «Signora, pronto... signora.» Era caldo. Svuotato di tutto. Appariva tutto al rallentatore. Perfino la luna. La notte si godeva la scena, dritta all’angolo, appoggiata al solito piscio di muri fra scintille di cagne e sagome di ramarri notturni. Solo ingredienti algebrici. Tre contro uno. Una somma che equivale sempre a un perfetto zero.

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Algebra impossibile. Sottrarre è complicato. Meglio badare ai propri cazzi e a quei mucchi di sogni alzati in centoventi comode rate. «Aiuto... aiutooo, aiutatemi!!!» Grida. Un acuto. Che è il solito che senti dalle tapparelle abbassate. Dal silenzio degli occhi. Un grido che fa il giro dell’isolato e ritorna violento in fondo al palato, nel vortice compresso della gola. Agli occhi. I soli che ascoltano. Un grido che si mischia al rombo dei semafori giallo lampeggianti e ai fischi acerbi dei bus troppo vuoti, troppo ciechi per essere in città a quell’ora. Sola. Sola per essere vero. Per essere vera. Sola, col suo grido affogato nel terrore di galleggiare nel torbido di una brutta storia e scaraventata dalle trombe di un cielo troppo basso per credere d’esserci dentro... alla storia. La sentì soltanto pulsare dentro. Un lato della storia che soffoca nella gola di una città senza pareti. Deserti che sono solo deserti. Dune di nero che finiscono nel buco affamato delle più avide fogne. Meglio rientrare. E chiudere i vetri. Mentre tre ombre si avvicinarono a Lei. Tre contro una. Una nuova somma algebrica uguale allo zero. È il destino. E qualcuno decide per te. Dopo c’è sempre qualcuno a decidere per te.

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Divinità e gladiatori.

«Commissario, buongiorno!» «Buongiorno Filippo.» «Ma la prego... s’accomoda che faccio portare due belli espressi dal ragazzo.» Una grande vetrata. Un verde di tendine a giro. La vecchia insegna, Premiata Sala Bonanno, in lamiera e vernice. E il campanello squillante con la porta che strusciava il metallo. La sala da barba. Il regno di Filippo Bonanno che il commissario Thomas Giuliani frequentava da venticinque anni. «Grazie, grazie Bonà. Aspè... vediamo che ore sono. Ma sì, eccivuole proprio.» In quei giorni era presto per tutto. «Si mette seduto comodo commissà, che faccio l’ordine!» «Là fuori si crepa e manco sono le otto!» «A chi lo dice commissà. Si rilassa, però... c’ho la condizionata che ci viene il cuore. Quando è così caldo, ringrazio il Padre Eterno che c’ho il mio buco.» Filippo Bonanno ne aveva viste di cose. Da quella sala da barba, anni prima, era passata la storia. Cose di mafia. E di sbirri. Di onore e sacra dignità. Di sangue, tradimenti,

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imboscate e pallottole. Cose di altri tempi. E se fossero quelli i “bei tempi” bisognerebbe chiederlo ai suoi capelli bianchi e a quei chili di troppo. Se tutta la cosa fosse dipesa da lui, quei lontani giorni li avrebbe appiccicati al muro, in bella mostra, e vaffanculo a quel futuro che s’andava fottendo nella mente di quella nuova picciottanza. Picciotti senza cuore e senza alma. Malacarne con quattro fili di barba che si sentivano i padroni del giorno e della notte. Alcuni li conosceva, erano cresciuti in quelle stesse strade dietro un pallone rubato. Vite piccole e senza futuro. Non si muovevano mai da soli, come a cercare forza nei multipli. Il commissario Thomas Giuliani aveva sempre vissuto all’Arenella. Aveva conosciuto i padri e forse pure qualche antenato recente di quei malacarne. Gli sembrava che, in fondo, niente fosse cambiato e che anche il pallone rubato fosse sempre lo stesso. Pure il locale di Filippo Bonanno era rimasto tale e quale a quello che era stata, un tempo, la bottega di suo padre Rosario. Tale e quale. Come i suoi “ferri”. Spazzola, forbici e pettine. La sua arte era una specie di elzeviro, un apologo che non ammetteva commenti, neppure al più incallito dei chiosatori del cazzo. Tosava cristiani e picciotti da chissà quanti anni. Gniutticava stracci, tovaglioli, salviette, asciugamani, quadrati come il ripetersi del mare su quelle scaglie di pietre all’Arenella. Rapava picciriddi, picciotti, vecchi, cristiani lesti e pure minchioni, a mano libera e sentendosi ispirato. È che il mestiere ce l’aveva nel sangue e, come si nasce sbirri, si nasce varvieri. Così gli diceva sempre il commissario Giuliani. E Filippo radeva, accorciava, spuntava. Pennellava, pizzicava, sciacquava. Ma era con le forbici

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che tutta l’arte veniva fuori. Il suo tocco primeggiava per unicità e maestria esemplari. E non erano solo il ritmo e quella cazzo di velocità. Si sentiva che c’era dell’altro. Thomas Giuliani solo su quella sedia dimenticava di essere uno sbirro, si perdeva tra il battito incalzante e le pause misurate, tra il movimento delle lame che percuotevano il pettine al taglio perfetto di un singolo pelo. E poi erano i passaggi radenti tra le nari, le incursioni estreme tra lobi e padiglioni o quel battere a vuoto che segnava l’inizio di una nuova rappresaglia, zac zac zac. Di punta e di taglio. Dritto e di sghembo. A carambola e di traverso. Che musica! Dall’inizio alla fine. Da quando Giuliani si inchiodava sulla pelle della girevole cromata, fino all’ultimo “tocco ispirato”. L’ultimo passaggio. La firma. Lo schiocco finale. La perfezione sul pelo. Bonanno dedicava al cliente tutto il tempo necessario, senza fretta. Capitavano, e raramente, giorni di “stanca”, ma se desideravi l’arte di Bonanno Filippo potevi solo affidarti o alla fortuna o alla prenotazione per tempo. E il bello era che per ogni cliente era uno spartito diverso. Che si fosse trattato d’accorciare il pelo o di lisciare baffo, barba e basetta. E l’arte, ancora oggi, in quel posto vibra come non mai e con lo stesso ardore con cui l’amante maschio firrìa per il solito schiacciante disio: “coprire” la femmina. «E bravo commissà... ha preso un giorno?» «Bonà: una settimana... una settimana ancora e poi mi mettono in pensione.» «Minchia! Alla vostra età?» «E quando avrebbero dovuto? Altri due giorni in più e per lungo mi ci mandavano...»

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«Ma che dite...» «Bonanno: minchione sarò, ma rincoglionito no, proprio no.» «E chi lo pensa un cornuto è. Senza offesa... solo cornuto!» «Già... cornuto.» «Commissà, visto che ci sono... ce la posso fare una preghiera?» «Filì... per le preghiere, all’Acquasanta dovete andare. Vi confessate e c’avete il biglietto pagato.» «Ma no, che una cosa piccola è.» «E pregate allora, pregate!» «Sa... è per via di quello scassaminchia di mio cognato...» «Il tunisino?» «Il negro.» «E allora?» «C’è scaduto il soggiorno.» «Sì, il soggiorno... e magari anche la camera da letto.» «No, no... che avete capito. La camera da letto è a posto. No, no... volevo dire che c’è scaduto il soggiorno per restare a Palermo.» «Bonà: si chiama permesso di soggiorno!» «E allora? E che vi avevo detto io? Quella minchia di permesso è scaduto da un mese.» «Vabbè, lasciamo perdere. M’informerò oggi stesso. Le leggi cambiano, ma per i rinnovi è il solito bordello. Vi farò sapere...» «Grazie commissà, voi sì che siete un signor galantuomo.» «Sì, sì... un galantuomo. E allora? ’Sta spuntatina?»

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«Agli ordini. Ragazzooo... tovagliato fresco al Signor Commissarrio, preeego!» Come sempre, tra le girevoli, da quel momento avrebbe potuto starci di tutto. In un verso o nell’altro. Dalle questioni di corna alle piccole vertenze fra amici, dalle cose di sangue alle solite piccole preghiere, dalle sonore consuete minchiate all’ultima da prima pagina che aveva sconvolto il mondo. All’Arenella quel piccolo pertugio era l’unico spazio consacrato da santi e diavuluna, da sbirri e dalla mala. Fra le quattro girevoli non c’erano steccati o frontiere. La premiata Bonanno non era concessa a infami e pervertiti. E l’ingresso era vietato soprattutto a femmine e froci. «Le prime distraggono arte e clienti – così diceva Filippo – e se non possono proprio farne a meno, entrano, salutano, dicono e via. I secondi offendono Dio e la Santa Romana Chiesa e devono, sempre e comunque, andare arrasso.» Nella sala da barba si consumavano le ore migliori della giornata, qualunque fosse il tenore della discussione. Se ne potevano sparare di grosse o custodire quei racconti come se ci fosse il prete in confessionale. Prima e al di là della storia personale di ciascuno e della sua “appartenenza”, lì in sala, prima d’ogni cazzo di cosa, chi entrava era il Cliente. E ancora oggi, come cinquant’anni fa, là dentro è un fatto. Santo e sputato. «Sbaglio o qualcuno s’è lamentato di quattro estranei al rione...» «Non sbagliate. Tre finocchi dentro a una di quelle cazzo di macchine esagerate.» «Estranei? Di passaggio?»

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Vitobenicio Zingales

«Estranei sì, ma al rione... diciamo da più di una paiata di settimane.» «Alla tonnara?» «Non proprio, ma su per la strada a fianco. Sì, di fianco, quella che va al porto.» «Magari passano il tempo a occhiare le signorine. E voi niente sapete dirmi?» «Commissà: io dentro alla mia sala sto. Vedo solo gente che entra e cristiani che escono. Magari entrano in un modo e ne escono in un altro, ma sempre e solo “paesani” che appartengono al rione. Come nella vita commissà: si nasce in un modo e si crepa, magari, in un altro. Però se la cosa vi sta a cuore, ci posso buttare una voce e farvi sapere. Ma ricordate, oggi è il 17 d’agosto e di forestieri ce ne sono a quintalate.» «Già, ci sono più turisti che borghitani. Voi comunque fatemi sapere...» «Servo vostro, commissà...» Quando si congedarono, là in strada, era già dannatamente caldo. Qualche grado in più da quando lo sbirro aveva infilato il suo tratto d’asfalto. Sentì l’umido dentro alle vene e con l’umido tutto l’inferno. Desiderò uno di quei bicchieri d’acqua e zammù, uno di quelli preparati a mestiere, uno di quelli che solo da Tony Anice potevi acchiappare. Inforcò i suoi occhiali da sole, sistemò la Beretta in fondina e lentamente riprese il suo breve filo di pece. Sentì l’elettricità. Quel “tipo” di elettricità. Qualcosa di forte che lo prese dall’interno. Una specie di brivido in vena. Come quando arriva una nota dalla centrale.

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Da mezzanotte a zero

16 agosto, dal mio Comix.

Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il signore Dio. Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve. Ora penso a quegli sbirri infami e mi viene la solita para alle palle. Prima è il prurito forte e poi, chissà da dove là dentro, mi viene duro come quando alla tipa ci butto l’occhio fra le tette. Forse perché io a una non me la sono ancora alzata con la lama. Oppure è questa cazzo quattro ruote del cazzo che s’allunga dentro a questi sciami di merda di vicoli. Filanti, come intermittenze fottute che girano fra puttanai e confini. Me li farò, eh sì, me li farò eccome. Frocio di un mondo bastardo. Ma ecco. Le luci sono quelle. Tutto gira a palla. Eccheminchia,… il movimento è proprio a un tiro dal mio uccello.

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Vitobenicio Zingales

DA MEZZANOTTE A ZERO

Vitobenicio Zingales (Palermo, 1963) lavora in prefettura dal ’92. Si è occupato di vittime delle criminalità organizzata e di tossicodipendenze. È stato coordinatore della scuola per criminologi del Centro Internazionale di criminologia. Ha pubblicato per Ibiskos Là oltre i campi di Sfaax (con cui ha vinto tre primi premi: Ibiskos Empoli, Trieste Altamarea e Padus Amoenus Parma); per edizioni Clandestine Cosa di noi e per Armando Siciliano Editore Il truccatore dei morti. È sceneggiatore e regista. Jesse è l’Harley con cui ha solcato le strade più importanti d’Europa. in copertina foto © zero91 s.r.l. retro di copertina: Vitobenicio Zingales © Martina Zingales grafica: zero91 s.r.l. scarica il brano ufficiale gratuitamente e legalmente da: www.combostudio.it/dmaz/ OthelloMan – Da mezzanotte a zero – Theme

www.zero91.com www.zeta184.blogspot.com

Vitobenicio Zingales

DA MEZZANOTTE A ZERO

ISBN 978-889538120-6

€ , 15 00

9

788895 381206

zero | 91

Palermo, Borgo Vecchio. Thomas Giuliani è un commissario della omicidi. Quasi ogni mattina lascia che il rasoio di Filippo Bonanno gli lisci le guance in una bottega di barbiere benedetta dagli sbirri e dalla mafia. Sono gli ultimi giorni di servizio per il commissario Giuliani ma il suo telefono non cessa di squillare. Tra la munnizza, un ragazzino ha trovato il corpo di una donna. Violentata, sodomizzata con una bottiglia di vetro. Una lama le ha spento la vita. Una morte da buttana. C’è un cadavere che aspetta Giustizia e la Giustizia corre dietro a tre Drughi, dei malacarne che hanno consacrato la loro vita alla violenza. Thomas Giuliani è la sintesi di una Palermo piena di ombre mai esplorate, di ghetti periferici e di vite consumate sull’asfalto tra le disillusioni e la precarietà degli affetti. Da Mezzanotte a Zero è il tempo del dolore e di una vendetta consumata negli angoli bui di una città livida.


Da mezzanotte a zero  

Palermo, Borgo Vecchio.Thomas Giuliani è un commissario della omicidi. Quasi ogni mattina lascia che il rasoio di Filippo Bonanno gli lisci...

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