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Ing. navale Giordano Zahar

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PREFAZIONE Mi sembrò di essermi svegliato in un altro mondo alla fine della quarta classe elementare, quando mi accorsi che nella pagella si era introdotto un nuovo termine di condotta: un »affattoinsufficente«. Durante l’anno, a scuola era andato tutto bene, senza sintomi di una simile catastrofe. Mio fratello di tre anni più grande di me, pur essendo molto bravo a scuola, aveva vissuto l’anno precedente la stessa sorpresa. In un giorno di primavera, probabilmente una domenica quando mio padre era a casa, venne a casa nostra il maestro della scuola elementare in una divisa semimilitare, e offrì a mio padre la tessera del partito fascista e la famosa spilla PNF. Mio padre non accettò nulla e per noi ragazzi l’esito era veramente catastrofico; il maestro andando via, lo minacciò delle conseguenze: ”I tuoi figli faranno barba griggia a scuola con me!”. L’artista Černigoj che allestiva i saloni delle navi passeggeri, teneva mio padre come assistente. Nel 1938 nel cantiere scoppiò la grande purga, si sospendevano gli allogeni. Sospesero anche Černigoj e mio padre venne trasferito su altri lavori nel doppio fondo delle navi o sulla cima della gru URSUS. L’ anno seguente a scuola avvenero dei cambiamenti. Morì la moglie del maestro che diede le dimissioni e ritornò alla sua nativa Ronchi dei Legionari. Alla fine dell’anno scolastico si fece vivo per consegnare il premio ”Dante Alighieri“ per il migliore compito in italiano. Con mia grande sorpresa lo consegnò a me, come se volesse scusarsi per il suo strano comportamento nei confronti della mia famiglia.

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Il premio bastava per un mio primo vestito, niente più calzoni corti ma solo calzoni alla zuava. Il vestito mi serviva per andare all’esame di ammissiome alla scuola media. Quel giorno mi vide la mia maestra della prima classe elementare e mi disse: “Iscriviti al nautico, un giorno sarai tecnico navale” Questo consiglio mi è rimasto come un segno del destino per tutta la vita. Superai bene l’esame di ammissione, pur venendo da una scuola elementare di periferia. Quando andai a iscrivermi alla prima media respinsero la mia domanda, visto che ero alloglotta, e mi consigliarono di trovarmi un lavoro presso un buon muratore. Così sarei stato soddisfatto per tutta la vita. “La nostra scuola deve rimanere per i nostri figli!”

PREMESSA Il giorno 15 marzo 1945 quando Giuseppe Gueli mi condannò a morte in Risiera, iniziai a scrivere il mio DIARIO. Dovevo lasciare una testimonianza, non storica, ma di vita come è stata veramente vissuta. Mi sono sempre preoccupato di raccontare solo la verità!

CARO LETTORE Questo libro non è un romanzo scritto da un artista pieno di parole d’amore e romanticismi! E’ solo un diario in cui di solito deponiamo notizie e opinioni del momento come in un magazzino di idee senza badare troppo alla sintassi e all’ortografia! Si parte da una data e si rispettano le opinioni altrui.

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PRIMA PARTE

I MIEI GIORNI DI RICORDO PRIMA: “UN PO’ DI SLOVENO” POI: “CHIODI E FIAMME!” DAL DIARIO DI UN TRIESTINO ABORIGENO Ing. Navale Jordan Zahar – Giordano

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IL PRIMO dei miei giorni di RICORDO LA GRANDE ADUNATA 10 giugno 1940 Fin dal mattino presto la grande piazza del paese era in subbuglio. Si preparava il palco: arriverà il Federale e altri ospiti eccellenti dal Comune e da Trieste. Parlerà il Duce. L’ oste era disperato, perchè doveva allestire la radio con l’altoparlante. La sua era l’unica radio in paese. L’attivista fascista locale, volonteroso e pronto all’azione, raccoglieva i contadini sparsi per le campagne e li spingeva verso casa. Dovevano pulirsi e indossare l’abito migliore. In piazza si era ammassata molta gente. La radio trasmetteva la “Giovinezza” e la “Faccetta Nera”. D’un tratto la musica cessò e si sentivano i forti rintocchi della grande campana di San Pietro. A Roma, in Piazza Venezia, davanti ad una folla “oceanica” il Duce, soprafatto da una folla oceanica, dichiara la guerra alla Francia e all’Inghilterra. I contadini ritornano ai loro lavori nei campi. Non c’era alcun entusiasmo. Si sapeva che sarebbero arrivate le tessere annonarie, che il caffè di mattina non sarebbe stato più dolce e che il pane sarebbe stato razionato. I genitori erano avviliti, si attendevano le chiamate alle armi. Molti avevano già vissuto la guerra e sapevano che si avrebbe atteso le notizie dei caduti. C r e d e r e o b b e d i r e c o m b a t t e r e, era una cosa seria. I militari porteranno via dalla stalla il migliore giovenco per il raduno dell’esercito. Mio nonno, un “Carsolino” duro, ha i suoi dubbi (da giovane aveva marciato con il generale Radetsky). Mussolini ha dichiarato la guerra alla Francia? La Francia ha dato all’Italia le vittorie

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risorgimentali! L’Antanta ha fatto all’Italia infinite promesse se agredisce l’Austria. Quelle promesse valgono ancora?

IL SECONDO dei miei giorni RICORDO IL GENERALE M. ROBOTTI VA A LUBIANA TRIESTE 6 aprile 1941 Il mattino prometteva una bella giornata di primavera. Non presi il tram per andare a scuola risparmiando così un cinquantino di lira quanto costava il biglietto verde andata e ritorno del tram. La città sembrava in festa. All’angolo del Largo Malta e il Corso Vittorio Emanuele Re d’Italia e dell’Albania, Imperatore dell’Africa Orientale, la grande libreria Moderna aveva tutte le grandi vetrine tapezzate con libretti nuovi che recavano il titolo: ”UN PO’ DI SLOVENO” Anche sulla strada verso scuola tutte le librerie avevano quel libretto esposto nelle vetrine. Con il soldino risparmiato comprai lo strano libretto. Arrivato a scuola, lo mostrai al mio collega che era niente meno che il figlio del generale Robotti. Un pò disabile, portava sempre la “pelerina”. Si mosse appena e disse: ”Questi libretti li ha regalati mio padre ai suoi soldati che stanno andando a Lubiana. Il libricino ha in fondo un vocabolarietto italiano – sloveno e sloveno – italiano, affinchè i nostri “amici” sloveni e i nostri soldati possano scambiarsi qualche parola”. Io non sapevo niente di queste “amicizie” e la presenza di questo libricino “Un pò di sloveno” mi sembrava come la presenza di una testa “suina” in una chiesa mussulmana. Colpa dei nostri padri che tornati a casa dalla “vittoria di Caporetto” (come avevano capito loro) subirono il poco amichevole comportamento degli occupatori italiani della nostra “Küstenland”, ora la loro Venezia Giulia, da

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dove erano stati cacciati i tedesco-austriaci, i croati e moltissimi sloveni le cui lingue sono state proibite. Il Duce non dichiarò la guerra alla Slovenia in base al Concordato laterano del 1929 con il Papa Pio XI e con il suo fascismo diventò un alleato della Chiesa Cattolica di Roma. La Chiesa Cattolica era già presente nella Slovenia. Il sei aprile 1941 i fascisti arrivarono a Lubiana come amici e alleati. Il vescovo di Lubiana era giustamente felice di riceverli : “Oh Duče, kakšna sreča da si nas sprejel v Vašo družino.” L’esclamazione di felicità del Vescovo era sincera e dovuta. Prosegue Robotti Junior: “Mussolini ha dato a mio padre anche la “CARTA BIANCA.” Noi non sapevamo cosa significasse questo bianco. Forse stava per bello o per buono! TRIESTE fine MAGGIO 1941 La capoclasse portò in aula dei libri nuovissimi. Si trattava di nuovi testi di geografia. Avevamo appena finito lo studio delle regioni italiane. Ci spiega che il Generale Mario Robotti (papà del nostro collega scolastico) ha allargato l’Italia verso Oriente e così ora abbiamo una nuova regione che si chiama: Slovenia italiana con capoluogo Lubiana. Il re Vittorio Emanuele l’ha annessa al Regno d’Italia il 3 Maggio 1941. Comprende 4.000 KM2 con 320.000 abitanti. Apro il nuovo testo di geografia: Il Carso Mi metto a leggere con molta sorpresa la breve descrizione ….”carso è brullo e sassoso, nonostante la stupida ostilita’ della polazione locale, il fascismo è riuscito a rimboscarlo”! Per me il Carso era di vitale importanza. Sul Carso vivevano i miei nonni.

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Infuriava la Grande guerra, iniziata dall’Italia. Una notte la nuova artiglieria pesante riuscì a colpire anche paesi più lontani. Il nonno era sul fronte isontino, la nonna con sette piccoli bambini, dovette abbandonare in gran fretta la casa ed il potere. Tutti gli abitanti vicini furono trasferiti lontano in Austria dove li attendevano i campi di concentramento, la fame e la solitudine. Gli abitanti locali li offendevano chiamandoli “Slavini”. Finita la guerra, ritornarono al loro paese sul Carso. Trovarono la casa semidistrutta, quasi inabitabile. Ricevettero dalla carità una mucca da latte per i bambini. Non c’era erba nè fieno, i prati erano distrutti dai soldati, i vitigni del buon vino terrano erano stati calpestati e distrutti dalla cavalleria ungherese. Trovarono il loro Carso distrutto, non l’avevano lasciato brullo e sassoso, era stata l’artiglieria italiana che aveva avuto in dotazione dall’Antanta armi della migliore qualità a devastare il Carso. L’occupatore cambia sul mio Carso i nomi alle persone e alle località. Si proibisce l’uso della propria lingua. Non c’era pane da nessuna parte. I tre ragazzi giovani e le due figlie partono per Trieste e poi per l’Argentina. Povero Carso mio! Anche il giovane Zlataper lo abbandonò. Il nostro amatissimo Kosovel frequentava la quarta classe elementare a Pliskovica. Lo portarono via dal Carso quando l’Italia si preparava ad aggredirlo. L’OCCUPAZIONE DELLA SLOVENIA Il Generale M. Robotti occupò la Provincia di Lubiana con 60.000 soldati ed i battaglioni (fascisti) “M”. Il nostro collega del banco accanto fa subito il suo calcolo: un soldato con il fucile in mano e la baionetta in canna per 5 sloveni! La capoclasse prosegue: il Gen. Robotti ha portato a Lubiana tre tribunali militari di guerra. La chiesa cattolica, con 4.5OO chiese

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e tutta la popolazione contadina, succube del clero, fece uno sbaglio insanabile, non rimase neutrale. Patrioti sloveni vedono il nemico che aggredisce e occupa la loro patria. E’ umanamente giusto che intervengano alla difesa di sè stessi. (Si costituisce il Fronte di Liberazione…OF). La chiesa arma i suoi “domobranzi” e li manda contro i patrioti sloveni per difendere gli aggressori italiani e tedeschi. Già allora qualche politico dichiara che i cattolici non sarebbero riusciti a riparare questo sbaglio per secoli (Ciano). Inizia una guerra fratricida. E’ molto strano che i cattolici sloveni non si fossero accorti che Cristo aveva predicato pace e amore, non ricchezza e potere. Qui manca il Vangelo! A scuola la capoclasse fa sedere il Robotti junior nel mio banco. Sapeva che avrei avuto pazienza con lui. Aveva difficoltà fisiche, tutti lo evitavano. Portava la “pelerina” perchè non poteva maneggiare con i bottoni, lo accompagnavo anche in bagno. Gli insegnai ad usare la matita mettendola sotto il dito medio della mano destra. Era molto felice, saltava per il corridoio e faceva finta di scrivere, sembrava che nessuno avesse avuto la pazienza di insegnargli qualche cosa. Di ritorno dalle vacanze di Natale, la capoclasse, per il solito rispetto verso il padre, gli chiese se suo padre fosse contento di rivederlo dopo tanto tempo. Infatti, lei voleva tenerci al corrente della guerra in Slovenia. Ogni giorno in classe ci faceva leggere Il Piccolo e chiedeva al figlio cosa ne diceva suo padre. Il figlio pensò a lungo e poi rispose: “Papà è contento della collaborazione dei cattolici sloveni, però è molto arrabbiato con i ribelli che sono contrari all’occupazione italiana. Coloro che non obbediscono dovrebbero essere castrati!”. Io non capivo la parola castrare e così la sera a casa durante la cena chiesi che cosa voleva dire. Tutti risero di me, ma mio padre risolse il problema: “Il bue è un toro castrato!”

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Quando gli Italiani, dopo l’armistizio del 1943, fuggirono in gran fretta per paura della vendetta a causa del grande misfatto lasciato dietro di sè, abbandonarono incostuditi tutti i documenti dei tre tribunali di guerra di Lubiana, innumerevoli sentenze e atti di condanne a morte eseguite, atti notarili e circolari dei comandi d’armata. I volontari della resistenza slovena, affinchè i tedeschi che stavano già arrivando non prendessero possesso di questa documentazione, raccolsero e impacchettarono tutti i documenti murandoli nei nascondigli. I volontari addetti purtroppo non sono sopravissuti e così tutto il materiale è rimasto nel nascondiglio venendo alla luce solo dopo 40 anni. Lo storico Tone Ferenc, dopo una lunga e attenta elaborazione, ha pubblicato a Lubiana nel giugno 1990 il famoso libro “Si ammazza troppo poco”. In Italia le notizie si sono smarite nell’immenso dimenticatoio italiano, poi coperto dall’enorme offensiva mediatica delle foibe, diretta da coloro che non avevano interesse che gli Italiani conoscessero la verità sulle atrocità prodotte dalle unità militari del generale Robotti e non solo durante l’occupazione della Slovenia. Nelle 4000 sentenze e le immediate esecuzioni non sono inclusi: i morti sloveni come vittime dei combattimenti con le unità militari del generale Robotti, i morti nei campi del Duce, i morti non liberati dopo la caduta del Duce, i morti che dopo l’Armistizio son stati trattenuti nei campi per gli “slavi” e poi consegnati ai tedeschi, i morti che erano in carceri italiane mandati dai tribunali di guerra di Lubiana, i corpi dei fucilati entro maggio 1942 che dovevano essere messi nelle bare, caricati sui camion e trasportati in grande fretta a Monfalcone. Il sepellimento doveva aver luogo in gran segreto per evitare le manifestazioni commemorative dei familiari delle vittime.

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La nuova regione “Slovenia italiana” come già la Venezia Giulia con il Carso, sono terre conquistate in cui i conquistatori usano “carta bianca” nel senso del “confine orientale”. Queste terre devono essere amministrate in modo da aumentare la presenza di persone italiane e diminuire di numero la presenza di nativi sloveni, croati ecc. di queste terre. Poi saranno annesse al “Regno Italia”. Nel 1942 si prevedevano gravi perdite nell’immediato futuro. Allo scopo di riorganizzare i partigiani sloveni, Tito con il famoso accordo delle “Dolomiti” (montagne rocciose friabili della Slovenia centrale), estese il suo comando sulla resistenza slovena, impiegando i suoi commissari. In tal modo poteva sviluppare una sua tattica militare e ridurre le perdite umane, già troppo elevate. FRANCE BEVK Nato nel nostro Litorale, la ”Primorska”, nominata ad hoc dagli italiani Venezia Giulia, molto amato dalla dalla nostra gente, Bevk, più scrittore che poeta, seguiva con molto interesse gli sviluppi nella nostra patria. Nel 1922 scrisse poche righe contro la politica dell’Italia nel nostro territorio dall’Adriatico alle Alpi: “… non voglio ricordarvi che non è vero che vi interessa solo Trieste per via dei cittadini italiani, ma perchè Trieste sarà la pedana di lancio per le vostre conquiste nei Balcani. Questo deriva dalla Prima guerra mondiale. Abbiamo metà dei nostri paesi distrutti, centinaia di morti, a migliaia i caduti in combattimento, migliaia di morti nei campi di concentramento. Siccome la vostra “reazione” è ancora sempre viva e più o meno si manifesta con l’alzata della testa contro la presenza del mondo slavo, sono evidenti e possibili gli eccessi: «Drang nach Osten!«.“.

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Il sei aprile 1941 Il generale Robotti Mario fu mandato da Mussolini ad occupare Lubiana con 60 mila soldati e poco dopo il generale Mario Roatta con 120 mila, non certo per qualche interesse umanitario si era fatto sapere per Trieste. La pedana di lancio funzionò e la Slovenia italliana con il capoluogo Lubiana fu subito annessa all’Italia, come se si avesse voluto portare aiuto ad una qualche italianità di questa futura regione. Nel 1918 fu istituito a Trieste il Tribunale speciale che ha produsse 9 (nove) condanne a morte e migliaia di anni di galera alle nostre popolazioni. Così il 6 aprile 1941 vennero portati a Lubiana tre tribunali di guerra che emanavano giornalmente sentenze ed esecuzioni. Le distruzioni causate dalle unità militari italiane superavano di gran lunga quelle di cui scriveva l’amatissimo scrittore del nostro popolo. I terribili scenari sia sul Litorale sloveno trasformato già in Venezia Giulia, poi ancora peggio, oltre il confine orientale su tutta la provincia di Lubiana (diventata italiana), si dovevano nascondere all’umanità. E non solo, si cercava di valorizzare il termine “brava gente” e per nascondere i gravi crimini commessi, si pensava di calare l’enorme tremendo sipario delle “FOIBE”, dando poi il via ad un enorme offensiva mediatica e trasformando le vittime in criminali. Ci si chiedeva quale sarebbe stata la prossima avanzata oltre il confine orientale sul territorio slavo? Sarebbero sufficienti i Balcani o si sarebbe andato a riscaldare le gavette di ghiaccio sul Don e portare aiuto all’Italianità a Odessa?

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Il TERZO dei miei giorni RICORDO L’ISPETTORATO SPECIALE DI PUBBLICA SICUREZZA TRIESTE 1942 L’ispettorato speciale fu istituito da Mussolini già nel 1942 per difendere l’Italianità delle terre occupate. Dall’autunno in poi dopo ogni rastrellamento facevano scendere sempre più spesso gli studenti dall’ universita’, spingendo fuori, in Via Carducci, anche gli alunni da tutte le scuole durante le lezioni normali. Dovevamo assistere al passaggio di un corteo di ”ribelli” dalla Piazza Foraggi alla Stazione Centrale. (4) Mi si strigeva il cuore, a guardare quelle colonne di povera gente, erano molto giovani oppure molto anziani. I maschi adulti erano già stati chiamati alle armi, forse mandati ai campi ad Aquila, oppure già fuggiti nei boschi per evitare gli arresti. Mi sembrava di vedere i miei nonni del Carso. Piccoli bambini vestiti male, sporchi, pieni di paglia rimasta sui loro abiti dopo che avevano passato la notte in qualche fienile. Che razza di “ribelli”. I soldati, con i fucili a baionetta in canna, cercavano di spingerli in fila. Un mio collega di classe mi disse sotto voce: ”Anche loro hanno una madre!”. Bravo Giulio! Qualcuno ci minacciò, dovevamo fuggire! Anche questi “ribelli“ possiamo chiamarli “esuli”, erano stati cacciati con forza dalle loro case, forse già incendiate, qualche familiare “passato per le armi”. La strada li porta ai lagher del duce. Dopo l’otto settembre gli Slavi dei lagher e carceri venivano trattenuti e consegnati ai tedeschi. In fondo della loro strada non li aspettava il “magazzino 18!” PRIMO MARZO 1942 Le istruzioni del generale Vittorio dell’ Ambrogio del comando supremo, prevedeveva che: alla (21) fucilazione fosse dato

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immediato seguito alla distruzione della casa o del paese e la popolazione (bambini e anziani) deportata nei campi del duce “…eccco i “ribelli”! (di Via Carducci!) (5)

Foto nr. 1 Libreria Moderna Largo Malta Il Libricino: Un po' di sloveno

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Foto nr. 2

Via Battisti Nr. 10

Scuola Media Galileo Galilei. Compagni di scuola: Robotti Junior – Zahar G

Foto nr. 3

Via C.carducci, Colonne di »Ribelli«

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Foto nr. 4 Silos Stazione Centrale Trieste Partenze »ribelli« per Gonars, Renici, ecc.

Il QUARTO dei miei giorni RICORDO L’ARMISTIZIO ITALIANO L’8 e il 9 settembre 1943 La scuola che frequentavo aveva perduto il pareggio, perciò dovevamo ripetere la piccola maturità presso un istituto statale. Quasi fino alla fine dell’esame era andato tutto bene, poi arrivò il parocco, che doveva andare via, e mi disse: ”Prega il Padre Nostro, basterà per l’esame di religione.” Io rispondo: ”Non so pregare in Italiano, a casa io prego sempre in sloveno ”. Lui corse dalla preside la quale scoppiò a gridare: “Che vergogna, che disonore per

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l’istituto!”. Ricevetti un bello zero, il giorno dopo un altro zero in ginnastica in Piazza della Valle. Nel frattempo Mussolini era stato destituto, si attendeva la fine della guerra. L’otto (8) Settembre 1943 fu firmato ”l'armistizio italiano” con gli alleati angloamericani. Sembrava veramente che la fine della guerra si avvicinasse! Intanto i tedeschi scendevano in massa. (Alessandro Manzoni scrisse nella sua poesia “Il Parlamento”: I Lurchi fanno Pasqua nelle loro tane e poi callano a valle). La storia si ripete. TRIESTE OTTOBRE 1943 I tedeschi iniziano l’offensiva da Trieste verso l’Istria. Mentre stavo tornando dall’esame di ottobre, vidi da un posto panoramico verso l’Istria tutte le case erano in fiamme. Sembrava che Churchill avesse proposto agli alleati di sbarcare in Istria, sfruttando i porti di Trieste, Pola e Fiume e la collaborazione con Tito, perciò i tedeschi erano intervenuti subito a fare piazza pulita. Intanto scendevano dalla Slovenia italiana i soldati abbandonati dal loro re. I tedeschi li cercavano perché si sentivano traditi a causa dell’armistizio con gli anglo-americani. I soldati italiani cercavano di liberarsi della divisa e trovare qualche vestito civile. A casa mia ce n’erano già una ventina e mia madre stava loro distribuendo le tute da lavoro di mio padre. Un giovane sergente si vergognava davanti ai soldati semplici e chiese a mia madre un vestito migliore. Allora gli diede un vestito di mio fratello che nel marzo ‘43 era stato prelevato con forza e spedito al campo di concentramento a L’Aquila. Il giovane sergente si meravigliò dell’ aiuto che la nostra gente offriva loro, pur sapendo che si erano comportati male con la popolazione slovena nella Provincia di Lubiana e non solo. Mia madre gli rispose che anche noi aspettavamo il ritorno del figlio da L’Aquila e che forse

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anch’egli avrebbe ricevuto lo stesso aiuto da parte della gente italiana. I tedeschi davano caccia ai soldati italiani e li portavano ai silos accanto la Stazione centrale di Trieste, da dove i fascisti di Salò li caricavano sui vagoni merci dei treni per Dachau. L’Ispettore Giuseppe Gueli si occupava del loro trasporto per la Germania. In tutto spedì da Trieste la metà di tutti i trasporti Italiani destinati alla Germania (circa 80 treni). Nel febbraio del 2013 abbiamo avuto modo di vedere su RAI3 Storia un breve documentario in occasione della visita del presidente della Germania Gauck Joachim a Sant’Anna, dove era venuto per chiedere scusa agli italiani per il comportamento dei soldati tedeschi durante la guerra. Nell’agosto ‘45 furono uccisi 100 bambini e 500 civili. Alla fine della visita gli viene detto: ”L’Italia ha mandato 160 treni di mano d’opera in aiuto alla Germania in guerra, mentre i vostri erano ai fronti.”. Tutti siamo rimasti imbarazzati nel sentire queste parole da un rappresentante italiano di massimo rango. Potevano offendere i molti Italiani che avevano vissuto in lagher tedeschi e subìto trattamenti disumani. Forse sarebbe più opportuno che un rappresentante italiano, di così alto livello, si ricordasse che anche i soldati italiani con il loro comportamento criminoso avevano combinato casi per i quali l’Italia dovrebbe chiedere scusa (22)

Il QUINTO dei miei giorni di RICORDO LE FOIBE ISTRIANE 1943 Dopo l’armistizio i Gruppi di Azione Patriotica (G A P) del PCI diedero caccia ai fascisti, nascosti in Istria in attesa dell’arrivo dei tedeschi. La lettera del PCI di Trieste del 31 dicembre 1943 al comandante del battaglione Trieste: “....... rispondiamo al vostro rapporto del

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21-09-1943, siamo sodisfatti che i vostri rapporti con gli sloveni sono sempre migliori. Combattiamo per la stessa causa. Non rinunciate alla tattica delle foibe quando si scovano i fascisti, responsabili di azioni contro la popolazione, ex dirigenti e collaborazionisti. In questo caso, crediamo opportuno che pure voi assumiate il nominativo: Distacca- mento d'assalto G A R I B A L D I.� (6) Anche Jaksetich pubblica nel suo libro� La Brigata Fratelli Fontanot� quella parte della lettera del PCI indirizzata al GAP dove nomina le FOIBE.

Doc. nr. 1

Jaksetich, Fratelli Fontanot - foibe

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Doc. nr. 2

Linee 25/07-1943 piano geografico della V.G

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Nella mappa sono segnalati i posti in cui si sono verificati gli atti di sabotaggio dei partigiani: a sud i garibaldini e a nord i partigiani sloveni del IX korpus. L’allegata mappa geografica fu emessa a Trieste il 27 luglio 1943 e serviva ai gruppi antipartigiani che partivano da Trieste in azione verso l’lstria. L’azione dei garibaldini durò dal 9 settembre ‘43 (armistizio) fino al 2 ottobre ‘43, quando ebbe inizio l’offensiva tedesca da Trieste verso l’Istria. Dopo l’armistizio, il mondo istriano non organizzato prese in mano le armi diventando così una preda facile per i tedeschi che provocarono molti morti. C’erano ovunque le salme insepolte. Gli abitanti dei paesi vicini raccoglievano i loro morti, molti sconosciuti in putrefazione finivano nelle foibe vicine secondo i racconti dei testimoni del luogo. I tedeschi catturarono anche molti prigionieri che venivano portati a Trieste nel silos da dove l’ispettore G. Gueli li portava ai treni per riempire i vagoni merci con destinazione: Dachau. (7) Novembre 1943 La gestapo, con l’aiuto dei fascisti di Salò, (Mussolini aveva già istituito 23 settembre la RS I) trovò le famose foibe istriane dove i garibaldini avevano forse deposto i loro ostaggi. Estraendo le salme, la gestapo riprese un breve filmino in bianco e nero, (che spesso viene trasmesso in televisione), oganizzando così molta propaganda contro la Resistenza. Gli studenti scesero dal colle, vuotarono le scuole, (8) mandarono tutti in Via Carducci, dove in gruppi si attendeva il turno per assistere al breve filmino della Gestapo nel vicino cinema Excelsior. Il BALLETO DEI NUMERI (27) All’inizio del 1944 fu comunicato a Mussolini (Lettera ) il numero 47 di infoibati, estratti dalle foibe istriane (Allers). Qualcuno li vuole 340. La propaganda mediatica li vorebbe a migliaia. Dopo il divorzio Stalin-Tito, il PCI promosse una forte reazione contro Tito, contro i comunisti sloveni e croati. Era facile

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gettare tutta la responsabilità per le foibe ai partigiani sloveni e croati dopo 61 anni quando erano già tutti morti coloro che avrebbero potuto testimoniare. Arriva il 2004 e nasce l’idea del “GIORNO DEL RICORDO”. Le illusioni generano esagerazioni e mostri nel immaginario collettivo! Sarebbe logico che i fascisti italiani fossero stati attaccati da partigiani italiani e dal 09-09-43 al 02-10-43. Un GAP riesce a infoibare 47 fascisti? Forse anche salme altrui, dopo l’offensiva tedesca ce n’erano in zona anche troppe. Il libro dello storico Tone Ferenc “Si ammazza troppo poco”, pubblicato nel 2004, ha generato paura per i dati sui delitti perpetuati nella “Slovenia italiana“. Ecco il ”giorno del ricordo” con cui si corre al riparo. Ma la “crocefissione ovvero l’inchiodatura” (con chiodi) del ragazzo Zdenko Poje di Papeži (SLO) non si può chiudere nel dimenticatoio . NOTA BENE: Nessuno si vuole ricordare dell’ofensiva tedesca iniziata il 02 ottobre 1943 da Trieste (Caresana in fiamme!), fino a Pola. Molti cadaveri in putrefazione finirono spesso nella foiba piu’ vicina. La popolazione locale era intenta nella ricerca dei propri caduti.

Il SESTO dei miei giorni di RICORDO LA FOIBA DI BASOVIZZA 1941-1944 Trieste - 1944 Nel 1944 minarono la ferrovia Pola – Trieste. Il treno fù sospeso, a piedi o in bicicletta era pericoloso, i nostri genitori presero la decisione di non mandarci più a scuola. Dopo l’arrivo dei tedeschi a Trieste, le tessere annonarie servivano sempre meno. Le famiglie si arrangiavano come potevano. Alcune tenevano bovini e i ragazzi dovevano portarli al pascolo. La migliore erba era intorno alla vecchia miniera di Basovizza.

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Nel 1941 vedemmo una giovane donna gettarsi dentro il pozzo della miniera. Qualche giorno dopo, arrivarono da Trieste gli speologi con un camion pieno di attrezzi vari. Un giovane scese con un paranco nel pozzo. Trovò la giovane e la tirarono fuori. Uscendo dal pozzo, il giovane raccontò ai colleghi che il fondo del pozzo era coperto con uno stratto di ciotoli e che sul lato del pozzo in direzione di Basovizza c’era l’entrata in una profonda galleria. La profondità del pozzo, misurata con l’altimetro che il giovane speologo aveva sul braccio, era di 175 metri sopra il livello del mare. L’altimetro lo conoscevamo tutti, ma era per noi come uno strumento futurista. Il fondo del pozzo corrispondeva anche all’altezza della stazione ferroviara di Sant’Antonio in Bosco, secondo la memoria degli anziani del luogo. Un giorno di metà estate del 1944, eravamo in 14 tra giovani maschi e femmine a pascolare attorno il pozzo. Quel giorno vedemmo due guardie civiche nelle loro divise celestine che spingevano un giovane civile, un pò zoppicante, fino all’orlo del pozzo e lo spinsero dentro. Le due guardie andarono a prendere un altro ostaggio, maschio civile, pure questo fu spinto nel pozzo. Dopo qualche giorno si ripetè la stessa operazione, questa volta con due ostaggi e più tardi con altri due, in tutto sei vittime. La domenica successiva le due guardie civiche ritornarono con una giovane donna. I ragazzi saltarono fuori dal nascondiglio, tutti gridando “chi va là” ecc. Le guardie presero in mano i fucili e allora ci si dovette ritirare dietro il muretto di cinta, mentre loro spinsero la giovane verso il pozzo con più fretta. Da quel giorno non sono più tornati. Dal diario di Hemriquez Durante l’occupazione tedesca 1943 – 1945 operò a Trieste la “guardia civica”. Il generale della “SS” Von Malzen mandò coloro che fecero il giuramento di fedeltà in lingua tedesca, alle tratte antipartigiane ed a scortare i prigionieri verso i lagher o al servizio di sentinella alle caserme della “SS“. A detta del generale Esposito

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della R S I, le guardie civiche pavoneggiavano per la città nella loro uniforme azzurra. Questi non collaborarono con la “SS“ solo perchè non avevano giurato fedeltà in tedesco. Imparammo a riconoscere le divise soldatesche già da lontano, se le avvistavamo nel vicinato: quelli della Wehrmacht erano con noi buoni, i cetnici erano pericolosi, gli italiani in nero (X-mas) era meglio evitarli, se ci sentivano parlare in sloveno, diventavano agressivi, i domobranci (cattolici sloveni) portavano uniformi inglesi (color cachi) ed era meglio non incontrarli, le uniformi della guardia civica erano buffe in color celestino. LA BANDA G.GUELI – G. COLLOTTI Sotto la direzione dell’Ispettorato Generale di Pubblica Sicurezza della Provincia di Trieste, Giuseppe Gueli agiva per reprimere la resistenza. Gaetano Collotti fu la testa della squadra politica che svolgeva i servizi più crudeli. Giuseppe Gueli

Gaetano Collotti,

fu Emanuele

di Stefano,

Catania 1887

Palermo 1917

Erano due campioni siciliani da esportazione, criminali di eccezione. Il loro moto era: “Distruggeremo tutta questa maledetta razza schiava!” TRIESTE 5 luglio 1943 Dopo la caduta di Mussolini, il re lo spedì sul Gran Sasso, al campo Impertatore, protetto da soldati del regio esercito italiano. Giuseppe Gueli, chiamato d’urgenza dall’Albania, fu mandato a liberare Benito. Dopo l’armistizio, mentre il re d’Italia stava lasciando Roma per rifuggiarsi in Egitto, arrivò il pilota tedesco Otto Scorzeny, asso del salvataggio aereo alpino, e con un piccolo aereo

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sul Campo Imperatore, prelevò Benito e lo portò a Monaco da Hitler. A Salò sul Lago di Garda Mussolini fondò la Repubblica Sociale Italiana (R S I). A Trieste si registravano strane novità, i tedeschi allargavano la loro presenza. La nostra scuola per la sua posizione centrale, diventava man mano la sede delle unità collaborazioniste, gli ucraini riempivano l’aula magna con munizioni ed esplosivi. Pian piano occuparono tutto il primo piano e noi dovevamo spostarci in appartamenti privati, dove non c’era posto per 43 alunni per classe. Assistevamo quotidianamente a parate militari, dal Tribunale alla piazza Oberdank, unità istriane con la capra, c’erano i cetnici con l’eterna barba, gli ustascia croati ed i collaborazionisti sloveni in divise inglesi, pronti per marciare su Belgrado e riportare il re Pietro sul trono. La loro canzone preferita era: “…per ognuna delle cinque stigmate di Cristo, crepi un partigiano”. I tedeschi occuparono l’Italia findove erano arrivati gli Alleati. Salvato Benito, Giuseppe Gueli fu mandato a Trieste, ora capitale della Adriatische Küstenland, per dirigere l’Ispettorato Speciale di pubblica Sicurezza della provincia di Trieste con l’incarico di trattare la massima crudeltà gli abitanti delle terre occupate: sloveni, croati ed ebrei. All’inizio del suo servizio a Trieste (28) dirigeva personalmente i rastrellamenti contro la popolazione locale. Uccideva chi si opponeva, bruciava case e villaggi. Trascinava donne, bambini e anziani ai silos di Trieste, caricava di gente i vagoni merci dei treni per la Germania da dove solo pochissimi sarebbero tornati, tanto da poter testimoniare.(9)

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Doc. nr. 3

Rapporto G: Gueli 1

del rastrellamento di Collotti a BorĹĄt

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Doc. nr. 4

Rapporto Gueli 2

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Doc. nr. 5

Rapporto Gueli 3

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Doc. nr. 6

Rapporto Gueli

Gueli si dimenticò di menzionare la macchina elettrica per la sedia elettrica e il forno della Risiera

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Il SETTIMO dei miei giorni di RICORDO IL MIO GIORNO PIU’ LUNGO S. ANTONIO IN BOSCO Boršt 10 gennaio 1945 Quando i tedeschi iniziarono a circondare il paese, entrarono nel paese anche gli agenti di Collotti, il commisario del famigerato “Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezz di Trieste” diretto dall’ Ispettore Speciale Giuseppe Gueli. (9) In quel momento iniziò per me, per i miei genitori e per i miei paesani il “GIORNO PIU’ LUNGO”. Era l’alba del 10 gennaio 1945. La mattina era fredda e la neve giacciata scricchiolava sotto i piedi. Il cielo era plumbeo e io mi svegliai quella matina perché la mamma doveva prepararsi per fare la visita alle prigioni di Trieste in cerca di mio padre che mancava già due giorni. Tutto intorno alla casa era ghiacciato e mentre stavo per andare allo stagno per prendere l’acqua, un gruppo di uomini in borghese, armati fino ai denti, fece irruzione nel nostro cortile. Dietro di loro vidi arrivare un uomo giovane elegantemente vestito, con una pistola prolungata dal silenziatore. I suoi capelli erano pettinati con cura, composti, lucidi di brillantina: era il Dottore Gaetano Collotti. Mi afferrò deciso per il petto trascinandomi in cantina da dove non mi potesse sentire nessuno e cominciò a domandarmi: ”Dove sono i bunker?” Io non sentì altro e i suoi agenti impazienti mi riempirono di botte e manganellate in pieno viso e sui denti inferiori. Per sopportare il dolore e tutto il peso psichico mi misi a fissare l’interno dei fori scuri dei mattoni di un tramezzo davanti alla mia faccia perdendomi nella loro sempre più profonda infinità del buio. Mente rinvenivo sentì la neve che mi veniva strofinata in faccia, avevo perso i denti e il sangue che mi scorreva dalla bocca scioglieva la neve.

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Mi portarono all’osteria Petaros e andando per strada mi accorsi che i tedeschi avevano cinto il paese d’assedio. Ero terrorizzato, sapevo che quando sono ben protetti i fascisti sanno essere dei veri eroi. Nel frattempo, nell’osteria veniva ammassata tutta la gente del paese. Mi condussero in una stanza al primo piano, proprio sopra il banco della mescita. LA SEDIA ELETTRICA Mi indicarono uno strano congegno, simile a una macchina da scrivere. Sopra un tavolo c’era una macchina elettrica, laccata di rosso, piena di tasti luminosi e di resistenze elettriche. In cima aveva sette lampadine ciascuna di diversa forma e di dverso colore, era la macchina elettrica per la tortura con la corrente. Da essa uscivano due cavi. Il primo era collegato a due cavi elettrici che terminavano con i morsetti. L’altro invece penzolava libero nell’aria. Mi legarono ad una sedia e la rovesciarono a terra, poi il dottore in persona iniziò a premere leggermente la punta del cavo libero sulle mie dita, sulle unghie e poi su per il viso. Percosso da terribili scosse elettriche, vidi accendersi la prima, poi la seconda e la terza lampadina e poi il buio. Mi fecero rinvenire con uno straccio inzuppato in acqua e ricominciarono: “Dove sono i bunker?”. L’insistente domanda echeggiava tra le fiammate della corrente elettrica. Tutto durò cinquanta sette minuti, facendo fede all’orologio che stava accanto a quel terribile marchingegno. Essendo giovane e di fragile struttura non avrei resistito una tortura di 60 minuti. La tortura disumana suscitò in me una ribellione sempre maggiore. Non volli rispondere più in italiano. Quasi subito mi pentì. Temevo che così sarebbero diventati ancor più crudeli. Il dottor Collotti era un uomo garbato, possedeva un linguaggio fornito di eccezionali virtù di pazienza. Dopo ogni tortura si aggiustava con cura il vestito

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e la cravatta, si risistemava il fazzoletto da taschino sulla giacca scura di moderna fattura e infine si puliva le gocce di sangue sulle scarpe laccate. La mia inaspettata resistenza non lo meravigliò affato. Chiamò un giovane ufficiale della “bela garda” (cattolico sloveno), collaborazionista della gestapo, e gli ordinò di tradurre. L’ufficiale si chiamava Milan, proveniva dal paese Klanec. Conosciuto in tutto il territorio come elemento da evitare, mi si avvicinò quasi irritato per il compito che gli avevano affidato. Evidentemente si vergognava di parlare con me in sloveno davanti a Collotti, dato che di tanto in tanto, mi colpiva rabbiosamente in viso con lo straccio bagnato che serviva per lavare le scottature sul il mio corpo dopo ogni scossa. La corrente elettrica lasciava ustioni sulla pelle. Quest’operazione serviva a cancellare le bruciature e al tempo stesso anche a far rinvenire la povera vittima. Il sangue scorreva dal naso e dalla bocca, mentre quelle dannate lampadine mostravano una sempre maggiore intensità della corrente usata. All’improviso mi venne in mente di parlare di un buncher che sapevo vuoto. Se parlerò, pensai, mi lascieranno in pace per un pò, forse nel frattempo finirà quest’inferno. Così speravo in silenzio e mentre marciavamo verso quel luogo, riuscì a riprendere un pò di forze. Mi trascinarono fino al castello Moccò. All’ingresso, io e Giuseppina, la custode del castello, fummo costretti a posare come ostaggi. Il buncher per fortuna era vuoto. Al rientro mi trovai di nuovo davanti la macchina infernale. Il pavimento della stanza era sporco di sangue e l’aria era satura di puzzo di sangue brucciata, di capelli e unghie carbonizzate. Durante la mia assenza torturarono altri miei paesani. Come potrà finire tutto questo, pensai. Con Collotti ci scambiammo una fugace e fredda occhiata. Al mattino aveva di fronte a sè un ragazzo di sedici anni, ora è diventato un uomo. Collotti proseguì la sua inesorabile missione e inziò a torturarmi. Pensava a come provocarmi un dolore ancor più forte. Si consultò con Fabio, suo assistente, un vero genio del dolore. Decisero d’un tratto di bruciarmi gli organi genitali con l’apparecchio elettrico. Fabio tentò di convincermi a raccontare

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dov’era l’entrata del buncher che avevano scoperto nel frattempo. “Vedi questo apparecchio, ha molti Volt e zero Amper, se io li aggiungo con codesta manovella al voltaggio tu sparisci, ma con grande dolore ci racconti anche quello che non volevi e se per miracolo resti vivo, sarai un invalido sessuale per tutta la vita.“ Pensavo da dove vengono questi geni del male? Per tutto questo dovrei avere l’erezione. Il discendente di una cultura di due millenni aveva anche una fantasia straordinaria. Collotti mandò Fabio a prendere una minorenne raccomandandogli: “E che non sia buona solo per lui, ma soprattutto per me”. Ritornati in stanza, iniziarono subito a spogliare la minorenne. INIZIO’ UNA DANZA MACABRA A lungo non mi fece il “desiderato” effetto sessuale. Quando però quasi non ce la facevo più a più porre resistenza, Collotti si avvicinò a me che stavo in piedi nudo in mezzo alla stanza. Si preparava ad attaccare la corrente. Fabio, esperto della cosa, mi disse: ”Racconta subito tutto quello che sai, il tuo cuore non resisterà, se mai resti vivo, sarai un invalido sessuale per tutta la vita!”. Proposta folle! In quel momento si sentì una raffica forte e lunghissima dal centro del paese, dove avevano scoperto il bunker con i partigiani. Il bunker assediato dagli agenti di Colotti era quello che cercavano tutto il giorno. Allora era già tardi nel pomeriggio. Si sentì la raffica, era di un mitra russo, la riconobbi subito dal suono che mi era noto e amico. Era il mitra del primo partigiano uscito dal bunker. Il partigiano uscito con il mitra fu colpito da una mitraglia tedesca, una Schartz, era Vojko (Žitomir). I due partifgiani non ancora usciti, Gruden Stanko e Grzetič Ivan, furono uccisi da bombe a mano, gettate nel bunker dagli agenti. L’ostaggio, Romano, fu ferito dalla raffica di Vojko. L’ultimo, Danilo Petaros, rimase gravemente ferito.

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In questa azione alla quale partecipò il presidio della Wehrmacht di Bagnoli, vennero arrestati e torturati 16 paesani, ma nessuno rivelò dove si trovava l’entrata al bunker. Tutto il paese era in mano agli agenti di Collotti, liberi di fare violenza, di terrorizzare e saccheggiare viveri, capi di bestiame e altro. Cose che succedevano quotidianamente in tutti i paesi intorno a Trieste. La sera tardi ci portarono in Via Cologna 6/8, dove non potevano (10) smistarci nello scantinato perchè già gremito di gente. Noi arrivammo per ultimi, perciò dovevamo pernottare nel grande salone, un locale adibito a mensa con un enorme focolare aperto che serviva anche da soggiorno agli agenti stessi quando rientravano dal servizio. Tutti erano in abiti civili e armati. La notte porta anche la nostalgia della famiglia, comunque, parlando con i miei compagni di sventura, ebbi modo di conoscere città istriane che non conoscevo: Carigador, Cittanova, Parenzo e così via fino a Pola, Pirano, Isola e Capodistria che già conoscevo dai racconti dei miei compagni di scuola, i quali d’ estate avevano la fortuna di essere scelti per le colonie estive in quelle località. Non c’erano prigionieri solo giù in cantina. La mattina vidi portare da più parti botti da 150 litri tagliate a metà, pieni fino all’orlo di escrementi umani. Si sapeva del comportamento disumano della Banda Gueli-Collotti a Trieste. Il vescovo Santin scrisse il 12 marzo 1943 al sottosegretario agli Interni a Roma: “Si finisca con il torturare i civili, altrimenti si penserà che i cittadini italiani a Trieste siano dei barbari.” Molte vittime avevano conosciuto Collotti già nella Villa Triste in via Bellosguardo da dove l’Ispettore aveva traslocato in Via Cologna 6/8 a fine dicembre 1944, portando con sè la “macchina elettrica”. Da Via Cologna 6/8, dopo le torture di Collotti, Gueli li mandava alla Risiera o al Coroneo, da dove li spedivano per la Germania e da dove moltissimi non sono più ritornati. (11) Mi portarono al Coroneo, dove trascorsi quasi cento giorni in costante attesa di che cosa mi avrebbe portato il futuro incerto. Mi

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rinchiusero nella cella 47 della sezione minorenni. Rimasi vicino alla porta e dormì sul pavimento. Da lì non potevo neanche stendere le gambe perchè me lo impediva il vaso da notte sporco e puzzolente, pieno di escrementi umani. Il sistema di lavaggio non funzionava. Al mattino seguente, molto presto, cominciai a grattare con una moneta il corpo del vaso, liberandolo dallo sporco accumulato nel tempo dal lontano giorno dell’ inaugurazione del Coroneo al tempo dell’Austria. Mi ricordai che avevano parlato in paese di questa inaugurazione del nuovo fiammante carcere austriaco di prima della grande guerra, il Coroneo, attrezzato con servizi sanitari moderni di allora. I guardiani si accorsero dell’oggetto pulito e lucente come mai prima. Questo mi portò molta fortuna e diventai “scopino”, posto ambito da molti concorrenti. Mi mandarono subito a pulire il loro gabinetto alla turca, molto sporco. Gli scopini che mi avevano preceduto non l’avevano pulito cercando sempre di evitarlo. Come “scopino” avevo una posizione molto privilegiata, rimanevo tutto il giorno fuori dalla cella. Lavavo il reparto minorenni, anche la sala dove l’ufficiale tedesco, persona molto importante, riceveva i prigionieri che arrivavano dalla Via Cologna, dai Gesuitti o da altrove e li spediva ai Silos, da dove Gueli li spediva in Germania. Pulivo anche l’ufficio dell’ufficiale ed era molto contento del mio lavoro. Quando venivano i familiari dei detenuti, il secondino anziano mi mandava a chiamarli. Avevo anche l’accesso alla cucina. Conobbi il sig. Ermenegildo che scriveva a macchina tutti gli scritti che arrivavano dall’esterno, redatti a mano e spesso difficilmente leggibili. Un giorno mi mandarono a prendere il commissario Pola, un personaggio importante da poco arrestato. Vennero a prelevarlo per portarlo all’esecuzione. Quando li vidi portarlo via, scoppiai in lacrime.

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CHIAMATE DALLA VIA COLOGNA (47) Quando Collotti ritornava dalle sue operazioni nei dintorni di Trieste, trovava nei suoi rapporti espressioni slave che non capiva. Allora mi mandava a prendere al Coroneo. Dovevo tradurre in italiano i nomi e le località. Per esempio: ”Venzo Juckov iz Boršta “ tradotto in “Vincenzo Petirosso di Sant’Antonio in Bosco”, dopodichè un agente presente esclamò: “Lo abbiamo ai Gesuiti!”. Mi mostravano foto di persone ricercate, credevano che potessi riconoscerle. Io cercavo di evitare il riconoscimento e questo li faceva arrabbiare e di conseguenza si sfogavano su di me. Se vedevo che tenevano le dita libere e iniziavano a stringerle, allora suonava uno schiaffo sonoro, prima dalla sinistra e poi dalla destra. Se invece le dita si stringevano, partiva un pugno direttamente all’altezza dello stomaco. Quando invece il mio intervento non li sodisfaceva e cadevo a terra, arrivava il ”vecchio scarpone”. Cosi finiva tutto e mi riportavano sfinito al Coroneo. Collotti non poteva capire che l’Italia dopo il ‘18 alla fine della guerra, quando doveva venire a Trieste il re, aveva italianizzato in tutta la Venezia Giuglia 500.000 termini sloveni. Per Collotti le terre occupate erano italiane ed era per lui logico che gli abitanti fossero solo italiani, non sopportava la presenza di sloveni, croati ed ebrei. OSPEDALE PARTIGIANO “FRANJA” TRIESTE Coroneo marzo 1945 Al Coroneo, nella cella nr. 47, incontrai due giovani ragazzi venuti dall’estremo nord della Venezia Giulia, Konrad e Ivan. Si erano offerti volontari, per la Flak tedesca a Gradisca che era la contraerea a quattro canne. Quando erano certi che ero della resistenza slovena, prima della loro partenza per Gradisca, mi parlarono del loro volantariato. Non potevano più vivere chiusi in cella, venivano da un mondo di montagne e prati e boschi liberi,

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volevano uscire dalla prigione. Portavano con sè un grande segreto. Nei pressi del loro paese i partigiani avevano costruito in una gola profonda un ospedale partigiano che i tedeschi non riuscivano a trovare in nessun modo. Tutti nel paese avevano l’incarico di provvedere alla manutenzione e al riforimento dell’ospedale. Il materiale arrivava da Gorizia e Trieste, perciò avevano evitato il contatto con me, potevo essere una spia. IDRIA 15 agosto 1947 Doveva partire da Trieste una comitiva per visitare l’ospedale partigiano “FRANJA” che era l’ospedale di Konrad e Ivan. Decisi di unirmi alla comitiva perché mi interessava l’ospedale che era stato costruito in grande segreto in un posto impossibile: 16 baracche bene attrezzate, la sala chirurgica, una sala per gli operati e la cucina con il camino che non doveva fumare troppo. C’era anche un piccola cascata con una “Turbina De Laval“ che forniva abbastanza corrente elettrica per l’ospedale. Nell’ospedale avevano salvato 575 feriti gravi e c’era stato anche qualche ferito grave del nemico che vi aveva ricevuto cure e trattamento umano. Alcuni anni dopo la guerra, i due compagni della cella nr. 47 di Coroneo, Konrad Ivan, mi scrissero dall’America. Nell’aprile 1945 a Gradisca avevano aiutato gli Americani. Si erano fatti volontari proprio poco prima della fine della guerra, vennero riconosciuti come soldati USA e gli americani li presero con sé in America. Non sono mai ritornati in Europa. TRIESTE 17 aprile 2015 L’Unione Europea ha conferito all’ospedale partigiano “Franja” il Marchio del patrimonio europeo. Il sito è iscritto sulla lista sperimentale del patrimonio mondiale dell’UNESCO: Gola Pasice presso Dolenji Novaki, vicino a Cerkno a nord di Idria in Slovenija.

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L’OTTAVO dei miei giorni di RICORDO LA CONDANNA A MORTE Trieste 15 marzo 1945 Vennero a prelevarmi dal Coroneo. Quando giungemmo in Via Cologna 6/8, notai uno strano movimento. In mezzo al cortile interno c’era un giovane vestito da aviatore con la testa in una strana posizione. Accanto un agente di Collotti lavava con una “spingarda” da pompieri il cortile sporco di sangue. Il giovane si era gettato dalla finestra della stanza in cui attendeva di essere torturato. Mi portarono in gran fretta al primo piano, nella solita sala di tortura, non volevano che guardassi il cortile. Avevano paura che l’acqua sporca di sangue uscisse sulla Via Cologna. La “macchina elettrica” era al suo posto come sempre. Questo mi dava quasi il benvenuto. La macchina produce dolori quando la usano, ma alla fine lavano con l’acqua le brucciature e vengono cancellate tutte le macchie nere delle fiammate. Entrò un agente, portava delle tenaglie e il fil di ferro. Alla vista di tutte queste ferraglie, il mio corpo fu pervaso da un’inquietante angoscia. Spirava un’atmosfera di inquisizione di quando si usavano altri metodi di tortura fisica con conseguenze peggiori che duravano molto tempo prima di essere sanate. Entrò Collotti e mandò tutti gli agenti con tenaglie e fil di ferro a sigillare le finestre, affinchè altri non ne approfittassero come aveva fatto il giovane visto sul cortile per terra. Poi Collotti uscì con la “macchina elettrica”, restò solo lo scrivano, ma anche egli dovette andare via a sigillare le finestre e non sapeva cosa fare di me. Mi sfilò dalla sedia, mi rimise le manette e mi appese, avevo pochi chili, al chiodo sotto il soffitto con i piedi che non potevano toccare il pavimento. Sento ancora i dolori ai polsi. Quando tutti

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ritornarono, mi trovai disteso sul pavimento. Lo scrivano maneggiava dei fogli appena arrivati che aveva mandato Gueli. Poi mi guardò e chiese: “Dove sei rinchiuso?” “Al Coroneo!”( 12 ) “Come ti trovi?” “Molto male! Siamo in sette e abbiamo una sola coperta, il vetro della finestra si è rotto per lo spostamento dell’aria quando hanno bombardato il vicino Hotel della posta.” “Il capo vuole chiudere il tuo caso: abbiamo deciso di mandarti in un posto molto CALDO” Era una condanna a “MORTE”!(13) Proprio a me doveva capitare? Non riuscivo a pensare ad’altro, la paura era infinita. Tornando al Coroneo mi chiedevo: ”L’ispettore speciale Giuseppe Gueli, aveva la LICENZA DI UCCIDERE SENZA UNA SENTENZA”. TRIESTE 1947 ll Tribunale chiamò Giuseppe Gueli a deporre. Si era rifugiato nella sua nativa Catania. Non si presentò, ma mandò una lettera nella quale si difendeva: ”Quello che ho fatto a Trieste come ispettore speciale era per la salvezza dell’italianità’ di Trieste”. Al Coroneo tenevo segreta la mia condanna. Non volevo che si ponesse su di me un’attenzione ancora più grande. Come scopino avevo molto spazio di movimento. Oltre alle pulizie, aiutavo l’anziano secondino in servizio all’entrata principale della prigione interna per quanto riguardava tutte le chiamate che arrivavano dall’esterno. Dovevo portare le richieste scritte con brutta calligrafia allo scrivano sig. Ermenegildo in cantina, vicino alla

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cucina, per poi riportarle al secondino scritte a macchina e in bella copia. Ermenegildo era una persona meravigliosa, cercava di aiutare tutti. Aveva molta esperienza e molte informazioni utili, era convinto che le condanne a morte in Risiera si sarebbero eseguite forse già al inizio aprile e le fucilazioni a Opicina verso fine aprile. Quindi avevo tre settimane a disposizione per trovare una soluzione chemi permetesse di salvarmi. Non potevo attendere il 1 maggio a fine della guerra come previsto. La prigione aveva, dietro la cucina, un grande vano con le caldaie di riscaldamento fuori servizio già da molti anni. Il cuoco era anche disposto ad aiutarmi. Per nascondermi c’era anche la cabina nera dove si dormiva su un tavolazzo e si riceveva solo pane e acqua. Il locale era usato pochissimo e forse anche il tetto andrebbe bene, ma fine aprile era ancora troppo lontana e faceva ancora freddo. I russi stavano entrando a Berlino, gli alleati forzavano il fronte oltre il Reno. In Italia si arrivava oltre il Po, verso Milano. Molte anime temevano di non arrivare salve alla fine. Io facevo circolare una carta geografica dell’Europa centrale con i fronti bene aggiornati degli eserciti alleati contro il nazifascismo. Tutti volevano essere informati e vedere la carta per sognare la fine. LA CELLA nr. 100 Nella cella 100 era rinchiuso il comandante partigiano Joško Franc Uršič di Caporetto, ferito e fatto prigioniero. Lo offrivano in cambio di un ufficiale della SS, ma Uršič non accettava lo scambio. Il 5 aprile il cuoco mi chiamò per portare il pranzo all’ ospite della cella 100. Accettai volentieri l’incarico, ma avevo paura di ciò che mi aspettava. Infatti, la porta era presidiata da un agente armato. Aperta la porta, vidi su un mucchio di paglia della carne insanguinata. Era difficile pensare che si trattasse di un corpo umano. Le gambe e le mani erano spezzate e solo con fatica riuscì a trovare una faccia sporca di sangue asciutto. Grattai con un

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cucchiaio le labbra, gli ofrii un cucchiaio di zuppa calda. Non appena ebbe sentito il caldo sulle labbra, tutti i suoi muscoli tesi si rilassarono. Non potei offrirgli altro, la sentinella sulla porta iniziò a protestare, il tempo era scaduto! 6 aprile CORONEO LA CELLA ERA VUOTA. JOŠKO FRANC URŠIČ di Caporetto morì il 7 aprile 1945 in Risiera di San Sabba di Trieste mentre si stava avvicinando la fine della guerra. LA LETTERA NON IMPOSTATA Le prime due celle nel corridoio dei minorenni al piano terra venivano tenute libere a disposizione del vicino Tribunale per casi speciali. Gli ultimi giorni di marzo ‘45 arrivò nella seconda cella un giovane ufficiale tedesco. Si vedeva che gli avevano strappato le mostrine dei gradi. Doveva essere un caso grave. Il giorno dopo mi bussò mentre lavavo il corridoio dei minorenni. Con molte difficoltà dovute alla lingua cercò di spiegarmi che apparteneva a una famiglia austriaca e aveva una moglie slovena. Il fratello della moglie era stato ferito e lui laveva nascosto per curarlo. Il fratello di questo ufficiale, che era anche ufficiale tedesco, scoprì il segreto e lo denunciò. Il cognato ferito fu condannato a morte e così pure egli stesso dal tribunale militare tedesco. L’ufficiale mi cosegnò una lettera indirizzata a sua moglie e mi pregò di impostarla dopo la guerra. Gli spiegai che anch’ io ero condannato a morte e lui mi strinse la mano commosso. Gli promisi che se fossi restato vivo, avrei senz’altro spedito la lettera. Purtroppo non c’era più tempo, nascosi la lettera nel canale dell’aria sopra la porta della mia cella. Il secondino mi cercava perché erano arrivati dei documenti da portare al sig. Ermenegildo che doveva copiarli a macchina.

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Il NONO dei miei giorni di RICORDO EVASIONE dalla prigione Coroneo a TRIESTE ll secondino anziano davanti l’entrata principale della prigione ricevette una lunga lista con 86 nomi di detenuti dalla Banda Gueli—Collotti di Via Cologna 6/8, scritta a mano. Dovevo portarla portare in cantina dal sig. Ermenegildo che doveva scriverla a macchina in bella copia. Compilò la lista e l’ultimo nome era di mio padre Zahar Rocco al quale aggiunse il mio nome e ottenne: Nr. 86 ZAHAR ROCCO GIORDANO La gioia era immensa, speravamo di avere fortuna. Radunati nella grande sala, il conteggio fatto dai guardiani non andava bene. L’ufficiale tedesco che non aveva fiducia negli italiani, ci mandò tutti giù nel cortile interno e ordinò a mio padre di tradurre le sue parole: chi sarà chiamato, faccia un passo avanti, fuori dalla fila. Chiamò il nr 86, uscimmo dalla fila tutti i due. Non si era accorto dell’inventiva di Ermenegildo. Ebbe inizio la salvezza, la MIA EVASIONE!

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Foto nr. 5

Banda - Gueli - Collotti

Sant' Antonio in Bosco – Mocco 1945

Foto nr. 6

Zona di "rastrellamento" Gueli - Collotti Torture, sedia elettrica, violentazioni

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Foto nr. 7

Via Cologna

Via Cologna 6/8 centro Gueli – Collotti »Ti manderemo in un posto molto caldo« al forno di Risiera a San Sabba Trieste

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Foto nr. 8

Prigione Coroneo

Prigione »CORONEO« via Nizza Trieste Miei 100 giorni, vitto e alloggio »EVASIONE«

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La sentenza di Giuseppe Gueli Ispettore Speciale Via Cologna 6/8 Trieste 15 marzo 1945 Ti manderemo in un posto molto caldo. Giuseppe Gueli: Io sono evaso dal Coroneo Non avrai nè il mio scalpo, né le mie ceneri! Nota: Ti assicuro che per fare del male non occorre essere intelligenti, perciò dal Gran Sasso ti avevano mandato a Trieste con la licenza di uccidere. Scritto a TRIESTE l’EVASIONE!

CORONEO

6

aprile

1945

dopo

TRIESTE 04 maggio 1945 NECROLOGIO L’Ispettore Generale dell’ Ispettorato Speciale di Via Cologna 6/8 Trieste, Giuseppe Gueli mi ha condannato a morte il 7 aprile 1945. Il 6 aprile 1945 sono EVASO dalla Coroneo. Il quattro (04) Maggio 1945 sono ritornato a casa. Il Vescovo Santin, scrive a mia madre: “Vostro figlio Zahar Giordano è morto il 7 aprile 1945 in Risiera di San Sabba a Tieste. Il Parroco del paese Franc Malalan ha portato la lettera del Vescovo con il necrologio e la riporta al Vescovo per archiviarla. PARTENZA per la Germania Uscimmo dal Coroneo in fila per tre. Pensai: ora sono libero, “l’EVASIONE“, sognata dal 15 marzo ‘45 è riuscita. Se ora mi metto a correre su per la Via Nizza, dal punto più alto della

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prigione, qualche agente mi spara! Anche se riesco a fuggire, non potrò andare a casa, Collotti mi farebbe cercare. Se invece resto nella colonna e marciamo insieme, nessuno verrà a cercarmi, cosi sarò con loro a vitto e alloggio. Il 1º maggio sta arrivando, noi non raggiungeremo Dachau, Monaco è lontana. Ci portarono alla stazione ferroviaria. Il treno non partì perchè a Jesenice in Slovenia, i partigiani avevano minato la ferrovia. Andammo a Roiano nella caserma Stock, attendevamo nuovi ordini. Improvisamente arrivò dal Coroneo l’ufficiale tedesco, prende Stanko, il corriere partigiano condannato a morte da Gueli e lo riporta al Coroneo. Era successo che il govanissimo Berdon Bogdan, il più giovane tra i minorenni, venne scambiato con Stanko per salvarlo. Ma la cosa non riuscì. Stanko andò a finire in una delle celle nere in cantina, a pane e acqua una volta al giorno. Fu dimenticato e lo liberarono i suoi partigiani il 1º maggio. Collotti aveva cercato il padre Berdon, ma non lo trovo’ a casa a San Giuseppe. Arresto’ il figlio Bogdan e sua sorella Majda. Ambedue furono liberati il 20 aprile dall’ufficiale tedesco per onorare il compleanno di Hitler. Nel proseguimento verso Palmanova, i cosacchi ebbero l’ordine di portarci a Tarvisio. Di notte, gli aerei degli alleati avevano distrutto i ponti, la strada e la ferrovia a Chiusaforte. Ci sbarcarono sul posto e si cominciò subito a lavorare sul ripristino del traffico. Dovevamo fare questo lavoro tutte le notti sotto i riflettori fino al il 29 aprile. Infinite clonne di pesanti camion tedeschi erano pieni di bottino di guerra e lo trasportavano verso la Germania.

Fine della guerra DOGNA 30 aprile 1945 (31) Il caporale della TODT, la grande impresa di costruzioni nazista, disse a mio padre: ”Hitler è morto! Spero che ci mandino a casa!” Non era ancora tutto finito. Io caricai mio padre sulle spalle, aveva

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l’ernia ad ambedue i lati, attraversammo il torrente che scorreva accanto alle nostre baracche e salimmo sulla strada pricipale Tarvisio-Trieste, cercando di allontanarci il piu’ possibile. Ci vide l’ex capo del sindacato della resistenza nel cantiere San Marco a Trieste, portato qui a Dogna, con l’ultima retata dai Tedeschi all’uscita dal cantiere nel pomeriggio. Si mise a seguirci, ma la sentinella gli sparò perché non si era fermato al suo alt. Colpito alla spalla cadde sull’orlo della strada. La sentinella prese la bicicletta col fucile sul manubrio, ci raggiunse e ci riportò alla baracca, passando accanto al ferito ancora privo di sensi. Avevamo avuto l’ordine di smontare la nostra baracca, arrivò un grande camion e lo carricammo in fretta per partire verso l’Austria. Il caporale della TODT chiamò mio padre come sempre. Erano spesso insieme, anche lui era del 1895 e parlavano della prima guerra, di Verdun e San Michele. La sua famiglia viveva a Berlino. Era molto in pensiero nel vedere gli aerei alleati che ogni giorno volavano verso nord per bombardare. Da molto tempo non aveva avuto notizie da casa. Il caporale mandò mio padre a prendere il ferito, che era ricoverato a Chiusaforte: ”Quà avete il mandato, prenda con sè il figlio e VIA VERSO TRIESTE.” Partimmo svelti, pioveva e cominciò anche a nevicare. Dovevamo trovare un posto per pernottare. In Carnia non ci vollero, non avevamo documenti. Così passammo la prima notte in un piccolo paese montano, lontano dalla strada. Arrivati vicino a Gemona vedemmo un gruppo di tedeschi che stava minando un piccolo ponte ferroviario. Passammo oltre le loro casse di dinamite, nessuno ci chiese nulla. Da un cespuglio a pochi passi da noi si sentì una voce molto aspra “STOJ!“. Erano i partigiani di Tito che tenevano sotto controllo una scuola piena di cosacchi. Ci presentammo come sloveni e il loro commissario si interessava di me. Voleva sapere se parlavo italiano perchè voleva arrruolarmi. Per fortuna ha ascoltai mio padre e mi ha lasciò andare. La strada verso Gemona, specialmente lungo Venzone, era murata lungo entrambi i lati da muri alti da sembrare un canalone.

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Le truppe dei collaborazionisti riempivano tutta la strada canalone solo verso nord. Noi due scendevamo a sud, non potevamo proseguire, dovevamo accovacciarci sul fondo dello scolo d’acqua. C’era un’infinita colonna di cosacchi con i loro carri tipici russi, carichi di tutto e sopra avevano una mitraglia pronta all’uso. Con loro le famiglie, donne, bambini e anziani. Seguivano gli istriani con la capra, molti ucraini in nero come le “SS”. Gli sloveni cattolici non c’erano, ho saputo dopo, erano andati verso Vienna. A Trasagnis, prima di volgere verso Gemona, accanto alla strada, piena di animali uccisi e camion tedeschi colmi di bottino in fiamme dopo il passaggio dei piccoli aerei inglesi, c’era una villetta con un bel giardino, nel quale era disteso il corpo di un cavallo. L’anziano abitante della villetta uscì portando un vassoio e un lungo coltello e attese per un attimo l’anziana moglie. Levarono la pelle dalla coscia del cavallo e cominciarono a tagliare fettine di carne ancora fumante, senza badare al disastro che li circondava sulla strada bombardata poco prima. Camion in fiamme, morti dappertutto. Arrivammo a Gemona, la cittadina era gremita di gente arrivata da tutte le parti. Era stata liberata dai garibaldini. Trascorremmo la notte dormendo in chiesa. Quando il mattino seguente lasciammo Gemona incotrammo un carro armato americano sbandato in un canalone. I militari ci offrivano sigarette a pagamento. Allora non si fuma! ABBIAMO SUPERATO IL FRONTE A Udine ci convogliarono in un grande cortile murato da tutte le parti. Mio padre andò in cerca di informazioni su come proseguire e capì che si parlava di “quarantena”. Scavalcammo il muro di cinta, non lontano ci trovammo sul ponte vicino alla stazione ferroviaria, dove in andata avevamo vissuto il bombardamento di Udine. Si fermò un’autoblinda americana, ci chiedono di Cividale, salimmo a bordo e proseguimmo fino a Cormons per una sosta. A Monfalcone, da un bar socchiuso ci d un calice di cognac all’uovo.

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Fermi in mezzo alla piazza più grande, incontrammo un giovane con un fazzoletto rosso al collo. Correva e gridava: ”Lo hanno ucciso, vicino Treviso, un partigiano triestino lo ha riconosciuto. Cercava di raggiungere gli alleati che erano già’ molto vicini.” Chi era? “Collotti, si intende!” Passammo la notte nel dopolavoro che era tuttto in disordine. Chiudemmo i rubinetti dell’acqua. Dormimmo su un tavolone dietro il banco del bar. Ci alzammo molto presto per proseguire il cammino. Vicino a Duino passò un pesante carro con ruote di gomma trainato da un cavallo. Il grande tavolone ci accolse volentieri, il guidatore era contento di aiutarci. Gettai via i miei scarponi militari che mi aveva dato un soldato italiano dopo l’otto settembre ‘43, al quale mia madre aveva dato un vestito civile affinchè i tedeschi non lo arrestassero. Gli scarponi avevano le suole di cartone ed i chiodi di legno. Pensavo come li avevano mandati in Russia? Prendo le mie pantoffole che avevo preparato nel tempo libero nella baracca. A Barcola ci fermarono. Accanto a noi passavano camion tedeschi pieni di soldati in uniformi pulite con elmi mimetizatti e con i loro soliti picoli zaini. Poi marciò una colonna di soldati non armati. Giù in fondo al lungo viale c’erano gli americani che filmavano. Era il 4 maggio 1945. SIAMO FINALMENTE A CASA Il parroco del paese Mons. Franc Malalan, saputo del nostro ritorno, venne subito a trovarci e consegnò a mia madre una lettera del vescovo Santin di Trieste. Il parroco aprì la lettera e lesse ad alta voce: ”VOSTRO FIGLIO ZAHAR GIORDANO E’ MORTO IN RISIERA IL 7 aprile 1945.”. Il vescovo Santin aveva mandato a fine aprile alcuni volontari alla Risiera di San Sabba di Trieste. Sul posto del forno già esploso avevano raccolto tre sacchi di documenti di condanne a morte dei detenuti finiti nel forno. Il vescovo mandò ai familiari di tutti i condannati il relativo necrologio! A me fu mandata anche la mia carta d’identità, quella che mi avevano preso al momento dell’arresto.

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I documenti erano stati portati alla Risiera, ma io riuscì ad evadere e sono rimasto vivo! Già allora si pensava di dare quei documenti, raccolti dal vescovo, in mano a degli storici per analizzare il contenuto. Per sapere quanti ebrei, sloveni, croati e triestini della resistenza perirono nel forno della Risiera.

TRIESTE 21 gennaio 1946 Ebbe inizio il processo della Risiera. Tante erano le resistenze oscure. Il pretore Serbo subì pressioni non piacevoli. Per poter lavorare sul processo era addirittura costretto a nascondersi nella soffitta del Tribunale anche di notte. Finito il processo, si ebbe la sentenza: in Risiera sono morti solamente ebrei! Serbo sparì in Puglia. Tornò a Trieste molto tempo dopo.

IL DECIMO dei miei giorni di RICORDO LA FOIBA DI BASOVIZZA MAGGIO 1945 TRIESTE 5 maggio 1945 Mia madre era molto felice del nostro ritorno, purtroppo per poco tempo. Non aveva nessuna informazione del figlio maggiore. L’atmosfera familiare diventò sempre più insopportabile. Andai a trovare i miei coetanei del vicinato e insieme andammo a curiosare cosa era successo durante gli ultimi giorni di guerra. Sul Monte d’oro i tedeschi avevano una potente batteria di artiglieria pesante. Sparavano a campagna aperta sui nostri paesi per fermare o almeno ritardare l’avanzata dell’ armata jugoslava su Trieste affinchè non arivasse prima degli alleati. Sul Carso si lavorava sodo per pulire i pascoli, non c’era più fieno per i bovini e bisognava portarli a pascolare. C’era un gran movimento intorno al pozzo della vecchia miniera di Basovizza. Su una strada ex militare che passava proprio

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vicino la miniera, quattro carri militari tedeschi, ognuno trainato da due cavalli, furono colpiti da esplosioni durante la battaglia di Basovizza tra jugoslavi e tedeschi. Furono colpiti a morte quattro conducenti, soldati della Wehrmacht, e otto cavalli. Gli adetti alle pulizie, tutti anziani e reduci della prima guerra, avevano vissuto cose simili. Fino ad allora avevano gettato nel pozzo 7 (sette) cavalli. L’ultimo, il più lontano, era da eliminare, era gonfio, puzzava molto, percio’ non gli andammo vicino. C’era abbastanza da curiosare altrove. Il primo carro con quattro ruote, anche in legno, era del tipo aperto, era stato colpito in pieno da una forte esplosione. Era zeppo di libri militari. Io presi un piccolo manuale tascabile per tenerlo come ricordo. Il secondo carro, colpito come il primo, era pieno di materiale medico. Trovai una siringa che mi scoppiò in mano per averla sforzata troppo. Il terzo carro era pieno di indumenti vari, cerati e neri con capucci antipioggia, tutto distrutto dall’esplosione. Al quarto carro non ci si poteva avvicinare per il grande fetore, il cavallo non era stato ancora rimosso. Volevamo far ritorno verso casa attraverso il bosco Bazzoni. Trovammo un cannone anticarro con la cima della canna insanguinata e per terra era una seconda mina pronta per l’uso, con cui si doveva distruggere il cannone abbandonato, affinchè non cadesse nelle mani del nemico. In un cespuglio lì vicino trovammo il corpo di un ufficiale tedesco con una mano mozzata, morto dissanguato. Riuscimmo a disinnescare la mina vicino il cannone. Tornammo al pozzo della miniera per spiegare dove si trovava il nuovo cadavere. Loro ritornarono il giorno dopo con tre litri di benzina che non bastavano. Bruciarono solo il capotto e l’uniforme. Le attività di guerra stavano diminuendo, a Lubiana cessarono il 9 maggio ’45. Dai fronti in Germania e in Austria verso Vienna arrivavano buone notizie. Dall’ Italia arrivavano notizie frammentarie. Il popolo, stanco del fascismo, si stava muovendo.

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Da Roma arrivò al Comando alleato di Trieste l’allarme: “Attenzione! I titini hanno gettato nella foiba di Basovizza 19.000 italiani, solo perchè erano italiani! E anche alcuni soldati della Nuova Zelanda”. In tempo di guerra e anche in tempo della guerra fredda, le notizie false e le bugie erano cibo prelibato per i furbetti di tutti i tempi e luoghi! La Foiba di Basovizza fu menzionata in alcuni articoli “incendiari” nei quotidiani di Roma ,”la Nuova Italia” e “Libera Stampa” del 29 luglio ’45. Venne riportato che oltre 600 corpi inclusi 10 soldati neozelandesi erano stati recuperati. Queste notizie sono FALSITA’! Il Ministero della difesa neozelandese rispose: ”…concerning stories about the bodies of 27 New Zeland soldiers, we have found that they had not basis in fact !” Dopo ogni guerra c’è un lungo periodo di assestamento. I francesi dopo la rivoluzione del 1789, ne risentirono le difficoltà per oltre un secolo. A Trieste la situazione era difficile. L’Italia aveva occupato nel 1918 il Litorale sloveno. Avevano cacciato gli sloveni, i croati e gli austriaci e nel 1938 anche gli ebrei. Nel 1941 fu annessa la Provincia di Lubiana come la 21.esima regione italiana. Mussolini diede CARTA BIANCA al Generale Robotti e al Generale Roata. C’era anche il clero cattolico sloveno che voleva slvare il mondo dal comunismo. I fascisti a Trieste spaventavano la popolazione con il “PERICOLO SLAVO”. Non si erano ancora accorti che Trieste era solo la punta dell’iceberg slavo dall’Isonzo alla Kamchatka, ovvero da Trieste a Vladivostok! La foiba di Basovizza venne usata dagli agenti della Guardia civica per infoibare sei ostaggi civili e una donna, forse corriere patrigiano. Nel maggio ’45 il Tribunale militare jugoslavo condannò a morte Mario Fabian, collaboratore della Banda Gueli – Collotti per crimini contro l’umanità, prodotti in Villa Triste (Via Bellosguardo) e in Via Cologna 6/8 a Trieste. L’esecuzione venne eseguita con l’infoibatura nel pozzo di Basovizza prima del ritiro di Tito da Trieste. Le foibe Istriane del settembre ‘43 erano atti di

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guerra. I garibaldini vi avevano infoibato 47 fascisti. La Guerra non terminò con l’armistizio italiano. Badoglio allora dichiarò: “La guerra continua.”. Lasciò in grandi difficoltà migliaia di soldati del Reggio esercito, su tutti i fronti dove Mussolini aveva collaborato con Hitler. Poche gavette di ghiaccio (dell’armata scomparsa) tornarono in patria. Nessuno è mai stato chiamato a rispondere di questo. Il Corriere della Sera di Milano pubblicò su un’intera prima pagina “Un milione di infoibati“. E’ questo lo slogan che ancora oggi si usa per ragioni di propaganda, dimenticando che nuoce soprattutto al futuro dell’Europa Unita, che ha bisogno di pace e di collaborazione etnica! LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA L’atmosfera di quei giorni di fine della guerra era inquietante. Anche la natura dopo la tempesta ha bisogno di un pò di quiete per ripristinare la normalità. La popolazione invece aveva la sensazione di attendere un futuro incerto. Si incontravano amici sopravissuti. Si cercavano informazioni sugli assenti vivi o morti. Io non resistevo a casa, non so che cosa mi portava in città. Quanti incontri. Passai vicino l’ex comando delle SS, dove il comandante il 10 gennaio ‘45 consegnò a mia madre la bicicletta di mio padre che era stato arrestato andando al lavoro e non tornò più a casa. Il comandante delle SS era Dietrich Allers che anni dopo inontrai ad Amburgo nel cantiere navale dove lavoravamo entrambi. Proprio su questo portone delle ex SS era ora in servizio di sentinella un giovane istriano che era stato con me in Coroneo nella stessa cella. Era stato fatto prigioniero dalla X-Mas prima di Natale 1944 al ritorno dalla Lika dove era andato a far visita alla madre. Era felice che io lo avessi visto in servizio nella nuova uniforme partigiana croata. Lo liberarono dalla prigione il 1º maggio proprio i suoi ex compagni. Incontrai anche Stanko, il corriere partigiano condannato alla Risiera. Si era salvato il 6 aprile uscendo dalla prigione in nome del giovane Bogdan Berdon, arrestato con la

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sorella a San Giuseppe, perché non avevano trovato il loro padre a casa. Anche Stanko era stato vittima di Collotti, appeso allo stesso chiodo sotto il soffito della stanza della tortura in Via Cologna. Ci siamo stretti le mani, le braccia erano ancora dolenti. Poi incontrai Guido. Dal balcone del loro soggiorno in Via Beccaria pendeva una grande bandiera jugoslava. Mi disse che suo padre, medico militare, aveva venduto l’appartamento: “Voi avete vinto, noi andiamo via, ritorniamo in Italia”. Lo disse quasi piangendo. Gli raccontai di Collotti e della macchina elettrica per le torture. Mi rispose che non mi avrebbe creduto se non mi conoscesse dai tempi della scuola. Intanto la mia salute peggiorava. Avevo anche la febbre. Il medico della cassa malati di mio padre mi ha mandò a fare i raggi X a Trierste. C’era molta gente in attesa nello studio medico. Arrivò una signora, colta e arrogante, dicendo che aveva una buona notizia. Suo marito conosceva l’inglese ed aveva conoscenze molto importanti fra gli alleati che gli avevano raccontato dei contatti con Tito il quale era disposto a lasciare Trieste. Noi della resistenza rimanemmo delusi. Con la partenza di Tito si calò ”la cortina di ferro”. ”LA CORTINA DI FERRO” Tutti i nemici di Tito, ora a Trieste favoreggiati dagli alleati, si mossero contro chi aveva lottato contro il nazifascismo con la resistenza. Il clero cattolico sloveno locale, amico del popolo, veniva ora biasimato dai cattolici sloveni fuggiti dalla Slovenia a Trieste alla fine della guerra. Un giorno andai a fare la nuova carta d’identità. Mi mandarono in Via Cologna 6/8, proprio nella stanza al primo piano di fronte alla stanza delle torture, con il chiodo sotto il soffitto. A tenere l’ordine in cima alle scale erano in servizio gli agenti della banda Gueli – Collotti. Mi riconobbero. Uno di loro grida all’altro: ”Stanno

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ritornando!“ Lo capii dove stavamo ritornando. Da questa “cortina di ferro“ parte la grande cultura occidentale! In quel momento decisi di andarmene lontano da questo caos che si stava formando qui. L’ EFFETTO IMMEDIATO DELLA CORTINA DI FERRO Dopo che Tito aveva lasciato Trieste, la polizia civile irruppe nel soggiorno di Jaksetich. Sopra il caminetto trovarono la cassa della pistola senza il portaproiettili. L’aveva deposta lì come ricordo della lunga lotta contro il fascismo per la libertà il commissario della “Brigata dei fratelli Fontanot.” Senza attendere le prescrizioni legali il giudice pronunciò la sentenza di condanna a sei mesi. Fu portato al Coroneo e la sua libertà ebbe subito una reazione dal sapore amaro!

LA FOIBA DI BASOVIZZA La terza volta (1) Trieste settembre 1945 Gli alleati iniziarono a sistemare una gru speciale all’uscita del pozzo dell’antica miniera di carbone di Basovizza. Da Roma facevano pressioni, perciò si mossero per vuotare la voragine. Speravano di recuperare le salme dei 27 soldati neozelandesi infoibati dai cattivi Titini, come comunicarono i furbetti fascistoidi di Roma. Strano che gli alleati avevano creduto alla bugia e presero la cosa sul serio! I preparativi durarono dal 7 agosto al 21 settembre ‘45. Arrivarono con un nuovissimo caterpillar, una benna e cavi d’acciaio. Accanto al pozzo, sotto la gru, sistemarono un lungo e solido banco dove poteva arrivare la benna con il materiale. Ero curioso che cosa avrebbero estratto dal pozzo. (14)

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Un amico mi portò dall’archivio del “Confine Orientale” di Roma una copia di quel protocollo quasi segreto. Il prorotocollo originale si trova presso gli archivi del Public Record Office di Londra. Lo ha pubblicato il PICCOLO del 10 gennaio 1995. RESTI UMANI La gru con la nuova benna fu attivata il 21 settembre 1945. 22 sett. Una tunica e un braccio umano 23 sett. Recupero non soddisfacente Una carcassa di cavallo, parti di un’ arma automatica e il fodero di una spada Resti di un cavallo e tre corpi umani ( uno di un tedesco WO, un altro forse anche di un tedesco, Il terzo forse di sesso femminile ) 26 sett. Quattro corpi umani, resti di cavallo e indumenti 27 sett. Resti umani, resti di cavallo e zoccoli 28 sett. Un corpo umano, resti umani 29 sett. Manutenzione Resti umani, resti di cavallo, indumenti e uno stivale 05 ott. Resti umani, due piedi, resti di cavallo, capelli 06 ott. Resti umani, pietrisco, legnami 08 ott. Pietrisco, due piedi, uno stivale 09 ott. Un corpo, due piedi, una mano, pietrisco I resti umani furono rovesciati in una fossa minore accanto al pozzo. Riempita la fossa, si continuava a scaricare a cielo aperto nei dintorni di quest’ultima e si ricopriva poi con poca terra. I resti umani sarebbero dovuti essere sepolti separatamente da quelli dei cavalli e dovrebbe essere data loro la giusta e umana sepoltura.

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Io avvertii il vice Vescovo della situazione non cristiana, ma non ebbi risposta. Le teste dei cavalli vennero portate altrove. Anche i resti del legno dei carri fu portato via, specialmente i pezzi piu’ grandi.

MATERIALI RECUPERATI DAL POZZO Pietrisco. Il fondo del pozzo è coperto di pietrisco a 175 metri sopra il livello del mare. Lo aveva detto lo speologo nel 1941 quando era stato recuperato il corpo della giovane che si era gettata ne pozzo. Da quel fondo parte una galleria verso Basovizza. I soldati WO sono i quattro conducenti dei carri distrutti davanti il pozzo a fine aprile. I cavalli sono in tutto due per carro, in totale otto. Il corpo di sesso femminile. Si tratta della giovane infoibata da due agenti della Guardia civica Civica nell’estate del 1944. Il corpo, forse di un soldato tedesco. Si tratta dell’ufficiale tedesco senza mano trovato nel bosco Bozzoni, dissanguato e bruciato con poca benzina. Indumenti, si tratta del materiale del terzo carro. Corpi umani, 7 corpi umani, infoibati nel 1944 dagli agenti della Guardia civica Un corpo umano, si tratta di Mario Fabian, condannato dal Tribunale militare jugoslavo per crimini all’umanità nel maggio ’45. C’erano in tutto 38 tentativi con la benna che diedero materiale utile. Si tentarono ancora 14 alzate con la gru, ma invano. Si pensò di smettere con la ricerca dei soldati neozelandesi di cui non c’era nessuna traccia, solo un beretto di un aiutante. Nessuno ha mai chiesto da dove il falso allarme da Roma!

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CONCLUSIONE: Gli alleati, prima di abbandonare la zona “A”, avevano gettato nel pozzo vari oggetti avuti dall’America senza dogana (frigoriferi, lavastoviglie, ecc.) per non pagare la dovuta imposta se li avessero esportato. Due ditte triestine ottennero il permesso dal Comune di San Dorligo di vuotare il pozzo in cui c’era poco materiale utile. Le ditte però si ritirarono. Le autorità di Roma ordinarono la chiusura del pozzo con un solido coperchio in calcestruzzo armato.

TRIESTE 10 Febbraio 2014 GIORNO DI RICORDO in TV. In Senato qualcuno aveva gridato: “Un milione di infoibati!“. Alcuni giorni dopo diedero in mano al senatore più onorato un foglio da leggere a Basovizza davanti a un cipo improprio vicino al pozzo. Mentre leggeva dal foglio: “…nove mila”, poi “19 mila“ si sentì male e quando arrivò a “25 mila infoibati dai partigiani sloveni di Tito” perse il fiato! Mi chiedo: qualcuno aveva avuto il coraggio e anche il permesso di promuovere una tale commedia? Il cipo improprio era una lapide del 1959 che dovrebbe rappresentare 300 metri cubi di cadaveri infoibati. Sul cipo sono indicati cannoni austroungarici della 1.a guerra. Il numero 300 ed i cannoni dovevano fare un effetto speciale ed il numero 300 spesso variava e diventava 500 o perfino 5000 per influenzare maggiormente i visitatori, ancora sotto l’effetto degli eventi della guerra. Nella foiba di Basovizza c’è un solo infoibato: Mario Fabian. Come mai quel qualcuno a Roma non si ricorda dei 6 ostaggi della Guardia civica? E della giovane donna? E degli infoibati vivi in presenza di 14 pastori? Gli alleati furono presi in giro con i neozelandesi. Queste commedie dovrebbero finire. Siamo in

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Europa. I local-nazionalismi dovrebbero ridimensionarsi un pò! E si dovrebbe finire con questi giochetti puerili! A pochi passi dal pozzo di Basovizza c’è il “Mausoleo di Basovizza” che dovrebbe essere un simbolo di tutti gli infoibati, anche per quelli della Guardia civica!

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Doc. nr. 7

Rapporto segreto alleati

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ALL‘ESTERO PER LO STUDIO Ginnasio scientifico di Postojna Sono partito la seconda volta Nel ginnasio eravamo tutti reduci dalle scuole italiane. Il nostro sloveno era dialettale. Gli insegnanti erano molto cortesi e bravi. Erano venuti dalla Slovenia e riuscirono a salvare la nostra strana situazione. La letteratura classica slovena era per noi una scoperta meravigliosa. Non solo il romantico France Prešeren con le sue poesie, ma anche le opere dei narratori del Novecento. Il socialrealista Cankar con il suo racconto “Hlapec Jernej e la sua giustizia”, Josip Jurčič con il primo romanzo sloveno ”Deseti brat” erano una bella sorpresa. La storia insegnata dall’aspetto sociale, la rivolta dei contadini di Tolmino con tutte le verità e bugie. Trovai interessanti le ragioni della rivolta di Lutero, la cosidetta Riforma e soprattutto la Controriforma che avrei poi incontrato nel nord della Germania in contatto diretto con i protestanti, tutte cose mai sentite nella scuola italiana. Le ragioni e le cause per la rivoluzione francese. La verità sull’impero austro-ungarico che non era stato una prigione di popoli, come ci avevano insegnato in Italia, bensì una federazione di sette nazionalità differenti, trattate con ugualianza, come potevamo sentire dai nostri genitori che l’avevano vissuto. I giovinastri istriani, per la maggior parte figli di ricchi possidenti terrieri, avevano usato l’irredentismo italiano per fare confusione con il loro supernazionalismo e il tutto alimentato dal PICCOLO di Trieste già dal lontano 1881 fino ad ora. E con il Concordato laterano del 1929 nacque l’alleanza di Pio XI con il fascismo di Mussolini.

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NASCITA DELLA SCUOLA NAUTICA SLOVENA Semedella 1º marzo 1947 A metà dell’anno scolastico arrivò un’importante notizia. Da Lubiana arrivò l’ordine di aprire a Capodistria una scuola nautica slovena. Non c’era tempo da perdere. All’inizio del 1947 c’era ancora il Territorio Libero di Trieste. Dovevamo aprire la scuola nautica slovena al più presto e prima che il TLT si dividesse in due fra la Jugoslavia e l’Italia. Se fossimo rimasti dipendenti da Belgrado, i serbi non avrebbero dato alla Slovenia il permesso di aprire ancora un’ennesima scuola nautica in Jugoslavia. Il mio grande sogno di diventare “tecnico navale” ora diventò per me una vera ossessione. Il mio collega aveva uno zio ingegnere navale che si è attivò senza esitare. Facevamo molta propaganda tra i migliori studenti con ottimi voti. Andammo fino a Capodistria, oltre tutti i confini ancora esistenti. Il futuro preside riuscì a sistemare a Semedella le aule, la casa dello studente con vitto e alloggio e arruolò i professori del rango per tutte le materie. SEMEDELLA Il 1o marzo 1947 venne inaugurata la scuola nautica slovena sulla costa adriatica slovena, per la prima volta nella storia. Arrivarono ancora nuovi studenti sloveni, sparsi in molti luoghi durante la resistenza, la guerra era finita da poco. Gli studenti avevano molto interesse e arrivavano da tutte le parti: dal goriziano, da Postojna, dalla nautica di Trieste, da Lubiana, perfino da Praga, dalla Bosnia e dalla Dalmazia, tutti rimasti sparpagliati dai venti di guerra. Successivamente la scuola nautica sviluppò un corso nautico superiore per capitani di lungo corso. Nello stesso tempo fu fondata società navale slovena che ingaggiava tutti i cadetti usciti con il diploma di maturità della nuova scuola nautica. Ricordo con piacere quei tempi quando frequentavamo la sezione tecnico-navale

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con il moto ”Ama il mare e tieniti a riva!” Da lì passammo poi all’Università tecnico-navale di Zagabria. Alla celebrazione del 50º anniversario della scuola nautica a Semedella nel 1997, ho saputo con piacere che 540 ex comandanti in pensione erano tutti ex cadetti della nostra scuola nautica di Semedella del 1947. ARBE 15 settembre 1947 Di ritorno dal viaggio inaugurale della scuola nautica slovena di Pirano con la nave scuola “Viševica” ci fermammo nel porto di Arbe. Il sindaco ci accolse con la banda musicale ed il saluto di una folla di isolani. Ci disse che eravamo i primi sloveni venuti a visitare il campo di concentramento di Arbe dopo la fine della guerra. Era il piu’ grande campo che gli occupatori italiani avevano costruito nei Balcani. Il campo era destinato a bambini e anziani, sfollati dai paesi della provincia di Lubiana dove le unità militari del generale Robotti avevano distrutto, incendiato e passato per le armi gli abitanti che aiutavano i “ribelli” sloveni di Tito. La lunga colonna si fermò davanti all’entrata principale del campo; davanti a noi si aprì una vallata con resti di tende scartate dal Reggio esercito e strappate dalla bora ed un enorme cimitero abbandonato. Dopo l’armistizio dell‘8 settembre 1943 tutti gli ufficiali ed i soldati di guardia fuggirono velocemente. Pare che fossero stati affondati dai motosiluranti tedeschi al largo dell’isola, perchè non si erano fermati al loro “alt!”. I maschi del campo ancora abili si organizzarono e prima di abbandonarlo eressero una grande croce di abete. Ai piedi della croce lasciarono una scritta : ”Italiani vergogna!”, più in basso “4.500 sloveni morti” e accanto: ”qui sono morti 150 bambini piccoli, separati dai loro genitori.” Come se non bastasse, una notte arrivò una grande onda anomala che ribaltò la baracca dove erano sistemati i bambini, sbattendoli sul vicino recinto in filo

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di ferro spinato alto quasi tre metri. Si vedevano ancora pezzi di vestitini, scarpette e altri pezzi di vestiario. Le tende di pessima qualità davano poca protezione ai prigionieri i quali dormivano sul terreno nudo e quasi senza coperte. Il vitto era scarso perchè il cibo finiva in borsa nera o altrove. Attraverso questo campo passarono circa 17.000 prigionieri. UNIVERSITA’ DI ZAGABRIA Prima di decidere dove andare a studiare avevo cercato informazioni a Napoli, a Genova e anche a Vienna. Prevalse Zagabria. La lingua serbo-croata non sarebbe stata un ostacolo, dopo che avevo frequentato la scuola slovena. (17) Il professore Timoshenko Stjepan Prokofjevič della cattedra teoria delle costruzioni di Leningrado con i suoi assistenti Kostantin Kališčev e il dottor Kiričenko si erano trasferiti durante la guerra da Lenigrado a Zagabria. Il dottor Franjo Bošnjaković era docente anche a Zurigo ed a Berlino. Al tempo di Kennedy fu ingaggiato dalla Nasa. L’industria navale austro-ungarica era conosciuta in Europa e altrove, specialmente per le corazzate pesanti Wien, Sanct Stefan e la Viribus Unitis. Munito di tutte queste informazioni la scelta per me era facile. Superai l’esame di ammissione all’università e così potei iscrivermi, anche se venivo dall’estero. Trovai una stanza a buon prezzo non lontano dall’Università. Non avevo una borsa di studio come tutti i miei colleghi jugoslavi. Bisognava rispettare i termini degli esami previsti il che era abastanza difficile e richiedeva molti sacrifici. Durante lo studio ebbi l’occasione di lavorare qualche ora libera nella meravigliosa Biblioteca universitaria. Poiché conoscevo l’italiano mi destinarono al reparto di volumi italiani. Mi attendeva un enorme mucchio di libri letteratura italiana nel quale dovevo fare un pò d’ordine. Mentre avevo tra le mani il Manzoni mi accorsi del carteggio epistolare con lo scrittore croato Avgust Šenoa. Šenoa aveva pubblicato un suo romanzetto, Zlatarijevo zlato (L’oro dell’orafo), il quale suscitò

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grande interesse del Manzoni. In una lettera raccontò all’amico Šenoa che stava lavorando su un grande romanzo storico sulla calata dei Lanzichenecchi e sulla peste di Milano e che gli sarebbe stato molto grato se gli permettesse di includere nell’opera la storia del suo romanzetto “L’oro dell’orafo”. Šenoa gli diede il suo benestare e così il romanziere italiano la inserì nella storia di Renzo e Lucia. Negli scritti di Gabriele D’Annunzio trovai che quando parlava di croati li chiamava pastori di suini. Strani questi rapporti est-ovest. La Cortina di ferro è quasi una logica soluzione politica. Era già presente nel buio della storia non di ferro, ma dei cervelli malati! Gli studi a Zagabria erano molto interessanti. Ebbi modo di frequentare fuori-corso lezioni speciali di matematica e scienza delle costruzioni applicata alle costruzioni navali. Timošenko era già allora molto all’avanguardia. Superai l’esame di laurea con il massimo dei voti entro il termine dei dodici semestri e vinsi il concorso per un posto nell’unico ufficio di progettazioni navali per tutti i cantieri jugoslavi, la Brodoprojekt di Fiume. Tuttavia preferì rimanere in Italia da dove dovetti proseguire per l’estero. Tornato a Trieste non potevo trovare un impiego perchè non ero istriano!

ALL’ ESTERO IN CERCA DI LAVORO LA SVIZZERA Dopo la laurea mi sposai con la ragazza alla quale ero stato sempre legato. Mentre attendevamo la nascita della primogenita, arrivò un conoscente che aveva girato il mondo nei suoi 80 anni di vita e mi diede un consiglio utile: ”Se vai all’estero in cerca di lavoro, impara la lingua, informati che cosa produce la ditta e che cosa puoi offrirle. Sopratutto non abbandonare l’Europa. Il resto del mondo offre forse più denaro, ma null’altro. L’estero ti consuma la vita!”

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Partii per la Svizzera con in tasca la grammatica tedesca. Arrivai a Zurigo. Passai accanto la fabbrica di grandi eliche per grandi navi passegeri o per navi militari. Per sfruttare l’occasione mi presentai all’ufficio personale chiedendo un’assunzione temporanea per imparare la lingua. Mi chiesero se conoscessi l’italiano. Loro avevano vinto la gara internazionale per la costruzione di un impianto di pista di ghiaccio a Cortina d’Ampezzo per le olimpiadi invernali. Mostrai il mio passaporto italiano. Pensavano che avessi studiato in Italia e il capo personale mi disse: ”Noi non abbiamo bisogno di impiegati statali, ma di un ingegnere industriale”. Rimasi molto male, non sapevo nulla di questi titoli. Proseguì verso il vicino Baden a pochi chilometri da Zurigo. Volevo vedere la Browm Boveri. Avevano un reparto navale dove si producevano turbosoffianti per grandi motori diesel. Mi presentai al dottor Jenny, conosciuto come esperto di turbosoffianti, che stava progettando un nuovo tipo. Mi ricevette soprattutto perché sapevo l’italiano. Gli sarei stato utile per i suoi contatti con la Fiat di Torino. Cominciai ad aiutarlo nei suoi calcoli matematici. Presto però egli partì per Berlino lasciandomi una dozzina di equazioni potenziali da risolvere graficamente su carta millimetratta a distribuzione logaritmica. La cosa stava diventando molto seria. Si doveva calcolare l’energia dei gas che il pistone emette dopo l’accensione. Fino ad allora aveva avuto come collaboratori molti laureati in termodinamica, dei quali però non era soddisfatto perché facevano un calcolo all'anno, mentre egli ne aveva bisogno 27 per ogni anno. Quando ritornò da Berlino trovò i miei 4 calcoli pronti e risolti. Avevo con sè il testo di termodinamica del mio professore Franjo Bošnjaković. Jenny lo prese e lo portò via con i calcoli risolti. Ritornò con i suoi testi ed il il mio libro dicendomi: ”Tu hai la fortuna di avere l’originale, io invece dovevo accontentarmi dei testi occasionali. Bošnjaković è stato mio professore all’università di Zurigo. Davanti a lui ho sostenuto la tesi di dottorato in termodinamica”. Poi mi offrì il posto di assistente.

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Rimasi però solo 18 mesi. Il lavoro era troppo pressante, avevo paura delle conseguenze per la salute se avessi insistito troppo a lungo. Non potevo accettare di restare. L’amore per le progettazioni navali mi aiutò a cambiare opinione. Decisi di andare ad Amburgo nel noto cantiere navale “Deutschewerft”. A dire il vero, il mio sogno rimaneva sempre quello del “tecnico navale”. HAMBURG “DEUTSCHEWERFT”

Foto nr. 9

"Deutsche Werft" Hamburg

IN CERCA DI LAVORO IN GERMANIA Decidemmo di andare in Germania e comprammo una nuovissima FIAT 600 appena uscita. Amburgo 10 maggio 1957 Era una data molto speciale: scadeva l’occupazione alleata. Dovevano distruggere entro il giorno seguente le opere militari tedesche. Infatti, quel mattino minarono il bacino nel quale avevano costruito il famoso incrocciatore pesante “Bismark” e

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minarono e distrussero la grande base per sommergibili, vicino al cantiere dove stavo andando. Amburgo era una città con due milioni di abitanti ed era devastata dai bombardamenti. Era quasi impossibile trovare una stanza libera. Il primo mese mi aiutò il mio collega, l’ingegnere Tenze. La paga era molto bassa, non si poteva vivere con la famiglia. Il primo giorno, l’11 maggio 1957, attraversando il fiume Elba per raggiungere il cantiere, lessi sul giornale: ”Il cantiere Deutschewerft AG è oggi il più grande cantiere navale del mondo, ha 14.000 operai e produce 12 navi all’anno.” Era quello che cercavo. L’economia tedesca doveva tornare ai tempi del 1938, tutti dovevono contribuire con il lavoro, le fabbriche si rinnovavano, l’America aiutava ovunque. Non si parlava di nazismo. Non sentii mai nominare Hitler. Il Cancelliere Adenauer ordinò a tutti gli organi mediatici di raccontare ai tedeschi la storia con tutta la verità, dal 1875 al 1945. La gioventù esigeva la verità su tutto e subito. Niente dimenticanze all’italiana. Quando l’Europa fece l’accordo CECA, tutti i media tedeschi protestarono perchè non volevano che l’Italia ne facesse parte. Secondo loro aveva troppi comunisti e non aveva rispettato le alleanze nel 1915 e nel 1943. Il direttore tecnico del cantiere mi ricevette ancora nelle vecchie baracche promettendomi che presto avrei avuto un ufficio migliore. Gli alleati avevano sgomberato alcuni locali nella vicinanza della ex base dei sommergibili dove si sarebbe trasferita immediatamente la sezione allestimento. Il capo del reparto, herr Maier, era davvero molto occupato, doveva consegnare ogni mese una nave. I tedeschi non parlavano del loro comportamento durante la guerra e il nazismo. Era appena arrivato tra di loro un italiano, bisognava testarlo. Le mine scoppiavano sui tralicci nel Sud-Tirol, e tutti insieme gridavano: ”es hat geknalt” (è scoppiato!). Avevano problemi della minoranza, ma li avevo anch’io! Capirono che stavo con loro.

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Herr Maier mi ricevette cordialmente, mi raccontò che aveva lavorato a Trieste nel cantiere navale San Rocco. Mi mostrò un planimetro e un vocabolarietto tedesco-italiano, tascabile, che aveva comperato presso la cartoleria Stoka. Lasciò Trieste quando avevano dimesso l’ingegner Kossuta e l’artista Černigoi che allestiva i saloni delle navi passegeri. Con Maier lavorai molto bene, gli completai il montaggio di un pico da carico di 74 tonnellate, un lavoro molto urgente per una nave norvegese. Non riuscivano a trovare un gancio da 74 tonnellate in Germania, né in Giappone e nemmeno negli USA. Allora lo progettai io con la teoria del Timoshenko. Appena costruito, vennero chiamati gli ispettori norvegesi e il Germanischer Lloyd. Il test eseguito riuscì bene. Tutti erano soddisfatti e io guadagnai il loro rispetto, dopodichè fui trasferito nell’ufficio progetti. In seguito ricevetti l’incarico di elaborare uno studio per la società ni navigazione HANSA che voleva navi con pichi di carico da 100 a 120 tonnellate e anche da 150 tonne. Arrivò un ispettore della ZIM israeliana. Desiderava che venissero eseguite delle modifiche su una loro nave per il trasporto del grano dall’America. L’incarico venne dato a me, perché l’ispettore diceva di essere di origine italiana, ma purtroppo non riuscivo a capire molto il suo inglesesicilano. Dopo che mi aveva spiegato il problema con i gesti, capì che la nave aveva una stabilità troppo dura. Egli stesso aveva provato sulla propria pelle questo difetto quando era rimbalzato dalla cucetta sul pavimento della cabina mentre la nave viaggiava vuota in zavorra con il brutto mare. Il suo racconto divertì tutti nell’ufficio. La nave si chiamava “Mesada”. Quello che dovevo fare era di alzare in centro gravità. Avevano difficoltà a trovare l’equipaggio per il viaggio a vuoto dall’Israele agli USA. Nel 1960 le autorità navali si preparavano alla Convenzione di Londra sul salvataggio delle vite umane in mare. Ero l’unico nel cantiere ad occuparmi di questi problemi. Verso la fine di ogni mese tutti avevano molto da fare sulla nave che doveva essere consegnata se si voleva raggiungere l’obiettivo di produrre 12 navi all’anno. Così

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volevano inviare me che non avevo questi problemi, a partecipare con la commisione tedesca che si preparava per andare a Londra. Non accettai, c’erano troppe spese! Dopo la Convenzione di Londra del 1960, le leggi sulla costruzione di navi per il trasporto del carico alla rinfusa e per le navi da passeggeri diventarono molto più’ severe. Progettai una nave per il trasporto del grano. Dovevo applicare lo studio della stabilità già in fase di progetto. La nave era di 34.000 tonnellate. Le navi diventavano sempre più grandi, dovevamo costruirle in due metà per poi saldarle galleggiate nel bacino. Il cantiere usava per saldarle solo saldatori italiani. Le loro saldature erano sempre ottime. Erano dei bravi ragazzi, tutti del Meridione. Il Giappone e la Corea del sud diventavano due concorrenti sempre più forti. La Germania, in base alle regole della CEE, non aveva più il permesso di concedere sovvenzioni statali a società private e già si risentiva l’inizio della crisi. Si cominciava a costruire meno navi. Von August Dietrich Allers Resistetti per due anni nel mio impiego al cantiere. Stavo pensando di andare via perchè non potevo trovare un alloggio per la famiglia. E poi lo stipendio era basso. Tutti dovevano contribuire allo (27) sviluppo della Germania e riportarla a com’era stata nel 1938, prima della guerra. Allo scopo di trattenere gli impiegati tecnici, il cantiere iniziò a costruire delle palazzine nel vicino Pineberg. Così mi mossi anch’io e andai dal nuovo procuratore il quale era appena uscito dalla prigione dove era stato chiuso perché condannato per “l’affare Savade“ (uccisione di neonati menomati), una legge voluta da Hitler per tenere alta la qualità degli ariani. Quelli di Savade avevano usato questa legge per uccidere alla nascita i neonati di genitori ebrei, anche se i bambini erano sani. Questo nuovo procuratore era Von August Dietrich Allers, ex capo delle

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SS di Trieste dal 1943 al 1945. Per trattenermi ancora almeno tre anni in servizio il cantiere era disposto a pagare la buonuscita per un alloggio per la mia famiglia per i tre anni che volevo restare ancora in servizio. Herr Allers mi chiese da dove venivo. Da Trieste! Proprio da Trieste? Risposi incuriosito: “Da Sant’Antonio in Bosco!” e lo guardai con più attenzione. Mi accorsi che aveva in faccia il segno di una ferita dovuta al duello con la sciabola, praticato in segretezza da giovani tedeschi di sangue blu. Così mi aveva raccontato mia madre quando l’aveva incontrato a Trieste mentre cercava mio padre, che da qualche giorno non era tornato dal lavoro in Arsenale, anche se aveva il “pass” tedesco. Presso la sede delle SS mia madre vide la bicicletta di mio padre e Allers gliela restituì. Quando lo raccontai ad Allers egli si ricordò. E gli raccontai anche di Collotti, della sedia elettrica di Via Cologna. Mi ascoltò con attenzione, poi mi disse che l’ispettorato non dipendeva da loro e che anche i suoi collaboratori non volevano gli italiani. La guerra era finita per loro, potevano andarsene a casa e non continuare a perseguitare la popolazione civile. Il cantiere aveva finalmente ultimato la costruzione di un palazzo di undici piani per gli uffici degli impiegati tecnici. Al piano terra sistemavano gli uffici per Allers. Stavano schermando i locali contro lo spionaggio. Si parlava che in futuro ci sarebbero state navi a propulsione atomica. Allers preferiva parlare con me all’aperto. Non aveva più quell’arroganza da SS. I sette anni in prigione lo avevano rammolito. Si ricordò che Collotti aveva portato da loro mio padre con la bicicletta e il pass per poter andare a lavorare all’arsenale. Il pass era originale, non di origine sospetta come credeva Collotti e lasciò mio padre andare via, ma si erano dimenticati della bicicletta. Ad un tratto mi chiese: “Lei ha ritrovato suo padre?” Bravo Allers, con questo aprì il dialogo con me. Avevo la sensazione che ci teneva ad avere un contatto con me. Mi raccontò

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che prima di Natale del 1944 aveva dato l’ordine ai suoi reparti di ritirarsi e di non fucilare più i partigiani prigionieri di guerra. L’aveva fatto a sua responsabilità. Se la notizia fosse arrivata a Berlino, gli avrebbe costato la vita. I suoi colleghi erano spaventati, perciò spiegò loro che la guerra era vicino alla fine e che forse avrebbero avuto bisogno proprio dei loro avversari per tornare a casa. Visto che aveva il desiderio di parlarmi pensai di sfogarmi un pò. Gli chiesi perchè la gestapo aveva insistito tanto con le foibe istriane. Mi disse che quando vennero a Trieste dopo l’armistizio, ricevevano moltissime informazioni anonime e pensavano che forse la resistenza fosse veramente pericolosa. Erano in stretto contatto con Salò, tutto dipendeva da Hitler e Mussolini. Gli chiesi anche perchè i tedeschi occuparono l’Italia dopo l’armistizio del ‘43? Gli Italiani si offesero! Cercò di chiarire le cose. Disse: “L’Italia era il nostro alleato, ci aveva aiutato in Francia (Nizza, Savoia e Corsica) e anche in Russia.“ Era logico che fossero venuti per difenderla dagli anglo-americani. Anche in Albania e in Grecia avevano aiutato a salvare i soldati italiani dopo che erano stati bloccati dai greci sulle montagne. Il gelo li aveva debilitato e così potevano essere finalmente trasportati in Piemonte, la regione più patriotica. Di Don non voleva parlare, gli alpini avevano lo stesso equipagiamento, non adatto per il gelo. Il gelo sul Don aveva ghiacciato le gavette e gli alpini? Ebbi modo di visitare il grande cimitero italiano tra Hamburg e Hannover in occasione del primo novembre quando Il consolato italiano ci chiamò per aiutare nei preparativi per le manifestazioni commemorative. I nomi di numerosi soldati italiani venivano iscritti su cippi a forma di cubo. Tutti gli alpini che non tornarono a casa avevano trovato l’ultima dimora in quel cimitero. Allers voleva che gli dessi il mio indirizzo di Trieste. Sperava di non avere difficoltà con il processo della Risiera di San Sabba di Trieste. Qualche anno più tardi scrisse a mia madre. Voleva sapere se era disposta a testimoniare su fatto della bicicletta. Io ero per il mondo non sapevo ancora nulla di questo processo.

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In ufficio mi chiedevo spesso dov’erano i giovani ingegneri navali dalle loro università. L’Università di Hannover aveva quattro studenti per il diploma, Berlino sei studenti, Amburgo uno per il diploma annuale. Un giorno arrivò nel nostro ufficio un fresco diplomato navale dall’Università’ di Berlino, non troppo giovane, era l’ing. Varges. Io non lo vidi arrivare, perché ero in ferie con la famiglia. Allora ci davano 7 giorni di ferie all’anno, sabato e domenica compresi. Sulla strada di ritorno mi fermai a Dachau vicino a Monaco. Feci una ventina di foto del campo di concentramento, la baracca nr. 21 era ancora intatta. Era quella in cui avevano trascorso la prigionia il padre e lo zio di mia moglie. Furono ambedue arrestati in un rastrellamento fatto il 17 novembre 1944 dalla X-MAS, poi consegnati ai tedeschi e spediti da Giovanni Gueli in Germania con il treno merci. Erano in 31, ma 9 non sono più ritornati. Fotografai il grande mucchio di cenere umana di italiani. Tornato al lavoro, mostrai le foto. Tutti le volevano vederle. Quando le vide Vargas, le fece volare dapertutto in ufficio gridando arrabbiatissimo: “Queste sono bugie degli ebrei!” Gli altri colleghi mi aiutarono a raccogliere le fotografie in silenzio e me le portano scusandosi dell’accaduto. Vargas ci spiegò il problema dei giovani studenti e ingegneri. Nel 1944, fiduciosi nella vittoria finale, si arruolarono volontari nello Sturm-Battalion SS e volevano andare subito al fronte, in prima linea. Nessuno osava rimanere indietro, anche se lo avesse voluto. Non tornò nessuno. Vargas fu mandato in Francia e poi fatto prigioniero dagli americani, visto che era della SS, per finire rinchiuso in un lager del deserto texano. Finita la guerra nel 1945 li trattennero a lungo, perchè Adenauer non li voleva troppo presto di ritorno in Germania. Questo caso mi ricorda che nel 1918 alla fine della guerra, l’Italia voleva che i prigionieri di guerra italiani non tornassero troppo presto in patria dall’Austria. Li trattenevano a Trieste dove morivano di fame e di influenza spagnola. Alcuni ministri a Roma volevano mandarli in Libia o Somalia per impedire loro di portare in Italia idee socialiste dell’Europa orientale.

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Arrivarono due ingegneri polacchi. Il dottot Jacak, direttore del Lloyd polacco ed esperto di costruzioni navali, e il suo collega, ingegnere meccanico, il quale introduceva con molta precisione la prefabbricazione di singole sezioni della nave. I nostalgici del nazismo si comportavano molto male con loro, anche se questo tipo di comportamento era ormai fuori uso e molto raro. La signora Jacak era viennese, aveva studiato medicina a Varsavia e attendeva un bambino. Partì per Vienna perchè voleva che il bambino nascesse in un paese neutrale. Era questo il desiderio di tutti gli esuli di allora: avere un passaporto neutrale! I russi mandarono Gagarin in orbita con grande sorpresa dell’Occidente. Il giorno seguente gli americani diedero l’ordine ai loro consolati in tutto il mondo di chiamare i richiedenti di asilo con una lauera universitaria. I due colleghi polacchi partirono con le famiglie per gli USA . Gli arabi della Libia, Egitto e la Siria si unirono sotto Naser in una unione araba. Naser ordinò al nostro cantiere una nave passeggeri per pellegrini arabi che andavano verso Mecca. Nella nave erano previsti anche alcuni appartamenti per sceichi e il loro seguito. A poppa e a prora vennero applicate tre lettere arabe che stavano per la nuova unione araba. La costruzione venne realizzata secondo le nuove norme della Coinvenzione di Londra per il salvataggio di vite umane sul mare. Quando arrivò Naser con le mogli per la consegna della nave, chiese a loro di scegliersi l’appartamento. Guarda caso, tutte lo volevano sulla stessa fiancata della nave. Questo provocò un’inclinazione non indifferente. Di conseguenza dovevamo ammassare nel doppio fondo rottami misti di cemento e presa rapida. Durante la permanenza di Naser e seguito in Svizzera, l’unione araba si sciolse. E allora dovevamo cancellare il nome della nave e montare a poppa e prora un groviglio di altre lettere arabe. Rimase inalterato solamente il nome “Alessandria” in caratteri latini.

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Con la chiusura di Suez il cantiere si mise a proggettare una petroliera di 50.000 tonellate. Mai vista prima! Si tentava già allora di prevedere un serbatoio per l’acqua di zavorra per prevenire ciò che Kennedy, in un discorso di insediamento alla presidenza, definì “antipllolution” (antiinquinamento) che allora non capimmo cosa fosse. Ultimati i lavori, la nave fu venduta per un prezzo molto basso. Alle prove sul mare del Nord prese parte anche il Notaio. I mei colleghi erano molto attenti e nervosi. Al ritorno la nave aveva un nuome nuovo. Fu venduta al nuovo proprietario per una somma di molto superiore. I colleghi protestavano perché le nostre paghe rimanevano molto basse, mentre i prezzi delle navi salivano. Il trasporto del petrolio richiedeva navi sempre più grandi. Arrivò una nave dal Giappone, una “maru” da 100.000 tonne. Poco dopo il nostro cantiere varò una petroliera più grande, la “Berlino” anche da 80.000 tonne. Dw=500.000 tonne I russi mandano Gagarin in orbita. Kennedy promette agli americani la Luna. Si cerca di dominare l’atomica H. Potocnik aveva parlato apertamente di viaggi planetari. Nel campo navale si parlava di una eventuale nave a propulsione atomica. La nave giapponese “MARU“ di oltre 100 tonnellate e subito dopo il nostro “BERLINO” da 80.000 tonnellate aprirono un nuovo tipo di mentalità riguardo al futuro. Correva l’anno 1960. La nostra direzione iniziò a pensare ad un nuovo sviluppo del cantiere, forse ad un bacino murato più grande o uno scalo maggiore. Ci si poneva la domanda: quali saranno le dimensioni di una nave possibilmente più grande nel futuro? Mi misi a fare dei calcoli. I norvegesi con la loro “Norske Veritas”, già da tempo stavano svolgendo studi sull’uso dell’acciaio Stg 64 saldabile da sostituire al Stg42. I miei calcoli generarono le misure di una nave di massima grandezza, Dw = 500.000 tonnellate. Questo risultato non diventò oggetto di discussioni, i colleghi non osarono esprimersi. Forse era solo una favola. Qualche mese dopo la famosa “Scif-building” pubblicò una novità che comprendeva le stesse caratteristiche della mia idea.

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Alcuni colleghi si congratularono con me pensando che l’articolo fosse mio. BRUXELLES HA INTENZIONE DI ORDINARE UNA NAVE ”ATOMICA” Il rettore dell’Università di Hannover aveva ad Amburgo uno studio tecnico navale, dove si andava nel tempo libero a guadagnare qualche soldino per la benzina. Venimmo a sapere che gli uffici dell’EWG di Bruxelles avevano intenzione di costruire una nave a propulsione atomica. Vinse la gara il cantiere statale Hovald. Per la parte dei calcoli tecnici invece il primo posto andò al rettore di Hannover con il suo studio di Amburgo. Riuscì a collaborare con lo studio facendo calcoli relativi alla zavorra e alla stabilità della nave che doveva essere tenuta immobile quando venivano montate le aste atomiche nel motore. L’immobilità della nave si raggiunge affondandola fino toccare il fondo fangoso del fiume Elba. Questo era possibile a Gesthag dove l’Elba non risente l’influsso delle maree che ad Amburgo raggiungono quasi 6 metri. Prendemmo posto proprio nel punto in cui Nobel aveva prodotto la sua dinamite, dopo essere stato espulso dalla Svezia. La crisi costrinse l’armatore Greco Niarcos ad usare le vecchie navi “liberty” che durante la guerra erano delle petroliere e trasformarle in bulk carrier per il trasporto del grano. I disegni ricevuti delle ”liberty” erano tutti in misure inglesi, frazioni di pollice, piedi e gomiti e in tons e non in tonnellate. Venne da noi in cantiere uno studente irlandese. Aveva un comportamento da Napoleone. Fece visita alla direzione generale, poi salutò tutti i capiufficio, e infine finì al mio tavolo. Si sapeva che io avevo difficoltà con le misure inglesi. L’irlandese era figlio del direttore dei cantieri navali dove era stato costruito il famosissimo “Titanik”. Sembrava che questo lo portasse scritto sulla fronte. Noi due non ci presentammo. Io non avevo nessun

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titolo in merito. Non si sarebbe mai degnato di darmi la mano. Gli chiesi come facevano i loro tecnici a calcolare con tanti strani numeri. Non mi rispose, ma mi mostrò solo un libricino che aveva in tasca. Era un piccolo manuale contenente le dimensioni inglesi e il sistema decimale, le sterline e i marchi. Lavorai sulle liberty, tagliai prima la poppa e poi la prora della nave, eliminai la parte centrale sostituendola con una stiva nuova, costruita per il trasporto del grano, tenendo conto delle nuove disposizioni della convenzione di Londra 1960. Il tutto sarebbe stato poi trasportato nel bacino galleggiante, dove i saldatori italiani avrebbero completato le saldature. L’irlandese diventò curioso e così cominciammo a fare qualche cosa insieme, ma presto dovette tornare a casa d’urgenza. Prima che partisse gli chiesi di vedere se suo padre sarebbe disposto ad accogliermi per qualche semestre per praticare la lingua. Molto più tardi seppi che in Iranda era ripresa la rivalità fra protestanti e cattolici. Quando ritornò in Germania, mi evitò e trovò altri impegni. Il giorno che doveva ripartire gli chiesi se aveva la risposta del padre. Si fermò in mezzo all’ufficio e gridò ad alta voce: “Mio padre non ama gli italiani! Non ama i cattolici romani! Non ama i poliziotti!” Poi vide che il suo tavolo era vuoto e urlò ancora: “Questo italiano mi ha rubato tutto il materiale da disegno dal mio tavolo!” L’ARRIVO DEL TELEX Il telex portò un grande cambiamento in meglio nel nostro lavoro. La famosa calcolatrice “OLIVETTI” un pò lenta e rumorosa fu sosituita. L’ufficio delle segretarie era vuoto. Non c’erano segretarie per ogni capoufficio. C’era solo un ufficio delle segretarie dove venivano tutti coloro che avevano bisogno del loro aiuto. Per un periodo le segretarie andarono a fare un corso per usare il telex. Dopo che tecnici avevano montato il nuovissimo telex ed era pronto per l’uso, tutti provammo ad usarlo. Mi sembrava veramente una cosa molto intelligente. Il capoufficio mi

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diede la lista dei nostri abituali clienti e io dovevo communicare a loro il numero del nostro telex. Dalla Svezia ci pervenne una richiesta per la costruzione di una nave bulk carrier. Avevo appena finito un progetto di una nave da 35.000 tonnellate per il carico alla rinfusa. Presi subito contatto con loro. L’operatore al telex dall’altra parte era molto sveglio, sparava dati e richieste in tempo reale con molta serietà. Voleva una nave da 16.000 tonnellate per il trasporto del minerale ferroso, il loro magnesite. Poi volle adattare la nave al trasporto di allumina dall’Orinoco per l’industria dell’alluminio. La Svezia ha molta energia elettrica, perciò aveva sviluppato l’industria dell’alluminio. Poi si passò all’addattamento della nave per trasporto dell’antracite inglese verso l’America latina. Infine arrivò il grano. Trasporto dall’USA in Israele e ritorno vuoto. La direzione del cantiere mi assecondò nell’accettare le richieste poichè la societa’ svedese era un nostro buon cliente. Il tam tam sul telex durò quasi un mese, alla fine arrivò l’ordine per queste navi. Ero preoccupato per l’arrivo della crisi, non volevo rimanere disoccupato con la famiglia e all’estero. Volevo passare dall’ufficio progetti alla riparazione delle navi. Il cantiere aveva 6 bacini galleggianti. Fui preso, ma dovevo fare l’esame in saldatura per diventare un Betreib Ing. ed avere il diritto di essere promosso in altra categoria salariale. Mi assegnarono un istruttore e sotto la sua guida imparavo la saldatura. La soluzione mi sembrava sensata. Se dovessero chiudere il cantiere, non sarei rimasto senza lavoro. Ci sarebbero pur sempre state navi da riparare. Tornati dalle ferie natalizie, trovai una lettera del mio collega che lavorava in Svizzera. Mi mandava il ritaglio di un giornale svizzero in cui la Società svizzera “Supramar A G “ che progettava aliscafi aveva messo l’inserzione: “Cerchiamo un ingegnere navale progettista con molta esperienza. Si desidera la conoscenza della lingua italiana.” Li chiamai subito. Nel frattempo il nostro cantiere aveva comunicato che entro breve avrebbe chiuso la sua attività.

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Dalla Svizzera mi arrivano poche informazioni. Volevano un ingegnere che non avesse troppo temperamento. Lavoravano anche a Messina con i siciliani nel cantiere navale di Rodriguez. Dopo l’incontro ad Amburgo con il direttore, l’ingegner Büller, presentai la mia offerta e mi presero. Mi pagarano anche il trasloco da Amburgo a Lucerna. Il 31 marzo 1962, l’ultimo giorno di lavoro presso il cantiere. Organizzai in ufficio come d’uso una bicchierata di whisky con i colleghi d’ufficio. Venne a slutarmi anche il direttore tecnico del cantiere che mi disse scherzosamente: “Tu per noi sei stato un cavallo da tiro. Ti ringrazio per il tuo lavoro anche da parte del cantiere e se avrai difficoltà sul nuovo posto, ritorna da noi che sarai srai sempre il benvenuto.” Quasi quasi mi fece commuovere.

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PARTE SECONDA

ALISCAFO GRANDE Progetto: PT 150 Supramar A G 300 Passeggeri 100 Km/ h velocità Costruito : PT 150 B III Supramar 250 Passeggeri 75 Km/h velocità in servizio Inserito nella lista della “GUINNESS” 1986

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Foto nr. 10

Aliscafo Grande PT 150 Supramar AG(CH)

ALISCAFO GRANDE PT 150 Supramar A G LUZERN 1.mo aprile 1962. L’appuntamento a Lucerna in Svizzera con alla SUPRAMAR A G era previsto per le 11 nei loro uffici. Mi ero già trasferito da Amburgo con tutta la famiglia. Anche l’appartamento a Lucerna era stato prenotato da Amburgo e ci aspettava pronto a Kriens a qualche chilometro da Lucerna. Il camion della ditta traslochi arrivò alle dieci. Tutto funzionava con la puntualità svizzera. Trovai Von Schertel nel suo studio, una grande stanza con finestre chiuse.

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Nel buio una lampada sulla scrivania con un largo abatjour. Stava assorto nei suoi studi di idrodinamica, voleva rendere le ali degli aliscafi autostabilizzanti. Gli chiesi in che cosa potevo essere utile? Prese un bigliettto da visita e scrisse: Un progetto per un PT 150 Supramar da 300 passeggeri a 100 km/h Rimasi molto sorpreso dalla brevissima risposta, mi aspettavo un discorso più lungo. E allora mi venne in mente di chiedergli: ”In quanto tempo?” Seguì una risposta ancora più breve: “Cinque anni!“ Poi aggiunse: “Vada in segreteria. Le pagheranno la fattura del trasloco, si prenda pure il tempo di sistemarsi con tranquillità. Quando ritorna, le presenterò il personale della Supramar”. Aveva ragione. C’era molto da fare per sistemare tutto, dal camion all’appartamento. Volevamo anche visitare un pò il paese, orientarci per i negozi, la scuola, la chiesa e il municipio dove sulla base del contratto di lavoro ci venne rilasciato subito il permesso di soggiorno. Avendo una laurea, potevo trattenere in Svizzera la moglie e la figlia, essendo per loro un”accademico”, non avevo però diritto all’assistenza sociale. Dovevo avvalermi solo di quelle private. Entro 40 giorni avrei dovuto cambiare la targa dell’automobile, fare l’esame di guida per la patente svizzera e pagare l’assicurazione.

SUPRAMAR Luzern 3 Aprile 1962

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Mi presentai nell’ufficio che si trovava nel centro di Lucerna in un edificio a cinque piani. Von Schertel mi accompagnò a visitare tutti gli uffici e mi presentò a tutto lo staff interno: Von Schertel frei herr Von Burten Bach, direttore e proprietario Dip.Ing. Büller, direttore tecnico e pubbliche relazioni Dip. Ing. E. Schattè, specialista per le eliche e la propulsione Herr Flury (svizzero), ufficio personale e finanze Segretaria- ragioniera e tradutrice Ing. Jost (tedesco) tecnico navale Dip. Ing. Faber, (tedesco) meccanico, sala macchine Dip. Ing. Cebula ( tedesco ), costruzione di ali Dip. Ing. E Jaksch (austriaco), ingegnere meccanico Architetto navale De Però (svizzero) – Oxford, architetto navale Londra De Witt (tedesco), idrodinamica fisica Dip. Ing. Varga (ungherese), elettronica Quindi salutammo il resto del personale. Gli uffici e l’archivio erano sempre accessibili (quando arrivavano ospiti dalla Russia non potevano credere che ciò fosse possibile.) Purtroppo alla Supramar non c’era nessuno che potesse coadiuvarmi nella mia progettazione. Solo l’ingegner E. Schattè, l’anziano collaboratore di Von Schertel, sarebbe stato sempre pronto a darmi qualche informaziome utile, specialmente per quanto riguardava la storia della comparsa degli aliscafi dopo il 1922 quando il giovane Von Schertel ebbe l’idea di costruire ali per idroplani al posto di galleggianti.

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CARA LA SVIZZERA Mia figlia aveva sei anni quando ci trasferimmo in Svizzera. La scuola in cui dovevamo iscriverla cominciò il lunedì di Pasqua. Dovevamo attendere ancora un anno per iscriverla. I pedadoghi svizzeri allora rittenevano che per i bambini fosse meglio lasciarli il più a lungo possibile ai giochi e non insegnare loro i numeri nè lettere dell’alfabeto. In Italia proprio allora si pensava fare iniziare l’elementare all’età 5 anni. Noi saremmo rimasti in Svizzera 5 anni, come dal contratto registrato a Ginevra. La Svizzera è un paese strano con un piede ancora nel medioevo e l’altro già nel futuro ancora più capitalista. Ovunque care le sorprese, specialmente per uno straniero. Il primo giorno, arrivati a mezzanotte, andammo a dormire stanchi del lungo viaggio. Ci svegliò il muratore che aveva costruito la casa. Con insistenza e in un loro dialetto difficile a capire ci intimava di spostare immediatamente la nostra auto dal nostro garage perché lo voleva lui. Molti mesi dopo volevamo cambiare l’appartamento. L’amministratore dello stabile ci aiutò a trovare un altro con un affitto molto piu decente, solo perchè ubbidiendo al muratore che aveva fatto la casa, gli avevamo fatto un grande favore. L’affitto veniva aumentato per il famoso “Alpenblik”, anche se le Alpi non si vedevano. Si dovevano pagare l’antenna TV privata, della lavatrice in cantina dove ogni inquilino poteva lavare una volta al mese, mentre la nostra lavatrice doveva stare in soffitta con il nostro frigo. Cara Svizzera, sei veramente cara. La popolazione era succube dei capitalisti, la classe più bassa arrivava a stento a fine mese. Il paese era pieno di assicurazioni private. I bambini dovevano imparare tre lingue, il tedesco, l’italiano e il francese. Chi aveva intenzione di cercare lavoro nel settore turismo, doveva conoscere anche l’inglese. Poveri i genitori. Sarà la Svizzera un paradiso, ma solo per i veri ricchi. Mentre l’industria richiedeva sempre più operai stranieri, la popolazione li rifiutava.

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ALISCAFO GRANDE Per passeggeri Von Schertel, Büller e Schattè, alla fine della guerra, si spostarono dal Baltico in Svizzera a Lucerna e fondarono la “Supramar A G“. Costruirono un piccolo aliscafo, la “Freccia d’oro”. Durante il collaudo sul lago dei quattro Cantoni si capovolsero tutti insieme. Salvi per miracolo, si trasferirono sul Lago maggiore in Ticino dove li trovò l’ing. Rodriguez, proprietario di un cantiere a Messina, che comprò la licenza per la costruzione degli Aliscafi PT 20 e poi PT 50 e iniziò ad esportarli all’estero. L’IRI pagava dei premi per l’esportazione dalla Cassa per il Mezzogiorno per il Sud. Pertanto Rodriguez non poteva costruire la “Freccia d’oro” perchè la NATO aveva riservato i motori Diesel da 500 PS per uso militare in caso di guerra. Nel 1961 Von Schertel incontrò il direttore della fabbrica dei motori diesel veloci della vicina Fridrichshafen e gli promise di fornire dei diesel veloci da 3400 PS entro tre anni, anche in forma “uso marino”, adattando il sistema di lubrificazione. Era questo che Von Schertel desiderava, perciò ora aveva bisogno di un ingegnere navale specializzato in progettazione! Dovevo iniziare a studiare il progetto. Mi mandarono a Messina, dove si stava costruendo il PT 20 e PT 50 su licenza della“Supramar”. Il Registro navale italiano non voleva ispezionare la costruzione degli aliscafi. Rodriguez stipulò un’assicurazione e Supramar diede gli ispettori, così ottennero il permesso di usare gli aliscafi per il trasporto di passeggeri. Gli ingegneri della DDR e della Germania, avevano difficoltà con il personale siciliano. Trovarono in me un ispettore che conosceva l’Italiano e non aveva troppo temperamento. Rodriguez introdusse con successo le linee di navigazione con aliscafi: Napoli - Capri, Messina ReggioCalabra, Messina - Lipari. Rimaneva aperto il grande sogno

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per la linea “Roma- Messina”! Qui ci voleva un aliscafo più grande, il PT 150! Rodriguez lavorava bene anche su le linee di Macao e Nuova Zelanda – Australia. Pensavo già che il mio aliscafo da 150 non potrebbe mai diventare un prototipo sul quale si potrebbero correggere eventuali errori. Era necessario metterlo in servizio quanto prima. Occorreva esaminare in profondità tutti i problemi, in particolare la pressione suolo scafo al momento dell’uscita dall’acqua e poi alla velocità di 100 Km/h, quando l’acqua non è più fluida e a questa velocità va verso il solido. Erano tutti problemi di cui si doveva tener conto. Avevo la fortuna di poter accedere tramite Von Schertel alla biblioteca navale di Vienna, che custodiva molti studi interessanti. Il corpo dell’aliscafo deve essere dimensionato per il caso di navigazione in immersione, all’uscita dall’acqua e infine sulle ali, tutto fuori alla massima velocità. Bisognava applicare le nuove leggi della convenzione di Londra 1960 per il salvataggio delle vite umane sul mare. (18) A Messina stavamo osservando un PT 20, aliscafo ordinato dagli svizzeri per la loro Fiera Internazionale di Losanna sul lago di Ginevra. L’operaio che stava pitturando il nome dell’aliscafo “Albatros”, cadde dall’armatura. Lo vedemmo che stava cadendo, tirando il piede della lettera “R” molto in basso. Purtroppo morì lasciando la famiglia con 5 bambini. C’era una grande partecipazione al dolore nel cantiere e fuori all’esterno, dove molti operai giornalmente attendevano la chiamata per qualche ora per guadagnare il pane quotidiano per la famiglia. (19)

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CANTIERE NAVALE ”RODRIGUEZ” MESSINA Gli ispettori della SUPRAMAR (FOTO)

Foto nr. 11

Cantiere navale Rodriguez Messina 1964, Pt 20 "Albatros"

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A Messina si arrivava con l’aliscafo da Reggio Calabria. Mi accompagnava anche l’ingegner Varga che aveva lavorato in Egitto ed era arrivato da Cairo dopo la morte di Nasser. Lavorava sul progetto egiziano di “Mirage” (il caccia francese). All’Hotel Jolly dovevamo farsi la barba con acqua minerale. Dopo il grande terremoto che aveva colpito Messina, l’acquedotto da Catania non raggiunse mai Messina. Quando iniziarono a lavorare, si sentirono dei spari dalla montagna. L’albergo era vuoto, parlammo con il barman di mafia, ma lui ci disse che non ne sapeva nulla e che ciò era solo fantasia dei continentali. Per ricostruire la città i messinesi avevano chiamato esperti antisismici dal Giappone. Fino ad allora avevano già costruito case a sei piani. Ognuna aveva in cantina anche l’acqua potabile. Stava a me a decidere se lavorare a Messina oppure andare a Lucerna. Visitai un appartamento. L’affitto superava quello in Svizzera per un appartamento uguale. Aspettavamo la nascita del figlio, mia moglie non voleva che nascesse siciliano. Avevamo avuto brutte esperienze a Trieste durante la guerra con Giuseppe Gueli, ispettore Speciale dell’ Ispettorato di pubblica sicurezza della provincia di Trieste. Gueli era nato a Catania, il suo collaboratore dottor Gaetano Collotti era nato a Palermo. Ambedue erano siciliani e avevano seminato terrore tra la nostra popolazione. Mi avevano condannato a morte in Risiera di San Sabba di Trieste “per la salvezza dell’italianità dei Triestini”. Che cosa ne pensano i Triestini di queste dichiarazioni? Nel cantiere Rodriguez conobbi molta brava gente di tutti i ranghi. Un giovane mi invitò a cena a casa sua, la nonna sapeva preparare un ottimo “pollo alla diavola“. Le fui presentato come triestino e lei mi ha raccontò che durante la prima guerra aveva visto molti soldati austro-ungarici, condotti in manette attraverso la citta’, portati all’Asinara. Non avevano ne coda ne corna, come li rappresentava la propaganda locale. Forse aveva visto lo zio Miha che era stato fatto prigioniero vicino Gorizia. Forse aveva visto lo zio di mia moglie arestato dai fascisti

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per Natale che cantava in osteria canzoni natalizie in tedesco e sloveno. Era passato per Messina per essere portato a Lipari. Per gli aliscafi si cercavano sempre materiali nuovi. Rodriguez aveva lavorato già da molti anni con le Ferrovie dello Stato e conosceva gli sviluppi del loro reparto metallurgico. Era riuscito a produrre lamiere di alluminio al magnesio (AlMg), un’operazione da sempre considerata molto pericolosa. Queste lamiere resistono molto meglio alla corrosione nell’acqua di mare. I rapporti tra Supramar e il cantiere di Rodriguez e i suoi lavoratori si normalizzarono. Nel cantiere tutti mi chiamavano “Continentale”. Grazie! L’ingegner Carlo Rodriguez aveva molte conoscenze importanti. I politici dell’isola quando tornavano da Roma erano spesso ospiti della famiglia Rodriguez. Un giorno l’ingegner Varga ed io ricevemmo l’invito ad un pranzo in onore di un politico. L’ospite voleva parlare con me di Trieste e di Tito, ma io non volevo espormi. Ero da troppo tempo assente da Trieste. L’ospite era Presidente del Parlamento della Repubblica. DIESEL DA 3.400 PS In Svizzera finalmente il direttore della Maybach di Fridrichshafen, fabbrica di grandi motori diesel, fornì i dati di due motori veloci di tipo marino da 3.400 PS. Ogni motore poteva venire spinto al massimo non più di 20 secondi al giorno entro 24 ore. Questo rappresentava un limite per l’aliscafo che potrebbe così uscire dall’acqua sulle ali soltanto una volta al giorno. Per farlo uscire sulle ali occorre attivare la potenza massima per 19 secondi. L’ingegner Schattè completò lo studio delle eliche e delle assi portaeliche. Le eliche venivano sempre più perfezionate con accorgimenti che solo l‘ingegnere conosceva dalla sua esperienza. Le eliche dovevano funzionare da 20 Km/h fino 80 Km/h. Le 60 ore di servizio vennero portate a 120 ore. Avevamo accumulato

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tutti i dati necessari a completare il progetto PT 150. Von Schertel voleva portare il peso dell’aliscafo a 162 tonnellate e avere una lunghezza del ponte di 36.0 metri. Definì la superfice portante delle ali studiando l’idrodinamica delle ali. Per me sarebbe stata importante la prova di velocità a 100 KM/h. Preparai la bozza della grande prova con l’aliscafo vuoto, poi a pieno carico, distribuito come se fosse pieno di passeggeri. Poi il controllo dei mezzi di salvataggio dei passeggeri e del equipaggio. Lo stato del mare non avrebbe dovuto superare i 3B (Beaufort).

LO STATO DELLA MIA SALUTE Mi sentivo sempre peggio. L’emorragia diventava sempre più forte dopo il 1945 in seguito a quasi tre mesi di torture con la macchina elettrica e peggio ancora di quelle manuali, come al tempo dell’inquisizione nel medio evo. Volevo completare il progetto in minor tempo dei cinque anni concordati facendo molti straordinari (non pagati, perchè non previsti dal contratto) e lavorando tardi la sera e di sabato e domenica. L’appuntamento con i norvegesi che volevano avere la concessione per la costruzione degli aliscafi grandi P T 150 Supramar A G era fissato per il 18 dicembre 1965 alle ore 11 a Lucerna. Non mi sentivo bene e volevo passare dal mio medico curante. Il dottore mi trovò a metà scalinata con il sangue della mia emorragia che scorreva fino al pianoterra. Chiamò mia mogle per informarla dell’accaduto e avvisò la Supramar che non sarei potuto venire. Parlò anche con il capo dell’ufficio personale e finanziario il ragioniere Flury (svizzero). Sapeva che uno non poteva essere ricoverato se prima non fosse stato regolato il finanziamento. Altrimenti l’ospedale non accettava il paziente. Arrivò un taxi e mi scaricò davanti l’entrata dell’ospedale. Faceva molto freddo e nevicava. Fuori non c’era quasi nessuno. Il Sig. Flury attivò

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Rodriguez, telefonarono all’ ospedale e tutto si risolse. Mi operarono e mandarono un campione a Ginevra. Dopo alcuni giorni arrivarono i risultati: non era cancro. Dopo dieci giorni, per San Silvestro, una suora mi trovò la mattina presto di nuovo in un bagno di sangue. Il chirurgo svizzero non sapeva cosa fare, voleva il numero di telefono di mia moglie per dirle di venire subito perché io stavo morendo! Per mia fortuna, un medico tedesco specializzato nel nuovissimo sistema dei bypass sull’aorta del cuore, prese in affitto la sala chirurgica dell’ospedale cantonale di Lucerna per il periodo tra Natale e il sei gennaio. Vista l’urgenza del mio caso sospese il suo lavoro per prestare la sua assistenza al chirurgo svizzero. L’operazione si protrasse fino alle undici di sera e riuscì bene. Mentre tutti brindavano all’anno nuovo, solo mia moglie era in pensiero per me. Il dottore le disse: “Ora è nelle mani di Dio!” Nel mio intestino sottile c’era una vena con tante ulcere che saltuariamente sanguinavano. Il 6 gennaio il medico tedesco, prima di partire, venne a trovarmi. Tral’altro mi chiese che cosa mi era successo. Dopo la guerra egli curava le vittime della Gestapo e aveva incontrato situazioni simili al mio caso. Dopo 46 giorni uscì dall’ospedale e passai nel il mio ufficio per vedere Flury e sapere delle spese ospedaliere. Mi fermai anche da Von Schertel che mi ringraziò per aver finito in tempo il progetto PT 150 e mi raccontò che i norvegesi avrebbero comprato la concessione per la costruzione degli Aliscafi PT 150. Guardando i piani del mio progetto notai con grande sorpresa che tre ingegneri della Supramar avevano cancellato il mio nome con lametta e apposto i loro nomi sul mio progetto! Von Schertel, da vero gentleman, chiamò il responsabile e ricevette per risposta “E’ solo una pura dimenticanza!”. Tutti avevano pensato sarei morto. Solo il collega Vargas era venuto a trovarmi in ospedale e mi aveva detto: ”La prossima volta fatti montare una chiusura a lampo!”. Il giorno dopo partì per gli USA, era stato

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chiamato dal consolato americano. Come esperto di vibrazioni montava il Mirage da Nasser in Egitto. Appena si era saputo che i Norvegesi avrebbero costruito i PT 150 Supramar a 100 Km/h, la Marina Militare Tedesca (la NATO) ci mandò un ordine per l’elaborare uno studio di comparazione tra quattro aliscafi grandi, tutti in materiali differenti: legno, plastica, acciaio STG 65 e alluminio al magnesio per eventuale uso militare anche in plastica. Quando alla CIBA di Berna avevano saputo del fatto, ci offrirono il loro aiuto poiché stavano già sperimentando vari tipi di plastica per un eventuale utilizzo nel campo navale. COSTRUZIONE IN LEGNO Uso panelli di compensato del migliore legno africano con i test del Germanische Lloyd e impiego della la famosa colla tedesca. COSTRUZIONE IN ACCIAIO STG 65 Si tratta dell’acciaio che il Registro navale Norvegese aveva già sperimentato con successo nel campo navale. COSTRUZIONE IN ALL_Mg Usare alluminio al magnesio appena inventato dall’industria italiana, le lamiere sono meglio protette contro la corrosione in acqua di mare. Alla fine risultò che il tipo di materiale che dava la costruzione più leggera era il legno. Lo studio di comparazione, voluto dalla Marina, doveva essere presentato al Rettore dell’Università tecnica di Aachen, ingegnere di fiducia della NATO. Era anche membro della Coast Guard USA il prof. ing. Volbrecht dell’Università di Aachen. Era enstusiasta della mia scelta di valori della pressione massima sulle lamiere della prora degli scafi veloci, però non riuscì

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convincere i colleghi americani della Coast Guard USA. Quando i miei concorrenti ne vennero a conoscenza, cessarono con la propaganda negativa sulla mia persona e sul mio lavoro. Non ero il solito “italianuzzo” che dopo un pò se ne sarebbe andato come avevano fatto in molti, mandati da Rodriguez per proporre idee di aliscafi veloci, soprattutto aerodinamici e fantasiosi.

KONSTRUKTIONSBÜRO HAMBURG La Svizzera era un paese neutrale, non poteva produrre progetti militari. La marina militare tedesca ci ordinò di costruire un aliscafo veloce del tipo T SS 300. Dovetti chiedere alla NATO il permesso per lavorare su progetti top secret in breve e lo ottenni in tempo molto breve. Dopo i miei viaggi settimanali o mensili a Messina ora dovevo prevedere una settimana al mese ad Amburgo, trovare una stanza e adattarmi al nuovo lavoro, tenere il segreto e tollerare davanti l’entrata dell’ufficio la presenza di un marinaio armato. Dovevo costruire il corpo dell’aliscafo T SS 300 perla NATO, in legno speciale proveniente dall’Africa della migliore qualità. L’aliscafo non dovrebbe essere visibile al radar. Il Germanicsche LIoyd avrebbe eseguito il test di qualità su ogni piastra del compensato di tipo marino. Nel 1943 avevamo visto a Trieste i motosiluranti costruiti nel cantiere navale a Lübec dove avevano già preparato un grande capannone nel quale verrebbe costruito il nostro aliscafo. Tutti gli elementi costruttivi sarebbero stati congiunti con la famosa colla tedesca, scoperta durante la seconda guerra e tenuta segreta. Allora serviva per la costruzione delle eliche per i caccia Stukas in legno lamellare ricavato dall’abete balcanica (crna omorika). Dall’Inghilterra arrivarono due turbine a gas della versione più sofisticata. Appena sbarcate dall’aereo, arrivò dalla NATO l’ordine di rimandarle in Inghilterra. La NATO aveva paura che i tedeschi

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avrebbero dato il PT SS 300 veloce ad Israele, come sembrava che i francesi avessero già fatto qualcosa di simile. Mentre lavoravo in Germania, un ricco iraniano comprò la Supramar A G. Io non accettai l’invito di andare a Singapore. Il direttore della Hitachi che già produceva il PT 20 e il PT 50, mi chiese se volessi venire in Giappone (Oklahoma) a lavorare con loro. Dopo le due operazioni lo stato della mia salute non mi permetteva di prendere simili iniziative. Il console italiano a Lucerna seppe della nostra partenza dalla Svizzera e mi invitò ad un incontro molto iteressante. Mi disse: ”Lei vuole lasciare la Svizzera e ritornare in Italia. E’ mio dovere e anche il compito di cercare di trattenerla oppure di offrirle altre possibilità. Lei è un ingegnere navale, potrebbe avere un posto interessante in un cantiere navale in Sud Africa. 20 milioni di lire a fondo perduto, due donne nere di servizio e un autista a spese del cantiere. Dovrebbe rimanere 5 anni.” Sembrava una barzelletta. Il Console si scusò, faceva solo il suo dovere. L’Italia calcolò che in quell’anno doveva esportare almeno 10 mila famiglie italiane all’ estero. Eravamo nel 1966. Partimmo da Lucerna in pieno inverno, durante una nevicata impressionante. Sul confine svizzero, facemmo il brindisi con un ottimo merlot ticinese. Dopo tanto tempo, mia moglie era felicissima di portarmi a casa vivo!

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PARTE TERZA

Persone coinvolte nel DIARIO DAL DIARIO DI UN TRIESTINO ABORIGENO Persone coinvolte nel DIARIO Bonazza, maestro elementare, 1937 Bettini, maestra seconda elementare,1935 Dottor Gaetano Collotti,esperto elettrecista, 1945 Giuseppe Gueli, Salva l’italianità di Trieste, 1945 - 47 Sig. Ermenegildo, benefattore, 1945 Mons. Antonio Santin, Vescovo di Trieste, 1943-45, Von August Dietrich Alles 1945, alto ufficiale SS Trieste 19431945,1961-1967 a Trieste Frei Herr Von Burtenbach,Schertel, 1962, ideatore degli Aliscafi 1922-2003 Dip.Ing. Schatte’, elich, 1935, assistente di Von Braun Hermann Potočnik, progettista del Berlino:”Viaggi planetari “1922—1929

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motore

a

reazione.


Wernher Von Braun, costruttore del Motore a reazione 1926— 1937.V/1 V/2 su Londra Zdenko Poje, ostaggio e vittima delle unità del gen. Robotti, crocifisso ossia inchiodato sulla parete della scuola a Papeži (Slovenia), dai soldati della Div. “Lombardia” 1942 Bubnich giornalista, processo della Risiera di Trieste 1976 Rok Zahar, centenario 1.a guerra, soldato dell regimento 97, mio padre Fiore alias Cveto, Comandante Aliscafo grande “2009”, capitano di lungo corso Serbo, avvocato e pretore, processo Risiera Trieste 1976 Miloš Ivančič Koper 2011 giornalista, Radio Koper Fortič giornalista TV Koper-Caopodistria Koper Franc Uršič Jožko, comandante partigiano »Gregorčičeva brigada« Ing. Carlo Rodriguez, costruttore aliscafi e proprietario del cantiere a Messina

Foto nr. 12

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Stjepan Prokofijevič Timoshenko


Foto nr. 13 Hanns von Schertel Ideatore degli Aliscafi

Foto nr. 14 Wernher von Braun

Esegue i piani di costruzione del progetto del motore a reazione di Herman POTOÄŒNIK

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RITORNO A TRIESTE Qualche giorno prima della partenza da Lucerna era caduta molta neve. Dovevo andare in ufficio a piedi o con l’autobus. Mentre aspettavo l’autobus vidi in un’edicola esposto il “Corriere della sera” con un articolo riguardante Collotti: “Il Presidente della Repubblica italiana ha insignito nel 1953 Gaetano Collotti della medaglia di bronzo. Collotti aveva ucciso da solo in una notte del 1943 a Caporetto due giovani ed era riuscito a salvarsi.” Non comprai il giornale perché non volevo dare più importanza a tutte quelle brutte esperienze vissute in Italia durante la guerra. La voglia di ritornare in Italia era diminuita. Dopo aver vissuto più di dieci anni nei paesi come la Germania in pieno sviluppo e nell’eterna Svizzera, da cinque secoli senza guerre, ritornavo in Italia, dove avrei dovuto di nuovo sopportare quello stupido e ostile comportamento nei confronti delle minoranze linguistiche. Era quasi inverosimile che ora dopo 500 anni di ottimo governo di Vienna fosse stato tutto soppresso. Già prima della mia partenza per l’estero venivo offeso, mi offendevano con appellativi come: schiavetto, ribelle, bandito, titino, slavocomunista, infoibatore ecc. Sembrava che la loro “millenaria” cultura occidentale di origine greca(?) dopo tanti anni non funzionava più. La calata dei Barbari, durata per secoli, aveva prodotto questi fascistoidi che ora stavano risalendo a Trieste con arroganza. TRIESTE 1.mo dicembre 1966 Ritornati a casa da mia madre, la trovammo che non era più quella di una volta. Il fatto che il figlio maggiore non fosse ritornato dalla guerra l’aveva provata e specialmente in occasione delle feste natalizie era molto triste. Prima di Natale ci trasferimmo in città. Il mio futuro datore di lavoro probabilmente voleva avermi più vicino alla sua officina.

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Per poter usufruire l’assistenza sociale della cassa malatti dovevo avere almeno 5 anni di lavoro da lavoratore dipendente. Nel frattempo dovevo versare i relativi contributi privatamente.

DITTA FABIANI RIPARAZIONI NAVALI Siamo in Italia, era chiaro che per trovare un impiego ci voleva una valida “raccomandazione”. Me la fece il mio collega di studi che era direttore tecnico di una società di navigazione che dava molte commesse a Fabiani. Perciò era pronto ad assumermi per 5 anni. Fabiani sperava di ricevere più commesse, ma la società di navigazione non era in grado di farlo a causa della crisi che stava arrivando. La Ditta Fabiani poteva lavorare con il cantiere navale di Monfalcone solo tramite un proprio ingegnere e perciò potevo esserle utile subito. C’erano a Trieste 14 ditte di riparazioni navali che volevano lavorare con il cantiere di Monfalcone, ma non avevano gli ingegneri. Allora Fabiani mi prestava a queste ditte e così tutti erano contenti. Ogni mese, quando mi dava la paga (già molto piccola) mi faceva presente che mi manteneva solo per fare il favore al mio collega. Questo non andava giù né a me nè al mio collega. Così dopo alcuni mesi mi misi a cercare un nuovo impego.

DITTA TORCELLO SERVIZI INDUSTRIALI Il comune di Capodistria acquistò da Rodriguez a Messina un aliscafo PT 20 e cercava una ditta per la manutenzione del natante. Quando l’avevo saputo, cercai la Ditta Torcello che aveva ottenuto la manutenzione. Il titolare era un ex marinaio da sottomarino come moltissimi giovani istriani. La moglie fiumana aveva ottime

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relazioni in campo navale che gli consentivano di ottenere importanti commesse. L’Italia offrì alla “JUGOLINIA” un finanziamento per 4 navi mercantili con motori FIAT presso il cantiere di Monfalcone. Arrivai nel momento giusto. Le navi dovevano essere verniciate con vernici epossidiche, senza solvente, con catalizzatori epoxibituminosi a grosso spessore nei serbatoi e nel doppio fondo. Tutto con 5 anni di garanzia. Il cantiere non voleva eseguire la verniciatura delle 4 navi perché si trattava di una novità troppo sofisticata. Torcello trovò a Milano un chimico che gli assicurava la fornitura della nuovissima vernice per 5 anni. Accettò la commessa del cantiere e mi assunse per 5 anni. I risultati positivi dell’impegnativa verniciatura incoraggiarono Torcello ad intrapprendere nuove iniziative. Desiderava acquistare una piccola nave da turismo per navigare lungo la sua costa Istriana. La trovò in Norvegia a Trondheim e mi mandò a vederla. Era gennaio, a Oslo quel giorno inauguravano un’enorme pista per salti con gli sci. Erano andati tutti a Oslo e a Trondheim non ci aspettavano. La nave era belissima, molto bene conservata e con il riscaldamento acceso. Gli operai di Trondheim lavoravano in una fabbrica in fondo ad un fiord lungo 75 Km. Per arrivare puntuali al lavoro dormivano sulla nave durante tutto il viaggio a una velocità limitata. Volevano sostituirla con un aliscafo PT 150 Supramar che con la sua velocita’ di 75 KM/ora avrebbe consentito loro di arrivare al lavoro puntualmente senza dover dormire a bordo della nave. Il direttore della società di navigazione mi invitò nel suo ufficio. Aveva sulla parete il piano generale dell’aliscafo e quando capirono che ero il suo progettista si congratularono con me. Questi norvegesi erano veramente simpatici. Mi offrirono la loro specialità, “colombi bianchi del Polo Nord” nel migliore albergo del luogo, anche se ero senza cravatta. La nave ci soddisfava, ma non riuscimmo a soddisfare il Registo Navale Italiano nè quello Norvegese, nè a Genova né ad Oslo.

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PROVA DI VELOCITA’ DELL’ALISCAFO GRANDE PT 150 SUPRAMAR AG Per ogni progettista la prova di velocità è molto importante. L’aliscafo grande deve essere leggero, nello stesso tempo la costruzione deve essere in grado di sopportare grandi sforzi. Quando progettavo l’Aliscafo ero convinto che non sarebbe stato un prototipo, ma che sicuramente sarebbe andato subito in servizio. Infatti i Norvegesi lo avevano fatto! Per questo dimensionai ogni elemento costruttivo con la massima attenzione. Mi aiutò molto la nuova teoria delle costruzioni di Timoshenko. Per tutto il tempo prima della Prova di velocità, ero in pensiero per eventuali tragiche conseguenze in caso di avarie che in mancanza di prove sul prototipo possono succedere. Dopo aver ricevuto dal direttore tecnico della Supramar l’ing. Schattè i risultati della grande prova di velocità del PT 150, riuscì finalmente a dormire tranquillo dopo tanto tempo. Schattè mi mandò una cartolina a colori con l’aliscafo in piena velocità con la scritta: ”Deine schöne Schiff hat erreicht 89 Km/Stunde!” (la tua bella nave ha raggiunto la velocità di 89 Km/ora). Pochi giorni dopo ricevetti dal mio collega viennese l’ingegner Jaksch una lettera nella quale mi descriveva la prova di velocità, alla quale aveva assistito. L’aliscafo era pieno, soprattutto di personalità politiche e rappresentanti delle alle varie società di navigazione, in tutto 175 persone. I norvegesi sono molto interessati a tutto quello che riguarda il mare. Le condizioni meteorologiche però non erano adatte a esperimenti di questo tipo sul mare aperto. Si avvicinava una perturbazione “B6” secondo la tabella Beaufort. Non si doveva uscire! Lo spirito temerario della gente di mare, il caviale, la vodka, lo spumante e i migliori whisky presero il soppravento e si salpò. Navigarono nel golfo di Oslo con il vento e onde proibitive. L’equipaggio e gli ospiti dimenticarono completamente di

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rispettare la sicurezza delle vite umane sul mare. L’ingegner Jaksch con i suoi colleghi della Supramar, specialmente quelli della DDR, durante i tre anni mentre progettavo l’aliscafo cercavano di ostaccolarmi in tutti i modi. Forse ce l’avevano tanto con gli italiani perché dopo il 1943 avevano abbandonato l’alleanza con la Germania. Tutti si rifugiarono dietro il ponte di comando, accanto ai mezzi di salvataggio, dove impauriti controllavano i giunti elastici già tesi al massimo. Speravano che io li avessi dimensionato sufficientemente. A prova conclusa scesero sulla terraferma in porto, salvi e felici che tutto fosse andato bene. Rodriguez non aveva voluto la concessione per il PT 150, perchè io come progettista, secondo il suo parere, ero troppo giovane per un’opera così importante. Dopo che la prova di velocità aveva dato buon esito, cambiò opinione e riprese delle iniziative. Cominiciò ad invitarmi per nuovi progetti. In Italia c’era soltanto un un Diesel veloce e si voleva ridurre un pò il PT 150. Con il motore nazionale avrebbe potuto ricevere un premio migliore dall’ IRI per il Mezzogiorno. SUPRAMAR ZEUGNIS

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Doc. nr. 8

Supramar A.G. Zeugnis 1962

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GUINNESS INTERNATIONAL OTTOBRE 1986 Nell’ottobre del 1986 fu costruito il terzo aliscafo grande PT 150 Supramar AG. GUINNESS lo inserì nella sua lista internazionale delle rarità mondiali. L’aliscafo di 156 tonnellate del tipo Supramar PT 150 K III navigava attraverso lo stretto di Øresund tra Malmö e Köbenhaven, portava fino a 250 passeggeri e viaggiava a 40 nodi (74 km/ora). Fu costruito nel cantiere navale Westermoen Ltd porta 250 a Mandal in Norvegia. Rodriguez mi mandò la “GRANDE CROCE” al merito per l’ingegneria. Il mio lavoro suscitò molto interesse anche in America e in Giappone. Rodriguez continuava a pensare a un aliscafo con il diesel veloce Italiano.

Foto nr. 15

Gran Croce al Merito

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conferita dall' ing. Carlo Rodriguez

ABORIGENO TRIESTINO Abbandonai Torcello per ragioni economiche. Non potevo più pensare ad un lavoro a tempo pieno nel senso classico. Mia moglie ebbe da suo padre un terreno edificabile situato più vicino alla città. Così pensammo di costruirci una casa. Assegnammo i lavori a una ditta edile che impiegò solo per la cantina i mezzi previsti per la struttura e la copertura. La crisi forse non era solo sociale. Il prezzo del lavoro e dei materiali edili aumentò mentre sbrigavamo le pratiche non previste. Completai il progetto iniziale per una casa adatta per tre generazioni, come le avevamo visto per il mondo. Abbandonai l’impiego e iniziai a costruire la casa in economia, da solo con la famiglia. Riuscì a metterla sotto il tetto e poi la banca mi aiutò a completarla. Tutto in 24 mesi di lavoro a 12 ore lavorative al giorno. Le SETTE SORELLE del mondo del petrolio fondarono il gruppo “TAL” con la centrale a Monaco e la filiale in Austria, a Trieste e in Germania. Progettarono l’oleodotto transalpino da Trieste a Ingolstadt che doveva trasportare il greggio alle raffinerie in Austria e in Germania e più tardi anche nella Cecoslovacchia. Una società americana completò la metà della tank-farm (parco serbatoi). A Monaco durante le Olimpiadi, i terroristi aggredirono gli atleti israeliani e minarono parte del parco serbatoi a Trieste per punire la Germania. Paradossalmente, l’enorme devastazione mi portò fortuna. Una società di engineering tedesca (austriaca) lavorava alla riparazione degli impianti distrutti. L’ILF mi assunse perchè conoscevo il tedesco e avevo lavorato molti anni in Germania per cui conoscevo per esperienza il loro modo di lavorare. La direzione della TAL a Monaco che dirigeva la parte tecnica delle riparazioni dei serbatoi minati e delle nuove costruzioni era compiaciuta che la ILF mi avesse assunto. Erano sicuri che dopo alcuni anni di lavoro

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con loro, non sarei andato dalla concorrenza a svelare tutti i loro segreti. I tedeschi, dopo l’armistizio italiano del 1943, non avevano più fiducia negli italiani e neanche gli austriaci che nel 1915 avevano subito l’aggressione da parte dell’Italia nonostante questa, allo scoppio della guerra un anno prima, avesse dichiarato la propria neutralità. I dirigenti della TAL avevano fiducia in me perché avrei saputo tenere la loro disciplina sul lavoro, che in un parco serbatoi era più che necessaria dato il costante pericolo di esplosioni. Come era già avvenuto in Sicilia a Messina nel cantiere di Rodriguez, dovevo calmare gli animi tra siciliani e tedeschi. Gli operai che lavoravano nel parco serbatoi erano per la maggior parte friulani, veneti ed emilani e non capivano il tedesco. Era mio compito mantenere l’ordine. La SIOT doveva provvedere alla manutenzione degli impianti di pompaggio del greggio per mantenerli sempre attivi e non avevano nulla a che fare con il mio lavoro. Il mio compito era di dirigere la costruzione dei nuovi serbatoi e la riparazione di quelli distrutti dalle mine dei terroristi. Ogni dicembre i dirigenti della TAL di Monaco venivano a Trieste per organizzare i lavori dell’anno successivo. In quelle occasioni i dirigenti confermavano il mio incarico di “direttore dei lavori” responsabile solo alla TAL. Il direttore dell’ufficio personale della SIOT che non aveva nessuna competenza a mio riguardo, ogni anno insisteva che venissi licenzato. Questo si ripeteva da più anni e il direttore tedesco era molto seccato, perciò chiese al direttore dell’ufficio personale della SIOT, dottor Zarri, quali fossero le ragioni della loro insistenza. Zarri gli rispose: ”Zahar non è un patriota italiano, non è membro di nessuna associazione degli esuli istriani, è un aborigeno e noi della SIOT non vogliamo aborigeni.” Il direttore tecnico della TAL rimase senza fiato. Mi pregò di non reagire e mi disse che avrei avuto sempre il suo appoggio! I tedeschi rispettavano il mio lavoro, non avevano mai nessuna lamentela nei miei confronti. I lavori dovevano essere eseguiti a norma dei contratti e a regola d’arte, senza ritardi nelle consegne nè nei pagamenti.

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Il libro di Miloš Ivančič: Peruti tržaškega aborigina (Le ali di un triestino aborigino) Editore: Associazione antifascisti, combattenti per i valori della LLN e veterani di Capodistria , Capodistria 2011

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ISTITUTO PROFESSIONALE JOŽEF ŠTEFAN Qualche anno prima le autorità scolastiche di Roma avevano dato il permesso di aprire una sezione con lingua d’insegnamento slovena presso la scuola media professionale ”Galvani”. Due anni più tardi si formò un corso di ”avviamento al lavoro”. Le ragazze desideravano imparare a cucire, i ragazzi a riparare le radio, altri volevano riparare le auto. La TV Non c'era. I genitori erano interessati all’apertura di un istituto professionale di cinque anni che consentirebbe agli alunni di passare all’università. Fu organizzata una riunione di genitori alla quale partecipai anch’io che avevo un figlio che stava per finire le medie. I genitori mi scelsero come il loro rappresentante per trattare con le autorità sull’apertura dei corsi di meccanica, elettricità e chimica. Fino ad allora i corsi si erano tenuti in alcune aule all’ ultimo piano di una chiesa in Via Matteoti a Trieste. Andai in comune per parlare con l’assessore alla scuola. Mi mandarono da una signora la quale mi disse che aveva bisogno di preparasi sull’argomento e mi fissò un appuntamento. Il giorno dell’appuntamento ci ricevette provvisoriamente sul pianerottolo delle scale nel palazzo comunale. Con me c’erano il futuro preside, due politici e due altri genitori. L’assessore pensava che l’incontro sarebbe stato breve. Il futuro preside volle intervenire, ma la signora lo avverte che egli era sul registro paghe del comune. Poi mi chiese dove lavoravo e le risposi che al momento non ero iscritto in nessun registro. La signora smise di fare la calza per risposta concludendo: “Per quei quattro conigli troveremo un appartamento vuoto prima di ottobre.” Nel frattempo il parroco della chiesa in Via Matteoti diede lo sfratto alla scuola. Allora decisi di parlare con il sindaco che non era mai reperibile a Trieste. O era a Roma per servizio, oppure non riceveva perché era in partenza per Bruxelles. Così gli feci sapere che se non si trovava una sede per la nostra scuola, avremmo piantato delle tende in Piazza Unità, una per ogni classe e avremmo dato lezioni all’inizio di ottobre!

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I genitori mi aiutavano con informazioni su palazzi liberi che sarebbero adatti all’uso scolastico. Scelsi la palazzina “B“ dell’ex ospedale psichiatrico. Per la ristrutturazione dello stabile ci voleva un investimento di 65 milioni, una spesa che dipendeva dal consiglio comunale e se ne avrebbe parlato soltanto l’anno successivo. Volevamo sapere quale spesa poteva sostenere il comune senza il benestare dei politici. Il sindaco offrì 5 milioni. Era quanto bastava per sistemare quello che ci serviva, aggiustare le due sedi dei bagni per maschi e femmine e la corrente industriale per i chimici. Accettammo l’offerta e in ottobre fu inaugurato l’Istituto professionale “Jožef Stefan” con 80 alunni. Dopo pochi anni sorse la necessità di aprire il quinto anno, indispensabile per l’accesso all’università. Provammo con un intervento a Roma. Al Ministero della cultura ci spiegarono che secondo la legge per il quinto anno era necessario avere una classe di 43 alunni. Considerato che come minoranza non potevamo raggiungere questo numero, ci era concesso di ottenere la classe anche con meno alunni. Sicuramente le autorità italiane non avevano contattato quelle del “confine orientale”. Incoraggiati da questo successo, chiedemmo poi l’appertura di un corso per geometri. All’Albo dei geometri di Trieste spararono indignati: ”Ci sono già abbastanza carsolini nelle nostre classi!”. Nonostante questi rifiuti da Trieste, da Roma ci arrivò il permesso per l’apertura della sezione geometri. Venne sistemata con l’aiuto dei genitori e molti volontari in due stanze liberate al primo piano della palazzina “B“ dell’ex ospedale psichiatrico. In occasione dell’inaugurazione della sezione slovena geometri, la signora assessore mi cercò per dirmi: ”Che vergogna aprire scuole in un ambiente dei matti!”

TRIESTE LIBIA 1981 Il mio lavoro nell’oleodotto non era stabile, perciò pensai di aprire una ditta import export, molto di moda all’epoca a Trieste per le ottime condizioni finanziare jugoslave. Auitavo l’imprenditrice di

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un’altra società di importazioni ed esportazioni che ne era anche la direttrice, mentre suo marito dirigeva un’officina. Questa società fece un’offerta ai libici. Dovevamo andare in Libia per studiare la situazione sul posto. Arrivati all’aeroporto di Tripoli l’ufficiale libico invitò la direttrice di mettersi da parte e le spiegò che i libici non trattavano con le donne. Lei mi presentò come socio che aveva studiato a Zagabria. L’ufficiale mi salutò in un buon serbo-croato perché anch’egli aveva studiato a Zagabria. Il suo intervento ci fu di grane aiuto. Ci portarono in un’oasi nel profondo deserto. In Libia c’è una fascia verde con un bosco di ulivi, situata fra la spiaggia e il deserto. In questa zona ci sono ancora dei fortini usati dagli italiani contro la resistenza, che i Libici avevano organizzato dal 1912 quando gli italiani avevano cacciato i turchi. Dopo il 1922, con l’avvento del fascismo e la condanna del “Leone del deserto”, gli eventi peggiorarono. Durante la 2.a guerra, gli italiani, Rommel e gli inglesi scorazzavano per il loro paese come se i libici non esistessero. Mi aspettavo di vedere nell’oasi un laghetto con palme. C’erano poche palme ed un pozzo profondo quasi 12 metri. C’erano stalle con bovini, e un veterinario svizzero stava aiutando a nascere un vitello che non voleva venire al mondo. Sotto una palma incontrammo una signora, moglie di un industriale di Vicenza che aveva fornito un enorme pollaio per la produzione delle uova. Le uova arrivavano bucate! L’intrepida signora ci spiegò che il contratto prevedeva anche la fornitura del mangime per le galline. Mangime italiano ricco di calcio! Loro però usavano il mangime fatto con la sabbia di silicio, troppo debole per un guscio che era previsto più solido. Dopo la seconda guerra mondiale, il giovane tenente Ghedafi, ruinì le varie tribu libiche e formò lo stato libico. La situazione economica era pesante. Tito li invitò a far parte dei Paesi non allineati. Offrì aiuti quando in Libia non si estraeva ancora il petrolio. In onore a ciò Ghedafi diede alla loro nuova valuta il

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nome di “dinar”, come quella jugoslava. Molti giovani libici andarono a studiare in Jugoslavia. Al nostro ritorno a Tripoli ci aspettavano altre sorprese. Il traffico cittadino a Tripoli era diretto da scolari della 5.a classe elementare. Ghedafi, con il guadagno del petrolio cominciava a dare ai neonati un piccolo stipendio con il moto: ”Se non basterà, potranno sempre andare a lavorare! ” Andammo a visitare il sito dei futuri capannoni. Era la nostra domenica, un giorno qualunque per loro. Sul piazzale c’erano delle studentesse giovani che avevano appena finito l’esame di maturità. Era il loro giorno di “servizio militare”. Vestite in abiti civili con maniche corte e calzoncini corti, si cambiarono in tute da carristi, entrarono nei carri armati con gli istruttori e filarono verso il deserto. Insomma, questo paese era pieno di sorprese. Il giorno del nostro rientro c’era lo sciopero dell’Alitalia. Centinaia di lavoratori italiani venuti dall’ interno, dai cantieri nel deserto, restarono a terra. Mandavano il loro urlo verso Roma. L’ufficiale libico ci aveva procurato i biglietti fino a Roma, la comitiva russa proseguiva per Mosca. Da Roma proseguì in aereo fino a Vicenza e presi il treno per Trieste.

UNIONE EUROPEA Trieste 2012 Il petrolio non ha portato fortuna ai libici, ma solo avversità. Ghedafi voleva il petrolio solo per loro. E’ stato travolto. Alla TV si sente una voce in italiano: Non sparate! E’ Ghedafi! Non uccidetelo! L’hanno ucciso e con lui anche il sogno libico!

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PONTE di COMANDO GRANDE ALISCAFO

Foto nr. 16

Ponte di comando di un grande aliscafo

Foto nr. 17

Grande aliscafo

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LA STORIA DELL’ALISCAFO GRANDE MOTORE A REAZIONE DI HERMANN POTOCNIK Caro Comandante, quando l’ho visto in plancia di un aliscafo grande per passeggeri intento a guidarlo con molto impegno, pensai di dover raccontare come è nata l’idea di costruire un aliscafo grande. (53) Eravamo in un periodo di storia adatto. Quando le nuove ricerche portavano allo sviluppo di una (20) nuova arma, erano subito avvantaggiate. Stava per nascere il motore a reazione, il missile “V” e il grande aliscafo con velocità a 100 km/h. Herman, ritornato dal fronte il 1918, si laureò in fisica all’università tecnica di Lubiana con le sue nuovissime idee sulle energie conosciute fino ad allora: vapore, elettricità, benzina e diesel, con le quali non si potrà mai partire dalla superfice terrestre per raggiungere lo spazio attraverso l’atmosfera. MOTORE A REAZIONE 1923 In quel tempo, amatori e qualche studioso, giocavano con razzi primitivi che spinti dal gas ad alta velocità, pressione e temperature ragguingevano altezze miracolose. A Hermann venne l’idea di progettare un motore, nel quale l’energia, che usciva dai razzi, produrrebbe una reazione a spinta che applicata al razzo lo porterebbe nello spazio. Nacque così l’idea del motore a reazione. L’università di Berlino gli concesse l’apertura di una sezione nuova che Hermann nomina: ”VIAGGI PLANETARI” 1923 Nel 1926 si diplomò il primo studente Von Braun: Hermann era ritornato dalla guerra malatticio e aiutò Von Braun nei i piani di costruzione del motore a reazione. Nel 1928 scrisse le proprie idee in un libro che non aveva intenzione di pubblicare. Nel libro spiegò la teoria delle nuove energie, aprì il problema della sopravvivenza

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dell’uomo nello spazio, cosa assolutamente nuova in quel tempo in cui le invenzioni venivano sfruttate per uccidere le persone in guerra! Hermann, ideatore e progettista del motore a reazione, collaborò con il suo migliore allievo, ma nel 1929 muore. Von Braun proseguì da solo e nel 1937 presentò all’industria tedesca di meccanica fine come proprio il dottorato sui piani di costruzione del motore a reazione. Si svolsero gli innumerevoli test necessari e si procedette alla costruzione. In attesa delle consegne, Von Braun nel frattempo studiava come fermare le navi della Marina militare russa ferma sul lago Ladoga, dopo che i tedeschi avevano circondato Leningrado usciva attraverso la Neva sul Baltico. L’artiglieria pesante di queste potenti navi lungo la costa del Baltico disturbava l’industria bellica tedesca che si era trasferita dall’interno per poter servire il fronte in Russia molto avanzato. Von Braun incontrò Von Schertel che già dal 1922 sperimentava le ali per un aliscafo grande. Lavoravano in un piccolo cantiere navale sul Baltico e insieme studiavano la costruzione di un “motosilurante” con le ali che dovrebbe raggiungere i 100 km/h. Von Braun entusiasmato dalla velocità, lo avrebbe armato con un razzo (“V”) perciò l’aliscafo dovrebbe avere un ponte di 36 metri e lo scafo un dislocamento di 162 tonnellate. Iniziarono la costruzione con l’aiuto della Lürsen, un cantiere navale di Lübeck che già costruiva motosiluranti normali. Dopo il 1943 li avevamo anche a Trieste (a San Marco), pattugliavano sull‘Adriatico settentrionale. Un piccolo aereo inglese che con una bomba a bordo, volando molto basso, quando uscivano per le prove, ruisciva a centrare il nuovo grande “MOTOSILURANTE“ con le ali. Nel momento in cui l’industria tedesca iniziò a fornire i motori a reazione (08-09-1944), Von Braun con il suo assistente l’ingegner Schattè vennero trasferiti alla costruzione dei razzi “V/1 e V/2”, prevista in un enorme campo sotterraneo con 20 Km di grandi tunel, dove centinaia di uomini erano costretti a lavorare come schiavi giorno e notte. I treni che portavano i motori a reazione e tutti gli elementi per costruire razzi entravano direttamente nel

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tunel. I razzi appena completati venivano trasportati alle rampe di lancio per essere proiettati verso Londra. Tutto era sottoposto al massimo segreto, se qualcuno faceva delle domande, la Gestapo lo portava via. Verso la fine della guerra incominciò a scarseggiare il materiale per la costruzione dei razzi che iniziavano a spaccarsi al vertice della traiettoria. Von Braun diede l’ordine a Schattè di risolvere il problema dicendogli: ”Tu hai studiato la scienza delle costruzioni da Timoshenko a Leningrado, mentre io conosco solo la termodinamica. I sigari si spaccano e se non trovi una soluzione il “vecchio” ci manda in prima linea sul fronte.” Non c’era più nulla, nè lamierini di ferro nè di aluminio, solo cartone. Schattè prepara due tubi concentrici di cartone, nello spread di un pollice, li riempie di una sostanza chimica rafreddata a meno —150° gradi. La prima “V/2” di cartone fu un grande successo. I radar inglesi non li individuarono perché erano di cartone. Essendo più leggero, il razzo raggiunse nuovi bersagli più lontani. Gli inglesi rimasero molto stupiti a qualche giorno prima della fine della guerra. Von Braun e Schattè uscirono senza problemi dalla Gestapo e dal grande complesso sotterraneo. Von Braun andò verso gli americani e Schattè verso la Svizzera. L’ingegner Schattè mi aveva raccontato tutta la storia del Baltico, ma anche molte cose che mi aiutarono a capire Von Schertel che dopo l’esperienza con l’aliscafo grande per uso militare sul Baltico, voleva ora un aliscafo grande per passeggeri e mi diede solo quei tre dati: Progettare un ALISCAFO PT 150, 300 passeggeri e 100 Km/h Riuscì a finire il progetto in tre anni e Von Schertel era molto sodisfatto della consegna. I norvegesi erano pronti per acquistare la licenza di costruzione degli aliscafi grandi.

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REGISTA STANLEY KUBRICK Nel 1966 il famoso regista Kubrick doveva decidere se accettare la proposta per la regia di un nuovo film, ”ODISSEA 2001” offertagli dal produttore Clarck. Kubrick fece una ricerca a Berlino nell’archivio sui “Viaggi Planetari” di Herman. Da Berlino lo mandarono a Lubiana in cerca di notizie sui »Viaggi palnetari« del 1923, e non altrove o in America! A Lubiana trovò il famoso libro di Herman nel quale aveva spiegato le neccessità del motore a reazione per raggiungere lo spazio, partendo dalla superfice della Terra, attraverso l’atmosfera. La seconda parte del libro spiegava che la futura navetta spaziale potrebbe essere costruita solo nello spazio, dove non c’è attrito dell’aria, in un satellite artificiale. Occorrerà pensare alla sopravvivenza degli operai terrestri di cui non si aveva ancora nessuna esperienza. LUZERNER ZEITUNG 1966 Proprio in quest’ occasione l’ingegner Schattè, l’anziano collaboratore di Von Schertel, vuotò il sacco dei suoi ricordi sulla sua attività sul Baltico. Il giornale locale di Lucerna il “Luzerner Zeitung” pubblicò la seguente notizia: “Il regista Stanley Kubrick vuole sapere se il film “Odissea 2001” sarebbe stato di fantascienza o un film realistico”. Trovò a Lubiana in Slovenia il famoso libro di Herman Potočnik che veniva da un piccolo paese vicino Lubiana. Nel 1918 ritornò malatticio dal fronte e concluse gli studi all’Università di Lubiana. Andò a Berlino e convinse il rettore della sua idea sulle nuove energie e della necessità del motore a reazione. Gli fu assegnata un nuova sezione che la nominò “VIAGGI PLANETARI“. Kubrick accettò la regia del film ”Odissea 2001”. L’ingegnere Schattè che aveva vissuto in prima persona tutto lo sviluppo del nazismo, aveva sempre ritenuto che Hermann fosse uno scienziato tedesco. Vedeva spesso il famoso libro nelle mani di Von Braun e non aveva mai cercato di leggere il cognome accanto:

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POTOČNIK. Leggendo l’articolo del Luzerner Zeitung, si sentì offeso della nazionalità di Hermann. Non potei fare a meno di dirgli: ”Hai visto, Hermann era un ‘untermensch’ come voi nazisti e non solo, chiamate i non ariani puri!” Studiando il libro di Hermann Potočnik, Kubrick si convinse che l’autore convalidava la possibilità di sopravvivenza nello spazio. I politici di tutto il mondo e della grande civiltà occidentale sfruttavano le invenzioni degli studiosi per le loro guerre e per produrre morte! Von Braun usò il motore a reazione di Potočnik per la costruzione delle “V/2“ che portarono la morte su Londra. La seconda guerra mondiale con la scoperta dell’atomica portò la morte su Hiroshima e Nagasaki. A chi serve tutto questo? Dobbiamo vivere nella paura delle prossime scoperte? Forse per questo si sta esplorando Marte, dove potranno trovar rifugio i signori della guerra nel momento dell’inizio della guerra atomica sulla Terra?

Doc. nr. 9 Dal Libro delle conquiste umane 1974

La notizia del pioniere planetario Herman Potočnik nel 1974 non è ancora arrivata?

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Il GRANDE ANELLO di HERMANN POTOČNIK Produce gravità

Il Foto nr. 18

Hermann Potočnik

progettista del motore a reazione

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Foto nr. 19

Anello ruotante di Hermann PotoÄ?nik

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MOTORE A REAZIONE DI H. POTOČNIK

Foto nr. 20

Motore a reazione di Hermann Potočnik

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CENTENARIO DELLA PRIMA GUERRA REGIMENTO TRIESTINO 97. Nel 1914 l’armata austroungarica voleva punire la Serbia, ritenuta colpevole dell’attentato di Sarajevo. Mio padre, nato nel 1895, a 19 anni si trovò vestito nell’uniforme austroungarica. Lo mandarono direttamente in prima linea contro i Serbi, che reagirono più energicamente del previsto. Per salvarsi la vita, si gettò in un profondo ruscello. Non era solo, c’erano anche altri colleghi che volevano allargare il sito di difesa. Trovarono sepolta una botte di slivovitz, non avevano tempo di assaggiarla. In un momento di calma, fuggirono verso le loro unità che si stavano ritirando in gran fretta. Li mandarono in Galizia, dove la popolazione locale si chiamava Russini. Le trincee, scavate di fresco nella terra soffice, adatta per produrre grano per tutta l’Europa, non resistevano, si trasformavano e a causa dell’erosione diventavano sempre meno profonde. I soldati stavano con le gambe nel fango fino alle ginocchia. Gli zaristi sparavano cercando di colpirli, mentre i feriti cercavano aiuto, ma non si poteva aiutarli. Molti morirono in putrefazione. Rocco continua il suo racconto: ”Questo fronte si trasformava, gli zaristi erano spariti, il regimento 97 avanzava nel vuoto. I nuovi nemici ci fermarono e ci fecero prigionieri. Resosi conto che eravamo sloveni, dissero: “ Voi siete Slavi come noi, perchè ci sparate?” Quegli avvicinamenti al nuovo nemico non andavano bene agli ufficiali austriaci. Il regimento 97 venne mandato verso l’Italia nei pressi di Gorizia. Era tempo di Natale, le trincee del nemico erano a 35 metri dalle linee austriache. Il giorno di Natale si sentivano gli auguri che si scambiavano i soldati fra le trincee dei due eserciti, e neanche questo andava bene agli ufficiali austriaci. Ci mandarono a diffendere San Michele. L’artiglieria italiana bombardò a lungo la nostra posizione. Il gruppo uscì fuori dalla piccola caverna, eravamo rimasti solo in 11. Tutti quelli nelle trincee erano morti. In fondo alla valle si vedevano già i fez degli arditi, pronti per la loro offensiva. C’era ancora troppa polvere

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portata dal vento su di loro e non proseguirono. Nel gruppo 97 c’era un medico venuto in seguito a una sanzione punitiva. Quando vide il nemico pronto per avanzare, propose ai soldati di ingerire a stomaco vuoto da molti giorni, un cucchiaio di sale che avrebbe provocato la febbre tifoide. Il comando reagì prontamente e vennero subito mandati nell’Alto Adige in ospedale. Dopo la guarigione non tornarono al fronte dell’Isontino, ma a quello di Piave. Marciavano seguiti dalla banda militare che suonava il “Radetzki marsh” senza mai fermarsi.

VITTORIO VENETO 25 ottobre 1918 Nella zona tra Vittorio Veneto e il Piave, si mormorava che a Vienna si festeggiasse la Republica Austriaca. Alcune divisioni cecoslovacche passarono al nemico, ma non furono accettate. Dopo il 4 novembre 1918 mio padre e i suoi commilitoni cominciarono a volgere verso casa. Avevano una grande paura di diventare prigionieri, ma la fanteria italiana non si fece vedere. L’artiglieria invece sparò su colonne di fuggiaschi che si muovevano disarmati verso l’est!

RITORNO A CASA (Regimento 97) Mio padre viaggiò su un treno direttissimo fino a Budapest dove i supernazionalisti ungheresi attaccavano chiunque avesse indosso l’uniforme austro-ungarica. Per salvarsi si spogliò l’uniforme e si nascose sotto un treno in partenza per Trieste che andava a prendere altri soldati ungheresi. Così riuscì a partire. Quando il treno si fermò ad Opicina, lui scappò a casa in mutande e camicia. Per quanto avesse desiderato dormire nel suo letto dopo 4 anni, non gli era possibile. Si stese sul pavimento dove si sentiva più comodo e si addormentò.

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Restare a casa era molto pericoloso. I carabinieri arrestavano coloro che tornavano dal fronte italiano. Avevano già arrestato suo fratello, lo zio Miha, e lo rinchiusero nel Silos. Poi trasferirono i prigionieri a Lazzaretto, dietro Punta Grossa, da dove guardavano verso casa e morivano di spagnola e di fame (secondo il “Jutro” di Lubiana ne morirono in tutto 16.000) molto dopo della fine delle guerra. Lo zio Miha ebbe la fortuna di sopravivere e tornare a casa. Mio padre per salvarsi, prese pittura e pennelli e fuggì in un piccolo paese della Ciciaria. Si mise d’accordo con il parocco di pitturare la chiesa in cambio di vitto e alloggio. Quando tornò a casa andò a lavorare al cantiere San Marco. Poiché era il più piccolo ed esile del suo gruppo, lo misero a pitturare la grande gru “URSUS” dalla (21) cima. Poi venne assunto come assistente da ČERNIGOJ per il quale faceva le combinazioni dei colori e delle pitture che l’artista usava per decorare i saloni delle navi passeggeri. Al paese, il tabaccaio doveva togliere la tabella con lo stemma austriaco e appendere la nuova tabella con lo stemma sabaudo che aveva filettato con un nastro azzurro. Appena i nuovi carabinieri si accorsero del grave attacco all’italianità, gli misero le manette e lo portarono in prigione, fino a quando non si spiegò il malinteso: l nastro azzurro era un dono della Regina di origine slava, montenegrina, educata a San Pietroburgo a corte dello zar.

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Avventure e opinioni di un’ex fante del 97.o Regimento ZAHAR ROK 1895-1962 GRU “URSUS“

Foto nr. 21

Gru Ursus

La grande gru »URSUS« Prodotta dal CRDA San Marco -TS

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LA GRANDE GUERRA 1914-1918 La Germania aggredì la Francia che venne aiutata dagli inglesi d’oltremanica e dagli americani d’oltreoceano. L’Italia agredì l’Impero austro ungarico nonostante il patto di non belligeranza. L’Austria agredì la Serbia, amica della Russia. L’Austria agredì la Russia. La Germania combattè in Russia e mandò Lenin a Mosca. I veterani della 1.a guerra si chiedevano a che cosa fosse servita quest’immensa tragedia umana? Dopo la rivoluzione russa del 1918, i grandi nemici della prima guerra mondiale diventarono ad un tratto tutti grandi amici e alleati.Tutti mandavanono aiuti bellici e volontari ai “russi bianchi” che difendevano lo zar dappertutto nell’enorme Russia europea e asiatica. Anche le unità militari italiane combattevano sulla “trans siberiana”. Non capivo proprio cosa stesse succedendo. I veterani in subbuglio! Chiesi a mio padre chi fossero questi comunisti? Rimase senza parole a lungo, poi mi spiegò sollennemente: ”Ora i padroni licenziano gli operai, poi gli operai licenzieranno i padroni!” Allora tutto chiaro! A casa si festeggiava la fine dei lavori della nuova cantina con molte persone che ci avevano aiutato volontariamente, com’era da sempre uso nel paese. Durante questa festa arrivò come un lampo dal cielo sereno la notizia che Hitler aveva annesso l’Austria e che Vienna scoppiava dalla gioia! I presenti erano tutti anziani e avevano preso parte alla Grande guerra. D’un tratto non ci fu più festa, tutti presupponevano che sarebbe scoppiata una nuova guerra. Mio padre, calmo come sempre, disse che alla fine di questa guerra, forse non saremmo più uniti. Infatti, finita la 2.a guerra nel 1945 mio fratello fu dichiarato “disperso”, il che rovinò la nostra famiglia per sempre. Finita la guerra, arrivò la ”cortina di ferro” e tutto tornò come era prima. Chi ha lottato con la Resistenza era ed è ancora perseguitato ! A che cosa servirebbe la prossima?

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QUARTA PARTE

CHIODI e FIAMME DAL DIARIO DI UN TRIESTINO ABORIGENO

CHIODI ”ZDENKO POJE” Inchiodato il 7 agosto 1942 sulla parete della scuola elementare di Papeži (SLO) dai soldati delle grandi unità militari del Generale ROBOTTI.

FIAMME “CAVERNA STRMA REBER” Lancia fiamme del GEN: ROBOTTI 53 ribelli brucciati vivi, nella Caverna.Uccisi 125 partigiani in conflitto armato e 194 civili fucilati perchè accertati favoreggiatori a Papeži il 31 7 1942

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Questo monumento è dedicato ai maestri della scuola elementare

Foto nr. 22

Maestri fucilati

Qui sono stati fucilati il giorno 30-07-1942 i maestri della scuola elementare Benedičič Janko, Čuk Lado, Dore Toni, Silovinec Pavel

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OSPEDALE DA CAMPO DEI PARTIGIANI CAVERNA “OGENCA” CAVERNA “STRMA REBER” TRIESTE 11 novembre 1941 Nel giorno del compleanno del re, la professoressa capoclasse ci fece promettere di leggere ogni giorno “Il Piccolo” e anche qualche giornale italiano proveniente da Lubiana, per onorare il servizio militare del generale Mario Robotti nella Slovenia italiana, padre del nostro compagno di classe Robotti junior seduto in banco con me. Così seguivamo le gesta eroiche del “padre Roboti”. I giornali descrivevano ampiamente le caverne del terreno montagnoso, sotto il quale si trovavano nascondigli conosciuti solo ai rivoltosi: “Pensate in quali difficoltà lavorano i nostri valorosi soldati per stanare il nemico“. Leggemmo che i banditi avevano nascosto dieci loro feriti gravi in una caverna. Quando i soldati del Gen.Robotti, in piena offensiva di rastrellamento, li scoprirono e volevano stanarli, si uccisero tra di loro. Questo atto mi rimase impresso nella memoria. L’espressione “selvaggi“ fu un’offesa per me e per il mio popolo. Noi ragazzi che in quell’età leggevamo le avventure di Salgari, Verne e Flash Gordon con il suo dottore Žarkov, che già allora era nello spazio, aspettavamo la continuazione della storia sul PICCOLO sull’esistenza di altre caverne. Ma su questo nessuno più aprì bocca! Allora chiedemmo al collega, figlio del Gen.Robotti, come proseguiva la storia delle caverne. Rimase molto imbarazzato e disse: “Chiodi e fiamme”. Noi non sapevamo cosa pensarne, avevamo altro per la testa. Dopo molti anni, tornato dall’estero, decisi di cercare le verità sul racconto dei giornali di allora. Era il (22) 1997 quando scoprì la caverna Ogenca, per dove era passato il “rastrellamento” del Gen.

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Robotti con le sue unità militari (sei divisioni di soldati del re italiano e molte unità e battaglioni di camice nere). In ricordo dei fatti di allora i patrioti sloveni hanno eretto un monumento con i nomi dei caduti. Nelle vicinanze trovai un monumento (a Metalosi), con una strana scritta: “Qui vennero fucilati, il giorno 30 07 1942 i (59) maestri della scuola elementare”. Seguono i loro nomi. Su questo monumento c’è qualche cosa che non è chiaro. Il passante che si fermerà potrebbe chiedersi: “Chi, su questa terra slovena, fucilava i maestri degli alunni della scuola elementare?“ In questa zona il collaborazionismo della popolazione era molto diffuso. Il caso è molto interessante. Finita la guerra, i vincitori rispettarono la loro volontà di non riportare sul monumento i nomi degli occupatori. Nella valle di Loški ci sono cinque paesi e molte chiese. I soldati di Robotti presero 5 maestri. I nomi di quattro di loro sono iscritti sul monumento, mentre il quinto risulta disperso. (24)

Foto nr. 23

Ogenca

OSPEDALE DA CAMPO DEI PARTIGIANI »La caverna di OGENCA«

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CARO ROBOTTI JUNIOR Dopo 55 anni ho scoperto la verità sulla tragedia della caverna Ogenca. I feriti, piuttosto che cadere in mano ai fascisti, preferirono togliersi la vita. Questo mi fa ricordare l’eroica morte di Zlataper, (figlio di padre sloveno), che si era tolto la vita per non cadere in mano agli austriaci. Tuo padre e il suo collega Gen. Roatta capirono con chi avevano a che fare. Non riuscirono a piegare i nostri partigiani. Nel 2002 ho trovato tempo per riprendere le ricerche della seconda miracolosa caverna dove si sarebbero potuti salvare i rivoltosi. C’erano tempi nuovi e nuove autorità, era il 1999, che avevano opinioni strane secondo cui si sarebbero dovuti rimuovere tutti i cippi con stelle rosse. Io ero preoccupato per Ogenca, sono passato di lì e ho visto che era tutto a posto e che c’erano anche fiori freschi. Ho proseguito il mio viaggio verso sud, dopo Kočevje a Kočevski Rog, culla della resistenza. Ho trovato il coraggio per proseguire ancora verso Kočevska Reka. I nuovi sepolcri sono curati. E’ giusto prestare cure onorevoli nella sepoltura dei morti, a prescindere dal loro comportamento da vivi. Da Kočevska Reka, volevo ritornare attraverso la Croazia a Babno polje, di cui nel 1942 i giornali riportavano la grande attività del Gen. Robotti. Dopo la guerra c’erano dei monumenti, non vorrei che le nuove autorità li avessero profanati. Da Kočevska Reka fino al confine croato c’è una zona che non conosce autostrade e nemmeno strade comuni. Non so come fossi arrivato a Papeži. Non c’era anima viva. Dopo un pò ho visto un anziano al quale volevo chiedere la strada per poter proseguire. Avendo visto la targa italiana, l’anziano ha cominciato ad insultarmi in dialetto. L’incontro ha chiarito tutto. Mi ha raccontato che quando aveva 4 anni, gli italiani uccisero i suoi i genitori e lo

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portarono via con la nonna. Chi lo sa, forse anch’egli sfilava per Via Carducci verso il Silos a Trieste in mezzo ad altri ”ribelli”. (23) Nel 1999 esce il libro dell’ eminente storico Tone Ferenc con il titolo che al primo momento non mi è piaciuto: ”Si amazza troppo poco”. Leggendo il libro però ci si accoge che il titolo poteva essere ancora più brutto. Il libro contiene solo documenti originali dei tre Tribunali di guerra di Lubiana che gli impiegati statali italiani abbandonarono incostuditi al momento dell’arrivo della notizia dell’armistizio italiano l’otto settembre 1943, quando fuggirono in tutta fretta per paura della vendetta dei loro terribili misfatti in Slovenia. Ho comprato il libro nel 2001 appena uscito a Lubiana, perchè parla delle “gesta eroiche” del padre del nostro collega Robotti Junior. Ho trovato tempo per leggerlo solo nel 2013 dopo il collocamento a riposo coatto. Mi ricordava i tempi quando leggevo la Bibbia. I popoli combattevano per sterminarsi e tutto sotto gli occhi del Signore che ogni tanto interveniva con strani giochetti: Uccidi il figlio! Arriverà la manna divina! Alzati Mare Rosso! Le tavole con i comandamenti sul Sinai. Non punire Caino che ha ucciso Abele? Mi ricordava, che poco tempo fa (2.a guerra) un popolo voleva sterminare un altro popolo, come nella Bibbia. Ho letto per 4.000 volte le sentenze immediate: ”Passate per le armi”! Le grandi unità militari del generale Mario Robotti, durante il suo “rastrellamento” nella Provincia di Lubiana, dovevano giornalmente presentare al generale gli ESTRATTI DEI NOTIZIARI indicando a parte i morti civili, se accertati come favoreggiattori dei ribelli, e separatamente i morti dei nemici in combattimento. Ho esaminato con attenzione solo due estratti dei notiziari giornalieri:

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IL PRIMO NOTIZIARIO dal 21 luglio 42 al 07 agosto 1942 ... Il rastrellamento fu proseguito dal Batt. delle camicie nere della Div. “LOMBARDIA” che si è trattenuto in località “Papeži” fino al 07 agosto 1942. Il corriere ZDENKO POJE è stato catturato nel bosco vicino assieme ad ancora due patrigiani. I due sono stati passati per le armi, il ragazzo sarebbe stato CROCIFISSO, ossia appeso con CHIODI alla parete della sua scuola elementare a PAPEŽ (24)

IL SECONDO DEI NOTIZIARI dal 21 luglio 1942 al 29 luglio 1942. … La colonna “B” del ragruppamento G.a FR. si è scontrata con un gruppo di ribelli nella zona “STRMA REBER”. I ribelli si chiudono in una predisposta caverna e non si arrendono. Il PLOTONE LANCIAFIAMME distrugge i ribelli. 53 ribelli morti. L’aviazione si offre in caso di necessità di aiuto. Uccisi 125 partigiani in conflitto armato, 194 fucilati civili perchè accertati favoreggatori! (25) Questi due ESTRATTI dei NOTIZIARI giornalieri hanno finalmente risolto il problema del PICCOLO del settembre 1942. CARO ROBOTTI JUNIOR! Con la tua risposta enigmatica che non avevamo capito:”Saranno CHIODI E FIAMME“ ci hai superato tutti! Noi attendevamo una seconda caverna miracolosa dopo Ogenca e si presenta “Strma Reber“. L’enigma è risolto.

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31 luglio 2014 Un ricordo doveroso 72.o ANNIVERSARIO DELLA TRAGEDIA DEL 31 luglio 1942 “OGENCA”, PAPEŽI; ZDENKO POJE; Caverna “STRMA REBER” LANCIA FIAMME. Criminoso comportamento dei soldati del Reggio esercito italiano al comando del Gen. Robotti nella provincia di Lubiana. 1. Gettavano bombe a mano nella caverna dove giacevano 10 feriti gravi. Il rastrellamento di Robotti proseguiva con la condanna a morte di 12 persone civili al giorno, sentenza a mano, eseguivano esecuzioni (passando per le armi), per 122 giorni! (27) 2. Nello stesso tempo alcuni chilometri a sud, nella Caverna “Strma Reber,” uccisero con un lanciafiamme 53 persone, di cui 40 partigiani armati, 3 donne e atri 10 civili. Nel vicino paese PAPEŽI, nelle stesse ore INCHIODANO il giovane ragazzo ZDENKO POJE sulla parete della sua scuola elementare (Gen. Fabri U.) SONO TUTTI CRIMINI CONTRO L’UMANITA’! Non andranno mai in prescrizione! Queste notizie criminose non dovevano andare in onda ed essere propagate nè in Italia nè all’estero. I fascistoidi corrono al riparo, sfruttano il dimenticatoio italiano, la poca credibilità dei politici intenti a salvaguardare le loro poltrone. (Non hanno prodotto crescita al Paese per anni.) L’offensiva mediatica ha calato l’enorme sipario ANTIFOIBE sull’occupazione italiana della provincia di Lubiana con la propaganda delle FOIBE, dove I COLPEVOLI DANNO COLPA ALLE VITTIME!

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Errata Corrige Per il crimine di Papeži gli italiani nella Slovenia occupata usarono il nome ZDENKO POJE. Le loro autorità della magistratura e i loro notai disponevano di datti esatti sulle persone. Appena occupato un municipio sloveno, sequestrarono subito i registri dell’ufficio anagrafe. Tutti i piccoli paesi della valle Papeži furono devastati. Gli adulti vennero uccisi, i bambini deportati con gli anziani in campi di concentramento in Italia. I pochi i superstiti posarono dieci anni più tardi assieme alle autorità di Kočevje una lapide ricordo iscrivendo il nome del ragazzo: Zvonko, nome foneticamente simile come qualcuno pensava di ricordarsi ancora dopo la distruzione in seguito ai rastrellamenti del Gen. Roata e del Gen. Robotti (1941—42) (26) e fino al 1945 dei tedeschi.

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Foto nr. 24

Papeži

ZDENKO POJE Il 07-08-1942 sarebbe stato »crocifisso« osssia appeso per mezzo di CHIODI alla parete della sua scuola elementare di PAPEŽI

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Foto nr. 25

Lapide, Kočevje 1952

Lapide commemorativa del delitto di Papeži A Papeži il 07 agosto 1942 - Kočevje 1952. I soldati del generale Robotti hanno inchiodato dopo disumana tortura il ragazzo ZVONKO POJE sulla parete della sua scuola elementare di Papeži. Il comandante Miloš e un partigiano ignoto donarono la loro vita.

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Doc. nr. 10

35 criminali italiani in Slovenia

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NOTA del diario 15. 12. 2014 (40) IMMUNITA’ dello STATO ITALIANO Nel 2013 Il SENATO italiano propone una legge sull’immunità dello stato italiano, per i crimini contro L’UMANITA’. Attendiamo l’esito! Nel 2014 la Corte costituzionale italiano ha RESPINTO la legge sull’immunità dello stato italiano per i Crimini CONTRO L’UMANITA’ perché ANTICOSTITUZIONALE!

C’ERANO ANCHE LE UNGHIE! Carissimo Robotti junior, Nel lontano 1942 ci avvisasti che ci sarebbero stati CHIODI e FIAMME, perciò ti abbiamo riconosciuto un atto di umanità. C’era dell’altro. Nell’agosto del 1942 il ragazzo POJE fu dapprima riempito di sliloviz (grappa) e poi fu dato il via allo “svago macabro”. I bravi ragazzi, figli di buone famiglie cristiane, hanno esagerato un pò? L’Italia non aveva la legge sull’immunità e non reagì contro questo crimine. Gli furono tagliate parti del corpo e gli strapparono le unghie. La “brava gente” doveva proseguire con il rasstrellamento, per pura misericordia lo “passarono per per le armi”. Per molti anni ancora rimasero rivoli di sangue e chiodi sulla parete della scuola che si stava sfasciando per la mancata manutenzione perché non c’erano più ragazzi che potessero frequentarla. Il sepolcro di ZDENKO rimase ignoto e i boia rispettarono la dovuta segretezza, voluta dal Comando Supremo.

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A chi è riuscito a leggere il mio diario fino alla fine, vorrei chiedere, se dovesse passare un giorno per Papeži, di portare con sé a casa un chiodo come ricordo.

Doc. nr. 11

Scritto sui partigiani crociati a Papeži,

di Ivan Štimec, dalle memorie di sua madre

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Doc. nr. 12

Conferimento medaglia di bronzo a Collotti, Gazzetta ufficiale, Roma 1954

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IL DIARIO E’ ANCORA ATTIVO UNO STRANO RICORDO La raccolta di testimonianze sui campi di concentramento a Domio. Leggevamo spesso delle pessime condizioni di vita nei campi di concentramento. Venivano organizzate riunioni dei deportati durante la guerra. Un giorno decido di presentarmi, per raccontare le mie difficoltà con Collotti e Gueli, la condanna a MORTE nella Risiera, l’evasione dal Coroneo e il viaggio verso Dachau interrotto, sulla strada per Tarvisio, per i bombardamenti da parte degli alleati. Quando il mio racconto arriva allo STOP, prima del confine del REICH, l’addetta che raccoglieva le testimonianze mi ferma e dice: ”Noi abbiamo l’ordine di raccogliere solo le testimonianze dei deportati in Germania e le loro difficoltà ivi vissute. Abbiamo l’ORDINE di non accogliere le testimonianze su difficoltà vissute in Italia. Qui inizia il grande dimenticatoio italiano!

STRANO MA VERO Per la storia a Trieste non esistono: la Villa Triste, Coroneo per politici, Gesuiti, le sale di TORTURA di Via Cologna 6/8, LA SEDIA ELETTRICA, violenze e torture fisiche simili all’inquisizione del medioevo, ideate, create dallo specialista in materia MARIO FABIAN assistito da COLLOTTI e GUELI. Non esiste l’INCHIODATTURA del ragazzo “ZDENKO POJE”, fatta dalle Unità Militari del Gen. ROBOTTI a PAPEŽI in Slovenia italiana il agosto 1942. Non esistono LANCIAFIAMME come in Etiopia. (38) ESISTE “UN MILIONE DI INFOIBATI“! Non esistono per la storia di Trieste, il FORNO di San SABBA di cui a Trieste si può

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solo parlare se si spiega che è stato costruito dai Tedeschi (WÜRTH) venuti dalla Polonia per lo sterminio degli EBREI di TRIESTE! Il forno funzionava intensamente. lo dovevo attendere, perchè il forno non era ancora pronto per la mia crematura, voluta da GUELI e COLLOTTI e dai loro mandatari, dal 15 marzo 1945 fino al 7 aprile 1945. Per fortuna riuscì ad EVADERE dal CORONEO nella mattina del 6 aprile 1945. Succede, nelle grandi tragedie che un’ unica persona riesce a slvarsi, affinchè possa trasmettere, la verità dell’accaduto. GIUSEPPE GUELI pronunciò molte condanne a morte in RISIERA (Ti manderemo in un posto molto caldo!) senza sentenza, ma con esecuzioni che dovevano attendere il turno che il forno fosse libero! Il Vescovo SANTIN, mandò a San SABBA alla RISIERA a fine aprile 1945 alcuni volontari che raccolsero tre sacchi di documenti di condanne a MORTE. In base a questi spedì alle famiglie dei condannati i relativi NECROLOGI. Il mio fu mandato a mia madre tramite il parroco del paese mons. Fran Malalan: “Vostro figlio ZAHAR GIORDANO è MORTO IN RISIERA IL 07 APRILE 1945” QUACUNO FECE MINARE IL FORNO DELLA RISIERA. Sulla spiaggia accanto il nuovo pontile della SIOT a San SABBA fu recuperata una grande quantità di ossa umane portate dal FORNO della RISIERA. QUALCUNO diede l’ordine di non procedere con il recupero. Nel maggio ’45 visitai l’interno della RISIERA. Tutte le superfici delle pareti e le superfici in legno nelle cabine strettissime cabine erano piene di scritture, nomi, indirizzi. Pensavo di ritornare con il notes e una torcia, ma nel frattempo QUALCUNO fece pitturare tutto di calce con una mano veloce. Quel QUALCUNO fece sparire dal MUSEO della Risiera anche quell’orrendo scudiscio di cuoio e piombini, usato per frustare le vittime prima di spingerle nel forno. Chissà, forse sperava di poterle usare nuovamente?!

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Nel 1938, Mussolini volle onorare TRIESTE con il famoso discorso raziale. Il Sindaco, dopo 86 anni riuscì a posare sul pavimento della Piazza Unità d’Italia a Trieste, dietro la gran mole della fontana dei Quattro continenti (allora non c’era perchè le autorità di allora l’avevano smontata e portata in magazzino per ragioni di sicurezza) una modestissima piastra, forse in inox, che riportava la legge raziale che colpiva gli EBREI. QUALCUNO trattenne la mano al sindaco, perchè voleva aggiungere: SLOVENI, CROATI e ROM! Nella sala del Consiglio comunale (come hanno fatto a Gorizia) si voleva installare l’impianto per la traduzione simultanea. QUALCUNO ha fatto sospendere tutto! Si voleva onorare il ricordo della fine della guerra e la Vittoria sul Nazismo e il Fascismo. QUALCUNO ha fatto scoppiare il CAOS. Gli alleati dall’Italia e TITO dai Balcani, hanno cacciato i nazisti ed i fascisti. Il loro compito era liberare TRIESTE. Nessuno è venuto per impossessarsi della città! C’era ancora da sentire le decisioni della CONFERENZA SULLA PACE di PARIGI.

IL DIARIO E’ STATO SORPRESO DA UN PICCOLO MIRACOLO TRIESTE dicembre 2014 Dopo 96 anni l’ITALIA ha dato al Comune di Trieste il PORTO VECCHIO. Il solito QUALCUNO è stato vinto. Sembra l’arrivo della prima RONDINE! Anche i soldati italiani di questa grande nazione Cattolica, dovrebbero convincere il loro QUALCUNO, ora che la Corte ha respinto l’IMMUNITA’ per i Crimini contro l’Umanità’ e chiedere perdono per i loro misfatti. L’arrivo di queste RONDINI suona alle orecchie dei triestini come il Terra—Terra di Colombo, il rametto d’ulivo a Noè! San Fracesco d’Assisi non è riuscito a insegnare agli Italiani il vangelo! Forse

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l’argentino avrà più fortuna e finalmente le RONDINI porteranno all’Italia LA PRIMAVERA! Il giovane scolaro di PAPEŽI (SLO) ZDENKO POJE, inchiodato sulla parete della Sua scuola elementare, avrà il Suo sepolcro!

BIENNALE DI VENEZIA 2014 Il museo a Herman Potočnik a Vitanje è stato disegnato da bravi architetti che hanno rispettato il concetto del sattellite artificiale. Questa bella idea è stata esposta anche nel padiglione “La Slovenia e l’architettura spaziale“ in occasione della Biennale di Venezia del 2014. HERMANN nel suo libro propone la costruzione di un sattellite abitabile artificiale nella forma di un grande ANELLO ORBITANTE che (56) ruotando generasse la forza di gravità, simile a quella terrestre. Già nel lontano 1928 si sarebbe dovuto dare il via alla medicina spaziale. Hanno scelto VITANIJE per insediare il MUSEO, perchè la famiglia della mamma proveniva da Vitanije. Il padre lavorava a Pola presso la Marina Militare. Quando sua moglie attendeva la nascita del figlio, il padre la volle vicino, così Hermann nasce a Pola Il 22 dicembre 1922. Studiò all’università di Lubiana. Anni dopo aprì presso l’università di Berlino un nuovo reparto chiamato “Viaggi planetari” in cui lavorò sulla progettazione del motore a reazione. Morì di tubercolosi nel 1929, il 27 agosto, proprio nell’anno di uscita del suo libro sullo spazio nel quale parla delle possibilità e dei dilemmi relativi alla sopravvivenza dell’uomo nello spazio.

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IL DIARIO CONTINUA La banda Gueli—Collotti mi voleva mandare in un posto molto CALDO! Il CALDO mi spaventava molto. Era noto che il papa Paolo IV inventò l’INQUISIZIONE, santificò la TORTURA, infine iniziò a bruciare vive le “STREGHE”, non solo, ma anche scienziati che non rispettavano la Sacra Scrittura: GIORDANO BRUNO ……bruciato vivo! GALILEO GALILEI…riuscì a salvarsi Volevano bruciare vivo in RISIERA il 7 aprile 1945 anche ZAHAR GIORDANO che non aveva espresso dubbi sulla sacra scrittura … si salvò con l“EVASIONE”. Era questo soltanto l’uso della CARTA BIANCA di BENITO per i nativi delle terre occupate? Io non avevo mai espresso dubbi sulla SACRA SCRITTURA, ma c’era l’ORDINE di ridurre il numero dei nativi nelle terre conquistate e aumentare la presenza di persone italiane per poi annetterle all’ITALIA! Lo ribadiva spesso Collotti: “Le amministrazioni locali delle terre conquistate hanno l’ORDINE di ridurre la presenza dei nativi locali non italiani e di aumentare la presenza delle persone italiane.” E ripeteva insistentemente Collotti e: “Solo a queste condizioni le terre conquistate saranno annesse al Regno D’Italia”. Da Via COLOGNA 6/ 8 moltissimi nativi partirono per la Risiera. Le loro ossa sono poi finite in mare a San SABBA.

“IL DOPOLAVORO” A LUBIANA A Lubiana, durante la breve occupazione italiana, sono stati aperti i “DOPOLAV0RO” frequentati per la maggior parte da ITALIANI. Furono costruite molte case INCIS (Istituto Nazionale Impiegati

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Statali) per le sempre più numerose famiglie degli ufficiali del generale Robotti, per gli impiegati dei tre Tribunali di guerra di Lubiana e molti altri impiegati statali, insegnanti,ecc. Nelle scuole venne introdotto l’insegnamento in lingua italiana. Gli scolari vestivano divise GIL (Gioventù Italiana del Littorio) e marciavano per le vie della città cantando GIOVINEZZA! Per la sicurezza della popolazione cattolica di Lubiana e di altre tre cittadine slovene venne collocato il recinto di filo spinato con postazioni di sentinelle. La “CARTA BIANCA” di BENITO, data al Gen. Robotti, quando l’aveva spedito con con 60.000 soldati in Slovenia, funzionò!

IL DIARIO REGISTRA ANCORA ITALIA 2015 I fascistoidi iniziano a dare riconoscimenti a fascisti caduti in SLOVENIA in combattimento con i partigiani sloveni. Non hanno dato ancora le pensioni di guerra agli alpini, caduti in combattimento con i russi, nè con i soldati greci e albanesi e nemmeno a quelli che combatterono con partigiani dalmati e croati. Quanti oblighi ancora! Gaetano Collotti fu decorato con la medaglia di BRONZO già nel 1953! Il “CRIMINE a PAPEŽI” (SLO), va dimenticato? La ”crocifissione“ del ragazzo ZDENKO POJE inchiodato sulla parete della sua scuola elementare, era solo una bravata del cinquantesimo delle Camicie Nere della Divisione “Lombardia”? Erano tutti cristiani di buone famiglie, avevano esagerato un pò con il loro patriotismo.

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RICONCILIAZIONE Durante il fascismo, nella scuola elementare, l’11 febbraio 929, si festeggiava la “riconciliazione“ tra il Papa Pio XI e Benito, con il Concordato di Laterano. Il 10 febbraio 2015 abbiamo festeggiato il RICORDO, di un’altra riconciliazione, tra gli eredi dei fascisti e quelli dei comunisti. In Italia si vuole rivedere la storia. Nella seconda guerra mondiale, nel nord, l’Italia sarebbe stata occupata dai tedeschi e all’est sarebbe stata aggredita dai cattivi partigiani sloveni di Tito, che hanno infoibato (secondo il “Giornale della sera”), un milione di italiani, solo perchè italiani! I 55 milioni di morti per liberare il mondo dall’agressione del nazifascismo avrebbero sacrificato la propria vita invano? Cara Europa, come sei assente!

IL DIARIO : TRIESTE “IL PICCOLO“ 2015 L’industria tedesca produrrà il film di WINETOU! Nei romanzi d’avventura dello scrittore KARL MAY, il famoso capo degli indiani (pelirosse americani) era un capo che cercava pace e dava aiuto ai suoi indiani e anche ai visi pallidi. Questo mi fa venir in mente il processo di Norimberga con il quale gli alleati volevano fare giustizia per i crimini commessi all’umanità dai nazisti tedeschi. Allora il grande signore della guerra tedesca Hermann GÖERING, per difendere i tedeschi disse: ”Noi abbiamo iniziato a distruggere gli ebrei, voi avete già distrutto gli indiani!” Sembra che i Tedeschi simulino un ritorno al problema del processo di Norimberga? Non l’hanno mai accettato! Per KARL MAY gli indiani meritano rispetto. Nei romanzi di SALGARI invece gli indiani pellirosse non vengono risparmiati.

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Sandokan difende Mompracen contro gli Inglesi, Belgi e Olandesi (Paesi ex colonialisti)

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INDICE

Pag

PREFAZIONE ............................................................................................. 3 PROMESSA................................................................................................ 4 CARO LETTORE ........................................................................................ 4 PRIMA PARTE ........................................................................................... 5 IL PRIMO dei miei giorni di RICORDO .................................................... 6 LA GRANDE ADUNATA ................................................................... 6 10 giugno 1940 .................................................................................. 6 IL SECONDO dei miei giorni RICORDO .................................................. 7 IL GENERALE M. ROBOTTI VA A LUBIANA ................................... 7 TRIESTE 6 aprile 1941 ..................................................................... 7 TRIESTE fine MAGGIO 1941............................................................ 8 L’OCCUPAZIONE DELLA SLOVENIA .............................................. 9 FRANCE BEVK ............................................................................... 12 Il sei aprile 1941 .............................................................................. 13 Il TERZO dei miei giorni RICORDO ...................................................... 14 L’ISPETTORATO SPECIALE DI PUBBLICA SICUREZZA ............ 14 TRIESTE 1942 ................................................................................ 14 PRIMO MARZO 1942 ...................................................................... 14 Il QUARTO dei miei giorni RICORDO ................................................... 17 L’ARMISTIZIO ITALIANO ................................................................ 17 L’8 e il 9 settembre 1943 ................................................................. 17 TRIESTE OTTOBRE 1943 .............................................................. 18 Il QUINTO dei miei giorni di RICORDO................................................. 19 LE FOIBE ISTRIANE 1943 .............................................................. 19 Il SESTO dei miei giorni di RICORDO ................................................... 23 LA FOIBA DI BASOVIZZA 1941-1944 ............................................ 23 Trieste - 1944 .................................................................................. 23 LA BANDA G.GUELI – G. COLLOTTI ............................................ 25 TRIESTE 5 luglio 1943 .................................................................... 25 Il SETTIMO dei miei giorni di RICORDO ............................................... 31 IL MIO GIORNO PIU’ LUNGO S. ANTONIO IN BOSCO ................ 31 Boršt 10 gennaio 1945 .................................................................... 31 LA SEDIA ELETTRICA ................................................................... 32 INIZIO’ UNA DANZA MACABRA .................................................... 34 CHIAMATE DALLA VIA COLOGNA (47) ........................................ 37 OSPEDALE PARTIGIANO “FRANJA” ............................................ 37 TRIESTE Coroneo marzo 1945 ...................................................... 37 IDRIA 15 agosto 1947 ..................................................................... 38

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TRIESTE 17 aprile 2015 ................................................................. 38 L’OTTAVO dei miei giorni di RICORDO ............................................... 39 LA CONDANNA A MORTE ............................................................. 39 Trieste 15 marzo 1945 .................................................................... 39 TRIESTE 1947 ................................................................................ 40 LA CELLA nr. 100 ........................................................................... 41 6 aprile CORONEO ......................................................................... 42 LA LETTERA NON IMPOSTATA .................................................... 42 Il NONO dei miei giorni di RICORDO .................................................... 43 EVASIONE dalla prigione Coroneo a TRIESTE ............................. 43 TRIESTE 04 maggio 1945 .............................................................. 47 PARTENZA per la Germania .......................................................... 47 Fine della guerra .................................................................................... 48 DOGNA 30 aprile 1945 (31) ............................................................ 48 ABBIAMO SUPERATO IL FRONTE ............................................... 50 TRIESTE 21 gennaio 1946 ..................................................................... 52 IL DECIMO dei miei giorni di RICORDO ............................................... 52 LA FOIBA DI BASOVIZZA MAGGIO 1945 ..................................... 52 TRIESTE 5 maggio 1945 ................................................................ 52 LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA ................................................ 55 ”LA CORTINA DI FERRO” .............................................................. 56 L’ EFFETTO IMMEDIATO DELLA CORTINA DI FERRO .............. 57 LA FOIBA DI BASOVIZZA .................................................................. 57 La terza volta (1) ............................................................................. 57 Trieste settembre 1945 ................................................................... 57 RESTI UMANI ................................................................................. 58 MATERIALI RECUPERATI DAL POZZO ............................................ 59 CONCLUSIONE: .................................................................................. 60 TRIESTE 10 Febbraio 2014.................................................................... 60 ALL‘ESTERO PER LO STUDIO ........................................................... 64 Ginnasio scientifico di Postojna ...................................................... 64 NASCITA DELLA SCUOLA NAUTICA SLOVENA ......................... 65 ARBE 15 settembre 1947 ............................................................... 66 UNIVERSITA’ DI ZAGABRIA .......................................................... 67 ALL’ ESTERO IN CERCA DI LAVORO ............................................... 68 LA SVIZZERA ................................................................................. 68 IN CERCA DI LAVORO IN GERMANIA ......................................... 70 Von August Dietrich Allers .............................................................. 73 BRUXELLES HA INTENZIONE DI ORDINARE UNA NAVE ”ATOMICA”...................................................................................... 79 L’ARRIVO DEL TELEX ................................................................... 80

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PARTE SECONDA ................................................................................... 83 ALISCAFO GRANDE ........................................................................... 84 SUPRAMAR Luzern .............................................................................. 85 CARA LA SVIZZERA .......................................................................... 87 ALISCAFO GRANDE ........................................................................... 89 CANTIERE NAVALE ”RODRIGUEZ” MESSINA ............................. 91 DIESEL DA 3.400 PS ...................................................................... 93 LO STATO DELLA MIA SALUTE ........................................................ 94 KONSTRUKIONSBÜRO HAMBURG ................................................... 97 PARTE TERZA ......................................................................................... 99 Persone coinvolte nel DIARIO ................................................................ 99 RITORNO A TRIESTE ........................................................................ 102 TRIESTE 1.mo dicembre 1966 ..................................................... 102 DITTA FABIANI ................................................................................ 103 RIPARAZIONI NAVALI .................................................................. 103 DITTA TORCELLO ............................................................................ 103 SERVIZI INDUSTRIALI ................................................................. 103 PROVA DI VELOCITA’ ..................................................................... 105 DELL’ALISCAFO GRANDE PT 150 SUPRAMAR AG ........................ 105 GUINNESS INTERNATIONAL .......................................................... 108 ABORIGENO TRIESTINO .................................................................. 109 ISTITUTO PROFESSIONALE JOŽEF ŠTEFAN ................................... 112 TRIESTE LIBIA 1981 ......................................................................... 113 UNIONE EUROPEA Trieste 2012 ........................................................ 115 LA STORIA DELL’ALISCAFO GRANDE ........................................... 117 MOTORE A REAZIONE DI HERMANN POTOCNIK .......................... 117 REGISTA STANLEY KUBRICK .................................................... 120 LUZERNER ZEITUNG 1966 ......................................................... 120 CENTENARIO DELLA PRIMA GUERRA ........................................... 126 REGIMENTO TRIESTINO 97. ...................................................... 126 VITTORIO VENETO .......................................................................... 127 RITORNO A CASA (Regimento 97) ..................................................... 127 LA GRANDE GUERRA 1914-1918 ..................................................... 130 QUARTA PARTE ................................................................................... 131 OSPEDALE DA CAMPO DEI PARTIGIANI ........................................ 133 CAVERNA “OGENCA” .................................................................. 133 CAVERNA “STRMA REBER”........................................................ 133 TRIESTE 11 novembre 1941 ........................................................ 133 CARO ROBOTTI JUNIOR .................................................................. 135 IL PRIMO NOTIZIARIO dal 21 luglio 42 al 07 agosto 1942 (pag. 24 ) .... 137 IL SECONDO DEI NOTIZIARI dal 21 luglio 1942 ................................ 137

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31 luglio 2014 ..................................................................................... 138 Un ricordo doveroso ............................................................................ 138 PAPEŽI; ZDENKO POJE; Caverna “STRMA REBER” LANCIA FIAMME. ....................................................................................... 138 NOTA del diario 15. 12. 2014 (40) ................................................ 143 C’ERANO ANCHE LE UNGHIE! ........................................................ 143 IL DIARIO E’ ANCORA ATTIVO....................................................... 146 UNO STRANO RICORDO ............................................................ 146 STRANO MA VERO .......................................................................... 146 IL DIARIO E’ STATO SORPRESO DA UN PICCOLO MIRACOLO .... 148 TRIESTE dicembre 2014 .............................................................. 148 BIENNALE DI VENEZIA 2014 ........................................................... 149 IL DIARIO CONTINUA ...................................................................... 150 “IL DOPOLAVORO” A LUBIANA ..................................................... 150 IL DIARIO REGISTRA ANCORA ....................................................... 151 ITALIA 2015 .................................................................................. 151 RICONCILIAZIONE ....................................................................... 152 IL DIARIO : TRIESTE “IL PICCOLO“ 2015 ........................................ 152 INDICE Pag ................................................................................ 154 LETTERATURA................................................................................. 158 FOTO E DOCUMENTI NEL DIARIO .................................................. 160 PRIMO LEVI ...................................................................................... 161

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LETTERATURA Nr. TESTO 1 IL PICCOLO del 10/01-1995 -La FOIBA di Basovizza 1945. 2 “ Un po`di sloveno ”di Mario Robotti 3 Prof. Dott. Tone Ferenc Lubiana30/06-1999 4 Linee cartografiche, VeneziaGiuglia 25/07-1943 5 Jaksetich -“Fratelli Fontanot 6 Rapporto Giuseppe Gueli: Azione Collottia Sant' Antonio in Bosco 06/01-1945 e 10/01-1945 7 La FOIBA di Basovizza - Elio Apih 8 “LUZERNER ZEITUNG”, Svizzera, 1966 9 Labanda GUELI – COLLOTTI di Cernigoi, Trieste 2010 10 Carteggio del processo G. Gueli 1947 Trieste 11 Lettera del Vescovo SANTIN a Roma, 12/03-1943 Sedia elettrica e torture disumane a Trieste 12 Libro di FRANC BEVK, Lubiana 1970 13 Prefetto di Trieste Grazioli08/12-1941, vedi pag. 70 Tone Ferenc 14 Tone Ferenc pag 14, le Salme vengono traslate a Monfalcone oa Trieste in gran segreto. 15 Diario di CIANO (I DIARI) 16 M. IVANČIČ: Peruti tržaškega aborigena, testimonianze dell’autore 17 Tone Ferenc, pag 14 18 …segretezza del luogo di sepoltura, pag. 84 Tone Ferenc 19 Duh Inkvizicije P.K. Persin, Lubiana 2012 20 “Un po’ di sloveno“ 21 Le istruzioni del Gen. AMBROSIO alle fucilazioni dei prigionieri, immediata distruzione della casa o del paese dellapopolazione; deportazione dei bambini e anziani nei campi del DUCE 22 Commissario ROSIN, 31/08-1942, distretto longatico 23 Generale M. ROBOTTI, Il prestiggio italiano deve essere ristabilito anche se dovessero sparire gli sloveni e distrutta la SLOVENIA! 24 25 – 26, Tone Ferenc, Si amazza troppo poco! 27 Von August Dietricht ALLERS (“SS”) 28 Rastrellamenti nel Nord F.V.G. di G Gueli. 29 Dipl. Ing. VOLLBRECHT RETTORE del’ Uiversita’ Tecnica di Aachen (D) 30 KOSTRUKTIONSBURO SUPRAMAR AMBURGCostruzione dell’Aliscafo Grande T SS300per la NATO 31 TODT era il servizio di lavoro obbligatorio dei nazisti 32 IL PICCOLO DI TRIESTE 2013 33 ALISCAFO GRANDE PER PASSEGERI, opera dell'autore 34 Gevicht Recnung fur T SS 300Supramar AG Hamburg1966 35 AUGUST ŠENOA: »ZLATARJEVO ZLATO« 36 TIMOSHENKO, MOSCA 1930 37 Mladi rod kočevske mladine 1953

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38 ENZO BIAGGI;”Quello che non si dovrebbe dire” Uso del gas e della lancia fiamme (ETIOPIA) 1934 39 IL PICCOLO, 20 giugno1999ITALIANI IN SLOVENIA –35 incriminazioni! 40 IL PICCOLO dicembre 2014 IMMUNITA` DELLO STATO ITALIANO. 41/1 GIORDANO BRUNO GUERRI “Gli Italiani sotto la Chiesa”, pag 287

Il libro di Miloš Ivančič: Peruti tržaškega aborigina (Le ali di un triestino aborigino) Editore: Associazione antifascisti, combattenti per i valori della LLN e veterani di Capodistria, Capodistria 2011

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FOTO E DOCUMENTI NEL DIARIO Foto Pag. FOTO NR. 1 LIBRERIA MODERNA LARGO MALTA ......................................................... 15 FOTO NR. 2 VIA BATTISTI NR. 10 ................................................................................. 16 FOTO NR. 3 VIA C.CARDUCCI........................................................................................ 16 FOTO NR. 4 SILOS ......................................................................................................... 17 FOTO NR. 5 BANDA - GUELI - COLLOTTI ....................................................................... 44 FOTO NR. 6 ZONA DI "RASTRELLAMENTO" GUELI - COLLOTTI ....................................... 44 FOTO NR. 7 VIA COLOGNA ........................................................................................... 45 FOTO NR. 8 PRIGIONE CORONEO .................................................................................. 46 FOTO NR. 9 "DEUTSCHE WERFT" HAMBURG ................................................................. 70 FOTO NR. 10 ALISCAFO GRANDE PT 150 SUPRAMAR AG(CH) .................................. 84 FOTO NR. 11 CANTIERE NAVALE RODRIGUEZ MESSINA 1964, PT 20 "ALBATROS" ..... 91 FOTO NR. 12 STJEPAN PROKOFIJEVIČ TIMOSHENKO ................................................. 100 FOTO NR. 13 HANNS VON SCHERTEL ........................................................................ 101 FOTO NR. 14 WERNHER VON BRAUN ....................................................................... 101 FOTO NR. 15 GRAN CROCE AL MERITO .................................................................... 108 FOTO NR. 16 PONTE DI COMANDO DI UN GRANDE ALISCAFO ..................................... 116 FOTO NR. 17 GRANDE ALISCAFO .............................................................................. 116 FOTO NR. 18 HERMANN POTOČNIK .......................................................................... 123 FOTO NR. 19 ANELLO RUOTANTE DI HERMANN POTOČNIK ....................................... 124 FOTO NR. 20 MOTORE A REAZIONE DI HERMANN POTOČNIK .................................... 125 FOTO NR. 21 GRU URSUS ......................................................................................... 129 FOTO NR. 22 MAESTRI FUCILATI .............................................................................. 132 FOTO NR. 23 OGENCA .............................................................................................. 134 FOTO NR. 24 PAPEŽI ................................................................................................ 140 FOTO NR. 25 LAPIDE, KOČEVJE 1952 ....................................................................... 141 DOC. NR. 1 DOC. NR. 2 DOC. NR. 3 DOC. NR. 4 DOC. NR. 5 DOC. NR. 6 DOC. NR. 7 DOC. NR. 8 DOC. NR. 9 DOC. NR. 10 DOC. NR. 11 DOC. NR. 12

JAKSETICH FRATELLI - FONTANOT - FOIBE .................................................. 20 LINEE 25/07-1943 PIANO GEOGRAFICO DELLA V.G..................................... 21 RAPPORTO G: GUELI 1 ............................................................................... 27 RAPPORTO GUELI 2 .................................................................................... 28 RAPPORTO GUELI 3 .................................................................................... 29 RAPPORTO GUELI ....................................................................................... 30 RAPPORTO SEGRETO ALLEATI ..................................................................... 63 SUPRAMAR A.G. ZEUGNIS 1962 .............................................................. 107 DAL LIBRO DELLE CONQUISTE UMANE 1974 ............................................. 121 35 CRIMINALI ITALIANI IN SLOVENIA ................................................... 142 SCRITTO SUI PARTIGIANI CROCIATI A PAPEŽI, ...................................... 144 CONFERIMENTO MEDAGLIA DI BRONZO A COLLOTTI,............................ 145

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PRIMO LEVI “I carnefici raramente sono disposti ad ammettere i loro misfatti. Devono rimuovere il ricordo a tal punto da renderlo irriconoscibile, perchĂŠ devono sopravivere a loro stessi.â€?

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La mia epoca sta raggiungendo il suo limite. Ora pensino i giovani al loro futuro. I politici glielo hanno distrutto. Che l’Unione d’Europa li aiuti! Giordano (Jordan) Zahar

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Autore ing. navale Giordano Zahar DIARIO DI UNA VITA ALL’OMBRA DELLA CORTINA DI FERRO Prima edizione Corretura linguistica della prof.ssa Vera Mažgon Supporto tecnico ed editoriale David Zahar e Miloš Ivančič. Trieste, 2016

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Diario di una vita all'ombra della cortina di ferro  

La storia di un triestino aborigeno: Banda Gueli - Collotti, Foiba di Basovizza, Aliscafo PT 150, Herman Potocnik

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