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I nuovi arrivati La scuola dell’esilio

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A mia moglie Beba

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E continuò su questo tono a parlare soltanto di sé, senz’accorgersi che per gli altri quell’argomento non era certo così interessante come per lui. Lev Tolstoj, I cosacchi Poiché questo non è un romanzo, purtroppo non posso cambiare nulla del protagonista. Epilogo della trilogia Esiste un'indipendenza voluta da Dio. È quella di ogni individuo. La testa sulle spalle la porta ciascuno per sé. Alfred Döblin, Viaggio in Polonia Interessante: che parola importante! Interessante non ci porta subito alla “profondità” opaca, affliggente, familiare, non alle “madri”, soggiorno caro ai tedeschi. Interessante non s'identifica affatto con “divertente”. Lo si traduca alla lettera: inter-esse, tra l'essere, cioè tra la sua oscurità e il suo bagliore. «Olimpo dello splendore». Nietzsche. Gottfried Benn, Doppia vita

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E così lasciavamo Basilea. Gerbergässli … rue Helder … Steinenvorstadt … Nadelberg … rue de Bourg. Era venuta molta gente, a casa nostra, soprattutto poliziotti. Alcuni in uniforme, altri in civile. Tra loro ce n’erano alcuni che assomigliavano a commercianti del centro, altri invece coi loro larghi cappelli di velluto nero sembravano dei volteggianti ballerini di varietà. Due di loro, attraverso Luisenplatz, scortarono noi e i nostri pochi bagagli alla stazione. La gente si fermava a guardare. Attraversammo il piccolo ponte sull’affluente, proprio là dove non più di un’ora e mezza prima avevo giocato con dei ciottoli ingialliti ai piedi della grotta artificiale. Alla fine partimmo davvero … Addio, Basilea! Eravamo in viaggio dall’una di pomeriggio. Io non facevo che andare dentro e fuori … su entrambi i lati del vagone, dai finestrini si godeva un’interessante prospettiva su case e persone … In corridoio avevo un intero finestrino tutto per me. Ogni tanto la mamma mi gridava di non strusciarmici contro, per non insudiciarmi, e di rientrare nello scompartimento, dove lei e Vati1 sedevano con Gisela. Ma io non l’ascoltavo, mi vergognavo per lei … per non sentire la sua voce, premevo l’orecchio contro il vetro … Era il mio primo viaggio in treno … Del primo per davvero, quando a cinque anni ero andato con Vati alle terme di Urach e poi ero tornato a Basilea, ricordavo solo il rivestimento 1 Vati è il diminutivo della parola tedesca Vater (pron. fater), che significa padre. Vati sarebbe quindi il corrispettivo dell’italiano papà, babbo [N.d.T].

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azzurro dei sedili dello scompartimento … Ora potevo vedere com’era Basilea in preda alle vertigini. Come una specie di grosso serpente verdegrigio che volava all’indietro, metà rasoterra e metà per aria … e che poi finiva risucchiato in una sorta di enorme vortice là in fondo, frantumandosi in mille pezzi … una vera bufera, un uragano. Poi scorsi una sfera di vetro che lentamente fluttuava nel cielo. Non riuscivo a capire se fosse la cupola della Mustermesse o quella della stazione ferroviaria centrale. Sotto il treno le case formavano una serpentina … ne riconoscevo alcune, ma solo per le facciate che davano sulla via. Ciò che progressivamente svaniva dietro di noi, era più interessante di ciò che ci veniva incontro. Perciò tenevo la testa voltata da quella parte … L’aria vibrò sul tetto rosso a forma di stella di porte Saint Alban, sotto la quale avevo corso su e giù migliaia di volte … Adieu, adieu … poi mi apparve all’improvviso una lunga via, forse rue de la Couronne … con delle case tutte gialle per il gas o per lo zolfo … Al di là del finestrino, cominciò a innalzarsi gradualmente la rete di un recinto, sempre più in alto, finché non ebbe invaso tutto il paesaggio e i numerosi campi da tennis rossi sullo sfondo. Un giorno io e Vati eravamo arrivati fin lì per un sentiero infossato e, all’ombra, avevamo osservato due coppie giocare … Le immagini al finestrino si avvicendavano vorticosamente, come se i miei occhi si fossero moltiplicati … Ecco un turbinio di chiome di castagno … ma prima ancora di riuscire a percepire con chiarezza che crescevano su uno spiazzo di terra nera pieno di biciclette e panchine, già ero stato investito da grida, strilli, da uno sciabordio, un gorgoglio, e il vagone viaggava al di sopra del bianco muro dell’Eglisee. In acqua c’era una moltitudine di gente che nuotava e giocava a palla, mentre altri bagnanti si accalcavano sulle scale e in cima al muro … Nella piscina non vedevo però la grande palla bianca con i manici, aggrappato alla quale – in compagnia di Margrit – avevo imparato a sgambettare nell’acqua. La vidi infine solo accanto al bordo, sull’erba, e una folla di braccia protese ad afferrarla … Ecco la bianca torre rettangolare con l’orologio e le bandierine appese alle funi … ma il tetto dell’Eglisee, tracciando un ampio arco, già sfuggiva al 8

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nostro vagone, mentre io con la coda dell’occhio riuscivo ancora a intravedere delle gambe su un tetto, dei piedi maschili … Poi gli alberi con le loro chiome nascosero alla vista quella piccola conca spensierata. Fuori fa caldo, pensai con malignità, qui nel vagone invece c’è aria. Nel corridoio immerso nella penombra le tende sbatacchiavano contro i finestrini e le porte … E proprio in una giornata così assolutamente normale, Dio aveva deciso di farmi fare quel viaggio in treno … lontano, lontano, nel paese in cui Vati aveva vissuto da bambino e poi più tardi da ragazzo. Laggiù, dietro a quelle case, recinti e alberi che come una pioggerella fine volavano a ritroso verso Basilea … dietro alle nuovole, dietro a quella superba montagna sempre irraggiungibile, per quanto la locomotiva tentasse di avvicinarsi … dall’altra parte di quei monti, avrei trovato tante cose adatte alla mia età, alle mie inclinazioni … non importava cosa, giocattoli o case, animali o persone, automobili o aerei. Neppure di notte mi sarebbe venuta in mente una cosa del genere … il paese di Vati non l’avevo mai neanche sognato, figurarsi se potevo immaginarmelo da sveglio … Vicino allo scompartimento di Vati e mamma, attiguo a un passaggio a fisarmonica che attirò il mio interesse, c’era anche un gabinetto. Così minuscolo e buffo da sembrare la casa di uno gnomo. Mentre facevo la pipì, la tazza del water non smise un istante di traballare sferragliando irosamente, quasi che non volesse essere una tazza da water, ma piuttosto una caraffa da latte, una sedia o quantomeno un vaso … In fondo al vagone qualcuno aprì una porta, della gente si riversò nel corridoio … Attraverso la stretta apertura potei vedere i vagoni dietro il nostro, simili a edifici ubriachi … La gente, eccitata come me, e allegra, portava valigie troppo ingombranti, troppo pesanti, di tessuto cerato giallo oppure gonfie, rosse e laccate … I vestiti dei passeggeri emanavano un odore che assorbivo attraverso la pelle e i capelli. Che fortuna, poter viaggiare con dei tipi così spassosi, veri e propri zuzzerelloni … Un signore elegantissimo chiuse infine la porta e depose la propria borsa proprio nello scompartimento in cui sedevano Vati e mamma. Si mise accan9

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to al mio finestrino. Profumava di dopobarba e lozioni: sopra un odore, e sotto un altro. Indossava calzoni bianchi, una giacca austera, a righe, una cravatta rigida, rossa. Le sopracciglia e i baffi erano identici, folti e neri, al punto che avrebbero potuto essere collocati sul viso in modo interscambiabile. Pareva un milionario o un gangster americano … per quanto avesse anche qualcosa del pugile, del cavallo addestrato o perfino del carro armato mimetizzato. Al polso, che teneva appoggiato accanto al portacenere, aveva uno di quegli orologi che avevo già visto in qualche vetrina: sulla lancetta dei secondi beccheggiava trasversalmente una fregata verde. Mi sorrise, e io mi sentii così imbarazzato da non saper dove posare lo sguardo … lui allora mi sorrise di nuovo, scoprendo tra le labbra rosse e i baffi neri dei tasselli così bianchi, lustri e regolari che mi parve addirittura incredibile che potesse esistere qualcuno con denti del genere … A forza di sorrisi e ammiccamenti persi tanto tempo che l’immagine al di là del vetro era già cambiata … Viaggiavamo in un cielo azzurro pallido, col sole in alto, in un angolo del finestrino, simile a una corona liquefatta. Apparvero poi, volteggiando, dei campanili di mattoni rosso scuro, alcuni più alti, altri meno, con coppie di santi e i tetti orlati di frecce e sfere … ogni campanile con una croce diversa. Il più grande era probabilmente quello della cattedrale, con la fontana nella quale mi piaceva sguazzare con l’acqua alle ginocchia. Ce ne stiamo andando, ce ne stiamo andando, canticchiavo tra me e me … All’improvviso si levò un orrendo fragore e sul finestrino dilagò un balenio di travi d’acciaio, e sotto apparve il Reno con le venature scure delle onde … Vi galleggiavano lunghe, basse chiatte, che sotto i boccaporti chiusi trasportavano carbone fossile e carbone di legna per i ferri da stiro … Sul tratto superiore del Reno l’edificio bianco del Neptun sorgeva direttamente sull’acqua tra binari e tender, e dal finestrino dello scompartimento potei vedere anche il Mietlerereinbrücke con la gente e i pilastri. Il rumore era così assordante che avrei potuto urlare e tirare calci alla porta senza che nessuno mi sgridasse … Sfiorai la porta, come in una specie di sogno pieno di rumore, avrei voluto dire qualcosa di speciale, ma dissi 10

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solo: «Wie wir schnell fahren»2 e tacqui deluso … Biascicai la canzoncina di Vati: «Mica Kovačeva, piva, nič plačava …»3, di cui comprendevo solo il cognome, simile al nostro … Quando quello strepito infernale cessò, ci avvolse il silenzio, quasi che il treno, tramutato in mongolfiera, dirigibile o aliante, lacerasse l’aria come seta, frusciando … e vennero dei cespugli, esili e appassiti, delle casupole … Basilea stava curiosamente scomparendo da tutti i finestrini … quella casa di città era lì un istante prima, e ora al posto suo c’era già un colle. Quella sì che era velocità, mi metteva allegria … sentivo un ticchettio brioso sopra la nuca … stavo viaggiando, viaggiando attraverso un’immane sala, verso il paese in cui le stalle sono piene di cavalli, e io ne slegherò uno e cavalcherò fino al fiume per abbeverarlo … Lì ci saranno delle barche rosse su cui raggiungerò remigando la sponda opposta. Sui tetti mi attenderanno, pronti a decollare, dei biplani con i quali mi librerò nell’aria … al di sopra delle case e dell’acqua … e quando mi chiameranno per mangiare, atterrerò accanto al camino e scenderò in casa con una scala a pioli. Gli aerei che immaginavo erano quelli corti e panciuti che al luna-park usavano per fare le acrobazie, quelli monoposto con la cabina aperta … uno di loro, rosso, porterà il mio nome … mi ci farò un mucchio di belle gite, sorvolando stagni e sentieri di ghiaia nei parchi … Con me lì accanto al finestrino, il treno procedeva più velocemente che se l’avessi lasciato solo … Fuori ormai non c’era altro che verde e a momenti qualche albero pareva voler addirittura irrompere barcollando in corridoio, ma naturalmente non poteva. Ormai le gambe mi si erano intorpidite a forza di stare lì in piedi, e gli occhi … Quando il sole cominciò a tramontare … enorme tunica rossa … ritornai nello scompartimento. Vati sedeva accanto al finestrino, ovviamente senza fare nulla tranne osservare e dormicchiare. Mamma era ancora completamente fuori di sé … il viso e il collo arrossati, si agitava irre2

«Come viaggiamo veloci» In realtà il testo sloveno della canzone recita correttamente: «Mica Kovačeva, pila, nič plačala» che significa «Mica Kovačeva ha bevuto, ma non ha pagato». [N.d.T.] 3

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Nuovi arrivati  

Lojze Kovačič, "I nuovi arrivati", Zandoani, Rovereto 2013

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