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Melancolia della resistenza


Scorre ma non passa.


Condizioni straordinarie Introduzione


Poiché il treno locale che collegava i villaggi gelati del Bassopiano meridionale dal Tibisco ai piedi dei Carpazi non era arrivato nonostante le indicazioni confuse del ferroviere che girava disorientato tra i binari e le garanzie sempre più seccate del capostazione che ogni tanto usciva di corsa sulla banchina con promesse molto precise (“ma per favore, questo è sparito di nuovo…” faceva cenno di diniego il ferroviere con una faccia acida e sardonica), e poiché il convoglio sostitutivo, formato da due sgangherate carrozze con sedili in legno rimesse in circolazione solo per “casi eccezionali” e trainate da una vecchia e malandata locomotiva 424, bene o male era partito, anche se con un’ ora e mezza abbondante di ritardo rispetto all’orario, comunque approssimativo e non vincolante per un treno speciale, i passeggeri accettarono nell’indifferenza, anzi, con un senso di rassegnato torpore, la notizia che il treno dell’Ovest, inutilmente atteso, era stato soppresso, tanto in qualche modo avrebbero raggiunto la destinazione voluta percorrendo l’ultima cinquantina di chilometri sulla tratta secondaria. Nessuno si sorprendeva più per fatti del genere, perché le condizioni dominanti si ripercuotevano ovviamente sul traffico ferroviario come su tutto il resto: l’ordine delle abitudini non era più indiscutibile, la confusione si ramificava indomabile a sconvolgere la normale quotidianità, il futuro appariva insidioso, il passato lontano e dimenticato, mentre il normale corso delle giornate era talmente imprevedibile che la gente si era arresa, nessuno si sarebbe più stupito se d’un tratto le porte avessero cessato di aprirsi o se il grano fosse cresciuto a testa in giù nel terreno, 13


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perché pur avvertendo i sintomi di un processo di distruzione in atto, le cause sembravano imperscrutabili, e così non c’era altro da fare che avventarsi tenaci sulle prime cose concrete che si potevano afferrare, come fece la gente alla stazione del villaggio quando si lanciò all’assalto contro le porte del treno bloccate dal ghiaccio sperando di trovare posti a sedere, che in teoria avrebbero dovuto esserci, ma il più delle volte non bastavano. Anche la signora Pflaum (tornava dalla consueta visita invernale ai parenti) partecipò attivamente all’inutile lotta (inutile perché nessuno rimase in piedi, come poco dopo scoprirono), e quando riuscì a conquistare un sedile accanto al finestrino nel senso di marcia del treno, dopo aver spintonato le persone innanzi e bloccato chi si premeva contro le sue terga con una forza sorprendente considerando la sua bassa statura, per un bel po’ non riuscì a capire se fosse più indignata per la vista dell’indecoroso pigia-pigia, o arrabbiata e angosciata al pensiero che il suo biglietto di prima classe valesse meno di nulla, ma lì, avvolta dal puzzo di salsiccia all’aglio, grappe miste, tabacco di pessima qualità, assediata da “volgari bifolchi” quasi spaventosi con quei rutti e le urla, c’era una questione molto più urgente da risolvere, legata al dannato viaggio che purtroppo era stata costretta ad affrontare in giorni così insicuri: tornare a casa sana e salva. Le sorelle vivevano in un isolamento pressoché totale, incapaci di muoversi, vista l’età, e mai l’avrebbero perdonata se avesse saltato la visita che da anni cadeva regolarmente all’inizio dell’inverno, quindi era stato solo ed esclusivamente per fare un piacere a loro se aveva preso la decisione di lanciarsi nella rischiosa avventura, benché sapesse benissimo – come tutti, d’altronde – che qualcosa intorno era radicalmente cambiato, ed era meglio evitare gli azzardi. Ma comportarsi intelligentemente, ponderare con lucidità le conseguenze di ogni gesto, non era davvero facile, perché sembrava che persino l’aria fosse cambiata, nelle sue eterne composizioni, in modo profondo, incomprensibile, come se il principio sconosciuto che manda avanti il mondo – pur restando sconosciuto l’ha fatto andare avanti, prova ne è il mondo medesimo –, dopo 14


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aver sempre funzionato, all’improvviso fosse rimasto senza forze, si percepiva ovunque aleggiare qualcosa di ben più difficile da sopportare della consapevolezza che un pericolo è in agguato: la sensazione generale che potesse accadere di tutto; perché quel “di tutto” spaventava più del pericolo di normali disgrazie, privava le persone di giudizio e ragione – l’effetto evidente era un’apatia generale che si diffondeva lentamente. Raccapezzarsi tra gli eventi insoliti, sempre più frequenti e spaventosi negli ultimi mesi, era ormai impossibile, perché oltre a perdersi il collegamento tra notizie, dicerie, chiacchiere, esperienze vissute (per esempio: c’era qualcuno che poteva stabilire un ragionevole rapporto tra il gelo tagliente giunto troppo precoce a novembre, misteriose tragedie familiari, l’aumento dei disastri ferroviari, le voci allarmanti provenienti dalla lontana capitale sull’incremento delle bande giovanili, il danneggiamento dei monumenti?), le notizie in sé, nonostante tutto, non dicevano molto prese singolarmente, se non sembrare tanti segni premonitori di un’imminente – come si diceva sempre più spesso  –  “catastrofe”. La signora Pflaum aveva sentito parlare di strani cambiamenti nel comportamento degli animali, ma se questo – come avvisaglie del futuro – sembrava al momento un irresponsabile allarmismo, una cosa era certa: la gente per bene, al contrario di chi, secondo la signora Pflaum, nel caos e nel disordine ci sguazza, era arrivata al punto di provare timore a mettere il naso fuori casa, perché in un mondo dove i treni possono essere cancellati “così”, concluse nella sua mente, “nulla ha più senso”. Dunque aveva messo in conto che il viaggio di ritorno sarebbe stato meno semplice dell’andata, quando in prima classe si era sentita protetta, “perché con questi terribili vicini”, pensò nervosa, “bisogna prepararsi al peggio”, si sedette con la schiena dritta, le ginocchia unite da scolaretta, lo sguardo distaccato e sdegnoso verso il chiassoso parapiglia per accaparrarsi gli ultimi posti che lentamente stava scemando – con l’aria di chi avrebbe voluto essere invisibile –, poi, mentre osservò tesa, piena di sospetto, il grappolo di facce sfocate nei riflessi del finestrino davvero orribili, pensò, tra angoscia e no15


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stalgia, alla spaventosa distanza che ancora la separava da casa, e al calore domestico che quell’immagine le rievocava: i piacevoli pomeriggi insieme alla signora Mádai e alla signora Nuszbeck, le antiche passeggiate domenicali sotto le fronde di viale Pap, la serenità emanata dai mobili di forme leggere, i tappeti soffici, le piante curate con amorevolezza, gli idolatrati ninnoli, e l’ordine casalingo che rappresentava –  oh, lo sapeva bene – un’isola felice nell’imprevedibilità del mondo; per una donna sola come lei, abituata a condurre un’ esistenza quieta e serena, erano l’unica protezione e rifugio sui cui contare, anche se gli antichi pomeriggi e le domeniche restavano vivi solo nel ricordo. Guardava incredula, persino invidiosa, i chiassosi compagni di viaggio – sicuramente bifolchi che abitavano in sordide fattorie o villaggi dei dintorni – che erano riusciti ad adattarsi, anche molto velocemente, a quella situazione di coesistenza forzata: per loro era normale, lo sentiva dall’incessante fruscio dei fogli di carta oleosa svolti dai pacchi di vivande, dai fiaschi stappati, dai tappi di birra che rotolavano sul pavimento sozzo e unto, qua e là cominciò a sentire inconfondibili schiocchi di bocconi masticati a bocca aperta, “comportamento che urta terribilmente la buona educazione”, ma sicuramente “diffusissimo tra gente di questo infimo livello”, i quattro seduti davanti, tra i più sguaiati, avevano addirittura organizzato una partita a carte – lei era l’unica a mantenere una rigida compostezza, muta, con la testa rivolta al finestrino, in quel crescendo di voci e schiamazzi, sedeva su un foglio di giornale sistemato sotto la pelliccia, così impegnata a stringersi contro il petto la borsetta chiusa dal fermaglio, smarrita, piena di sospetti, ostinata, che subito non si accorse che là fuori – davanti – la locomotiva cominciava a muoversi, proiettando fasci di luce rossa nel freddo buio della sera invernale. Pur essendo notevole il sollievo che provò, non si unì al coro di soddisfazione generale, tuttavia, la fragorosa allegria esplosa, perché finalmente qualcosa succedeva dopo l’interminabile attesa al gelo, durò poco, il treno, come se l’ordine di partire fosse stato revocato all’ultimo istante, si fermò con alcuni maldestri scossoni neanche cento 16


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metri fuori dalla stazione del villaggio ormai inghiottita dal silenzio; il boato di delusione si mutò quasi subito in risate tra l’incredulo e il furioso, ma quando fu chiaro che la situazione era quella – meglio abituarsi all’idea che il viaggio (sicuramente a causa dell’intrinseca confusione provocata da un treno speciale fuori orario) sarebbe stata d’ora in poi un desolante susseguirsi di brusche frenate e lente ripartenze –, molti, rapiti da una beata sonnolenza, si abbandonarono al torpore di una sorda rassegnazione, come se capire che il disordine degli eventi dipendeva dall’incompetenza umana fosse stato un efficace esorcismo contro la paura di oscuri cataclismi, perché allora bastava un po’ di sana ironia per digerire il ripetersi delle cose. Benché la grossolanità di certe battute, e ben più d’una (“se stessi a pensarci anch’io così tanto per infilarmi nel letto della mia donna…”), offendesse ovviamente la sua sensibilità d’animo, la signora Pflaum si lasciò quasi coinvolgere dal diluvio di facezie che gareggiavano a superarsi in trivialità, di tanto in tanto le sfuggiva persino un timido, imbarazzato sorriso – lo scroscio di risa era così impetuoso che naturalmente risultava difficile sottrarsi  –  quando un commento suonava più divertente. Con molta circospezione, azzardò occhiate fulminee intorno, non verso gli immediati vicini, non se la sentiva ancora, ma ai dirimpettai più distanti, e constatando la sciocca allegria di quella grottesca atmosfera si impegnò a tenere a freno la fervida immaginazione stimolata dall’ansia  –  in fondo l’ambiente del vagone, pur spaventoso con quegli uomini che si battevano le mani sulle cosce e quelle donne senza età che scrosciavano risa a bocca aperta, visto così, sembrava meno pericoloso di prima –, si convinse fosse meglio non pensare troppo alle minacce latenti in quella brutta massa di rozzi bifolchi (secondo la sua opinione), altrimenti sarebbe giunta a casa sana e salva – grazie a una spiccata sensibilità per i piccoli segni premonitori e alla freddezza mantenuta nell’ambiente ostile – ma totalmente stremata dalla tensione per la costante vigilanza. A dire il vero, le ragioni per sperare in un epilogo fortunato non erano così fondate, ma la signora Pflaum non poteva più resi17


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stere alla piacevole tentazione dell’ottimismo: il treno era di nuovo bloccato nella piatta landa deserta da parecchi minuti, in attesa di una luce per l’autorizzazione alla partenza – “ma almeno un pezzo di strada l’abbiamo fatto” si disse –, e quando le frenate accompagnate da stridori metallici e interminabili attese si succedettero – purtroppo – frequentemente, riuscì a domare la nervosa impazienza, dicendosi che in quel piacevole tepore  –  il riscaldamento acceso alla partenza funzionava a pieno regime – poteva almeno levarsi la pelliccia, e per il momento smettere di preoccuparsi del freddo che avrebbe patito dopo, giunta a destinazione, nel vento gelido. Sistemò le pieghe della pelliccia sulla schiena, posò sulle ginocchia la stola di finto pelo, incrociò le mani sulla borsa gonfiata dallo scialle di lana arrotolato all’interno, e guardò di nuovo fuori dal finestrino, con la schiena sempre più rigida, all’improvviso si accorse, avendone scorto il riflesso sul vetro sudicio, che di fronte a lei sedeva un uomo “particolarmente taciturno”, con le guance da radere: stava sorseggiando una grappa puzzolente e posando gli occhi (“pieni di concupiscenza!!”) sui suoi seni, forse – ora coperti solo dalla camicetta e dalla giacca del completo – troppo esuberanti e troppo prosperosi. “Lo sapevo!”, girò la testa di scatto veloce come il fulmine, e pur sentendosi avvampare di un calore fortissimo finse indifferenza. Per lunghi minuti evitò nuovi movimenti, fissò come cieca il buio là fuori cercando invano di ricordare l’aspetto dell’uomo visto di sfuggita con quell’occhiata casuale (le erano rimaste impresse solo le guance da radere, il cappotto “piuttosto sporco” e… il modo ripugnante, sornione, molto eloquente, di osservarla che l’aveva fatta inorridire…), poi lasciò scivolare lo sguardo sul vetro molto lentamente  –  forse illudendosi che il pericolo fosse cessato –, ma lo distolse quasi subito perché “quello là”, oltre a insistere “nei suoi modi oltraggiosi”, aveva persino incrociato per un istante le sue pupille. A forza di tenere la testa ferma così rigida, cominciò ad accusare dolori alle spalle, al collo, alla nuca, ma dopo quell’ultimo episodio, anche volendo, non sarebbe più riuscita a guardare altrove: sapeva che nel momento 18


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in cui avesse abbandonato quella stretta fetta di buio nel finestrino, lo sguardo spavaldo e risoluto che dominava ogni settore del vagone “l’avrebbe immediatamente fatta prigioniera”. “Quanto mi avrà guardata?” pensò la signora Pflaum lacerata dal dubbio, e l’eventualità che le sordide attenzioni dell’uomo “si fossero posate su di lei” all’inizio del viaggio rendeva ancor più terrificante lo sguardo di cui aveva perfettamente inteso il significato, pur avendolo incrociato per un baleno. Erano occhi che tradivano una “lubrica lussuria” da dare il voltastomaco, “anzi, peggio!” trasalì, “ardevano di un secco disprezzo”. Pur non definendosi “esattamente” anziana, sapeva di aver superato l’età in cui quel genere di attenzioni –  peraltro terribilmente volgari  –  potevano essere naturali, quindi, oltre al pensiero dell’uomo nauseabondo (“che razza di individuo può essere uno che prova certi desideri per signore non più giovani?”) ebbe un brivido di orrore: quel mascalzone che puzzava di grappa forse voleva prendersi gioco di lei, umiliarla e disonorarla, per poi gettarla via sghignazzando “come uno straccio”. Dopo alcuni faticosi scossoni il treno riprese velocità, le ruote stridevano selvagge sui binari, lei provava un senso di vergogna confuso, accidentato da tormenti, dimenticato da lunghi anni, mentre quello sguardo violento, indomito, insisteva nel fissarla come un raggio infuocato… le sue pesanti mammelle ardevano… di un bruciore… insopportabile. Le braccia, con le quali avrebbe potuto almeno coprirsi un po’, sembravano incapaci di recepire gli ordini della volontà: e come una donna alla gogna che nulla può fare contro la propria umiliazione, si sentì sempre più nuda, indifesa, impotente di fronte a un’incontrovertibile verità… se avesse tentato di nascondere le forme esuberanti della sua femminilità… le avrebbe esibite ancora di più. I giocatori di carte finirono una partita tra rozzi alterchi; lei avrebbe potuto finalmente approfittare dell’occasione, quel chiasso spezzava la paralizzante monotonia del mormorio ostile  –  un minuscolo spiraglio di libertà per la sua volontà imprigionata –, per superare lo sconcerto di quella malaugurata scoperta, ma nel frattempo accadde un incidente ben peg19


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giore, per coronare – pensò disperata – la serie delle sue sventure. Poco prima, spinta da un istintivo senso del pudore, aveva tentato di nascondersi i seni con un gesto meccanico, e si era accorta con orrore che mentre abbassava cauta la testa e curvava la schiena, lasciando cadere le spalle in avanti, il reggiseno, dietro, si era sganciato. Alzò lo sguardo spaventata, e ovviamente non si stupì di avere ancora addosso gli occhi di quell’uomo, il quale – come se avesse intuito l’umiliante disgrazia – le strizzò l’occhiolino con aria complice. La signora Pflaum capì perfettamente la situazione, ma il fatale incidente la mise in un tale imbarazzo che restò come pietrificata dall’orrore, e nel frastuono dei sussulti irregolari del treno che procedeva sempre più lesto, fu di nuovo costretta a subire inerme, paonazza di vergogna, quegli occhi maliziosi e disgustosamente sicuri di sé incollati alle sue mammelle, le quali, ormai libere dalla morsa del reggiseno e scosse dai sobbalzi della carrozza, sussultavano allegramente su e giù. Non osava alzare lo sguardo per accertarsene, ma ne era sicura: l’uomo non era il solo, ormai anche gli altri “ripugnanti contadini” avevano capito il suo calvario, le sembrava di vederle, quelle facce deformi, avide, sogghignati, che si stringevano e si chinavano a cerchio su di lei… l’umiliante sofferenza avrebbe potuto durare all’infinito se non fosse entrato il controllore – un giovanotto con il viso da adolescente iniettato di brufoli –, che proveniva dal vagone di coda; la voce urlante del ragazzo (“biglietti, per favore!”) la liberò finalmente dalla trappola della vergogna, prese veloce il biglietto dalla borsa e incrociò le braccia sotto i seni. Il treno si fermò di nuovo, stavolta in un luogo appropriato, e quando lesse meccanicamente il nome del villaggio sopra il tetto della stazione illuminato da un fioco chiarore – per non vedere quei visi ormai davvero spaventosi – avrebbe voluto urlare di gioia, poiché sapeva dall’orario ferroviario – lo sfogliava comunque prima di ogni viaggio pur conoscendolo a memoria – che ormai mancavano pochi minuti al capoluogo della contea e una volta arrivata (“bisognerà scendere. Sì, bisognerà scendere!” pensò per infondersi forza) si sarebbe sicuramente liberata del persecutore. 20

Melancolia della resistenza  

László Krasznahorkai, "Melancolia della resistenza", Zandonai, Rovereto, 2013

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