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Litigando con il mondo


La gita

Un sabato, al crepuscolo di un giorno d’estate, partirono alla volta di Dobrun. Erano cinque ginnasiali in compagnia del maestro della scuola elementare del luogo, originario di Dobrun. Il fratello del maestro, un loro compagno, era tornato alla casa natale per trascorrervi le vacanze e li aveva invitati a fargli visita. Viaggiavano su un carro carico di fieno, coperto da un vecchio tappeto. Tutto appariva inconsueto e molto allegro. Non appena si furono un po’ allontanati, e dopo essersi lasciati alle spalle la cittadina immersa nella sua atmosfera prefestiva, iniziarono a cantare. Il carrettiere frustava i cavalli, il carro sobbalzava e scuoteva senza pietà i giovani corpi stretti gli uni agli altri. Le guance sussultavano, i denti sbattevano – uno poteva mordersi la lingua! – ma i ragazzini continuavano a cantare, e il carro con il suo strepito modulava percettibilmente le loro voci. Arrivarono a Dobrun con il buio, e l’umore si fece ancora più allegro. Cenarono, fra canzoni, chiacchiere e risate. Andarono a dormire nella scuola vuota, usando come giaciglio il meraviglioso fieno di montagna. L’indomani si alzarono presto e salirono fino al verde altopiano sul cui bordo meridionale si erge una roccia scoscesa, sormontata dalle rovine dell’antico castello di Dobrun che un tempo, prima dell’arrivo dei turchi, era appartenuto al potente e ramificato casato dei prìncipi Pavlović. Il castello era inaccessibile da tre lati, perché sotto di esso strapiombavano ripide balze rocciose e rupi levigate, fra le cui oscure profondità si faceva strada il fiume Rzav, non grande, ma esuberante e caparbio. Solo a nord del castello si estende123


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vano pascoli montani, punteggiati da alcune cascine di pastori. Su uno di quei prati trascorsero quell’intera giornata calda e luminosa, riparandosi all’ombra di tre grandi peri piantati l’uno vicino all’altro. Osservarono il castello a distanza, perché ammassi e rivoli di pietrame crollato dall’imponente costruzione avevano ostruito l’unico accesso, che ancora resisteva assieme alle tracce a malapena visibili del ponte levatoio. Alcune torri erano demolite del tutto, altre solo a metà. Anche il mastio versava in gran parte in pessime condizioni, ma alcune muraglie erano rimaste ancora in piedi, con le loro finestre ridotte a un arco acuto, e alludevano confusamente a un’ esistenza strana e completamente sconosciuta. Eccitati dalla bella giornata e dalla novità di quelle esperienze, i ragazzi avrebbero voluto arrampicarsi subito fino al castello. I contadini, però, consigliarono loro di non farlo, poiché, pur agevole all’apparenza, l’accesso era in realtà impossibile, reso ancor più pericoloso dalle molte serpi che infestavano le pietre dei ruderi a solatio. Tuttavia, tre fra i più intraprendenti si cimentarono comunque nell’impresa. Si calarono nella secca, profonda valletta che separava il basamento roccioso del castello dal verde pianoro su cui erano seduti, e tentarono di arrampicarsi fino alla porta principale. Ma tutto era più grande e più scosceso di quanto apparisse da lontano, dal basso. Il cumulo di sassi grandi e piccoli sul quale dovevano arrampicarsi franava sotto i loro piedi; il castello difendeva l’accesso alla porta frapponendo le proprie macerie, mentre ai lati le rocce nude, con radi ciuffi di erba bruciata dal sole, erano impossibili da scalare. Tornarono indietro, un po’ abbattuti. Uno di loro, che si chiamava Petar ed era il più giovane della compagnia, aveva trovato in quel cono di pietre e macerie crollato dal castello un grande chiodo uncinato, un vero cuneo di ferro, al quale un tempo, probabilmente, venivano appese le armi o i finimenti del cavallo, o qualche altro oggetto pesante. Raggiunse gli altri reggendo quell’uncino come un trofeo, e lo mostrò a tutti, senza separarsene neppure durante il pranzo. 124


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Dopo la funzione nella chiesa di Dobrun giunsero alcuni altri contadini, parenti degli allievi, con borracce piene di grappa e altri doni. Proprio una piccola festa, nella rada ombra, sotto un cielo enorme e senza nubi. Si mangiava e si beveva, si suonava e si cantava, si gareggiava a lanciare sassi, e soprattutto si raccontavano storie e si facevano scherzi. C’erano miele e panna, agnello arrosto e pasticcio al formaggio, grappa leggera e acqua di fonte. Petar giaceva nell’erba, un po’ in disparte. Si sentiva diverso, eccitato dai cambiamenti, dalla vastità del paesaggio e dall’allegria della compagnia, ma allo stesso tempo anche avvilito. Si crucciava nel sentimento puerile di chi si crede inutile, non all’altezza del resto del gruppo. Era sempre tormentato dal desiderio di partecipare agli scherzi e alle discussioni degli altri, ma ogni suo tentativo si concludeva con un insuccesso e una frustrazione ancor maggiore. La sua voce era a malapena udibile, sovrastata da quelle degli altri, e ogni sua parola finiva sempre per essere ignorata. Petar si chiudeva sempre più in sé stesso, trincerandosi dietro un accidioso mutismo. Giocherellando con il suo chiodo uncinato osservava le poche mura ancora intatte del castello, intervallate da finestre dietro cui si spalancava il vuoto dell’azzurro cielo estivo, e i solai, dietro ai quali non c’erano stanze e dove facevano il nido nere cornacchie. La giornata proseguiva, facendosi sempre più pesante per la canicola ferragostana, l’abbondante cibo e la grappa contadina. Tutto era unto e appiccicoso. Si sentiva un intenso profumo di erba calda e un forte ronzio di insetti. Vicino a Petar era seduto un magro contadino in là con gli anni, con radi baffi grigi, che lento ma instancabile narrava del castello, di tempi antichi e uomini di una volta: uno di quei contadini che, senza trascurare nessuna delle proprie responsabilità in casa e nei campi, amano i racconti sul passato e non riescono a distinguerli dal presente. Era il fratello maggiore del capo del villaggio di Dobrun, che era rimasto giù in paese. Si chiamava Leka. Al contrario di suo fratello, uomo arcigno e astuto, era aperto e sereno, con un viso bonario e la parlantina dolce e vivace. 125


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Petar si sforzava di seguire i racconti del contadino, mentre i discorsi, le risate e il vociare attorno a loro si trasformavano in un suono monotono e soporifero. A causa di tutto ciò nella testa del ragazzo nascevano pensieri che in città non compaiono mai, ma a tratti tutto veniva cancellato e coperto da una sonnolenza irresistibile, dorata, ma pesante come il piombo, come miele denso al sole. Allora, nel sogno, riappariva ciò che là in città non si sogna mai, più oscuro della notte, eppure chiaro come il giorno. È l’estate di un secolo e un’ epoca lontani, fa caldo, e il livello dello Rzav è sceso e dai bracci secondari e dai suoi bassi fondali abbaglianti il fiume si è ritirato in vortici scuri nelle profondità fra le pareti rocciose sotto il castello, che è intatto e intero, vivo, con i suoi abitanti, i membri della famiglia principesca dei Pavlović, la guarnigione e la servitù. Ma all’interno del castello c’è molta penombra e angoli bui dai quali il gelo invernale non scompare mai del tutto. Le sale e gli scaloni di pietra riecheggiano di grida e passi adirati. La principessa Pavlović, la giovane moglie del molto più anziano signore del castello, dopo aver gridato fino alla raucedine, fino allo svenimento, contro la servitù, corre e si precipita da un capo all’altro, da un piano all’altro dell’edificio. Nessuno le risponde. (Il principe è con l’esercito già da un mese e niente lascia presagire un suo ritorno.) Tutti si scansano al suo passaggio, e questo la provoca ancor di più, la irrita e la spinge a urlare contro gli angoli vuoti per le stanze e i corridoi, a inveire contro di loro e a maledirli, assieme all’intero castello e a tutti i suoi abitanti e al cielo, all’acqua e allo spazio attorno a esso. Ora non si riesce più a distinguere il contenuto delle sue grida, perché le parole sono avvolte dalla loro eco e si legano e fondono in un unico urlo furente, ma tutte assieme e ciascuna per conto suo suonano malefiche e sibilanti, ricolme di offese e di pericolose minacce. Neppure il suo volto si distingue bene, si vede solo che è mortalmente pallida per la rabbia, che tutto il sangue le è salito agli occhi e la sua vita è concentrata nella voce. Per l’irruenza con cui si muove, a ogni istante la don126


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na inciampa nell’orlo della veste signorile, lo solleva e lo trattiene, lo strapazza e lo sgualcisce con gesti istintivi e spasmodici. Solo nei sogni si possono vedere persone così dissennate e aggressive come questa signora, che fin dalla più tenera infanzia si è abituata a non riconoscere nulla e nessuno all’infuori di sé, della propria natura e delle proprie esigenze, e a non dover rendere mai conto di azioni e parole. Tutto questo va avanti fin dal mattino. Si è alzata di cattivo umore, astiosa nei confronti di chiunque. Mentre si lavava, aveva posato il prezioso anello che indossa sulla mano destra su un basso scaffale. Era convinta di averlo dimenticato lì, come era già successo. Ma quando più tardi, ricordandosene, era tornata a recuperarlo, dell’anello non c’era traccia. Allora sono iniziate le urla e le corse da una parte all’altra del castello. «Jelena, Jelena!» gridava la signora, soffocando di rabbia, furiosa perché non poteva urlare più forte e più aspramente. Infine, davanti a lei comparva la snella fanciulla Jelena. Nella famiglia Pavlović, più che una serva era una sorta di figlia adottiva. Quando aveva sette anni suo padre era morto in battaglia, dopo aver trascorso tutta la vita al servizio del principe. Era cresciuta in questo castello e ora aveva diciotto anni. Dal giorno in cui, cinque anni prima, il vecchio principe aveva condotto al castello la nuova giovane principessa, Jelena era stata assegnata al suo servizio. Da allora la bionda e delicata fanciulla si trovava esposta per prima agli imprevedibili sbalzi di umore della donna e ai suoi violenti attacchi d’ira, motivati e immotivati, ma sempre senza limite né misura. E da allora viveva nella paura e nell’ombra. Quel timore di ciò che poteva immaginare, dire e fare la principessa – e cosa non poteva! – aveva impietrito la ragazza nel suo sviluppo e impresso nel suo volto e nella sua postura una rigidità e un’insicurezza pressoché costanti. A tratti, quando riusciva a liberarsene, era la creatura più bella e dolce del castello e dintorni. Ma quegli istanti non erano frequenti. E ora, come sempre in simili circostanze, Jelena stava davanti alla sua signora, smilza ed eretta, con lo sguardo fisso e le labbra mute, le braccia impotenti abbandonate lungo i fianchi. 127


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Tutti coloro che vivevano al castello conoscevano bene, Jelena anche troppo, quegli attacchi. In quei momenti, nella testa della principessa sorgevano dubbi e idee lontani dal buon senso e del tutto imprevedibili, e dalla sua bocca sgorgavano parole che nessuno poteva neppure immaginare che lei conoscesse, il tutto accompagnato da gesti incredibili e inattesi. Questa volta la rabbia le bloccava i movimenti e le toglieva l’uso della voce. «L’anello, dammi l’anello!» sibilava la donna. Più con il suo sguardo attonito che con le parole e i gesti, la ragazza indicava di non aver visto nessun anello mentre riassettava la camera della principessa. Intanto trepidava, confusa come solo le persone pure e innocenti possono essere. La donna allora sollevò ancor di più l’orlo del suo abito e a grandi passi si allontanò da Jelena, evidentemente senza sapere dove stesse andando e perché, e poi altrettanto rapidamente tornò indietro, afferrò la ragazza per le spalle e, scrollandola come un giovane albero da frutto, si mise a gridare: «L’anello, mi senti, puttana? Puttana, puttana! Siete tutti ladri! L’anello!». Al piano di sotto, chiusi nella loro stanza, stavano in ascolto di quelle grida il vecchio amministratore Radoš e sua moglie Stanisava, guardandosi l’un l’altro muti e scuotendo la testa. Quel che sentivano non era affatto una novità. (Già il primo anno, quando la principessa era stata condotta al castello, Radoš aveva sussurrato a sua moglie, in quella stessa stanza e con lo stesso sguardo fisso: «Questa donna porterà solo sventura». Stanisava, per tutta risposta, si premette la bocca con il pugno destro serrato.) Radoš era cresciuto al castello e si sentiva un tutt’uno con esso. Per questo, e per i suoi capelli bianchi e il suo portamento dignitoso, la principessa conservava ancora qualche ritegno davanti a lui, ma nelle sue sfuriate più violente dimenticava tutto e lo insultava come gli altri. Così in quei casi il vecchio evitava, per quanto poteva, di apparirle davanti. Il giorno passava e nel castello l’atmosfera non dava segno di volersi rilassare. A un certo punto, lo stesso Radoš si alzò e 128


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tentò di calmare la principessa e contemporaneamente di difendere la fanciulla, che lui e sua moglie amavano come una figlia. Avrebbe voluto dirle che il caso era davvero spiacevole e inspiegabile, ma che si doveva avere pazienza e un po’ di fiducia nelle persone, e in ogni caso che di Jelena non si poteva dubitare. La principessa, però, non gli permise di pronunciare neppure la metà di quel discorso e non finì di ascoltare nemmeno quella metà. Al primo accenno del nome di Jelena cadde in un nuovo accesso di rabbia e minacciò di farla arrostire a fuoco lento finché non avesse confessato e restituito l’anello, e che se non avesse confessato l’avrebbe squartata. E poi, sorda e cieca a tutto, riprese a misurare a passi irregolari una stanza dopo l’altra, e a tratti, come una persona affetta da singhiozzo, gridava, latrava: «L’anello, l’anello, l’anello!». Radoš ordinò di cercare l’anello e si ritirò nuovamente nel suo appartamento. E lì rimase a sedere, pensieroso, senza notare gli sguardi timorosi di Stanisava. Solo a un tratto si alzò, si accostò alla finestra e disse a voce alta, come se parlasse a qualcuno là fuori: «Fosse pure una stella del cielo e non un anello, è troppo quello che si permette con noi e che fa a se stessa». Stanisava, come sempre, si limitò a premere contro la bocca il pugno destro serrato. Quel giorno il vecchio non disse più una parola. E in giro per il castello, ragazzi e ragazze, la servitù al completo, erano impegnati nella ricerca dell’anello. Perquisirono tutto, dalle fondamenta fino al comignolo sul tetto della torre più alta, evitando a ogni costo di imbattersi nella principessa. Cercarono fino al calare dell’oscurità. Il giorno seguente continuarono. La principessa non si calmava. E quel secondo giorno, prima di mezzodì, Stanisava si accorse per prima che Jelena era scomparsa. Allora cercarono sia la ragazza sia l’anello, fino a sera, ma non trovarono né l’una né l’altro, né quel giorno né quello successivo. Solo l’indomani lo Rzav, con le prime piogge, abbandonò il cadavere della ragazza su uno spiazzo sabbioso, a un’ ora di cammino a valle del castello. Il castello si trasformò in una tetra prigione e in una tomba. 129


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Già il giorno dopo la sepoltura di Jelena la principessa ritrovò l’anello perduto: si era impigliato in modo strano nell’orlo della sua vestaglia che durante le ricerche nessuno aveva avuto il coraggio di controllare. Tenendo l’anello ben stretto nel pugno all’altezza del petto la principessa si ritirò fino a un remoto ripostiglio semibuio, le cui finestre incassate davano sul precipizio con il fiume laggiù in fondo. Trovò la forza di scagliare l’anello dalla finestra, poi con la bianca cintura di seta formò un cappio e si impiccò a uno dei grandi uncini di ferro a cui di solito si appendevano i finimenti dei cavalli. Il castello quel mattino era silenzioso e l’aria soffocante. Prigione e tomba. La nuova servetta vide che la principessa non era nelle sue stanze e lo disse agli altri. Ma nessuno aveva il coraggio di cercarla, temendo che si stesse preparando qualche altra sventura. E così fino all’ora di pranzo. A quel punto la ritrovarono, già rigida e illividita. Cominciarono corse frenetiche e grida di aiuto. Si chiamavano l’un l’altro, e tutti insieme invocavano Radoš, che era il più anziano e il più saggio di quello sventurato castello, l’unico dal quale ci si poteva sempre aspettare una decisione positiva o un buon consiglio. Quelle grida spezzavano il freddo silenzio delle sale di pietra che si riempivano di echi prolungati. Il frastuono generale e le singole voci crescevano sempre più e minacciavano di sfondare le sovrastanti volte di pietra. Il brusio dei discorsi attorno al ragazzo, che fino a quel momento lo aveva scosso a tratti dal suo torpore, ma senza interrompere il suo breve sogno, ora si faceva più forte. O era il sonno che si faceva da sé più leggero? Aprì gli occhi a fatica. «Ah!» sospirò profondamente, emergendo dal suo incubo come dall’acqua scura. Con occhi umidi e sguardo incerto vide, ancora sullo sfondo cupo del suo sogno, la testa di Leka con i radi baffi grigi che solo un attimo prima aveva visto sul volto del vecchio Radoš. Anche l’udito si stava liberando. Si estinguevano i lamenti e i richiami della servitù agitata del castello, e sempre più chiaramente si udivano le risate e le esclamazioni dei 130


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compagni di scuola che, un po’ discosti, sul bordo di una zona d’ombra, erano intenti a giochi allegri. Sempre meglio si distingueva anche la sommessa e monotona voce di Leka, che mormorava lì accanto a lui. Il vecchio continuava a raccontare del castello, spiegando ai ragazzi attorno a lui chi fossero i responsabili della rovina dei castelli. Erano i turchi a distruggere, ma pure il tempo, ed erano anche la discordia e l’ingiustizia degli uomini a demolire. Seguivano le brevi repliche degli ascoltatori. In fondo al verde pianoro si ergevano le alte rovine; sul loro ciglio nitido aleggiava un sottile alone di calura meridiana, azzurrino e vibrante. Petar guardava e ascoltava tutto ciò rinfrancato e felice, battendo gli occhi e sforzandosi di distinguere fino in fondo ciò che aveva visto e sentito durante la veglia, durante il racconto del contadino, da quel che aveva visto nel cupo sogno che lo aveva tutto riempito in quella giornata luminosa, in quei pochi minuti di sonno. Al crepuscolo tornarono in città con lo stesso carro e cantando le stesse canzoni dell’andata. Petar, semidisteso sul fieno e scompigliato dalla velocità, era ancora tutto intento a distinguere dentro di sé fra il sogno e il racconto. Come nel sogno, sentiva che qualcosa di duro e di aguzzo gli premeva contro l’inguine. Allungò la mano e nella tasca della giacca ritrovò il grande chiodo uncinato. Malgrado la stanchezza, il canto degli studenti cresceva con il crepuscolo e si fondeva con lo strepito del carro. Come lassù sull’altopiano, il ragazzo cercava di far sì che anche la sua voce si udisse, ma nemmeno ora gli riusciva. A un tratto, quando la melodia del coro si innalzava maestosa, ma non al proprio culmine, tirò fuori di tasca l’oggetto acuminato e, senza guardare, con un lancio breve ma deciso lo gettò nel fiume che stavano costeggiando. [1953]

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Litigando con il mondo  

Ivo Andrić, "Litigando con il mondo", Zandonai, Rovereto 2012

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