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Anna Kim

Gli anni di ghiaccio Traduzione di Anna Allenbach

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Ăˆ strano come i morti ci saltino addosso agli angoli della strada, o nei sogni. Virginia Woolf, Le onde

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«I dati ante mortem, (Ante Mortem Data), sono l’insieme delle informazioni fornite da chi, per ultimo, ha visto la persona dispersa e che conosce le circostanze della sua scomparsa, oppure da chi la conosceva bene. Gli AMD sono raccolti per contribuire all’eventuale identificazione dei resti umani. Il questionario utilizzato durante le interviste richiede informazioni dettagliate relative al vestiario, alle caratteristiche fisiche, alle cure mediche e dentarie, nonché relative agli effetti personali portati dalla persona al momento della scomparsa. Il Comitato internazionale della Croce Rossa e le Società Nazionali coinvolte hanno ormai quasi del tutto completato la raccolta di AMD nei paesi dell’ex Jugoslavia e, in collaborazione con l’International Tracing Network della Croce Rossa, comincerà ora la raccolta di AMD dalle famiglie di persone scomparse che non vivono nei paesi dell’ex Jugoslavia.» AMD Collection Communications Guide, agosto 2004

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A eccezione di «Kosovo» e «Pristina» che a seconda della prospettiva vengono usati nella forma albanese (Kosova, Prishtinë) o italianizzata (Kosovo, Pristina), tutti i nomi delle località sono riportati secondo le norme di scrittura albanese. unhcr kfor unmik uçk

United Nations High Commissioner for Refugees Kosovo Force United Nations Interim Administration Mission in Kosovo Ushtria Çlirimtare e Kosovës (Esercito di liberazione del Kosovo)

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La tua voce, esile, cade e mi si poggia all’orecchio, quasi tu fossi qui accanto a me e sussurrassi, l’hanno finalmente trovata, dici; pensi più che parlare – mi nutro: di memoria, dote e banco di prova. Significa forse che sia frammentato, non condivisibile? Eppure sono disposta a scoprire l’impotenza della lingua e mi arrendo, rendo conto, racconto le tue parole, una parola dopo l’altra e divento come te: vulnerabile. Impossibile descriverlo prima, il senso si rivela solo dopo, dopo la ritirata. L’hanno finalmente trovata, ripeti. Come ti senti?, chiedo. Male, dici, male, per nulla sollevato. Adesso non ci sono più dubbi, dico, non volevi ci fossero dubbi. Incoraggio il vuoto e l’avrei catturato se avessi creduto a quello che dicevo. Tu taci. Mi dispiace molto, dico, m’interrompi, mi accompagneresti, chiedi, mi accompagneresti a Prishtinë, preferisco non andarci da solo. Sei mesi prima: non ti avrei incontrato se avessi passato l’incarico a una collega molto più esperta, più preparata di me; così procedo nell’indagine, trascuro la sensazione di essermi intrufolata nel tuo diario, tra le pagine che, se potessi, tralascerei; in mente solo l’istruzione di aggirare il dolore – non nominarlo, non nominarlo mai. Eludi i sentimenti, cerca i fatti: nomi, cifre, luoghi. Niente in9

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terruzioni, se possibile, chiudi le porte a chiave, rendi sicuri gli spazi, spegni i telefoni. Evita il conflitto, spiega le circostanze, fagli presente che ci vuole parecchio tempo per analizzare i dati, che il processo d’identificazione va per le lunghe, più del previsto, più di quanto non sia corretto. In passato erano emersi dei problemi, hanno lavorato male, ci sono state delle fosse prima aperte e poi richiuse, ma non accadrà più. Da non dimenticare: le interviste si svolgono per volontà dell’intervistato. Se si rifiuta di rispondere a una domanda, non insistere, lascia un biglietto da visita, chiedigli di rispondere quando sarà il momento. Se non riesce a ricordare i dettagli poni altre domande per aiutare la memoria. Ripeti le domande in un secondo momento e in un altro modo, verranno fuori particolari troppo importanti per continuare a essere dimenticati. Febbraio, primo pomeriggio, soleggiato, freddo, luminoso, un sentore di primavera, svolto nella Paulanergasse e posteggio davanti all’edificio accanto alla Croce Rossa, un cubo bianco dai vetri opalini, impenetrabili, nell’atrio due tavoli di plastica e sedie da giardino, un attaccapanni in legno, bacheche in sughero; dietro le tende sta il resto della famiglia, un ombrello e una bicicletta. Nel corridoio, prima porta a destra, la sala riunioni, completamente bianca, il pavimento forse appena più scuro, un tavolo chiaro di betulla, sedie con gommini ai piedi che non si lasciano spingere da parte, vogliono sempre essere sollevate; appesa alla parete, subito all’entrata, una lavagnetta bianca con calamite e pennarelli colorati, in fondo alla stanza un computer abbandonato. Sul tavolo una bottiglia d’acqua, tre bicchieri, un cartone di succo d’arancia e un piattino di biscotti che nessuno toccherà per l’intero pomeGli anni di ghiaccio

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riggio, dopo il colloquio, dopo, li farò sparire, li butterò nella spazzatura, uno a uno. Arrivi con un ritardo di venti minuti, dici che hai cercato di aprire il portone ma che era chiuso e che quindi sei andato avanti e indietro per tutta la via cercando me, Nora, ti fermi sulla soglia, indeciso, le mani in tasca. Ti darei una quarantina d’anni, più tardi scoprirò che ne hai ventinove. Ti invito ad entrare, ti faccio sedere con la finestra alle spalle e rimango al tuo fianco, sulla destra, nascosta dietro una pila di carta ancora bianca, biro, fazzoletti, un metro a nastro, una tabella di campioncini di colore e una cartina del Kosovo. L’esperienza mi ha insegnato a essere almeno parzialmente invisibile, così voi parlate più liberi, voi, voi che siete malati – la settimana scorsa Azra, capelli lisci, castano scuro dai riflessi ramati e guance sprofondate. Presume, sente, è sicura che suo marito è sepolto nella fossa comune a Z., un paese sul confine serbo. Dice di saperlo, è una certezza, chiedo come fa ad esserne così sicura, è un sentimento che scava, dice, che rode in silenzio e nasce dal bisogno di sapere se finalmente è consentito di piangere e ricominciare a respirare, ma respirare non potrà, dice Azra, finché la speranza che lui vive è viva. Gioca con la fede all’anulare, sono ormai sposata da tanto tempo quanto lo cerco, un raggio di luce s’impiglia nell’oro sottile, balena sulla parete. Nessun ricordo ormai, dice, ho perso le immagini, mi sono scivolate via dagli occhi una a una, sono strisciate lungo le palpebre fino all’angolo morto. Per adesso taci, chiudi gli occhi per un momento; la tua voce pettina il silenzio con cautela e infine si posa sulle parole cerco mia moglie, la cerco da sette anni. 10 11

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Nome? Mi dai il tuo passaporto. Luan Alushi. La persona scomparsa è sua moglie? Annuisci, scrivo luogo e data dell’intervista: Vienna, 5 febbraio 2005. Quando è scomparsa sua moglie? Se non sa la data esatta per favore indichi un periodo di tempo. Sfogli l’agenda tozza, la misura perfetta per la tua mano, le pagine sgualcite, il bordo dorato, rilegata in pelle, finto coccodrillo, la copertina tra il marrone e il marrone scuro, marrone perché è consumata? Il 23 dicembre 1998. Quando le ha parlato per l’ultima volta? Il giorno precedente, il 22 dicembre, alcune ore prima dell’arresto. Quando l’ha vista per l’ultima volta? Scuoti la testa. Non mi ricordo, o in ottobre o in novembre, durante le feste di Ognissanti, dei Morti. Dove l’ha vista per l’ultima volta? Al mio paese, a B., in Kosova, circa 60 chilometri a nord di Prishtinë. Come mai questo intervallo tra l’ultima conversazione e l’ultimo incontro? Allora lavoravo a Vienna alla rosticceria e al cantiere, per le feste e le vacanze tornavo dalla mia famiglia a B. Pendolare allora, adesso a Vienna in pianta stabile. Più tardi verrò a sapere che hai cominciato a lavorare in Austria per mantenere la famiglia già a sedici anni. Pochi mesi dopo è scoppiata la guerra, il 24 marzo 1999. Tossisci, i piedi scattano nervosi. Respiri a fondo, un sospiro celato. Quel giorno sono partito prima che potevo. Gli anni di ghiaccio

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Quale giorno? Il 23 dicembre, il 23 dicembre sono partito alle quattro. Le strade erano deserte. Ci ho messo nove ore soltanto. Sono poche nove ore. Il tuo sguardo, da me, si dirige di nuovo verso la porta, ti schiarisci la voce, passi la mano sul tavolo. Strizzi gli occhi, un sorriso mal riuscito. L’ho mancata per tre ore. Tre ore. Poi la tua voce s’inceppa, per ritrovarla ti raschi la gola. Non mi guardi mentre parli. Stringi le labbra e ti schiarisci la gola, te la rischiarisci di continuo. Cosa intende per mancata? Se ci avessi impiegato tre ore in meno ci sarei stato anch’io. Forse avrei potuto impedire il sequestro. Sospiri, ti volti, la testa verso la finestra. Chi è stato l’ultimo a vederla viva? Per un attimo c’è silenzio, al di là del lontano brusio, traffico del pomeriggio. La mia famiglia. Mia madre, mio fratello, sua moglie e i quattro bambini. Hai deciso di raccontare ma in alcuni momenti ti tremano le mani, tremiti gemelli, come quelli delle parole che si assestano nella tua gola; fissi la porta come se fosse una finestra, e in lei un paesaggio indimenticabile, poi il risveglio, cerchi nei pantaloni e posi sul tavolo il passaporto di tua moglie, un sottile album di foto e il certificato di matrimonio. Il questionario ante mortem: ventidue capitoli che registrano le caratteristiche di una persona scomparsa, i tratti distintivi che aveva in vita, ante mortem, con l’obiettivo di ritrovarla tramite analisi e confronti con i resti mortali, le schegge d’ossa, i dati post mortem. Il reperto non è la persona, ma quello che ne rimane. La parte più interna, se vogliamo, d’altro canto quella 12 13

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più esterna, nel senso di estrema, ultima, eppure coloro che cercano e rimpiangono parlano d’identità e intendono nel contempo la corrispondenza totale con e l’entità interiore della persona, i livelli si confondono, sembrano inseparabili: è inevitabile, il cadavere diventa individuo. Per quanto tempo è possibile mantenere quest’idea, solo fino a quando il frammento umano non è stato visto, finché la morte, come condizione, può rimanere un’astrazione, un’idea. Per il morto è indifferente se la sua identità sia trovata o meno, per lui non ha alcuna importanza il fatto di avere un’identità, o se questa sia andata persa negli ultimi anni; dal suo punto di vista la sua identità esiste solo per gli altri, non per se stesso. Se poi viene rinvenuta, è fisica e casuale, casuale perché non si tratta mai veramente della sua identità, ma solo della sua attribuzione. L’identità, secondo il questionario, è chiaramente definita in base a sesso, età, malattia, abbigliamento, testimonianze oculari e incontri casuali. Parlando, tentiamo di mettere a fuoco la persona scomparsa, di tracciarla, di fissarla. È anche possibile che sia vero: l’unicità di una persona, la sua identità?, è davvero immortale ed è possibile ritrovarla anche molto tempo dopo la sua morte; ogni frase è un’azione, ogni parola viene adoperata: attribuire un’identità con le parole, assegnare un’identità è logorante, poiché si parla al posto di un’altra persona, si seguono orme sconosciute, sempre troppo grandi; l’ottica esterna estrania ancor di più – e un particolare ruba l’attenzione a tutti gli altri: l’essere scomparsi diventa il neo sulla fronte, la cicatrice sulla guancia; la preferenza di nuotare sotto la pioggia, delle passeggiate notturne dopo mezzanotte. Gli anni di ghiaccio

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Chi le ha raccontato del sequestro? Mia madre, Emine Alushi. La tua voce, nuvolosa, solo un po’; gli occhi vitrei ai lati, non smetti di tormentarti le mani. Già da lontano ho visto che doveva essere successo qualcosa. La porta di casa era spalancata, i nostri vicini e mio fratello stavano in strada, senza giacca, e pensare che faceva molto freddo. I guanti extra imbottiti, sulla strada che porta al villaggio i giardini sono innevati, il tuo fiato s’imprime nell’aria. Quando noti l’agitazione, ti prende la fretta, posteggi ancor prima della stradina che porta alla casa, corri gli ultimi metri fino alla porta d’entrata, tuo fratello Fehmi ti fa cenno con la mano, Emine piange disperata, l’hanno arrestata, l’hanno portata via!, parlano tutti insieme, ti trovi davanti a un pianto intermittente, chiedi un po’ di silenzio, chi hanno portato via, chiedi, chi?, tua moglie!, singhiozzano, cerchi di calmarli, dev’esserci un errore, un malinteso, perché dovrebbero arrestarla, dici, vuoi sentire tutto per filo e per segno, tre ore fa, strilla Emine, sono venuti tre ore fa e si sono portati via tua moglie e Ali!. Chi è Ali?, ti interrompo. Il mio vicino. Sospiri, ho disturbato il tuo ritmo. Ti passo un bicchiere d’acqua, bevi, il sudore t’imperla la fronte, le tue ginocchia sussultano nervose. Cos’è successo? Una dozzina di uomini col viso coperto davanti alla porta di casa, martellano inferociti, parlano albanese, alcuni portano l’uniforme, altri sono in borghese, molti di loro portano gilets neri e guanti rossi, la maggior parte ha il viso coperto, solo uno di loro ce l’ha scoperto, ha capelli lunghi e biondi. Pretendono che gli si apra la porta, la famiglia è indecisa, la domanda è se scappare o nascondersi, 14 15

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Emine vorrebbe parlare con quegli uomini, ma prima devono sparire Fehmi e i suoi figli, ha già sentito di quegli arresti, vogliono solo uomini, Fehmi, ordina, ritiratevi in cantina, quando vi sarete nascosti apriremo la porta, solo di uno spiraglio. Gli uomini la spintonano verso la sala, urlano, vogliono armi, oro e soldi!, le donne non rispondono, i bambini piagnucolano, e così iniziano a picchiarli con i loro fucili. Non abbiamo niente, grida Emine col torso blu di botte, le rompono la mano, non abbiamo armi, col cavolo!, non le credono, le tirano calci, la colpiscono in viso, incatenano i bambini legandoli per il collo l’uno all’altro, li costringono a inginocchiarsi sul pavimento della cucina, tua moglie viene insultata, portata via, nessuno osa contestare, nell’orecchio cova un sospetto terribile. Sentono come si apre e si richiude lo sportello della macchina e come si accende il motore. Qualcuno ha visto la macchina? Mio nipote, dice che era un furgoncino bianco della Volkswagen, l’impronta delle ruote era riconoscibile ancora il mattino dopo. Come si erano coperti il viso? Con dei fazzoletti neri che coprivano bocca e naso. Che aspetto aveva l’uniforme? La sua famiglia ha notato un emblema particolare? Era verde, sul distintivo c’era un’aquila bianca. Ne ho sentito parlare, dei White Eagles e degli Arkan’s Tigers, due unità paramilitari che dalla guerra si aspettavano più di ventimila marchi al mese, senza calcolare i compensi ottenuti per i villaggi devastati, per gli sfollamenti riusciti, per aver sgomberato tutta una regione, lavoro fatto su misura, infine la presa in ostaggio di singoli rifugiati che venivano restituiti alle famiglie solo in cambio di grandi somme di denaro, sempre che la persona in ostaggio sopravvivesse – Gli anni di ghiaccio

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