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Lo studente Gerber


Tre cose sorreggono il mondo: veritĂ , giustizia e amore. Rabban Schimon ben Gamliel


La stesura di questo libro (dopo un lavoro preparatorio di anni) è iniziata nell’inverno del 1929. In una sola settimana di quell’inverno, dal 17 gennaio al 3 febbraio del 1929, l’autore apprese dai giornali che dieci studenti si erano suicidati.


I Un dio a termine

L’estate era agli sgoccioli, la mattina era tiepida e le porte della classe erano spalancate. C’era un grande avanti e indietro e, in quel baccano, nessuno fece caso all’entrata in classe dell’alunno Gerber. Gerber andò al suo posto nell’ultimo banco, si mise a sedere e osservò indisturbato la scena. Non presentava niente di diverso da tutti gli altri giorni di scuola. Kurt Gerber, come stesse leggendo un libro, e ne leggeva tanti, lasciava passare, per così dire, ciò che accadeva intorno a lui, al fine di riprenderlo al volo e riviverlo, come si trattasse di un riassunto, il seguente, per esempio. Gli alunni dell’ultimo anno del XVI Regio Ginnasio erano entrati tutti in classe. Stavano qua e là in gruppi, chi seduto chi in piedi, parlavano a voce alta, tutti insieme, senza una pausa, a rotta di collo si potrebbe dire: ne avevano da raccontare dopo i due mesi di vacanze estive, le ultime che si sarebbero chiamate “vacanze scolastiche”; quelle che, finendo, non avrebbero significato l’inizio di un altro anno di scuola, uno dei tanti, come era accaduto da sempre; per la prima volta c’erano bollicine di novità: quello era l’ultimo. L’ultimo anno! Da tutti i tempi scolastici una luce magica si sprigionava da queste tre parole – adesso sì che si entra nel mondo vero! e il tenue riflesso del mondo vero traspariva chiaro e tondo nel comportamento e perfino in faccia a ognuno dei trentadue alunni della classe quinta. Dal 28 giugno al primo settembre si erano dedicati a diventare adulti e adesso alzavano la cresta e facevano come se quest’ultimo anno fosse già alle loro spalle. 11


Friedrich Torberg

Come se non avessero ancora davanti dieci mesi, dieci mesi di esistenza scolastica, come tutti i quattro anni prima! E non è finita lì, visto che l’ultima volta è quella che conta davvero: prepararsi, farsi interrogare, darsi assenti, bigiare, fare i compiti a casa, fare i compiti in classe, una volta ottimo, una volta insufficiente. Tutto ciò, alunni chiacchieroni della classe quinta, sarà esattamente così, come è stato a partire dalla prima classe, da sempre. E anche in voi stessi non dovrebbe essere cambiato molto, alla fine, per quanto tu, Körner, ti sei fatto crescere il pizzo e per quanto tu, Sittig, baci la mano alle sorelle Reinhard che stanno entrando adesso (e non sembrano diventate tanto meglio). Voi tutti sarete, come fino a ieri, “pessimi” e talvolta “ottimi” e tremerete sotto gli esami e riderete alle battute dei professori. Nel caso tu, Rimmel, non riesca a trattenere le tue risatine durante l’ora di lezione come stai facendo adesso, perché Schleich sta declamando, con ogni probabilità, i versi sconci di ultimissima produzione, e ciò non in seguito a una battuta del professore, ma a una battuta mia – ebbene, prima di tutto ti prendi una sberla, su due piedi, perché io so che con le tue risate fuori luogo tu mi vuoi tirare in mezzo per forza, e subito dopo ti becchi comunque una bella nota, che in quinta non fa un bel vedere, con gli esami di maturità alle porte. Questo è garantito, leccaculo, te lo dico di cuore. Bene. E adesso quest’anno cominci… Kurt Gerber si guardò in giro. Nessuno dei gruppetti lo attraeva più di tanto. Dov’era Lisa Berwald? Quando era tornato a casa, aveva trovato una sua cartolina dall’Italia, con su scritto tanti saluti. «Purtroppo non so dove tu passerai l’estate, altrimenti potrei venirti a trovare. Dunque arrivederci a casa.» Era il momento di domandarle se davvero sarebbe andata a trovarlo, o se anche questo era tanto per dire, come tutto ciò che lei gli diceva e faceva. Ma Lisa Berwald non era ancora arrivata. Avvicinarsi a chi, a questo punto? La cosa più semplice era unirsi al gruppetto che stava lì a sinistra, presso la finestra. C’erano Kaulich, Gerald, Schleich e Blank. 12


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I saluti strombazzarono e la conversazione prese il via di gran carriera. Subito si aggiunse Hobbelmann, appena entrato a quanto pareva. «Ehi, Scheri! Ho una bella novità per te!» (Scheri era il nomignolo di Kurt. Prima lo chiamavano Geri – che è l’abbreviativo di Gerber – da lì, Dio solo sa come, era venuto fuori Scheri.) «Chi sarà, secondo te, il nuovo coordinatore di classe?» «Non ho idea.» Hobbelmann si guardò in giro. «Anche voi niente? Dài, provate a indovinare!» «Seelig?» provò a dire Kurt. «No.» «Mattusch?» «Ancora no.» «Sta a vedere che adesso dici di non saperlo – e dillo una buona volta.» «Dio Kupfer.» Fu come se Kurt ricevesse una scossa, la sua testa scattò. Sentì il viso in fiamme. L’attimo dopo afferrò il povero Hobbelmann, a dir poco sbigottito, e lo scosse da capo a piedi: «Cosa cavolo dici? Chi?». Era risaputo che il professor Kupfer ce l’aveva con Kurt Gerber, per quanto non fosse mai stato il suo insegnante – ma quella esplosione improvvisa fece un effetto così comico che tutti scoppiarono a ridere. Allora Kurt si calmò. Lasciò andare Hobbelmann che aveva ancora il fiatone e, salito sul banco per fare scena, disse con fare patetico: «Ciò che aspettavo, ecco che arriva!». E in fretta e furia raccontò com’era andata: durante l’estate lui incrocia Kupfer; tre volte il professore gli passa vicino senza nemmeno guardarlo, nemmeno una volta; poi lo incontra nel bosco, da solo, e quella volta ricambia il saluto, ma aggiunge, con un tono maligno: «Sembra che Lei si sia ripreso bene dagli ultimi esami» e prima che Kurt potesse aprire bocca, il professore era già andato oltre – «io l’avrei fatto fuori, quel pallone gonfiato» – dopo un po’ Kupfer, per caso, fa conoscenza con 13


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il padre di Gerber e le sue prime parole sono: «Ah… il signor Gerber? Il padre dell’alunno della quinta classe? Guardi, Suo figlio non avrà tanto da ridere con me. Tipetti così faccio presto a metterli in riga!» al che era seguito un gran subbuglio, suo padre voleva mandarlo in un’altra scuola, ma Kurt gli aveva detto di lasciar perdere, che non era mica sicuro che Kupfer fosse il coordinatore di classe – e adesso, adesso lo era davvero, dio Kupfer… Ci fu silenzio per un po’. Poi le voci cominciarono a rincorrersi. «Io ho sentito che arriva uno nuovo. – Come fa Hobbelmann a saperlo? – Non c’è ancora niente di sicuro. – Perché non dovrebbe rimanere Mattusch? – Dio Kupfer non è così male, solo che bisogna prenderlo per il verso giusto. – È così. – Io mi ritiro. – Dio Kupfer è un bravo cristo. – Non dirmi niente, io con lui sono già stato bocciato una volta. – Studenti in sciopero. – Abbasso Kupfer. – Non farmi ridere. – E io vi dico: Rothbart rimane al suo posto e Niesset passa di ruolo…» In quel momento, come sepolta nel fracasso di voci che subito ammutolirono, la campanella squillò. Erano le otto. La scuola cominciava. Qualcuno da fuori chiuse la porta. Adesso era tutto tranquillo. Poi il fracasso cominciò di nuovo. È così che succede sempre, invariabilmente, senza un perché, da ogni primo giorno di scuola: al suono della campanella, gli alunni si avviano – dire che si precipitano è troppo – ai loro posti e là ricominciano le conversazioni interrotte. La vera quiete arriva quando, anche dopo un bel po’ di minuti, il professore apre la porta. In un giorno come questo, nel quale non c’è ancora lezione, ma si celebra l’inaugurazione ufficiale dell’anno scolastico a opera del coordinatore di classe, l’ora di scuola – come volesse dolcemente far passare tutti dall’ozio al lavoro – cominciava sempre un po’ in ritardo e non si poteva dire se fosse da contare nel tempo della scuola o nel tempo delle vacanze, in un giorno così non c’era alcun motivo per stare angosciati in silenzio. Per tutte queste ragioni la conversazione ricominciò in tutta l’aula. 14


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Soltanto Kurt Gerber stava seduto in silenzio. Aveva i pensieri sottosopra; inutilmente cercava di metterli in fila; l’unica cosa chiara era quel nome, ciò che significava, ciò che era: dio Kupfer. Cosa potrà accadere? Come stargli di fronte? Sottomettersi? Darsi subito per vinti, senza nemmeno aspettare il primo colpo, abbassarsi in modo che il colpo vada a vuoto? In pratica: non voler nemmeno sapere se Kupfer vorrà davvero “mettere in riga quel tipetto”? O, al contrario, tentare una resistenza? Alla prima occasione, impuntarsi: io bocca a terra non mi metto!? Ma per l’amor del cielo – quest’anno era l’ultimo, l’anno decisivo, la maturità bisogna passarla, per forza! Che fare? Stare a vedere, ecco la cosa da fare. Magari Kupfer, alla fine, non è così malvagio, magari è possibile, senza consegnare le armi in anticipo, trovare un modo per intendersi. Qualcuno ne parla perfino bene. Alla fin fine, dove sta scritto che deve arrivare proprio lui? Perché non dovrebbe rimanere Mattusch come coordinatore di classe, Rothbart come professore di geometria e Hussak per matematica e fisica? Perché mai, dall’oggi al domani, Kupfer dovrebbe essere il professore di matematica e geometria e fare anche il coordinatore di classe? Perché? Perché Hobbelmann vuole fare il bullo e arriva con questa novità? È ridicolo. Dio Kupfer non arriverà proprio… «Dio Kupfer sta arrivando!» Mertens, che stava spiando fuori dalla porta, si precipitò dentro e si mise composto nel suo banco. Il fracasso smise di colpo. Ci siamo. E se andasse in un’altra classe? Dovrebbe già essere sulla porta. Che Mertens ci abbia preso in giro? Ecco – adesso… ancora niente. Nell’assoluto silenzio il rumore della maniglia che si abbassava suonò come uno sparo. Kurt si sentì mancare e, mentre si alzava in piedi, le ginocchia gli tremavano. Anche gli altri si erano messi in piedi, immobili, mentre il professor Artur Kupfer, chiamato dagli studenti, a causa della infallibilità da lui medesimo sottolineata a ogni piè sospinto, 15


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dio Kupfer, avanzava, sfiorando la fila dei banchi alla sua destra, verso la cattedra. Il professor Kupfer dimostrava circa quarant’anni e, per la sua statura media, appariva assai corpulento. I capelli corti e dritti, biondo paglia, facevano capire che i tanti colpi di spazzola per tirarli indietro erano stati vani. La fronte abbastanza alta, come pure il viso grassoccio, pur visibilmente curati, avevano un incarnato roseo qualunque, ancor più sottolineato dalle venuzze rossicce che segnavano il naso sottile che si faceva avanti, affilato come il becco dell’aquila. Dietro gli occhiali rotondi, senza bordi, due occhi azzurrini come di acciaio guardavano fisso qualcosa che non era lì. Oggi indossa un vestito sportivo grigio chiaro e una cravatta in tono. Sul braccio, che tratteneva il grosso registro verde, era appoggiato un soprabito; la mano rimasta libera accarezza, come quasi sempre, il pizzetto biondo, sagomato con ogni cura. Il professor Kupfer era arrivato alla cattedra. Salì il gradino, dando sempre le spalle alla classe, e lasciò cadere il soprabito sulla spalliera della sedia. A quel punto si girò con una mossa veloce, guardò giù, per un lungo istante, senza espressione, la scolaresca dritta impalata e disse, a voce bassa, con un leggero cenno del capo: «Seduti!». Per la prima volta quella parola, sentita per centinaia di settimane, tutti i santi giorni per cinque volte al giorno, ebbe un effetto particolare. Suonò quasi come una liberazione sulla bocca di quell’uomo che, con il solo apparire, aveva immobilizzato in un silenzio straordinario gli alunni della classe quinta. Dunque parlava anche, parlava come un uomo, dio Kupfer. Non esprime con brevi gesti la propria volontà indiscutibile. Dice addirittura “Seduti” come tutti e adesso è lì che tace, come fanno gli uomini quando tacciono. «Sto aspettando che ci sia assoluto silenzio» dice il professor Kupfer con voce tagliente, senza fare un gesto, senza guardare nessuno. E soltanto quando la classe siede immobile, come prima quando era sull’attenti, soltanto allora lui fa un cenno, come volesse sottolineare la diversità tra gli alunni immobilizzati al 16


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suo comando e lui medesimo, che qui non ha comandi da ricevere e che adesso, infatti, si muove liberamente. Kurt Gerber non aveva ancora distolto lo sguardo da lui, lo fissava come stregato, quasi volesse scoprire il punto debole del nemico con il quale sarebbe stato sul ring per dieci mesi. Allora il professor Kupfer fece un movimento, come svegliandosi da profondi e lontani pensieri, si sporse, con le mani nelle tasche della giacca, dalla cattedra e di punto in bianco si mise a sorridere. Di colpo era trasfigurato, trasformando a tal punto l’umore della classe che tutte le congetture precedenti potevano sembrare una sceneggiatura messa in piedi a bella posta da lui medesimo, dietro le quinte. Adesso, però, dio Kupfer era lì in persona e adesso cominciava il teatro, quello vero. La sua voce suonò completamente diversa – di nuovo Kurt ebbe un moto di sgomento, proprio come quando si era abbassata la maniglia della porta, per quanto in entrambi i casi non c’era da aspettarsi sorprese: «Bene, allora eccoci qua». Kupfer tacque, come stesse meditando cose difficili. Egli voleva imprimere al proprio parlare (che, per apparire gioviale, si riduceva, più di una volta, al gergo di un barbiere) l’aria dell’improvvisazione, così che volontariamente, per così dire, svelasse le piccole debolezze della propria umanità. «Guardiamo un po’ chi c’è, prima di tutto.» Il suo sguardo vagava qua e là per la classe. Kurt sente il cuore che batte e aspetta. Quando l’avrebbe notato? «Levy,» disse Kupfer aprendo appena appena le labbra «abbiamo già avuto il piacere. Lengsfeld, una vecchia conoscenza. C’è anche Gerber, in vacanza era meglio, o no?» domandò, mentre Kurt, che si era alzato senza sapere come comportarsi, faceva cenno di sì con la testa. «Sì» pronunciò Kurt quasi senza voce e si sedette velocemente. «Bene. Adesso facciamo l’appello.» Aprì il registro e cominciò a leggere i nomi, a ogni “presente” faceva, senza alzare lo sguardo, un segno sul registro. «Altschul!» 17


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«Presente!» «Benda!» «Presente!» Kurt, mentre stava pronto, tendendo l’orecchio, a sentire il proprio nome, ora che sarebbe stata la volta di Berwald guardò verso il banco di Lisa. Era vuoto. Era talmente stupito che non sentì quando Kupfer borbottava «Berwald si è ritirata», e non sentì che Kupfer proseguiva con l’appello e che Blank, Brodetzky, Duffek erano già stati chiamati, non sentì il nome di Gerald e non sentì il proprio. Di botto i suoi pensieri avevano preso un altro binario e, come appena prima erano fissi su Kupfer, adesso erano fissi senza rimedio su Lisa… Lisa, Lisa… dov’è Lisa… e quando Hobbelmann si girò e gli sussurrò in gran fretta “Scheri”, lui sobbalzò e il suo “presente”, che si era preparato di misura, uscì come un grido scriteriato, al punto che tutti scoppiarono a ridere e lo stesso Kupfer, che con voce ogni volta più impaziente aveva già chiamato Gerber per la terza volta, si limitò a scrollare la testa e, senza approfittare di quella disattenzione, andò avanti con l’appello. Halpern, Hergeth, Hobbelmann. E Kurt ricomincia a non sentire più niente, guarda fisso il banco vuoto e pensa: Lisa… Aveva meditato di invitarla in una pasticceria, quell’ultima mattinata libera, magari senza che lei avesse intorno decine di altri, doveva fare assieme a lei un piano per quest’ultimo anno di scuola, liberi un’ultima volta, sì, completamente liberi – tu, Lisa, sei tornata dall’Italia, dove nessuno poteva sapere che sei una “liceale”, e io con il liceo non c’entro da un bel pezzo, lo sai tu, lo so io e lo sanno tutti che noi due siamo molto più grandi e che da grandi ci dobbiamo comportare, nessuno se ne deve accorgere, nell’intervallo non parleremo nemmeno insieme da soli, quei lattanti di ragazzini non devono vedere né avere qualcosa da dire, Lisa – ma Lisa non c’era… Il professor Kupfer aveva finito l’appello e cominciò con il discorso di apertura delle lezioni, sulle labbra ancora quel sorriso di poco prima, che gli dava un’aria di benevolenza, addirittura di modestia. In ogni caso aveva l’aria di chi vuole apparire il più terrestre possibile. Ma il modo con cui toccava terra, lascia18


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va chiaramente intendere lo scopo finale: che era bene prendere nota di come egli dovesse scendere con le sue eliche dalle altezze su cui era solito troneggiare per mostrarsi agli alunni, quasi come un loro simile, un homo sapiens come tutti. «Vedete,» volevano dire il tono e il contenuto del discorso «io faccio ogni sforzo per rendermi comprensibile. Mi dispiace che non funzioni, grazie al cielo. Tante volte mi sono abbeverato con il sapere a voi interdetto e con le conoscenze per voi inconcepibili – qualcosa di tutto ciò deve filtrare attraverso le mie parole, il cui grado di difficoltà ho voluto lasciare, per amor vostro, al livello più basso che potevo. Ma nessun uomo può, alla lunga, stare al di sotto del proprio livello. Perciò io devo, man mano che vado avanti, attribuire alle mie parole il contenuto e la ricchezza dovuta, fosse anche a scapito della comprensione. Voi potreste non essere in grado di seguirmi, ma io non posso farci niente. Cerco di non prendermela a male per il fatto che siete tonti. Se qualcuno tuttavia volesse osare, invece di nascondere la propria incapacità sotto una silenziosa e rassegnata vergogna, esprimerla in qualche modo e con ciò farmi capire a chiare lettere che mi trovo tra perfetti idioti, allora guai a costui! E vi metto sull’avviso che a me non sfugge neppure la più piccola espressione della vostra stupidità!» «Il Capitano Kupfer – sono stato capitano nella prima guerra mondiale – vede tutto, osserva tutto, sa tutto.» Kupfer pronunciò queste parole con la più grande serietà, e lo stupore di Kurt (di altri sentimenti appropriati non era ancora capace, al momento) crebbe a dismisura. Aveva prestato la più grande attenzione al discorso di Kupfer, discorso che, dopo essere partito in modo abbastanza tradizionale, cominciò a riempirsi sempre più di “io”, e dando sfogo man mano alla vanagloria che fino ad allora si limitava a infiocchettare le parentesi, scalò apertamente le cime di cartapesta della più alta presunzione, finché, gonfiando al massimo le piume, arrivò al punto in cui la vanità dell’oratore lo aspettava, compiaciuto di avercela fatta. Kurt l’aveva seguito fino a lì. E adesso aspettava, dopo quella faticaccia, qualcos’altro di inaudito. 19


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