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Berlino


Kudamm

Qui è dicembre il più crudele dei mesi. Branchi di caprioli e di orsi si arrampicano con uno scintillio intermittente sopra il Kudamm formando un’aureola luminosa, e osservano dall’alto i capannelli di gente che giorno dopo giorno, con piccole borse, svuota grandi negozi. Un po’ di clemenza la concedono solo i fiocchi di neve – granelli di carta stagnola sminuzzata – che cadono da un cielo pallido e firmano assegni in bianco ai larghissimi marciapiedi dell’Ovest. Le vetrine luccicano come piccole stufe mal riscaldate, mentre i piedi dei passanti macinano e impastano infaticabili la farina bianca di un’isteria dolce e di desideri forse un po’ meno dolci. Quando poi sotto le suole cominciano a scricchiolare i minuti sassolini che la nettezza urbana ha sparso contro le gelate, tanto che si sentono i passi a due vie di distanza, i profili spenti degli animaletti sospesi in cielo sono ormai anacronistici. I platani dondolano nel gelo di cristallo del mattino annunciando agli spazzini e ai senzatetto, che hanno trascorso la notte nella stazione degli autobus, che è giunta l’ora in cui il Kudamm sarà inondato dai più inebrianti odori. Sembrerà di camminare in un grande bosco, che con le sue fragranze rifornisce le profumerie del mondo intero. Non sarà forse possibile catturare ogni singolo aroma, ma in marzo, quando per una settimana o due la pioggia tace, i primi volti invecchiati già si specchiano nelle vetrine con le collezioni primaverili. In aprile si susseguono gli adocchiamenti, il voltarsi indietro, l’avanzare sussiegoso. Nulla che scricchioli più. Come se le impronte lasciate dai mesi invernali, le cui sorelle gemelle torneranno presto a farci visita, fossero dimenticate. Prima che 63


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tornino però, fanno in tempo ad arrivare i bevitori di grandi boccali di birra, i turisti di Berlino, gente sudata in pantaloncini e con zaini piccoli, e proprio per questo ancora più stipati. In estate i viaggiatori in calzoni alla zuava scacciano le cravatte e l’haute couture più a ovest, all’ombra delle boutique di grido. Ma lì, di fronte a uno dei più esclusivi negozi di moda maschile, sul marciapiede già li aspetta al varco il primo mendicante. Un eccentrico. A differenza dei suoi colleghi, che i magnaccia della povertà importano da fuori nei mesi più caldi per distribuirli equamente in giro per la città, non esibisce una mano o una gamba monca, né arti contorti. Si è dipinto le gambe di legno a strisce colorate sicché ricordano quelle di Pippi Calzelunghe, e le ha infilate in un paio di scarpe da ginnastica bianche da bambino. Le gambe sono fissate, come quelle delle marionette, a due pezzi metallici quadrangolari e terminano in pantaloni rimboccati nel punto dove un tempo c’erano le ginocchia. Come se tutti i fili che lo legavano all’Onnipotente si fossero spezzati, e lui fosse rimasto così, una marionetta in mezzo alla strada. Mi guarda dal basso e sogghigna. Sento un brivido nelle ossa. Le sue, non le mie, appartengono al Kudamm. Non furono solo i nazisti a proibire agli storpi di mendicare. Essi non furono gli unici paladini di teorie che non sopportano la visione di una meno romantica possibilità della nostra esistenza. Già da millenni, nelle esibizioni dei circhi, nell’ostentazione pubblica delle fiere, nello stare seduti agli angoli delle vie dei ricchi, gli storpi scompaiono nella bocca vorace della storia, nel silenzio di sepolcri senza nome, nelle voragini e nei forni crematori. Se la strada è la metafora della psiche umana, i mendicanti sono il nostro inconscio, e inciampiamo in loro proprio quando ci sentiamo più al sicuro. Perciò ripeto: le ossa di questo mendicante appartengono al Kudamm. Il suo sguardo da sotto in su ai due poliziotti, che gli si sono fermati accanto, ha battezzato questa via prestigiosa. Duecento anni fa, quando dal loro castello i principi locali cavalcarono fino alla palazzina di caccia Grunewald lungo l’argine che adesso è uno sfarzoso boulevard, venivano senz’altro osservati, dai progenitori di quanti oggi 64


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comprano e vendono così avidamente nei negozi del Kudamm, con uno sguardo simile a quello che il mendicante rivolge ai due custodi dell’ordine pubblico. Anche stavolta se l’è cavata solo con un avvertimento. E con un ghigno, da sotto in su.

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Prossima stazione: Selftest

Il marciapiede, messo a dura prova dalla storia, si è gonfiato come pasta lievitata. A piedi nudi e con le scarpe, a Berlino Est camminavo sulle tue croste screpolate, o nostro pane quotidiano. O forse, come nelle metafore cristologiche, lo sbriciolarsi dei passi era, in quel luogo, un graduale avvicinamento a un sentire divino, per quanto possa essere divino ciò che si perde nel mondo infantile e in quello dei sogni? Dal parco di Friedrichshain fino a Schönhauser Allee una sensazione di sospensione, il tragitto su marciapiedi larghi e intrecciati come pagnotte, l’inciampare sulle loro superfici arse, là dove la crosta si apre, mantenendo l’equilibrio. Mentre i piedi avanzano nell’ignoto, lo sguardo si alza verso le chiome soavi dei platani in primavera, alle finestre che con le loro tende semichiuse invitano lo sguardo a entrare e a passeggiare su e giù per le librerie e le scrivanie, dai lampadari di cristallo alle pareti nude e piene di crepe. Ma questo vagabondare trasognato perde ben presto l’equilibrio. Un difetto si è insediato di proposito nel senso d’ordine dell’Est di Berlino, un difetto che ne illumina ancor più la bellezza. La fila variopinta delle facciate da poco ristrutturate si compiace apertamente della scabrosità dei marciapiedi, dei fori delle granate di sessant’anni fa nei muri incendiati, dei volti dei passanti che continuano a cercare qualche cosa, anche se hanno ormai ripetuto a se stessi – non so quante volte – che questa volta, sì, questa volta l’hanno davvero trovata. In nessuna città è così evidente la relazione tra camminare e cadere, tra lo slanciarsi in avanti e il vacillare, tra il superamento esitante delle distanze e la disponibilità a riprendere il 67


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cammino dall’inizio. Al flâneur lungo il Prenzlauer Berg non sono concesse fantasticherie indisturbate. Al pensiero, teso fra il cielo, le chiome degli alberi e i volti dei passanti, fa da contrappunto lo staccato della pianta del piede, che inaspettatamente scivola sulla crosta dell’asfalto. Come se al di sotto di queste strade ci fosse un mondo che lentamente s’innalza, un vulcano nascosto o una civiltà sconosciuta che, per osservare il mondo superiore, ogni tanto sposta le tegole dei suoi soffitti a volta – le piccole lastre d’asfalto dei marciapiedi. Il sognatore deve sempre interrompere le sue rêverie, regolare il passo, slanciarsi di nuovo in avanti, per il divertimento di quelli che, più ragionevolmente, preferiscono restarsene seduti in un caffè a osservare colui che inciampa. Quando, estenuato dal tanto camminare, mi siedo sulla S 42, sullo schermo che indica la stazione compare a intermittenza la scritta Nächste Station SELFTEST Due scritte: due gambe. Compare la prima, poi la seconda, poi di nuovo, come se non l’avessimo già vista, la prima. Due gambe: due passi, due bambini. Il primo è un piccolo turco. Sulla Turmstrasse a Moabit insegue i piccioni. Per paura che possano volargli addosso, corre incontro agli uccelli con la testa rovesciata all’indietro e agitando le mani. Sbattono le ali e si alzano in volo, ma solo per un paio di metri, poi tornano a mettersi davanti a lui, e il bambino ricomincia ad agitare le mani, con le braccia tese, come se reggesse un’invisibile crinolina, e i colombi a svolazzare e di nuovo a posarsi nello stesso posto, tanto che non si riesce più a distinguere chi sia il cacciatore e chi l’uccello da richiamo. L’altro bambino siede di fronte a me nella S-Bahn e chiede al padre qual è la destra. Il padre indica fuori dalla finestra verso gli edifici di Westhafen. Il bambino si volta, indica la finestra con la mano sinistra e dice: questa è la destra. Ha ragione. A Berlino è la città, non i suoi abitanti, a decidere l’orientamento. A chi vive qui capita di perdersi e 68


Prossima stazione: Selftest

ritrovarsi, perdersi e ritrovarsi, due passi alternati, due passi che non possono fare a meno l’uno dell’altro. E la città li aiuta a non abituarsi troppo a questo ritmo, toglie loro la terra da sotto i piedi, cambia la successione perché la loro danza non diventi monotona. Per questo ogni sognatore che di continuo ritorna nelle stesse piazze, sulle tracce dei colombi o di vecchi amori, e per le stesse strade inciampa sempre nelle stesse fenditure dell’asfalto, si trova infine davanti alla domanda, rivolta solo a lui: Selftest?

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Aleš Šteger, "Berlino", Zandonai, Rovereto 2009

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