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Gian Conti

Puzzle di tre


I

Nizza, ottobre 1999. A Cours Saleya si parlava meno italiano e più francese quel lunedì d’inizio d’autunno, già lontano dalle ferie estive e ancora lontano da quelle di fine anno che avrebbero sbarcato a Nizza decine di migliaia di festaioli di fine millennio. Andando verso l’Italia per il lungomare, la piazza si trova a sinistra, poco prima della curva che immette nella zona del Porto Vecchio, che porta questo nome anche se è il solo porto di Nizza. Cours Saleya è un corridoio di meno di venti metri per duecento che corre parallelo al lungomare, nascosto dietro una doppia schiera di lunghi e bassi edifici, abitazioni un tempo di pescatori addossate alle antiche mura della città e ora occupate da ristoranti. A metà della lunghezza si apre verso nord uno slargo delimitato dalla facciata della prefettura. Tutti i giorni la piazza ospita il mercato di fiori, frutta e verdura, ma il lunedì c’è il mercatino dell’antiquariato, un centinaio di bancarelle che, quando c’è il sole, diffondono i mille colori delle cose vecchie, luccicano di cristalli, ottoni e argenti, sfumano dall’écru al marrone nei tendaggi, nei tessuti, nei vecchi libri, nei mobili. I clienti più numerosi sono italiani perché la Francia, paese più ricco di anticaglie, offre assai di più e di conseguenza fa pagare di meno. In alta stagione la piazza è gremita, i dehor dei bar e delle brasserie sono pieni, una vecchia cantante con forte erre moscia e debole voce sbarca il lunario infliggendo ai

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turisti il repertorio della Piaf. Altre volte c’è il cantastorie vestito da gigolo che si accompagna con l’organetto. Spesso c’è un mimo tutto vestito di pepli bianchi, faccia, mani e piedistallo bianchi, immobile come statua, oppure animato come un automa che ruota a suon di musica settecentesca e vibra di riconoscenza quando una nuova moneta tintinna nel barattolo. Un trenino turistico si avventura con mille equilibrismi fra le bancarelle e, mandando ogni tanto in frantumi qualche suppellettile, porta in giro allucinati turisti giapponesi e americani che gradirebbero scendere per gustarsi l’atmosfera per proprio conto, ma temono di perdere il pullman con il quale fra mezz’ora si visita Cannes, domani Parigi, dopodomani Amsterdam, un giorno a Londra poi tutti a casa a raccontare che si è vista l’Europa. Dietro la sua bancarella Marc Benhamou se ne stava mezzo sdraiato su una Voltaire male in arnese. Da poco aveva terminato il piatto del giorno, una coscia di pollo affogata in fagioli stufati, che Marcel, il garzone della brasserie, gli aveva servito incastrandolo fra vecchi cocci e posate malconce. Il sole caldo, la birra abbondante e i clienti radi gli conciliavano il sonno. Se nessuno gli avesse fatto offerte per la poltrona, così alte da strappargliela di sotto il sedere, in breve si sarebbe addormentato, e un ladruncolo avrebbe fatto sparire un soprammobile d’ottone di foggia araba appartenuto a qualche conterraneo, oggetto di nessun valore come la maggior parte di quelli esposti. Tranne uno. A inizio settimana la vecchia Mounira Adjadi era morta all’ospedale e Marc era stato incaricato di ripulirne la soffitta perché i figli, prima ancora che esalasse l’ultimo respiro, l’avevano già riaffittata, ma non avevano avuto né la voglia

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né lo stomaco di svuotarla del tutto. Qualche lenzuolo, un paio di camicie da notte di lino grezzo, una vecchia sedia priva della parte centrale dello schienale che poteva essere del Settecento, quattro cornici di inizio secolo che inquadravano vecchie foto, poveri mobili e soprammobili. Niente argento, che se c’era l’avevano già fatto sparire i figli, qualche posata di metallo bianco che poteva fruttare quindici franchi al pezzo, l’attaccapanni liberty da parete. Tutto il resto non valeva la pena di portarlo a Saleya perché nemmeno gli italiani l’avrebbero comprato. Poi, prima di andarsene, chissà perché, aveva voluto dare un’occhiata al panorama ed era salito su uno sgabello che consentiva di sporgere la testa dalla finestra dell’abbaino. Si potevano vedere il porto, le ville di Mont Boron e un tratto di mare azzurro finché il tetto della casa accanto lo consentiva. La vista sarebbe stata ancor più bella se la vecchia Adjadi se la fosse potuta godere senza dover salire ogni volta su uno sgabello. All’esterno della finestra c’era una specie di davanzale con assi di legno, alto un metro e mezzo sulle tegole del tetto, largo una volta e mezza la finestra e profondo una settantina di centimetri. Tre vasi di coccio pieni di terra vi stavano posati e i pochi rametti secchi lasciavano intendere che i gerani avevano seguito la sorte della padrona. Marc stava per scendere dallo sgabello e andarsene quando gli venne in mente che quelle assi non potevano reggersi da sole, che occorreva loro una base di appoggio e che la base non poteva esser parte della struttura in muratura, bastava guardare gli altri abbaini per capirlo. Si sporse ancora di più, allungò le mani e cominciò a tastare sotto il bordo più lontano del ripiano fin dove poteva arrivare. Sentì liscio e

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umido, come se un telo di plastica fosse stato sistemato lì dove non si poteva arrivare con gli occhi. A proteggere che cosa? Un vecchio condizionatore? In una povera soffitta come quella? Marc decise che sarebbe arrivato in ritardo all’appuntamento con Leila. Dovevano andare a St. Laurent a mangiare casserole e avrebbe offerto lei, perché quel giorno il suo editore le aveva detto che intendeva confermarla per altri due anni. Marc rimosse i tre vasi dal ripiano e li depositò uno alla volta all’interno, sul pavimento. Poi tentò di staccare e sollevare la più lontana delle assi, ma dovette rinunciare subito perché, con le sole mani, non ci sarebbe mai riuscito. Impiegò un’ora e tutti gli attrezzi che aveva sparsi per il furgoncino Renault, poi finalmente riuscì a sollevare le tre assi del ripiano. Avvolto in un telo di plastica, un tempo trasparente e ora imbrunito da sole, terra e calcare, c’era uno strano mobile che Marc rinunciò a identificare perché, alla sola vista dell’involucro, aveva già deciso che quella era la cosa più interessante che la soffitta gli offriva e che occorreva anzitutto trasportarla dal tetto alla stanza. Gli occorsero altre due ore e tre telefonate a Leila. Dovette imbragare il misterioso oggetto con funi, fissare un piccolo paranco allo stipite della finestra, sollevarlo e spingerlo all’interno stando in bilico sulle tegole, poi calarlo lentamente sul pavimento della soffitta. Scostò i lembi del telo e gli ci volle un secondo per decidere che quella cosa doveva portarsela via subito. Più tardi, al sicuro fra le pareti del garage che gli fungeva da magazzino, avrebbe potuto godere della scoperta. Quel mobile era rimasto all’aperto per chissà quanti anni, la plastica lo

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aveva protetto dalla pioggia, il ripiano gli aveva fatto ombra e pareva in buono stato. Era un piccolo teatrino di marionette, modello per famiglie nobili, forse dell’Ottocento, ma non c’era da stupirsi se fosse stato più vecchio. Doveva mostrarlo a Rachid che di chiodi, incastri e colle se ne intendeva. La facciata sembrava laccata, i colori ora stinti erano stati vivaci, sul palco c’erano ancora quattro marionette con fili e crocette. Ce n’era abbastanza per passar nottate a studiarlo e settimane a metterlo in ordine. Era della vecchia Adjadi? O stava lì da prima che lei ci andasse ad abitare? Una cosa era certa, non poteva essere stato nascosto che nella seconda metà del secolo perché, prima, quel tipo di involucro non esisteva. In tutti i casi, chiedersi a chi fosse appartenuto non avrebbe potuto creare altro che problemi e Marc, nel suo mestiere, usava rinunciare a porsi quel tipo di domande. Aveva caricato il teatrino sul furgone da solo, curando che nessuno lo vedesse, anche se di furto non si trattava perché l’accordo con gli eredi della Adjadi era chiaro: lui svuotava la soffitta e si teneva tutto ciò che gli interessava. Ce l’aveva fatta per miracolo, perché la luce del portellone era appena un paio di centimetri più larga della profondità del mobile e fortuna che c’era stato in altezza. Poi si era precipitato da Leila che incazzata lo era di già, ma non ancora al calor rosso. Rachid era un vecchio raccoglitore, tutta pratica e niente studio, che non sapeva nulla della storia di Francia, fatta eccezione per l’ordine in cui si erano succeduti i re e, con loro, gli stili dei mobili. Di esperienza, però, ne aveva da vendere. Non la esibiva, non ne faceva commercio, ma di

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una sua valutazione c’era da fidarsi più che di quelle di Perrin che ogni tanto prendeva farfalle come un dilettante. Rachid aveva squadrato il mobile in lungo e in largo, l’aveva girato in tutte le posizioni, aveva passato i grandi pollici sulle superfici soffermandosi sugli incastri, frugato in una fessura che nascondeva un po’ di colla secca, analizzato le capocchie dei rari chiodi che, in aggiunta agli incastri, fissavano le pareti laterali alla base. Poi si era fermato a riflettere. “Metà Settecento” aveva sentenziato. “Savoia o Piemonte.” “Vale molto?” aveva chiesto Marc con voce tremula. “Se non interessa a nessuno non vale niente.” “E se trovo qualcuno che lo vuole, quanto devo chiedere?” “Guardalo prima in faccia. Se ha i soldi, spara ventimila. Se no, cala.” “A Beltran interessa di sicuro.” “Fossi in te, preferirei bruciarlo che venderlo a lui.” Marc si rese presto conto che non valeva la pena mettersi a restaurare quel mobile come avrebbe fatto per una sedia o un tavolo Louis Philippe, per almeno due buone ragioni: il lavoro si prospettava lungo e complesso e gli mancavano le competenze necessarie per portarlo a buon fine da solo. Inoltre, tutto il suo lavoro si sarebbe difficilmente tradotto in un equivalente aumento del prezzo di vendita, perché l’acquirente non poteva che essere un amatore e Marc ben sapeva che questi clienti sono pronti a spendere grosse cifre per un oggetto se questo li attrae o manca alla loro collezione, ma non si curano dei costi del restauro, o perché sono pieni di soldi o perché lo fanno da sé.

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Se non avesse trovato subito l’amatore, allora sarebbe finito nelle mani, anzi, negli artigli di Beltran, l’unico che faceva incetta di pupi e marionette nel sud della Francia, nessuno sapeva se per rivenderli all’estero o per stivarci i sotterranei della sua villa di Grasse. Per poco che Beltran lo avesse pagato, del resto, quel teatrino non gli era costato un franco. Lungo disteso sulla Voltaire, il sole che s’infilava fra gli ombrelloni delle bancarelle e gli scaldava il corpo, Marc sentiva le palpebre farsi di piombo. Davanti a lui, posato in bella vista sul banco, tutto sporco e polveroso come l’aveva trovato, il teatrino faceva mostra di sé in una delle più frequentate vetrine del brocantage di Francia. Si assopì pensando a Leila che non voleva metter su casa comune, lui a fingere di arrabbiarsi, di offendersi perché lei si era sistemata in un bilocale nel quartiere dei Musiciens, tutto fighetto, in una casa con ferri battuti e ottoni per tutte le scale, mentre lui viveva in un monolocale di Nizza Nord, quasi all’ingresso dell’autostrada, in una zona che non poteva essere più movimentata e popolare. Ma in cuor suo sapeva che la scelta di Leila era l’unica che avrebbe potuto prolungare il loro rapporto per molto tempo ancora. “Rapporto inflazionato, rapporto bruciato” gli aveva detto una volta Leila. Lo svegliò di soprassalto uno scossone che per poco non lo fece rotolare giù dalla poltrona, che si era inclinata come se avesse perso una gamba. Sopra di lui una grossa ombra oscurava il sole e sghignazzava. “Marc Benhamou, piccolo ladro di fogne, potresti almeno posare il culo su merce decente” tuonò la voce rauca e

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Puzzle di tre