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Brina Svit

Morte di una primadonna slovena Traduzione di Sabina Tr탑an e Simonetta Calaon

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Per finire, vorrei aggiungere ancora qualcosa, che voi leggerete per primo. Come vedete, ho risposto al questionario sulla primadonna slovena. Fino all’ultimo momento, non lo nascondo, ho tentennato. E se mi sono infine deciso, lo si deve al modo in cui erano formulate alcune domande, per esempio: Era attaccata alla casa e alla famiglia, e specialmente alla madre?… Desiderava tornare a casa, anche all’apice della carriera?… Oppure: Lubiana aveva un posto speciale nel suo cuore?… Ma lo si deve altresì all’ osservazione del tenente colonnello Andreas Haas, secondo cui scrivere ha sempre alcuni benefici effetti secondari: ci distacca dalle esperienze con le quali non vogliamo più convivere e ci libera dai sensi di colpa. Se ho ben capito, la vostra rivista vuol nominare, come di consueto, la “Slovena dell’anno”. Ma il 2000 è un anno speciale e pertanto anche la vostra iniziativa questa volta dev’essere speciale (anche a “Petronius” volevamo fare qualcosa del genere: il profumo del secolo, il vestito del secolo, il vino del secolo…). La nostra scelta dovrà essere all’altezza dell’evento, avete scritto, tanto che per l’occasione la cerchia dei nostri collaboratori sarà più ampia del solito: la Slovena dell’anno non avrà segreti. Vogliamo sapere tutto di lei: successi e insuccessi, amori, grandi e piccoli, aneddoti, ricordi… ci racconti tutto ciò che le viene in mente... anche i dettagli più insignificanti, quelli in cui ognuno potrà riconoscersi e che ci aiuteranno a scegliere tra le cinque finaliste. La nostra primadonna è arrivata in finale con una poetessa, una mezzofondista, un’assistente sociale e una conduttrice televisiva, avete scritto. E aggiunto: è solo a un passo dall’es5

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sere la Slovena del 2000; le Sue risposte le permetteranno o meno di compierlo. Se dovessi tornare indietro, probabilmente non lo rifarei. Ma ormai è andata. Ho davanti a me un plico di fogli che ho intitolato Morte di una primadonna slovena. La notte sta lentamente schiarendo. Tra un’ora o due svanirà. Vi accorgerete che, pur avendo risposto pressoché a tutte le domande, non ho seguito l’ordine da voi suggerito. L’ho rispettato solo all’inizio (Il ricordo più bello che ha di lei? La prima intervista, ovvero che cosa è successo con le rose?) e alla fine (è tornato ancora in Slovenia? Ha forse dimenticato qualcosa che ci può definitivamente convincere che è proprio lei la Slovena del 2000?). Nel mezzo ho disposto le domande in modo che vi sia facile seguire la nostra storia e la sua fine. Perché posso davvero chiamare storia tutto quello che è successo a lei e a noi due, e posso farlo proprio perché ha avuto anche una fine. Non ho risposto ad alcune domande sull’opera, come Puccini o Janáček? Questo spetta al regista catalano Lluis Toronto, per non citare che lui, il quale sta per pubblicare i diari delle sue ultime regie, di cui la primadonna slovena è stata protagonista. Molte altre domande me le sono poste da me, come vedrete, soprattutto su Pablo Ortez e Julijan Remek, e anche sulla signora Ingrid. Le vere domande ce le poniamo sempre da soli, anche se ciò non significa che conosciamo le risposte.

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Era pieno inverno, sul colle nei pressi di Lubiana, ancora quasi in città. Uno di quei pomeriggi in cui si vorrebbe solo rimanere sotto le coperte a rimirare il soffitto. Ma non la signora Ingrid. La signora Ingrid fa sempre quello che ha deciso di fare. In questo caso, portare le due figlie a passeggio. Le ha coperte per bene – cappello, cappuccio, guanti, stivali – e le ha accompagnate sul colle vicino. Lungo il sentiero nel bosco ha messo a terra la più piccola, che ha subito cominciato a zampettare sulla neve e a prenderla con le mani. La più grande, Lejka, camminava davanti a loro. Questo ricordo, diventato mio con il tempo, inizia qui: Lejka che cammina sul sentiero sempre più stretto e sente dietro di sé la sorella ciangottare e i passi della madre. Lejka che prende fra le mani la neve appena caduta, che si attacca ai guanti e poi comincia a sciogliersi e a colare dentro le maniche, lungo le braccia. Lejka che ogni tanto si butta nella neve per poi osservare l’impronta lasciata. Sono io, sono io, sono io, grida a ogni nuova impronta. Nessuno, da nessuna parte. Il cielo è basso come uno spesso strato di nebbia. La neve ha cambiato la fisionomia del bosco. Lejka avanza nella neve intatta e osserva le orme lasciate dietro di sé. Poi comincia ad avere freddo alle mani. Ma certo, i suoi guanti sono tutti bagnati e induriti dal gelo. Prova a scaldarli col fiato. Ma il freddo le penetra ancora di più nelle mani. Allora si toglie i guanti, li mette in tasca e cerca come può di coprirsele con le maniche del maglione di lana. Non serve, ha sempre più freddo. Le dita stanno diventando bianche, giallastre. Com’è possibile provare tanto freddo alle mani? Come può il freddo fare tanto male? Si guarda intorno per cercare con gli oc6

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chi Ingrid e la sorella, piccolissime tra gli abeti. Lentamente, molto lentamente le vede ingrandire. Piano piano comincia a distinguere i loro visi. Ho freddo alle mani, grida da lontano. Ho freddo e mi fa male… Quando di corsa raggiunge Ingrid, attraverso le lacrime la vede tutta annebbiata. Ingrid si china verso di lei. Che hai fatto? Proprio non riesci a stare attenta? Non posso proprio fidarmi di te? La sgrida stringendole le mani nelle sue. No, no, per favore… si lamenta Lejka. Sss, le ordina Ingrid. Continua a stringere e a massaggiare le manine ghiacciate. Poi se le mette in bocca. Tutte e due insieme nella bocca calda. Lejka ammutolisce, cerca di tirarle fuori... No, no… singhiozza. Ingrid le stringe ancora più i polsi. Lejka chiude gli occhi, fa un lungo sospiro, ahi, ahi, perché fa così male… A poco a poco comincia a sentire caldo nella bocca morbida della mamma. Mmm… Le lacrime le rigano ancora le guance, anche se non ha più freddo. Le dita ritornano vive e sentono le pareti tiepide della bocca della mamma, la lingua forte e ruvida, e il bianco filo dei denti. A un tratto si sente bene nella bocca della mamma, così bene che non la lascerebbe per niente al mondo.

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«Come si chiama?» «Lejka.» «Lejka?» «Lea Kralj» si è corretta, alzando gli occhi dal brodo che con esile getto riempiva via via la tazza di porcellana. «A casa mi chiamano Lejka.» «A casa dove?» «A Lubiana.» «Lubiana?» «La conosce?» ha domandato, afferrando il manico del recipiente di ottone con il beccuccio all’ingiù, una sorta di samovar per il brodo di manzo, e aspettava che le rispondessi di sì. Oggi posso dire che fino a quel momento non avevo mai sentito parlare di Lubiana e che per la prima volta mettevo piede in quel locale, dove mi aveva dato appuntamento e dove i vecchi madrileni sorseggiano brodo di manzo per tutto il santo giorno. Mi sono guardato intorno come se stessi pensando a qualcosa e ho continuato con le domande. Sua madre vive a Lubiana, e anche lei, quando può, specialmente d’estate, l’estate sempre, ha detto. È a Lubiana che ha cominciato a cantare, nel coro, poi è andata a Parigi, dove ha fatto i lavori più vari e ha preso lezioni di canto da madame Kudelka. Avevo mai sentito parlare di madame Kudelka? Ha trentasette anni. Non è sposata e non ha figli. Le piace camminare, sì, cammina per ore. Il suo colore preferito è l’arancione… «Perché mi chiede tutto questo?» ha corrugato la fronte girando la manovella del samovar per interrompere il getto 8

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giallognolo e il borbottio del liquido nella tazza. L’ha portata alle labbra e subito l’ha allontanata. Il brodo era evidentemente troppo caldo e le aveva scottato le labbra. «Perché sembra che lei venga dal nulla.» «Per lei Lubiana è il nulla?» «Voglio dire che nessuno sa niente di lei.» Di nuovo ha abbassato il viso sul brodo. «Il suo curriculum è quasi vuoto. Il suo repertorio, sconosciuto. È comparsa all’improvviso. Ieri.» Si è guardata intorno. «Sicuramente ha visto i giornali di oggi: È nata una primadonna – Incidente dopo il trionfo – Il Trittico ha un solo cuore – La nuova primadonna non ama le rose» elencavo i titoli. «Ma non è vero…» «Non è vero cosa?» «Che non amo le rose.» «In ogni caso il suo gesto è incomprensibile. Inaudito, addirittura indimenticabile, direi.» «È per questo che ha voluto intervistarmi?» «Anche per questo! Un soprano che dopo il trionfo di cui siamo stati testimoni ieri alla Zarzuela, scaglia sul pubblico l’enorme mazzo di rose rosse offertole da uno degli spettatori…» Ha posato bruscamente la tazza e il brodo è schizzato sul tavolo. «Offerto?» ha alzato la voce. «Mi è arrivato dritto addosso. Un grande mazzo di rose rosse, come dice lei, ma con le spine.» «La sala era tutta ai suoi piedi, se così posso dire. Ribolliva d’entusiasmo. E lei…» «Mi ha colpita sul collo, sul petto, sulle braccia… Graffiata. Le basta?» «Le ha strette a sé come se fossero i fiori più teneri del mondo. Il pubblico continuava a battere i piedi e a gridare. Si è ammutolito solo quando lei è andata sul bordo del palcoscenico, ha slegato il mazzo, l’ha scagliato con tutte le sue forze in sala e poi…» Morte di una primadonna slovena

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«Si sono sciolte in aria, da sole…» «Da sole? Forse… Comunque, non me ne importa niente» ho detto a un tratto con sincerità, allungando la mano verso una tazza vuota. Si è spostata verso di me come se non avesse sentito bene. «E allora perché mi fa tutte queste domande?» ha sussurrato, incredula. «Volevo vederla da vicino» ho sussurrato a mia volta. Ha fatto una breve risata, come se fosse tutto, come se non avesse altro da aggiungere. Ha arrotolato le maniche dell’impermeabile e si è appoggiata con i gomiti al bancone, come per dire: prego, il profilo sinistro, anche di fronte, se vuole. Qualcuno voleva intrufolarsi tra noi e mi sono accostato ancora di più a lei. Ognuno per proprio conto, raccoglievamo i nostri pensieri e incrociavamo i nostri sguardi senza imbarazzo. «Ecco, questa è fatta…» ha detto quando meno me l’aspettavo. Ha preso dal bancone le sue cose e si è diretta verso l’uscita. Dopo qualche passo si è girata: «Adiós», ed è scomparsa nella folla.

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"Morte di una primadonna slovena", Zandonai, Rovereto