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L’ ultimo anello


Mercoledì 14 ottobre Alla larga dal centro, per la Nassaukade, Maas giunse a destinazione in meno tempo di quanto aveva previsto. Leeden abitava in Vossiusstraat, una via corta e stretta che costeggia l’appendice nord del Vondelpark, un lungo dito verde proteso verso il centro. Essendo a senso unico, Maas fu costretto a imboccarla da sud verso nord. Sulla sinistra la cancellata che circondava il parco costituiva un parcheggio naturale per le biciclette che venivano incatenate alle sbarre. Sulla destra, sotto la fila di case di mattoni rossi, le vetture in sosta riducevano della metà l’ampiezza della carreggiata. Maas trovò posto a pochi metri dall’ingresso dell’abitazione di Leeden. Uno stabile di quattro piani nel quale l’accesso, come in molti altri edifici di Amsterdam, costruiti in epoche in cui si trovava sempre qualcuno per trasportare a braccia un disabile, era reso disagevole da una rampa di alti e stretti gradini che si insinuava dentro la facciata fino al mezzanino. Una sede di prestigio, a due passi da Leidseplein, con vista sul verde del parco. Maas salì la rampa e lesse l’elenco dei nomi sul citofono. Quasi tutte aziende. Fra nomi e acronimi trovò quello che cercava. Suonò a lungo senza ottenere risposta. Nel mazzo di Leeden trovò la chiave che apriva il portone e, appena dentro, si avviò a piedi su per le scale. Le scarpe da barca non facevano rumore ma anche se avesse indossato scarponi da sci nessuno l’avrebbe sentito. Salì al secondo piano. Vi si affacciavano due porte, una esibiva le insegne di un’azienda di promozione, l’altra una sobria etichetta di ottone. Probabilmente il commerciante Sybrand Leeden conduceva due vite e, in quella buona, non aveva ritenuto necessario nascondersi dietro un numero. «C’è l’antifurto?» aveva chiesto a Leeden mentre, con la L’ultimo anello


fiammella del saldatore, gli scaldava i testicoli. L’ altro aveva scosso la testa con convinzione. Maas entrò nell’appartamento, accese la luce e si trovò in un ampio soggiorno. Una tenda riparava una grande finestra. Maas la scostò e alla sua vista si offrì la piccola insenatura del parco, i cui rari lampioni descrivevano isole verdi nella notte. Dalla parte opposta il soggiorno continuava con una lunga zona cottura. Una sola porta vi si apriva. Entrò e si trovò nel corto corridoio della zona notte, due camere e il bagno. Una delle due stanze era adibita a studio, la scrivania era occupata da un pc. Maas vi si diresse, lo accese, scovò una chiavetta in un cassetto e vi copiò tutti i messaggi e-mail e tutta la cartella dei documenti. Su uno scaffale erano poggiati elenchi telefonici stranieri. Uno di questi era belga e copriva la zona di Anversa e dintorni. Maas non si lasciò scappare l’occasione. Lo sfogliò fino a trovare Brecht e un tale Manfred Paalman. Tutta brava gente. Nessuno che si nascondesse. Stava rileggendo quel nome, cognome e indirizzo quando suonò il citofono. Corse accanto all’ingresso, premette il pulsante di apertura e socchiuse la porta. Si era infilato i guanti di lattice e stringeva la Mirau di Leeden. Un taser era quello che ci voleva. Purtroppo l’arma era diventata inservibile perché l’unica cartuccia l’aveva spesa con Leeden. Maas non si rendeva conto che non era altro che un dilettante alle prese con un professionista e con alte probabilità di avere la peggio. Ma il rapimento di Leeden aveva avuto su di lui l’effetto di una droga, aveva attenuato peso e pericolosità degli ostacoli. Udì l’ascensore arrestarsi al piano. Mirza entrò come si entra in casa di amici ma, fatto il primo passo, il freddo dell’acciaio contro il collo lo arrestò di botto. Non si voltò, non aprì bocca. Uno qualunque, si disse Maas, un tizio come ce ne sono a milioni, non li distingui l’uno dall’altro, potrebbe essere scozzese, francese, tedesco, italiano, bulgaro, egiziano, senza un solo tratto di appartenenza a razza o popolo. «In ginocchio» gli ordinò. Se avesse potuto, Mirza si sarebbe voltato per vedere a chi doveva tante attenzioni. Ma era troppo navigato per cedere 150 151


alla curiosità. Gli poteva arrivare il calcio dell’arma in testa prima ancora di aver iniziato il colloquio. Perché di un colloquio, anzi, di un interrogatorio doveva trattarsi. Altrimenti lo avrebbero ammazzato prima. Ubbidì senza fiatare. «Per chi lavori?» Maas non disponeva delle stesse armi contrattuali che aveva impiegato con Leeden per costringerlo a una resa veloce, né era preparato a piegare l’altrui ostinazione in condizioni diverse. Ripeté la domanda altre due volte, ma Mirza se ne stava in ginocchio, piegato in avanti, sordo e inerte. Le mani gli correvano lungo i fianchi e lo sguardo non si staccava dalla moquette verde. Maas non si era preparato un piano. Avvertiva la cocciutaggine di quel mulo e sentiva che dalla sua bocca non sarebbe uscita una sola parola. Non sapeva che fare. Perché si era recato nell’appartamento? Per guardare in faccia il secondo malvivente? Per vendicarsi subito? Oppure per esserne sfidato, come stava facendo l’uomo inginocchiato? Maas prese la decisione più avventata. Portare anche lui al capannone sul Hornhaven. L’avrebbe messo al volante e lo avrebbe minacciato con la pistola, ma la strada era lunga. Non si era chiesto come, giunto a destinazione, avrebbe potuto immobilizzarlo con una mano sola, dal momento che l’altra doveva tenerlo sotto tiro. «In piedi» gli ordinò. Mirza eseguì. Poiché fino a quel momento non gli era accaduto nulla di sgradevole, sbirciò. Ma riuscì a vedere solo la canna della pistola. «Ora andiamo. Tu davanti, io dietro. C’è la Bmw che ci aspetta. La conosci, sta qui sotto. Guiderai tu» disse, e lo sospinse verso la porta. Mirza non era uno di quelli a cui si può dare confidenza. Sapeva bene che, se si vuole veramente eliminare qualcuno, tutte le volte che si può è bene far sparire il corpo. Se lo si ammazza in un appartamento, sorgono problemi di trasporto. Gli parve che quell’invito a uscire intendesse far sì che il morto si trasportasse fuori casa da solo. Mirza si pose in stato di allerta. Mentre Maas lo stava sospingendo, tese tutte le corde in cerca del momento più adatto, quello in cui l’attenzione del suo rapitore si sarebbe allentata. Non appena intuì che Maas si stava L’ultimo anello


sbilanciando per aprire la porta con la mano sinistra, scattò in avanti verso la moquette e, mentre cadeva, ruotò su se stesso, estrasse rapido la pistola dalla cintura e fece per puntarla. Per sua sfortuna Maas non aveva tolto il dito dal grilletto. Non era quella la prima volta che usava un’arma da fuoco. Spesso si era aggregato a compagnie di ragazzi che andavano a sfogare la loro aggressività al poligono di tiro. Fucile e pistola gli erano familiari e l’occhio l’aveva buono. Fu lui a sparare per primo e, da quella distanza, non lo poteva mancare. Due colpi rapidi e precisi che centrarono Mirza in pieno petto. L’uomo cadde supino, ebbe un sussulto, stirò le gambe, rovesciò gli occhi e non si mosse più. L’idea di avere ucciso un uomo ferì Maas con la stessa violenza del colpo di pistola. Tastò le vene del collo, come aveva visto spesso fare nei film, ed ebbe il tempo di avvertire che le pulsazioni diventavano via via più rare e irregolari. Poi il battito cessò e una grossa macchia rossa cominciò ad allargarsi sulla camicia. Per la prima volta aveva vissuto il passaggio dalla vita alla morte di un essere umano. In altre circostanze ne sarebbe rimasto sconvolto. Tornò col pensiero alla visione del corpo straziato di Lisa «tutto coperto di sangue e tumefazioni, con le dita troncate, un orecchio tagliato e i denti spezzati» e il rimorso si gelò. La morte di quell’individuo non era gran perdita per l’umanità. Anzi, pensò Maas, forse era stata troppo rapida. O forse era meglio così. Meglio che fosse stato lui a cercarsela. Si chinò sul corpo di Mirza, afferrò la mano che impugnava la pistola che non aveva fatto in tempo a usare, e con quella sparò un colpo contro un divano. Svuotò le tasche del morto e sparse il contenuto sulla moquette. Chiavi, cellulare, documenti, portafogli, occhiali, penna. Quasi una copia di ciò che aveva rinvenuto nelle tasche di Leeden. Avrebbe desiderato esaminare quegli oggetti con calma, ma cambiò subito idea. Trattenne con sé il cellulare e rimise il resto al suo posto. Maas fece sparire la Mirau di Leeden dietro un cuscino dello stesso divano contro il quale aveva sparato. Accostò l’orecchio alla porta d’ingresso e ce lo tenne per alcuni minuti finché non fu certo che nessuno avesse udito. Infine imboccò le scale e lasciò l’edificio. 152 153


Arrivò al Hornhaven che erano le due del mattino. Leeden giaceva nella stessa posizione in cui lo aveva lasciato. Fece un nodo scorsoio con una cima, glielo avvolse al collo, lo legò al gancio del paranco e cominciò a sciogliergli le mani. Mantenne il cappio in leggera trazione, in modo che il prigioniero non ravvisasse alcun presagio di libertà, si allontanò di due passi e ordinò: «Ora tirati su i calzoni e rimettiti calze e scarpe». «Mi brucia da morire.» «Consolati. Non ti manca niente.» Poi abbassò il gancio finché Leeden non arrivò a toccarsi i piedi e rivestirli. Fece tutto al buio perché aveva ancora gli occhi bendati. Maas gli legò le mani dietro la schiena. Sciolse la cima che gli fissava le caviglie al bancone e, da ultimo, gli liberò la bocca. Ora il prigioniero poteva rimettersi in posizione eretta. Rimosse il cappio che gli minacciava il collo e spinse Leeden verso l’auto. Dovette sostenerlo perché barcollava. Lo guidò finché non fu seduto a lato del guidatore. A differenza del suo collega ucciso, Leeden annusava aria di libertà. Gli occhi erano ancora bendati ma non si sentiva più legato al sedile. Quando avesse voluto, il suo rapitore avrebbe potuto scaraventarlo fuori dall’auto e lasciare che finisse di liberarsi da solo. E lui, anche con le mani legate, ce l’avrebbe fatta. Maas tornò in città. Si diresse verso il Vondelpark e, giunto a un paio di chilometri da Vossiusstraat, fermò l’auto e gli ordinò di scendere. In una tasca della giacca gli aveva lasciato scivolare chiavi di casa e documenti. La strada era deserta. Proseguì la marcia lentamente. Nel retrovisore vide Leeden intento ad addentare il nastro che gli serrava le mani. Lo seguì con lo sguardo mentre si liberava anche gli occhi. Accelerò quando vide che aveva cominciato a guardarsi attorno. Ora Leeden era libero, si stava orientando. Si trovava a poca distanza da casa, di notte, senza denaro, senza mezzi di trasporto. Maas tornò a IJmuiden. Quando non aveva ancora abbandonato i sobborghi della città trovò un telefono pubblico e chiamò la polizia. L’ultimo anello

L'ultimo anello  

Gian Conti, "L'ultimo anello", Zandonai, Rovereto 2010

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