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Filip David

Il principe del fuoco Racconti dell’ occulto

Traduzione di Alice Parmeggiani Postfazione di Božidar Stanišić


Il principe del fuoco

La locanda si trovava all’ incrocio di diverse strade. Gli ebrei che giungevano da settentrione, da meridione, da oriente e da occidente si fermavano qui per la notte, per poi proseguire sul loro tragitto. Il racconto che segue narra di un’esperienza vissuta da Aaron ben Samuel Ha-Nasi di Benevento. Come spesso accade, da una storia ne nasce un’altra, e da questa un’altra ancora. La prima storia, da cui prendono spunto tutte le altre e nella quale poi si riversano, è in parte registrata nella Cronaca di Ahimaaz, scritta in ebraico e in prosa rimata. Come sappiamo dal rotolo di Ahimaaz, l’ avvenimento si svolse così: Ha-Nasi – taumaturgo e mistico, uomo di grande cultura, discendente da un’illustre famiglia – si fermò un tardo pomeriggio nell’ alloggio citato, all’ incrocio delle strade. Era improvvisamente iniziato a piovere, per cui lo stanco e infreddolito viandante aveva accettato con piacere e gratitudine l’ ospitalità offerta. Nella lunga stanza dal soffitto piuttosto basso, avvolti nella semioscurità erano già seduti sul pavimento e su due panche di legno una decina di ospiti che il maltempo, inaspettato anche per loro, aveva obbligato a questa sosta. Erano silenziosi, ognuno chiuso in se stesso; la gran parte di loro stava già pregando sottovoce, riandando con la mente alle tentazioni e agli errori di questo mondo. Il nuovo arrivato scelse un posto in un angolo. Il padrone venne ad accendere le candele e alla luce tremolante i volti dei viandanti si poterono distinguere meglio. Accanto al mistico errante si dondolava un giovane rivolto verso la parete a oriente, grigia e screpolata. Pronunciava le formule rituali con una strana esaltazione. Tuttavia, all’ im38 39


provviso, le sue labbra si contraevano, la voce si affievoliva e la preghiera si interrompeva. Il suo viso impallidiva come se non vi fosse più neppure una goccia di sangue, e dopo un terribile, inspiegabile momento di silenzio, le orazioni riprendevano fino a una nuova interruzione, fino a quell’ invisibile ostacolo che si frapponeva fra lui e le sue parole. Il mistico ascoltava attentamente quella preghiera che assomigliava a un gorgoglio, i suoi penetranti occhi scuri coglievano ogni movimento delle labbra del giovane. Aaron ben Samuel Ha-Nasi fu colto da una profonda inquietudine. Si alzò, fece un passo e si fermò dietro al giovane. «Smettila!» gridò a gran voce. «Voltati e guardami!» Il giovane non si mosse; le sue spalle furono scosse da un fremito. «Non ti è permesso pregare, perché tu sei morto!» Nella stanza calò un improvviso silenzio. Gli uomini si misero ad ascoltare il mistico. «Neppure una volta sei riuscito a pronunciare il Suo nome!» Il giovane si girò di colpo e cadde ai piedi del vecchio, il quale appoggiò una mano sui suoi capelli. «Non temere, figliolo. Racconta a tutta questa gente la verità su te stesso.» Ora tutti guardavano i due. La pioggia trasportata dalle folate di vento si abbatteva sulle imposte di legno delle finestre, insinuando nella locanda l’ odore acre dell’ umidità e l’ alito della tempesta. «Ascoltate!» gridò il giovane. «Quest’uomo ha ragione. Vi racconterò ciò che mi è accaduto, poi sarete voi a giudicare la mia colpa!» I presenti si radunarono in cerchio attorno al narratore. Al centro sistemarono la menorah con le candele. Il viso del giovane, illuminato dalla loro fiamma, diventò ancora più pallido. Sui muri si agitavano le ombre affusolate degli sconosciuti che in quel momento erano uniti dalla strana confessione di quell’ individuo infelice. La storia, narrata dalla bocca del giovane, è la seguente. Il principe del fuoco


Benché mia madre sia morta molto presto, e io abbia quasi del tutto scordato il suo viso, riuscì a radicare nella mia anima quella che divenne poi la caratteristica principale della mia personalità: la fantasia sognatrice. Secondo quanto raccontano gli altri, e anche nei miei confusi ricordi, mia madre era una creatura delicata come un fiore, con il passo leggero, pareva quasi intessuta di sogni e mostrava sempre tracce di tristezza nei suoi grandi occhi azzurri. Sapeva narrare meravigliosamente, molti dei suoi racconti li ho dimenticati, alcuni li ricordo solo in parte. Mi sembra di aver trascorso l’ intera giovinezza alla ricerca di quei racconti perduti, come se ricostruendo le storie che avevo sentito da lei avessi potuto farla tornare in vita. Mio padre era un ebreo retto e severo, un buon talmudista, rispettava rigorosamente la Torah e mi insegnava le nostre leggi. Fin dalla prima giovinezza ero in grado di inserirmi nelle discussioni tra uomini anziani e colti, e tener loro testa, ma la mia funesta fantasia non riusciva ad accontentarsi di regole e canoni: come quel povero giovane del ben noto racconto Una devozione senza fine, a ogni risposta aggiungevo una nuova domanda, e ogni domanda ne apriva dieci altre, finché non cominciai a sottolineare ad alta voce che gli ignoranti peggiori sono quelli che credono di avere una risposta a tutte le domande. Per quel genere di discorsi mio padre soffriva molto. Una sera si fermò a casa nostra un rabbino che si trovava in viaggio, un uomo molto colto e saggio. A lungo s’intrattenne con mio padre, parlarono di tutto, e così mio padre gli confidò che temeva per la mia sorte futura. «Permettetemi che lo porti con me» disse il rabbino. «Da tempo cerco qualcuno che mi accompagni nel mio viaggio e mi sia d’aiuto.» Mio padre non riusciva a decidersi e a consegnarmi nelle mani di uno sconosciuto, anche se, con ogni evidenza, un uomo intelligente. Tuttavia sentiva che avrei comunque dovuto intraprendere un viaggio simile, per liberarmi dai miei pericolosi pensieri e allontanarmi da tutti quei libri che, in40 41


vece della conoscenza, avevano iniziato a instillarmi il dubbio. Rispose che ero figlio unico e che se mi fosse successo qualcosa non avrebbe mai potuto rassegnarsi. «Finché sarà con me non dovete stare in ansia. Vi giuro che tornerà presto, vivo e in buona salute, e che vedrà e conoscerà molte cose.» Poi venne nella mia stanza e disse: «So che cosa ti sta succedendo, perché è successo anche a me, e a molti che sono vissuti prima di te e di me. Hai iniziato con una domanda e hai ricevuto la relativa risposta, hai oltrepassato la prima porta e qui ti aspettava una nuova domanda. Hai risposto anche a quella, hai oltrepassato la seconda porta e ti si è aperta una nuova domanda. Andrai avanti così, fino alla cinquantesima porta. E lì c’è l’ ultima domanda alla quale l’ uomo non ha ancora trovato risposta. Se oltrepasserai anche quella porta, precipiterai nell’ abisso!». «Allora significa che devo tornare indietro!» gridai. La percezione di un pericolo enorme e al tempo stesso indefinito provocava in me una forte angoscia. «No, non puoi più tornare indietro, perché le porte che hai oltrepassato scompaiono. È tempo che tu intraprenda il viaggio, che lasci tuo padre e la tua casa; non devi più aspettare qui il tuo destino, ma andargli incontro.» Con molta esitazione mio padre decise infine di lasciarmi alle cure e alla tutela del nostro ospite. Ancora una volta, al momento del commiato, notò quanto, nell’ aspetto e nella natura, ricordassi mia madre; questo risvegliò dentro di lui per un momento ricordi dolorosi ma, come disse lui stesso, alla fine aveva compreso «che la conoscenza, forse, non è la via più breve verso la comprensione; che la sorgente principale della comprensione è il cuore». Lo abbracciai; sulla guancia sentii le sue lacrime. In vita mia non ho mai più affrontato un momento simile, e non credo ce ne saranno di così difficili in futuro. È scritto: quando un padre andò dal rabbino a chiedergli che fare di suo figlio che si era messo sulla cattiva strada, il rabbino rispose: «Amalo più che mai!». Ma come possono essere d’aiuto le lacrime quando ciascuno di noi deve seguire il proprio cammino? Ci tenevamo Il principe del fuoco


stretti per le mani, non volevamo separarci. Quello era il nostro ultimo incontro, era giunta l’ ora in cui le nostre vite si separavano; lui viveva in un mondo, io in un altro, e quei mondi si dividevano proprio lì, in quel momento, nel nostro abbraccio. Si dividevano per non riunirsi mai più. Così lasciai la dimora dove ero cresciuto e per le cui stanze si aggirava ancora lo spirito di mia madre. Lasciai la casa della mia infanzia, nella quale ero ormai diventato un estraneo. Sarei andato per il mondo con il mio nuovo maestro. Molte volte la luna attraversò il cielo, i miei abiti divennero come quelli di un mendicante, vivevamo di quel che ci donavano persone caritatevoli; i giorni nascevano da albe tetre e affondavano in notti fredde e umide. Un mattino pieno di nuvole arrivammo in un villaggio dove davanti a una casa si era radunata una piccola folla. Il rabbino chiese che cosa stava succedendo. Gli spiegarono che in quella casa si trovava un demone, che un dybbuk era entrato nel corpo del figlio del padrone. Entrammo in casa. Lì vedemmo i genitori in lacrime e il giovane posseduto dal demonio. I suoi occhi brillavano di un intenso splendore, che di sicuro non apparteneva alla sua espressione naturale. Tutto il corpo era stranamente teso e ogni movimento rivelava una profonda irrequietudine. Quel giovane, Chaim Gaon, come ci raccontarono in seguito, fin dalla nascita era diverso dagli altri bambini. Era debole e dolce, viveva più che altro in una sorta di perenne dormiveglia, circondato da cure e attenzioni particolari, poiché tutti erano consapevoli di quanto siano minacciate dal male le creature più indifese. Quando si svegliava dal torpore raccontava strane storie di terre e paesi lontani, di cui nessuno era in grado di affermare se esistessero davvero. I suoi periodi di assenza erano frequenti, anche se il corpo rimaneva lì, in quella stessa stanza. È possibile che in uno di quei momenti il dybbuk vi avesse trovato rifugio. Saputo che il loro inaspettato ospite era un rabbino, i genitori di Chaim pregarono il mio maestro di scacciare il demone. E dunque con voce tonante, appellandosi agli angeli buo42 43

Il principe del fuoco  

Filip David, "Il principe del fuoco", Zandonai, Rovereto 2009