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Di passaggio


La ragazzina

Nessuno adesso sa che lei è lì. Intorno a lei tutto è nero, e lei è il centro di quello stanzino nero. Che non ci sia nemmeno la minima fessura per far entrare la luce, dovrebbe salvarle la vita, ma in tal modo lei finisce per non distinguersi più in nulla dall’oscurità. Le piacerebbe avere la prova di essere lì, ma prove non ce ne sono. Lei, Doris, la figlia di Ernst ed Elisabeth, dodici anni, nata a Guben. In un’oscurità così profonda a chi appartengono adesso quelle parole? Mentre è lì seduta sulla cassetta, con le ginocchia che urtano la parete opposta, e allunga le gambe in diagonale, un po’ a destra e un po’ a sinistra, perché non si addormentino, il tempo passa. Probabilmente il tempo passa. Il tempo, che probabilmente l’allontana sempre più dalla bambina che forse era una volta: Doris, la figlia di Ernst ed Elisabeth, dodici anni, nata a Guben. Non c’è più nessuno lì che possa dirle se queste parole sono senza padrone e, solo per caso, si sono smarrite in quello stanzino, in quella testa, o se invece appartengono davvero a lei. Il tempo è scivolato tra lei e i suoi genitori, tra lei e tutta l’altra gente, il tempo l’ha portata via con sé e rinchiusa in quello stanzino buio. Colorato è solo ciò di cui lei ha un ricordo, in mezzo all’oscurità che l’avvolge e di cui è il centro riesce a conservare, in quella sua testa dimenticata dalla luce, ricordi colorati, ricordi di un qualcuno che una volta era lei. Probabilmente. Chi era lei? Di chi era la sua testa? A chi appartenevano adesso i suoi ricordi? Correva dunque sempre più lontano quel tempo nero, anche se nessuno lì si muoveva, correva dunque sempre più lontano il tempo e portava con sé persino una bambina pietrificata? 66 67


Gurkenberg e Schwarzes Horn, Keperling, Hoffte, Nackliger e Bulzenberg. E monte di Mindach. Quando lo zio l’aveva sollevata allora sino alla gobba del pino, le era parso di poter davvero riconoscere da quell’altezza tutti i monti sott’acqua che il giardiniere le aveva elencato e di cui lei ricordava ancor oggi i nomi. Su quello più alto c’era il campanile della città inabissata, la sua guglia si drizzava verso la superficie, con la banderuola sfiorava quasi le onde. E sul fondo, dove l’acqua era calma, per le strade e le piazze della città, se strizzava gli occhi riusciva addirittura a distinguere le persone, esse girovagavano, stavano sedute o in piedi appoggiate da qualche parte, attraverso lo specchio luccicante del lago scorgeva l’affollarsi muto di tutti gli abitanti che, inabissati con la loro città, senza bisogno di respirare si muovevano con assoluta naturalezza nell’acqua, camminavano, stavano seduti o in piedi nella vita eterna, non diversamente da come facevano prima, sulla superficie terrestre. Si era appollaiata sul pino, si era avvinghiata alle scaglie del tronco, e di lassù aveva visto i pesci nuotare nel cielo inghiottito al di sopra della città. Dopo che lo zio l’aveva rimessa a terra, le sue mani erano tutte appiccicose di resina, lo zio allora aveva preso un po’ di sabbia e grattato via la resina. Mentre la ragazzina è seduta nel suo stanzino nero e, di tanto in tanto, cerca di alzarsi in piedi, ma batte la testa contro il soffitto del suo nascondiglio, mentre spalanca gli occhi senza nemmeno riuscire a vedere le pareti dello stanzino, mentre l’oscurità è così fitta che la ragazzina non riesce nemmeno a capire dove termina, nella sua testa si affacciano i ricordi dei giorni in cui, sino ai margini del suo campo visivo, era tutto un tripudio di colori. Nuvole, cielo e foglie, foglie delle querce, foglie del salice, che scendono come capelli, terra nera in mezzo alle dita dei piedi, aghi di pino secchi ed erba, pigne, scaglie di corteccia, nuvole, cielo e foglie, sabbia, terra, acqua e le tavole del pontile, nuvole, cielo e acqua luccicante in cui si specchia il sole, acqua in ombra sotto il pontile, la vede attraverso le fessure, quando si sdraia prona sulle assi calde per Di passaggio


asciugarsi dopo il bagno. Una volta partito lo zio, il nonno l’aveva portata con sé per altre due estati a fare vela. La iolla del nonno sarà di sicuro ancora dal costruttore di barche al villaggio. È il quarto inverno ormai. Adesso, senza sapere se fuori è giorno oppure notte, la bambina afferra la mano tesa del nonno, dal pontile sale sul bordo dell’imbarcazione, vede il nonno sciogliere il nodo con cui la barca è fissata al pontile e gettarvi dentro la corda. Tutte le finestre della casa di via Nowolipie, dove è nascosta la ragazzina, sono ancora spalancate, sino a pochi giorni fa le stanze erano piene di gente che voleva respirare, ma adesso il silenzio è assoluto. La gente ha lasciato quelle stanze, è partita, e anche per strada non passa più nessuno, non uno che tiri un carretto, non uno che parli, che urli, che pianga, non si sente nemmeno più il vento, non c’è finestra o porta che sbatta. Mentre la ragazzina è seduta nel suo stanzino nero e ruota le ginocchia ora a destra, ora a sinistra, mentre dentro l’appartamento, al di là dello stanzino, tutto è silenzio, e al di là dell’appartamento, sotto per strada è ancora silenzio, e al di là di quella strada, in tutte le altre strade del quartiere il silenzio è assoluto, la ragazzina ode tutto ciò che esisteva prima: il fruscio delle foglie, il mormorio delle onde, la sirena del vaporetto, i remi che si immergono nell’acqua, gli operai della proprietà vicina che usano il martello, una vela che sbatte. Dal do maggiore, passando per il sol maggiore, il re maggiore, il la maggiore, il mi maggiore e il fa maggiore, si arriva, di diesis in diesis, sino al fa diesis maggiore. Ma dal fa diesis sino al do maggiore non c’è che un piccolo passo. È la via più breve per passare da tutti i tasti neri a tutti quelli bianchi, subito prima di ritrovare la semplicissima tonalità del do maggiore, è letteralmente un brulichio di diesis. Così glielo aveva spiegato lo zio Ludwig, prima di partire per il Sudafrica, e adesso, proprio allo stesso modo, in quel silenzio e in quel vuoto assoluti Doris incontra il ricordo del tempo in cui tutto questo esisteva. 68 69


Adesso non le resta che uno stretto passaggio. O muore di fame lì, nel suo nascondiglio, oppure viene scoperta e deportata. Nessuno di coloro che un tempo la conoscevano sa che lei è lì. Questo rende così angusto quel passaggio. Una tappa dopo l’altra è arrivata fin lì, quasi alla fine, vale a dire che quel cammino deve aver avuto anche un inizio, e all’inizio lei era separata dalla vita per un soffio, un nonnulla che adesso la separa dalla morte. Quell’inizio deve aver avuto più o meno l’aspetto della vita, da collocarsi chissà dove entro la vita, ma non ancora riconoscibile come prima parte di quel cammino, di cui lei solo adesso sa dove conduce. Quando il salice sarà cresciuto e con la sua chioma solleticherà i pesci, tu continuerai a venire qua per far visita ai tuoi cugini o alle tue cugine, e ricorderai di aver aiutato a piantarlo. Era ancora integra la vita, allora? Nel ripensare allo zio Ludwig, lo vede sempre con la vanga in mano sulla riva del lago. Nel ripensare alla sua fidanzata, Anna, le torna alla mente ciò che lei le diceva tutte le volte che stava per prenderla in braccio: Fatti leggera! Come se, grazie al solo pensiero, avesse potuto ridurre il proprio peso. Quando il nonno, con un’ultima occhiata agli asciugamani di sua produzione, aveva chiuso il capanno in riva al lago, lasciando però la chiave nella toppa per il nuovo proprietario, lei aveva pensato alla iolla che, quell’estate, sarebbe rimasta in secco per la prima volta. In autunno i suoi genitori la mandarono a Berlino da una zia, così da sottrarla infine alle canzonature delle compagne di scuola sul suo sangue ebraico. Per due anni, tutte le domeniche, dopo la funzione nella chiesa sullo Hohenzollernplatz, si sedeva accanto alla finestra della cucina in casa della zia e scriveva una lettera ai genitori, dal lunedì al sabato invece non scriveva, in modo da risparmiare buste e francobolli. Per l’ultimo pasto in compagnia dei nonni, che dalla Levetzowstrasse vennero trasferiti a Berlin-Moabit, la zia aveva cucinato i peperoni. A Capodanno un’amica le aveva regalato una piccola ciotola con dell’ovatta e delle lenticchie. Tenendo umida l’ovatta, dalle lenticchie cresceva un boschetto. Quando ci fu la raccolta della lana a gennaio, non sapeva se, oltre Di passaggio


ai berretti e allo scialle grande, dovesse consegnare anche quello piccolo: quello avrebbe potuto metterselo a guisa di turbante, così almeno le orecchie sarebbero rimaste calde, ma se qualcuno lo avesse visto? Poiché la partenza per il Brasile si protraeva sempre più, lei andava a scuola, con dodici gradi sotto zero, indossando le scarpe basse invece che gli stivali, per abituarsi eventualmente alla Polonia, dove faceva di sicuro molto più freddo che non a Berlino. L’ ultima lettera di suo padre, così scriveva la mamma, la ragazzina doveva bruciarla per non rischiare il contagio. La legge, che le avrebbe consentito di tornare a casa in treno per la sepoltura del padre, fu promulgata troppo tardi. Il lago, su cui si affacciava il fondo appartenuto un tempo allo zio e dove, dopo la sua partenza, lei aveva trascorso ancora due estati con i nonni, era esattamente a metà strada fra Berlino e Guben. A quel punto del cammino, lei, Doris, la figlia di Ernst ed Elisabeth, dodici anni, nata a Guben, aveva già perso per metà la sua vita, o magari un po’ di più o un po’ di meno? Adesso deve fare pipì, ma non può uscire dallo stanzino, glielo ha detto la mamma prima di andare al lavoro. La mamma ormai non tornerà più: tutti coloro che vivevano nell’appartamento sono partiti, così come tutti coloro che vivevano nella casa in via Nowolipie, e nel quartiere in cui si trova la casa. Nel frattempo devono aver sbarrato gli accessi al quartiere perché già da un pezzo il silenzio è assoluto. Ma fino a quando i nomi avranno valore, lei si chiamerà sempre Doris, fino allora lei ci sarà: Doris, la figlia di Ernst ed Elisabeth, dodici anni, nata a Guben. Si alza dunque, batte la testa contro il soffitto del nascondiglio e cerca di fare pipì senza bagnare l’asse su cui è seduta. Sienna, Panska e Twarda. Krochmalna, Chlodna, Grzybowska. Ogrodowa, Lezno e Nowolipie, in cui è nascosta la ragazzina, quindi Karmelicka, Gesia, Zamenhofa e Mila. Quando si muore a dodici anni, si invecchia anche più in fretta? Si aveva sempre meno di tutto, avevano dovuto abbandonare via via i bagagli, o glieli avevano tolti di mano, 70 71


quasi fossero già troppo deboli per trasportare ciò che fa parte della vita, come se togliendo loro dei pesi avessero voluto obbligarle a invecchiare. Due coperte di lana, nessun piumino, provviste per cinque giorni, orologio da polso, borsetta, nessun documento. Così sua madre, tenendola per mano, era entrata nel ghetto, e anche il quartiere della città in cui stavano entrando si era già alleggerito di molto. Non c’erano alberi, per non parlare di un parco, ma nemmeno un fiume, e neppure auto o tram, e così poche strade che in un amen avevi già sgranato il rosario dei loro nomi. Ciò che adesso era ancora il mondo, persino un bambino poteva raggiungerlo facilmente a piedi. E sempre più raggrinzito risultava quel mondo, quanto più si avvicinava la fine. Dapprima svuotarono e soppressero il ghetto piccolo, poi toccò al lato sud di quello grande, e tra poco verrà sicuramente il turno di ciò che resta. Calmati, piccola selvaggia, le diceva sempre suo padre, quando lei attraversava la stanza scivolando sul palchetto, adesso era davvero una selvaggia; ma qui selvaggia significava: non partire al posto di un’altra, abbassare la testa durante la conta, fingersi morta invece che consegnarsi alla morte, voler sopravvivere senza bere né mangiare. Mai in vita sua era stata così selvaggia, come in quel minuscolo stanzino, in cui non parla, non canta, non può alzarsi e, quando è seduta, batte con le ginocchia contro la parete. Lei, Doris, la figlia di Ernst ed Elisabeth, dodici anni, nata a Guben, una piccola selvaggia, una vecchia sorda e cieca, che non riesce quasi più a muovere braccia e gambe. In Brasile, le aveva detto suo padre, avrai bisogno di un cappello per ripararti dal sole. Anche in Brasile ci sono dei laghi? Ma certo. E ci sono anche degli alberi? Grandi il doppio che qui da noi. E il nostro pianoforte? Non ci sta più, aveva detto suo padre, chiudendo a chiave la porta del container, dentro il quale c’era il suo scrittoio, e parecchie valigie piene di biancheria e capi di abbigliamento, e il suo letto con i materassi e tutti i suoi libri. Quel container sarà ancora nel cortile di uno spedizioniere di Guben, ma era passato così tanto tempo che il suo letto, se mai lei adesso Di passaggio


arrivasse in Brasile, sarebbe già troppo corto, e le camicie, le calze, le gonne e le camicette sarebbero di alcune taglie troppo piccole. Una volta riempito il container in vista del trasferimento in Brasile, avevano sgomberato definitivamente l’alloggio di Guben, subito dopo la ragazzina era stata mandata a Berlino, e l’indirizzo dei genitori, ai quali lei spediva le sue lettere della domenica, era cambiato spesso passando da un miserabile quartiere di Guben ad altri ancora più miserabili. Ma finché restò viva la speranza di emigrare, né lei né i suoi genitori diedero peso a tutti quei ricordi, di cui si erano dovuti sbarazzare mentre preparavano i bagagli per il viaggio in Brasile. Quando suo padre fu precettato per il lavoro al cantiere dell’autostrada, il frigorifero a prova di Tropici era ancora dentro il container nel cortile dello spedizioniere. Solo con la morte del padre si era compreso che l’imballaggio della loro vita quotidiana a Guben per quella destinazione oscura altro non era che una anticipazione dell’imballaggio cui loro stesse sarebbero andate incontro e, presi insieme, rappresentavano qualcosa di definitivo. L’ unico luogo che dovrebbe essere rimasto come allora e del quale, persino dal fondo di quello stanzino buio, la bambina potrebbe dire in ogni momento che aspetto ha, è il terreno dello zio Ludwig. Forse è per questo che i suoi ricordi più nitidi riguardano quei pochi fine settimana e le due estati che ha trascorso laggiù. Sul terreno dello zio Ludwig può ancora correre da un albero all’altro e nascondersi dietro i cespugli, può guardare il lago e sapere che il lago è sempre lì. E fino a quando riuscirà a distinguere ancora qualcosa di ciò che appartiene a questo mondo, fino a quel momento non sarà ancora in esilio. In realtà era accaduto già alcune settimane prima, proprio quel giorno di giugno in cui la mamma era andata in via Gesia per vendere l’orologio da polso al mercato nero, e lei, da un bouquiniste della Karmelicka, aveva scoperto il libro che da tempo sua madre le vietava di leggere, un romanzo dal titolo Il trovatello, fu proprio quel giorno in cui lei, 72 73


conservando a fatica il suo posto in mezzo alla calca della Karmelicka, era riuscita a sfogliare il libro e a leggerlo, ed era felice che il proprietario della bancarella non avesse la forza di impedirle di leggere senza pagare, fu proprio quel giorno che tutto il mobilio della casa di Guben fu tirato fuori dai container, in ordine inverso da come papà e mamma lo avevano imballato due anni prima in vista della partenza per il Brasile, e predisposto per la messa all’incanto da un certo signor Carl Pflüger e dal suo aiutante, il commissario Pauschel della polizia criminale. Lo stesso giorno in cui lei era rimasta per tanto tempo a leggere in piedi in via Karmelicka, perché non aveva i soldi per comprarsi il libro e, finché leggeva, non le venivano in mente i peperoni ripieni o i frollini con la purée di mele e anche una semplice fetta di pane con burro e sale, proprio quel giorno di giugno, più o meno due mesi dopo il suo arrivo a Varsavia, senza che lei lo sapesse fu venduto all’asta a Guben il suo letto di bambina, numero di registrazione 48, acquistato per 20 marchi da una certa signora Warnitschek residente in Neustädterstrasse 17, così come il suo bricco per la cioccolata, numero di registrazione 119, acquistato dal signor Schulz, residente in Alte Poststrasse 42, solo poche case più in là da quella dove avevano abitato loro, e poi la fisarmonica di suo padre, numero di registrazione 133, acquistata per 36 marchi dal signor Moosmann, Salzmarkstrasse 6. La sera di quella giornata, in cui lei rientrò nel ghetto poco prima della chiusura, quella sera di una delle giornate più lunghe del 1942, quando la brezza dell’incipiente estate faceva volar via i giornali dai corpi dei morti, mentre andava sprigionandosi l’odore della putrefazione, quella sera ancora piena di luce, in cui lei, come d’abitudine ormai, rientrava a casa camminando a zigzag per non inciampare nei cadaveri, quella sera in cui, come tutte le altre sere, il pianto dei bambini orfani si levava dagli anditi delle case, quella sera di lunedì, in cui la mamma le aveva messo nel piatto le patate avute in cambio del suo orologio da polso, molto probabilmente le ultime che avrebbe mangiato in vita sua, proprio quella sera tutte le lenzuola di Ernst, Elisabeth e Doris, vendute all’asta per somme che Di passaggio


variavano tra gli 8 marchi e 40 centesimi e gli 8 marchi e 70 centesimi alla coppia, numeri di registrazione dal 177 al 185, si trovavano già, lisciate con cura, negli armadi per la biancheria delle famiglie Wittiger, Schulz, Müller, Seiler, Langmann e Brühl, Klemker, Fröhlich e Wulf. Buio, come è lì adesso, lo sarà stato probabilmente anche sotto la barca che si era rovesciata poco lontano da riva, quando il ragazzino del villaggio aveva tentato di farla accostare al pontile. Prima che lui riprendesse la via del villaggio, la bambina lo aveva condotto su per il sentiero di sabbia fino ai cespugli di lamponi. Per sdebitarsi, lui in seguito le aveva insegnato a nuotare. Vicinissimo a riva, dove il fondale è così basso che lei nuotando lo sfiorava con i piedi, aveva avuto per la prima volta la sensazione che l’acqua la sostenesse. E sempre quell’estate la vicina le aveva anche insegnato a pescare i gamberi. Ma esistevano davvero i gamberi, un lago, una barca, i cespugli di lamponi? E quel ragazzino esisteva ancora, anche se lei non lo vedeva? Oltre a lei c’era ancora qualcuno al mondo? Adesso capisce ciò su cui per tutto quel tempo non ha riflettuto: se nessuno più sa che lei esiste, se lei non esiste più, chi saprà allora dell’esistenza del mondo? Non ha notato che il pavimento della vecchia casa, in cui si nasconde, non è perfettamente in piano, e poiché è così buio che lei non vede nulla, non riesce nemmeno a vedere il rigagnolo che, serpeggiando sotto la porta, esce dal suo nascondiglio e finisce nella cucina abbandonata di un alloggio abbandonato nell’altrettanto abbandonata via Nowolipie a Varsavia. Quando, al comando di un soldato tedesco, la squadra incaricata di raccogliere gli oggetti di valore occupa l’alloggio, il rigagnolo ha già formato un laghetto sul pavimento della cucina. Adesso deve risalire per l’ultima volta la Zamenhofa verso nord, il sole alle spalle. Accanto a lei camminano persone che non conosce, adesso i momenti felici sono tutti passati, adesso finalmente tornano tutti a casa, per sempre. 74 75


Nelle strade vuote, che il corteo incrocia, un isolato dopo l’altro, il lastrico all’ombra delle case è ingombro di tavoli e letti, fatti a pezzi e appartenuti a coloro che li hanno preceduti su quel cammino. Poiché il ghetto non è mai stato particolarmente grande, la ragazzina sa esattamente che cosa si lascia alle spalle. In un amen si sono già chiamate per nome quelle poche strade. Pare che una volta Schmeling, con un tronco sulle spalle, si fosse fatto, tutta a piedi, la strada dalla sua casa di campagna nella vicina località termale sino al prato che dà sul lago lì al villaggio. Gli è servito per allenare i muscoli delle braccia, le aveva detto il ragazzino del villaggio. Lei gli aveva risposto che non ci credeva, e il ragazzino aveva detto che invece era vero, che lui era lì e aveva visto Schmeling arrivare. Sull’erba in riva al lago, Schmeling aveva gettato a terra il tronco, come fosse stato di carta, si era quindi stirato come si deve, per poi tuffarsi in acqua e arrivare così lontano che alla fine non lo si vedeva più. Uno del villaggio aveva gridato: Gesù mio, Schmeling affoga! Lui ci aveva creduto e aveva implorato quel tizio di raggiungere il pugile a nuoto e portarlo in salvo. Ma era stato solo uno scherzo. Delle centoventi persone chiuse nel carro bestiame, durante il viaggio di un paio d’ore ne soffocano una trentina. Poiché è piccola e non ha genitori, anche lei, al pari di alcuni vecchi che non riescono più a camminare e di qualche altro uscito di senno in quel tratto di strada, risulta essere di intoppo al regolare svolgimento delle operazioni e quindi, appena arrivata, viene subito spinta in un angolo, davanti a un mucchio di vestiti alto come una montagna, Nackliger, monte nudo, non può fare a meno di pensare, e ricorda di aver sorriso, il suo sorriso di allora quando aveva appreso dal giardiniere il buffo nome di quel rilievo sott’acqua. Per un paio di minuti si curva sopra di lei la volta di un cielo lattiginoso, un po’ rannuvolato, come sempre accade al lago poco prima che attacchi a piovere, per due minuti aspira l’aroma dei pini, che conosce così Di passaggio


bene, i pini però non riesce a vederli per via di quella recinzione così alta. Che sia davvero arrivata a casa? Per due minuti sente la sabbia sotto le scarpe, anche alcune pietruzze e ciottoli di quarzo o granito, prima di togliersi le scarpe per sempre e sdraiarsi sul tavolaccio per lasciarsi uccidere. Non c’è nulla di più bello che immergersi a occhi aperti. Immergersi fino alle gambe luccicanti di mamma e papà che sono appena stati a nuotare e adesso tornano a riva camminando nell’acqua bassa. Nulla di più bello che far loro il solletico e sentirne gli strilli, attutiti dall’acqua, che cacciano fuori per far piacere alla loro bambina. Per tre anni la ragazzina ha preso lezione di pianoforte, ma adesso che il suo cadavere scivola giù nella fossa la parola pianoforte viene ritrattata dagli uomini, adesso viene ritrattata la doppia capriola alla sbarra, che la bambina riusciva a fare meglio delle sue compagne di scuola, così come tutti i movimenti del nuotatore, il gesto di afferrare i gamberi viene ritrattato, così come l’arte di stringere i nodi facendo vela, tutto questo ritorna nell’alveo di ciò che non è ancora stato inventato, e alla fine, ma proprio da ultimo, vi ritorna anche il nome della bambina, che mai più nessuno pronuncerà per chiamarla: Doris.

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