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Un libero spazio di espressione Numero 6 - Anno VI

Giornalismo indipendente al Parini dal 2006

Marzo MMXII

Blockbuster e malinconia di Josephine Ebner

Forse è colpa della mia scarsa capacità di osservazione, notevolmente distratta anche dalla primavera e dai primi alberi in fiore, ma quando per la prima volta ho letto il cartello “Chiusura del punto vendita”, affisso sulla vetrina del Blockbuster davanti al Parini, ho scoperto che in molti lo sapevano già da tempo. Mi ha invaso allora una grande malinconia.

Da quando un giorno mi aveva consigliato un film (non mi ricordo più nemmeno quale), mi ero fermata svariate volte a chiacchierare un po’ con quel signore simpatico di film, di attualità, dei clienti che non restituiscono più i DVD – come me d’altronde e credo di aver speso più per pagare le multe dei film riportati dopo mesi, che per tutti quelli che ho noleggiato o comprato.

Sono entrata nel negozio e ho chiesto al signore grassoccio dall’aria simpatica, che qualche mese prima avevo scoperto essere un grande intenditore di film oltre che un ottimo conversatore, se fosse proprio vero che tutti i Blockbuster stessero chiudendo: la sua risposta, inevitabilmente positiva ma pronunciata con una vena di tristezza, mi ha fatto sentire più vicina a lui.

Io, invece, non posso neanche lontanamente definirmi una conoscitrice dell’arte cinematografica (e non si tratta di modestia, purtroppo), ma posso affermare di averla sempre considerata un’arte non meno nobile della letteratura o della musica e di conseguenza quell’insegna visibile a un chilometro di distanza, quel posto tutto blu e giallo è stato per me un luogo di confronto, di scoperta, di cultura, o forse più l’equivalente di una piccola libreria che vende in maggioranza romanzetti e saggi di Ti piace scrivere o vorresti disegnare viscarsa qualità, ma gnette? Sei interessato a partecipare al gior- in cui puoi sempre nalino della scuola in qualsiasi altro modo? trovare una copia di Delitto e caHai qualche proposta? Ti aspettiamo ogni stigo.

WE WANT YOU!

mercoledì alle 14 nell’aula studenti (ma se non sapete dove sia vi recuperiamo davanti a scuola, tranquilli) o sul nostro forum zabaione.forumcommunity.net!

Sono una nostalgica, che ci posso fare?

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Quando ho saputo che avevano fatto chiudere Megavideo e Megaupload ero indignata, ma quando ho visto quegli scaffali quasi vuoti e i cartelli in bianco e nero con la scritta: “Sconto del 60% su tutto” ho iniziato a sostenere fervidamente di essere contro la pirateria su internet. Ripensandoci un momento di più, ricordando la quantità di volte che ho visto un film su Megavideo e guardando sul mio computer la lista di quei cinque film che anch’io ho scaricato, sono stata costretta a contraddirmi; potrei (e forse dovrei, da brava “giornalista”) aprire adesso un’infinita discussione sulla pirateria, ma non è questo il mio intento. Riporterei più volentieri il discorso sul cinema e su due film dell’ultimo

Indice Visto che robba

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Incidenti Stradali

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Un tipico venerdì oxfordiano

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La fabbrica di Milano

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World in a word

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Intervista a Fosco Gasperi

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Questione di prospettiva

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Foglio di Poesia

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Maschere

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Zabaenigmistica

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Lelebuonerba photography

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Zabaoroscopo

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VISTO CHE ROBBA? (Minchia, zio, tutte le news più hot della skuola!!) a cura di Francesca Angeleri, Elisabetta Stringhi,Stefano Trentani

MARZO AL PARINI TRA GITE MANCATE E CONTRACCETTIVI A GOGO’ Ora che abbiamo attirato la Vs. gentile attenzione con un’abilissima manovra demagogica, possiamo finalmente introdurVi all’amena lettura delle riflessioni nostalgiche e dei sogni di gloria di un quartino accompagnati dal libero sfogo di due ginnasiali che ucciderebbero pur di fare le valigie e lasciare a casa i paradigmi greci.

Blockbuster e malinconia (continuazione) anno che da due prospettive diverse affrontano la nostra medesima questione: si tratta di Midnight in Paris e di The Artist. Riguardo a quest’ultimo non so quanti di voi abbiano letto l’articolo uscito sul Corriere della Sera, La sinistra è come mia zia di Francesco Piccolo, in cui lo scrittore sottolinea come il “ceto medio riflessivo di sinistra” dovrebbe stare dalla parte dell’avvento del sonoro, approvare e sostenere i cambiamenti, vivere nel presente e apprezzarlo, mentre mostra sempre più spesso il suo lato conservatore. Allo stesso modo nel nuovo film di Woody Allen le cineprese sono puntate sul ritorno al passato, sull’incapacità dell’uomo moderno di accettare la propria vita e la propria società, e sulla sua inconfutabile ten-

denza a rimpiangere tutto ciò che può essere rimpianto. La nostalgia dei film muti, degli anni Venti a Parigi, dei vecchi libri, della Zanzara, dei negozi che stanno chiudendo (come il calzolaio vicino a casa mia), delle drogherie e del loro odore penetrate assale troppo spesso molti di noi (e anche me), ma che cosa ci spinge a rimpiangere i dischi in vinile, quando ora possiamo avere una qualità del suono nettamente migliore? Non dovremmo piuttosto cercare di vivere il presente, di trovare soluzioni nuove a problemi vecchi, di rendere questo mondo un po’ migliore? Prima che il Blockbuster chiuda definitivamente andrò di nuovo a trovare il signore simpatico e mi farò consigliare qualche cineteca ben fornita, magari scoprirò qualcosa di nuovo. Nel frattempo, però, ho fotografato l’ultima scritta gialla e blu che sono riuscita a trovare.

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Carissimi amici Pariniani, mi prendo l'onere di informarvi che la crisi ha colpito ancora: è con grande rammarico che vi ricordo che il nostro carissimo vicino, il Blockbuster di Via S. Marco, chiuderà i battenti verso la fine del mese (o poco dopo). Con lui se ne andranno anche tutti gli altri Blockbuster in Italia, che ci lasceranno qui soli a pregare per la riapertura di Megavideo. Ci ricorderemo di lui per quel poco di colore che dava alla via, per l'allegria che metteva all'uscita da scuola, per il personale educato e cortese. Certo aveva dei difetti, in particolare, in alcuni casi, dei prezzi da furt...non particolarmente modici, ma sono inezie di cui ci si può dimenticare facilmente di fronte ai “sogni” che lì si potevano trovare e noleggiare. Di quello che ci aspetta dopo la sua scomparsa, si sa solo che


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probabilmente verrà sostituito da un negozio appartenente ad una catena di articoli parafarmaceutici. Non trovo assolutamente nulla per cui sognare in una parafarmacia, senonchè, ho pensato, che vi si potranno comprare metodi contraccettivi di ogni tipo! Ed eccoci arrivati al dunque: l'arrivo di detto negozio renderebbe inutile l'installazione dei simpatici distributori di profilattici che il nostro beneamato Collettivo Rebelde ha deciso di posizionare nella scuola. Cosa ce ne faremmo? Abbiamo il negozio di fronte! Potremmo anche fare un accordo con i nuovi vicini per cercare di risparmiare qualche cosa! (A meno che non si decida che i distributori vendano la merce a un prezzo veramente concorrenziale!)

Altrettanto concorrenziale probabilmente non è il prezzo da pagare per portare in gita le barbariche classi ginnasiali, piene zeppe di aspiranti vandali e di irresponsabili incapaci di badare a sé stessi. Ci rammarichiamo ogni giorno nel constatare la profonda di-

scriminazione di cui siamo vittime dal momento che non ci sentiamo affatto più pericolosi o più propensi a creare problemi dei nostri colleghi liceali, perché alla fine, eddai, siamo brave persone anche noi. Insomma, vogliamo paragonare un imberbe quartino uscito l’altro ieri dalle elementari con un titanico liceale diciottenne che se gli gira può anche decidere di tirare giù il Partenone con una spallata? Dai su. Quindi, tolte le comprensibili (ma altrettanto gestibili) complicazioni di natura economica, cosa porta i professori ad essere tanto indifferenti alla causa? La nostra presunta indifferenza (della serie “nooo reggà, cioè, che sbatti, caaaaa….volo mene di tutto ‘sto vekkiume?” e innumerevoli altre esclamazioni che potrebbero facilmente turbare la psiche anche del mentore più ben disposto). Ma in fondo hanno ragione. A noi cosa può importare di vedere con i nostri occhi e non solo in foto le testimonianze più significative delle civiltà di cui stiamo apprendendo la lingua e la storia e che forse, oltre ad essere alla base della nostra cultura odierna, costituiscono anche parte

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delle ragioni che ci hanno spinto a iscriverci a questa scuola? Noi siamo ancora al biennio, mica al triennio. Con questo non vogliamo certo mancare di rispetto ai nostri compagni liceali (o, peggio, attirarci le ire del suddetto distruttore del Partenone), anche perché è assurdo dover aspettare quattro o cinque anni per poter finalmente sfruttare ciò che si è appreso in classe e usufruire delle spiegazioni dei propri professori (sicuramente più esaurienti di quelle di qualunque guida turistica), che possono fungere da completamento del programma svolto. In conclusione, non ci sembra di chiedere la luna, perché non abbiamo certo l’ambizione di trascorrere intere settimane in paradisiache località esotiche (anche se non ci dispiacerebbe): vorremmo semplicemente godere delle mete culturali del Bel Paese, dalla Roma eterna alla serenissima Venezia, dai templi siciliani alle rovine di Pompei, ci va bene tutto. Possibilmente affrettiamoci, perché la già sperimentata efficienza del nostro ministero dei beni culturali e i probabili tagli in vista della recessione economica potrebbero leggermente complicare le cose.


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INCIDENTI STRADALI di Lorenzo Ghilardi

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ari Pariniani, questo mese avrei intenzione di scrivere a proposito di un argomento più serio rispetto ai miei precedenti: gli incidenti stradali. Questi “avvenimenti”, se così vogliamo definirli, sono ormai così frequenti che non ci si fa neanche più caso. Giusto qualche giorno fa, in Svizzera, un pulmino con a bordo circa 45 bambini belgi (di età non superiore ai 12 anni) di ritorno da una gita scolastica ha sbandato in un tunnel vicino a Sierre, nel cantone Vallese. Vittime di questo incidente sono 22 bambini e 6 adulti, compresi i due conducenti; i restanti 24 bambini hanno riportato delle ferite e sono stati ricoverati in 4 diversi ospedali vicini al luogo dell’incidente. Non è ben chiaro come sia accaduto, ma alcuni giornali belgi affermano che sia dovuto ad un colpo di sonno del conducente e all’eccessiva velocità del veicolo. Purtroppo questo incidente, seppur tragico, è comunque uno fra tanti. Infatti secondo una stima anticipata della Istat, nel 2010 in Italia se ne sono verificati 207˙000 con lesioni a persone, che hanno causato la

morte di 3˙998 persone. Questi sono certamente dati sconvolgenti se si pensa anche ad una media di 567 incidenti giornalieri. Sempre secondo i dati Istat, il 71% degli incidenti stradali è dovuto all’ebbrezza da alcol ed il più alto indice di mortalità si verifica durante i mesi festivi, nel fine settimana o attorno alle 5 del mattino. Difatti se ci fate caso, molto spesso gli incidenti avvengono in tarda notte, quando le persone escono dai pub e dalle discoteche “stra-impasticcate” o “stra-fatte”, piuttosto che ubriache fradice. I grafici nell’immagine illustrano le classi di età maggiormente coinvolte in incidenti stradali e il “ruolo” delle persone infortunate, nell’anno 2007. Come si può ben notare, la fascia di età più coinvolta è quella del cosiddetto “popolo della notte”, ovvero i ragazzi tra i 18 ed i 30’anni che sono soliti rimanere nei pub e nelle discoteche fino a tarda notte. Tuttavia, nel 2010, è stata approvata una legge secondo la quale i locali pubblici che rimangono aperti oltre la mezzanotte devono dotarsi di un eti-

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lometro elettronico. Inoltre, il tasso alcol-emico per i minori di 21 anni deve essere pari a zero, ed anche i guidatori professionali ed i conducenti di camion o tir hanno il divieto di fare uso di alcol. Ma io sto parlando dell’Italia. Prendiamo un paese a caso, ad esempio l’Inghilterra. Qui, le persone che si recano nei pub dopo cena non guidano la macchina per tornare a casa: o vanno a piedi o usufruiscono dei mezzi pubblici; chiedetelo pure a Stefano Ghezzi! E il bello è che gli inglesi non hanno bisogno di leggi, ma lo fanno per salvaguardare la propria vita e quella degli altri! Ovviamente il mio è un discorso molto generalizzato: ognuno ha le sue “macchie nere”, no? O Pariniani, ascoltate questo mio ultimo appello: non sarebbe meglio rinunciare a qualche tiro o all'abituale bevuta con gli amici e ottenere in cambio più tempo da vivere? Rifletteteci, fatevi un esame di coscienza ma soprattutto smettetela di “appestare” i corridoi con quella dannata puzza di fumo! Senza rancore eh ;-)


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UN TIPICO VENERDI’ OXFORDIANO A typical Oxfordian Friday di Stefano Ghezzi

Cari Pariniani, Quest’anno il Vostro reporter neo-ghibellino, che vi aveva intrattenuto in passato con articoli, prima, sulla storia asburgica, poi, riguardanti il declino calcistico dell’Italia, si trova a studiare nell’accorsata cittadina di Oxford, che insieme a Cambridge (“OXBRIDGE”) rappresenta il fiore all’occhiello del sistema universitario di Sua Maestà Britannica. Allora, tediandovi il giusto, vorrei potervi descrivere quello che si vive in un tipico venerdì oxfordiano. La sveglia è alle otto di mattina, un’ora più tardi rispetto all’Italia: nonostante questo – ne sono testimoni le nostre facce spettrali -, il risveglio è sempre una doccia gelata, anche perché il quinto e ultimo giorno della settimana lavorativa è anche quello con più ore di lezione. Dopo una frugale colazione, a base di corn flakes (per i più coraggiosi c’è sempre a disposizione del buon porridge), già inverso per aver ricevuto vari “Good morning, Stefàno” (non c’è niente da fare, Stefàno è come “panini” e “salami” per il singolare, etc.), la prima ora, Economia, inizia con una seconda colazione Jaffa Cakes-oriented, gentilmente offerte dal professor Vlachonikolis, fino a un anno fa soldato britannico in Afghanistan. I settanta minuti di lezione trascorrono rapidamente e piacevolmente, è già ora di avviarmi verso l’aula di Latino, dove mi aspetta il teacher David, con il solito test sui vocaboli. Infine, per concludere in leggerezza la mattinata, Storia tedesca, più precisamente

Nazismo. Prima dell’inizio della lezione, però, c’è sempre tempo per ascoltare qualche commento incoraggiante e sarcastico sulla politica del Bel Paese (absit Galbani verbis), specialmente su Super Mario: no, che avete capito, mica Balotelli, qui s’intende il Professore in Loden, vale a dire l’attuale Primo Ministro Monti. Dopo pranzo e un breve riposo, è tempo di Matematica, materia che mi rammenta ogni volta l’enorme distanza tra lei e me in termini di affinità elettive. Finalmente, alle 17.00, dopo un’ultima lezione, il corso di preparazione agli IELTS (International English Language Testing System), durante il quale, l’attenzione cala a picco. Al termine posso ufficialmente inaugurare il fine settimana. Perciò, mi coordino subito con i miei due “compagni di merende”, Robert, residente sull’isola di Mauritius e Vladimir, cittadino di Cattaro, Montenegro, appassionati della cucina italiana, per uscire a cena. La scelta cade normalmente (ah, core d'emigrante...) per i tavoli del fondamentale “Luna Caprese”, la trattoria del Signor Benito (un campano Doc che qui si trasferì nei primi anni 50). Alle 21.00, con la panza piena ciascuno del proprio dolce preferito (da non perdere homemade tiramisù e cassata), ci avviamo verso il centro città. Una volta arrivati nel mezzo del casino, una tappa obbligata è il pub “The King’s Arms” il mio punto di ritrovo con gli italiani degli altri college: a differenza della nostra Brera - che da qui mi sembra ancora più bella, i pub inglesi sono sempre frequen-

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tati da strani personaggi; l’altra sera, per esempio, un energumeno con un sombrero in testa, se ne andava in giro a spaccare bicchieri con in mano un enorme martello di legno. Ancora un commento sull’assoluta atermicità dei locals: lo stesso vestiario, composto di t-shirt, felpa cappucciata e scarpe da vela, si vede addosso alle persone 365 giorni l’anno, indipendentemente dal fatto che a settembre ci siano venticinque gradi, mentre a gennaio ce ne siano trenta di meno. Per finire, annoto questa “barbarità”: il sabato sera, entro le 23.30, il regolamento interno alla scuola m’impone forse la restrizione più pesante e difficile da accettare: essere in branda o, quantomeno, chiuso in camera. Così, per rianimarmi, spesso cedo alla tentazione di vedere qualche vecchio cinepanettone targato fratelli Vanzina. Perciò, Pariniani, in alto i cuori: anche senza il greco, oltremanica, c’è sempre chi soffre più di voi!


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La fabbrica di Milano Reportage di una città in movimento di Giacomo Paci

In una città ci si può imbattere in indizi architettonici, realtà di vita quotidiana e cantieri in costruzione che sono, rispettivamente, testimonianze della città che era, della città che attualmente è, e di quella che sarà. Il fine quindi di questa rubrica è di raccontare Milano, descrivendola nella sua continua crescita, nella sua incessante mutazione e nel susseguirsi di epoche ed avvenimenti storici, ma anche di volti e di persone, che rendono viva la città in cui abitiamo. C'è tanto da dire sul circuito che vi sto per raccontare. Paesaggi, volti, diverse storie di vita quotidiana. Milano è una città riservata, ma appena con curiosità ti accingi ad esplorarla, ti si rivela in tutti i suoi aspetti. E' questo che mi ha spinto, di domenica mattina, a compiere il tragitto che va da Via Padova al Naviglio Martesana, e che finisce nell'area dei palazzoni regionali di Via Melchiorre Gioia. Via Padova comincia in Piazzale Loreto. Se ci si arriva dopo aver percorso Corso Buenos Aires, subito ci si ritrova spaesati. I negozi e i grandi magazzini sono scomparsi, per far posto a ristoranti, locali, negozi stranieri, e si capisce di essere arrivati nella zona con la più alta concentrazione etnica di Milano. Anche

la domenica mattina c'è un gran movimento di persone. Arabi che tengono aperti i propri kebab, cinesi che vanno in giro con il carrellino della spesa, gruppi di persone che stanno fuori dai negozi a scherzare, e vecchi col bastone che passeggiano chiac-

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cherando. Per molti infatti non è giorno di festa, anzi, è una normale giornata lavorativa. La via è lunghissima, ed il paesaggio abbastanza uniforme. Nelle sue diversità. Infatti racchiude case vecchie o popolari, dove convivono immigrati ed italiani, ma anche monumenti che ricordano la storia della città e dell'Italia, come quello ai caduti di Crescenzago nelle guerre dal 1821 al 1945. Verso la fine ci si imbatte nel Naviglio della Martesana, che con un incredibile percorso ti riconduce al centro della città. Dal prima sbocco di Via Padova sul Naviglio parte una via pedonale e ciclabile. E' percorrendo questa che si viene a contatto dei più incredibili volti della zona. Gruppi di ciclisti, vecchi/e che danno da mangiare alle papere nel naviglio, persone che passeggiano, che leggono sulle panchine, bambini che giocano nei numerosi spazi verdi, animano la sponda che percorri. Ma osservando solo questi non si ha una visione completa della zona. Spostando lo sguardo sull'altra sponda infatti si nota un paesaggio completamente diverso. Si nota una vita a volte più difficile, trascorsa in una piccola tendopoli fatta di roulotte, ma anche una vita più tranquilla, quella degli anziani che coltivano il proprio orti-

cello sulla riva del Naviglio. Ed infine la vita delle case popolari, che almeno una volta possono godere di dintorni verdi. Proprio quando il percorso lungo il Naviglio sembra non finire più, ci ritrova catapultati sulla strada, in via Melchiorre Gioia. La pista ciclabile continua per un pezzo, e si interrompe all'incrocio con Via della Liberazione. Allora ti fermi, ti guardi in giro, e dovunque tu giri la testa non vedi altro che palazzoni, cantieri, cemento. Che bella la modernità, altro che navigli e parchi.

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World in a word di Elisabetta Stringhi

Eccomi qui, con un altro articolo della mia rubrica che vi avrà già annoiato, o forse no, perché nemmeno la volta scorsa l’avete seguita! Beh, giusto a scopo informativo per chi non lo sapesse ancora, in queste due pagine scelgo una particolare parola e la sviscero nelle sue più svariate sfumature di significato (probabilmente qualcuno starà pensando, senza neanche avere tutti i torti, che non ho proprio niente di meglio da fare). La parola di questo mese è stata piuttosto meditata, rimuginata ed odiata, forse perché sempre attuale, forse perché oggi più che mai c’è un estremo bisogno di liberarsene, forse perché ho la vaga pretesa di svegliare le persone cadute in un profondo sonno qual è questo male di cui vi parlerò nelle prossime righe che caratterizza noi e la nostra società. Comunque, bando alle ciance, e auguro una buona lettura ai miei venticinque lettori Pariniani, sperando come sempre di non tediarli!

INDIFFERENZA Indifferenza. Leggendo questa parola, che cosa vi viene in mente? Rifletteteci, per qualche secondo. Ognuno di noi ha la sua immagine, la sua personalissima immagine di questo stato di apatia e disinteresse nei confronti del mondo, delle persone, che è a mio parere davvero un grave morbo dal veloce contagio che sta corrodendo la nostra epoca. E purtroppo, se un’epoca è vissuta da una società di indifferenti, essa volgerà presto al declino, e la società sarà inesorabilmente destinata a perire. Non vogliatemene per questi pensieri sul genere filosofico-pessimistico dell’una di notte, ma non riesco proprio a farne a meno. Comunque, sono tante le immagini impresse nelle mia mente che mi riportano a questa parola come, ad esempio, una folla di passanti che non fanno caso a un atto di violenza o vandalismo compiuto sotto i loro occhi, oppure una persona che volta le spalle ad un’altra magari dopo averla guardata con occhi vacui, l’animo spento. O, ancora, un individuo che pensando solo al proprio tornaconto, si disinteressa completamente della società che lo circonda ed evita di compiere ogni possibile atto che lo possa mettere sotto la luce puntata dei riflettori, ovvero quando deve esprimere un suo parere e cercare di uscire da quell’area di neutralità nel quale si era abituato a sguazzare con tranquillità. Indifferenti sono anche persone che

non si interessano dell’attualità, quell’attualità che cambierà le nostre vite e un giorno andrà a scrivere decine e decine di pagine di libri di storia. Indifferenti sono coloro che se ne fregano di situazioni di emergenza che ci toccano sempre più da vicino anche se può non sembrare così per l’indifferente, che considera lontani chilometri anni luce problemi come la povertà, la crisi, la fame, la sete, la crisi energetica e e che, siccome “adesso c’è su Monti, che tanto risolverà tutto” si disinteressa di problematiche che comunque esistono e che non spariranno dal nostro Paese, nemmeno con la bacchetta magica del professorone.. Ma più semplicemente, l’indifferente è quello a cui non fa né caldo né freddo la persona che soffre sebbene stia piangendo accanto a lui, oppure che lascia che la sua vita gli scorra davanti, gli scappi quasi di mano senza cercare di modellarla e plasmarla a suo piacimento, perché gli va bene così, perché non ne ha voglia, perché “non c’ha sbatti”. Eh sì, anche questa è indifferenza. In ogni caso, ho scoperto l’esempio più eclatante di indifferenza casualmente, navigando su Internet con l’aria annoiata tipica di quando non si ha niente di meglio da fare, mentre scorrevo tra le classiche curiosità/notizie facili e veloci da leggere alle dieci di sera per un cervello pressocchè spento. Ecco in cosa consiste l’aned-

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doto: dal quotidiano Washington Post è stato effettuato un esperimento di psicologia dell’ascolto a Washington D.C., alle 7 e 51 del mattino nell’affollatissima stazione della metropolitana. L’esperimento consisteva nel far esibire Joshua Bell, violinista di fama mondiale ed eccezionale bravura, per circa una quarantina di minuti, lasso di tempo nel quale si è calcolato che sarebbero passate all’incirca duemila persone, con pezzi di non facile esecuzione di Shubert e Bach. Di certo non ci si aspettava che qualcuno potesse riconoscerlo, conciato com’era, con un cappellino con visiera e vestiti casual, ma perlomeno si sperava che si sarebbero fermate svariate decine di passanti per un’elemosina e qualche minuto di ascolto. Ebbene, non ha raccolto neanche la metà di quanto supposto, e meno di venti persone si sono fermate per ascoltarlo; soltanto una ragazza l’ha riconosciuto, entusiasta poiché lo aveva sentito qualche sera prima a un suo concerto. Incredibile pensare che su duemila persone, soltanto una ventina si siano fermate ad apprezzare solo per pochi minuti un artista eccelso e abbiano potuto godere di un momento di struggente bellezza. E tutti gli altri invece, pensavano al lavoro da sbri-


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gare, all’ufficio da raggiungere, alla spesa da fare, resi come ciechi dalla loro ferrea routine, da una vita quotidiana che non concede loro un minuto di pausa per tirare il fiato.. Dunque l’indifferente, dal latino “in” e “differre” (distinguere tra), è colui al quale nulla fa differenza, è chi egoisticamente pensa solo a se stesso e alla propria routine senza interessarsi a ciò che gli succede intorno e partecipare attivamente, che si tira indietro ogni qualvolta debba impegnarsi e apportare il suo contributo, colui che pensa sempre “sì, fa lo stesso” per evitare la fatica di compiere una scelta. Inoltre, sono giunta alla conclusione che se per costui nulla può fare la diffe-

renza, allora l’indifferente penserà che anche lui non è fondamentale nel farla. Questa logica che si avvita su sé stessa è dannatamente inutile, sia per l’individuo, sia e soprattutto per la collettività, e non porta da nessuna parte, non essendo costruttiva per definizione. Allora, come fare per invertire la tendenza e tendere alla partecipazione, l’opposto per eccellenza dell’indifferenza? E soprattutto, come cercare di concludere un articolo dai toni fin troppo pessimistici per i miei gusti? Semplice. Come per svegliarsi da un profondo letargo c’è bisogno di un amico piuttosto impetuoso che ti prenda a cuscinate, o di una mamma urlante, o di una bella secchiata d’acqua gelida, così esiste

“Chi non riesce più a provare stupore e meraviglia è già come morto e i suoi occhi sono incapaci di vedere.” Albert Einstein

“Il peggior peccato contro i nostri simili non è l'odio, ma l'indifferenza: questa è l'essenza della disumanità.” George Bernard Shaw

Marzo MMXII l’antidoto perfetto per l’indifferenza, che deve essere una ventata di novità. Per non essere indifferenti bisogna riappropriarsi dei propri spazi e riacquistare i tempi necessari per aprire lo sguardo e spaziare, andare oltre all’abituale tran-tran sveglia-colazione nel baretto costoso-scuolacasa-shopping-discoteca, guardare con attenzione le persone vicine e scoprire il mondo che racchiudono, informarsi per prendere parte a una realtà più grande, impegnarsi in qualcosa, e soprattutto fare, agire, agire, fare! Bene, adesso starete sicuramente increduli e sconcertati ad ammirare questo chiasmo che doveva servire a chiudere un po’ ad effetto questo articolo sconclusionato.

“Dicono che i filosofi e i veri saggi sono indifferenti. È falso. L'indifferenza è la paralisi dell'anima, è una morte prematura.” Anton Čechov

“Il desiderio è metà della vita; l'indifferenza è già metà della morte.” Kahlil Gibran

“Meglio essere protagonisti della propria tragedia che spettatori della propria vita.” Oscar Wilde

“Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.” Antonio Gramsci

“Lo sguardo indifferente è un perpetuo addio.” Malcolm de Chazal

“L'universo non è né ostile né amichevole. È semplicemente indifferente.” John Hughes Holmes

“Credete al disprezzo, allo scherno, alla paura, allo scoraggiamento, alla vergogna, al panico, all'odio. Credete pure a tutto ciò. Ma non credete mai all'indifferenza.” Irvin Yalom

“L'indifferenza è la vendetta che il mondo si prende sui mediocri.” Oscar Wilde

“L'indifferenza è il peso morto della storia.” Antonio Gramsci

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INTERVISTA A FOSCO GASPERI, IL PAPA’ DEL GRANDE FRATELLO E NON SOLO …. «È stata l’esperienza più esaltante della mia vita. Ma da un successo come questo non possono che nascere brutte fotocopie della trasmissione» di Camilla e Tommaso Nannicini

Fosco Gasperi nasce a Forlì il 4 febbraio 1953. Inizia la sua carriera nel mondo dello spettacolo come cabarettista al Derby, un locale “storico” di Milano: poi autore di una serie innumerevole di spettacoli televisivi di grande successo tra la fine degli anni ‘70 e gli anni ‘90; da ultimo, produttore artistico, autore e regista del “Grande Fratello”, il primo dei grandi “reality show” che hanno cambiato la storia ed il modo di fare televisione: la sua “creatura” più recente e, certamente, di maggiore impatto sul grande pubblico. E’ sposato con Giuliana Lattuada, direttore artistico e co-autrice di molti suoi spettacoli. D: Bene, signor Gasperi, come è iniziata la Sua passione per il cinema? R: Beh, è iniziata un po’ per caso: già da piccolo mio padre mi portava spesso al cinematografo, e lì …il buio…il sogno…la magia…. D: Quali sono i Suoi film preferiti?

R: Ce ne sono molti..… In questo momento mi viene in mente “Il Gladiatore” di Ridley Scott, un regista che amo moltissimo: è un film praticamente perfetto, dalla sceneggiatura alla fotografia, alla musica. E poi “Forrest Gump” … un altro capolavoro, un’interpretazione straordinaria di Tom Hanks. A proposito, dovete sapere che negli Stati Uniti molti grandi attori cinematografici, come appunto Tom Hanks, Al Pacino ed altri, in realtà sono uomini di spettacolo assolutamente completi: sanno cantare, suonare, ballare, presentare trasmissioni televisive, un po’ come il nostro Fiorello, per capirci. E c’è un programma “Saturday night live show” di grande successo costruito proprio su questo schema: un grande attore cinematografico, per un certo numero di serate, conduce la trasmissione e ne diventa il protagonista assoluto, mostrando il suo talento in forme completamente diverse da quelle a cui gli spettatori sono abituati. D: Torniamo a Lei: come è riuscito ad entrare nel mondo dello spettacolo? E’ molto difficile, dicono. R: Infatti è molto faticoso, ci vogliono tanti sacrifici, e soprattutto tanta passione. Fin dalla vostra età ho cominciato a suonare la chitarra. Amavo la chitarra oltre al cinema. Così ho cominciato a fare il cabarettista nello storico locale milanese Derby. Inizialmente facevo coppia con Andrea Brambilla, il Commissario Zuzzurro, e a quell’epoca nel locale lavorava un gruppetto di comici pressoché sconosciuti, ma che avrebbero poi fatto molta strada nel cinema, in teatro, in televisione: Diego Abatantuono, Enzo Iacchetti, i gatti di vicolo Miracoli, Giorgio Faletti e

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tanti altri. In quel periodo conobbi anche una donna che amai fin dal primo momento in cui incrociò il mio sguardo, il direttore artistico del Derby che scoprì e valorizzò il mio talento: beh, oggi è mia moglie, Giuliana Lattuada. Un giorno un famoso regista della Rai, Enzo Trapani, scoprì i miei spettacoli, li trovò divertenti, e mi propose di collaborare come autore di testi al nuovo programma televisivo “Non Stop”. D: Quindi ha cominciato a lavorare in TV…. R: Si, e ho partecipato, sempre come autore di testi, a tutte le più famose trasmissioni di varietà: allora c’era un’unica rete televisiva, la Rai, con un solo “canale”, che produceva e trasmetteva spettacoli con gli artisti più famosi e celebrati del momento. Per esempio tutta la serie dei “Fantastico”, la trasmissione abbinata alla Lotteria di Capodanno, in onda al sabato sera per quattro mesi, da settembre all’Epifania. Poi, dopo la nascita delle TV private, ho cominciato a collaborare anche con Mediaset, e ho partecipato a tutti i più importanti varietà di Canale 5. Ho anche scritto l’edizione 1996 del Festival di San Remo, presentata da Pippo Baudo, Sabrina Ferilli e la giovanissima Valeria Mazza…. Bellissima! Fu un’esperienza massacrante ma assolutamente indimenticabile. D: Nel frattempo continuava la passione per il cinema. Mi dica, ha prodotto, diretto o ideato una serie TV o dei film con Sua moglie? R: Ho ideato e diretto insieme a lei la serie TV “Don Tonino” con Andrea Roncato. Poi ho diretto alcune sit-com di


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successo come “Casa Vianello” oppure “Finalmente soli” e “Io e la mamma” con il debutto in chiave di attore di Gerry Scotti in cui Giuliana ha scritto molti episodi. Abbiamo inoltre collaborato alla produzione del reality show “Grande Fratello”. D: Già, il Grande Fratello. La Sua creatura più famosa e seguita …. R: Si, prima di tutto è stato un esperimento sociologico assolutamente straordinario. Dieci ragazzi sconosciuti presi dalla strada, o quasi, e costretti a convivere in una casa per quattro mesi, senza contatti con l’esterno se non attraverso telecamere che li controllano costantemente. Geniale vero? D: Ma ora continua a seguire il Grande Fratello, e i reality in generale? R: Assolutamente no. Ora che l’idea iniziale ha esaurito i suoi effetti, lo spettacolo è diventato un po' noioso e ripetitivo: è sempre la solita storia. Adesso è soltanto un’esibizione, sempre più esasperata, di volgarità: sembra che i protagonisti facciano a gara a mostrare il lato peggiore di sé; in ogni caso, l’aspetto dello studio dei caratteri e dei comportamenti ha perso ogni significato. Sinceramente non credo che il successo dei reality, così come concepiti e realizzati adesso, possa durare a lungo. D: Qualche rimpianto? R: Direi proprio di no: sono sempre riuscito a fare il lavoro che più mi piaceva; ho realizzato il mio sogno, e questa è la cosa più importante. Mi auguro e vi auguro che possa succedere anche a voi: l’importante è avere una passione vera, reale e costante che possa spingervi e condurvi da qualche parte: se avrete il coraggio di coltivarla e di non arrendervi davanti alle difficoltà che inevitabilmente incontrerete, in qualunque campo, il successo sarà assicurato.

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Questione di prospettiva di Francesca Angeleri

“Il premier italiano dà l’esempio e, in questo modo, ci dà speranza”. Fa sorridere pensare a quanto sarebbe stato improbabile, fino allo scorso novembre, leggere una frase del genere. Eppure, sfogliando l’Internazionale, ci si accorge di come davvero sia cambiata l’Italia agli occhi del resto del mondo: quello descritto è un paese nuovo, un paese diverso e che “non bisogna sottovalutare”, come afferma il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. Mi sono sempre chiesta se l’avere un’immagine tanto negativa dei propri connazionali sia una prerogativa solo italiana e tipica, in particolare, della fascia sociale e culturale di cui faccio parte; il repentino cambiamento d’immagine che l’Italia ha attraversato e sta attraversando dimostra chiaramente quanto sia impossibile rispondere a una domanda simile e quanto sia profonda l’incongruenza tra l’idea che il mondo ha di un paese e l’opinione che quel paese ha di sé stesso. Perché? Perché noi che in Italia ci viviamo sappiamo benissimo che non siamo cambiati per nulla. Per noi che in Italia ci viviamo è chiaro che la differenza rispetto a prima del governo tecnico è che la classe politica non ha più quel rapporto di interdipendenza (che

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eloquentemente definiamo “berlusconismo”) con la cultura, gli usi, i costumi e anche l’etica delle cosiddette “masse”. Anni di scandali, uscite infelici, cattivi esempi e televisione di Stato ci hanno abituati a vedere chi ci governava come la conseguenza (o la causa?) del decadimento culturale del nostro paese e come rappresentante di una gigantesca fetta di popolazione, che spazia dal concorrente del reality show al prototipo dello spettatore mediaset fino all’imprenditore che evade le tasse. La percezione che un paese ha di sé stesso è per forza in relazione con la percezione che quel paese ha della propria classe politica: se trovi tanto discutibile chi è al governo, non puoi avere un’opinione positiva di chi l'ha eletto. Poco importa che ora Berlusconi non sia più al potere: lo è stato per anni perchè noi l'abbiamo scelto e soprattutto perchè gli abbiamo permesso, se non di diventarne parte, almeno di influire in maniera incisiva sulla nostra identità nazionale. Non sappiamo cosa succederà allo scadere del mandato di Monti, ma basta guardarsi intorno per capire che Giorgio Gaber, quando disse quella frase che non riporterò perché tanto la conoscono tutti, ci aveva proprio visto giusto. ("Non temo Berlusconi in sé ma Berlusconi in me", se proprio non ve la ricordate).


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Foglio di Poesia a cura di Josephine Ebner

"Amico mio, sarebbe inutile che io cercassi di scrivere cose più ragionevoli. Non ho altro di cui parlare se non di me stesso. E di cosa potrei parlare se non di ciò che sento? Se per qualche ragione questo mio stato di eccitazione dovesse dispiacerti, ti prego di ricordare che è questa la condizione che ci vuole per la poesia, e della poesia solo m'importa. La poesia è ciò per cui vivo." John Keats (da Lettera a John Hamilton Reynolds, 25 agosto 1819)

Quasi per caso e sicuramente per gioco, ho cercato qualche settimana fa di tradurre una poesia dal cinese, mettendomi alla prova con un’impresa difficile per i suoi grandi conoscitori e praticamente impossibile per me, giovane studente di una lingua così antica, così complessa e così affascinante. Ne ho scoperto un uso diverso da quello a cui mi ero (quasi) abituata, estremamente poetico, intraducibile, e ho avuto la netta impressione che dietro a quei caratteri che, tradotti letteralmente, erano privi di significato, ci fosse un universo nascosto, una storia, una letteratura, una mentalità ignota a molti, che spesso non viene presa in considerazione, viene ignorata o disprezzata con superficialità. Mi sono così inoltrata in una foresta di segni antichi e carichi di significato, mi sono fatta largo tra raccolte che spesso dicevano troppo poco e ho cercato di esplorare un poco questo universo così vasto e lontano. Per permettere anche a chi non conosce le basi di questa lingua di comprendere più a fondo le poesie qui a fianco. Cercherò ora di riassumere brevemente quello che mi sembra più importante sapere. L’unità fondamentale della lingua cinese è il carattere (non ideogramma, attenti!), unico e indivisibile, che ha generalmente vari significati in base a come viene disposto della frase. Sebbene anticamente la lingua fosse monosillabica, oggi le parole cinesi sono principalmente bisillabiche, ovvero formate da due caratteri. La poesia con il testo a fronte che trovate qui accanto è stata scritta nel 757 d.C. durante

l’epoca d’oro della poesia cinese che coincide pressoché con il regno della Dinastia Tang (618-907 d.C.) e vi son dunque parole monosillabiche, estremamente espressive e dense di significato. Analizzando già solo il titolo possiamo dedurre varie cose: chūn wàng significa letteralmente “primavera guardare”(non esistono né coniugazioni, né declinazioni!). Prima di tutto, chūn, primavera, si dice oggi chūntiān, “primavera cielo/giorno” e possiamo quindi facilmente notare il passaggio alla scrittura bisillabica. Più interessante è invece il carattere successivo wàng, che non significa solo “guardare” ma anche “guardare in lontananza” e dunque “sperare”, “desiderare”, “ammirare”. La difficoltà della traduzione è piuttosto evidente anche in questo breve titolo, perdonatemi quindi se la mia versione non vi convince. L’elemento fondamentale della poesia lǚshi in epoca Tang è il distico, formato di volta in volta da cinque o sette caratteri; vi è una cesura, come un’interruzione, tra i primi due caratteri e il resto del verso e il primo, il secondo e il terzo distico sono spesso simmetrici a livello di costruzione, osserviamone quindi il primo:

I primi due caratteri del primo verso significano “paese rompere”, mentre quelli del secondo significano “città primavera” in cui il carattere “primavera” è usato come predicato; per quanto riguarda gli altri tre caratteri nel primo verso significano “montagna fiume es-

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serci/restare” e nel secondo “erba albero profondo/intenso” e l’aggettivo finale costituisce anch’esso un predicato. Si nota subito la simmetria tra i due versi e l’importanza che ha la cesura tra le due parti dei versi. Vorrei analizzare tutta la poesia, ma forse questo non è il luogo più adatto a questo scopo (se proprio morite dalla voglia di saperne di più sarò molto felice di parlarvene a voce). Riguardo alle altre due poesie, invece, la più antica è tratta dal “Libro dei Canti”, una raccolta di canzoni e odi popolari scritte indicativamente tra il 1600 e il 600 a.C. che rivela il mondo cinese com’era prima di Confucio, mentre l’altra è stata scritta dopo il crollo dell’impero cinese, nel periodo di feroce guerra civile in cui nacque il Partito comunista, da un poeta del Novecento, Yin Fu (19091931 d.C.) sul quale non sono riuscita a trovare molte informazioni. Spero di essere stata abbastanza chiara e vi auguro una buona lettura! Se desiderate approfondire l’argomento vi consiglio: “La poesia Tang” a cura di Francois Cheng, Guida Ed. “Poesia cinese moderna” a cura di Renata Pisu, Editori Riuniti Sulla storia della letteratura cinese si trova veramente poco in Italiano, ma posso consigliare: “Cento capolavori della letteratura cinese” di Edoarda Masi, Quodlibet Ed. Tutti i volumi sono disponibili in biblioteca. Già che ci sono vi consiglio anche: "Lettere sulla poesia" di John Keats, Mondadori Ed.


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Dal “Libro dei Canti” VI sec. a.C.

Traduzione di Virgilio Luciani

Il mondo è stanco, sempre più rapido corre sulle strade; Che vale caricarti ancora di lavoro e di noie? Cerca un solitario e verde luogo, e porta il vino, Adagiati sull’erba, e canta un’ode! Traduzione di Josephine Ebner “Guardando la primavera” di Du Fu scritta nella primavera del 757 d.C. mentre era prigioniero dei ribelli

La patria è annientata: rimangono i fiumi e i monti In città è primavera, s’affoltano l’erbe e gli alberi. Sono percosso dal presente, allo sbocciar dei fiori, piango Odio la lontananza e quando sento il canto degli uccelli il mio cuore si adombra. Sulle vedette i falò continuano da tre mesi Preferirei una lettera da casa che diecimila monete d’oro! I capelli bianchi e tormentati sono ancor più radi E presto il fermaglio più non riuscirà a raccoglierli.

Traduzione di Claudia Pozzana “Torna!” di Yin Fu (1909 – 1931)

Torna! Torna entusiasmo A bruciare nel mio petto, Turbolenza d’età giovanile, Rivoluzionaria schiettezza. Io, io ti voglio come affamato!

Torna, torna entusiasmo! Riportami alla vita di allora, Giorni consumati al lavoro, Notti dense di sogni Fioriti di fiori rossi.

Torna! Vieni a riempire questo mio vuoto!

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Maschere di Layla Colamartino

BLACKBIRD Un successo di pubblico che ha segnato la scorsa stagione dello Strehler torna nel suo teatro di debutto, nell’ambito di una lunga tournée italiana tuttora in corso. E in smentita alle fosche profezie di Massimo Popolizio (“E’ uno di quei testi che alla novantacinquesima replica ormai ha perso tutta la tensione, rischia di non avere più nulla da dire”: il pomeriggio della novantacinquesima esibizione, appunto) continua a riempire la sala del Teatro Studio, con tre settimane in cartellone ampiamente affollate. Blackbird non è uno spettacolo semplice da accostare. Opera “su commissione”, ma perfettamente riuscita, del drammaturgo scozzese contemporaneo David Harrower, prende spunto dalla cronaca di un caso di pedofilia per indagare una materia scomoda con una prospettiva diversa, urticante anch’essa per molti versi, e soprattutto passibile di facili fraintendimenti al livello di una recensione.

In scena, per breve contestualizzazione, sono Ray e Una, a quindici anni dalla loro relazione, lui al tempo quarantenne, lei dodicenne. Il processo, il carcere, la riabilitazione si pongono al di fuori dello spazio chiuso del palco: tutto il testo scava in “quello che resta”, nelle ferite dell’animo del carnefice e della

vittima di allora, e più inquietantemente dell’uomo e della donna di adesso. Non si pensi a velleità polemiche o scandalistiche: non solo completamente altro era lo sguardo dell’autore, ma ancora più se ne allontana la regia di Lluís Pasqual. Il peso, anche a causa della mutata messa in scena dall’originaria prospettiva centrale a quella sul palco frontale, è concentrato pressoché unicamente sui due protagonisti, che senza pause affrontano se stessi e l’altro tra le quattro mura di quello che potrebbe essere uno squallido ufficio, o un magazzino, e che piuttosto appare un ring, dal pavimento metaforicamente ricoperto di spazzatura. Ma le accuse reciproche si risolvono in accuse alla propria verità intollerabile, e da ultimo ad una verità comune e imprescindibile, il “vincolo crudele e indissolubile” dell’amore tra due esseri umani, in virtù del quale il testo trascende, o meglio rilega a margine, la legge e l’età cui istintivamente si è indotti a pensare. La lotta diventa una penetrazione nelle piaghe dell’animo, in un gioco di ruoli che si invertono e di ambiguità irrisolte e irrimediabili, che lascia profondamente vulnerati e senza risposte. Il merito è tutto da attribuire alle due eccellenti interpretazioni dello straordinario Popolizio e di Anna Della Rosa, che tratteggiano la complessità della psicologia dei protagonisti senza eccedere minimamente in un pathos di maniera, anzi addirittura toccando toni di purissima, spiazzante tenerezza, nel breve monologo di Ray sulla notte dell’abuso. Il tabù mentale è squarciato e dissolto nella descrizione di un personaggio che dal primo all’ultimo verso mantiene salda la propria assoluta credibilità: e certo in virtù anche del calibro dell’attore, è la sua dispe-

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razione a prevalere come portante, tanto nel pianto quanto nell’ira impotente, nel finale, della persona che al pari di ogni altra non può impedirsi di amare. Dall’altra parte, più vibrante nell’azione e nel movimento è la disperazione della Della Rosa, la vittima che pare farsi carnefice e invece esterna efficacemente la tragedia della propria debolezza di donna “abbandonata quando ero innamorata”. L’analisi risulta tanto più lacerante quanto più Ray e Una si impongono allo spettatore come espressioni profondamente umane di un amore malato e inspiegabile, ma perché inspiegabile è ogni sentimento di tale violenza e portata. Per un’indagine di questa acutezza di una “relazione sbagliata” non avrebbe potuto esserci che il palcoscenico, dove le regole e le basi comuni vengono ad assumere un valore differente, ed il rifiuto impulsivo e inconsapevole finisce per crollare. L’urlo d’angoscia di Una con cui il sipario cala potrebbe suggerire uno spunto d’interpretazione, ma in ultimo sulla scena non rimangono che i mucchi di immondizie – tra i quali ognuno dei due ha rinfacciato all’altro la colpa della separazione. La scelta di Harrower di non affermare alcuna verità preconcetta è la stessa che degnamente mantiene la regia di Pasqual, lasciando i protagonisti come sospesi in attesa di un’impossibile assoluzione, ognuno corroso dalla propria colpa non meno che dalle proprie indicibili ragioni. “Lo spettacolo è vivamente sconsigliato ai minori”: lo scrivono dappertutto, è vero, ma stavolta hanno ragione, fidatevi. Ciò non impedisce che sia vivamente consigliato in futuro. Richiede uno stomaco un po’ forte, ma è assolutamente da non perdere.


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Zabaenigmistica Cruciverba di Claudia Rubis

Orizzontali 1. Casa, domicilio. 9. Cloro. 10. Tutt’altro che duro. 11. Numero senza precedenti. 13. Salvatore, il poeta. 16. La lancia chi ha bisogno di aiuto. 17. Sono senza vocali. 18. L’Immanuel, filosofo settecentesco. 19. Si decorano con gli orecchini. 21. Antenati. 22. In latino con l’ablativo è complemento di argomento. 24. Galleggiano in mare. 25. Le hanno Sara e Carlo. 26. Il Marley della musica reggae. 28. Può essere acido o basico. 29. Né oggi né domani. 31. Locale come “Le Fontanelle”. 33. Lo era Afrodite. 34. “O” a Londra. 35. Clero senza consonanti. 36. Tipo di farina. 38. Fiume sacro in Egitto. 39. I tedeschi lo dicono nel negare

Le soluzioni sul prossimo numero!

Verticali 1. H2O. 2. Lo sono i Puffi. 3. Esche per pesci. 4. Morto vivente. 5. International Labour Organization 6. Famosa discoteca milanese in zona Cadorna. 7. Quello finto completava il trucco delle nobildonne. 8. Infradiciare, allagare. 11. Stati Uniti d’America. 12. Locanda, albergo. 14. Associazione Sanitaria Locale. 15. Ha sempre la puzza sotto il naso. 18. un frutto ed un uccello. 20. Discendente di coloni olandesi in Sudafrica. 23. Non sbronzi. 27. Tra A e C. 28. Non è contro. 30. Paradiso terrestre. 32. Colpevole. 34. Non è off. 37. Decisa affermazione.

Sudoku a cura di Stefano Trentani

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Lelebuonerba photography di Michele Buonerba

Abruzzo: Il Cavalluccio

Gioiosa Marina (Sicilia)

Tramonto sul Mar Tirreno (Isola D’Elba)

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#iphoneography# Le mie migliori foto del mese passato fatte e modificate con Instagram

Partenza Sellaronda Colfosco, Dolomiti

Saslong Val Gardena, Dolomiti

Primavera! Via San Marco, Milano

Apertura f/2.4 sull’obiettivo manuale

Segui il mio blog! http://lelebuonerba.com @lelebuonerba su Twitter 17

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Zabaoroscopo

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di Rebecca Zamperini

_Dimmi a che categoria appartieni e ti dirò che studente sei. Leggile, pigro. Purtroppo la nostra addetta agli oroscopi ha dato forfait per scrivere articoli più seri causa crisi mistica e a quanto pare ha passato a me la sacra sapienza stellare. Dopo aver avuto l' investitura di Pizia del Parini ho deciso di non scrivere l' oroscopo, privandovi così dell'unico motivo per il quale sfogliate Zabaione. Tanto si sa, che gli àuguri sono più imprevedibili della nostra politica e più depressi della nostra economia. Sì, dunque, vi aspettavate la solite due pagine occupate dai soliti segni divisi nei soliti amicizia, amore e scuola? Invece no! Sono qui per proporvi qualcosa di nuovo, qualcosa di più fresco della saugella! Oggi infatti, sono qui per scrutare con occhi da Predator i pariniani, dividerli in categorie e giudicarli senza pietà. Dopo tutto siete i nostri lettori, vi voglio bene!

Categoria Uno: belli e fighi ma poco intelligenti Ambo i sessi. Sono i più diffusi (cosa ti aspettavi al Parini?), almeno due elementi per classe. Generalmente si muovono in branchi da tre o più. Le ragazze hanno i capelli costantemente perfetti, preferibilmente di tonalità bionda. Vestite con abiti di marca, ma senza marca ostentata, borsa di pelle, golfino morbido e giacca a vento nera, sono l' apoteosi del casual chic. Come se fosse già facile distinguerle, la maggioranza porta lo stesso modello squadrato di occhiali da vista. I ragazzi hanno un fisico perfetto, munito in alto di una strana appendice tonda, cava al suo interno, e all'esterno decorata con dei lineamenti che gli danno l'aria un macaco appena sceso dal ring. L' abbigliamento è lo standard jeans-maglietta-felpa/golf, occasionalmente sostituiscono il monclair con un chiodo firmato che fa molto “mamma sono un ri-

belle stirami la giacca di pelle”. Ciliegina sulla torta, ghiaccio nella coca-cola, salsa piccante nel kebab, questi deliziosi esemplari hanno persino un motorino. Ed ecco spiegato il mistero dell'aumento di incidenti stradali in zona Brera (no, non sono gli zingari dispettosi portati da Pisapia che fanno lo sgambetto alle macchine). Segni particolari: prefisso “stra-” presente in qualsiasi aggettivo e sostantivo, senza pietà. Esempio: “ho appena comprato uno strasmalto strarosso, è strabello!”

Categoria Due: Esseri superiori born to be classic Si dividono in due parti: una è formata da quei/quelle ragazzi/ ragazze così intellettualmente avanzati rispetto a tutti voi poveri mortali (beh, io sono la Pizia) che debbono per forza tralasciare at-

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tività inferiori come respirare ossigeno all'aperto, favorire lo sviluppo muscolare con attività fisica ed essere irretiti dal tubo catodico, come moderni emulatori di Giacomo Leopardi ed Emily Dickinson. Inoltre, costoro non hanno amici, ma coltivano relazioni epistolari. Non festeggiano i compleanni, ma organizzano simposi. La seconda parte, fornita di senso del dovere, costanza nello studio, interesse alla situazione socioeconomica-politica internazionale, estetica nel vestire, e come se non bastasse simpatia, è troppo concentrata sullo studio per pensare alla conquista del Ministero dell'Istruzione, nonostante le innate potenzialità. A differenza della prima parte, oltre ad avere una consistente vita sociale e una mole di studio non indifferente , riescono anche a frequentare corsi extra- scolastici (riflettendoci risulta palese che il governo stia insabbiando sulla creazione di cloni). Alcuni li detesti cordialmente, altri sono anche simpatici, fino a quando non si la-


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mentano perché il sette e mezzo ha rovinato loro la media. Letture preferite: saggi, romanzi storici, libri di testo e se ti capita quello con la venuzza nerd, anche fantasy.

Categoria Tre : i quartini minorati mentali E' il primo giorno di scuola, arrivi in via Goito ancora rilassato dall'estate, e ti piazzi davanti al Parini con i tuoi amici aspettando che apra. Improvvisamente, li vedi. Dapprima sparsi, poi raccolti in gruppetti. Sono alti due Rocci e poco più, faccino pulito alla Shirley Temple, gli mancano solo lo zainetto dei Gormiti e i braccialettini di Hello Kitty. Il primo pensiero è che abbiano adibito la fantomatica biblioteca del Parini a aule per alunni delle elementari: vi giuro, stavo per an-

dare da un ragazzino dall'aria sperduta a chiedergli: “Ti sei perso bimbo?” Dunque, appreso che sono la nuova generazione di quarta, è ancora difficile abituarsi a vederli scorrazzare per i corridori come un esercito di Dennis la peste, ma con il tempo si accettano come si accettano matematica e scienze al liceo classico. Dolorosamente. E' curioso notare alcuni elementi maschili che si atteggiano da duri e vissuti ragazzi di strada, e per me sinceramente guardarli dall'alto in basso è inevitabile, superandoli in altezza con tutta la testa.

Categoria Quattro: le Minchia Sabbry Rumorose, irritanti, ansiogene, espansive, buffe e casiniste. La loro personalità è il risultato del perenne conflitto nel loro subcon-

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scio tra l' indole di una frivola bimba di dieci anni e la mente di una liceale avviata alla maturità. Sono capaci di metterti ansia solo se le incroci di sfuggita mentre ripassano ossessivamente per l' ora dopo, strillando e camminando per la classe. Nel giro di cinque minuti possono farti il resoconto della loro vita sentimentale dall'asilo a oggi, spiegarti il conflitto arabo israeliano ed enunciare i dodici usi del sangue di drago. Dopo cinque mesi passati ad imparare tecniche di respirazione dai monaci tibetani per mantenere la calma quando ci parlo ho stabilito con successo un rapporto di odio/amore: a seconda della situazione, le trovo irritanti come un duale o adorabili come ciccioso cincillà. Raccomandazione: portati sempre uno specchietto se stai loro vicino, perché quando scoprono che interroga in inglese hanno lo sguardo da Medusa.


Soluzioni dello scorso numero(sudoku e cruciverba):

Grazie_a...

Alla scuola, che ci fornisce i fondi per andare avanti a stampare, e in particolare alla Segreteria d’Istituto. A redattori e collaboratori: Elisa Aliverti Piuri (2B), Francesca Angeleri (5H), Michele Buonerba (1C), Francesca Chiesa (2C), Layla Colamartino (3B), Beatrice Conti (4B), Noemi Dentice (5D), Josephine Ebner (5H), Lorenzo Ghilardi (4D), Simone Lorizzo (5H), Daniele Lunghi (1B), Camilla Nannicini (4D), Tommaso Nannicini (4C), Sara Ottolenghi (3C), Giacomo Paci (5G), Alesia Preite (3C), Claudia Rubis (3C), Anna Spanò (5H), Elisabetta Stringhi (5H), Stefano Trentani (4A), Diana Uvidia (5D), Dario Vaccaro (5B), Rebecca Zamperini (5H). A tutti i nostri lettori ed i nostri fan, senza i quali questo giornalino non avrebbe ragion d’essere!

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Zabaione Anno VI 03 Marzo