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Venezia, idee, stili e storie

L’illustre

World Series 2012

ROTTA SU VENEZIA

Calliandro Editore

Anno 64 n°3 Mensile € 3,90


il sommario cover story Vela su Venezia, arriva l’America’s Cup In laguna ci si prepara per le World Series

p. 26

Catamarani tra San Marco e Lido Le gare

p. 29

Il mito del Moro A vent’anni dai successi all’America’s Cup

p. 32

Storia di una coppa Il trofeo più importante nelle competizioni veliche

p. 36

Alle origini della Louis Vuitton Cup Bruno Troublé le racconta a L’illustre

p. 37

Azzurra, la grande passione La barca che fece scoprire la vela agli italiani

p. 40

Cino Ricci e le bugie all’Avvocato Lo skipper di Azzurra e un’idea nata dal nulla

p. 42

Pelaschier, “una sfida tra pirati” Il timoniere di Azzurra ricorda la sua esperienza

p. 44

il somm


L’illustre Venezia, idee, stili e storie

Vi racconto la storia della mia famiglia Il raduno dei Tagliaferro nel mondo

p. 8

Direttore Editoriale Yuri Calliandro

Le Palais Lumiere Di Monsieur Cardin Un palazzo di 250 metri d’altezza sarà la nuova porta di Venezia

p. 16

Navigando verso Burano Il fotoreportage del mese

p. 18

Alla corte di Diana (Vreeland) Maria Luisa Frisa racconta la direttrice di Vogue

p. 54

Il Centenario della ricostruzione Saluti da Venezia, il campanile di San Marco

p. 64

p. 80

le rubriche A Venezia è World Series-mania, ma già nel 2010 abbiamo visto le prove generali L’ editoriale p. 7

Libri&Co. Idee editoriali per la vostra libreria p. 62 STORIA E STORIE Le origini di Venezia e altri racconti p. 74

mario Foyer Persone, personaggi, e personalità a San Marco e dintorni p. 13 Arts Cultura e affini in città p. 45

In redazione Shaula Calliandro Hanno collaborato Pierluigi Tamburrini, Nadia De Lazzari, Lucio Maria D'Alessandro, Andrea Gion, Maristella Tagliaferro, Savino Liuzzi, Federico Moro, Vera Mantengoli, Carlo Sopracordevole Relazioni Esterne, Commerciale Vanni Gasparato vanni.gasparato@calliandroeditore.it Marketing Cristina Andretta

La vecia barca de San Trovaso p. 58 Microcosmi – Storia di un artigiano itinerante Da Mani Pulite alla Gogna Maurizio Tortorella, incontro con il vicedirettore di Panorama

Direttore Responsabile Daniele Pajar

In copertina Catamarano World Series Ac, foto di Gilles Martin-Raget / www.americascup.com / press office AC Immagini Manuel Silvestri Gilles Martin-Raget / www.americascup.com / press office AC (Catamarni World Series) Carlo Borlenghi (Azzurra) Carlo Borlenghi (il Moro) Gulf (Pellaschier) Carlo Sopracordevole (collezione personale) istockphoto.com Redazione San Marco 4152, 30124 Venezia Telefono: 041 2413030 Fax: 041 5220391 illustre@calliandroeditore.it Editore Calliandro Editore San Marco 4152, 30124 Venezia Telefono: 041 2413030 Fax: 041 5220391 info@calliandroeditore.it Impaginazione Idvisual - www.idvisual.it Tipografia Grafiche Veneziane Abbonamenti: scrivere a abbonamenti@calliandroeditore.it Giornale iscritto al Tribunale di Venezia in data 23 agosto 1949 al n. 58 del registro pubblicazioni del ruolo stampa

Periodico iscritto all’Uspi Unione Stampa Periodica Italiana Numero del Repertorio del ROC. 16878


L’ editoriale

A Venezia è World Series-mania, ma già nel 2010 abbiamo visto le prove generali di Daniele pajar A volte non è possibile avere la percezione di ciò in cui ci si sta per imbattere. Questo credo sia il caso delle versione “mini” della Coppa America che presto vedremo a Venezia. Il fascino di queste imbarcazioni, velocissime, tecnologicamente evolute, mixate con l’atmosfera della primavera veneziana è notevole, ma per capire effettivamente come andranno le cose servirà esserci. Sono in molti che si stanno organizzando con barche di ogni fattura per poter seguire le evoluzioni dei catamarani a bordo campo. Specialmente gli hotel pluristellati e i grandi brand, a partire da Louis Vuitton (e questo per vari fattori come il nuovo negozio in arrivo in città ma anche il legame stretto con la LV Cup, di cui vi raccontiamo la storia nelle pagine seguenti). Insomma, a costo di sembrare poco originali, un evento, questo delle World Series, da non perdere dal vivo. Specialmente per l’atmosfera che nel villaggio velico si respirerà. Probabilmente pochi lo ricorderanno ma nel 2010 bacino San Marco ha ospitato quella che possiamo considerare la puntata zero, il preludio all’arrivo degli americani a vela, attraverso la prima gara della stagione della allora iShare Cup. Che si sia trattato di una sorta di test per l’arrivo in laguna delle World Series allora nessuno se lo sarebbe sognato di dire. Ma con il senno di poi è evidente che portare a Venezia, con una certa discrezione, una pattuglia di catamarani da 40 piedi (circa 13 metri), costruiti con tecnologie particolarmente sofisticate, e con a bordo i team di Coppa America, era già come dire benvenute World Series ma, sai mai, anche qualcosa di più. Un plauso, nello sviluppo di tutta questa vicenda, a partire da quanto visto nel 2010, va alla Compagnia della Vela che con un’esperienza di 100 anni e tanta passione, sta riuscendo a riportare la città a osservare il suo elemento naturale: l’acqua, il vento e le barche. Questa delle World Series è una iniziativa alla quale hanno collaborato molte persone appassionate di vela e di mare: in primis il Sindaco della città, Giorgio Orsoni (che ricordiamo essere anche Presidente della Compagnia della Vela) e il velista Alberto Sonino delegato del Sindaco per l’organizzazione; e proprio sull’ organizzazione dell’evento trovo utile evidenziare un neo: la mancata capacità di riuscire a far percepire la portata dell’evento, con la sua strutturazione, a chi sta oggi a guardare; ma questo, a volerla dire tutta, è un problema intrinseco di Venezia. Come fare? Semplice: bisognerà esserci. Una volta visto l’evento (così come abbiamo visto le World Series a Napoli) e averlo toccato darà la possibilità, sopratutto a chi fa il nostro mestiere, di raccontare in maniera obiettiva e diretta come sono andate le cose. Questo sopratutto in vista del 2013 dato che le World Series torneranno anche il prossimo anno in laguna. E noi contiamo di essere qui a darne nuovamente conto.


Il raduno dei Tagliaferro nel mondo

vi racconto la storia della mia famiglia di MARISTELLA TAGLIAFERRO

Tutto è cominciato da Facebook. O meglio, da mio nonno Umberto. In realtà lui è morto quasi due decenni prima della diffusione di FB ma, ne sono certa, sarebbe stato un accanito fan del social network che ci permette di superare i confini con la facilità di un click. Proprio quello di cui il nonno Bepi (noi lo chiamavamo così, il sabaudo Umberto era solo il nome all’anagrafe) avrebbe avuto bisogno per realizzare il sogno della vita: mettere insieme tutti i Tagliaferro del mondo. “Siamo tanti, in tanti Paesi. Siamo tutti parenti, perché abbiamo un’origine comune, ed è così bello ritrovarsi”, ripeteva. Inviando lettere e usando il telefono, era riuscito a realizzare la prima Festa

Tagliaferro nel 1990: eravamo già un buon numero, ben oltre un centinaio tra figli, nipoti, cugini di vari gradi di parentela, alcuni così lontani che non li avevo mai nemmeno sentiti nominare. Ma il nonno “sapeva” che era solo un inizio, e così lasciò al figlio sacerdote don Rizieri l’incarico di fare della Festa un appuntamento biennale, “un invito da estendere a tutti i Tagliaferro del mondo”. Grazie allo zio don Rizieri, che telefonava a ciascuno dei suoi contatti a ogni compleanno (Mark Zuckerberg deve averlo imitato quando ha inventato i messaggi di buon compleanno in FB), nei due decenni successivi la Festa è cresciuta, fino a raddoppiare il numero dei partecipanti.


La vera svolta però è arrivata nel 2009, con la diffusione di Facebook. Iscrivendomi al social network ho iniziato a ricevere richieste di “amicizia” da vari Tagliaferro che mi erano del tutto ignoti. La cosa m’incuriosiva anche se, lo ammetto, sulle prime decisi di andarci cauta. A far cadere ogni timore è stato The Group of Tagliaferro, un gruppo fondato in FB da Francesco, che ha gli stessi penetranti occhi azzurri del bisnonno Bepi ed è il figlio adolescente di mio cugino Gabriele. Al gruppo s’iscrivevano Tagliaferro di ogni continente, tutti con origine italiana e soprattutto veneta. La presenza dei Tagliaferro, che hanno origini aquitane e catalane, è attestata fin dal primo registro della parrocchia di Campiglia dei Berici (Vicenza), datato 1580: tra i residenti si leggono i nomi di Paul Tagliaferro e di suo fratello Sebastian, proprietari terrieri. Il nonno mi aveva spiegato che alcuni di noi erano emigrati negli anni più difficili del secolo scorso. La cosa iniziò a complicarsi quando nel gruppo di Facebook apparvero le immagini di alcuni afroamericani con un cognome leggermente diverso, Taliaferro senza la G: una differenza che non mi stupiva, visto che GLI non esiste nella lingua inglese. La domanda più interessante era: ma chi sono questi? Feci una veloce ricerca in internet, e da allora il mio mondo è cambiato. O meglio, finalmente è diventato il mondo di mio nonno, cioè si è materializzata la sua visione. Perché noi e i Taliaferro statunitensi, neri e bianchi, siamo davvero parenti. La scoperta arrivò dalle pagine inglesi di Wikipedia, l’enciclopedia online. Vi si legge: “Taliaferro, scritto anche Talifero, Tolliver, o Toliver, è una famiglia prominente dello Stato della Virginia. I Taliaferro (originariamente Tagliaferro) sono una delle prime famiglie che s’insediarono in Virginia nel 17° secolo. Emigrarono da Londra, dove un antenato era stato musico alla corte della regina Elisabetta I”. Wikipedia ricorda le origini del cognome, che sarebbe stato attribuito da Giulio Cesare a un capo dei Galli Cisalpini che si era distinto per integrità e forza, l’unico non-romano a cui Cesare permise di portare le armi in sua presenza. Poi l’enciclopedia online rivela che alle origini della famiglia Tagliaferro si interessò il padre del diritto americano, l’umanista George Wythe: il 10 gennaio 1786 Wythe scrisse all’ex allievo Thomas Jefferson chiedendogli di cercare in Italia lo stemma della famiglia di sua moglie, Elisabeth Taliaferro. Il nome di Jefferson mi fece fare un salto sulla sedia: è a lui che si deve gran parte della Dichiarazione d’Indipendenza e inoltre, con lo stesso Wythe, contribuì in modo fondamentale alla stesura della Costituzione degli Stati Uniti, di cui nel 1801 diventò il terzo presidente. Tra l’altro, è unanimemente riconosciuto per essere stato in assoluto il più colto della lunga serie di inquilini della Casa Bianca. “Jefferson che s’interessa alla storia della mia famiglia… il nonno Bepi aveva proprio ragione!” pensai leggendo, grazie a un link all’American Herald, che il 13 agosto 1786, da Parigi, Jefferson inviò a Wythe i risultati della ricerca, includendo uno schizzo di sua mano dello stemma della famiglia Tagliaferro “snellendone il motto per renderlo più efficace”: l’originale ΟΥ ΔΟΚΕΙΝ ΑΡΙΣΤΟΣ ΑΛΛ' ΕΙΝΑΙ divenne, per scelta di Jefferson, Not to seem, but to be cioè Non sembrare, ma essere. Il carteggio tra Wythe e Jefferson sull’argomento, compresi lo schizzo dello stemma della mia famiglia e il motto che l’accompagna, sono conservati alla Biblioteca del Congresso a Washington D.C. Appurato che il nostro è l’unico cognome italiano nell’elenco delle First Families della Virginia,

quelle che diedero vita al sogno di un Paese libero, prima di iniziare a esplorare le pagine sui tanti Taliaferro che hanno lasciato un segno nella storia degli Stati Uniti – è grazie a loro che la famiglia è considerata prominent – decisi di indagare sulla figura di quell’antenato che era stato musico alla corte di Elisabetta I. Operazione non facile: per fortuna mi hanno aiutato molti dei miei contatti Facebook, che mi hanno scritto quanto è stato tramandato per generazioni e generazioni dai suoi discendenti, e poi documentato dagli storici con precisi riferimenti ai registri anagrafici. Ebbene, Bartolomeo Tagliaferro, “a subject of the Duke of Venice”, cioè “un suddito del Doge di Venezia”, nel 1550 divenne musico alla corte d’Inghilterra. Il 4 marzo 1562 ottenne la cittadinanza inglese e dal 1568 i documenti lo definiscono “Venetian, merchante”. L’1 gennaio 1584 sposò Joane Lane e aprì una taverna in Aldgate Ward: i registri della parrocchia di St. Olave riportano le date di battesimo dei loro nove figli e quella della sepoltura di Bartolomeo Tagliaferro (“Bartlemew Tallifero, a stranger”) il 22 settembre 1601. Oltre a spedirmi la documentazione sui “freddi” dati anagrafici e la trascrizione del ricco testamento di Bartolomeo, i suoi discendenti concordavano nel definirlo un ispiratore – non tanto per la storia personale, ma piuttosto per i tratti e il modo di fare – del personaggio di Antonio, il mercante veneziano in The Merchant of Venice di William Shakespeare. Da anglista decisi di saperne di più e iniziai un’altra ricerca. Rispolverando i miei studi a Ca’ Foscari, trovai un collegamento quasi certo tra il mercante veneziano e il bardo inglese, e decisi di farne un racconto, Bartolomeo, musico e mercante: da Venezia a Shakespeare e nel Nuovo Mondo, che lessi pubblicamente per la prima volta in occasione della Notte di Mezzaestate il 23 giugno 2011, accanto all’albero di Campo Sant’Angelo, ospite della Galleria The Merchant of Venice. La seconda volta il 23 novembre 2011, in occasione di “Veneto – Spettacoli di Mistero”, nella Sala Concerti di Palazzo Pisani, ospite dell’Associazione Amici del Conservatorio. In omaggio a Bartolomeo, che avrebbe portato alla corte d’Inghilterra uno dei primissimi violini, costruito a Venezia da mastro Francesco Linarol, alcuni brani elisabettiani sono stati eseguiti con strumenti barocchi dai bravissimi allievi del Conservatorio Benedetto Marcello sotto la direzione musicale del professor Tiziano Bagnati. Il mio racconto si conclude con la vicenda di Robert Taliaferro, nipote di Bartolomeo, che nel 1647, non ancora ventunenne, lasciò l’Inghilterra sconvolta dalla guerra civile per trovare rifugio in Virginia, dove lo accolse Richard Lee, il fondatore dell’omonima dinastia. Tra le First Families della Virginia, sarebbero stati i componenti delle famiglie Lee, Harrison, Randolph, Washington, Taliaferro, Carter, Catlett e Marshall – nel corso dei secoli più volte imparentate tra loro – a tracciare la storia delle origini del grande Paese. E non solo delle origini. Scorrendo l’elenco dei nomi in Wikipedia e seguendo altre indicazioni bibliografiche che mi sono giunte via FB o attraverso altri forum dai miei “cugini” americani, e leggendo la rivista Taliaferro Times che è pubblicata online, ho scoperto infatti che sono moltissimi i discendenti di Bartolomeo che con le loro svariate attività si sono distinti nel corso dei secoli, fino a oggi. Dall’architetto Richard (padre di Elisabeth, la moglie di George Wythe) al colonnello William, eroe della Rivoluzione Americana, da cui prende il nome la Contea Taliaferro in Georgia. E

Questa storia nasce su Facebook. Ma le cose sono cresciute quando agli italiani si unirono i cugini americani e spuntò la Taliaferro County poi William Booth Taliaferro, considerato una sorta di “Garibaldi del Nord America” per aver combattuto contro il colonialismo europeo nella Guerra Civile Messicana, e il maggiore Lawrence Taliaferro, a cui si deve il Trattato con i Sioux Dakota del 1837: quando il Governo degli Stati Uniti venne meno ai patti, protestò duramente a difesa dei nativi e lasciò l’esercito. Allo scoppio della Guerra di Secessione i Taliaferro, che avevano vaste piantagioni di tabacco e di cotone in Virginia, in Georgia e in altri Stati del Sud, si schierarono con i Confederali combattendo con i gradi di alti ufficiali. La sconfitta, pur provocando gravi perdite anche economiche, non annientò la famiglia che nei secoli è cresciuta diramandosi praticamente in tutti gli Stati Uniti, dalla Virginia sulla costa est fino in California. E mentre numerosi Taliaferro venivano eletti al Congresso e contribuivano allo sviluppo dell’economia, come James Piper che fu uno dei protagonisti della costruzione delle ferrovie e successivamente presidente della Prima Banca Nazionale di Tampa, l’albero genealogico si andava colorando di sfumature diverse, perché nelle piantagioni nascevano tanti Taliaferro figli dei proprietari e delle schiave. Un elemento, quello della schiavitù, che sulle prime mi lasciò davvero sgomenta: quale cittadino europeo del 21° secolo potrebbe mai accettare a cuor leggero di aver avuto “parenti” schiavisti? A soccorrermi sono stati proprio loro, i miei “cugini” – è così che si definiscono – afroamericani. Mi hanno suggerito di leggere l’autobiografia di Booker Taliaferro Washington, che solo da adolescente assunse il secondo cognome, Washington, per rispetto del marito di sua madre. Booker fu la figura dominante della comunità afro-americana degli Stati Uniti dal 1890 al 1915, il primo nero a essere invitato a cena alla Casa Bianca. In Up from Slavery, Booker – che aveva occhi chiarissimi, molto simili a quelli di mio papà Livio – scrisse del padre naturale che non si era mai occupato di lui: “non credo si sia comportato particolarmente male, era solo un’altra vittima del sistema che sfortunatamente la nazione aveva scelto”. Il libro, molto letto tuttora, uscì nel 1901. In quegli anni due belle sorelle bianche, Mabel ed Edith Taliaferro, divennero attrici famose. La minore, Edith, fu protagonista per quattro decenni delle scene di Broadway e girò anche tre film muti, tra cui Young Romance. Aveva battuto sul tempo la sorella, debuttando nel 1896 a soli due anni in Shore Acres e ben presto venne considerata un enfant prodige, non solo dai critici teatrali: si distinse infatti in ruoli shakespeariani che le valsero anche il plauso del mondo accademico. Nel 1904, a dieci anni,


Edith riceveva uno stipendio di 100 $ la settimana dalla George Tyler of Liebler & Company. Mabel invece debuttò nel 1912 come protagonista della prima versione in celluloide di Cenerentola, diventando immediatamente “la fidanzata cinematografica d’America”. Girò il suo ultimo film, My Love Came Back, nel 1940: a Mabel è dedicata una Stella sulla Walk of Fame di Hollywood. A rinverdire le glorie militari della famiglia ci pensava intanto l’aviatore Walter, eroe della I guerra mondiale, al quale sono dedicati i Camp Taliaferro in Texas e quello a San Diego. Poi, durante la II Guerra Mondiale, il generale George Catlett Marshall, “l’organizzatore della vittoria” come lo definì il primo ministro inglese Wiston Churchill, anche se Marshall è ricordato soprattutto per aver delineato quel Piano che porta il suo nome e che gli valse il Premio Nobel per la Pace 1953: la nonna paterna dell’uomo che salvò l’Europa dal nazismo e consentì la ricostruzione era Matilda Battaile Taliaferro. Varie antenate e antenati con questo cognome ci sono anche nell’albero genealogico di Jimmy Carter, il 39° presidente degli Stati Uniti, al quale nel 2002 è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace per le sue “risoluzioni tese a prevenire conflitti in diversi continenti e lo straordinario impegno in favore dei diritti umani”. Dal 1977 la voce del presidente Carter viaggia nello spazio: ha infatti registrato il messaggio inciso sul disco d’oro, lanciato assieme alle sonda Voyager 1 fuori dal nostro sistema solare, messaggio che auspica il “congiungimento in una comunità di civiltà galattiche”. Al Taliaferro invece, che era nato nel Colorado, scelse un’occupazione più “leggera”, diventando disegnatore negli studi Disney: fu l’opera di questo artista, autore per 38 anni delle strisce quotidiane (dal 1931 a due settimane prima della morte nel 1969), a plasmare il carattere dell’irascibile Paperino, testardo, rompiscapole e combina-guai, ma anche audace, per molti l’anti-eroe per eccellenza del 20° secolo, vista la diffusione planetaria. Fu Al Taliaferro a convincere Roy O. Disney – fratello di Walter e co-fondatore della compagnia di Los Angeles – a fare di Paperino una star. Non basta: forse ispirato dal proprio dna, il fumettista decise di creare un’intera famiglia intorno a Paperino e inventò i nipotini Qui, Quo e Qua e Nonna Papera per la quale prese ispirazione da sua suocera. Con altri autori Disney co-creò la fidanzata Paperina, il cugino mangione Ciccio, il sanbernardo Bolivar e l’automobile 313, il professor Pico de Paperis e lo zio supermiliardario Paperon de’ Paperoni. Al Taliaferro figura nell’elenco delle Disney Legends. Non manca nemmeno un illustre esempio nel mondo dello sport: George Taliaferro fu il primo afroamericano ingaggiato da una squadra della National Football League. Giocando sia in difesa che all’attacco divenne ben presto una star: oltre a spezzare la barriera della “Torre d’Avorio”, le sue doti di velocità, versatilità e forza impressero una svolta nel football americano. Convocato inizialmente dai Chi-

cago Bears, dal 1949 al 1955 giocò nei Los Angeles Dons (AAFC), New York Yanks, Dallas Texans, Baltimore Colts e Philadelphia Eagles. Nella successiva carriera all’Indiana University si è battuto a favore dei diritti degli studenti afroamericani con un atteggiamento volutamente positivo. Sua moglie è la celebre giudice minorile Viola J. Taliaferro: vivono a Bloomington nell’Indiana, dove in gennaio George ha festeggiato gli 80 anni. È mancato invece qualche anno fa il dr. William Taliaferro Close, che nel 1976 giocò un ruolo determinante nel bloccare la prima epidemia di Ebola in Africa Centrale: all’epoca era medico personale del presidente Mobuto Sese Seko e responsabile sanitario dell’esercito dello Zaire. Disilluso dalle politiche di Mobutu, diventò “medico di campagna” nel Wyoming esercitando fino a pochi giorni dalla morte. E’ autore di quattro libri. Tra i suoi figli c’è Glenn Close, attrice cinematografica e teatrale: è la celeberrima e pluripremiata protagonista di film che hanno battuto record d’incassi, come Attrazione Fatale e Le relazioni pericolose, impersona la terribile Crudelia Demons nella Carica dei 101. Nel 2011 ha scritto, prodotto e interpretato Albert Nobbs in cui molto coraggiosamente veste i panni di un personaggio diversissimo, una donna costretta a fingersi uomo per sopravvivere con un lavoro dignitoso nell’Irlanda vittoriana: il film, uscito nelle sale italiane nel febbraio 2012, le è valso la quinta nomination all’Oscar. A lei è dedicata un’altra stella nella Walk of Fame di Hollywood. Nel dicembre 2011 ha raggiunto l’età della pensione Ray Taliaferro, che nel 1967 diventò il primo commentatore politico e anchorman afroamericano. Raffinato musicista, si è sempre battuto per i diritti civili. Il suo nome è iscritto nella National Hall of Fame al Newseum di Washington D.C. La National Association of Black Journalists (NABJ) ha intitolato al suo nome un “Premio per lo Spirito d’Impresa”, il “Ray Taliaferro Entrepreneurial Spirit Award”. Tornando a uno dei rami bianchi della mia ar-

ticolata famiglia, Charles Taliaferro è un filosofo e teologo: insegna in Minnesota al St. Olaf College, che appartiene alla Chiesa Evangelica Luterana. Il colonello Jeffrey B. Taliaferro invece comanda la Base aerea di Ellsworth, in South Dakota, sede del 28th Bomb Wing, la più grande unità di combattimento dell’aeronautica militare statunitense con oltre 4.300 tra soldati e civili e 28 aerei, alcuni dei quali hanno preso parte all’Operazione Odyssey Dawn in Libia nel marzo 2011. Tra i miei “cugini” di maggior fascino c’è infine l’afroamericano Adam Taliaferro, che il giorno di Capodanno 2012 ha compiuto 30 anni ma che è conosciuto da oltre un decennio per la sua storia intrisa di fede e coraggio. Dopo aver stabilito vari record in diverse specialità sportive, nel settembre del 2000 Adam subì la rottura della quinta vertebra e una grave lesione spinale durante la sua prima partita di football con i Penn State Nittany Lions, restando paralizzato dal collo in giù. I medici dichiararono che, se avesse superato un difficilissimo intervento, avrebbe avuto il 3% di possibilità di recuperare qualche movimento. Lui promise che ce l’avrebbe fatta. “Con i miei genitori ho fatto un lavoro spirituale molto profondo, poi con i medici un lavoro fisico molto intenso” spiegò nel 2001 quando – a soli 11 mesi dall’incidente – guidò i Penns in campo, davanti a un pubblico record per il Beaver Stadium: quasi 110 mila persone che gli dedicarono un vero e proprio tripudio, come testimoniano le immagini su Youtube. Adam ora è avvocato, presiede la Taliaferro Foundation che aiuta la ricerca sulle lesioni spinali e da gennaio è componente del Gloucester County Board of Chosen Freeholders. Lo scorso settembre ha sposato Erin, una bella ragazza bianca, e le immagini di loro due felici insieme sono tra le mie preferite in Facebook. Credo proprio che avrò molto da raccontare alla prossima Festa Tagliaferro, il 25 aprile 2012 a Peschiera sul Garda. Parlerò tra l’altro della visita della cugina Jackie e di suo marito Gary che vivono in Colorado: l’ottobre scorso c’è stato infatti il primo incontro a Venezia, dopo 461 anni, tra una discendente di Bartolomeo e una Tagliaferro veneta. Sono rimasta davvero stupita per le nostre somiglianze fisiche: Jackie potrebbe tranquillamente passare per sorella di mio papà. Suo fratello Richard e la moglie Liz hanno deciso che non potevano essere da meno: il 6 maggio arriveranno dal Texas, e ci sarà un comitato-Tagliaferro ad accoglierli. Loro hanno invitato tutta la mia famiglia a una Taliaferro Reunion negli States, perché anche i parenti americani si riuniscono ogni due anni: nella bandiera creata per la Festa di Atlanta del 2010 c’è scritto “Strong Roots”, cioè “Radici forti”. Eh sì, il nonno Bepi aveva proprio ragione! In alto, da sinistra a destra: La chiesa di St. Olave, dove si nota il cimitero in cui è sepolto Bartolomeo Tagliaferro (1550-1601) Il Colonnello Richard Lee I (1647), che ospitò Robert Taliaferro al suo arrivo in Virginia George Wythe, marito di Elisabeth Taliaferro Il Generale Lawrence Taliaferro Dade (1785-1842) William B. Taliaferro in una foto scattata durante la Guerra Civile americana Adam Taliaferro, giocatore di football americano In basso a sinistra: l’ultima festa dei Tagliaferro


www.nesting.org Human-Computer Interaction HCI o human-computer interaction è un settore di grande importanza nell'ambito dell'ICT. Nesting offre servizi di studio e realizzazione di interfacce utente applicate ai settori che richiedono l'esplorazione di grandi basi di dati multimediali, arte, cultura, editoria elettronica, archivi storici. La nostra consulenza è basata su una - robusta conoscenza sia delle best practice che dei principali strumenti di sviluppo e dei device disponibili. La particolare cura che viene data all'usabilità degli strumenti interattivi è il punto nodale per qualificare i nostri progetti.

Data Visualization DV o Data Visualization è un settore di interesse per Nesting per via delle sue peculiari ricadute sull'usabilità delle interfacce uomomacchina e per l'attinenza con i settori dell'arte della cultura e dell'esplorazione di grandi database multimediali. Tale disciplina dell'informatica studia la rappresentazione visuale dei dati ed elabora dei modelli grafico-dinamici che permettano una comunicazione efficente e sintetica di relazioni massive. Nesting offre la sua esperienza sia per lo studio che per la realizzazione di sistemi di Data Visualization.

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Foyer

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L’arrivo del nuovo Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia

Tempo di sposi: idee da wedding planners all’Hotel Europa e Regina

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Con le Guide Turistiche alla riscoperta dell’oratorio dei Crociferi L’anno scorso hanno portato 300 persone a vedere la Basilica di San Marco la notte. Spettacolo unico. Per l’anno prossimo l’obiettivo è il tour delle cripte di Venezia. Le cripte, al plurale. Perché non c’è solo quella di San Marco. Ma anche numerose altre, a partire da quella, misteriosa e affascinante, di San Zaccaria. Quest’anno hanno riscoperto un altro gioiellino della Serenissima: l’Oratorio dei Crociferi sorto come parte integrante di un ospizio per donne sole che può essere considerato l’antesignano dell’attuale proprietario della struttura, l’Ire. Facendone uno degli istituti assistenziali più antichi al mondo. L’impianto decorativo dell’Oratorio, eseguito da Jacopo Palma il Giovane alla fine del Cinquecento, lo rende un gioiello di pregio assoluto. Peraltro è, insieme alla Scuola di San Rocco interamente decorata da Tintoretto, l’unico altro esempio di complesso decorativo Rinascimentale opera di un’unica mano presente a Venezia. A permetterne la visita sono state le guide turistiche abilitate, circa 220 in tutto, per l’85 per cento donne, che ogni anno regalano ai veneziani una visita a un monumento non notissimo della città. E che per pubblicizzare le loro iniziative sono ricorsi anche a uno strumento singolare: quello di veicolarla attraverso il noto social network Venessia.com. «È un modo per ringraziare la città – dice Ca-

terina Sopradassi, presidente della loro associazione – e per far conoscere meglio la nostra professione». Aggredita da un abusivismo sempre più invadente e cialtrone. Sarebbe di cinque a uno il rapporto tra guide abusive e abilitate in città. Con un giro d’affari illegale stimabile in 300mila euro al giorno. E, soprattutto, regalando ai turisti perle di ignoranza che non fanno onore alla città. Già da tempo sono divenuti monumenti al trash il ponte dei Sospiri che diventa un più ottimistico ponte di Baci, la Basilica dedicata a San Marco Polo o il Fontego dei Tedeschi così chiamato perché sarebbe stato sede della Gestapo durante la guerra. Tra le new entry la terrificante diagnosi sullo stato di salute dei veneziani, che secondo gli abusivi che guidano gruppi di orientali, morirebbero entro i cinquant’anni a causa dell’umidità. Scongiuri. «Una guida turistica abilitata deve conoscere almeno due lingue straniere, essere laureata e superare uno specifico esame che non è affatto semplice – spiega la presidente – I residenti si lamentano per le troppe comitive che intasano le calli, ma non sanno che spesso gli accompagnatori sono irregolari: di nazionalità cinese, russa, tedesca, francese o greca, si spostano insieme ai loro gruppi, impegnati in tour europei mordi e fuggi che non superano la settimana». E poi dicono che uno si arrabbia. (Pl.T.)


Boutique

ARRIVA LA PRIMAVERA, UN COCKTAIL DA BURBERRY La boutique di Burberry (Calle Larga XX Marzo) dà il benvenuto alla primavera con un cocktail organizzato con la partecipazione de L’illustre: tanti amici per un brindisi a base di champagne con sottobraccio l’inconfondibile trench inglese ideato appunto da Thomas Burberry.

Musica

I VIRTUOSI ITALIANI ALLA CHIESA DELLA PIETA’ Dopo il successo della passata edizione, la Chiesa della Pietà a Venezia torna ad ospitare per la seconda stagione consecutiva I Virtuosi Italiani. Sono 101 i concerti, iniziati il 23 marzo 2012 e in programma fino a gennaio 2013, con cui i Virtuosi Italiani rinnovano la magia di uno dei luoghi più suggestivi di Venezia, la Chiesa della Pietà, memoria del talento musicale di Antonio Vivaldi. Nell’adiacente “Ospedale”, egli operò tra il 1704 e il 1740 come maestro di violino e viola, componendo per le orfane cresciute all’interno dell’Istituzione benefica, straordinarie interpreti dalla fama internazionale. La nuova stagione concertistica de I Virtuosi Italiani alla Chiesa della Pietà è ancora una volta nel segno di Antonio Vivaldi, ma non solo. Come spiega il direttore artistico dell’orchestra veronese, il violinista Alberto Martini: «Eseguiremo le pagine più note e amate di Antonio Vivaldi affiancate da alcuni inediti, in un percorso che racconterà il barocco veneziano ma anche molto altro». Sarà così possibile ascoltare l’integrale de “L’Estro Armonico” op. 3, raccolta di dodici concerti che portarono in tutta Europa la fama del “Prete Rosso”, de “La Stravaganza” op. 4, de “Il Cimento dell’Armonia e dell’invenzione” op. 8, nota per i primi quattro concerti meglio conosciuti come “Le quattro stagioni”, i “Concerti per flauto” op. 10 e I “Concerti per le Solennità” ma anche gli inediti “Concerti di Dresda”, pagine di Nino Rota, W. A. Mozart e “Canta-

te” di Nicola Porpora ritrovate nella Biblioteca del Conservatorio di Napoli e mai eseguite in tempi moderni. «Siamo lieti di riaprire la stagione concertistica presso la Chiesa della Pietà con un’orchestra di consolidato prestigio che nel 2011 ha saputo conquistare l’interesse della città e dei numerosi turisti italiani e stranieri in visita a Venezia», ha sottolineato la Presidente dell’Istituto Maria Laura Faccini. I Virtuosi Italiani saranno anche protagonisti l’11 maggio 2012 della terza edizione del Concerto di Primavera organizzato dall’Istituto Provinciale per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà”, evento che apre le porte della Chiesa della Pietà a tutta la cittadinanza offrendo un concerto  ad ingresso gratuito. In quest’occasione prenderà forma la nuova collaborazione tra I Virtuosi Italiani e lo scrittore veneziano Tiziano Scarpa, autore di “Stabat Mater”, romanzo vincitore nel 2009 del prestigioso “Premio Strega”: le parole del libro lette dallo stesso autore risuoneranno per la prima volta nel luogo a cui sono ispirate, arricchite dalle note di Vivaldi eseguite dai Virtuosi Italiani. La Chiesa della Pietà è anche luogo di interesse artistico-architettonico, con la sua facciata marmorea e il grandioso affresco sul soffitto di Giambattista Tiepolo, “La gloria o L’incoronazione di Maria Immacolata”, eseguito tra il 13 luglio 1754 e il 2 agosto 1755. Per meglio contestualizzare la proposta musicale il pubblico potrà anche visitare il piccolo museo e le cantorie, comprendendo come le orfane vivevano, come erano istruite, e facendo luce su importanti aspetti di un’Istituzione che ha svolto un servizio unico per la città dal XIV secolo.


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Un palazzo di 250 metri d’altezza sarà la nuova porta di Venezia

LE PALAIS LUMIERE DI MONSIEUR CARDIN

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Fare presto. È l’imperativo di fronte al progetto del Palais Lumiere, o se preferite della Torre della Luce, proposta a Venezia da Pierre Cardin. Con un investimento, tutto di tasca sua, da un miliardo e mezzo di euro. Paragonabile, euro più euro meno, al valore di tutte le sue proprietà immobiliari sparse per il mondo, e che è disposto a rischiare per ottenere la liquidità per lasciare un simbolo della sua vita alla sua terra. Una traccia straordinaria per un’esistenza straordinaria. «Cosa volete che me ne faccia di cento case sparse per il mondo quando sarò morto?» taglia corto lo stilista, 90 anni il prossimo luglio. E lo scoglio più grosso per passare dal progetto cartaceo e dai rendering su Cad a far lavorare 10mila persone per realizzare il sogno di una vita, potrebbero essere non i soldi o le difficoltà tecniche, ma le trappole della burocrazia. Ma già Venezia nella sua storia di occasioni perse ne conta fin troppe, su tutte la mancata realizzazione del progetto di Le Corbusier per l’Ospedale Civile, per potersi permettere di non accogliere la propo-

di Pierluigi Tamburrini sta del maestro nato a Sant’Andrea di Barbarana. Che però ha fretta. Ed entro luglio vuole una risposta dalle istituzioni. Altrimenti già ci sono i cinesi pronti ad accoglierlo a braccia aperte per nobilitare un’isola dalle parti di Hong Kong con quella che appare una scultura funzionale più che un semplice palazzo. In linea con le creazioni realizzate in settant’anni di moda dallo stilista che aveva l’obiettivo di unire il gusto dell’arte con la sua fruibilità nella vita di tutti i giorni. «Sono un artigiano – rivendica con orgoglio, che da quattro anni lima il progetto insieme al nipote Rodrigo Basilicati – e mi piacerebbe vedere gli artigiani veneti lavorare per cinque anni a un simbolo, una struttura ad emissioni zero, ecologica, realizzata dove ora si trova lo scandalo di una zona inquinatissima». Ha fretta, Pierre Cardin. Perché gli anni che compirà a luglio, 90, non sono un’età che ti permette di perdere tempo. Ma anche perché è nato in una frazione di San Biagio di Callalta, nel Trevigiano. Il cuore del Nordest operoso, della bareta

fracada e lavurà. Gente che nemmeno sa cosa sia perdere tempo, insomma. E Cardin è di quella pasta. Cortese, gioviale, ironico, ma il carattere è tira e tasi, il motto degli Alpini del battaglione Edolo, che provenivano dalle sue parti e divennero eroi in Russia. Del parón veneto, quello che si è fatto da solo, il maestro che per primo ha inventato il prêt-à-porter già nel ’59 per i grandi magazzini Printemps, ha mantenuto intatta la grinta. Nonostante a due anni sia emigrato con la famiglia in Francia dove lo chiamavano Pierre invece di Piero. «Sono rimasto solo io, tra gli stilisti, proprietario della mia maison, le altre aziende sono di proprietà delle banche» e basta questa frase a testimoniare che le radici non si perdono. E che lo riportano a incaponirsi con Venezia, nonostante realizzare la sua scultura in Cina sarebbe infinitamente più facile. «Voglio farlo a Venezia, è la mia terra – ripete un paio di volte – Voglio la resurrezione di questa Regione, dare una forma visibile alle capacità che ci sono».


rivano a diverse altezze. La struttura, come in natura, non deve dare una sensazione di rigidità mentre i cerchi attorno vogliono ricordare il nastro con cui si avvolge un mazzo di fiori». In realtà lo stilista non è nuovo ad interventi di valorizzazione architettonica realizzati senza scopi di lucro. Possiede in Francia i resti di un castello che era stato abitato dal Marchese de Sade e, dopo averlo restaurato, vi organizza dei festival teatrali. Una sua proprietà nel sud della Francia, poi, è stata dichiarata nel 1998 monumento storico dal Ministero della Cultura transalpino. Si tratta dell’eccentrico “Palazzo delle Bolle” dove tutto è riempito e disegnato con forme sferiche e che Cardin ha valorizzato arredandolo con pezzi di sua creazione, le Sculptures utilitaires. Sculture utili, quindi, come dovrebbe essere la Torre della Luce. Spirito di mecenatismo, insomma, lo stilista lo ha già dimostrato. Ma se gli si chiede se lo si può chiamare Lorenzo il Magnifico, come lo ha definito il governatore Luca Zaia, Pierre Cardin ritrova lo spirito dell’artigiano trevigiano, e ti risponde con un cortese sorriso ironico che si può tradurre come: “Ma va là!”. E se si vuole fare l’avvocato del diavolo, e pungolarlo che in Cina gli costerebbe anche meno, il vecchio leone ti contraddice subito. «Qui ci sono le professionalità per realizzare un’opera del genere – spiega – anche se la realizzassi fuori dall’Europa bisognerebbe chiamare da qui i tecnici e il personale specializzato». Il sogno di una vita, insomma, il simbolo del ritorno di un emigrante andato via quando i genitori, un tempo facoltosi agricoltori, finirono in miseria rovinati dalla Prima Guerra Mondiale. «Non lo faccio per interesse finanziario o commerciale – sottolinea – Anzi, metto sul piatto tutto quello che possiedo, perché sono l’unico proprietario di tutto ciò che al mondo produce con marchio Pierre Cardin». E scatta una stilettata al suo primo titolare. «Non sono come Dior che è solo un marchio, e non è proprietario più di nulla – è la stoccata alla maison di cui divenne primo sarto nel 1947, essendo il vero artefice del New Look, la rivoluzione nella moda attribuita a Dior – Io creo, e non c’è rimasto più nessuno a farlo. Forse solo Armani e qualcun altro sono proprietari delle loro griffe. Ma non c’è nessuno che è nella moda da settanta anni come me. Quelli con cui ho iniziato sono tutti morti». Ma settanta anni di carriera, a quei livelli, non li conduci solo per merito del buon Dio che ha deciso di conservarti tra i vivi. Ma perché sei stato migliore di altri. E Cardin, dopo aver avuto il coraggio di litigare con il blasone della moda dell’epoca per l’invenzione del prêt-à-porter che poi gli hanno copiato un po’ tutti, è stato il primo stilista, sempre nel ’59, ad avere il coraggio di aprire un negozio di alta moda in Giappone. All’inizio degli anni Ottanta, poi, fu il primo a sbarcare in Cina. E in quella che era allora considerata una terra di “sporchi comunisti”, Cardin disegnò, nel 1988, le divise dell’Armata Popolare, che verranno vestite da qualche milione di militari. Solo dopo un po’ tutti gli eserciti del mondo si accorsero che conveniva far creare agli stilisti le loro uniformi, se si voleva dare appeal all’immagine militare. E ora il progetto della Torre della Luce alle porte di Venezia. «Una scultura abitabile» la definisce Cardin. «L’idea risale a quattro anni fa ed è ispirata a un mazzo di fiori – aggiunge – La linea vuole richiamare tre fiori in un vaso, un po’ curvi, che ar-

Il progetto Un miliardo e mezzo di euro. Tanto costerebbe realizzare la Torre della Luce. In realtà la spesa prevista per costruire il palazzo sarebbe di 658 milioni di euro, poco più di un terzo del totale. Il resto andrebbe soprattutto per acquisto delle aree delocalizzazioni degli impianti attivi e demolizione del costruito, con una spesa prevista di 475 milioni di euro. Per i collegamenti con la viabilità, a partire dalle connessioni con la Romea, servirebbero 240 milioni di euro, di cui Pierre Cardin ha detto che si farà carico. Almeno 60 milioni di euro sono previsti per servizi, viabilità interna e per il parco che circonderebbe il complesso. La cifra che però stupisce di più è quella relativa agli oneri di urbanizzazione comunali. Chiunque abbia realizzato o acquistato una casa ricorda quella voce di spesa di qualche centinaio di euro. Al massimo di qualche migliaio, ma già si parla di una villa. Per il Palazzo della Luce si arriva a 39 milioni di euro. Perché il complesso inciderà su 160 ettari di terreni ex industriali nell’area di Porto Marghera, in parte da bonificare. In quello che è attualmente uno dei luoghi più inquinati del mondo potrebbe infatti sorgere una scultura alta 60 piani, con una particolare armonia nello skyline. La sua altezza, infatti, di 244 metri, è pari al diametro della base, grazie alla forma ispirata ad un vaso di fiori. A rafforzare il parallelo i cinque dischi che movimentano la struttura, a intervalli di 13,40 metri l’uno dall’altro, come fossero il nastro che avvolge un mazzo di fiori. La particolare struttura ha anche una funzione pratica fondamentale: convogliare il vento per sfruttare una serie di impianti di produzione di energia eolica. Che, insieme a minori strutture per lo sfruttamento dell’energia

fotovoltaica e geotermica, dovrebbero garantire circa i tre quarti dei consumi del complesso. Facendone un simbolico esperimento di struttura a zero impatto ambientale. Il complesso, attorno a un core di tre torri che conterrebbero gli ascensori, si svilupperebbe con metrature impressionanti: 35mila metri quadrati di aree residenziali, 25mila di alberghi e ristoranti, 115mila mq destinati a servizi, direzionale e commerciale. E attorno sessanta ettari di area verde e 100mila metri quadrati di parcheggi. Molto più rilevanti le cifre sul numero di persone che potrebbero trovare lavoro grazie alla realizzazione del progetto. Per la costruzione verrebbero impiegate almeno 10mila persone mentre 4.500, di cui almeno il 40% ad alta professionalità, troverebbero lavoro all’interno dell’edificio e l’indotto ammonterebbe ad almeno 2000 persone. I tempi di realizzazione potrebbero essere molto brevi grazie a due elementi da non sottovalutare. Uno è l’Expo 2015, con il sogno di presentare il complesso per quella data. Il secondo è ancora più importante. I 90 anni di Pierre Cardin e la sua grandissima voglia di vedere il suo progetto concluso. (Pl.T.)


Il foto-reportage del mese

NAVIGAndo verso burano

foto di manuel silvestri

Una imbarcazione tipica veleggia in laguna davanti a Burano (sullo sfondo spicca il campanile dell’ isola)


Le case di Burano sono coloratissime: un invito a nozze per fotografi da tutto il mondo. Questo particolare modo di evidenziare le case serviva per determinare le singole proprietĂ ; la leggenda dice che servissero ai pescatori che, cosĂŹ sgargianti, potevano vedere le loro case da lontano


Il nome non lascia dubbi: si tratta di una calle molto piccola e la turista orientale lo mette in evidenza giocando anche con il contrasto di colori tra la sua maglia e la casa azzurra. Nella pagina precedente un dettaglio di merletto: la lavorazione tipica dell’ isola offre trame sempre affascinanti realizzate con la sapienza delle donne di Burano


In laguna ci si prepara per le World Series

Vela su Venezia, arriva l’America’s Cup di PIERLUIGI TAMBURRINI

Foto Gilles Martin-Raget / www.americascup.com


L’Arsenale torna alla nautica. Quella dell’America’s Cup, di scena a Venezia tra l’11 e il 20 maggio per il secondo act dell’anno delle World Series. Qualcosa di paragonabile a un Gran Premio di Formula Uno, insomma, in vista della scelta dello sfidante del detentore della Coppa, lo scafo Bmw-Oracle, nella Ci volevano i catamarani utilizzati dal 2010 nell’America’s Cup, tanto diversi dalle barche tradizionali, a far tornare l’Arsenale ad avvicinarsi a quella che è stata la sua funzione di cantiere navale, il più grande d’Europa per almeno mezzo millennio. Certo, nelle sue tese non si produrranno barche, ma almeno tornerà per una decina di giorni ad avere a che fare con la nautica come centro logistico della serie di regate che si svolgeranno in Bacino e di fronte al Lido. «Il grosso della Coppa sarà in Arsenale, dal villaggio tecnico agli approdi nello specchio d’acqua di fronte – spiega il sindaco Giorgio Orsoni, anche appassionato velista e presidente della Compagnia della Vela – Le strutture di supporto saranno alle Tese di San Cristoforo, alle Nappe e in parte degli spazi Biennale, anche per mettere in collegamento le varie parti dell’Arsenale». Insomma, tutta l’ala Nord e Ovest dell’antica struttura. Ed è stata l’occasione per rimettere qualcosa a nuovo. «Sono state risolte le difficoltà per l’utilizzo dell’Arsenale, dovute alle sue numerose proprietà, grazie alla disponibilità di tutti – aggiunge Orsoni, velista e presidente della Compagnia della Vela – Alcuni interventi che si dovevano comunque compiere sono in corso di realizzazione, a costo zero, in quanto pagati interamente da sponsor e organizzazione». Ancora di lavoro ce n’è da fare, ma gli organizzatori si dicono fiduciosi. «Lavorare con i veneziani è eccezionale – dice Bruno Enrick, rappresentante dell’America’s Cup in Europa – La città e gli organizzatori stanno facendo un ottimo lavoro». Saltata però l’idea di un ponte sul bacino che divide l’Arsenale, per metterne in comunicazione le due parti. Ipotesi affascinante, perché avrebbe fatto tornare a due bacini di carenaggio, come un tempo, e per la quale Orsoni ipotizzava di utilizzare la struttura utilizzata come ponte votivo per la salute. «Lo spazio acqueo servirà tutto per permettere ai catamarani di essere ormeggiati alla ruota, cioè al centro del bacino – aggiunge il sindaco – in quanto non si smonterà ogni volta l’ala rigida che serve loro da vela e quindi dovranno avere la possibilità di brandeggiare in ampi spazi».

LE BARCHE L’ala rigida è solo una delle particolarità delle nuove barche utilizzate per la Coppa America, i multiscafi che hanno debuttato nel 2010, praticamente imposti da una serie di pronunciamenti giudiziari, per la sfida tra il defender Alinghi e Bmw-Oracle. A Venezia scenderanno in acqua catamarani AC45, di 13,50 metri di lunghezza e dotati non più delle tradizionali scotta e randa, ma di un’unica vela, l’ala rigida appunto, realizzata con tecnologia simile a quella delle ali degli aerei, di 85 metri quadrati di superficie. L’ala rigida consente di regalare a velocità anche tripla rispetto a quella della forza del vento, quindi in laguna si potranno raggiungere tranquillamente velocità prossime ai 50 chilometri orari. Un assaggio di quanto avverrà a San Francisco, dove le finali di Louis Vuitton Cup e la sfida conclusiva di America’s Cup si correranno sugli AC72, catamarani di ben 22 metri di lunghezza e con un’ala alta 40 metri e una superficie di 260

finale del prossimo anno a San Francisco. E per quelle date sono già 300 le camere d’albergo occupate da membri dello staff mentre «possiamo stimare in 10mila al giorno le persone che verranno a Venezia per assistere alle regate» secondo Alberto Sonino di Vento di Venezia, delegato dal sindaco all’organizzazione.

mq. A sostenere un tale marchingegno non potevano essere, infatti, scafi tradizionali, ma servivano dei multiscafi. Facendo perdere l’eleganza di scafi tradizionali come quelli di Azzurra o del Moro di Venezia, per guadagnare in velocità e prestazioni.

CAMPI DI REGATA Nella sua lunga storia, da quell’inizio nel 1851 che ne fa il trofeo sportivo più antico al mondo, è la prima volta che si concepiscono classi di imbarcazioni solo per la Coppa America. «Il precedente regolamento sul tipo di imbarcazioni da utilizzare, l’International Rule, quello del Moro o di Luna Rossa per capirsi, era valido anche per altre regate e per un periodo anche per le Olimpiadi – spiega Claudio Maletto, progettista di yacht e designer di Luna Rossa – il nuovo regolamento per multiscafi è specifico per l’America’s Cup». E proprio il multiscafo di Luna Rossa, unico italiano, è il più atteso tra gli undici che gareggeranno a Venezia, provenienti da nove nazioni. Oltre all’Italia rappresentati equipaggi di Cina, Corea del Sud, Francia, Nuova Zelanda, Spagna, Stati Uniti e Svezia che competeranno su percorsi a “bastone”, brevi e veloci, adatti quindi alle riprese televisive, i cui diritti per l’Italia sono stati acquistati da Mediaset, e alla visione degli spettatori dalle barche che, come sempre, fanno da corona alle gare. Il concetto di «vela da stadio» quindi, come lo definisce Paul Cayard, il baffuto skipper del Moro e tra i maggiori propugnatori della nuova formula di regata. «Un campo di regata sarà in mare aperto, di fronte al Lido, con boe poste poco a sud del molo di San Nicolò e quasi di fronte al Des Bains – spiega Sonino – L’altro in laguna, tra Sant’Elena e San Zaccaria». Percorso decisamente originale, quest’ultimo, per gli standard usuali di Coppa America, e che potrebbe essere il più tecnico e spettacolare. Oltre alle classiche sfide uno contro uno, sono previste anche regate di flotta e speed trial, cioè prove di velocità su distanza brevissima, di circa 500 metri.

LE ATTESE «La città si aspetta molto dalla Coppa America, non vorrei dire troppo – riconosce Orsoni – Certo, se andrà bene, e deve andare bene, a tutti sembrerà una cosa semplice, quasi una cosa dovuta, ma in realtà l’organizzazione è complessa». Ancora in fase di soluzione la questione del numero degli approdi necessari ai numerosi yacht attesi per assistere alle gare. Tanto che ha superato la cinquantina di prenotazioni anche un ormeggio ancora non aperto, il Marina Santelena, ex cantiere Celli. Dove si lavora giorno e notte per aprire a maggio con un centinaio di ormeggi per barche dai 10 ai 50 metri in un’area che era stata di fatto abbandonata dopo la tromba d’aria che nel 1970 distrusse i capannoni. La posizione è decisamente perché una delle boe del percorso in Bacino sarà proprio di fronte e anche per questo per il ritorno della Coppa America a Venezia, nell’aprile dell’anno prossimo, dovrebbero essere pronti ristorante, supermercato e beauty farm. E l’inserimento di Venezia nel circuito internazionale della vela fa tornare a parlare del progetto di un porto turistico e dell’ipotesi dell’ex idroscalo sull’Isola di Sant’Andrea come sede. «È stato già uno dei progetti principali della mia campagna elettorale e la Coppa America è decisamente un buon test in questa direzione – sottolinea Orsoni – La vela non solo porta turismo di qualità, ma ha bisogno anche di maestranze specializzate che potrebbero rinvigorire il tessuto artigianale della città».

Sopra: Alberto Sonino, delegato dal sindaco di Venezia all’organizzazione dell’evento World Series; accanto il primo cittadino Giorgio Orsoni appassionato velista


A Venezia, in un campiello da sogno, a un passo da Calle Larga XXII Marzo

Zora, atelier di luce ed arte

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Foto Gilles Martin-Raget / www.americascup.com

Ecco le gare

CATAMARANI tra San Marco e Lido


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Le America’s Cup World Series di Venezia sono il risultato dell’impegno, oltre che del Comune di Venezia e del Sindaco Giorgio Orsoni, di tutti gli enti locali che, grazie ad un gruppo di sostenitori privati facenti capo a Thetis, società per la ricerca e le tecnologie marine, hanno creduto in questa importante iniziativa. Nove giorni di grande spettacolo non solo sportivo in una cornice unica al mondo; questo offriranno le America’s World Series di Venezia che del 12 al 20 maggio vedranno i velocissimi catamarani AC45 affrontarsi su due campi di regata davvero a portata di pubblico. Undici team in gara, provenienti da nove Nazioni e composti dai migliori velisti al mondo tra cui quelli di Luna Rossa, unica barca italiana in gara, si scontreranno in regata di flotta, in match race (duelli uno-contro-uno) e negli spettacolari Speed Trial (prove di velocità su basi di 500 metri) su due specchi d’acqua: in Bacino San Marco, davanti a Palazzo Ducale, e in mare aperto, davanti a un altro simbolo di Venezia, il Lido, l’isola dello sport e dei grandi spettacoli. Le America’s Cup World Series di Venezia sono il risultato dell’impegno, oltre che del Comune di Venezia e del Sindaco Giorgio Orsoni, di tutti gli enti locali che grazie ad un gruppo di sostenitori, privati facenti capo a Thetis, società per la ricerca e le tecnonologie marine, che ha creduto in questa importante iniziativa. Quella che si svolgerà dal 12 al 20 maggio è infatti la prima della due tappe che Venezia ospiterà; la seconda sarà di scena in Laguna anche l’anno prossimo, dal 13 al 21 aprile 2013. L’appuntamento velico, che si inserisce come nuovo evento nel ricco calendario delle manifestazioni veneziane, sarà inoltre l’occasione per una serie di iniziative che avranno come obiettivo la sostenibilità e la difesa dell’ambiente. Oltre a puntare a essere un evento «a impatto zero» e «zero carbon», attraverso un rigido controllo di emissioni e l’utilizzo di materiali riciclabili, le America’s Cup World Series e tutti i suoi partecipanti inclusi gli organizzatori locali sono impegnati nel progetto Healthy Ocean Project, per la difesa degli oceani, che vedrà i protagonisti direttamente al lavoro a Venezia per un intervento di protezione dell’ambiente marino.

Per il pubblico Le America’s Cup World Series di Venezia saranno davvero a portata di pubblico. Per seguire le regate al Lido, un cerchio di imbarcazioni (accrediti obbligatori) consentirà di seguire da vicino le regate, sull’isola del Lido saranno allestiti punti informativi e zone per l’osservazione, mentre saranno Piazza San Marco, San Giorgio e le rive vicine, a fare da spalti per le prove in Bacino San Marco. Inoltre sono previsti maxi schermi per seguire in diretta le regate, concerti, prove di vela tradizionale e altre manifestazioni destinate al pubblico che potrà conoscere da vicino i protagonisti dell’ACWS nel villaggio che accoglierà le basi delle squadre nell’Arsenale. Una struttura nata nel 1100 che, dopo aver costruito le navi che fecero la storia di Venezia, accoglierà ora le

barche dell’America’s Cup e domani, oltre ad ospitare le attività culturali della Biennale, eseguirà la manutenzione e la gestione del sistema MOSE per difendere Venezia dalle acque alte, in corso di avanzata realizzazione. Grazie alla disponibilità dell’Agenzia del Demanio, del Ministero della Difesa, ed alla collaborazione della Marina Militare, dell’Istituito Militare di studi marittimi, della Fondazione Biennale, del Magistrato alle Acque e di Thetis società per la ricerca e le tecnonologie marine, e delle imprese che la compongono Mantovani, Grandi Lavori Fincosit e Condotte, la culla della marineria veneziana sarà così aperto al pubblico che, oltre a ammirarne la bellezza potrà, attraverso un grande evento internazionale apprezzarne la valorizzazione e la riqualificazione in atto.

Catamarani in gara a San Marco nel 2010

Il calendario Le regate si svolgeranno dalle ore 14 alle 17 circa, su due percorsi: uno in mare aperto, davanti a San Nicolò del Lido (percorso 1), e uno in laguna (Bacino San Marco), tra l’isola del Lido e Piazza San Marco (percorso 2). Il programma, che può essere soggetto a cambiamenti per le condizioni meteorologiche, è il seguente: Venerdì 11

Allenamenti e prove

Sabato 12

Match race (sfida tra due barche)

Percorso 1

Domenica 13

Regata in flotta

Percorso 1

Lunedi 14

Riposo e manifestazioni collaterali di voga veneta e vela al terzo

Martedi 15

Riposo e manifestazioni collaterali di voga veneta e vela al terzo

Mercoledi 16

Regata in flotta

Percorso 1

Giovedi 17

Regata in flotta

Percorso 1

Venerdi 18

Prove di velocità e regata di flotta

Percorso 2

Sabato 19

Match race

Percorso 2

Domenica 20

Speed Trial (prove di velocità) e regata di flotta

Percorso 2

Dal 12 al 20 maggio aprile la città non solo sarà il palcoscenico di un grande evento sportivo, ma anche il luogo dove rilanciare Venezia come città dello Yachting e soprattutto proporre e sottolineare l’esigenza di un nuovo rapporto con il mare e più in generale con l’ambiente naturale. Il tutto attraverso l’esaltante contrasto tra la tecnologia di imbarcazioni avveniristiche come gli AC45 impegnati nel Trofeo mito della vela, e un patrimonio ambientale e architettonico unico al mondo come quello di Venezia con la sua storia indissolubilmente legata al mare. Info su www.americascup. com (Pl.T.)

Dal 12 al 20 maggio la città capitale del sailing mondiale


Il palmares In trenta regate tra il 25 gennaio e il 9 aprile 1992, il Moro di Venezia V vince 21 volte. Poi arrivò la storica finale di Louis Vuitton Cup contro New Zealand e la vittoria in rimonta 5 a 3 dopo essere arrivati sotto 3 a 1 anche per un uso scorretto del bompresso da parte dei kiwi. Soprattutto è stata l’unica barca italiana a vincere una regata nel match finale di America’s Cup, tra il 9 e il 16 maggio 1992. Alla seconda regata era testa a testa con America 3 a pochi metri dall’arrivo quando Paul Cayard, lo skipper del Moro di Venezia V, ebbe un’idea geniale: allentò di colpo il tangone dello spinnaker in modo che la vela volasse oltre la prua, tagliando la linea di arrivo un soffio prima della barca americana. Anche se America 3 poi vincerà 4 a 1 e “nell’America’s Cup non c’è secondo”, la barca rossa del 1992 era ormai entrata nella leggenda.


A vent’anni dai successi all’America’s Cup

il mito del moro Un mozzo di Pellestrina all’origine dell’avventura del Moro. E un circolo velico che è capace anche di dire di no al grande capitano d’industria. Spesso nella Coppa America, nonostante i miliardi che ci girano attorno, intervengono degli attori insospettabili. Con singolari vicinanze tra classi sociali diverse forse proprio in nome della fratellanza tra gente di mare. E a portare la Compagnia della Vela a divenire, grazie al Moro di Venezia, il primo circolo velico non anglosassone a vincere la Louis Vuitton Cup e l’unico italiano ad aggiudicarsi una

sfida nella finale di Coppa America, fu un vecchio marinaio di Pellestrina, Angelo Vianello, scomparso pochi anni fa. Che fece da tramite tra il presidente della Compagnia di allora, Giulio Donatelli, e il proprietario dell’impero Montedison Gardini. «Personaggio incolto ma di grandissima umanità, Vianello era stato mozzo alla Compagnia della Vela quando aveva 15 anni, negli anni Cinquanta – racconta Corrado Scrascia, memoria storica della Compagnia – poi è più il tempo che ha passato sulle barche che a terra per finire a fare il pilota degli yacht di Gardini».


Era lui che timonava il Moro II, versione da crociera della barca da cui Gardini a San Diego seguiva le imprese di Paul Canard, timoniere del Moro da competizione, che tennero sveglia l’Italia nelle notti della primavera del 1992. E fu lui a presentarsi alla sede della Compagnia ai Giardinetti Reali un giorno dell’autunno del 1988 per parlare con Giulio Donatelli, scomparso poco più di un mese fa a 98 anni e per oltre dieci presidente della Compagnia della Vela. Per presentargli un’idea ai limiti dell’incredibile. «Ad un certo punto mi dice “andemo fora” e mi accompagna sotto i portici del caffè Florian, e mi chiede se ritenevo che la Compagnia fosse disponibile ad entrare nella sfida di Coppa America – ricordava Donatelli in un’intervista concessa a Scrascia e pubblicata nel volume per il centenario della Compagnia – Alla mia risposta “ma cosa ti te sogni?” mi risponde “perché mi son el mariner del dotor Gradini e a lu ghe piasaria far sta roba” con una barca preparata e costruita da lui, el me paron». Vianello lo chiamava sempre così, el me paròn. L’abboccamento era stato ai limiti del surreale ma ormai il sasso nello stagno era stato tirato. Donatelli accerta che la proposta è vera e in tutta fretta convoca una riunione dell’assemblea dei soci per il 3 novembre 1988. Gardini ha bisogno di appoggiarsi a un circolo velico per rispettare le regole della competizione che prevedono una sfida tra yacht club. E avrebbe scelto la Compagnia. Entusiasmo ma anche preoccupazione tra i soci. Soldi in cassa per sostenere un impegno del genere non ce ne sono. Si delega il presidente di capirci qualcosa di più. «Pochi giorni dopo vengo invitato a Ca’ Dario – aggiunge Donatelli – ed incontro Raul Gardini che mi espone la sua idea della sfida italiana alla Coppa America». Gardini ha preso molto sul serio la sfida. Inizia a venire praticamente ogni fine settimana a Ca’ Dario, il palazzo che ha acquistato sul Canal Grande e che si dice porti sfortuna a chi lo possiede. «Ci raccontava con molta piacevolezza, tra una sigaretta e l’altra, le sue vicissitudini di mare e di caccia lagunare – prosegue Donatelli – e cominciava ad illustrare quali erano, secondo lui, le necessità per la costruzione della barca, i problemi del rimessaggio della stessa a Venezia, la ricerca degli equipaggi». Soprattutto Gardini assicura che ci mette i soldi. E se l’atto della sfida a San Diego è firmato da Donatelli il robustissimo assegno che lo accompagna, richiesto dall’organizzazione come cauzione, porta la firma di Gardini. Il proprietario di Montedison si sbilancia anche a sognare una possibile vittoria della Coppa America assicurando che un’eventuale sfida da defender l’avrebbe svolta in Adriatico. Rifiutando però le proposte del circolo velico della sua Ravenna di avere un ruolo nell’avventura. «Gardini d’altra parte non nascose mai che a spingerlo verso Venezia erano anche gli interessi che aveva in città – spiega Scrascia – si aspettava non solo un forte ritorno mediatico per Montedison ma anche per le ricerche sui materiali compositi al cantiere Tencara». E furono proprio quei cantieri a realizzare il Moro V, che effettivamente disputò la Coppa America, con delle innovazioni sostanziali: l’utilizzo del carbonio per la coperta stratificata in kevlar-carbonio che ricopriva lo scafo di alluminio mantenendo un’estrema leggerezza, sistema già sperimentato per il Moro II, ma anche per l’alberatura. Il carattere dell’uomo era comunque quello che era. E lo stava portando

Scheda tecnica Sloop realizzato sulla base dell’IACC rules

Sovracoperta:Layout 1

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Pagina precedente: Il Moro di Venezia ( foto Carlo Borlenghi)

Compagnia della Vela Venezia

1911-2011

Euro 60,00

La copertina del volume edito per il centenario della Compagnia della Vela

STUDIOLT2

Skipper: Paul Pierre Cayard Tattico: Tommaso Chieffi Navigatore: Enrico Chieffi/Robert Hopkins Equipaggio: 16 persone

10:47

verso una gaffe clamorosa. «Ho incontrato Gardini un paio di volte ed era un uomo franco, senza doppiezze, insomma un vero skipper – ricorda l’avvocato Pier Vettor Grimani, attualmente tra i vicepresidenti della Compagnia – Certo, del condottiero aveva anche la prepotenza, anche se spiace un po’ dirlo visto che poi la sua è stata una storia triste». E fu proprio Grimani a gestire quello che sembrava un atto di prepotenza del capitano ravennate: la richiesta di iscrizione di 105 suoi sodali alla Compagnia della Vela. Assumendone di fatto il controllo. «All’epoca la Compagnia aveva meno soci di ora, attorno ai 350, forse 400 – ricorda Grimani – Alle assemblee anche oggi quando ci sono 120 soci è andata bene. Iscriverne così tanti dei suoi voleva dire prendersi la Compagnia». Ma a Venezia non ci stanno. E per l’autonomia del loro circolo sono disposti anche a mandare tutto a monte. «Fui io a presiedere un’assemblea dei soci all’Ateneo Veneto su questo punto – aggiunge – Un’assemblea rovente, una parte ampia dei soci protestò contro l’iniziativa di Gardini che, per la verità, faceva pensare a una cosa sola». E a cedere fu il capitano d’industria. I suoi uomini ritirarono la richiesta di adesione alla Compagnia della Vela, Gardini assicurò che non aveva nemmeno alcuna intenzione di arrivare alla presidenza del circolo. Insomma, scese a più miti consigli pur di avere Venezia al suo fianco. Un paio di anni dopo, l’11 marzo del 1990, in Bacino San Marco di fronte alla Compagnia della Vela, veniva varato il primo dei cinque esemplari del Moro. La regia della cerimonia fu di Franco Zeffirelli con musiche composte appositamente da Ennio Morricone. La sede della Compagnia venne invasa da giornalisti e cameraman. Il Cento anni di storia, agonismo, tradizione ritorno di immagine fu al di là di ogni aspettativa. La sfida veneziana alla Coppa America era cominciata davvero. (Pl.T.) Cento anni di storia, agonismo, tradizione – 1911-2011

Progettista: German Frers Costruttore: Cantiere Tencara – Porto Marghera – Venezia Tempi di costruzione: febbraio – luglio 1982 Materiale di costruzione: fibra di carbonio su un’anima di Nomex Varo: Venezia, 11 maggio 1990

7-12-2010

Ridotte ad attrazioni turistiche, disalberate, messe in vendita su Ebay. Mette un po’ di tristezza, nel ventennale dell’impresa del Moro di Venezia, andare a cercare dove sono finiti i suoi cinque scafi progettati dall’architetto argentino German Frers e varati tra il ’90 e il ’91 per partecipare alla 28° edizione della Coppa America. Hanno fatto una brutta fine anche i cantieri Tencara dove erano stati realizzati. Nel 2003, l’anno dopo aver realizzato Mascalzone Latino, i cantieri sono stati chiusi. Quasi che la maledizione di Ca’ Dario – l’edificio rinascimentale sul canal Grande comprato da Raul Gardini e poi venduto dalla figlia Elisabetta che si dice sia fatale per chi lo possiede – abbia colpito anche loro. Venduto su Ebay nel 2006 è stato il Moro I, varato a Venezia nel 1990. Pare che ora dimori in Canada, a Vancouver. È rimasto invece in Italia il Moro II, la barca utilizzata da Gardini anche per le crociere. È stato acquistato dall’industriale Maurizio Vecchiola, dimora a Monfalcone anche se spesso lo si vede in giro e recentemente ha anche fatto tappa a Venezia. Il Moro III è diventato un mezzo monumento nazionale per l’America’s Cup. Dopo che era passato di mano numerose volte, lo ha infatti acquistato il management della competizione per utilizzarlo come barca vip nelle regate a Valencia. Il Moro IV è in qualche maniera tornato a casa. Varato a San Diego, dove venne utilizzato come barca di allenamento prima della Louis Vuitton del ’92, è stato acquistato dal circolo velico della città californiana e ora fa bella mostra di sé accanto alla vecchia rivale di Azzurra, Stars & Stripes. La sua struttura ha mostrato tutta la fragilità di queste barche con un recente, spettacolare disalberamento. Il Moro V, quello che ha effettivamente gareggiato, è anche lo scafo che ha avuto la vita più travagliata. Passato di mano varie volte, lasciato a marcire in qualche rimessaggio, è stato alla fine acquistato dal suo vecchio avversario, Bill Koch, che lo ha restaurato. Ogni tanto gareggia di nuovo contro America 3 in occasione di cerimonie ed esibizioni.

Compagnia della Vela – Venezia

Lunghezza totale: 22,90 metri Lunghezza della linea di galleggiamento: 18,10 metri Baglio: 5,50 metri Pescaggio: 4 metri Altezza dell’albero: 32,50 metri Superficie velica: 326,6 metri quadrati Area dello spinnaker: 425 metri quadrati Stazza: 24,500 tonnellate

Dov’è il Moro?

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Il trofeo più importante nelle competizioni veliche

Storia di una COPPA

A

Appena uscita di casa è stata aggredita. Ha passato 132 anni, dal 1851 al 1983, nella bacheca del New York Yacht Club. Che dopo aver vinto la prima volta con la goletta “America” la “Queen’s cup”, la coppa della regina, le ha dato il nome della prima barca vincitrice, America’s Cup appunto, e l’ha difesa per altre 24 volte, la più lunga serie di vittorie nella storia dello sport. Poi dal 1983 ha iniziato a passare di mano finché nel marzo 1997 un folle, tal Benjamin Nathan, si introdusse nei locali di Auckland del New Zealand Yacht Club, allora detentore del trofeo, e la prese a martellate, giustificando l’attacco con ragioni politiche. I danni causati erano così grave che si temette che la coppa fosse irreparabile. E si dovette riportarla dove era nata, nella casa argentiera Gerrard che l’aveva realizzata nel 1848, dove, in tre mesi di faticoso lavoro, riuscirono a riportarla alle condizioni originali. Gli orafi inglesi non si fecero pagare solo perché era l’America’s Cup, la loro creazione più nota. Anche se forse quello non è l’unico esemplare al mondo. «Leggenda vuole che oltre all’originale, i gioiellieri della corona che la realizzarono ne fecero anche una copia – racconta Antonio Vettese, giornalista esperto di vela – che oggi si troverebbe sul caminetto di casa di Ted Turner, uno dei protagonisti della competizione». In ogni caso la coppa, realizzata in argento, costò 100 sterline a un certo William Paget che, appena nominato marchese di Anglesey dalla regina Vittoria, la comprò per regalarla al Royal Yacht Club britannico per acquisire benemerenze nell’alta società. Gli inglesi la misero in palio per una regata attorno all’isola di Wight, organizzata in occasione dell’Expo di Londra, in cui 14 scafi britannici ricevettero la sfida della goletta americana armata dall’industriale John Cox Stevens. Mal gliene incolse. Gli yanke-

Il profilo della Coppa America simbolo della più famosa tra le competizioni veliche nel mondo es, sia pur con una bella dose di fortuna, diedero 8 minuti di distacco al primo degli inglesi, lo sloop Aurora. E alla richiesta della regina Vittoria su chi fosse arrivato secondo, qualcuno le rispose con la frase che diverrà il motto della competizione: «Her majesty, there’s no second». Non c’è secondo. Gli americani non solo si portarono la Coppa, gli diedero non solo il nome ma anche i soprannomi, da Coppa delle cento ghinee, confondendo il suo prezzo che non fu in ghinee ma in sterline, fino al più pacioso “Auld Mug”, vecchia teiera, scritto alla scozzese. Sfide dall’Inghilterra ne sono arrivate. Quasi una coazione a ripetere quella di sir Thomas Lipton, quello del tè per capirsi, che dalla fine dell’Ottocento agli anni Trenta del Ventesimo secolo di sfide ne lanciò ben sei, sempre con barche

chiamate Shamrock. Forse era il nome della barca che portava male, ma non ci fu nulla da fare. Ma a Lipton evidentemente andava bene lo stesso. Inventore della sponsorizzazione, apponendo per primo il nome dell’azienda sui carrettini che portavano in giro il tè, aveva capito che l’America’s Cup dava un ritorno di immagine e di pubblicità alle sue attività che compensava le sconfitte. Non solo gli americani se la sono tenuta stretta finché hanno potuto, ma quando l’hanno persa è passata ad ex colonie britanniche, dall’Australia alla Nuova Zelanda, fino ai montanari svizzeri. Mentre in Inghilterra, nazione che sulle vele ha costruito secoli di fortune, è tornata solo per essere riparata. Ma mai perché conquistata da un equipaggio di Sua Maestà. (Pl.T)

Quanto costa vincere la Coppa America ANNO BARCA TITOLARE

1851 1893 1937 1967 1983 1987 1992 1995 2000 2003 2007 2010

Goletta America Vigilant Ranger Intrepid Australia II Stars & Stripes America3 – Moro Black Magic Luna Rossa Alinghi Alinghi BMW Oracle

J. Cox – Stevens C. Olivier H. Vanderbilt B. Mosbacher Bond – Betrand Conner Koch – Gardini Peter Blake Bertelli Bertarelli Bertarelli Larry Ellison

COSTO AL TEMPO (IN DOLLARI)

20mila 100mila 600mila 1milione 14milioni 25milioni 100milioni 38 milioni 60milioni 90milioni 100milioni 200milioni

COSTO AL CAMBIO ATTUALE (IN EURO)

400mila 1 milione 750mila 7milioni 5milioni 33milioni 36milioni 140milioni 41milioni 70milioni 90milioni 90milioni 180milioni


Alle origini della Louis Vuitton Cup Il 1983 è stato l’anno di svolta nella storia ultracentenaria dell’America’s Cup. Passando dal prima, una competizione amatoriale tra un paio di yacht club vinta sempre dai newyorkesi. Poi un circuito sempre più esteso di regate, con estensione virtualmente infinita, in cui primeggiano neozelandesi, australiani, addirittura svizzeri e si mettono in luce italiani, cinesi, svedesi. E anche gli americani che vincono non sono più di New York ma anche di San Diego o di San Francisco. In mezzo, causa di questa rivoluzione copernicana, la nascita della Louis Vuitton Cup per selezionare lo sfidante con una serie di regate di avvicinamento alla finale. Che permettono, a chi effettivamente sfiderà il defender, di maturare esperienza e di avere concrete chanche di vittoria. Come è avvenuto quattro volte su sei dalla nascita della Louis Vuitton dopo che, per 132 anni, un challenger non aveva mai battuto il detentore. Il merito è di un vecchio leone della vela francese, definito spesso il primo impresario nella storia della Coppa dalle cento ghinee. Bruno Troublè, nato a Versailles nel ’45, una bella carriera olimpica negli anni Sessanta – Settanta. E poi il passaggio alla Coppa America. Con gli scafi del barone Bich, quello delle penne a sfera battezzate con il suo nome ma senza l’acca finale, per capirsi, che già nel 1970 riuscì a far introdurre un embrione di serie eliminatoria. In Coppa Troublè ha detto la sua senza mai arrivare alla sfida finale, anzi regalando ad Azzurra la prima vittoria di

una lunga serie, contro France III. «Quando sei lì, alla Coppa America, conti non ne fai – ha detto al suo vecchio avversario Cino Ricci, incontrandolo dopo anni alla Compagnia della Vela – ma quando non hai i soldi, come era nel nostro caso, e hai magari uno scafo solo, allora sì che è tragico». Molto rispetto tra ex avversari («Sembriamo vecchi soldati pensionati» chiosa il francese verso Cino Ricci) e verso la vela italiana da parte di Troublè («La Coppa America senza gli italiani non è la vera Coppa America» aveva detto quando sembrava che Luna Rossa desse forfait). Già quando regatava si era ricordato di avere una laurea in giurisprudenza e un master in pubbliche relazioni. E li aveva messi a frutto per cercare uno sponsor per sostenere la serie eliminatoria della Coppa. «Incontrai più volte i rappresentanti della maison Vuitton ma non fu difficilissimo convincerli a sponsorizzare una coppa per lo sfidante, nonostante i costi – ricorda – Il ritorno di immagine che deriva da un’impresa del genere, e che Louis Vuitton sostiene al 70 per cento, è infatti enorme». E, dopo qualche tentennamento negli ultimi anni, in cui sembrava che la maison francese abbandonasse le regate, il ripensamento con l’inaugurazione del Louis Vuitton Trophy, il nuovo circuito mondiale di avvicinamento alla Coppa. Ma se gli si chiede se ci sia stato il suo zampino nella scelta di Vuitton di rientrare nella Coppa, Troublè si limita a sorridere sornione e a rispondere: «Diciamo che è una cosa che mi ha dato grande felicità». (Pl.T.)


Trasporti eccezionali/1

Trasporti eccezionali/2

una barca sulle alpi

una flotta tra i monti

Legata a un elicottero a due chilometri e mezzo di altezza sopra il passo del Gran San Bernardo. L’edizione 2010 dell’America’s Cup verrà ricordata per essere stata la prima sfida tra multiscafi, per l’infinita battaglia legale tra il defender Alinghi e lo sfidante BMW Oracle, finita con la sconfitta della credibilità della Coppa sul campo, e per l’incredibile odissea di Alinghi per arrivare al mare. Sì, perché Alinghi è stata la prima barca a vincere la Coppa America realizzata in una nazione senza sbocchi sul mare, la montuosa Svizzera. All’epoca della prima vittoria della Coppa, nel 2003, il regolamento prevedeva l’uso di monoscafi e il problema non si era posto. Alinghi era un semplice sloop di una ventina di metri e per condurlo al mare era bastato un tir e un paio di vetture della Polizia a controllare il trasporto eccezionale. Ma l’introduzione, proprio quell’anno, dei multiscafi aveva fatto “ingrassare” quello sloop fino a farne un catamarano di di 35 metri di lunghezza per 30 di larghezza e del peso di 15 tonnellate, quale era ormai diventata Alinghi 5. Un oggettino che ovviamente non poteva passare sotto le gallerie stradali o ferroviarie. Ma che doveva raggiungere almeno il porto più vicino, Genova, dove avrebbe potuto essere imbarcata su un cargo. Altrimenti addio difesa dell’America’s Cup. «Per un paio di settimane valutammo l’ipotesi di un trasporto via chiatta sul Rodano ma risultò impossibile perché, posta sulla sua sella, il catamarano pur privo di albero era alto attorno ai quattro metri e non sarebbe passato sotto alcuni ponti» spiega Silvio Arrivabene, già nel team di Mascalzone Latino, poi responsabile della logistica di Alinghi e quindi, nello specifico, di quel trasporto. L’unica soluzione era il trasporto in elicottero, peraltro molto usato in Svizzera per portare sui laghi barche minori dove costa meno del trasporto su camion. Ma Alinghi 5 non era una barca minore. E l’unico elicottero in grado di trasportare un carico del genere è il Mi-26 russo, una specie di autobus volante, un mostro capace di sollevare 22 tonnellate o di caricare a bordo un centinaio di persone. «Ne trovammo uno in Siberia, ci mise una settimana ad arrivare in Svizzera» aggiunge Arrivabene. Lo scafo era stato posizionato all’aperto, sotto un tendone vicino al cantiere. Ma quando i due piloti russi, Sergej Makarin e Anatolij Plastkov, lo ispezionarono, segnalarono un’altra difficoltà. «Un elicottero del genere, per sollevare fino a 22 tonnellate, spinge una massa d’aria immensa verso l’alto quindi, atterrando in quella zona industriale, avrebbe fatto volare i tetti dei capannoni vicini – spiega Arrivabene – L’unica fu ingaggiare un’impresa che mette le reti alle montagne per evitare le cadute massi e imbracare gli stabilimenti circostanti». Lo scafo fu finalmente portato sul lago di Ginevra dove poté essere testato per una settimana. Quindi si riproponevano tutti i problemi per il suo secondo volo, verso Genova. «Il problema era sempre la spinta verso l’alto dell’elicottero, che in questo caso avrebbe rischiato di sollevare una tale massa di acqua da rovesciare lo scafo – era l’ennesima grana – perciò Alinghi venne zavorrata legandola a una chiatta fluviale carica di pietre». Il nemico peggiore, però, non era la logistica. Era la burocrazia italiana. «Un trasporto del genere non era mai stato effettuato sullo spazio aereo italiano, perciò dovemmo chiedere tutte le autorizzazioni del mondo – aggiunge Arrivabene – e rischiammo che non ce le concedessero». Alla fine, con un paio di elicotteri di scorta delle autorità italiane, il 7 agosto 2009 Alinghi probabilmente batté il record di essere la barca giunta più in alto nella storia. Superati i 2.473 metri del San Bernardo giunse finalmente al suo habitat, il mare. Missione conclusa, rotta per Valencia. (Pl.T.)

I tecnici di Alinghi sono riusciti a far passare una barca sopra le Alpi. I veneziani riuscirono a trasportare sulle montagne un’intera flotta. È l’incredibile e poco noto precedente dell’epico trasvolo del catamarano svizzero, eternato anche da Tintoretto in un dipinto sul soffitto della Sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale. Nome in codice dell’operazione: galeas per montes. Anno di grazia 1439, quando le truppe del duca di Milano Filippo Maria Visconti, assediavano Brescia. L’unico modo per la Serenissima per soccorrere la città vassalla era prendere alle spalle il nemico, attraverso la parte settentrionale del lago di Garda. Dove però incrociavano legni viscontei. Bisognava ottenere il controllo navale del lago. La soluzione, folle e geniale, venne da un ingegnere, Biagio de Arborius, e un capitano greco, Nicolò Sorbolo, e venne approvata dopo un’infinita seduta del Minor Consiglio: trasferire una piccola parte dell’imponente flotta adriatica della Serenissima nell’entroterra, attraverso l’Adige. E poi, questa la parte più ardita del piano, una volta giunti alle porte di Rovereto, trarle in secca e trascinarle su rulli di legno fino al Garda, lungo la valle del Loppio. Attraversando venti chilometri di montagne. La flotta, costituita da 2 galee, 6 fregate e 25 barche grosse, salpò nel gennaio 1439 da Venezia. Imboccò le foci dell’Adige a Sottomarina di Chioggia e lo risalì fin oltre Verona. Dove il fiume era in magra e si dovettero applicare alle navi una sorta di “galleggianti” di legno per ridurre il pescaggio e proseguire per l’ultimo tratto. Giunti alle porte di Rovereto la flotta venne posta in secca. Nel frattempo erano stati assoldati centinaia di operai che, guidati dal proto Niccolò Carcavilla, avevano lastricato un sentiero fino al Garda di tavole di legno, livellando il terreno e togliendo dal tracciato alberi, massi e anche un paio di case. Servirono oltre 2mila buoi e centinaia di contadini del luogo per far rotolar le imbarcazioni sulle assi di legno. Gli operai avevano anche ripulito dalla melma un piccolo stagno incontrato lungo il tragitto per poter rimettere in acqua le navi per circa sei chilometri. Poi la flotta venne nuovamente tirata in secco e trascinata su un ripido pendio dove le navi vennero trattenute con grosse funi assicurate agli alberi e fatte scivolare lentamente verso la riva del lago in prossimità di Torbole. Pare che il peso delle navi fosse tale che diversi ulivi secolari, a cui erano stati fissati gli argani, furono letteralmente strappati dal terreno. L’ultimo tratto fu il peggiore. La pendenza verso il lago era fortissima, le navi praticamente impossibili da tenere, l’operazione stava per fallire. Quando arriva l’altra idea geniale. Da sud, come spesso avviene in quella zona, spirava un forte vento. E qualcuno pensò di spiegare le vele delle navi, trattenendole dallo schiantarsi a un passo dal lago. Le navi, invece, scivolarono dolcemente lungo le sponde del Garda. In appena 15 giorni la flotta era giunta al suo obiettivo. Con un costo di 15mila ducati, una cifra assolutamente favolosa. Quella flotta non ebbe grande fortuna. Al primo scontro venne sconfitta dai milanesi. Riuscì però, con un’accorta tattica di guerriglia navale, a mantenere il controllo della parte settentrionale del lago, proteggendo un corridoio di rifornimento per Brescia. La riscossa arrivò l’anno successivo, grazie alle umili tavole e ai tronchi utilizzati per trasportare la flotta. Furono i materiali con cui i veneziani ne costruirono un’altra, direttamente sulle sponde del lago. Sconfiggendo definitivamente i milanesi. (Pl.T.)


R&S ENGINEERING

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PROGETTI DI RESTAURO


La barca che fece scoprire la vela agli italiani

azzurra, la grande passione

In poche epoche il sentimento di unità nazionale è stato forte come all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso. L’Italia si era stretta attorno al corpo di Aldo Moro pochi anni prima, e aveva pianto le altre vittime dell’ultimo scorcio, il più feroce, degli anni di piombo. Assaporava ora l’orgoglio di avere sconfitto il terrorismo e di vivere il boom economico. E tre furono i simboli, nella cultura po-

polare, di quel soprassalto di patriottismo: le pipe di Pertini e di Bearzot, e la vela di Azzurra. Se nel calcio, però, sapevamo di valere, anche se trofei mancavano da troppo tempo, l’elegante linea dello scafo dello Yacht Club Cosra Smeralda fece scoprire per la prima volta agli italiani la competizione sportiva più antica del mondo, l’America’s Cup. O meglio, fu addirittura il primo 12 metri realizzato


in Italia, se si escludono un paio di esperimenti pionieristici risalenti addirittura alla fine degli anni Venti. Qualche tentativo di portare l’Italia a competere nel gotha della vela c’era stato negli anni Sessanta, patrocinato già da Gianni Agnelli che insieme a Karim Aga Khan sarà il patron di Azzurra. Non se ne era però fatto nulla per ragioni economiche o, come dicono i maligni, per la non accettazione da parte del defender, il New York Yacht Club, che non vedeva di buon occhio l’intromissione, nel suo gioco, di un paese non

anglosassone. Ma quel 1983 è un anno speciale. Per la prima volta è in palio la Louis Vuitton Cup. Sette gli scafi a contendersela in rappresentanza di cinque nazioni: Italia, Canada, Francia, Australia e Inghilterra. Il vincitore darà l’assalto al defender Liberty timonato da Tennis Conner. E per la prima volta gli americani perderanno il trofeo, dopo oltre 120 anni, strappatogli da Australia II. Ma questo alla vigilia era inimmaginabile.

«La passione per Azzurra fu incredibile nonostante la copertura mediatica fosse limitatissima – ricorda Antonio Vettese, giornalista e scrittore di vela – si doveva aspettare fino alle 4 del mattino per un collegamento radio di 40 secondi da Newport di Beppe Barnao, decano dei giornalisti di vela, che al massimo diceva “Azzurra ha vinto” o “Azzurra ha perso” e poco più. Eppure erano in tanti gli italiani che facevano l’alba per quei 40 secondi di collegamento e il giorno dopo non si parlava d’altro». Si imparano i nomi dell’equipaggio. In fondo sono in undici, oltre alle otto riserve, come gli eroi del Santiago Bernabeu che l’anno prima hanno conquistato la Coppa del Mondo di calcio. E portano tutti la barba, come veri lupi di mare, dal capitano, Vincenzo “Cino” Ricci, al timoniere Mauro Pellaschier, già campione italiano e olimpionico nella classe Finn. Insieme a loro, nel pozzetto, c’erano Flavio Scala, olimpionico classe Star nel 1972 e due affermati timonieri nelle classi Ior, Stefano Roberti, vincitore della One Ton Cup del 1980 e il navigatore Tiziano Nava pluri vincitore della Mini Ton Cup. E ancora Lorenzo Mazza e Enrico “Chicco” Isemburg. Sfugge invece al grande pubblico il nome del più giovane membro dell’equipaggio, il 23enne Francesco De Angelis. Il ragazzo farà strada. Una ventina di anni dopo sarà lo skipper di Luna Rossa. Si temeva di uscire al primo turno. Invece dopo il primo successo contro France 3, le vittorie saranno 24 su 49 regate. Da urlo la sconfitta inflitta alla decima regata del secondo round robin a chi poi vincerà l’America’s Cup, quell’Australia II di Alan Bond, timoniere John Bertrand e uscita dalla matita di Ben Lexcen, uno dei maggiori progettisti di ogni tempo. Nomi che fanno la storia della vela ma che, almeno una volta, dovettero pagare dazio ad Azzurra. Gli italiani dimostrarono di avere le carte in regola per sfidare gli australiani di nuovo, in finale. Fu solo la rottura di un jumper contro gli inglesi di Victory 83, quando Cino Ricci e company erano avanti di oltre trenta secondi, a interrompere il sogno. Un risultato comunque al di là di ogni aspettativa. E ottenuto con una spesa di circa tre miliardi di lire, decisamente inferiore a quella della maggior parte degli avversari. «Affronteremo queste regate meravigliose e affascinanti con l’umiltà degli ultimi arrivati ma con la convinzione di essere degni di partecipare a questo evento» aveva detto il principe Aga Khan accompagnando il varo di Azzurra dal porto di Pesaro il 20 luglio del 1982. Parole profetiche. Il miracolo si era compiuto in meno di due anni. Solo nell’ottobre 1981 un team coordinato dall’architetto navale Andrea Vallicelli si era messo al lavoro per disegnare la nuova barca sulla spinta del lavoro svolto da Mario Violati, industriale del settore acque minerali, che collaborò alla progettazione dello scafo oltre a raccogliere una parte dei fondi. Nel frattempo le selezioni, infinite, dell’equipaggio e poi gli allenamenti nelle acque di Newport avvennero su Enterprise, uno scafo americano che aveva partecipato senza successo alla Coppa America del 1977, acquistato per 350mila dollari. Lo studio Vallicelli realizzò a tempo di record due modelli che furono testati contro quello di Enterprise in vasca. I computer analizzarono i risultati e solo a gennaio del 1982 iniziò la lavorazione in cantiere, a Pesaro, che durò cinque mesi. Alcuni allenamenti lungo il litorale laziale e poi la sfida.

La passione per Azzurra fu incredibile anche se serviva aspettare le quattro del mattino per il resoconto della giornata di gara

Quella Coppa America si chiuderà in modo sorprendente. Pare che allo yacht club di New York, fino ad allora detentore della Coppa per oltre 120 anni, si dicesse che lo skipper americano che fosse riuscito a perderla avrebbe dovuto sostituirla nella bacheca del club con la propria testa. Fortunatamente i tempi della Rivoluzione Francese e della ghigliottina erano passati. E a Dennis Conner la testa rimase sul collo. Ma il 4 a 3 infertogli da Australia II quando Liberty aveva iniziato in vantaggio per due a zero; il distacco di quasi tre minuti e mezzo nella sesta regata, il peggiore mai subito da un defender, e il recupero di 47 secondi all’ultima boa dell’ultima sfida da parte degli australiani che tagliano il traguardo avanti di un niente, sono incubi che forse Conner continua a rivevere ancora oggi. L’equipaggio italiano, invece, non riuscirà a ripetersi nella successiva edizione della Vuitton, nel 1987. I 39 nodi costanti del vento che frustava le acque di Perth erano ben diversi dalle condizioni ambientali di Newport, più simili a quelle del Mediterraneo. Il terzultimo posto su 13 imbarcazioni chiudeva mestamente l’avventura dei pionieri nell’America’s Cup. Attualmente la prima versione di Azzurra riposa a Porto Cervo, tirata a terra nello Yacht Club Costa Smeralda, dove è una via di mezzo tra un monumento e una reliquia. E in Sardegna hanno fatto anche rinascere il nome, affidandolo ad un altro 12 metri che l’anno scorso, con Francesco Bruni come skipper, si è aggiudicato il Louis Vuitton Trophy, nuovo circuito di regate sponsorizzato dalla maison francese. A dimostrazione di quanto il nome dei pionieri italiani nella Coppa America sia ancora evocativo. Azzurra, peraltro, fu subito imitata. Nella sfortunata edizione 1987 della Vuitton c’era già un altro scafo tricolore chiamato Italia. Andò anche peggio di Azzurra ma rappresenta il primo ingresso in Coppa America di Raul Gardini che poi patrocinerà il Moro di Venezia. Ma questa è un’altra storia. (Pl.T.)

A sinistra: Azzurra in azione, ci si prepara a virare alla boa ( foto Carlo Borlenghi)


Lo skipper di Azzurra

CINO RICCI e le bugie all’avvocato

P

Prima dell’avvento delle zeppole di Valentino Rossi, l’accento romagnolo più famoso d’Italia è stato per un bel po’ di tempo quello di Cino Ricci. Classe ‘34, la Romagna l’ha girata un po’ tutta essendo nato a Rimini, vissuto in gioventù a Forlì e ora a Ravenna. Ma la vera patria dello skipper che alla guida di Azzurra fece conoscere agli italiani la Coppa America non può che essere il mare. Nella vela da una vita, prima sulle barche da turismo poi come regatante nelle maggiori gare internazionali ora come organizzatore di manifestazioni velistiche, tra cui la più nota è il Giro d’Italia, non ha perso un’unghia dello spirito guascone dei tempi in cui contendeva miglia e vento a France 3 e Challenge 12. E intervistarlo è un’esperienza che riconcilia col mestiere di giornalista. Capitano duro e di poche parole, schietto ai limiti dell’essere brusco, diretto come lo è stato nel ruolo di commentatore sportivo delle regate, in cui non risparmiava stoccate ben poco paludate agli errori dei vari contendenti. Ma si può permettere questo e altro grazie a una vitalità e giovialità di naturale simpatia.

Due act della Coppa America si disputeranno a Venezia. Cosa ne pensa?

È giusto, Venezia ha preso palla al balzo e ha fatto bene. È una grossa opportunità per la città e per la vela italiana. Ecco, come è messa la vela italiana? È messa bene, ci sono nuove realtà molto dinamiche, sia come club sia in prospettiva delle Olimpiadi di Londra. Tra i velisti italiani chi potrebbe portare una medaglia da Londra? Vedo bene la Giulia Conti e la Giovanna Micol, che sono in coppia nel 470, che sono brave, anche se spesso hanno mancato le occasioni importanti. Poi c’è il duo Sibello-Sibello, i due fratelli Gianfranco e Pietro Sibello. Anche la Alessandra Sensini nel mistral, ma lo vedo più difficile. Ma se ha vinto sempre negli ultimi anni? Si, ma il tempo passa anche per lei. Come sarà Venezia come campo di regata? Non mi entusiasma più di tanto. Venezia non ha venti costanti, è un campo difficile. Certo, quando il vento è ballerino e la cosa si fa più difficile la regata può essere anche più spettacolare.

E poi si navigherà non solo in mare aperto ma anche in laguna. In laguna ci vogliono barche apposta. Ma lo spettacolo ci sarà, con questo scenario attorno. Un campo di regata, Venezia, migliore per il fascino che dal punto di vista tecnico. Guarda, l’importante è che le condizioni siano uguali per tutti, perciò le regate valgono sempre. Quando siamo andati in Nuova Zelanda ci doveva essere un vento che non finiva più e non c’era, solo una bava. Ma la regata si è fatta lo stesso ed è venuta bene. Ha mai regatato a Venezia? Ci sono passato due o tre volte con il Giro d’Italia, ho fatto qualche regata in laguna, a Venezia e a Chioggia. Non me le ricordo nemmeno più. Rimanendo alla sua storia, come è nato il progetto Azzurra? Ah beh… era il 1980 e mi chiamano gli architetti Vallicelli, uno studio di Roma specializzato nel fare barche, e mi dicono “Vorremmo fare la Coppa America”. Io gli rispondo: “Uè, ma a voi manca qualche rotella. Non abbiamo gli equipag-


gi, non abbiamo i soldi, non abbiamo la tradizione”. Ma loro insistono e io gli do retta. Provo a sentire Vanni Mandelli che era figlio di Walter Mandelli, un industriale proprietario di una barca da corsa che comandavo io. Mi dice che mi mette in contatto con un po’ di timonieri americani. Sai, all’epoca andavano di moda i timonieri americani. Che poi il loro scopo era quello di venderci un po’ di vele e prenderci un po’ in giro. Comunque torno dai Vallicelli e gli dico che questi ci aiutavano. Come andò dopo? Intanto con i Vallicelli era in contatto l’amministratore delegato della Sangemini Mario Violati, che si dilettava di vela, e che collaborava a disegnare lo scafo. Alla fine mi dicono che devo anche trovare i soldi. Cioè, io li stavo per mandare dove so io, però a quel punto c’ero. E chiedo a Mandelli un incontro con l’unico che poteva starmi a sentire. L’Avvocato. Agnelli? E certo, chi è l’Avvocato? Quello con la A maiuscola dico? Ma scusi, non ho capito. Lei chiede un incontro con Agnelli ma ancora aveva solo una bozza di progetto, non aveva l’equipaggio, non aveva sponsor… E no che non ce l’avevamo. In pratica non aveva in mano nulla. E allora che gli andava a dire ad Agnelli? Ma infatti io avevo passato due giorni a prepararmi un sacco di bugie, ma delle robe colossali. Un pomeriggio di febbraio con Violati e un altro, mi prendono su in macchina e andiamo a Milano, dove incontriamo l’Avvocato nel suo ufficio. Parlo per due ore, nessuno mi interrompe. E gli dico che avevamo l’appoggio degli americani e non mi ricordo nemmeno quante ne dissi. Alla fine capisco che l’Avvocato non aveva creduto a una parola. Sta in silenzio un attimo, mi guarda un po’ di sbieco e mi fa: “Ma lei è sicuro che non mi fa fare la figura del cioccolataio?”. E io: “Ma avvocato, non sarei nemmeno venuto qui…”. Uè, ma te cosa ti ridi? Scusi, ma sa, la situazione… lei che gliele conta ad Agnelli… e poi lo ha imitato benissimo… Va là va là che l’avvocato aveva capito tutto… e non lo imito più che non sta bene. Comunque l’avvocato chiama Montezemolo che era giù di sotto al pian terreno. Quello sale su, in due parole gli spiega tutto e gli chiede con chi potevano mettersi in società per preparare la sfida. Montezemolo butta lì quelli di Genova. Del circolo velico di Genova? Eh si… ma l’avvocato: “Lascia perdere, quelli di Genova non tirano fuori una lira”. Uè, ma te ridi ancora? Ha ragione, scusi ancora… Comunque l’avvocato aggiunge: “Ci mettiamo l’Aga Khan”. E lo chiama lì davanti a me. Non c’erano i cellulari e ci mettono una vita a girare la chiamata. L’Aga Khan alla fine gli risponde dal Kenya e gli dice che ci doveva pensare su. Noi ce ne andiamo. Tre ore dopo mi chiamano e mi dicono che l’Aga Khan ci aveva pensato. Era fatta. Solo che ora si doveva fare tutto.

E come è andata dopo? Ho raccolto un gruppo di uomini e li ho mandati in America, a Newport, a fare esperienza. A cercare pedine valide ci ho messo un po’ di tempo. Alla fine al timone non andò nessun americano ma Mauro Perlascher, che aveva vinto le Olimpiadi, come del resto buona parte dell’equipaggio. Ma si, Mauro era lì, che girava coi figli dei fiori. E non ci dimentichiamo una cosa, che fino al 1983 gli equipaggi dovevano essere tutti autarchici. Noi siamo stato l’unico equipaggio solo di italiani. Dopo l’83 è finita l’autarchia, per fortuna. Per fortuna così il suo è rimasto l’unico equipaggio italiano? E certo no! Ma va là che scherzo, che te poi lo pure scrivi! Per fortuna così sono aumentate le opportunità no?

Gianni Agnelli, una volta ascoltato il progetto, disse al futuro skipper di Azzurra: “sicuro che non mi fa fare la figura del cioccolataio?”

La vostra prova alla Louis Vuitton Cup resta comunque indimenticabile. Guarda, noi pensavamo di uscire al primo turno. La semifinale fu per me un grosso miracolo. Eravamo dei dilettanti della vela e battemmo gente con un’esperienza incredibile. Per darle l’idea di quanto eravamo ingenui, qualcuno ci raccontò dell’aneddoto in cui, riferendosi alla Coppa America, qualcuno diceva alla regina che non c’era il secondo. Qualcuno dei nostri andò avanti un po’ a pensare che la povera regina quella volta mangiò solo il primo. In fondo siete usciti senza nemmeno essere stati sconfitti sul campo ma perché rompeste un albero. Contro gli inglesi di Victory in realtà avevamo rotto il jumper, il pennacchio che cedette al primo sforzo. Decidemmo di ritirarci sia perché non eravamo più competitivi sia per timore di spezzare l’albero. Solo dopo sapemmo che gli inglesi avevano rotto il timone. E solo dopo trenta anni Nicola Sironi mi ha confessato che non aveva cambiato il jumper nonostante fosse sospetto. Ahia! Cosa gli ha fatto quando l’ha saputo? Ma cosa vuoi che gli facevo? Erano passati trent’anni. Nell’87 non riusciste però a ripetervi. Andammo male. Quella volta gareggiò anche Italia, la prima barca targata Montedison, prima del Moro. Probabilmente sbagliammo il progetto. A Newport avevamo trovato condizioni climatiche abbastanza simili a quelle del Mediterraneo. In Australia c’erano 39 nodi di vento tutti i giorni E oggi i multiscafi. Cosa ne dice lei? Non si è perso il romanticismo della bella barca da regata? I multiscafi sono una bella scelta. Mettono in moto più energia. Sono in molti a dire che non sono belli, ma pensiamo che le prime barche della preistoria furono multiscafi. Le isole del Pacifico furono colonizzate una dopo l’altra con piroghe e bilancini. E per quanto riguarda… Ma ancora domande mi fai te? Ma guarda che è ora di cena. Ma non ti viene fame, a te? (Pl.T.)

A sinistra: lo storico skipper di Azzurra, Cino Ricci, passeggia al porto di Venezia


Il timoniere di Azzurra ricorda la sua esperienza in Coppa

PELASCHIER, “una sfida tra pirati”

V

Vengono entrambi dall’Adriatico i due pezzi pesanti della spedizione di Azzurra, a conferma della grande tradizione velistica del mare che fu dominio della Serenissima. Dalla Romagna Cino Ricci, dalla sponda opposta, da Monfalcone, Mauro Pelaschier, di 15 anni più giovane, timoniere in quella leggendaria Louis Vuitton Cup del 1983. Forte della tradizione di famiglia, il nonno Francesco era un mastro d’ascia e il papà Adelchi e lo zio Annibale erano stati olimpionici nel ’52, ’56 e ’54, anche Mauro inizia a veleggiare giovanissimo nella gloriosa Svoc, la Società di Vela Oscar Cosulich, forse il più titolato sodalizio velico giuliano. Delle Olimpiadi diventa anche lui un protagonista negli anni Settanta, dopo aver vinto 9 titoli italiani nella classe Finn, un bronzo europeo, e un bronzo e un oro in un paio di edizioni dei Giochi del Mediterraneo. La sua barba quando era al timone di Azzurra divenne un’icona pop nonostante le intenzioni di Pelaschier non fossero quelle di avere il look del lupo di mare: «La portavo perché all’epoca andavano di moda i tupamaros» scherza, riferendosi al movimento guerrigliero di sinistra sudamericano, con un po’ di nostalgia. Famiglia di origine istriana, la sua, con un’infinita tradizione velistica. Era scritto nel genoma che dovesse fare la Coppa America. Non proprio, anzi. Io dovevo fare l’Olimpiade, quello sì, con lo zio e il papà che vi avevano partecipato. E le ho fatte nel ’68 come riserva e nel 72 e 76 da titolare. Ma la Coppa America noi non la consideravamo nemmeno vela in senso stretto ai tempi, piuttosto una sfida da pirati. E come ci arrivò? Dopo aver fatto le Olimpiadi continuai a lavorare nella vela, sia come skipper turistico che facendo regate. Non facevo mai vacanze perché l’estate, ovviamente, lavoravo. Alla prima vacanza della mia vita mi chiama Cino Ricci.

Tempismo. Molto. Ero arrivato da un giorno a Sorrento da un amico quando mi arriva una telefonata strana in cui mi dicono che mi cercava Cino Ricci e che aveva lasciato un numero di telefono dove contattarlo. Lo richiamo e mi dice che il giorno dopo dovevo essere lì e che dovevo andare in America ad allenarmi con un equipaggio che avrebbe fatto la Coppa. Io gli rispondo che non avevo nemmeno il passaporto e lui di rimando: non ti preoccupare, alla burocrazia ci pensa l’ambasciata. Vabbè, torno in treno a casa, riesco anche a ritrovare il passaporto da qualche parte e il giorno dopo sono a Milano su un aereo per l’America. Ho fatto pure il viaggio con un morto. Con un morto? Ma sì, dietro di me avevano messo una bara. Mi chiedono: “Scusi, la disturba?”. E io: “No, no, finché è morto…”. E in America? Arrivammo a Newport, che sarebbe stato il campo di regata. Ci allenammo sull’Enterprise. Io ero timoniere e Cino mi mise a fare il grinder. Mi faceva girare tutti i ruoli tranne che il timone. Duro come capitano, Cino Ricci. Che rapporto aveva con voi? Con noi Cino non parlava molto, ci faceva lavorare e basta. La selezione dell’equipaggio durò tantissimo. Faceva allenare tutti, e non solo me, cambiandoci i ruoli. E quando si decise a darle il timone? Non si decise lui. Me lo presi io. Un giorno passò di là Tom Blackadder. Cino si mette a parlare con lui, si distrae un attimo, io afferro il timone e non lo mollo più.

Un furto in piena regola. Sì, ma la selezione dell’equipaggio durò ancora tantissimo. Ci comunicò i ruoli definitivi solo il giorno precedente alla prima regata, quella con France 3. Che andò bene. Andò che France 3 partì in anticipo e noi li fregammo lo stesso. Piccoli colpi bassi, insomma. In realtà con France 3, che era capitanata da Bruno Troublè, che era un signore, il rapporto era sempre stato leale. Anche loro si preparavano a Newport e, durante un’assenza di Troublè, andai io a timonare la loro barca durante l’allenamento. Comunque con quella vittoria il ghiaccio era rotto. Eh si, perché noi pensavamo di uscire al primo turno e invece ormai c’eravamo davvero. La prima vittoria ci aiutò a migliorare la tecnologia, mettemmo su delle vele nuove. Insomma, iniziavamo a diventare più competitivi. La regata più dura? L’ultima vittoria, contro Challenge 12, durissima. Quel successo fu forse anche il nostro limite. Ci appagò troppo. In ogni caso la semifinale era ben oltre ogni aspettativa. Come mai nell’87 non siete riusciti a ripetervi? Mah… forse perché alla prima sfida eravamo dei cani sciolti, la conducemmo da dilettanti. Tornati in Italia prendemmo male il cambiamento. Non reggemmo il passaggio ad essere diventati dei professionisti. Interviste, notorietà. Forse non era per noi. In Italia ancora non c’era una tradizione di professionismo velistico a quei livelli, la iniziammo noi. Ma forse non avemmo la solidità per reggerla. (Pl.T.)


Arts

Miniature di vetro. La bomboniera d’artista Dove: Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti – Campo Santo Stefano, Palazzo Loredan

Palazzo Grimani ospita la mostra “Canaletto. Il Quaderno veneziano” dedicata al celebre Quaderno di schizzi di Canaletto: il codice, esposto per la prima volta al pubblico, è ora presentato assieme a ventiquattro disegni di antica provenienza veneziana, appartenenti a collezioni pubbliche e private. Un’ occasione straordinaria: il Quaderno è un piccolo  volume formato da 7 fascicoli, rilegati nell’Ottocento, ma in origine sciolti,  ricco di schizzi realizzati probabilmente in un breve arco di tempo e poi riutilizzati dal pittore veneziano negli anni. Ogni fascicolo racconta il processo creativo e tecnico del suo lavoro: le tipiche annotazioni sui colori, sui materiali e sui luoghi ritratti, le correzioni e abrasioni, i cambi di inchiostro e di penna, lo sporadico uso del righello e l’impiego della punta metallica.

Sono 400 le bomboniere in vetro, mai esposte al pubblico e provenienti da collezioni private presentante alla mostra “Miniature di vetro. La bomboniera d’artista”, a cura di Rosa Barovier Mentasti, Sandro Pezzoli e Cristina Tonini. La cultura, il segno, il disegno, la tradizione, la manodopera artistica del vetro in preziose bomboniere che rappresentano un’affascinante storia in miniatura del vetro. Le tecniche e i colori sono quelli dell’arte vetraria applicate a piccoli oggetti di vetro; le bomboniere passano dalle ciotole di grosso spessore, quasi plastiche, degli anni ’30, come le opere di Ercole Barovier e Carlo Scarpa, alle bizzarrie provocatorie degli anni Cinquanta. Negli anni Sessanta la vera rivoluzione: da semplice contenitore per confetti, la bomboniera diventa un oggetto decorativo di varia forma a cui si allega il sacchettino di confetti. La produzione esposta in mostra non è solo veneziana, sono presenti infatti alcune bomboniere realizzate su disegno di designer nordici negli anni Sessanta, Tapio Wirkkala o Bertil Vallien.

Quando: fino all’1 Luglio 2012

Quando: fino al 10 giugno 2012

cultura e affini in città

Canaletto. Il Quaderno Veneziano

Torna la Musica ai Frari La quinta edizione di “Musica ai Frari” continua a proporre prestigiosi concerti nell’incantevole Basilica veneziana. Il primo concerto, in programma martedì 24 aprile con il Gurdjieff Folk Instruments Ensemble diretto da Levon Eskenian, è frutto della collaborazione con il Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena di Venezia che, insieme al Centro Candiani e Circuito Cinema, animerà il mese di aprile della nostra città con l’iniziativa, “Omaggio all’Ar menia – Costruire il Passato nel Presente” (ricordare-restaurare-archiviare nel mondo globale), che prevede anche una serie di incontri, conferenze e proiezioni cinematografiche. La rassegna

proseguirà sabato 19 maggio con il celebre fisarmonicista francese Richard Galliano, protagonista di una performance solista, e chiuderà sabato 2 giugno con il suggestivo duo formato dal trombettista sardo Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura, uno fra i maggiori specialisti italiani di bandoneon, fisarmonica utilizzata nel tango argentino. PROGRAMMA: Martedì 24 Aprile The Gurdjieff Folk Instruments Ensemble arrangiamenti e direzione: Levon Eskenian Sabato 19 Maggio Richard Galliano solo Richard Galliano (fisarmonica) Sabato 2 Giugno Fresu & Di Bonaventura Duo Paolo Fresu (tromba, flicorno) Daniele Di Bonaventura (bandoneon) Quando: 24 aprile 2012


Costellazioni

A Mattia Piero e Giacinta le chiavi del rinato teatrino Groggia

Genti e monasteri del Tibet, mostra fotografica di Emilio Pizzolato Dove: Querinicaffè Venezia Una mostra che raccoglie trenta immagini attraverso le quali il fotografo Emilio Pizzolato, spostandosi nelle varie direzioni del vasto altopiano che si estende lungo la catena Himalayana e utilizzando i più svariati mezzi di trasporto, è riuscito a cogliere gli aspetti più significativi della cultura tibetana attraverso scatti stilisticamente impeccabili, pregnanti nei loro contenuti. La giornalista e scrittrice veneziana Antonella Barina definisce Emilio Pizzolato come “un pellegrino che viaggia solitario”, capace di catturare attraverso la sua macchina fotografica “l’indimenticabile volto del Tibet, i suoi colori e l’aria rarefatta delle alte quote dove i viandanti erigono cumuli di pietre per venerare la montagna madre”. “La mostra fotografica – spiega Antonella Barina – è una porta aperta su quel mondo. Ogni scatto è una preghiera: per farne memoria e donarla ad altri”. Quando: fino al 24 Maggio 2012

«Questa casa non sia amica di nessun disonesto». È questa la scritta che si trova incisa in latino («Nullis haec domus improbis amica sit») sull’architrave del portale dell’edificio sito nei pressi della chiesa di S. Alvise a Cannaregio, nato come magazzino nel 1824 e diventato poi teatro a inizi Novecento. Qui, nel giardino dove un tempo passeggiava la stirpe della famiglia Donà, i percorsi separati di tre vite si sono fatti un unico sentiero. È stata infatti inaugurata l’apertura straordinaria del Teatrino Groggia, un gioiello architettonico e un punto di riferimento per la rinascita della zona. La consegna delle chiavi è stata fatta a Mattia Berto, Piero Ivancich Toniolo e Giacinta Maria Dalla Pietà, in arte MPG, un gruppo di amici accomunati dalla passione per il teatro che, in maniera diversa, ha fatto breccia nei loro cuori. Per l’artdirector Mattia Berto si tratta da sempre di un lavoro. Attore della compagnia Corte dei Miracoli, regista per diverse edizioni dell’evento «Ad Alta Voce» e formatore teatrale, Mattia sogna un teatro che, in un anno, alla fine della rassegna in corso intitolata «Costellazioni», sia diventato ricettacolo vitale per il pubblico e per gli artisti e che in futuro «rappresenti un nuovo punto di movimento umano». Anche Giacinta orbita attorno al teatro da sempre, sia come oggetto dei suoi studi universitari, sia nel suo percorso professionale, per esempio in passato all’interno della compagnia veneziana Pantakin. La giovane trentenne attualmente lavora alla Biennale di Venezia, ma si è fatta comunque coinvolgere come organizzatrice da un progetto che sta risvegliando la speranza di molte persone: riconsegnare al Teatrino la sua identità: «Spero che il teatro diventi un luogo frequentato dal quartiere e dalla città e il parco un palcoscenico aperto». Piero, invece, lavora a Milano, a Class Life, ma si occupa di fund raising e comunicazione: «Ho conosciuto Mattia e Giacinta due anni fa – racconta – e c’è stata subito una bella sintonia. Ancora prima di decidere di partecipare a questa avventura avevo visto il Teatrino Groggia e me ne ero innamorato. Quando è saltata fuori la possibilità di prendermene cura non ho esitato anche perché è un grande stimolo». Del Teatrino se ne parlava già da tempo. Nascosto dal verde del giardino, lo stesso delle piscine di Sant’Alvise, il Groggia è un edificio suggestivo, decorato all’interno in stile romantico. La volta, dipinta di motivi floreali e colorati, dona a chi è seduto all’interno la magia di trovarsi in un luogo unico raccolto e unico. Un anno e mezzo fa il Comitato Villa Groggia e la municipalità hanno iniziato a pensare un modo per far risorgere quel luogo che si affaccia sulla laguna. Mattia & Company ormai erano di casa alle riunioni ed è stato spontaneo chiedere al trio veneziano di occuparsi della programmazione, almeno per un anno, con un budget purtroppo bassissimo (il sottotitolo ne dice qualcosa: tracciati anticrisi). I tre avevano maturato l’idea di attivarsi per la città e non hanno perso tempo (www.mpgcultura.it programma completo). Adesso che la primavera ha spalancato le porte, mostrando un giardino in fiore, il Teatrino si rivela anche un ottimo luogo per incontrarsi prima e dopo gli spettacoli, ad aprile del 6 con il Teatro del Lemming e del 20 con Off Shore di Chiara Bortoli). Insomma, ci sono tutti gli ingredienti giusti per pensare alla fine della stagione, a un nuovo motto per il Teatrino: per aspera ad astra! (V.M.)


Istoria d’Amore a Nippo

Il ciclo delle mostre dossier di Ca’ Pesaro, ospitate nella Sala 10, apre con una riflessione sull’attività di Arturo Martini incisore.

Attraverso le tavole della storia d’amore a Nippo, una cartella di sette linoleumgrafie oro su carta beige, la piccola mostra offre la possibilità di conoscere un aspetto inedito nella produzione del celebre artista trevigiano che, in questo caso, lascia il linguaggio scultoreo per quello della grafica. Arturo Martini (Treviso 1889 – Milano 1947) propone, nella sequenza delle incisioni, una storia d’amore drammatica e misteriosa in cui i personaggi, circondati da una natura selvaggia e aspra, cui corrisponde un tratto rilevato e deciso, vivono le loro vicende in un tempo mitico scandito dal grande astro che si sposta in cielo.

Portolani e Carte Nautiche

La mostra inaugura una serie di esposizioni monografiche dedicate ai più importanti artisti contemporanei che saranno presentate a Palazzo Grassi in alternanza e complementarietà con le mostre tematiche della collezione. Ideata da Urs Fischer e Caroline Bourgeois espressamente per gli spazi di Palazzo Grassi, la mostra raccoglierà una trentina di opere e comprenderà lavori provenienti da collezioni internazionali, realizzati dall’artista a partire dagli anni ’90 sino a oggi, oltre ad alcune nuove produzioni. L’esposizione si articolerà negli spazi dell’atrio di Palazzo Grassi e lungo tutto il primo piano, mentre al secondo proseguirà la presentazione di opere della François Pinault Foundation. La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione curata dall’artista e da un programma di film da lui selezionati.

Le Mostre dossier, realizzate nel corso del 2012 a Palazzo Ducale e caratterizzate da opere provenienti dai vasti e articolati fondi artistici e bibliografici della Fondazione dei Musei Civici di Venezia, intendono approfondire e mettere a fuoco aspetti della vita sociale e culturale della Serenissima, in stretta connessione con i grandi cicli affrescati, ma anche con la funzione socio-politica degli spazi architettonici monumentali del prestigioso Palazzo. In omaggio all’evento della America’s Cup, che proprio a Venezia ha organizzato le gare di qualificazione, a Palazzo Ducale, sarà esposta la prestigiosa collezione di Portolani e carte nautiche del Museo Correr che consta di più di cinquanta rarissimi pezzi di cartografia nautica datati tra il XIV e il XVIII secolo: strumenti originali usati a bordo delle navi veneziane, anch’essi provenienti dalle raccolte del Museo Correr e libri di navigazione, espressione della grande cultura nautica veneziana, completeranno un percorso ricco di curiosità e di sicuro interesse per quanti amano “andare per mare”.

Quando: fino al 15 luglio 2012

Quando: dal 18 maggio al 30 agosto 2012

Quando: fino all’8 Luglio 2012

Madame Fisscher

Missione Fortuny, aspettando il rinato modello del teatro di Bayreuth E’ passato quasi un anno dall’inizio della “Missione Fortuny”, una sorta di piccolo miracolo del fund raising ad opera della Venice Foundation che con una serie di micro-donazioni sta raccogliendo quanto necessario per riportare all’antico splendore l’atelier di Mariano Fortuny e poterlo così riaprire completamente al pubblico dopo anni di ingiusta chiusura. Il maestro, il cui nome corretto è Mariano Fortuny y Madrazo, è nato a Granada l’11 maggio del 1871: origini spagnole ma gran cuore per l’Italia dove ha completato la sua esistenza; scomparso nel 1949, proprio a Venezia, il maestro oggi riposa al Verano a Roma ma il suo spirito è fortemente radicato in laguna. Straordinario pittore, stilista e scenografo ha lasciato una eredità, per primo il palazzo che porta il suo nome, che meriterebbe una più forte valorizzazione. Ma ad intervenire in questo senso vi è indubbiamente l’attenzione della Venice Foundation. Difatti tra i pezzi di Fortuny, riportati al suo antico splendore, oltre all’atelier (un dettaglio nella foto di Claudio Franzini, per Museo di Palazzo Fortuny) si deve ricordare ad esempio il modello del Teatro delle Feste ma, a breve, anche quello di Bayreuth, il cui restauro verrà completato entro novembre 2012. Il modello sarà esposto nella mostra “Wagner e Fortuny” che sarà allestita a Palazzo Fortuny dal 7 dicembre 2012 al 19 marzo 2013 e che aprirà le celebrazioni per il bicentenario della nascita di Richard Wagner.

Errata Corrige Nel numero scorso non sono state riportate, per mero errore, le didascalie e le referenze fotografiche legate al servizio: “Sulle ali di Franca” pubblicato a pagina 54: ce ne scusiamo con i lettori e con gli autori. A p. 54 Franca Coin nella stanza dei Pulcinella a Ca’ Rezzonico, foto di Gianmarco Chieregato/Photomovie; a p. 56, dall’alto: Giandomenico Tiepolo, particolare del Mondo Novo, foto Archivio Venice Foundation / Fondazione Musei Civici di Venezia; modello per il teatro di Bayreuth di Mariano Fortuny, foto Claudio Franzini per Museo di Palazzo Fortuny; il restauro del modello del Teatro delle Feste, foto Stefano Provinciali per Corest; p. 57: la Cupola della Creazione e dettagli: foto cortesemente fornite dalla Procuratoria di San Marco, Venezia.


A Roma

leonard freEd “IO AMO L’ITALIA”

L

di LUCIO MARIA D’ALESSANDRO

Leonard Freed, grande fotografo newyorkese membro della Magnum dal 1972, amava parlare del suo rapporto con l’Italia come di una lunga “storia d’amore”. Un amore che lo portò a visitare il nostro paese più di 45 volte e a scattare migliaia di indimenticabili immagini. La mostra “Leonard Freed. Io amo l’Italia”, ospitata dal Museo di Roma in Trastevere fino al 27 maggio, ne presenta una straordinaria selezione: 100 fotografie in bianco e nero scattate tra Roma, Firenze, Napoli, Milano e Palermo che raccontano la vita quotidiana, i volti e i gesti del Belpaese senza l’uso di facili stereotipi. Freed amava definirsi un artista, non un fotoreporter. Considerava le sue immagini fotografie “emotive” e non “informative” e, infatti, dai suoi scatti non traspare la ricerca della notizia bensì la volontà di approfondire la dimensione più intima della natura umana. L’Italia fu una delle sue principali fonti di ispirazione, una terra che lo affascinò tutta la vita perché qui “il passato è sempre presente non solo nei

luoghi ma nella vita quotidiana della gente”. Infatti più che su paesaggi e architetture, il suo obiettivo si focalizzò proprio sulle persone immortalandole con empatia e sensibilità nel corso dei decenni: dal desiderio di rinascita del dopoguerra agli albori del nuovo benessere, dai riti collettivi alla eccezionalità di un ritratto fotografico scattato per strada con una tovaglia bianca come sfondo, dalla vita dei pescatori siciliani a quella delle donne di Napoli.   Leonard Freed. Io amo l’Italia Museo di Roma in Trastevere Aperta fino al 27 maggio 2012 Orari: Martedì-domenica 10.00-20.00 Biglietto: € 6,50 intero, € 5,50 ridotto; gratuito per le categorie 


LA SOFFERENZA DELLA LUCE, FOTOGRAFIE DI ALEX WEBB zioni del mondo fin nelle loro pieghe più insolite. Nelle sue immagini la luce è forte, violenta, esasperata che esalta le ombre e i colori. Gli scatti sono complessi, carichi di elementi, di superfici riflesse, di aperture che moltiplicano i livelli di lettura. “L’unico modo che conosco per affrontare un posto nuovo è camminare. Perché un fotografo di strada deve camminare e guardare e aspettare e parlare, e poi guardare ancora, cercando di mantenere la fiducia che l’incognito, l’inaspettato o il cuore segreto di ciò che già conosce, lo aspetti dietro l’angolo”. A. W. La mostra raccoglie trenta anni di fotografia e di reportage di Alex Webb – autore tra i più celebri del nostro tempo – che è riuscito a narrare con il suo colore, denso e acceso, luoghi e situa-

La sofferenza della luce di Alex Webb Fondazione Forma per la Fotografia Milano Dal 27 aprile al 17 giugno 2012

de pisis e montale. Napoleone “le occasioni” a new york tra poesia e pittura

«In linea di principio non siamo tra coloro che diffidano dei pittori che scrivono o dei letterati che dipingono». Le parole di Eugenio Montale in una recensione sul “Corriere della Sera” nel 1954 per la ristampa del volume di Poesie di Filippo de Pisis (Vallecchi, 1954), rappresentano il punto di partenza per una riflessione sui rapporti tra la pittura di Filippo de Pisis e la poesia di Eugenio Montale o tra la poesia del pittore e la pittura del poeta. I due, coetanei del 1896, si conobbero nel 1920, a Genova, e da allora in poi mantennero rapporti d’amicizia, scandita negli anni da attestazioni di reciproca stima. La mostra, a cura di Paolo Campiglio, in collaborazione con l’Associazione Filippo de Pisis e il Museo d’arte Mendrisio, presenta circa 50 opere di de Pisis, tra olii su tela e chine acquerellate, e circa 40 carte dipinte e incise di Montale, in un percorso che si sviluppa per alcune principali aree tematiche: il paesaggio mediterraneo e il rapporto con gli elementi naturali, la poetica dell’oggetto e la reificazione dell’io, il motivo degli uccelli impagliati o degli animali tragici, il ritratto come presenza evanescente, la città. De Pisis e Montale. “Le occasioni” tra poesia e pittura Museo d’arte Mendrisio – Piazza San Giovanni – Mendrisio (Svizzera) Dal 29 aprile al 26 agosto

Omar / Roma / Amor. OMAR GALLIANI

È un Napoleone particolare, inedito, quello rappresentato da Koppelman. A Coney Island sta in mezzo alla gente, quasi soffocato tra la folla di una spiaggia d’estate, e che in altre opere gioca con animali selvaggi o cavalca un bue mentre entra a Manhattan. Dell’imperatore, Koppelman riesce a mettere in risalto la grandezza ma al tempo stesso l’umana fragilità che lo rende identico ad ogni altra persona. Talvolta diviene una sorta di nume tutelare, quasi un angelo custode che osserva e protegge l’artista al lavoro nel suo atelier, confrontandosi direttamente con lui. Napoleone entra a New York. Chaim Koppelman e l’imperatore. Opere 1957-2007 Roma, Museo Napoleonico piazza Ponte Umberto I, 1 Fino al 6 maggio 2012

Il titolo-anagramma “Omar / Roma / Amor” unisce il nome dell’artista (ovvero Omar Galliani) alla città che egli intende celebrare con questa particolare mostra, esplicitando il sentimento che lo lega ad essa, l’“Amor”. È un titolo emblematico del contenuto di questa mostra-omaggio, allestita al Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese, e dello spirito che ha animato Galliani nel volerlo, fortemente, realizzare. Introdotto da alcune carte del 1977, sarà esemplificato soprattutto il percorso dell’artista negli ultimi quindici anni, con una cinquantina di opere fra cui alcune matite su tavola di pioppo dalle dimensioni eccezionali. Il cuore della mostra sarà l’opera inedita, realizzata per l’occasione, dal titolo “Omar / Roma / Amor”: una donna misteriosa, vista di spalle, raddoppiata in una figura siamese, guarda Roma e il Colosseo da un luogo strategico e punta lo sguardo sull’orizzonte di una notte piena di luci e bagliori. Oltre alla grande tavola, Galliani propone 25 disegni preparatori dell’opera e una selezione di disegni del ciclo “Notturno”. A questo si aggiungono altre 10 opere di grandi dimensioni che il maestro ha richiamato in Italia dalle città che sono state sedi di sue recenti esposizioni: Seoul, Buenos Aires, Shanghai, Il Cairo, Mosca, Montevideo, New Delhi, Pechino, Hong Kong, Saint Etienne. Omar / Roma / Amor. OMAR GALLIANI Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese – Roma Aperta fino al 6 maggio 2012


Lux in arcana

l’archivio segreto vaticano

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Ha aperto al pubblico lo scorso 29 febbraio una delle mostre più attese mai ospitate a Roma: “Lux in arcana – L’Archivio Segreto Vaticano si rivela”, allestita presso i Musei Capitolini fino al 9 settembre, ideata in occasione del quarto centenario di fondazione dell’Archivio e curata da Alessandra Gonzato, Marco Maiorino, Pier Paolo Piergentili, Gianni Venditti. Si tratta di una delle operazioni culturali più importanti che vede coinvolta Roma insieme alla Città del Vaticano e Zètema Progetto Cultura, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana. Un progetto senza precedenti che ha il merito di portare per la prima volta fuori dai confini della Città del Vaticano una selezione di cento documenti storici e preziosissimi, tra pergamene, manoscritti, registri e lettere firmate dai protagonisti della storia, che coprono un arco temporale dall’VIII secolo d. C. fino al XX secolo. Attraverso sette approfondimenti tematici è quindi possibile ripercorrere le principali tappe della storia della Chiesa e del mondo intero. Troviamo esposti la bolla Inter Cetera di Papa Alessandro VI sulla scoperta del nuovo mondo;

di SHAULA CALLIANDRO la lettera di Abraham Lincoln a Pio IX; quella di Michelangelo al vescovo di Cesena sullo stato dei lavori della Fabbrica di S. Pietro. E poi, i Patti Lateranensi del 1929, i registri del conclave e una lettera di Lucrezia Borgia, la “figlia del papa”. Molto ricca la sezione dedicata agli atti processuali che vedono protagonisti scienziati ed eretici. Vi ritroviamo la scomunica di Martin Lutero, il sommario del processo a Giordano Bruno e gli atti del processo di Galileo Galilei. Arricchiscono l’esposizione alcuni documenti risalenti al cosiddetto “periodo chiuso”, ai quali nessuno può attualmente accedere, relativi alla Seconda Guerra Mondiale, nonchè approfondimenti sul lavoro svolto in archivio. L’obiettivo è, pertanto, non solo spiegare il funzionamento ed il contenuto degli 85 km di documenti che costituiscono l’Archivio Segreto Vaticano, ma anche quello di dare luce all’antichità, come rievoca il titolo della mostra, attraverso l’integrazione con la moderna multimedialità. Ogni documento, infatti, è accompagnato da dettagliate spiegazioni per trasportare il visitatore nel contesto storico nel quale si inserisce il singolo reperto: proiezioni,

grafica dinamica, video su schermi ultrapiatti e realtà aumentata attraverso la app ufficiale dell’esposizione per tablet e smartphone, sviluppata da Accenture, azienda leader nel settore. Oltre infatti a fornire approfondimenti ed audioguide, basterà inquadrare con la fotocamera alcuni luoghi della città, come Piazza del Campidoglio o il monumento a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori, per accedere a video ed animazioni. Il catalogo della mostra, edito da Palombi Editori (224 pagine a colori, 14,00 euro) in lingua italiana e inglese, fornisce immagini e schede approfondite di tutti i documenti esposti. Info: www.luxinarcana.org.


Elliott Erwitt, le sue foto e i Tre Oci

saper guardare, questa È FORTUNA Elliott Erwitt non si è mai staccato dalla sua macchina fotografica, una fedele Laika. È così abituato a catturare il mondo attraverso l’obiettivo che quando si ha la fortuna di fissarlo negli occhi si viene ricoperti da un fiume di emozioni. Sembra infatti che i fotogrammi di 83 anni di vita scorrano come una cascata dal suo sguardo vivace, dolce e giocoso. «Tutti sanno fotografare – afferma mentre passeggia sulla riva vicina alle Zitelle – basta schiacciare un bottoncino». «Pochi sanno guardare» qualcuno gli risponde. «Questa è una fortuna!» ribatte divertito. Non è uno di tante parole, eppure a modo suo comunica come ha fatto quando ha incontrato gli studenti di Ca’ Foscari rimasti affascinati, incantati e quasi commossi dallo storico membro della Magnum che ha ripercorso la sua carriera professionale proiettando una carrellata di shoot. La prima mostra fotografica della Fondazione di Venezia, organizzata alla Casa dei Tre Oci in Giudecca, apre con un’esposizione di circa 130 immagini, «Personal Best», scelte dal fo-

tografo stesso tra le migliaia che formano il suo archivio. Nella sua casa al Central Park di New York, a qualche passo dall’abitazione di Sting e Woody Allen, Erwitt lavora instancabilmente. Gli scatti esposti sono quindi i migliori tasselli del suo immaginario surreale che va dai matrimoni nudisti del Kent agli storici «dog jumping», catturati con uno scatto a qualche centimetro da terra.

La trombetta che si porta ancora con sé, avvitata al suo bastone di legno, è solo una traccia delle sue passate incursioni tra la gente, agghindato con un naso rosso da clown e la bicicletta. In mostra alcuni celebri scatti di personaggi famosi come una formidabile Marilyn, ripresa mentre alza lo sguardo dalle pagine di un libro e un intenso ed emozionante Che Guevara. Nelle magnifiche sale dell’artista Mario De Maria, proprietario ormai scomparso della casa in stile gotico, ci si imbatte nei volti impacciati di bambini intenti a imparare un passo di liscio o nel bianco abito di una sacerdotessa scintoista che medita mentre un gabbiano le sfreccia davanti. Ci si scontra anche nel binario della morte che arriva dritto a un campo di concentramento o nella faccia sporca di fango di un militare. È la vita di un uomo che non ha perso un istante e che lo ha prontamente catturato, rendendolo di fatto immortale. La mostra è visibile ail Tre Oci fino al 15 luglio prossimo. (V.M.)

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Sulla facciata della Basilica scalpitano con la criniera al vento i cavalli di bronzo. Imperiosi nella loro grandezza governano dall’alto Venezia. «Adoro stare seduta in un caffè di Piazza San Marco a guardare i meravigliosi cavalli». Sono le parole di Diana Vreeland, fashion editor rivoluzionaria, nata a Parigi nel 1903 ed emigrata poi con i genitori a New York nel 1904. Potrebbe sembrare soltanto un dettaglio, ma non lo è perché la protagonista di «Diana Vreeland after Diana Vreeland», in corso a Palazzo Fortuny, ha sempre attribuito la sua «straordinaria sensibilità visiva» al luogo in cui aveva visto per la prima volta la luce, Parigi appunto. «Da dove cominciare? La prima cosa da fare, tesoro mio, è organizzarsi per nascere a Parigi e dopo tutto accadrà in modo naturale». È proprio perché viveva in simbiosi con la bellezza che nella sua vita non mancò mai di passare a Venezia. Nella sua casa a New York, appeso a una parete, teneva un acquerello di Raoul Dufy, raffigurante la chiesa di Santa Maria della Salute con qualche gondola galleggiante sul canale. Quando le chiesero che cosa ne pensasse dei jeans tutti si aspettavano una lapidaria osservazione, ma la sua dichiarazione fu: «Sono la cosa più bella dopo l’invenzione della gondola».

Maria Luisa Frisa racconta la direttrice di Vogue

alla corte di Diana (Vreeland) di vera mantengoli


Curata da Maria Luisa Frisa, direttrice del corso di Laurea in Design della Moda presso l’Università IUAV di Venezia, e da Judith Clark, curatrice indipendente e docente di Moda e Museologia al London College of Fashion, l’esposizione richiede di abbandonarsi alle proprie personali suggestioni visive. «Questa mostra fa riflettere sul rapporto tra conservazione del Museo e sguardo del curatore – racconta Maria Luisa Frisa mentre, passeggiando per il Fortuny, sussulta ogni volta che una porta della sala viene aperta facendo così entrare i raggi di sole che colpiscono i delicatissimi vestiti esposti – Ogni curatore elabora una sua idea e la reinterpreta. Noi abbiamo voluto mostrare la Vreeland attraverso alcuni abiti provenienti da collezioni e musei, ma seguendo la nostra idea di Vreeland». Per sapere chi era in realtà Diana, come ha trasformato il Novecento, dove ha lasciato il segno e quando si sono accorti di lei ci sono riviste e libri, ma in nessuno di questi oggetti ci sarà mai l’emozione che si prova girando tra queste sale. Ad accogliere lo spettatore è un’armatura, prestata gentilmente dalla caffetteria del Castello di Monselice: «Lei avrebbe apprezzato molto! – prosegue la curatrice – avevamo in mente di posizionare un’armatura perché lei adorava tutte le figure in divisa che trasmettessero l’idea di autorità e fermezza». Guardare l’armatura e sentire che cosa esprime, immaginare di trovarsi là dentro, magari in procinto di partire per una Crociata. Questo è lo spirito giusto che la visionaria donna avrebbe approvato perché se avesse saputo che le stavano facendo una retrospettiva non ne sarebbe andata fiera. Lei, la più brutta tra due bellezze indiscutibili, quella della madre e della sorella, ha catturato lo sguardo del mondo intero con un carattere carismatico. Nessuno poteva rimanere indifferente.

Diana aveva qualcosa di più della bellezza. Aveva l’eleganza: «L’eleganza – diceva – non ha nulla a che fare con la bellezza dei vestiti. È una qualità tipica di certi pensieri e di certi animali». Il cognome Vreeland lo utilizza dopo essersi sposata con Reed, lasciando il suo Dalziel. È con lui che si trasferisce ad Albany frequentando una certa élite di stampo europeo come Gabriel Chanel e lo scrittore Evelyn Waugh e piazzandosi come una delle quindici donne statunitensi presentate a corte al re Giorgio V e alla regina Maria nel 1933. Il desiderio di cercare di far combaciare la sua persona con il suo personaggio la porta a vivere la sua vita come se lei stessa fosse una continua opera d’arte. L’occasione di esprimere il suo talento le viene data quando la direttrice della rivista Harper’s Bazaar la chiama in redazione dopo averla vista danzare con un abito bianco merlettato di Chanel, un bolero e rose rosse nei capelli. «Non avevo mai visto nessuno muoversi con una tale eleganza», sembra aver pronunciato incantata da come la giovane dirigeva il proprio corpo. La sua rubrica di moda, intitolata «Why don’t you?» riscuote immediatamente un notevole successo, ma è durante la guerra che il magazine diventa un punto di riferimento fino a quando Diana ne assume la direzione, per poi passare a Vogue nel 1962. In questo periodo la Vreeland dà libero respiro alla sua creatività creando tra le più belle doppie pagine della storia e scoprendo indossatrici che sarebbero diventate delle celebrities come Benedetta Barzini, Twiggy, Penelope Tree, Veruschka, Marisa Berenson o trasformando attrici in modelle come la stupenda Barbra Streisand, Cetherine Spaak e Francoise Hardy. Alcune bacheche mostrano le riviste aperte sui capolavori della fashion editor che continuava a ripetere di essere una fashion icon e non una fashion victim. La

L’eleganza non ha nulla a che vedere con la bellezza dei vestiti; È una qualità innata tipica di certi pensieri e di certi animali

Diana Vreeland After Diana Vreeland Diana Vreeland (1903-1989) è stata una fashion editor leggendaria. La sua carriera nella moda è durata più di cinquant’anni: ad “Harper’s Bazaar” prima, e poi come direttore dell’edizione americana di “Vogue” ha creato alcune delle doppie pagine più iconiche del ventesimo secolo. Alla fine della sua carriera è diventata Special Consultant al Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York, dove ha curato 12 mostre, che ha reso spettacolari attraverso uno sguardo da fashion editor. Queste mostre sono diventate un controverso oggetto di dibattito nel mondo dei musei, che fino ad allora aveva adottato criteri allestitivi basati sulla conservazione e sulla ricostruzione storica rigorosa, piuttosto che sul glamour o su un’idea contemporanea di allure. Diana Vreeland After Diana Vreeland non è una retrospettiva, né una ricostruzione cronologica, ma uno snapshot critico della pratica curatoriale di Diana Vreeland. La mostra utilizza e interroga la sua grammatica: gli arredi scenici, il famoso colour blocking, lo styling astratto dei manichini, i drappeggi in calicò, e le sue ossessioni (i Ballets Russes, l’orientalismo, la couture dei primi decenni del Novecento). Il percorso e le associazioni fra i cabinet rendono esplicito che il display della moda

in stile Vreeland è oggi ormai una forma stereotipata, e ci invitano a interrogarci sulla lezione che possiamo trarre oggi dalla sua legacy. Foto di Francesco de Luca

Diana Vreeland, Andy Warhol e Fred Hughes in Piazza San Marco a Venezia, estate 1973. Tratte da Eleanor Dwight, Diana Vreeland, New York, HarperCollins, 2002


differenza? Chi vive pensandosi come icona è un simbolo, un modello che entra nell’immaginario collettivo e si auto contempla. Chi invece segue la moda, cambia vestito a seconda di quello che è più o meno in voga, non ha carattere. Visione e interpretazione, queste sono le parole magiche per entrare nel mondo Vreeland: non basta sognare, bisognare concretizzare la fantasia e non dimenticare di condirla con un tocco di eleganza. Ecco allora che i manichini esposti, realizzati appositamente da Rosa Mannequin, diventano parte integrante dell’intera opera: i volti coperti con una stoffa trasparente e le dita delle mani posizionate in maniera sempre diversa, rendono la visione surreale, soprattutto quando il capo è ricoperto da meravigliose parrucche o da piume colorate. «Make it big» era il suo motto. In grande bisogna pensare e agire, così come facevano le donne che la ispiravano: la marchesa Luisa Casati, residente nella casa della collezionista Peggy Guggenheim a Ca’ Venier dei Leoni, personalità eccentrica e seduttiva, amica di Gabriele D’Annunzio e proprietaria di una pantera che scorazzava per l’odierno giardino del Museo o Maria Callas, struggente figura femminile dalla voce incantevole, sotto le luci dei riflettori per la sua tormentata vita sentimentale. «Era così sicura di sé – racconta Maria Luisa Frisa – che incoraggiava le persone e le valorizzava. Sapeva di essere irraggiungibile». Non poteva quindi esserci luogo migliore per pensare alla Vreeland dopo la Vreeland che le ampie sale del palazzo, illuminato con le lampade che Mariano Fortuny ideò appositamente per gli scenari teatrali. «Bisognerebbe fare una mostra su come vengono allestite le mostre – prosegue la curatrice, prima donna in Italia a lavorare sulla cultura

visuale contemporanea – perché a volte non si ha idea della delicatezza degli abiti e di come arrivano posizionati all’interno dei contenitori. Le tende bianche che si vedono ricoprire le pareti per proteggere gli abiti dalla luce sono state realizzate dai miei studenti usando la tela calico che si usa in genere per fare i modelli degli abiti. Per chi vuole lavorare in questo ambito partecipare a questa mostra è stata l’occasione di conoscere dal vivo alcune tra le personalità più importanti». I capi esposti, indossati da lei e firmati Yves Saint Laurent e Givenchy, provengono dal Metropolitan Museum of Art di New York dove la creatrice visionaria lavorò dopo Vogue per reinventarsi come curatrice, fino alla sua morte avvenuta nel 1989, ma anche dal Cristóbal Balenciaga Museum e da altre collezioni prestigiose firmate Chanel, Schiaparelli e altre. La parte dedicata agli abiti di Pucci e di Missoni ricorda il suo impegno per promuovere gli stilisti italiani in America. Il percorso è un continuo rimando, o meglio, un dialogo che le curatrici hanno intrattenuto con Diana Vreeland e che il visitatore reinterpreta poi, aggiungendo sempre una suggestione diversa. «Era una donna anticonformista indipendente, una sicuramente fuori dal coro – conclude Maria Luisa Frisa – Quando fai una mostra parti con un’idea e poi impari così tante cose che vorresti farne un’altra, funziona così perché entri dentro totalmente e ti ritrovi a occuparti di qualsiasi cosa, dal vestito ai vetri delle bacheche da pulire». In cima, nell’ultima sala, trionfa nella sua bianca bellezza un cavallo, realizzato dagli studenti in cartapesta, che, immobile, tra gli abiti esposti, sembra incarnare Diana Vreeland e la sua passione per la libertà.

Diana Vreeland, Dovima e Richard Avedon per “Harper’s Bazaar”, luglio 1955, ph. Richard Avedon, catalogo Diana Vreeland: Immoderate Style (curato da Koda e Martin, 1993) Maria Luisa Frisa, curatrice (foto Iuav)


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Storia di un artigiano itinerante

LA VECIA BARCA DE SAN TROVASO di ANDREA GION e SAVINO LiUZZI


“Ormai nell’arte non ci crede nessuno, io sì.” Franco Cestaro, nostromo di una vera e propria bottega galleggiante, esordisce così, con una calorosa stretta di mano. Arriviamo nel primissimo pomeriggio. La fondamenta di San Trovaso è battuta dal sole e Franco, all’ombra di un enorme tiemo, scruta i passanti sovrastando un tesoro di altri tempi: lumi antichi, sculture in vetro, mobili, anelli, collane, tele, stampe, orologi, porcellane, monete, specchi. Un vecchio lupo di mare seduto sul suo trono. Per rompere il ghiaccio, proviamo a etichettare la sua attività: antiquario, artigiano, artista, rigattiere? “Sono una specie di raccoglitore – ci corregge – ed è la parola più adatta per definire quello che faccio. La gente porta i vecchi oggetti che vuole dare via. Io li riunisco tutti, li espongo e li vendo per loro. Lavoro anche come artigiano. Itinerante, visto dove sto seduto.” I passanti indugiano di continuo, attratti dai numerosi oggetti sistemati con cura sul muretto della fondamenta. C’è veramente di tutto. “Da me trovate i veri souvenir veneziani, nel senso buono del termine. Cimeli che vengono dalle case di chi, a Venezia, ci vive. Oggetti autentici, anche se spesso gli acquirenti non se ne accorgono. Inoltre, offro la crème degli artisti visivi e dei pittori di tutto il 900 veneziano: Materico, Curri, Berto, Rotella, Plessi, Eulisse, Finzi, Licata, Guidi e parecchi altri. Basta guardare e saperli ri-

conoscere. Per me vale lo stesso discorso. Adesso, dopo trentacinque anni di attività, so riconoscere un falso o un oggetto di poco valore. ” Nasce spontanea una domanda. Come è nata l’idea della barca? E soprattutto… quando? “Per caso. Avevo una bottega antiquaria e mi dilettavo – nel senso che mi divertivo – soprattutto con l’attività d’incisore/restauratore orefice. Un sapere ereditato da mio padre, artigiano anche lui, e dai numerosi professori dell’Istituto d’Arte che aiutavo di quando in quando, approfittando dell’occasione per carpire i segreti del mestiere. Nell’86 ho fondato pure una ditta, la Veneziana Metalli. Poi le cose sono cambiate. Le burrasche della società mi hanno fatto chiudere i battenti e cercavo un’alternativa. Ho deciso di comprare la prima barca, più o meno dieci anni fa. In un primo momento ho incontrato alcuni ostacoli inattesi, soprattutto perché stavo avviando un’attività che non si era ancora vista: di barconi della frutta già ne esistevano, ma di rigattieri sull’acqua, no. La polizia non riconosceva la mia licenza di compravendita da artigiano, il comune non aveva competenze di commercio in acqua e la riva su cui mi attraccavo era demaniale: ero in piena regola. Per fortuna ci siamo chiariti quasi subito e la fiducia nelle mie intenzioni ha dato prova di affidabilità. Per non parlare della manutenzione. La barca sta in acqua tutto l’anno e i problemi per uno scafo di legno sono tantissimi. Ve lo garantisco. In quegli anni è successo di tutto. Quella barca ne ha viste di cotte e di crude.”


Venezia è sempre una città che mastica arte; sia chiaro che non si puo’ arrivare qui con la prima sciocchezza e pensare di esporre in tempi brevi o di essere i benvenuti: è una città dura

Barca che, dopo qualche tempo, si è allagata causa intemperie abbandonando alle acque il suo prezioso carico. Non che la cosa abbia prosciugato le energie di Franco. “Dopo qualche tempo ho comprato questa bragagna che vedete qui. È una tipica imbarcazione delle zone di Pellestrina: si usa per fare spola e portare il pesce dai bragossi, a riva. L’ho restaurata e trasformata in quello che è adesso, e devo ammettere che mi piace da impazzire, ha un’espressione davvero elegante. Si chiama “L’amor de i amici”, perché sono stati molti gli amici che mi hanno aiutato a comprarla, mettendoci qualcosina di proprio. Non l’ho mai usata per uscire in mare o per solcare la laguna, in compenso mi sono spostato moltissimo per i canali della città: da Cannaregio a Castello, a seconda delle giornate. Per qualche tempo l’ho sostituita a una vera e propria casa, tanto da lavorarci e viverci. Almeno finché non ho messo piede lassù.” Il mercante lagunare ci indica le tre finestre che si affacciano sullo squero di San Trovaso. Lì dentro c’è la sua casa-laboratorio, dove conserva i pezzi più pregiati e dove continua a lavorare come orefice e restauratore, su commissione. “Il vantaggio di essere un artigiano indipendente è che posso organizzarmi come voglio. Nei due o tre mesi più freddi dell’anno copro la barca e mi ritiro in laboratorio, lavorando in pre-

valenza nell’oreficeria. Appena torna una temperatura accettabile torno alla mia imbarcazione prediletta. In realtà, non ho obblighi particolari: ogni giorno decido se e a che ora aprire, in base al tempo e al lavoro che ho da fare. Mi ci vuole un’oretta e mezza per installare e disinstallare gli oggetti nella barca, ma ne vale la pena.” C’è una grossa differenza tra ieri e oggi? “Nessuna. Venezia è una città che mastica arte da sempre. Basta passeggiare e guardarsi intorno per riempirsi gli occhi di cose meravigliose. È ovvio che non si possa arrivare con la prima sciocchezza e sperare di esporre in tempi brevi o essere i benvenuti. È una città dura, ha una sua etica. Comunque sia, se fai qualcosa di valido, puoi trovare il tuo spazio e metterti in luce. Se ti dai anima e corpo, lavori sodo e credi fermamente in quello che stai facendo, alla fine la città ti premierà. È certo. Oggi come ieri.” Un’ultima dichiarazione? “Vorrei ringraziare con il cuore la città di Venezia e le sue genti tutte, perché hanno saputo incentivare i miei pregi e sopportare i miei difetti. Grazie per avermi insegnato a vivere.” Franco Cestaro, un uomo scaltro, fiero di poter contribuire alla diffusione dell’arte. Un veneziano doc, innamorato delle sue origini.

A sinistra: Franco Cestaro sfrutta il muretto presente sulla riva dove ormeggia la sua barca, come bancone per esporre i prodotti Sotto: l’ imbarcazione/negozio dell’artigiano ormeggiata a San Trovaso


“Riporre un libro dopo averlo letto è un piacere sottile, quasi sensuale, che ogni lettore conosce bene. Lo si infila al posto che gli è stato assegnato nella libreria, ci si allontana di qualche passo e lo si guarda soddisfatti accanto ai suoi nuovi amici.” da “Vivere con i libri” Introduzione di Margherita Pincioni

LIBRI &co. LIBRI LIBRI pagine a cura di SHAULA CALLIANDRO Per segnalazioni editoriali scrivere a shaula@calliandroeditore.it

questo mese parliamo di: FILM , LA GOGNA, EDITORIA, LIBRI VENEZIANI, SERIAL KILLER, VIVERE CON I LIBRI E LOBBISMO


I libri che sono divenuti premi Oscar

FILM DA LEGGERE Brian Selznick La straordinaria invenzione di Hugo Cabret Mondadori Pagine 544 Prezzo € 18,00

Kaui Hart Hemmings Paradiso amaro Newton Compton Editori Pagine 320 Prezzo € 9,90

Michael Morpurgo War horse Rizzoli Pagine 240 Prezzo € 15,00

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Molti film di successo sono spesso tratti da libri e mai come quest’anno i libri sono stati protagonisti della Notte degli Oscar 2012. Tra i film in nomination per le ambite statuette, diversi si ispirano agli omonimi libri. Primo fra tutti, “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret”, scritto da Brian Selznick ed edito da Mondadori, il cui film diretto da Martin Scorsere è stato premiato con ben 5 statuette. Hugo, orfano che vive nella stazione di Parigi, nel suo nascondiglio segreto sogna di diventare un grande illusionista. Il suo obiettivo è riuscire a riparare l’automa prodigioso che il padre gli ha lasciato prima di morire. Insieme all’amica Isabelle, cercherà di risolvere un affascinante mistero in cui identità segrete verranno svelate e un grande, dimenticato maestro del cinema tornerà in vita. Newton Compton Editore pubblica invece “Paradiso amaro” di Kaui Hart Hemmings, già grande successo di vendita, la cui trasposizione cinematografica, che vede un George Clooney protagonista in un ruolo tutto nuovo, si è aggiudicata il premio per la migliore sceneggiatura non originale. E’ la storia di una famiglia spezzata da una tragedia:

un incidente porta via Joanie, moglie di Matt e madre delle sue due figlie. Matt dovrà trovare la forza di ricominciare, non solo lasciando andare la moglie, ma anche e soprattutto costruendo un rapporto vero e nuovo con le sue figlie. Sarà un percorso difficile, irto di difficoltà ed incomprensioni. E poi, una storia d’amicizia tra uomo e animali. In “War horse” di Michael Morpurgo, edito da Rizzoli, Joey, cavallo bello e forte, racconta la sua storia in prima persona. E’ ancora un cucciolo quando incontra il piccolo Albert, deciso a tenerlo con sé. I due diventano amici inseparabili, ma la prima guerra mondiale li divide: Joey viene venduto alla cavalleria e mandato in Francia a combattere. Albert ha un solo obiettivo: crescere ed arruolarsi, per partire alla ricerca del suo amato cavallo. Una storia tenera e commovente di un’amicizia forte come può essere solo con un compagno speciale. Steven Spielberg ne ha fatto un film, affascinato dal romanzo, ricevendo ben sei candidature all’Oscar. Non resta che andare al cinema e godersi lo spettacolo, con le pagine dei libri stampate negli occhi.

I film spesso sono tratti da storie già scritte ma quest’anno molte sceneggiature non originali hanno alimentato la notte degli Academy Awards


Maurizio Tortorella

DA MANI PULITE ALLA GOGNA di DANIELE PAJAR

La storia professionale di Maurizio Tortorella è indubbiamente inusuale. Oggi è vicedirettore a Panorama. Ma dopo aver iniziato al Sole 24 Ore, scrivendo ovviamente di economia, ha conosciuto la sua vera passione negli anni ‘90: la giudiziaria. Il suo ultimo libro “La Gogna” (Boroli Editore) riassume sette casi emblematici di processi che trasferitisi dalle aule di tribunale alle prime pagine dei giornali sono diventati un vero e proprio anticipo di condanna per le persone coinvolte, e questo sempre di più “a scapito del garantismo”. Allora Direttore, com’è che hai scoperto la giudiziaria come passione, dopo esserti occupato dei sindacati (nel 1984 primo giornalista a intervistare un segretario della Cgil: Luciano Lama) e degli industriali? Sono stato tra i fortunati che a vent’anni sono riusciti ad entrare in una redazione. Ho cominciato nell’81, come praticante, al Sole 24Ore. Ad un certo punto, nell’89, appena passato in Mondadori – forse stufo di bilanci e di scorrere i comunicati finanziari, ndr – chiedo di passare a qualcosa d’altro; e mi propongono la cronaca giudiziaria. Ho accettato.

Un destino segnato quello verso le aule di tribunale: tuo padre era avvocato. Sì. Ma come spesso accade per i figli, io tutto avrei voluto fare nella vita tranne che l’avvocato. Dura lex sed lex: ma ci sei andato molto vicino. E, complice ancora il destino, il passaggio in giudiziaria è arrivato forse nel momento migliore con Tangentopoli all’orizzonte. Ero caporedattore a Fortune, costola italiana della rivista economica americana, edita per il nostro paese da Mondadori. Poi il passaggio a Panorama come inviato speciale nel ‘91: proprio all’alba di

Maurizio Tortorella LA GOGNA Boroli Editore Pagine 176 Prezzo € 14,00


Tangentopoli. Fu Andrea Monti – allora direttore di Fortune e poi di Panorama e oggi direttore della Gazzetta dello Sport, ndr – a dirmi: fai giudiziaria. Ed io ho cominciato intervistando Antonio Di Pietro. Com’è andata? Io Tangentopoli l’ho seguita tutta ma in modo “anomalo”: gli altri s’affannavano a ottenere notizie e “carte” dal Pool Mani Pulite e dagli inquirenti, io andavo direttamente dagli avvocati degli inquisiti. E così ne ho potute raccontare di cose. Poi ho seguito il filone delle Tangenti Rosse, con i finanziamenti illeciti al Pci-Pds: e lì non eravamo in molti a fare inchieste... Anche adesso funziona nello stesso modo di allora: tutti si affannano a chieder carte, che poi in un modo o nell’altro spuntano fuori... Francamente trovo che oggi il mestiere sia veramente cambiato molto. Prima il cronista di giudiziaria quando ci riusciva faceva aprire le inchieste, adesso succede sempre meno. Troppo spesso si tratta di un lavoro mortificante, basato sul passare le carte che “spuntano” fuori. Stesse carte che il giorno dopo, uguali per tutti, sono sui giornali. Con qualche eccezione... Vero. Qualche tempo fa Ciancimino Jr, intercettato, spiegava di avere libero accesso al computer del magistrato Antonio Ingroia. Un fatto di per sè gravissimo, ma praticamente ignorato dai giornali italiani. Lo abbiamo scritto su Panorama e ora il Csm ha aperto un’inchiesta. E l’idea del libro? Tra i sette casi c’è pure Berlusconi. Ero garantista e liberale fin da ragazzo. Perciò un libro cosi mi è venuto facile. A questo si aggiunga un dato di fatto mortificante: l’unico vero processo, oggi, è quello che si svolge sui giornali. Vale di più un avviso di garanzia piuttosto che una condanna (o una assoluzione). Non ci sono dubbi. Cito un esempio. Tra i casi che riporto nel mio libro c’è quello di Ottaviano Del Turco. Una vicenda sconcertante: il suo arresto, nel 2008, fu accompagnato da un clamore mediatico enorme ma, oggi, il suo processo va avanti stancamente come se se ne attendesse la prescrizione. Allora Del Turco fu letteralmente massacrato sulla base del momento storico: semplicemente perché era un socialista. Alleggeriamo un po’. Come funziona la tua giornata? Vale ancora la regola del giornalista scapestrato, “by night”, alla Bob Woodward Carl Bernstein, in Tutti gli uomini del Presidente, film sullo scandalo Watergate? Non per me. Sveglia presto, da qualche anno poi dormo veramente poco. Salto in auto, passaggio a scuola. E poi via verso palazzo Niemeyer (storica sede della Mondadori a Segrate). Si lavora per confezionare Panorama dalle nove e mezzo del mattino alle nove di sera. Passaggio a scuola? E la prole? Mio figlio Michele è la luce della mia vita… Afferrato. Un minimo di vita privata c’e’. Anche per i giornalisti.

editoria LA BRITANNICA DIVENTA DIGITALE Dopo 244 anni, la storica Enciclopedia Britannica dice addio alla carta: da quest’anno verrà pubblicata solo la sua versione digitale. Le pagine si sfoglieranno sul Web, o sugli schermi degli smartphone e dei tablet. Si chiude così un pezzo di storia per entrare in una nuova era: quella dei contenuti multimediali, impossibili nella versione cartacea. Chi ha acquistato i 32 volumi dell’ultima versione cartacea dovrà custodirli gelosamente. E la nostra Treccani seguirà l’esempio degli inglesi? Per il momento, resterà in entrambe le versioni, cartacea ed elettronica.

ELECTAKIDS, SPAZIO AI BAMBINI Nasce Electakids, collana dell’editrice Electa dedicata ai bambini. Destinata ai piccoli dai 4 ai 10 anni e pensata per stimolare la loro fantasia, si rivolge anche al pubblico dei grandi con circa dieci titoli tra activity book, favole e libri artistici. Gli adulti infatti potranno valorizzarne gli spunti creativi nell’interazione libro-bambino e cogliere i contenuti formativi nelle storie e nei temi proposti (l’ecologia, il riciclo, il rispetto per l’ambiente o per il ‘diverso’…). I libri Electakids, forti della consolidata esperienza della casa editrice, si riconoscono nel panorama dell’editoria per l’infanzia per l’attenta ricerca di autori e illustratori italiani e internazionali – dai più affermati agli emergenti – e per la qualità grafica. Tra le uscite dell’anno non mancheranno classici come Tomi Ungerer, riproposto nel formato degli album originali ed artisti come Hervé Tullet.

IL CONCORSO, VENEZIANI E VENEZIA

Un invito a scrivere, in lingua italiana, di e su Venezia. Rivolto a veneziani più o meno giovani, residenti e non, italiani o stranieri, insomma a tutti coloro che, per vari motivi, conoscono bene la città. È questo, in sintesi, lo scopo che si prefigge “Veneziani e Venezia”, il premio letterario lanciato dalla casa editrice Studio LT2 e da Caterina Falomo, co-ideatrice dell’iniziativa. Sulla scia dei libri “Quando c’erano i veneziani” e “I nuovi veneziani”, curati dalla stessa Caterina Falomo, si articolano le tre sezioni del concorso: le prime due riportano lo stesso titolo dei libri, mentre la terza vuole essere una sorta di provocazione, dal titolo “Se io fossi sindaco”. I racconti, che dovranno essere inediti, saranno pubblicati on-line sul sito della casa editrice, mentre i primi classificati per ogni sezione verranno raccolti in un libro della collana “I Tolettini”. I contributi andranno inviati tramite email entro il 31 agosto all’indirizzo veneziani@libreriatoletta.it. I vincitori si conosceranno entro il 30 settembre. E’ possibile scaricare il bando all’indirizzo www.studiolt2. it.

NASCE NeWTON ZEROQUARANTANOVE, PER I NOSTALGICI “100 PAGINE 1000 LIRE” Quando gli indimenticabili “100 pagine 1000 lire” incontrano il futuro, nasce una nuova collana di Newton Compton Editori, dedicata ai lettori affezionati al passato ma che guardano anche al nuovo. Dal mese di marzo sono in vendita presso i principali bookshop online i primi nove titoli della collana eNewton Zeroquarantanove, esclusivamente digitale. La collana si

propone di riportare alla luce i celebri volumi che sono passati alla storia (e molti altri classici di collane affini, come Giallo Economico Classico e Fantastico Economico Classico) in formato digitale a soli € 0,49. Sono in programma almeno duecento titoli, che saranno pubblicati nel corso del 2012.


V

SELEZIONE

Idee dalla laguna

SELEZIONE VENEZIA

ENEZIA

Giovanni Distefano Centenario del Campanile di San Marco 1912-2012 Supernova Pagine 108 Prezzo € 10,00

Marco Nuxis Mhae Albatros Pagine 71 Prezzo € 10,50

Marco Nuxis, veneziano d’adozione, esordisce con un romanzo fantastico che tra buchi neri, salti sp a z io - t e mp or a l i , creature mutaforma e viaggi nel tempo, riesce a regalare tanta azione e più di un sorriso. Mhae ha undici anni ed è un bambino molto alto per la sua età, ben ventiquattro centimetri. A stupire, però, non è solo la sua

statura, ma tutta una serie di caratteristiche inusuali per la sua età: è scaltro, coraggioso, decisamente sveglio. Il capitano Tryxis lo coinvolge in un viaggio che lo porterà molto lontano dalla sua galassia, fino ad atterrare su un grande pianeta, dove gli abitanti somigliano incredibilmente al piccolo Mhae...ma sono dei giganti. Chi saranno?

“Alla notizia del crollo del Campanile, la grande voce della città, el paron de casa che regolava la vita dei cittadini attraverso il suono delle sue cinque campane, la gente pianse, come piangerà poi nel 1996 quando brucerà il Teatro La Fenice. Non era un campanile che cadeva, era il Campanile di San Marco, segnacolo,

Anna Pavignano Venezia, un sogno Edizioni e/o Pagine 192 Prezzo € 17,00

In una Venezia strangolata dall’acqua alta, Thomas, americano trapiantato in Italia da più di trent’anni, ricorda la propria vita: l’amore per la moglie Ivonne, morta prematuramente di una misteriosa malattia che le ha cancellato la memoria, l’infanzia del figlio e il dialogo mancato, le altre donne che ha amato e perduto. Ma

Venezia, bellissima e abbandonata, continua a sprofondare ogni giorno più invivibile; insieme al nipotino africano, con cui comunica con pochissime parole e con i gesti, escogiterà una rocambolesca protesta per salvare la propria meravigliosa città.

bandiera e faro dei veneziani, testimonio di una multiforme storia di vita e d’arte. Quelle lacrime furono la testimonianza di un grande affetto e i veneziani piansero ancora, ma di gioia, nel giorno dell’inaugurazione del nuovo Campanile che si alzava nel posto di prima e con le forme di prima.” (Dall’introduzione)

Federico Moro Angelo Emo, eroe o traditore? La rivoluzione fallita dell’ultimo dei veneziani Studio LT2 Pagine 254 Prezzo € 16,00 Venezia, seconda metà del Settecento. La repubblica Serenissima spende gli ultimi giorni nella consapevolezza di quanto l’aspetta. Ciò nonostante, un gruppo di uomini cerca di strapparla all’agonia crepuscolare. Tra questi, l’ammiraglio Angelo Emo: erede di una potente famiglia patrizia, lotta per invertire il

Giovanni Montanaro Tutti i colori del mondo Feltrinelli Pagine 144 Prezzo € 14,00

1881, Gheel. Teresa non è pazza, ma come tale è stata registrata per poter godere, come è uso in quel villaggio fiammingo, dell’ospitalità della famiglia Vanheim. Arriva poi un nuovo ospite, un vagabondo rosso di capelli, schivo, rude: diventerà un

pittore, troverà nei colori una strada universale. In dieci anni accadono molte cose a Teresa e a Vincent van Gogh. Teresa gli scrive perché la aiuti a mettere ordine, e per ricordargli che lui è l’unico vero amore di tutta la sua vita. Il romanzo del giovane veneziano Giovanni Montanaro è una lunga lettera, dolcissima, appassionata, semplice.

corso della storia e, combattendo in mare, diventa l’eroe di Algeri, Tripoli e Tunisi. Muore nel 1792: cause naturali, assassinio per ragioni personali oppure esecuzione di una sentenza? Chi è stato davvero Angelo Emo, un eroe o un traditore? Il volume ricostruisce la realtà dei fatti giungendo a una sorprendente conclusione. Alberto Toso Fei Misteri di Venezia Studio LT2 Pagine 353 Prezzo € 22,00

Un viaggio in sette notti alla scoperta di una Venezia diversa, segreta e misteriosa, fatta di segni levigati dal tempo, ma ancora riconoscibili e tutti da scoprire: fantasmi e demoni, dogi e cortigiane, personaggi storici e creature leggendarie, ricompaiono là dove il reale e l’immaginario si intrecciano

nella storia dei luoghi. Il volume rappresenta un modo diverso, avvincente e suggestivo di visitare città e di conoscerne la storia più intima e segreta. “Misteri di Venezia” inaugura una nuova collana dedicata alla storia segreta delle città più preziose d’Italia: il secondo volume, appena uscito, è dedicato a Roma.


Il libro del mese

ASSASSINI & CO. NELLA REPUBBLICA DI VENEZIA

L’autore, archeologo e ricercatore storico, ci trasporta e ci guida attraverso la Venezia più oscura, quella degli omicidi, dei delitti efferati e delle personalità distorte. Una minuziosa ricerca di documenti d’archivio, principalmente della Quarantia Criminal e del Consiglio dei Dieci, la più potente e temibile magistratura veneziana, ci permette di capire in che modo i veneziani affrontavano indagini complesse, servendosi quando possibile dei limitati mezzi scientifici disponibili al tempo. Ed ecco, quindi, che Davide Busato ci narra le storie di alcuni tra i più clamorosi casi di omicidi seriali veneziani:

Veneranda Porta da Sacile, la prima omicida seriale femminile della Serenissima; Daniel Lanza, il maestro di francese a caccia di vittime tra le calli nel Carnevale settecentesco; Marcantonio Brandolini, l’abate avvelenatore in sentore di stregoneria. Sono solo alcuni nomi ai quali possono essere ricondotte le più diffuse tipologie di delitto all’epoca: l’omicidio passionale, la caccia alle streghe, l’avvelenamento, lo stupro. Ma con un tocco di modernità: per il loro modus operandi, nella nostra epoca potrebbero essere considerati dei veri e propri serial killer. Il volume rappresenta solo la prima tappa di un’e-

splorazione più ampia dedicata al lato oscuro della Serenissima: in seguito, altri volumi approfondiranno i metodi di indagine criminologica, i delitti con movente passionale e quelli con protagonista la Chiesa.

Davide Busato I Serial Killer della Serenissima Helvetia Editrice Pagine 176 Prezzo € 14,00


La nostra libreria Idea n. 1

Tiberio Timperi Nei tuoi occhi di bambino Longanesi Pagine 150 Prezzo € 11,60

Questa è la storia di Leonardo, un padre che vorrebbe semplicemente giocare con suo figlio, accompagnarlo all’asilo, insegnargli a vivere. Ma non può farlo: dopo il fallimento del suo matrimonio è costretto a contare le ore e ad aggrapparsi al ricordo di un sorriso per sopravvivere nell’attesa di poter vedere il figlio. Si considera un padre a metà. La sua storia è quella di tanti padri separati che si vedono negato il diritto di stare accanto ai figli. Una lontananza forzata e dolorosa, ma sempre accompagnata dalla speranza. In questo romanzo l’autore, ispirandosi alla sua storia personale, traccia in maniera toccante e delicata i sentimenti che animano i papà nei confronti dei loro bambini.

Gianluca Sgueo Lobbying & lobbismi. Le regole del gioco in una democrazia reale Egea Pagine 263 Prezzo € 24,00

Le cronache degli ultimi anni in Italia e l’opposizione alle proposte di liberalizzazioni avanzate dal governo Monti hanno rafforzato le connotazioni negative associate alle lobby, viste come raggruppamenti di affaristi, difensori di caste e faccendieri. Nel suo volume Gianluca Sgueo, giornalista ed esperto specialista in comunicazione e formazione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, mostra invece come fare lobbying possa ricoprire un ruolo fondamentale nell’economia e nella democrazia attraverso la sua regolamentazione e trasparenza, disegnando inoltre le linee guide per instaurare un sistema efficace e funzionale.

CONSIGLIATO

Giuseppe Molteni e Roberta Motta Testi di Margherita Pincioni Vivere con i libri Mondadori Pagine 168 Prezzo € 29,00

Il sogno di ogni lettore è quello di poter abbracciare con lo sguardo l’insieme variopinto dei propri libri, tutti davanti agli occhi, tutti disponibili, nella propria personale libreria. “Vivere con i libri” propone una galleria fotografica delle librerie più belle, classiche o più originali, che si possano immaginare. Si va dalle soluzioni impegnative e su misura, fino a quelle inaspettate ed economiche. Ed ancora, modi inconsueti di sfruttare luoghi ed ambienti moderni gremiti di oggetti di design. Una galleria vastissima ricca di spunti da copiare, di sogni diventati luoghi per la lettura.

Roberto Costantini Tu sei il male Marsilio Pagine 672 Prezzo € 22,00

Roma, 11 luglio 1982. La sera della vittoria italiana al Mundial spagnolo Elisa Sordi, giovane impiegata di una società immobiliare del Vaticano, scompare nel nulla. L’inchiesta viene affidata a Michele Balistreri, giovane commissario di Polizia dal passato oscuro. Roma, 9 luglio 2006. Mentre gli azzurri battono la Francia ai Mondiali di Germania, Giovanna Sordi, madre di Elisa, si uccide. Il suicidio spinge il commissario a riaprire l’inchiesta sulla scomparsa della figlia. Già caso editoriale internazionale, “Tu sei il male” è il primo volume di una straordinaria ed appassionante trilogia poliziesca capace di gettare uno sguardo lucido sui conflitti che attraversano la nostra società.

Idea n.2 Sànchez Clara La voce invisibile del vento Garzanti Pagine 400 – Prezzo € 17,60 Idea n.3

CONSIGLIATO

Idea n.4 Alessandro Piperno Inseparabili Mondadori Pagine 360 – Prezzo € 20,00

Idea n.5 Andrea Camilleri Dentro il labirinto Skira Pagine 160 – Prezzo € 15,00 Idea n.6

CONSIGLIATO

Idea n.7 Vittoria Coppola Gli occhi di mia figlia Lupo Editore Edizioni Anordest Pagine 156 – Prezzo € 12,00 Idea n.8

CONSIGLIATO

Idea n.9 Charlotte Link Oltre le apparenze Corbaccio Pagine 540 – Prezzo € 18,60 Idea n.10 Carlo Verdone La casa sopra i portici Bompiani Pagine 160 – Prezzo € 18,00

Segnala il tuo libro preferito a: shaula@calliandroeditore.it


Verso l’Expo 2015

Venezia e Hangzhou: un’amicizia che parte da lontano di NADIA DE LAZZARI Si scrive Hangzhou e si pronuncia Angiù. Si scrive Venezia e si pronuncia Venessia. Siamo a cavallo tra il XIII e XIV secolo, i tempi di Marco Polo (1254– 1324). Il viaggiatore veneziano, mercante ed ambasciatore, impaziente di spingersi oltre la laguna, cerca terre lontane. Nei lunghi viaggi sulla via della seta supera mari, montagne, deserti. Arriva fino in Cina. Fa tappa anche ad Hangzhou, città capitale della dinastia Song del Sud. Marco Polo, subito, tesse le lodi del luogo. Così la descrive ne “Il Milione”: “Non c’è al mondo città uguale, che vi offra tali delizie così che uno si crede in paradiso”. E non fu il solo a parlarne. Anche Odorico da Pordenone (1330) e l’arabo Ibn Bat-

tuta (XIV sec.) fanno descrizioni simili. Il gesuita Matteo Ricci la visita nel 1583. Il missionario, per primo, riporta il famoso detto cinese: “In Cielo c’è il Paradiso, sulla terra ci sono Hangkow e Suchow”. Ad Hangzhou i cinesi nominano Marco Polo “governatore” della città per due anni – dal 1292 al 1294. Oggi quel popolo ricorda ancora i lunghi soggiorni del viaggiatore veneziano. All’interno di un parco del Lago Occidentale campeggia la statua di Marco Polo, importante testimonianza del legame storico tra Hangzhou e Venezia. Sul retro del monumento si trova una lapide, scritta in lingua inglese, con una curiosità: il cognome “polo” ha l’iniziale minuscola.


Dal XIII al XX secolo. Nel tempo il legame con la Cina rimane inalterato, o, meglio, si rafforza. I due popoli esprimono ancora una volta la volontà di continuare a tessere rapporti. Ma, al di là dei progetti, ci sono idee, impegni, sacrifici di uomini e donne. A Venezia un uomo, in particolare, rinnova l’amicizia con il popolo cinese. L’antesignano si chiama Gianni Pellicani (1932–2006), esponente di spicco del Pci, poi Pds e Ds, deputato dal 1972 al 1994. In qualità di Vicesindaco (1975–1983), con la Giunta presieduta dal sindaco Mario Rigo, l’onorevole Pellicani dà il via alla grande stagione culturale con la Cina. In laguna si alternano mostre, simposi, a livello nazionale e internazionale. A Ca’ Farsetti viene firmato il primo protocollo. E’ il 24 marzo 1980. La Città di Venezia si gemella con Suzhou (provincia di Jangshu, Repubblica Popolare Cinese) “con il fine di contribuire alla crescita dell’amicizia fra le popolazioni delle città dei due paesi. L’intento è quello di incrementare gli scambi amichevoli e di sviluppare la collaborazione fra le due città in diversi settori: culturale, artistico, tecnico, scientifico, economico, turistico e della gestione amministrativa e urbanistica”. Si avvia così un periodo di nuove interessanti relazioni tra la Cina e l’Italia. Fino a culminare – era il 1994 – con il maggior avvenimento culturale dell’anno a Roma e a Venezia. Nel centro storico, nel complesso delle Zitelle all’isola della Giudecca, viene allestita la grande mostra “Cina 220 a.c. – I guerrieri Xian”. La storia, si sa, non si ferma. Anche oggi i contatti tra i due popoli proseguono. Il 4 agosto 2009 nasce il Comitato Expo Venezia, un’associazione preposta allo “sviluppo di molteplici attività per l’organizzazione di manifestazioni internazionali, promozioni, eccellenze del sistema veneziano”. L’associazione ha un board tutto veneziano formato da: Comune, Provincia, Camera di Commercio, Confindustria, Casinò, Vega, Fondazione di Venezia, Fondazione Venezia 2000. Il Comitato Expo Venezia, costituitosi per l’Expo di Shangai 2010, continua ad operare per l’Expo Milano 2015. Il tema indicato è “L’acqua” (intesa a 360°) e Venezia si propone quale “porta d’accesso” dell’evento internazionale. Il presidente del Comitato Expo Venezia è il sindaco Giorgio Orsoni. Che continua a ricordare: “Venezia e Hangzhou sono legate da un’antica amicizia che fonda le sue radici nei secoli. E’ scritto nelle pagine della storia il lungo rapporto di scambio che le ha unite, e molte saranno quelle che ancora si scriveranno. Sette secoli orsono Marco Polo paragonava Hangzhou al paradiso; oggi è descritta come “la città più felice della Cina”, un angolo di intensa bellezza, come la parte occidentale della città, Xi Hu, il Lago dell’Ovest. Il filo che unisce da sempre Hangzhou alla città di San Marco è l’amore per l’arte, la cultura, la propensione per il bello che le rende entrambe meravigliose agli occhi dell’attento visitatore. Venezia e Hangzhou sono città unite in uno stretto sodalizio, un rapporto vivo e proficuo che si rinnova continuamente e che saprà donarci buoni frutti per molto tempo ancora”. E, con vigore, dichiara: “Il punto di convergenza tra la città lagunare e quella cinese deve essere la condivisione di politiche di sviluppo sostenibile e di rispetto dei diritti umani”. Lo scorso novembre 2011, a Venezia, le due città hanno siglato un patto d’intenti. I settori interessati vanno dalla cultura all’economia. Recentemente – 10/12 marzo – è stata promossa la “Hangzhou Day”, vi-

Nicola, il frate che spiega i FRARI ai cinesi

La curiosità

Un gruppo di cittadini cinesi (artisti, giornalisti, imprenditori, politici, professori universitari) ha visitato le scorse settimane la chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari. Speciale fonte di informazione era il parroco, frate Nicola Riccadona: “E’ stata un’impresa parlare dei misteri cristiani. Ci siamo fermati all’aspetto culturale dell’opera d’arte. C’era il desiderio di capire la vita della comunità – battesimo, matrimonio, funerale. Li ho visti interessati durante la visita nel patronato”. Frate Nicola, in Cina la religione diffusa è il buddismo. Gli edifici religiosi, i templi, hanno forma quadrata. Sono affiancati da strutture architettoniche simmetricamente distribuite secondo l’asse nord-sud. Il tempio ha dimensioni minori di questa chiesa che vive la religione cattolica. Perché è così grande? Per una concezione estetica-religiosa dell’epoca. I lavori iniziarono intorno al 1340 e si conclusero tra il 1440 e il 1445. C’era un’importante presenza francescana. Vivevano oltre centocinquanta frati, ora siamo in quattro. Ri-

siedevano i Paioli, i Coronelli, nomi illustri di pensatori e scienziati. In città emanavano una forte carica intellettuale. Nell’adiacente Archivio di Stato ci sono 97 chilometri di documenti. Cosa rappresenta quella maestosa pala? E’ l’Assunta, capolavoro del Tiziano. Nella parte inferiore a forma di rettangolo, figura geometrica imperfetta, sono rappresentati gli uomini. In quella superiore a forma di cerchio, figura geometrica perfetta, è rappresentato il paradiso, cioè l’al di là. Al centro Maria, la madre di Gesù. Sta salendo al cielo con un passo di danza. E’ felice. Tale è l’uomo che aspira di vedere il volto di Dio. Maria è nella gloria, non muore; viene portata in cielo in anima e corpo. Chi sono gli apostoli? Sono uomini. Studiamo con passione l’arte e la musica italiana. Nei dipinti osserviamo l’architettura e l’arte antica dell’Occidente. Esse influenzano l’arte cinese contemporanea. Sappiamo che qui c’è la tomba del compositore Claudio Monteverdi. Segnò il passaggio dalla musica rinascimentale e quella barocca. Oggi abbiamo scoperto che il cattolicesimo è un mondo integrato nella società. C’è dedizione all’altro e la carità è scuola di vita. La Comunità, chiesa e patronato, hanno funzione religiosa, storica, sociale, culturale. Aspetti per noi cinesi davvero sorprendenti e inusuali. Grazie. Arrivederci ad Hangzhou. (N.D.L.)


Sopra: alcuni momenti della cerimonia del tè organizzata durante l’Hangzhou Day a Venezia

sita ufficiale alla Città di Venezia. Per dare seguito all’impegno assunto il vicesindaco di Hangzhou, Zhang Jianting, ha accompagnato una delegazione di un’ottantina di persone. Il loro commento: “I nostri occhi vedono Venezia come prototipo. Ci interessa l’unicità, cerchiamo le eccellenze. Per noi Venezia è l’eccellenza. Siamo affascinati dai vostri grandi maestri nel campo del vetro, dell’artigianato, del restauro. Troviamo interessanti le vostre istituzioni: Fondazione Banca degli occhi, Fondazione Bevilacqua La Masa, Ire, Istituto uni-

versitario di architettura di Venezia, Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Mo.s.e., Ospedale all’Angelo di Mestre, Università Ca’ Foscari”. E Venezia, a palazzo Franchetti, ha ammirato il talento dei giovani artisti cinesi (Chen Yu-jun, Li Qing, Wang Ya-bin, Yin Zhao Yang) e italiani (Thomas Braida, Fabio De Meo, Andrea Kvas, Serena Vestrucci) e, nella chiesa di San Vidal, le spettacolari esibizioni e l’antica cerimonia del tè. I cinesi guardano anche al Veneto (design, prodotti quali l’eno-gastronomia, le calzature, il tessile).


L’esperienza della Famiglia Ballin, nell’affrontare con amore, forza e coraggio la perdita del loro primo figlio, ha dato origine ad una serie di progetti rivolti a bambini e bambine indiani in stato di assoluta necessità, sostenuti inizialmente da amici e parenti. L’Associazione Pietro Ballin Onlus, nasce ufficialmente nel marzo 2009, ma era già presente come idea nelle menti e nei cuori di chi ha amato Pietro, fin dal momento in cui ha lasciato prematuramente la sua famiglia. Poiché è desiderio di chi ha conosciuto e amato Pietro di proseguire sul sentiero da lui tracciato: essere una “famiglia” anche a distanza, per bambini poveri, abbandonati o maltrattati, dal singolo progetto si è successivamente costituita in associazione di promozione sociale che si è posta lo scopo di dare un aiuto concreto ai bambini in stato di necessità per garantire loro, opportunità, speranza e dignità e pari diritti. In questi anni di attività, l’Associazione Pietro Ballin si è particolarmente impegnata in progetti di aiuto e sostegno verso bambini e bambine di strada in India, a Lucknow nell’Uttar Pradesh, contribuendo alla costruzione di una casa famiglia per bambine in stato di abbandono. L’Associazione Pietro Ballin verifica direttamente l’effettivo avanzamento dei progetti, sia con visite periodiche dall’Italia (ogni 6 mesi circa) di componenti del direttivo, sia inviando esperti e volontari sul campo, sia con visite periodiche di volontari che vivono in India. Lo staff dell’Associazione è costituito solo da volontari, quindi tutto ciò che viene raccolto è destinato per l’80% ai progetti dell’associazione e il restante 20% per il sostegno all’organizzazione.

Dove ci troviamo: Sede legale: Via Diaz, 232 – 35010 Perarolo di Vigonza (PD) Sede operativa: Piazzale Castagnara, 17 – 35010 Cadoneghe PD Referente fund raising Nadia Ferraresi (per informazione relative a progetti, come aiutarci per privati e aziende, associarsi, volontariato, etc.) Tel. +39 329 9504124 – e-mail: apspietroballin@libero.it / nadiaferr@hotmail.it http://blog.libero.it/pietroballin Per donazioni: bonifico o RID bancario

CODICE IBAN IT58D0572836230146570644353 Banca Popolare di Vicenza, ag. Mellaredo (VE)


STORIA E STORIE Noi tutti abbiamo in mente una certa idea della laguna, qualcuno anche alcune delle trasformazioni che l’hanno modificata in modo radicale, un numero con ogni probabilità esiguo, però, discuterebbe sul fatto sia sempre esistita. Invece… Continua il nostro viaggio alla riscoperta delle origini di Venezia, e poi una parentesi dedicata allo sport: quando in laguna si giocava a baseball; il centenario dalla ricostruzione del campanile di San Marco.


La storia della Serenissima – Seconda puntata

ALLE ORIGINI DI VENEZIA

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La continuità di popolamento dai tempi più remoti dell’area costiera della regione, inquadrata dal riordino amministrativo promosso sotto Ottaviano Augusto come X Regio Venetia et Histria, è indiscutibile. L’ampia “terra anfibia” dove acque salate, dolci e sulfuree si mescolano originando un paesaggio e uno stile di vita particolari ha visto una costante presenza dell’uomo. Il quale, a seconda delle tecnologie e delle risorse disponibili, ha adattato alle proprie esigenze un ambiente dinamico in perenne mutamento e poco incline ad accoglierlo. Da qui la necessità di sviluppare approcci innovativi, praticamente in ogni campo e a partire dalle costruzioni. L’idea, però, che la “casa veneziana”, edificata su fondamenta di palafitte, sia un’invenzione della genialità dei primi profughi o dei loro figli e nipoti, è pura fantasia. Insieme con le pietre e i mattoni, dalle città in decadenza della terraferma arrivano in laguna conoscenze, tecniche e tradizioni edilizie. La X Regio e, prima di essa la Venetia degli Euganei, degli Antichi Veneti, dei Greci e degli Etruschi è costretta a confrontarsi con l’ambiente anfibio tipico dell’area. Di passaggio può essere utile ricordare come l’intero Polesine ancora nel XV secolo risentisse della Sessa dell’Adriatico, la cui onda provocava il fenomeno dell’”acqua alta” nella Mantova dei Gonzaga. “Terra fradicia”, dunque, quella veneta, in balia di fiumi capricciosi e con una linea di costa mobile e mal definita: per abitarla bisognava mettere mano all’idraulica e “inventare” tecniche costruttive in grado di affrontare la sfida. Venezia, città e Repubblica, le eredita e le perfeziona. Ritornando alla domanda iniziale, quando inizia la storia veneziana? In parte si è già risposto: non esiste un inizio perché semplicemente comunità lungo l’area costiera veneta ci sono sempre state. La spiegazione, però, è parziale. Un punto di frattura nell’ideale linea del tempo si può individuare. A mio parere il momento è quello in cui il popolamento di queste zone aumenta in modo sensibile in virtù del maggior livello di sicurezza assicurato dalla natura paludosa rispetto alle più esposte località dell’entroterra. L’acqua si trasforma in barriera liquida, cardine di un sistema difensivo necessario a fronteggiare una nuova e imprevista minaccia. Quale? Tutto precipita agli inizi del V secolo quando, per la prima volta in modo tanto massiccio da quando le legioni di Roma hanno raggiunto le Alpi, un intero popolo si presenta nella Pianura Friulana. Sono i Visigoti guidati da re Alarico. In realtà si tratta di una sorta di confederazione di tribù che in una stirpe e in un capo hanno il collante necessario a dare unità e direzione a una vita caratterizzata da incertezza e pericolo. Si tratta proprio di quel crogiolo di genti che nel 378, in fuga sotto la pressione unna, è stato prima accolto all’interno del limes romano e poi inutilmente combattuto. E ha colto l’imprevista e grandiosa vittoria di Adrianopoli. Nella giornata, tanto infausta per le armi romane, muore anche l’imperatore

di federico moro

Valente. Da allora l’alleanza visigota non ha più lasciato i Balcani. Il 18 novembre 401, però, parte e punta sull’Italia. Con quale obiettivo? Sfruttare l’assenza dell’armata di manovra romana, l’exercitus comitatensis, e del suo comandante in capo il magister utriusquae militiae Flavio Stilicone impegnati in Rezia, per piombare sulla nuova sede della corte imperiale, Milano, e strappare al debole augusto d’Occidente, Onorio, un trattato, foedus, con termini di straordinario favore. Da Forum Iulii (Cividale) a Milano la marcia attraverso la X Regio Venetia et Histria è una prima striscia di morte e distruzioni. Il tragitto seguito diventa classico per chiunque si affacci alla porta orientale d’Italia con l’intenzione d’invaderla. I Visigoti sono intercettati, mentre ancora assediano Milano, dall’improvviso ritorno di Stilicone, che guida l’exercitus comitatensis in una drammatica marcia invernale. Alarico pensa di sganciarsi e prova a seminare l’avversario proseguendo in direzione delle Alpi Occidentali. Penetra nella XI Regio Transpadana ma a Pollentia, non lontano da Hasta, Asti, è raggiunto e sconfitto. Stilicone, però, evita di annientare i Visigoti. Li risospinge indietro, invece, lungo la Pianura, sino a Verona dove li sconfigge una seconda volta. Anche in questo caso, comunque, non affonda il colpo e li ributta da dove sono arrivati. Il grande comandante romano di origine vandala ha commesso l’errore fatale. Nel 405 l’ostrogoto Radagaiso aggrega un’altra composita confederazione composta anche da Alani, Svevi e Unni Bianchi e penetra di nuovo in Italia. Questa volta Stilicone punta a distruggere il nemico. Accade a Fiesole, nel 406. È una strage. L’anno, però, è fatale per l’impero a Occidente. Il 31 dicembre il Reno è completamente ghiacciato. Anche a Magonza. Ed è qui che una colonna senza fine di Vandali, Alani, Svevi e quant’altro

passa dall’altra parte. È la fine per il governo romano della Gallia… e in seguito dell’Iberia, mentre pure la Britannia è abbandonata dalle legioni. Stilicone sottovaluta l’evento e perde tempo. La sua attenzione è tutta concentrata a Oriente dove il suo nuovo alleato, Alarico, sta conducendo una campagna nei Balcani, cioè l’Illirico, tesa a riunificare l’impero diviso. Stilicone, però, non raggiungerà mai Alarico, trattenuto in Italia dall’incapacità del legato in Gallia, il goto Saro, di riprendere il controllo della fondamentale provincia. La più ricca e popolosa in questa parte dell’impero. E a Ravenna, nuova capitale d’Occidente, l’Augusto Onorio lo fa assassinare come traditore il 22 agosto 408. Quando Alarico si ripresenta nella Pianura non c’è più nessuno a fermarlo. Dopo due tentativi andati a vuoto nel 408 e nel 409, il 24 agosto 410 i Visigoti, per la prima volta dopo i Celti (Galli) di Brenno a seguito della vittoria sull’Allia nel 390 a.C., entrano da conquistatori a Roma. Per il mondo tardo antico la notizia è sconvolgente. Il Cosmo si è rovesciato, a Ippona in Africa un grande filosofo cristiano, Agostino, scrive il De civitate Dei (La città di Dio) sull’onda della commozione universale provocata dall’evento. Nel IV secolo prima di Cristo, Roma è liberata da un esercito raccolto in tutta fretta e dal contemporaneo attacco alle spalle dei Celti dei loro alleati di sempre: i Veneti. Nel V secolo dell’era cristiana, i romani non hanno più la forza di equipaggiare una nuova armata e i Veneti… hanno seguito l’esempio dell’imperatore Onorio, rifugiatosi nell’imprendibile e anfibia Ravenna dopo l’esperienza dell’assedio goto di Milano. Questi Veneti non più antichi ma che presto saranno chiamati alla greca Venetici (da Venetikòs) sono già impegnati a piantare nel cuore del caranto le complesse palificazioni di una nuova patria ancora senza forma e senza nome. La storia di Venezia come la conosciamo oggi è cominciata.


Sport inusuali

VENEZIA E IL BASEBALL

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A Venezia nasce una società sportiva di baseball. O meglio rinasce. Perché in laguna questo sport tipicamente americano ha già avuto un momento di fulgore tra la fine della guerra e gli anni Sessanta. Anzi, una squadra del “batti-e-corri”, la Libertas Fenice, divisa bianca a righine azzurre, fondata nel ’59 per merito soprattutto dei fratelli Antonello e Marco Dalla Santa, è arrivata alla serie B giocando anche una finale per raggiungere la massima serie. E ha costituito l’ossatura delle nazionali giovanili di baseball inizio anni Sessanta. Poi una serie di scioglimenti e cambi di nome, passando per un Baseball Club Venezia che nel ’68 perse contro Legnano una finale per passare dalla C alla B. Alla fine, era la metà degli anni Settanta, questo sport, come tante altre cose, si trasferì in Terraferma, dove la squadra prese il nome di Blue Lions. Per poi estinguersi definitivamente. La rinascita è venuta per caso, da una semplice rimpatriata di ex giocatori di quella squadra, a Sant’Elena, proprio dove la Libertas giocava. Insieme a loro un architetto di origine bolognese, Alessandro Calzati, un passato da giocatore con le “calzette verdi” di Casalecchio di Reno negli anni Ottanta prima di approdare a Venezia una ventina

di PIERLUIGI TAMBURRINI di anni fa. E Alessandro ci si mette di buzzo buono per riportare mazze e guantoni in laguna. Un paio d’anni di rodaggio, il parroco di Murano che presta un campetto, la raccolta di una “sporca dozzina” di ragazzini cui si affiancano vecchie glorie che coraggiosamente si cimentano con coloro che potrebbero essere loro nipoti. E ora finalmente la costituzione di Associazione Sportiva. Che fa rinascere lo storico nome di Libertas Fenice. Con una vicenda che se fosse accaduta in America ci avrebbero tratto un film, come avvenne nel bellissimo “L’uomo dei sogni” in cui l’agricoltore Kevin Costner costruisce un campo da baseball per ritrovare le sue radici o, forse, sé stesso. Ma questa storia, per fortuna, non è avvenuta nello Iowa ma tra Sant’Elena e Murano. E la Libertas non è stata l’unica squadra di baseball che ha giocato a Venezia. A livello giovanile tra gli anni Cinquanta e Sessanta c’erano i Red Devils, con la casacca rossa e bianca. Tutti con sede a Sant’Elena. «Il baseball era arrivato alla fine della guerra insieme alle corvette militari americane che facevano scalo in bacino sulla rotta per Trieste – ricorda Lamberto Dehò, prima base della Libertas, tra i protagonisti di quella epopea – Sant’Elena poi era

un corpo a parte rispetto a Venezia, un quartiere di nuova costruzione, sorto tra il ‘36 e il ’40 per la piccola e media borghesia impiegatizia, dove il verde permetteva a noi ragazzini di giocare in modo molto più libero e selvaggio». E in quel “libero stato” di Sant’Elena lo sport ufficiale non era il calcio ma il baseball. Alle origini, attorno al 1955, c’erano stati i Dodgers che, prima di ribattezzarsi Libertas Fenice nel 1959 erano stati protagonisti di un gustoso episodio. Nel 1955 venne a Venezia ospite della Mostra del Cinema uno dei più forti giocatori di ogni tempo, Joe Di Maggio, marito di Marilyn Monroe. Due giovanissimi appassionati veneziani, Alberto Cattaruzza e Antonio Dalla Santa, nei Dodgers, con molta faccia tosta andarono dal campione americano, da pochi anni ritirato, per invitarlo a giocare con loro. Ma Di Maggio, evidentemente sorpreso, rifiutò l’invito dicendo: «Io gioco negli Yankees, non nei Dodgers!». In Riva, comunque, praticamente ogni giorno c’erano ragazzini che giocavano con mazze e guantoni abbozzando quello che nel baseball si chiama allenamento in linea. «Grandi appassionati erano Antonello Dalla Santa, recentemente scomparso,


e Gianni Sabà, un bel lanciatore, che raccolsero un gruppo di appassionati, soprattutto studenti» aggiunge Dehò. Diamanti, ovvero campi da gioco regolamentari, non ce n’erano. Perciò si giocava in ogni prato o campo da calcio disponibile, opportunamente adattato. A Sant’Elena, al Lido alle Terre Perse, a Cà Bianca, sul terreno dove poi sorgerà il galoppatoio, a San Nicoletto, a Murano. Ogni tanto qualche zio d’America spediva qualche guantone ma il grosso del materiale veniva regalato dai marinai delle navi americane contro i quali i ragazzini organizzavano incontri, fatalmente a senso unico. E se non lo regalavano «sottraevamo qualche cosa dalle loro sacche che vomitavano mazze oppure gli rubavamo le palline ai loro fuori campo – ammette a distanza di quaranta anni Paolo Camurri, interbase detto “la piovra” perché capace di acciuffare l’irrecuperabile delle battute avversarie – Le divise, invece, le cucivano le nonne copiando quelle delle fotografie sulle riviste americane». Nonostante l’organizzazione non propriamente manageriale un gruppo di quindicenni veneziani venne selezionato in una rappresentativa italiana che nel 1960 giocò la babe-route leaugue, una sorta di campionato europeo giovanile nella base americana di Ramstein, in Germania. Tra di loro Paolo Camurri, Ivan Cavazzano, potente ricevitore, Lamberto Dehò, Stefano Juris, velocissimo interbase, e Roberto Tavera. «Appena vidi gli americani ci mancò poco che ebbi una crisi di panico – racconta Dehò – Facevano paura solo a vederli. Noi eravamo mingherlini, striminziti. Loro erano grossi tre volte noi». Ma il risultato fu più che lusinghiero. «Battemmo tutte le squadre europee – si inorgoglisce Camurri – e perdemmo di un solo punto con gli americani». Ma anche nel baseball «chi sarà il campione già si capisce», come cantava De Gregori riferendosi al ciclismo. «Ivan Cavazzano era un giocatore meraviglioso già a quei tempi, aveva un fisico eccezionale, un tiro tesissimo» e quasi si emoziona Dehò ricordando il vecchio amico che poi, giocando a Milano, conquisterà 5 scudetti, tre Coppe dei Campioni e un paio di titoli europei con la nazionale. La consacrazione di quel movimento arriva nel 1961, quando la Libertas, formata da ragazzini poco più grandi di quelli che si erano fatti onore a Ramstein, dopo una stagione trionfale in B, si giocò il passaggio in A contro la Canasta Bologna. «Ho ancora quella partita davanti agli occhi, un incontro drammatico – ricorda Enrico Camporese, che sarà esterno sinistro con il Baseball Venezia e con i Blue Lions di Mestre e quella volta era lì a tifare per i biancazzurri – Fu giocata in un campo di fortuna a Spinea, dove ora sorgono palazzoni. Uno dei nostri, Cattaruzza, si infortunò piuttosto seriamente in uno scontro con un avversario. Alla fine vinsero di misura i bolognesi». Che riconobbero il valore degli avversari tanto da arruolare nelle loro fila buona parte degli sconfitti. Dallo stesso Cattaruzza, l’eroe della giornata, al fondatore Dalla Santa, al giovanissimo Cavazzano, per citarne alcuni. Per loro un premio, per la Libertas di fatto la fine per mancanza di uomini. «Io giocai in una squadra che era sorta al Lido, i Banshee per poi passare al Baseball Venezia poi divenuto Blu Lions Mestre – aggiunge Camporese – La Libertas Fenice rinacque alla metà degli anni Sessanta, giocando tra l’altro conto una Unione Sportiva Sant’Elena, ma anche quel progetto finì». L’interesse per il baseball in Italia andava sce-

I numeri

mando. Vuoi perché erano passati gli anni della grande esterofilia verso gli States, del tu vuò fa l’americano di Carosone e di Nando Mericoni che sognava di giocare a football a Kansas City. E anzi iniziavano gli anni Settanta quando “amerikano” era un’offesa da scrivere sui muri con la kappa. Vuoi perché la monotematicità televisiva verso il calcio iniziava a cancellare gli altri sport. Vuoi perché, nello specifico veneziano «tutto era più difficile, anche trovare un campo su cui giocare» si rammarica Camporese che continuava a giocare a Mestre togliendosi la soddisfazione di fare le ultime partite in C a quasi 50 anni. Tutto finito insomma? Non proprio. Perché, si sa, la Fenice rinasce dalle sue ceneri. Di questo a Venezia ci sono le prove. E non solo quando si parla di teatri. Un paio di anni fa ci si mette Facebook a rimettere in contatto i profughi di quelle squadre. E a farli ritrovare con l’architetto bolognese in crisi d’astinenza da guantoni e fuoricampo. Calzati inizia a riportare a Venezia l’attrezzatura da baseball e a cercare contatti per uno spazio dove giocare. Lo trova a Murano, dove il parroco, nonostante sia poco convinto dell’iniziativa, presta comunque il campetto del patronato. «Devo ringraziare il parroco che ha creduto nel progetto nonostante mi dicesse: i ragazzi a Murano praticano tutti almeno due o tre sport, sarà dura sfondare con qualcosa di totalmente nuovo come il baseball – dice Calzati – In realtà è andata meglio delle previsioni. Si prova, è gratis, basta tentare di colpire la palla con la mazza di legno. Nel novanta dei casi scatta qualcosa per cui il baseball gli entra nel sangue». Come sempre avviene negli sport minori, cioè in Italia purtroppo tutte le discipline tranne una, chi organizza le squadre si ritrova a dover fare tutto, dalla promozione a falciare l’erba del campetto. Ma qualcosa si muove. Manifestini, inviti, feste in patronato, “Baseball Day”, cioè giornate a porte aperte, con una ventina di ragazze e ragazzi tutti a lanciare, ricevere, dare mazzate alla pallina, distribuzione di dvd con le gesta dei supereroi del baseball americano e di pubblicazioni specialistiche. Anche grazie alla collaborazione delle “penne bianche” dell’epopea della Libertas di cinquanta anni fa. «E poi, vuoi mettere il fascino della divisa da catcher» conclude

Il baseball conta 60milioni di praticanti a livello agonistico al mondo. Concentrati tra Stati Uniti e Canada, Giappone, Cuba, Venezuela, Corea, Repubblica Dominicana, Taiwan, Puerto Rico, Panama e Nicaragua, nazioni dove è lo sport più popolare, e ben rappresentato in Messico, Australia, Cina, Sudafrica. Il baseball italiano è tradizionalmente il più forte in Europa, insieme a quello olandese, con un lungo monopolio delle vittorie in Coppa dei Campioni iniziato negli anni Settanta. Fino all’impresa di battere 6 a 2 gli Stati Uniti ai Mondiali del 2007 a Taiwan. Recentemente la prima divisione del baseball italiano è divenuta professionistica, con la denominazione Italian Major League che ricalca quella del massimo campionato americano. Questo sport, secondo dati Coni del 2009, conta in Italia 370 società sportive, con 17.961 atleti tesserati e 5.763 operatori, concentrati in alcune realtà maggiori quali Nettuno, Grosseto, San Marino, l’Emilia Romagna, Milano, Trieste. Negli ultimi anni alcuni giocatori italiani hanno iniziato a militare in America. A partire dal romagnolo Alessandro Maestri, in seconda divisione. Poi il sanremese Alex Liddi, primo italiano a debuttare in Major League e ora il veronese Federico Castagnini promessa del campionato dei college. Molti italo-americani, invece, tra i giocatori più famosi del baseball a stelle e strisce. A partire, ovviamente, da Joe Di Maggio, tra i più forti di ogni tempo, personaggio del jet-set anni Quaranta-Cinquanta, noto anche per il suo matrimonio con Marilyn Monroe. La citazione del suo nome da parte di Simon and Garfunkel nella loro canzone più nota, Mrs. Robinson, dà l’idea del suo ruolo di icona pop e simbolo di un’epoca. (PLT)

sornione Calzati. In questi tempi di crisi realizzare un “diamante”, cioè un campo regolamentare da baseball, è dura perciò ci si adatta ai campi che si trovano. Ma intanto, finalmente, è sorta una nuova associazione sportiva e iniziano ad arrivare richieste di sfide da altre realtà del Veneto. E già questo a Venezia è un gran risultato.

Pagina precedente: Libertas Fenice, anno 1960. La squadra che rischierà di andare in serie A In alto: squadra amatoriale anni Cinquanta In basso: vecchie glorie e giovani promesse. Insieme agli attuali giovani giocatori della Libertas Fenice posano alcune vecchie glorie della squadra. Da sinistra Sergio Cittato, Gianni Sabà, Palmiro Rauch, Lamberto Dehò e il rifondatore del team Alessandro Calzati


Quando in laguna tutti giocavano sul diamante

IL CAMPIONE IVAN CAVAZZANO

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Ha vestito la maglia della Nazionale più volte di Roberto Baggio. Ha vinto più scudetti di Ibrahimovic. Ha conquistato tante Coppe dei Campioni quante Johann Cruyff. Nonostante ciò nella sua città, Venezia, di cui è stato uno degli sportivi più importanti, sono in pochi a conoscerne il nome. Perché Ivan Cavazzano, classe ’45, castellano di Sant’Elena, non è stato un calciatore. Ma uno dei più forti ricevitori europei di baseball di ogni tempo. Il suo nome figura in tutte le formazioni ideali dei migliori giocatori italiani nella storia di questo sport grazie al quale, giocando con l’Europhon Milano, ha vinto 5 scudetti (1962, 1966, 1967, 1968, 1970), tre Coppe dei Campioni (1969, 1970, 1971) mentre con 63 presenze in Nazionale ha conquistato due Europei (1975, 1977). È stato insomma tra i principali protagonisti di un’epoca in cui il baseball contendeva a basket e pallavolo le piazze d’onore tra gli sport di squadra per popolarità. Prima che l’eccesso di calcio sui media desertificasse la visibilità delle altre discipline. Le doti atletiche di Ivan Gavazzano, peraltro, hanno interessato anche i grandi club americani, che lo hanno chiamato ad allenarsi con loro in un paio di occasioni, prima con Cincinnati e poi con Kansas City. Ora, dopo una vita trascorsa a Milano, dove ha colto i maggiori successi con la casacca dell’Europhon, si è trasferito a Lerici, nelle Cinqueterre liguri, dove si gode la pensione facendo l’agricoltore e il nonno. Come mai ha iniziato a giocare a baseball? A Sant’Elena alla fine degli anni Cinquanta

giocavano tutti a baseball. O meglio, si giocava solo a baseball, era lo sport nazionale. Forse perché era il periodo in cui eravamo più esterofili, volevamo fare gli americani. Forse perché approdavano le navi militari americane e i loro marinai venivano a giocare a baseball ai Giardini di Sant’Elena, interessando noi ragazzini cui regalavano mazze e guantoni. Ricordo almeno tre squadre all’epoca. I Dodgers, i Red Devils, dove ho iniziato io e che raccoglievano i più giovani, e la Libertas Fenice, fondata alla fine degli anni Cinquanta dai fratelli Antonello e Marco Dalla Santa. Quale era lo spirito di quelle squadre? C’erano giovanili, allenatori? Ma no, era tutto molto garibaldino. Erano squadre autorganizzate, dove i più anziani, che poi avevano una ventina d’anni, facevano gli allenatori. Uno spirito fantastico insomma che, nonostante l’organizzazione leggera, diciamo così, riuscì a portare la Libertas in serie B. Si giocava contro Verona, Padova e soprattutto Vicenza dove c’era la base americana. A livello veneto insomma, ma c’era gente molto ben preparata. In che ruolo giocava? Ricevitore. Agli inizi dicevo: purtroppo ricevitore. Come mai purtroppo? Perché un ragazzo adora fare il lanciatore e a me toccò fare il ricevitore perché non lo voleva fare nessuno. Comunque venivo dall’atletica ed ero preparato fisicamente per il ruolo.

Come mai non lo vuole fare nessuno? Perché è considerato il ruolo più difficile e impegnativo. È un po’ il regista della squadra, quello che chiama i lanci e li suggerisce al lanciatore, sposta la difesa. Il lanciatore è il fulcro della squadra, ma chi dovrebbe studiare i battitori avversari è il ricevitore e per questo è ritenuto il ruolo più importante. Insomma, mi sono sacrificato per il bene della comunità. Dai Red Devils alla Libertas Fenice e poi alla serie A. Come avvenne il gran salto? La Libertas Fenice giocò una finale per la promozione in A contro la Canasta Bologna. Io, che normalmente giocavo nei Red Devils, fui chiamato come riserva in quella partita. Avevo mi pare 14 anni. In quell’occasione i bolognesi notarono proprio Antonello Dalla Santa e altri giocatori e li presero in squadra. Chiesero a Dalla Santa qualche altro nome di giovane promettente e lui segnalò il mio. E si trasferì a Bologna così giovane? No, rimasi a Sant’Elena e continuai a frequentare l’Istituto per il turismo. Dopo mi sono laureato all’Isef. Ho odiato i treni per non so quanto tempo. Il tragitto Venezia – Bologna lo avevo imparato a memoria. Ma nei due anni a Bologna arrivarono belle soddisfazioni. La convocazione in nazionale giovanile nel 1960, due Campionati d’Europa, uno a Wiesbaden, in Germania, e uno che abbiamo vinto a Orléans, in Francia. Il rapporto con la Nazionale è continuato anche oltre le giovanili.


Eh si, sono stato in Nazionale maggiore per quindici anni, dal 1962 al 1977, con 63 presenze, e anche con la nazionale maggiore ho vinto due Europei, nel 1975 e, a fine carriera, nel 1977 in Spagna, con una bella finale contro l’Olanda. All’epoca gli olandesi erano, insieme a noi italiani, i più forti in Europa nel baseball. Le maggiori soddisfazioni a livello di club le ha avute invece a Milano. Cinque scudetti, tre Coppe dei Campioni… Aggiungiamoci anche, già che ci siamo, cinque Oscar come migliore ricevitore dell’anno (ride). Se fosse stato un calciatore quanto avrebbe guadagnato? Nulla, perché non sarei stato mica bravo. Il mio sport è il baseball. E invece col baseball quanto si guadagnava? Io oltre a giocare facevo l’insegnante di educazione fisica. Lo stipendio all’epoca era attorno alle 500mila lire al mese. Col baseball, invece, negli ultimi anni guadagnavo sugli 8-10 milioni all’anno, che ritenevo comunque una bella cifra, più del mio stipendio di insegnante insomma. Certo, io ero un po’ un’eccezione, il grosso del movimento era dilettantistico o semidilettantistico. Con l’Europhon Milano un po’ di soddisfazioni se le è tolte insomma. Ricordandone solo un paio, quali sono state le maggiori della sua carriera? La prima finale di Coppa Campioni, giocata a Monaco di Baviera contro gli spagnoli del Corte Inglès di Madrid. In squadra avevano 8 nomi americani su 9. E li abbiamo battuti. Poi una partita giocata nel 1972, sempre con l’Europhon Milano, contro la Nazionale cubana, all’epoca campione del mondo. L’Arena di Milano, dove si giocava, era strapiena. Al sesto inning perdevamo 6 a 1. Ma in certi casi succede che la squadra avversaria si rilassa e noi iniziammo a fare punti. Si accorsero troppo tardi di quello che stava succedendo e andarono in tilt completo. Vincemmo 7 a 6. Siamo stati la prima squadra di club al mondo a vincere contro Cuba.

La radio Trasmette da Venezia l’unica trasmissione radiofonica italiana interamente dedicata al baseball. O meglio «basata sul baseball, che fa da filo conduttore a musica e recensioni di film» spiega il conduttore Alessandro Bozzato. Il programma “Casa base random” trasmette in diretta dalle frequenze di Radio Base, inserita nel circuito di Radio Popolare, la domenica sera dalle 21 alle 22,30. Il podcast, scaricabile gratuitamente dal sito di Radio Base, registra la bella cifra di un migliaio di download per volta. «Molti, tra chi segue la trasmissione o la scarica da internet, non hanno mai visto una partita di baseball in vita loro – conclude Bozzato – Mi fa piacere, però, che il baseball possa ingenerare questa curiosità». (Pl.T.)

Film, regole e squadre Qualcosina delle regole del baseball è penetrato nella cultura popolare italiana attraverso i numerosi film dedicati a questo sport. Da Bull Durham e l’Uomo dei sogni, entrambi con Kevin Costner, forse i più poetici, al thrilling The Fan, con il tifoso omicida Robert De Niro che tormenta il campione Wesley Snipes, alle Ragazze Vincenti interpretate da Madonna e Geena Davis, fino al recente Arte di vincere con Brad Pitt e a una serie più o meno infinita di pellicole dimenticabili su squadre scassatissime che, chissà come, alla fine vincono il campionato. Un po’ di familiarità con gli inning, le 9 riprese che compongono un incontro di baseball, e con il diamante, il nome del campo di gioco così chiamato per la sua forma, quindi è arrivata. Ma le regole di questo sport, piuttosto complesse, restano abbastanza ostiche. Durante ciascun inning le due squadre, composte da 9 giocatori, si alternano nella fase di attacco e di difesa. Il lanciatore della squadra che è in difesa scaglia la pallina verso il catcher, il proprio ricevitore. Tra di loro, però, c’è il battitore della squadra avversaria. Se il lanciatore riesce per tre volte a non far colpire la palla al battitore, segna uno strike e il battitore è eliminato dal gioco. Altrimenti, se il battitore riesce a colpire la palla deve correre lungo la serie di quattro basi poste agli angoli del campo, cercando di raggiungerne almeno

Ecco, lei ricorda l’Arena di Milano strapiena per quella partita. All’epoca il baseball suscitava un interesse impensabile oggi. I palazzetti erano pieni anche nelle partite di campionato, non solo nelle grandi occasioni. Il baseball era seguitissimo rispetto ad oggi. Il calo di interesse che c’è stato poi è una cosa che mi rattrista, mi addolora. Come mai secondo lei? E chi lo sa. Ma di anno in anno l’interesse è andato sempre calando. Nonostante il livello rimanga molto alto non c’è più il seguito di una volta. La mia generazione ha avuto la fortuna di vivere il periodo giusto. Si è chiesto il perché di questo calo d’interesse? Non sono mai riuscito a darmi una spiegazione vera e propria anche perché il degrado, come ho detto, non è stato repentino. Chissà, forse perché il baseball si gioca d’estate quando sono tutti in ferie. Forse perché è uno sport in qualche maniera…come dire…di meditazione. Si è abituati al calcio, alla pallacanestro, alla pallavolo dove non c’è tempo per pensare. Nel baseball, invece, ci sono momenti statici, in cui si sta seduti a pensare. Forse prima era in auge perché,

una prima che la pallina, recuperata dagli avversari, torni al ricevitore. I giocatori che cercano di recuperare alla svelta la pallina si definiscono, in base ai ruoli, interbase; prima, seconda e terza base; esterno sinistro, destro e centro. Quando il battitore è riuscito a percorrere per intero il percorso del diamante segna un punto per la propria squadra. Se il battitore è bravo, o ha fortuna, segna un fuoricampo, cioè spedisce la pallina fuori dal campo dove è impossibile per gli avversari recuperarla permettendo a tutti i giocatori che si trovano sulle varie basi di arrivare alla casa base di partenza. Tra le squadre più note i mitici New York Yankees di Joe di Maggio, i Giants di San Francisco, i Chicago White Sox, coinvolti 90 anni fa in uno scandalo sportivo che in America ancora fa discutere. E ancora i Dodgers di Los Angeles, i Cardinals di Saint Louis, i Red Sox di Boston. Ma la più simpatica, nonostante gli scarsissimi risultati, è quella dei peanuts, guidata dal lanciatore e allenatore Charlie Brown che schiera come ricevitore Schroeder, prima base Shermy, seconda base Linus, terza base Pig-Pen, esterno destro Lucy, esterno centro Frieda, esterno sinistro Piperita Patty. E, soprattutto, è l’unica squadra ad aver arruolato un cane, il tenerissimo Snoopy, come interbase. (Pl.T.)

appena finita la guerra, rappresentava qualcosa di diverso. A Venezia c’è chi però va controcorrente e rifonda la Libertas. Di questo sono davvero contento. È da Sant’Elena che è partita la mia carriera e le origini non si dimenticano. Quando ho saputo che a Venezia si torna a parlare di baseball ho pensato ad Antonello Dalla Santa, fondatore della Libertas e vero motore di quella squadra che ci ha lasciato pochi anni fa. Penso che da lassù sia davvero felice della rinascita della “sua” Fenice con soddisfazione. Venezia ha bisogno di iniziative come questa, di ampliare l’offerta sportiva per i giovani che ancora abitano in laguna. Come si conclude la carriera di un campione di baseball? Un giocatore di baseball è e resta una persona normale. Dal mio ritiro, alla fine degli anni Settanta, fino al 2000, ho collaborato con la Federazione come responsabile del settore giovanile mentre continuavo a insegnare educazione fisica nelle scuole. Ora che sono in pensione faccio il contadino. Vivo a Lerici, sul mare. Ho un bell’oliveto, faccio l’olio, faccio il pane, vado a sciare, vado in barca. E, soprattutto, faccio il nonno. (Pl.T.)


Saluti da Venezia, il campanile di San Marco

IL CENTENARIO DELLA RICOSTRUZIONE

di Carlo sopracordevole Oltre al grande fragore del crollo in se stesso, la caduta del campanile di San Marco, avvenuta il 14 luglio 1902, suscitò un grande clamore mediatico non soltanto in Italia. L’antica torre, colpita e lesa da centinaia di fulmini nel corso dei secoli e

tante volte restaurata, cadde fortunatamente su se stessa, danneggiando soltanto un breve tratto angolare della libreria Marciana, distruggendo però la loggetta del Sansovino. Non causò nessuna vittima umana.


1 Il consiglio comunale, retto dal sindaco Filippo Grimani, agì con prontezza e decisione per la ricostruzione “DOV’ERA, COM’ERA”, respingendo l’opinione di chi avrebbe preferito lasciare libera la piazza, suggestionato dalla continuità orizzontale degli spazi che si era venuta a creare. Si può affermare che prevalse non tanto un giudizio estetico quanto un bisogno etico di affermare la continuità storica di Venezia. Dopo il crollo, si era provveduto subito, nel giro di 5 mesi, alla rimozione delle circa 11 mila tonnellate di materiale, lasciando allo scoperto la piattaforma del manufatto. E già l’anno successivo, nel giorno della festa di San Marco, il 25 aprile 1903, il Patriarca di Venezia Giuseppe Sarto (eletto al soglio pontificio l’anno successivo con il nome di Pio X), poteva formalmente porre la Prima Pietra della ricostruzione. I lavori effet-

tivi però poterono iniziare soltanto nel maggio 1907 a causa di alcuni contrasti fra i membri e le immancabili discussioni fra loro e l’opinione pubblica. La riedificazione sarebbe durata meno di 5 anni, perché ufficialmente terminata alla fine del 1911, benché nel gennaio successivo ci fosse stata la sistemazione degli ultimi pezzi di pietra d’Istria alla base dell’angelo. Si volle poi attendere ancora la ricorrenza del Patrono per l’inaugurazione che avvenne ancora alla data del 25 aprile ma del 1912. Alcune fasi della ricostruzione sono state raccontate su Il Gazzettino Illustrato di marzo 2011, corredate da alcune significative immagini d’epoca. Si è detto di clamore mediatico in relazione alla caduta ma anche l’inaugurazione dell’opera ricostruita non fu da meno, tanto che le poste

2 dello stesso Stato italiano furono indotte a celebrare l’avvenimento attraverso l’emissione di una serie di due francobolli commemorativi da 5 e da 15 centesimi, valori che corrispondevano alle tariffe per il distretto postale il primo e per il territorio nazionale il secondo. Erano entrambi caricati di un sovrapprezzo di 5 centesimi che andava a favore del Comitato per la Ricostruzione. Il colori scelti erano il nero per il 5 cent. e il bruno per il 15. Nella circostanza si ritenne infatti non necessario seguire le disposizioni sulla colorazione impartite dall’Unione Postale Universale perché l’emissione non era valida per l’estero. La vignetta, opera di Augusto Sezanne, pittore e insegnante affermato dell’Accademia di Venezia raffigura il campanile in una visione panoramica vista da dietro la Basilica di San


3 Marco, con sullo sfondo altre chiese veneziane. Ai suoi lati campeggiano le iscrizioni: “Come era, dove era” sulla destra, le date del crollo e della ricostruzione in numeri romani sulla sinistra. Per rimanere nel campo dei dentellati, possiamo segnalare la produzione e la distribuzione di etichette chiudilettera edite per l’occasione. Ce n’è un paio che imitano la vignetta e i colori dell’emissione postale da cui si differenziano per vari particolari: soprattutto per la mancanza del valore e per la scritta VENEZIA al posto di CENTESIMI, oltre a quella CAMPANILE S. MARCO in luogo di POSTE ITALIANE. Altre etichette – almeno quattro, ma poi esistono delle varianti – ricordano l’inaugurazione e, insieme, le manifestazioni collaterali, fra cui la X Esposizione Internazionale d’Arte che si teneva proprio quell’anno presso i Giardini ex Napoleonici di Castello. Ma se vogliamo trovare una documentazione iconografica dell’avvenimento, al di là dei servizi giornalistici e delle numerose pubblicazioni e riviste edite per l’occasione, dobbiamo rivolgerci alle cartoline illustrate celebrative. Ovviamente, in questa sede non possiamo che darne una modesta documentazione che, tuttavia possa ugualmente rappresentare bene l’evento. Come e

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più di quelle edite per la caduta, furono stampate cartoline singole e in serie, semplici e doppie, fotografiche e disegnate, con semplici didascalie e o con rime concepite dai numerosi poeti locali che espressero il proprio sentimento in italiano e in veneziano. Vediamo così in fig. 1 una cartolina che faceva parte di una serie di 10 che rappresentava varie fasi dalla caduta alla ricostruzione. Una volta accostate in due file verticali di 5 appariva al centro l’immagine in grande del campanile. Nella cartolina n. 2 la folla assiepa la piazza e la piazzetta il giorno della festa dell’inaugurazione. La 3 celebra l’avvenimento anche attraverso uno stendardo marciano. La figura 4 evidenzia una delle tante cartoline edite per l’avvenimento (che fanno seguito a quelle di 10 anni prima per la caduta) che riportano versi di poeti, generalmente locali. In alto sulla cartolina n. 5, celebrativa della collaterale “Mostra Storico-Artistica del Campanile di S. Marco”, sono stati applicati i due francobolli emessi dalle Poste italiane il 24 aprile 1912 e provvisti di annullo 1° giorno. Nella fig. 6 sono riprodotte alcune etichette chiudilettera stampate per l’occasione. Nella 7 possiamo vedere il biglietto d’ingresso al campanile ricostruito che celebrava anche l’Esposizione Internazionale d’Arte e la stazione balneare del Lido.

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Numero 3 - 2012  

L'Illustre numero 3 - 2012

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