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L a Z attera delle Tartarughe Boavista, Capo Verde


L

o chiamavano Mano e lui ne andava fiero.

Era semplicemente il diminutivo di Manuel, un nome scritto con delle conchiglie incollate a una tavoletta di legno sulla porta della sua stanza che nessuno aveva piĂš pronunciato dal giorno del battesimo, nemmeno in casa. E lui ne andava fiero perchĂŠ gli dava fiducia nella sua forza di bambino, le mani grandi come una mezza mela sempre strette intorno a qualcosa, raramente in tasca.

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E

poi gli piaceva perchĂŠ era un nome cortissimo e lunghissimo allo stesso tempo, due sillabe che

potevano essere chiamate in un istante oppure stirate all’infinito, con l’accento sulle vocali. Un nome agile, rapido, un nome che richiede di aprire la bocca con convinzione, impossibile da pronunciare a denti stretti. Al contrario di Miriam, che increspa appena le labbra, senza svelare nulla dei denti. Per questo prendeva spesso in giro la bambina della porta accanto.

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Q

uando la vedeva seduta sugli

scalini davanti all’ingresso, correva in strada e si fermava davanti a lei. Poi, senza emettere alcun suono, diceva «Maaanooo» spalancando la bocca in un cerchio che sembrava un urlo muto. Miriam lo guardava, ogni tanto rideva, ma non sempre. Poi, Mano le chiedeva di fare lo stesso col suo nome, se ci riusciva. Sapeva benissimo che la «a» di Miriam sarebbe arrivata troppo tardi, quando la gara era già persa. Non c’era paragone!

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M

ano viveva a Sal Rei, nell’isola di Boavista,

in una casetta bassa e squadrata coi muri dipinti di azzurro chiaro. Genitori e fratelli riempivano sempre la casa di voci, ma lui non passava lĂŹ troppo tempo.

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P

referiva stare in spiaggia, soprattutto verso sera quando tornavano le barche dei pescatori, o per

strada, magari in piedi su una cassetta rovesciata per arrivare alle maniglie di un vecchio calcio balilla che chissĂ  come era finito da quelle parti.

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G

li amici gli affidavano volentieri il portiere e la difesa, a volte anche i ragazzi più grandi, perché era bravo ad

anticipare la pallina e a colpirla con forza senza frullare le aste. Capitava che rimanessero a giocare pomeriggi interi, sotto l’arco del sole che andava a chiudersi sul mare. Intorno i soliti rumori: lo schiocco della pallina contro le pareti del campo da gioco, le esclamazioni di rabbia e felicità per un’azione sbagliata e una andata a buon fine, la musica di una canzone portoghese che piaceva al barista di un locale a due passi da lì.


S

pesso andavano pure in spiaggia a giocare

a pallone, anche se Mano preferiva il calcio balilla. Quando si trattava di metter su una partita non si tirava indietro, ma sapeva che non avrebbe fatto granchĂŠ bene. I piedi che affondano nella sabbia lo rallentavano, incapaci di star dietro ai movimenti delle idee. Era una vera seccatura sapere perfettamente dove avrebbe dovuto essere per sfruttare al meglio ogni occasione, e non arrivarci. La sabbia non era fatta per il pallone. Certo, altri riuscivano benissimo a muoversi con rapiditĂ  e a sfruttare la superficie irregolare del campo per danzare con la palla al piede fino a calciarla tra le ciabatte, o le bottiglie, che segnavano la porta. Ma non voleva dire niente. La spiaggia non era fatta per il pallone, punto e basta.

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L

a praia era fatta per tante cose: cercare conchiglie, aspettare i pescatori, fare il

bagno, nascondere le uova delle tartarughe marine, scavare le buche, coprirsi di sabbia calda, seguire le tracce degli animali, guardare fuori quando il mare fa la voce grossa.

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M

ano passava un sacco di tempo in spiaggia. A volte camminava fino a una casetta vicina a Ponta

do Sol dove stava la famiglia di un pescatore che aveva sempre pronto un bicchiere di aranciata. Bastava quello per decidere come passare un pomeriggio senza destinazione. A volte andavano in tre o quattro, altre da solo. E lungo la spiaggia raccoglievano tutto quello che capitava e che poteva sembrare interessante da rovesciare sul tavolo, una volta arrivati, tanto per parlare di qualcosa venuto da lontano.

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C

osĂŹ, mentre la signora Paula prendeva i bicchieri e la bottiglia di vetro spesso dalla credenza, Mano

tirava fuori quello che aveva trovato e lo mostrava al signor Fernando e a tutti quelli che stavano in casa.

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S

tavolta, però, c’era qualcosa di insolito in mezzo

alle conchiglie, i pezzi di sughero, i sassi, i cocci di vetro, le penne dei gabbiani. C’era una piccola ruota dentata di metallo, per niente corrosa dal mare, grande come una moneta. Mano aveva visto un riflesso da lontano, poi l’aveva perso mentre si avvicinava, ma gli occhi abituati a cercare non si erano sbagliati e infatti lo avevano portato a chinarsi su quella rotellina come d’argento. Ma non era una semplice rondella dentata perché dal centro di un lato sporgeva un piccolo gancio, lungo appena un centimetro, con un uncino squadrato. A sua volta, Fernando aveva subito pescato quest’oggetto dal tavolo e ora lo stava esaminando, sul palmo della mano.


M

ano guardava con attenzione, gli altri tutti intorno. Che cosa poteva essere? I baffi scuri

sotto il naso di Fernando vibravano al ritmo del pensiero. Per i bambini era un gioco verderlo aggrottare le sopracciglia e muoverle insieme ai baffi, con dei piccoli colpi di tosse per accordare la voce ruvida con cui avrebbe detto quel che pensava. Sospettavano anche loro che facesse apposta per fare un po’ di scena, ma non importava saperlo. Alla fine, Fernando disse che era l’ingranaggio di un trenino elettrico che era caduto da una nave. Mano pensò che, in questo caso, sarebbe affondato invece di finire sulla spiaggia. Ma non si prese la briga di obiettare, prese la risposta per quel che era e finÏ in un sorso il suo bicchiere di aranciata.

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M

iriam era seduta sulle scale.

Non si capiva mai se lo aspettava, o cosa. Mano scese in strada, ma non si fermò alla solita distanza per fare le boccacce. Si avvicinò con le mani in tasca e poi, senza dire nulla, tirò fuori la sua rotellina. Miriam fece per prenderla, ma il pugno di Mano si chiuse all’improvviso, dietro un sorriso furbo. - Che cos’è? - Non lo so! Fammela vedere! - No, non te la faccio rivedere finché non mi dici cos’è. Miriam, per niente indispettita, sparò la prima cosa che le venne in mente. - La zattera di una formica. Il pugno di Mano rimase ben chiuso. - Sbagliato, è di ferro! Non può essere una zattera!

I

n giro per la piazza di Sal Rei, Mano fece vedere la sua rotellina dentata

a diversa gente. Juàn era convinto che fosse un pezzo del mulinello di una canna da pesca, e forse aveva pure indovinato, ma lo disse in modo un po’ troppo sicuro di sé e Mano rifiutò di accettare una risposta così poco originale.

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R

amos, almeno, ci pensò un minuto e poi disse che secondo lui poteva essere

il gancio di un piccolo telaio per fare la stoffa.

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A

Ïda non era d’accordo, ne sapeva qualcosa di stoffa lei, e disse che si trattava

di un pezzetto di un frullatore elettrico.

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C

arlos pensava che fosse la rotellina

di una sveglia, mentre Vera disse che non lo sapeva, ma che l’avrebbe vista bene come pendente di una collana perchè aveva un bel riflesso.


V

icente disse che si sbagliavano

tutti quanti perché era senz’altro l’ingranaggio di un aggeggio per misurare qualcosa nel motore delle auto, che lui l’aveva usato, quell’aggeggio, quando lavorava in officina in America.


P

oteva essere un sacco di cose, quella rotellina. E’ tutto ciò che suggerì la fantasia di Lucas.


U

n giorno, Fernando gli chiese se aveva scoperto qualcosa di nuovo.

Era passato un po’ di tempo e Mano quasi non se ne ricordava più. Per qualche settimana l’aveva tenuta sempre in tasca, poi l’aveva tolta per fare spazio a qualcos’altro... e chissà dov’era finita.

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F

ernando posò il bicchiere di aranciata sul tavolo e fece segno a Mano di seguirlo nell’altra stanza.

- Non so che cosa fosse di preciso quella rotellina. Ma penso di sapere quello che ci stava intorno. Sul tavolo c’era qualcosa, sotto un foglio di giornale. Bastò un cenno della mano, e dei baffi, per invitare Mano ad alzarlo. Era una motocicletta fatta di lattine di alluminio, una motocicletta col manubrio lungo, di quelle che aveva visto tante volte correre in televisione in mezzo al deserto.

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A

nche sull’isola c’era il deserto, ed era bellissimo.

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M

ano prese la motocicletta in mano, gli occhi che brillavano. Non avrebbe mai immaginato che

Fernando sapesse fare queste cose. E nemmeno che potesse pensare di fargli un regalo. Invece sì. Si voltò per incrociare lo sguardo di Fernando, ma l’uomo era già uscito. Probabilmente si era messo a preparare gli attrezzi da pesca per la sortita della notte. Paula era sempre lì in cucina. - Allora, non finisci la tua aranciata? Mano vuotò il bicchiere in un sorso e poi, con la motocicletta sotto braccio, corse fuori.

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Boavista, Capo Verde, agosto 2007 Testo e Fotografia: Andrea Merli | YOX Photography | www.yoxphoto.com | yoxphoto @ gmail.com



La zattera delle tartarughe