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il punto non è che cosa recuperiamo, ma come. E su questo ci sarebbe molto da imparare dai nostri cugini francesi. In Francia una legge prevede che i distributori di materiali edili siano anche i soggetti che possono smaltire, ovvero rigenerare, i materiali da demolizione. Non a caso nei piazzali di molti rivenditori si vedono materiali stoccati pronti a essere riutilizzati mediante l’uso di frantoi e delle altre macchine che, spesso noleggiate, stazionano a fianco dei punti vendita. COLMARE IL GAP Analizzando i dati si evidenzia dunque un elemento significativo. Un po’ come è successo per la produzione di energia da fonti rinnovabili, se un tempo eravamo i fanalini di coda in Europa per il riciclo, in pochi anni abbiamo colmato il gap (anche se rimaniamo lontani dalla Germania). Demoliamo e ricicliamo, dunque bene. Quanto? Ispra dice che oltre il 70% di rifiuti da costruzione e demolizione sono preparati per il riutilizzo, riciclaggio e altre forme di recupero. Ma come lo facciamo questo recupero, a parte i sottofondi stradali? Questo è molto più difficile da dire. Ma non è questa la vera sfida che ci aspetta, perché è un match che si vince al ribasso. La vera sfida è attivare una filiera della demolizione che riutilizzi i materiali con un valore aggiunto più elevato. Dobbiamo tirar fuori la polvere da sotto il tappeto e riutilizzarla per eliminare la necessità di ricorrere alle cave. Va ricordato, infatti, che se vogliamo ragionare

in termini di economia circolare è inevitabile vedere tutta la filiera e tutto il processo, fin dalle fasi relative agli inerti. In Italia abbiamo 14 mila cave abbandonate e anch’esse devono entrare nell’orbita circolare della nuova economia sostenibile. Ma i problemi non sono solo quelli di un sistema ancora non sufficientemente moderno ed efficiente: sono anche legati a vincoli e norme che spesso bloccano proprio l’innovazione. I capitoli pubblici e privati spesso non agevolano l’uso di materie prime o di prodotti da riciclo certificati, in particolare nei lavori pubblici. Nel campo pubblico le stazioni appaltanti sono in forte ritardo nell’applicazione dei criteri ambientali minimi e anche su questi si è giocato al ribasso. Un nodo centrale è che manca una chiarezza, non solo produttiva, ma anche culturale e politica, sul passaggio da rifiuto a prodotto riciclato. E si evidenzia tutta la nostra difficoltà, tipicamente italiana, nel adottare norme effettivamente vincolanti. La vicenda dei Cam, i Criteri ambientali minimi, è un chiaro esempio di questa nostra incapacità. Ciò che è anche molto chiaro, tuttavia, è che il futuro dell’edilizia dovrà prevedere sempre più demolizioni selettive e riuso ad alto valore aggiunto di quanto si demolisce. Il futuro non è indifferenziato, impariamo a differenziare e, perché no, a farne anche un buon business, per le nostre tasche e per l’ambiente.

Un nodo centrale è che manca una chiarezza, non solo produttiva, ma anche culturale e politica

ANDAMENTO DELLA RIPARTIZIONE PERCENTUALE DELLA PRODUZIONE TOTALE DEI RIFIUTI SPECIALI PER ATTIVITÀ ECONOMICA, ANNI 2016 – 2017

Fonte Ispra

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