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Poste Italiane SpA - Sped. in a.p. - D.L. 353/2003 conv. in L. 46/2004, art. 1, c.1 - DICB Milano Virginia Gambino Editore Srl - Viale Monte Ceneri 60 - 20155 Milano

N. 44 | OTTOBRE 2013

TENDENZE E ATTUALITÀ DELLA DISTRIBUZIONE EDILE

DISTRIBUZIONE Le classifiche inedite dei top 200 I 10 TREND DEL 2014 Che cosa succederà nel nuovo anno

Lasciate circolare l’aria della

RIPRESA

Le previsioni per l’economia volgono al bello. Ma perché il prossimo anno il Pil torni a crescere c’è bisogno di un governo stabile

NAICI

SI PREPARA A FESTEGGIARE I SUOI TRENT’ANNI DI ATTIVITÀ

Una storia produttiva made in Italy, basata su tre pietre miliari: ricerca, innovazione e formazione


N. 44 OTTOBRE 2013

TENDENZE E ATTUALITÀ DELLA DISTRIBUZIONE EDILE

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Tendenze e attualità della distribuzione edile

Anno 6 - Numero 44 - Ottobre 2013

re so es sp o ss a b a to en m a n sa Il ri reen! diventa g Green Planet by

Direzione, Redazione, Abbonamenti, Amministrazione e Pubblicità Head office, Editorial office, Subscription, Administration and Advertising Virginia Gambino Editore S.r.l. Viale Monte Ceneri, 60 - 20155 Milano - Italy Tel. 0247761275 info@vgambinoeditore.it - redazione@vgambinoeditore.it Direttore responsabile / Publisher Virginia Gambino virginia@vgambinoeditore.it Collaboratori / Contributors Roberto Anghinoni, Umberto Anitori, Federico Della Puppa, Carlo Lorenzini, Ludovico Lucchi, Federico Mombarone, Veronica Monaco, Stefano Moriggi, Santina Muscarà, Francesca Negri, Brunella Orsini, Arianna Pace, Fabrizia Trombetti (fotografa) Progetto grafico e impaginazione Graphic Design and Page layout Fabio Monauni C&G

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La luce che ritorna

«A

spettiamo che ritorni la luce/ di sentire una voce/ aspettiamo senza avere paura, domani». Chi non ha ascoltato almeno una volta Futura, inno alla speranza di Lucio Dalla? Anche noi aspettiamo che il buio termini. Ma la buona notizia è che oggi un po’ di luce la vediamo già, possiamo cantare un po’ più sereni, con maggiore fiducia nel futuro. I tempi oscuri non sono terminati, ma il peggio è passato. Le prospettive cambiano, in meglio. A parte i segnali di ripresa dell’economia, che solo un suicidio politico potrebbe azzerare, infatti, ci

sono numeri differenti a supportare una fragile, ma concreta, fiducia. Non solo per le previsioni sulla crescita, che il prossimo anno dovrebbe archiviare il periodo di recessione, ma anche grazie a provvedimenti salutari per il settore delle costruzioni. Le norme introdotte dal governo accanto al decreto di abolizione o, meglio, sospensione dell’Imu, dovrebbero dare buoni frutti già nel 2014. E anche il mercato immobiliare sembra, per usare un gioco di parole, meno immobile. Per essere ancora più sicuri che il domani sarà meglio di ieri e di oggi, manca solo ancora una cosa:

e il ritorno agli investimenti seri in infrastrutture. Dopo gli incentivi alla ristrutturazione, ai bonus e ai piani per riattivare il comatoso sistema legato all’edilizia residenziale, è il momento di riattivare la fiducia anche con aeroporti meno asfittici, autostrade più efficienti, raccordi, porti, ferrovie. Un piano da 70 miliardi in cinque anni, ha chiesto il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti. E, se ci pensate, è una proposta che solo un anno fa sarebbe stata accolta come una battuta di spirito, un paradosso, se non come una vera provocazione in un’Italia che era sull’orlo del crack finanziario. Naturalmente, non bisogna dimenticare di consolidare i risultati ottenuti, come l’introduzione degli eco bonus e la relativa stabilizzazione e l’estensione degli incentivi anche alla riqualificazione antisismica. Ci vuole una sistematizzazione di questi strumenti, che sono necessari alla riqualificazione energetica e la messa in sicurezza degli edifici. Ma non è impossibile. Oggi le prospettive sono migliorate, la serenità è maggiore (ad agosto, per esempio, secondo le rilevazioni Istat la fiducia delle imprese ha toccato il massimo dall’agosto del 2012) e, quindi, l’idea di poter impegnare le risorse per investimenti non appare più una pretesa inverosimile. E possiamo ascoltare Lucio Dalla con maggiore piacere. 7


l’econauta

di Federico Mombarone Giornalista

La burocrazia come la malaria

B

uone e cattive notizie. Sembra che, finalmente, sia aumentata la sensibilità nei confronti della camicia di forza burocratica che soffoca il cammino delle imprese. Il Parlamento ha appena dato semaforo verde al primo passo (ma arriveranno fino in fondo?), cioè la soppressione del Durt, il Documento unico di regolarità tributaria. In commissione i deputati hanno poi avanzato la proposta di esonero dall’obbligo di presentare il Durc in caso di lavori privati in edilizia realizzati direttamente in economia dal proprietario dell’immobile. Più snelle anche le verifiche sulle attrezzature aziendali: la prima andrà effettuata entro 45 giorni dall’Inail, altrimenti il datore di lavoro potrà ricorrere ad altri soggetti pubblici o privati abilitati. La lotta alle burocrazie, insomma, sembra sulla buona strada. Ma dovrà sempre fare i conti con un nemico: i burocrati. Non si tratta di una battaglia facile. Secondo il

rapporto annuale dell’Osservatorio sui Costi del non fare, di Agici-Bocconi, quest’anno il peso delle burocrazie (più giusto utilizzare il plurale) ammonterà a circa 470 miliardi di euro. È, più precisamente, il costo per la mancata realizzazione di opere prioritarie di qui al 2017. Lo studio tiene conto di numerose categorie di costi, non solo degli aspetti strettamente economici. Un esempio: quando British Gas ha deciso di cancellare il progetto del rigassificatore a Brindisi, il territorio e l’Italia intera non hanno perso solo un investimento diretto di 800 milioni di euro, ma anche l’occasione di un’infrastruttura. Insomma, la burocrazia ha anche un costo sociale oltre a quello legato alla singola opera. Quello dell’energia, tra i tanti aspetti, è forse il più delicato. L’Italia è alla continua ricerca di una maggiore efficienza, perché l’elettricità costa più cara che altrove. Rispetto a un’impresa tedesca, le aziende italiane pagano il 30%

l’avvocato

in più. Allo stesso tempo, quello energetico è uno dei settori più imbrigliati dai legacci della burocrazia e dall’effetto Nimby (sigla che sta per Not in my backyard, cioè “non nel mio cortile”). Su 354 investimenti bloccati nel 2012, 222 opere riguardano il comparto elettrico. L’ultimo caso, il passo indietro annunciato a Taranto da Enipower, è solo un’ulteriore conferma. Attenzione, però: la litigiosità permanente non provoca burocrazia solo da parte dei cittadini. Anche le massime autorità politiche ci mettono del loro. Da quando la riforma della Costituzione ha fissato le «competenze concorrenti» fra Stato e Regioni, Governo centrale e Governatori locali si sono affrontati per 1.647 volte alla Corte costituzionale. A queste battaglie è stato dedicato il 36% delle pronunce della Consulta, che nel 52,5% dei casi ha dato ragione al Governo. Anche questo vuol dire generare burocrazie, ritardi, aspettative. Forse è un male endemico dell’Italia, come in Africa la malaria.

di Ludovico Lucchi del Foro di Milano e-mail lucchi@studiolucchi.eu

Le due forme di aste giudiziarie

L

a legge prevede che, se una persona fisica o una società hanno debiti insoluti, i loro beni possano essere oggetto di vendita forzata e i creditori si soddisfino col ricavato dalla vendita del bene che ha subito l’espropriazione. Le modalità con le quali si possono svolgere tali vendite sono di due tipi: vendita senza incanto e vendita con incanto, la prima se non vi sono opposizioni o se su di esse si raggiunge l’accordo, la seconda subordinata al fatto che l’asta senza incanto non ottenga risultati. Nella vendita senza incanto, i partecipanti presentano le offerte d’acquisto in busta chiusa in Cancelleria con l’indicazione del prezzo, del tempo, del modo di pagamento e di ogni altro elemento utile alla valutazione dell’offerta; le buste vengono aperte

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all’udienza fissata per l’esame delle offerte alla presenza dei vari offerenti. Se l’offerta è superiore al valore dell’immobile aumentato di un quinto, viene considerata senz’altro accolta; se, invece, è inferiore a tale valore, il giudice non può procedere con la vendita se vi è il dissenso del creditore procedente o se ritiene che vi siano concrete possibilità di miglior vendita col sistema dell’incanto. In caso di più offerte valide, viene indetta una gara tra gli offerenti, prendendo come prezzo a base d’asta il valore dell’offerta più alta; se la gara non può aver luogo per mancanza di adesioni da parte degli offerenti, il giudice può decidere se disporre la vendita a favore del maggior offerente oppure ordinare l’incanto. Nella vendita con incanto, si realizza immediatamente una gara fra i

diversi offerenti. Il giudice dell’esecuzione stabilisce, con ordinanza, le modalità con le quali effettuare la vendita, il prezzo base dell’incanto, il giorno e l’ora dell’asta, la misura minima dell’aumento da apportarsi alle offerte, l’ammontare della cauzione, le modalità e il termine entro il quale il prezzo deve essere depositato. Le offerte non sono efficaci se non superano il prezzo base d’asta o l’offerta precedente nella misura indicata nell’ordinanza di vendita e ogni offerente non è più tenuto per la sua offerta nel momento in cui essa è superata da un’altra, anche se poi questa viene dichiarata nulla. Il decreto con il quale il giudice dell’esecuzione dispone il trasferimento del bene espropriato all’aggiudicatario ha l’effetto di provocare la cancellazione di tutti i gravami quali ipoteche e pignoramenti.


chiacchiere di condominio

di Umberto Anitori Ex segretario nazionale ANACI

Decreto legge n°69 del 22/6/2013 (Decreto del fare nel condominio)

I

l decreto-legge n.69/2013, vigente dal 22 giugno, contiene alcune novità relative alla sicurezza sui luoghi di lavoro che coinvolgono anche il condominio: DURC L’art.31 del d.l. 69/13: in tutti i commi si riferisce espressamente a lavori pubblici, compreso il comma 5 che porta la durata del DURCpubblico a 180 giorni. Nulla cambia per i lavori privati in edilizia: il DURC per questa tipologia di lavori rimane a validità 90 giorni, poiché il d.l. 69/13 non ha modificato nulla.    DUVRI Art.32 del d.l. 69: nelle attività a basso rischio infortunistico, il documento unico di valutazione dei rischi interferenziali, previsto a carico del datore-di-lavoro-committente negli appalti aziendali, potrà essere sostituito da un incaricato del committente, dotato di formazione tipica (o quanto meno di un “preposto”), di esperienza, di competenza e di conoscenza diretta dell’ambiente di lavoro. L’incaricato avrà il compito di sovrintendere

cooperazione e coordinamento tra gli esecutori. Un’altra novità è che il DUVRI non è più richiesto per lavori di durata non superiore a dieci uomini-giorno, purché privi di rischi particolari, di atmosfere esplosive, agenti cancerogeni o biologici. VALUTAZIONE RISCHI L’art.32 del decreto-legge prevede un “modello con il quale, fermi restando i relativi obblighi, i datori di lavoro delle aziende che operano nei settori a basso rischio infortunistico possono attestare di avere effettuato la valutazione dei rischi di cui agli articoli 17, 28 e 29 [del d.lgs. 81/2008 – ndr].” Gli articoli 17, 28 e 29 non sono cogenti per il condominio con dipendenti soggetti al contratto collettivo dei proprietari di fabbricati, per tutelare i quali non è necessaria la redazione di DVR. Rimane obbligatoria l’applicazione rigorosa dell’art.3 comma 9 del d.lgs. 81/2008.   PIANI DI SICUREZZA Siamo in attesa di apposito decreto di creazione di modelli semplificati per i

POS delle imprese, i piani di sicurezza e coordinamento e i fascicoli dell’opera redatti dai coordinatori per la sicurezza dei cantieri edili. RESPONSABILITà SOLIDALE NEGLI APPALTI L’ art.50 del decreto-legge 69/13 cancella esclusivamente la responsabilità solidale dell’appaltatore verso l’Iva non versata dal subappaltatore. Tutto il resto rimane invariato e le responsabilità solidali previgenti restano attive. Questa norma non riguarda il committente.

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I FATTI NOSTRI

di Roberto Anghinoni Giornalista

La magnifica ossessione Molti si domandano se sia ancora possibile trovare motivi di soddisfazione nella nostra attività di imprenditori della distribuzione. Se pensiamo ai bei tempi andati ci viene il magone, ma se riflettiamo con attenzione, il futuro potrà essere anche migliore

A

mmettiamolo, un po’ di nostalgia dei tempi belli ce l’abbiamo. Diciamo anche solo di una decina di anni fa, quando si costruiva e si vendeva di tutto e di più, senza problemi, leggeri e leggiadri come le ballerine dell’Opéra. E questa nostalgia oggi è diventata la nostra ossessione, perché il contrasto con i tempi della crisi è troppo forte e ci destabilizza, ci fa credere di vivere in un incubo, ci fa sperare che prima o poi ci sveglieremo e questa crisi sarà solo un brutto ricordo. Ma, più o meno inconsciamente, siamo prigionieri del nostro luminoso passato, e questo legaccio virtuale ci impedisce di razionalizzare il presente. Non è che ho iniziato a studiare da psicologo, queste parole sono una frettolosa sintesi dei discorsi che sento. Perché tanti colleghi cominciano a chiedersi se non sia il caso di lasciare, visto che le cose non sono più come prima, visto che tutto oggi sembra complicato, a partire dalla drammatica domanda se sia il caso di fornire un cliente oppure no, un quesito praticamente incomprensibile, direi quasi contro natura. Sono queste le parole che fanno comprendere la piega che sta prendendo il mercato della distribuzione edile, che in qualche modo ci fotografano, e sono convinto che a molti queste fotografie non piacciono. Sembra quasi che sia finita un’epoca (e infatti è finita) e che qualcuno si sia messo a rimescolare le carte per proporci un gioco che non conosciamo, un gioco che non si è mai visto ma del quale tutti parlano come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. Per quello che posso capire, il nuovo che ci prestiamo ad affrontare potrebbe anche essere (finalmente, dirà qualcuno) un mercato di soddisfazione. Da questo

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punto di vista – e se escludiamo la soddisfazione primaria che è quella di fatturare ed essere pagati come Dio comanda – siamo già di fronte a una novità. La nuova soddisfazione non riguarda quindi unicamente l’aspetto materiale, ma quello più strettamente professionale, un segno di distinzione che finalmente ci qualifica e non permette più ai nostri interlocutori di considerarci solo un oneroso passaggio in più all’interno della filiera. La trasformazione, e questa è davvero una svolta epocale, è da strutture commerciali tollerate solo perché magari comode a strutture commerciali decisamente utili perché indispensabili ancore di salvezza nel mare mosso delle proposte tecniche che caratterizzano la nuova edilizia. Se non è una rivoluzione questa, poco ci manca. Il problema è dimenticarci come eravamo, la tentazione di sperare ancora a un clamoroso ritorno al passato è difficile da scalfire, ma basta un attimo di lucida presenza nel presente per capire che non sarà più così. E c’è anche un’altra faccenda da considerare, ovvero le tempistiche. Nel nostro mondo, i cambiamenti in passato si sono presi tutto il tempo necessario per affermarsi, non c’era fretta, si lavorava lo stesso come avvolti da un intorpidimento tecnico molto rassicurante. Oggi non è più così: le nuove tecnologie costruttive, e di conseguenza i nuovi materiali, si stanno imponendo velocemente. Non si tratta più di decidere se tenere o meno un prodotto a magazzino, ma valutare se siamo intenzionati o meno a entrare nel nuovo mercato. Nella nostra professione di intermediari

fra produzione e operatori edili abbiamo sempre scelto poco, basando i rifornimenti sulle richieste dei nostri clienti. Oggi, domani, questa passività mentale deve essere eliminata dal nostro modo di pensare. La distribuzione edile deve riuscire a giocare un ruolo attivo nel nuovo, benedetto mercato, senza nostalgia per qualcosa che non esiste più, ma con l’energia, la voglia, la positività, magari anche l’entusiasmo che ogni moderno imprenditore, che riesce a vedere oltre il proprio naso, ha il dovere di mettere nella propria attività. Forse saremo costretti ad assistere a una pesante selezione, ma se tutto sommato fino a oggi le perdite seppur sensibili sono molto meno di quanto ci si potesse aspettare, forse la voglia di tenere duro è ancora ben salda ed è certamente una base importante sulla quale rigenerarsi. Facciamolo, senza ossessionarci, ma assaporando il gusto del nuovo che, ci piaccia o meno, comunque avanza.


I 10 trend del 2014 Recupero dell’edilizia. Maggiori affari nel settore immobiliare. Ma occupazione ancora al palo. Il prossimo anno sarà migliore di quello che sta per essere archiviato. A una condizione…

ottobre 2013 N. 44

i 10 trend del 2014.............................................................................................. 16

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lasciate circolare l’aria della ripresa............................................ 22 LA FILIERA DELLE “COSTRIZIONI”...................................................................... 26 credito, magazzino, marginalità............................................................... 29

Lasciate circolare l’aria della ripresa

IMPRESE A ENERGIA QUASI ZERO..................................................................... 30 top 200 della distribuzione edile italiana...................................... 33 organizzazione, flessibilità e conoscenza del territorio..................................................................... 52 oltre l’edilizia tradizionale........................................................................ 54 la magia della luce............................................................................................. 60 NUOVO AVVENIMENTO NELL’INDUSTRIA CHIMICA ITALIANA............... 64 saie e made expo: la storia infinita....................................................... 68 MADE EXPO: DIVENTA BIENNALE........................................................................ 70 COSTRUIRE SICURO, SOSTENILE E INNOVATIVO........................................ 72 RASSEGNA SPECIALE MADE................................................................................. 75 RASSEGNA SPECIALE SAIE.................................................................................... 82 DAL RINNOVO ALLA COABITAZIONE, LE NUOVE FORME DEL VIVERE URBANO........................................................ 84 DOSSIER TERZA ETà.................................................................................................. 92 Fenomenologia del monumento, tra memoria e rimozione................................................................................ 96 Quando la casa diventa un nemico..................................................... 100 Cogliere il futuro, a Klimahouse si può........................................ 102 11 famiglie per 11 performance........................................................... 104 SOLO CHI FA COSE NUOVE, VINCE................................................................. 106 Bagni… ready to go......................................................................................... 108

D’accordo, ora i trend per l’economia, finalmente, volgono al bello. Ma perché il prossimo anno il Pil torni a crescere c’è bisogno di un governo stabile

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22

La filiera delle “costrizioni”

Il pacchetto tetto in un pannello....................................................... 112 youbook...................................................................................................................... 114 INTERNATIONAL......................................................................................................... 116 NEWS DALLA RETE.................................................................................................. 118 zapping........................................................................................................................ 120 hi tech.......................................................................................................................... 122 WROOM.......................................................................................................................... 124 ON THE ROAD............................................................................................................. 125 QUESTIONI DI GOLA................................................................................................ 126 YOUnote....................................................................................................................... 128 14

Il rapporto tra imprese e gestione finanziaria si insegna nelle aule universitarie e si pratica nelle attività di impresa, ma quali sono gli elementi critici che spesso non consentono di passare dalla teoria alla pratica?


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Saie e Made expo:

la storia infinita

Imprese a energia quasi zero Le prospettive per il mercato delle costruzioni sono ormai determinate dall’agenda europea, basata sulla green energy. Le tecniche per costruire secondo i criteri dello zero emission building sono ben conosciute. Ma le aziende italiane sono pronte a convertirsi al nuovo modo di realizzare?

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A sole due settimane di distanza l’una dall’altra, ancora una volta le due fiere dell’edilizia tornano a darsi battaglia. Chi vincerà?

DOSSIER TERZA ETà

top 200

Dal rinnovo alla coabitazione, le nuove forme del vivere urbano

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della distribuzione edile In vista della ripresa, il settore fa i conti con i bilanci (orribili) del 2012. Che vedono una rivoluzione nella classifica delle prime dieci imprese: scende Edilfiorentini, sale Bauexpert, entra Gruppo E

33

Nuovo avvenimento nell’industria chimica italiana

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Quando la casa diventa un nemico La poca traspirabilità degli edifici e la scarsa qualità dei materiali da costruzione possono comportare gravi problemi di salute, come la Sindrome dell’edificio malato. Gli SMT, schermi e membrane traspiranti, garantiscono comfort e costruzioni salubri

100 15


I 10 trend del 2014

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Recupero dell’edilizia. Maggiori affari nel settore immobiliare. Ma occupazione ancora al palo. Il prossimo anno sarà migliore di quello che sta per essere archiviato. A una condizione… di federico mombarone

I

n questi giorni c’è chi è impegnato a perdere tempo a Montecitorio, chi pensa già ai regali di Natale e chi per raccogliere le castagne nel fine settimana. Le imprese, invece, fanno i conti con il loro futuro prossimo. Perché è ora, in autunno, che le aziende programmano i budget per il 2014. Investimenti, pianificazione della pubblicità, strategia commerciale: non sono cose che si improvvisano. Già, ma che cosa troveranno gli imprenditori il prossimo anno? Per comprendere quali saranno i principali trend del 2014 il team di YouTrade ha interpellato analisti, verificato numeri e raccolto autorevoli pareri. Il risultato della ricerca è riassunto in 10 punti. Alcune tendenze sono blindate, sicure al 100%. Altre dipendono invece (tanto per cambiare), dalle bizze della politica, da quegli umori personali che decidono il destino di un intero Pese, anteposto troppo spesso agli interessi privati.

Ma su queste paturnie, ahinoi, non è possibile fare previsioni. Trend 1 Edilizia: andrà meglio. D’altra parte, sarebbe anche difficile che andasse peggio, diciamolo. Sta di fatto che, seppure con timidezza, per il settore delle costruzioni le attese sono di un miglioramento, seppure selettive. Secondo Paolo Buzzetti, presidente dei costruttori Ance‚ «indubbiamente i provvedimenti varati in questi mesi dal Governo, dalle anticipazioni ai mutui fino al pacchetto casa, sono il segnale di un’attenzione all’edilizia che non potrà che generare fiducia e facilitare il riavvio di un settore trainante dell’economia». L’Ance si è spinta anche a fare due conti: i provvedimenti legati al decreto di cancellazione dell’Imu porteranno a 44mila nuove compravendite e a un impatto davvero notevole sull’economia. L’articolo 6

del decreto Imu, infatti, dovrebbe essere in grado di rilanciare i mutui tramite la Cassa depositi e prestiti che in sostanza finanzierà le banche, circa 2 miliardi. Inoltre, la Cassa depositi e prestiti metterà sul tavolo 2 miliardi per procedere all’acquisto di obbligazioni bancarie emesse dagli istituti di credito e garantite da ipoteca, oppure di titoli derivanti da operazioni di cartolarizzazione di mutui esistenti per l’acquisto dell’abitazione principale, ma anche per gli interventi di ristrutturazione ed efficientamento energetico degli immobili. Questa iniezione di liquidità dovrà servire per coprire mutui garantiti da ipoteca su immobili residenziali, levando alle banche ogni remora sulla accensione di un mutuo. Il provvedimento, in particolare, sarà finalizzato all’acquisto di immobili ad alta prestazione energetica. L’Ance si spinge a quantificare in oltre 8 miliardi l’impatto aggiuntivo sul mercato immobiliare e 1,3 miliardi gli investimenti integrativi per la costruzione di nuove abitazioni. A loro volta, queste 44mila nuove abitazioni genererebbero un impatto da 4,4 miliardi sull’economia. Trend 2 Mutui più facili. Non è un miraggio: sempre premesso che la spada di Damocle della politica potrebbe ribaltare le aspettative con una crisi di governo (con conseguenti tensioni

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sullo spread e sui tassi), molte banche si preparano a ritoccare verso il basso l’offerta dei propri prodotti legati al settore immobiliare. In particolare, il taglio degli interessi già nei prossimi mesi dovrebbero essere di 20 punti base per i mutui a tasso variabile e di 0,30 per quelli a tasso fisso. Insomma, nel primo scorcio del 2014 gli interessi chiesti su un mutuo dovrebbero scendere sotto la soglia del 3%, che da oltre un anno ha frenato la richiesta di prestiti da parte delle famiglie. Secondo Stefano Rossini, amministratore delegato di Mutuisupermarket.it, «per il 2014 le principali banche in Italia prevedono un aumento delle erogazioni del 1020%». Trend 3 Tassi quasi fermi. A proposito di mutui: il prossimo anno non ci saranno enormi variazioni sotto il profilo dei tassi. Dagli Stati Uniti arriverà un segnale di rialzo, con il declino della politica monetaria della Federal Reserve, che ha inondato di liquidità il mercato per cinque anni. Ma in Europa l’onda lunga arriverà forse più tardi. I prossimi mesi, infatti, ricalcheranno ancora quelli di fine 2013, con la Bce che lascia ai minimi i tassi per dare fiato a un’economia debole. Nella seconda a metà dell’anno, però, potrebbero cambiare le cose. Innanzitutto la Germania (che chiede un costo del denaro gestito in maniera più rigida) dopo aver messo alle spalle le elezioni avrà più margine di manovra. Inoltre, se la ripresa dovesse consolidarsi potrebbe farsi avanti la tentazione di un micro ritocco (magari lo 0,25%) verso l’alto. Niente di sconvolgente comunque, e comunque legato all’andamento dell’economia reale. Diverso il discorso dei tassi a lungo termine, che dovrebbero tendere più decisamente al rialzo. Trend 4 Risveglio dell’immobiliare. Ebbene sì, gli analisti si attendono una svolta. Non pensate a impennate dei prezzi di appartamenti e capannoni. Ma secondo l’Osservatorio di Scenari Immobiliari, il fatturato del settore nei cinque principali Paesi europei (Francia, Italia, Germania, Spagna e Inghilterra) potrebbe chiudere l’anno (il 2013) con una crescita dell’1% a 18 - youeconomy

tendenza. L’abolizione dell’Imu sulla prima casa (a patto che la ventilata service tax non si traduca in una batosta), per esempio, potrebbe dare nuovo ossigeno al mercato di livello medio-basso. Per il resto, la ripresa degli acquisti dovrebbe essere trainata dal repricing che negli ultimi anni ha riportato le abitazioni a quotazioni più realistiche, a volte anche con sconti sensibili, e ha innescato il ritorno alle trattative e alle transazioni. Insomma, la riduzione dei valori accompagnata da una relativa tenuta dei canoni ha permesso di rendere i rendimenti molto più appetibili. quota 639.400 milioni di euro, dopo un calo di quasi il 3% nel 2012. Dal picco del 2007, poco prima dell’avvio della crisi immobiliare, il fatturato in questi cinque Paesi è sceso complessivamente del 14,3% (e si va dal -31,5% della Spagna al -12,2% della Gran Bretagna). E per l’Italia? Gli esperti prevedono per il 2014 una crescita di circa l’1,7%. Qualcuno è più prudente, per la verità, ma quasi tutti sono concordi nell’attendersi una inversione di

Trend 5 Expo boom. Il 2014 sarà l’anno pre-Expo. La manifestazione, che si svolgerà l’anno successivo, sarà il motore di un grande business. A partire, naturalmente, dalle grandi opere di realizzazione ancora in corso, ma che trascineranno tanti altri interventi minori, per esempio di riqualificazione o realizzazione di strutture ricettive. L’impatto dell’Expo


2015, in ogni caso, è stimato in 199mila occupati e oltre 10 miliardi di più per il Pil italiano. Ma in realtà bisogna pensare già al dopo Expo. Non a caso la Arexpo, società proprietaria delle aree di Rho dove sorgerà il sito espositivo, sta esaminando le 12 proposte per il bando consultivo finalizzato alla raccolta di idee e progetti per il parco tematico di 43 ettari che sarà realizzato dopo che saranno smantellati i padiglioni. Insomma, ci sarà da lavorare anche dopo il 2015. Da notare che delle 12 proposte, due hanno un carattere sportivo. E questo sarebbe da legare a una possibile candidatura alle Olimpiadi del 2024 avanzata dalla Regione Lombardia. Sarebbe come pescare un jolly dal mazzo di carte. In ogni caso, per il dopo Expo sarà bandita una gara di attuazione per un investimento che complessivamente si aggira intorno a 1,2 miliardi.

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di gioia neppure il prossimo anno: le previsioni dei principali istituti di ricerca prevedono che nel 2014 la diminuzione della domanda si arresti, ma non aumenti, se non di qualche zero virgola. Più precisamente, i consumi privati italiani sono attesi in calo del 2,3% quest’anno e attorno allo zero l’anno prossimo, numeri simili a quelli della Spagna ma distanti da Francia e Germania. La domanda interna rimarrà debole perché qualsiasi politica fiscale o di bilancio non darà i suoi frutti immediatamente, ma dopo mesi. Continueremo a tirare la cinghia, perché le politiche di bilancio e il Fiscal compact firmato due anni fa non consentono deroghe. Trend 7 Occupazione al palo. Una ripresa modesta dei consumi interni non servirà a creare un ritorno dell’occupazione ai livelli pre-crisi, tantomeno nel 2014. I provvedimenti a favore dei giovani e per incentivare le assunzioni, a giudizio degli esperti,

potranno avere qualche efficacia solo sugli impieghi temporanei. D’altra parte, è un trend che non riguarda solo l’Italia. Anche la Germania, che è portata a modello, negli ultimi anni ha creato per la maggior parte posti di lavoro temporanei o a basso reddito. Trend 8 Più vendite all’estero. Il 2014 vedrà confermata la tendenza dell’anno in corso. Con un mercato interno debole, vedrà incrementare il fatturato chi si affaccia sui mercati esteri. Secondo il documento preparato in occasione del forum Ambrosetti, per esempio, il 20 - youeconomy

saldo positivo dell’export dell’Italia dovrebbe assestarsi allo 0,6% quest’anno e al 3,4% nel 2014. Un dato confortante, se si pensa che la Germania farà un po’ meglio, ma non così tanto: +0,7% nel 2013 e +4,8% per il prossimo anno. Trend 9 Tasse: novità per la casa. Dal gennaio 2014 cambia il prelievo sulle transazioni immobiliari. Il decreto Istruzione ha cambiato a sorpresa i termini che erano previsti dal provvedimento di fine 2011. In particolare, si abbassa l’imposta di registro per l’acquisto della prima casa dal 3 al 2% (tranne per le abitazioni di lusso), anche se per seconde case, abitazioni di pregio e fabbricati strumentali si alza dal 7 al 9%. L’imposta ipotecaria e catastale sulle compravendite per la prima casa scende da 168 a 50 euro. Possono però salire a 200, a seconda che il venditore sia un privato o un’impresa. Addio anche

a tutte le agevolazioni tributarie relative ai trasferimenti immobiliari. Ma il testo del decreto, che rettifica il provvedimento precedente, come al solito è ambiguo e oscuro per alcuni aspetti. Ma, in definitiva, per una prima casa del valore di 150mila euro il costo da pagare all’erario scende da 4.800 euro a 3.100 euro: un risparmio non da poco. Trend 10 Pagamenti in arrivo. Proseguirà il lento, ma si spera definitivo, cammino dei pagamenti alle imprese da parte della pubblica amministrazione. A imprese e professionisti, finora, è arrivato il 36% delle risorse stanziate per il 2013 dal decreto 35 «Sblocca Debiti». Resta in ogni caso, il ritardo delle Regioni nello smaltimento degli arretrati sanitari. Ma in compenso i debiti commerciali della pubblica amministrazione già pagati ai creditori sono di 7,2 miliardi, poco più di un terzo dei 17,9 miliardi già resi disponibili agli enti debitori sui 20 miliardi previsti dal decreto legge. Il decreto Imu ha incrementato la dote con 7,2 miliardi (destinati a diventare 10) per i pagamenti 2013. E la nuova dote è di 47 miliardi per il 2013-2014, di cui 27 quest’anno e 20 nel 2014.


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Lasciate circolare D’accordo, ora i trend per l’economia, finalmente, volgono al bello. Ma perché il prossimo anno il Pil torni a crescere c’è bisogno di un governo stabile

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l’aria della ripresa

di Federico Mombarone

«L

a sola funzione delle previsioni in campo economico è quella di rendere persino l’astrologia un po’ più rispettabile», ammoniva anni fa l’economista premio Nobel John Kenneth Galbraith. Non aveva tutti i torti: se gli analisti sapessero davvero decifrare i numeri, non ci sarebbe stato il crack della Lehman Brothers e, probabilmente, ora non saremmo reduci da cinque anni di crisi e recessione. Ma, dopo aver messo le mani avanti, è consentito sbilanciarsi un po’. E registrare che, se l’Italia non

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dovrebbe restare stabile: 131,7% sul prodotto interno lordo nel 2013 e 132,3% nel 2014.

rimane ostaggio dell’ego di qualche politico, cioè se non cade il governo, la ripresa è alle porte. YouTrade, d’altra parte, ha già messo i lettori sull’avviso: il 2014 si preannuncia rosa. Ci sono numeri più solidi su cui fare affidamento, anche se si tratta sempre

{

Per il 2014 si preannuncia una ripresa dell’economia, ma c’è ancora molto da fare perché non resti solo una bella promessa

di una strada (è bene ripeterlo ancora una volta) condizionata dalle bizze e dall’orgoglio di qualche appartenente alla Casta e all’azione del governo. L’economia reale. Lo ha annunciato Enrico Letta (che però è ottimista per dovere istituzionale), ma poi lo ha confermato la Confindustria: la ripresa è a portata di mano. Lo indicano i numeri: il Centro studi dell’associazione degli industriali prevede per il 2013 una contrazione annua del Pil dell’1,6%, che è un dato negativo, ma sempre meno pessimo della previsione di giugno, che indicava la discesa a -1,9%. Insomma, quest’anno va un po’ meno male. Ma il bello è che gli esperti di Confindustria vedono per il prossimo anno una variazione positiva dell’attività produttiva dello 0,7%, a fronte del 24 - youTrend

+0,5% della stima precedente. Sembra poco, ma non lo è: tra -1,6% e +0,7% c’è una differenza di 2,4%. Certo, alla lunga con una crescita dello 0,7% non si va molto lontano, ma dopo la crisi tornare ad aumentare la produzione è un buon segno. E tutto questo se non ci saranno altri interventi di finanza pubblica, che potrebbero migliorare le prospettive. I conti pubblici. L’analisi, se tutto rimane così com’è, non cambia le previsioni sul rapporto fra deficit e Pil stimato al 3% quest’anno e al 2,6% il prossimo. E anche il debito pubblico

Il partito degli ottimisti. «Ci sono dei segnali di un cambiamento di trend perché dopo otto trimestri di recessione dovremmo vedere, nei prossimi mesi un cambiamento di segno», è il pensiero del presidente di Confindustria e patron della Mapei, Giorgio Squinzi. Anche se, ha ammonito, «la recessione è finita quando si torna a stare meglio di come si stava precedentemente». Tra gli ottimisti, ma senza eccessi, si annovera anche il prudente governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, secondo il quale «per l’Italia gli ultimi indicatori sono coerenti con un graduale miglioramento: il declino della produzione dovrebbe fermarsi nei prossimi mesi». «Si sta stabilizzando la situazione, c’è la potenzialità di un rimbalzo e quindi di un’uscita dalla recessione, con il 2014 che si preannuncia con un Pil positivo», ha confermato Fulvio Conti, amministratore delegato di Enel, al Forum Ambrosetti. Insomma, a vedere la ripresa non è solo un manipolo di sognatori di professione: fanno ben sperare anche gli indicatori che riguardano l’attività delle Pmi e le attese sulla situazione familiare dei consumatori italiani. Inoltre, l’export è ripartito, sostenuto dal recupero della domanda all’interno dell’Ue: se noi abbiamo il governo dei compromessi, altrove l’economia tira e trascina anche l’Italia.


Le cose da fare. Attenzione: i segnali di recupero ci sono, ma non si può attendere che il frutto della ripresa cada in mano. Bisogna andare a coglierlo. Il presidente della Bce, Mario Draghi, è chiaro: «È una prospettiva che al momento resta fragile». E ammonisce Visco: «La ripresa è oggi a portata di mano, ma i rischi verso il basso restano significativi. Per cogliere l’occasione non possiamo attenuare i nostri sforzi». Per evitare di fare marcia indietro occorrono due coincidenze: 1) che ci sia un governo che governi. 2) che il governo faccia anche le cose giuste. E non c’è bisogno di una Margaret Thatcher che rivoluzioni l’economia. Per non farsi scappare l’occasione basterebbero poche, ma rapide, decisioni. Il credit crunch. I rubinetti chiusi a chi chiede prestiti è stato uno dei motivi che ha spinto migliaia di imprese a chiudere i battenti negli ultimi tre anni. Rispetto al punto di massimo del 2011 il volume di erogazioni di prestiti alle imprese ha subito una contrazione del 7,5%. Tradotto, significa che le banche hanno ridotto gli impieghi per 69 miliardi. Una parte deriva, certo, dalla minore richiesta a causa della recessione, ma il grosso dei prestiti mancati è solo responsabilità del sistema del credito. Garantire prestiti alle imprese è, insomma, una priorità. Ci si può arrivare, per esempio, con l’emissione di obbligazioni ad hoc,

ma garantite da beni reali per non peggiorare il debito pubblico, magari con l’ausilio della Cassa depositi e prestiti. Tra i principali obiettivi del governo c’è l’aumento della capacità di diffusione nei portafogli degli investitori istituzionali dei cosiddetti mini-bond (secondo stime dello Sviluppo le emissioni da parte di aziende non quotate, prevalentemente medie, ad oggi sono pari a circa 4 miliardi di euro). Ma è un obiettivo tutto da verificare. Più lavoro. È la sfida delle sfide: creare posti di lavoro e, magari, anche pagare meglio chi un’occupazione ce l’ha. D’accordo, la disoccupazione non è una sciagura solo italiana: in quasi tutti i Paesi del G7 il numero di senza lavoro è ai livelli di guardia, ma non per questo mal comune non fa mezzo gaudio. In Italia il tasso di disoccupazione (contando anche i cassintegrati) supera il 13% (mentre secondo l’Istat è al 12,1% e l’anno prossimo sarà al 12,3%). E poiché la mancanza di lavoro è un indicatore ritardato del ciclo, anche se partirà una forte ripresa (maggiore, cioè del previsto 0,7% per il 2014) occorrerà attendere almeno un anno per vedere risultati concreti. Insomma, senza un intervento diretto, forte, rapido, i tempi rischiano di allungarsi parecchio. Allo stesso tempo, per aiutare i consumi bisogna ridurre il cuneo fiscale. Cioè la parte di contributi versati dalle aziende, che alleggerisce troppo la busta paga.

Se ci fosse una sforbiciata al costo del lavoro, per esempio, Ferruccio Ferragamo, presidente dell’azienda omonima, con 1,2 miliardi di fatturato e una crescita del 10%, ha assicurato che assumerebbe di più: «Continuiamo a credere nel paese», ha sottolineato l’imprenditore. Allo stesso tempo, più soldi in busta paga rilancerebbero i consumi. Già, ma come fare? Dove reperire le risorse senza aumentare il giurassico debito pubblico che costa quasi 90 miliardi di interessi l’anno allo Stato, cioè a tutti noi? C’è chi un’idea ce l’ha, come Itzhak Yoram Gutgeldm, ex numero uno in Italia del gigante della consulenza McKinsey. L’errore, secondo lui, è stata la cancellazione totale dell’Imu. Se si fosse lasciata una franchigia di 300 euro, una soglia sotto la quale non versare nulla, per esempio, i contribuenti con redditi bassi sarebbero esenti dall’imposta, mentre l’amministrazione pubblica avrebbe incassato dai redditi più alti circa 2,5 miliardi. Soldi che sarebbero potuti servire per ridurre le tasse in busta paga. Insomma, che piaccia o meno questa ricetta, una strada per reperire risorse si dovrebbe trovare. A proposito di Imu, si può aggiungere la considerazione di Maurizio Sella, presidente dell’Assonime e di Banca Sella: «Peccato che sia rimasta l’Imu sui capannoni industriali, anche quelli vuoti. È un controsenso, toglie risorse agli investimenti». Pagamenti alle imprese. Ad aziende e professionisti finora è arrivato il 36% delle risorse stanziate per il 2013 dal decreto Sblocca debiti. I debiti commerciali della pubblica amministrazione già pagati ai creditori sono 7,2 miliardi, un terzo dei 17,9 miliardi già resi disponibili agli enti debitori sui 20 miliardi previsti dalla legge. E il decreto Imu ha incrementato la dote con 7,2 miliardi (destinati a diventare 10) per i pagamenti 2013. Bisogna però che i restanti due terzi arrivino davvero nelle casse dei creditori. Secondo l’Ance, i vincoli del Patto di stabilità interno faranno sì che l’anticipo al 2013 di ulteriori 7,2 miliardi riguarderà solo marginalmente i crediti vantati dalle imprese di costruzioni. Conclusioni: c’è molto da fare perché la ripresa non resti una bella promessa. youTrend - 25


La filiera delle “costrizioni�

Il rapporto tra imprese e gestione finanziaria si insegna nelle aule universitarie e si pratica nelle attivitĂ di impresa, ma quali sono gli elementi critici che spesso non consentono di passare dalla teoria alla pratica?

di Federico Della Puppa

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I

n qualsiasi corso di economia si insegna che alla base dell’attività di impresa vi è la gestione finanziaria. Come noto, essa riguarda la raccolta di fondi aziendali e finanziamenti per assicurare l’equilibrio nella gestione del rapporto tra fonti e impieghi, sia nel breve che nel lungo termine. Si insegna inoltre che l’impresa deve perseguire obiettivi di equilibrio finanziario di lungo periodo e che

lo scopo principale di una impresa è fare profitti. Dunque la gestione finanziaria è l’elemento strategico che consente ad una impresa di operare nel mercato, in quanto permette di fare adeguati investimenti per lo sviluppo delle attività. Senza investimenti non si crea innovazione, sviluppo e lavoro. Fin qui la teoria. Ma nella pratica? Quante imprese, effettivamente, nella loro attività, considerano in modo

strategico la gestione finanziaria e quella economica? E quante di esse definiscono specifici obiettivi finanziari di breve e lungo termine? Le domande potrebbero sembrare retoriche, dato che bisognerebbe rispondere “tutte”. Eppure non è proprio così. Ma è sempre e solo colpa delle imprese, oppure il sistema finanziario italiano non supporta adeguatamente le nostre imprese sul cammino dell’innovazione,

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di processo e di prodotto, oltre che di mercati? Anche qui la domanda sembra quasi essere retorica. Per rispondere in modo più argomentato a queste domande dobbiamo riflettere sul fatto che il sistema di gestione finanziaria di una impresa è dipendente dal sistema finanziario complessivo, perché le imprese si alimentano sia con capitali propri, sia con il debito. Nella gestione finanziaria di impresa vi sono due ordini di problemi da affrontare. Il primo, interno all’impresa, riguarda l’effettiva capacità di gestione finanziaria, che è soprattutto capacità di analisi del bilancio di esercizio, del rendiconto finanziario e degli indicatori in grado di restituire il livello di efficienza dell’impresa, della sua struttura e delle sue leve operative, in una parola di valutarne la redditività. Oggi, nell’attuale situazione economica, tendenzialmente di uscita da una lunga crisi ma di notevoli difficoltà per le imprese, la gestione finanziaria diventa ancora più strategica di un tempo perché la competizione globale e la riduzione dei margini sono punti chiave per il reperimento dei finanziamenti, perché la loro disponibilità e il loro costo sono elementi fondamentali per garantire alle imprese l’operatività. Le imprese, in particolare quelle del settore delle costruzioni, sono pressate da un lato da crediti spesso inesigibili o di difficile esigibilità (o molto dilazionati nel tempo), come nel caso degli stessi crediti vantati nei confronti dello Stato, e da un altro lato dai debiti contratti (o da contrarre), che vedono incrementare da parte del sistema finanziario il livello dei tassi di interesse, le richieste di garanzie, quando non addirittura i rientri anticipati. Il secondo fattore, dunque, è esterno all’impresa e non è governabile dall’impresa, perché dipende dalla situazione politica ed economica internazionale e nazionale, ma soprattutto riguarda la struttura stessa del sistema finanziario e le modalità di gestione dell’accesso al credito, che invece di supportare l’economia hanno creato e stanno creando effetti depressivi sul mercato. Un settore, quello bancario e finanziario italiano, che a luglio ha registrato una crescita del 5,9% nei depositi e una flessione annua del -3,3% sui prestiti ai privati. Le sofferenze, che nel 2011 erano al 28 - youfocus

36% sono oggi al 22%, secondo i dati di Banca d’Italia, ma il dato preoccupante è che i prestiti alle società non finanziarie sono diminuiti, sempre su base annua, del 4,1%, proseguendo il trend dei mesi precedenti a giugno. In sostanza il sistema finanziario italiano raccoglie, e molto, sul mercato, generando una forte liquidità che non viene investita presso le imprese, ma preferenzialmente prende altre vie. Vi è una palese e forte contraddizione

{

Una corretta gestione finanziaria è l’elemento strategico per operare sul mercato. Ma non sempre dipende solo dall’impresa

tra la forte iniezione di liquidità che il sistema bancario ha ricevuto dalla BCE nel momento più critico, con tassi all’1% che non si sono poi tradotti in competitività per i prestiti alle imprese. In una fase economica e sociale cruciale come questa, all’inizio di una lungamente attesa e probabile ripresa economica, è evidente che il sistema creditizio deve e può fare molto di più. L’edilizia e le nostre imprese, soprattutto quelle medio-

piccole, ne hanno bisogno e dobbiamo tutti impegnarci per superare questi impasse. Anche perché la BCE, nel suo bollettino di luglio, ha evidenziato come le piccole e medie imprese europee, e in particolare quelle italiane, pagano per i prestiti tassi di interessi più alti rispetto alle grandi compagnie. Se la BCE scrive che “la situazione economica generale, caratterizzata dalla frammentazione del finanziamento bancario e da una dinamica dei prestiti moderata in taluni paesi, rappresenta un contesto difficile per le piccole e medie imprese”, c’è da chiedersi quali soluzioni possano essere adottate per agganciare la potenziale ripresa economica. Senza supporto del sistema finanziario è evidente che la ripresa potrebbe subire rallentamenti o, finanche, non manifestarsi. E allora, se da un lato in questo momento da parte delle imprese della filiera delle costruzioni ci vuole molta attenzione alla propria gestione finanziaria, con un vero e proprio salto di qualità nel management e nella capacità di fare scelte strategiche, da un altro bisogna evitare a tutti i costi che, a fronte di una augurata, possibile e vicina ripresa, il sistema finanziario, ponendo eccessivi paletti e blocchi, non trasformi il settore in una poco augurabile “filiera delle costrizioni”.


Credito, magazzino, marginalità Questi i tre principali elementi a cui fare attenzione per una buona gestione finanziaria delle imprese. Parola di Alberto Bubbio, docente di Economia Aziendale

di Santina Muscarà

I

l primo suggerimento riguarda il credito: «I crediti rappresentano un elemento particolarmente delicato in un momento in cui il mercato è in una situazione di scarsa attività, quindi la prima regola è quella di gestirli prima e non quando sono ormai a rischio». Questo è il consiglio di Alberto Bubbio, professore di Economia Aziendale presso l’Università Cattaneo Liuc di Castellanza (Va), riferendosi alla gestione finanziaria delle imprese e,

Alberto Bubbio

in particolare, alla distribuzione di materiali per edilizia. E continua: «Per gestire bene il credito bisogna essere selettivi e individuare i clienti affidabili e quelli ai quali, invece, è necessario chiedere forme di pagamento più rapide e certe. Chi fa questa selezione ha già fatto un passo importante». Il secondo suggerimento riguarda la gestione del magazzino: «Spesso la rotazione dei magazzini si abbassa perché, anche in questo caso, manca una selezione – spiega Bubbio –. È fondamentale selezionare prodotti e fornitori: più il magazzino aumenta in termini di numero e più diventa difficile renderlo efficace. Certamente bisogna essere abili nel capire quali sono i prodotti che hanno più probabilità di avere una certa rotazione, in modo da averne uno stock adeguato. È un lavoro lungo,

ma che dà un ritorno importante. Comunque oggi, grazie alla tecnologia, le statistiche si ottengono con più facilità». Serve anche un po’ di coraggio per superare la logica che vede un magazzino migliore di un altro per la quantità di prodotti e non per la loro rotazione. Infine, il terzo aspetto su cui concentrare l’attenzione è la marginalità: «Riuscire a mantenere sui prodotti la stessa marginalità del passato o, addirittura un po’ di più sarebbe l’ideale e ci sarebbero ritorni positivi dal punto di vista finanziario – sostiene il professore –. La marginalità può essere una vera ancora di salvezza perché permette di avere liquidità anche quando il fatturato scende». Quali sono oggi, quindi, le aziende di successo? Quelle in grado di gestire correttamente credito, magazzino e marginalità.

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Imprese a energia quasi zero Le prospettive per il mercato delle costruzioni sono ormai determinate dall’agenda europea, basata sulla green energy. Le tecniche per costruire secondo i criteri dello zero emission building sono ben conosciute. Ma le aziende italiane sono pronte a convertirsi al nuovo modo di realizzare? di Carlo Lorenzini

I

l 20 giugno la Commissione europea ha pubblicato uno studio intitolato “I certificati di prestazione energetica negli edifici e il loro impatto sui prezzi di acquisto e di affitto in alcuni Paesi europei”. Nello studio sono analizzati gli impatti positivi che il sistema di certificazione e prestazione energetica degli edifici ha sul mercato delle costruzioni, sugli scambi e sull’apprezzamento degli immobili. Lo studio ha il pregio di mettere al centro dell’analisi quanto previsto dalla Direttiva europea 2010/31/EU e di confrontarlo con le dinamiche di mercato in alcuni Paesi europei, tra i quali tuttavia non c’è l’Italia, evidenziando come una migliore efficienza energetica sia riconosciuta a livello di mercato, sia per quanto riguarda i prezzi di vendita, sia per quanto riguarda il mercato degli affitti. Alcuni anni fa sempre l’UE aveva promosso degli studi e delle analisi che avevano evidenziato come la maggior 30 - yougreen

parte dell’energia venga consumata nel mercato residenziale. Al fine di porre dei limiti e promuovere azioni strutturali, l’Europa ha introdotto il concetto di “zero emission building”, in Italia tradotto in “edifici a energia quasi zero”. Quasi, comunque vicino allo zero. Dunque edifici in grado di consumare molto meno di quanto consumano oggi, con risparmi notevoli relativamente sia al costo dell’energia, che alle emissioni prodotte. Tutte queste politiche riguardano, come noto, l’obiettivo 20-20-20, posto da un documento programmatico dell’UE chiamato Europa 2020. La data e le percentuali, facili da ricordare, indicano una strada obbligata: ridurre consumi ed emissioni e produrre più energia da fonti rinnovabili. L’Italia in questi anni ha fatto passi da gigante in questo senso, grazie al sistema di incentivi che dal primo conto energia in poi, ha promosso presso una grande

platea di utenti, le nuove tecnologie energetiche. E oggi, senza più incentivi, comunque vi è ancora convenienza agli investimenti in questo settore, in quanto il costo per singola unità di prodotto si è fortemente abbassato, e il ritorno economico dell’installazione di sistemi di produzione da fonti rinnovabili è ancora conveniente. Soprattutto pensando che l’energia nell’ultimo anno è cresciuta del 12%. Ma per realizzare edifici ad energia quasi zero non basta produrre energia da fonti rinnovabili, ma si devono utilizzare sistemi costruttivi in grado di ridurre le richieste energetiche, di azzerarle. Questi sistemi, ben conosciuti all’estero, soprattutto in Germania e nei Paesi del Nord Europa, fanno riferimento alla “casa passiva”. Ma le tecniche e i prodotti a sostegno di queste metodologie costruttive, sono moltissime oggi e la cosa più importante, per le imprese, è essere aggiornate e al corrente delle soluzioni più innovative. E sapere applicare.


Perché le case ad energia quasi zero sono case che in primo luogo isolano bene dal caldo e dal freddo, danno comfort interno elevato, esigono poca energia e in alcuni casi, anzi, producono più energia di quanta ne consumano. Ma se da un lato il mercato apprezza queste soluzioni, e se da un altro lato l’Europa spinge verso queste soluzioni, e se infine le tecnologie a supporto sono molte e tutte con ottime prestazioni, la domanda è se le imprese di costruzione italiane sono pronte ad adottare questi sistemi costruttivi. La risposta potrebbe essere duplice: sì, per le imprese che scelgono di proporre queste tipologie, no per chi vuole continuare ad usare tecniche tradizionali. Il punto è che dal 2018 tutti gli edifici pubblici dovranno essere realizzati secondo queste tecniche, con certificazioni energetiche che evidenzino il consumo quasi zero, e inoltre dal 2014 ogni anno il 3% delle superfici pubbliche dovranno essere riqualificate con sistemi

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Non è un problema di scelta, ma un obbligo per le imprese, i cui effetti si avranno già a partire dal 2014

a basso consumo energetico. E, infine, dal 2020 tutte le nuove costruzioni private dovranno seguire queste direttive. Come dire, non è un problema di scelta delle imprese. È un obbligo. Il 2014 è domani, il 2018 dopodomani e il 2020 poco dopo. Le imprese che già operano in questi mercati sono già pronte ad affrontare la sfida posta dall’UE, ma quelle che oggi continuano, e sono tante, a operare nel mercato tradizionale si troveranno fuori mercato. Sempre che non inizino già da oggi a riorientarsi, ovvero imparare a costruire secondo nuove e diverse regole, utilizzando nuove tecnologie, nuovi prodotti, nuovi processi. È oggi il momento di iniziare, impostando politiche formative e informative che trasformino in primo luogo la mentalità e l’approccio delle imprese, che devono inscrivere “energia quasi zero” nel loro DNA, per essere pronte dal 2014 sia ad agganciare l’eventuale ripresa economica, sia a costruire secondo quanto previsto dall’UE e dai decreti che il Governo ha adottato di recente, sfruttando bene gli incentivi legati al 50% e al 65%.

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INNOVATIVE

FINESTRE

PER TETTI

PIATTI INVITA LA LUCE AD ENTRARE IN CASA TUA Le finestre per tetti piatti FAKRO illuminano con la luce naturale l’interno del vano e danno la possibilità di ventilarlo, offrendo alta funzionalità ed ottimi parametri termoisolanti. Da oggi ogni vano sotto un tetto piatto può essere caldo e pieno di luce naturale

NOVITÀ

La finestra di tipo F per tetti piatti: - un vetrocamera innovativo dal design moderno - ottimo termoisolamento – coefficiente di trasmittanza, termica U=0,76W/m2K*, possibilità di installare la finestra in edilizia passiva, - disponibile in qualsiasi dimensione (avendo come limiti 60x60 e 120x120) – facile sostituzione delle finestre esistenti, - illuminazione migliore del vano – fino al 16% in più della superficie vetrata rispetto alle soluzioni della concorrenza. Nell’offerta FAKRO sono disponibili anche le finestre per tetti piatti del tipo C con il vetro termoisolante e con la cupola * per finestra D_F DU8 sec. EN 12567-2

www.fakro.it


top 200 della distribuzione edile

Hit-parade dell’anno nero (ma ora si svolta) In vista della ripresa, il settore fa i conti con i bilanci (orribili) del 2012. Che vedono una rivoluzione nella classifica delle prime dieci imprese: scende Edilfiorentini, sale Bauexpert, entra Gruppo E

fonte elaborazione cresme


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Youtrade ottobre 2013  

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