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Numero 4

www.youthlessfanzine.com/10mila

Youthless Fanzine racconti

IL VESTITO

GIALLO di

Eugenia Durante

Illustrazioni di

Andrea Bovaia


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Il vestito giallo. Eugenia Durante Illustrazioni di Andrea Bovaia Racconto di

piccolaofficina.wordpress.com

Era una di quelle sere d’estate sgranate e sovraesposte come una brutta fotografia. Dalla finestra spalancata si arrampicavano i rumori della città, come piccoli ragni pronti a succhiare via sangue e pazienza da un buco microscopico nella pelle. Il ventilatore girava continuamente da ore, ormai, senza lasciare pace a un vecchio poster dei Nirvana appiccicato al muro con due puntine che si gonfiava e si sgonfiava come il petto di un asmatico. Andrea stava appollaiato in un angolo con gli occhi fissi al computer, la sigaretta che bruciava inesorabile tra le sue labbra strette, mentre la cenere piano piano si accumulava sulla sua gamba destra. I colori dello schermo si riflettevano sulla sua faccia, una specie di aurora boreale del nuovo millennio, mentre la voce degli attori intrappolati in un numero indefinito di pixel usciva, metallica e lontana, dalle casse appoggiate per terra. Il pavimento era un disastro. Tra cartoni di pizza e mutande sporche si ammonticchiavano riviste di musica e cd senza custodia. Un sottile filo di polvere copriva le piastrelle scure. Ad Andrea non importava. Non gli importava più niente da quando Lucia l’aveva lasciato. Gli sembrava di avere un buco nel cuore, un foro simile ad una bruciatura di sigaretta dai bordi induriti e anneriti da cui passava l’aria e bruciava da morire.

All’inizio il bruciore era insopportabile: gli sembrava che l’ossigeno scavasse ogni volta un solco più profondo in quel muscolo piagato e sofferente. Aveva cercato di rattopparlo in ogni modo. Aveva scopato con altre donne, si era ubriacato fino a pensare di aver vomitato l’anima e i ricordi, aveva pianto fino a farsi scoppiare gli occhi, si era mangiato le pellicine delle unghie fino a farsi sanguinare le dita. Aveva riso e picchiato i pugni sul muro finché non si era rotto il mignolo. Aveva maledetto così tanto il nuovo ragazzo di Lucia e l’aveva insultata così a lungo che la lingua gli era sembrata un corpo molle ed estraneo infilato a forza nella sua bocca. Poi ci si era abituato e aveva accettato il bruciore come se fosse stato una malattia genetica o una mutilazione incurabile. Stavano bene insieme. Stavano così bene che si facevano odiare dagli altri. Stavano talmente bene insieme che la parola perfezione suonava ridicola e vuota come quei pagliacci tristi alle entrate dei circhi. Erano belli da far schifo, belli da far vergognare chi li guardava. Poi era arrivato lui da chissà dove ed era andato tutto a farsi fottere, scoppiato come la piaga di una bruciatura.


Andrea si ricordava benissimo il vestito che lei indossava quando gli aveva detto che amava un altro. Era un vestito giallo, un vestito da puttana, un vestito che le avrebbe strappato di dosso con le sue stesse mani, un vestito che non si sarebbe dimenticato mai, nemmeno cent’anni dopo quando non avrebbe avuto più occhi per distinguere il giallo dagli altri colori. Ricordava le parole arrivargli alle orecchie e rimbalzare come palline di gomma, vuote, prive di significato, assurde. Fissava quel vestito con odio e non pensava avrebbe potuto mai odiare nulla con tale intensità. Poteva quasi vedere ogni singolo filo, ogni cucitura, ogni piega innaturale. Lei gli aveva chiesto se la stava ascoltando e l’unica cosa che era stato in grado di dirle era: “Cristo, ma dove l’hai preso questo vestito?” Se ci pensava adesso una risata amara gli si incastrava tra la gola e l’esofago, e siccome ci pensava sempre, gli sembrava di avere perennemente qualcosa ficcato in gola. Il film era finito senza che lui se ne fosse accorto. Fissava un angolo dello schermo da così tanto che gli occhi avevano cominciato a bruciargli. Lentamente, li distolse. Il telefono aveva cominciato a vibrare,una specie di mosca ostinata che sbatteva sul tavolo facendolo ammattire. I suoi amici gli stavano col fiato sul collo, quelle piccole zoccole che s’era portato a letto continuavano a scrivergli e a fare le fusa come gattine senza capire che non erano state altro che tappi di silicone troppo piccoli per riempire il foro che si portava nel cuore. Non gli importava. Che continuassero a scrivergli, lui non avrebbe risposto. Non avrebbe risposto a nessuno. Voleva marcire in quella stanza assieme ai resti delle pizze che gli affollavano lo stomaco, annegare nella solitudine con le zanzare che, a turno, si nutrivano del suo sangue guasto.


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Voleva galleggiare nel tempo e fissare il muro fino a non sentire più niente. Aveva spento la sigaretta da qualche minuto e già gli era venuta voglia di girarsene un’altra. Con la noia appiccicata addosso come una seconda pelle, digitò sulla tastiera l’indirizzo web di chatroulette. Se non altro, lo divertiva guardare persone che non conosceva sul web. Qualcuno magari era annoiato come lui. Qualcuno parlava. Una ragazza dai capelli rossi una volta si era persino tolta il reggiseno, mostrandogli un capezzolo oltrepassato da parte a parte da un piercing d’acciaio duro e freddo come l’alito di un morto, ci avrebbe giurato qualsiasi cosa. Avviò la videochiamata e poi, senza guardare chi fosse il suo partner per quella chat assurda, si alzò per cercare i filtri che aveva lanciato in qualche angolo della stanza. Una volta trovati, pensò che somigliavano a tanti vermi bianchi pigiati nel sacchettino trasparente e azzurro. Represse un conato di vomito e si forzò ad aprire il sacchettino. Si sedette di nuovo al computer e cominciò a girarsi la sigaretta, con il filtro imprigionato dalla stretta inesorabile degli incisivi. Poi, finalmente, guardò lo schermo distrattamente. Il filtrino rovinò a terra. Gli occhi si sgranarono talmente da sembrare due fanali giallastri spalancati nel cuore della notte. Dall’altra parte dello schermo, Lucia dormiva accoccolata sul suo divano. Gli ci volle non so quanto per assicurarsi che fosse lei, ma quel vestito giallo non gli permetteva di illudersi del contrario. I capelli scuri erano sparsi sul tessuto rossastro del divano, quel divano su cui avevano visto film, fatto l’amore, dormito, litigato. Andrea sapeva che sotto il cuscino destro c’era una bruciatura di sigaretta che Lucia aveva fatto una volta che lui l’aveva fatta incazzare da morire. Quando si incazzava era bellissima. Le si formava una ruga a sinistra della bocca e gesticolava con le mani fino a dimenticare quello che stava dicendo. Era bella anche adesso, mentre dormiva davanti al computer. Probabilmente aveva dimenticato la chat accesa. Probabilmente aveva dimenticato il portatile appoggiato sul tavolino di alabastro e poi si era addormentata. Andrea la fissò per un tempo indefinito. Poi cominciò a piangere. Piangeva perché il buco nel cuore pulsava e bruciava come un tizzone ardente, perché l’aveva così vicina e non poteva toccarla, perché aveva rimosso che aveva un neo sul ginocchio sinistro e avrebbe voluto leccarglielo. Piangeva perché lei era ancora lì e non era servito a nulla maledirla e dimenticarla: la sua assenza era la più vivida delle presenze. Andrea urlò e tirò un pugno allo schermo del suo portatile. Mentre diventava scuro e l’immagine si liquefaceva come ghiaccio sotto il sole, Lucia si svegliò di scatto. Si era addormentata davanti a chatroulette. Sono una stupida, pensò. Si alzò stiracchiandosi e cercando di ricordare cosa aveva sognato, ma aveva solo ricordi nebulosi mescolati ad un gran mal di testa. Dall’altro capo della chat, l’immagine era disturbata, nient’altro che un mucchio accartocciato di pixel irriconoscibili. Decise di prendersi un’aspirina e mettersi a letto. Chiuse il portatile con uno scatto e andò in cucina, sbadigliando sonoramente, i piedi nudi che si appiccicavano al pavimento.


Dall’altra parte della conversazione non c’era piÚ nulla, soltanto un foro sanguinante e pulsante, dai bordi induriti come una bruciatura di sigaretta e un silenzio assordante, scandito dai rumori sordi della notte. Eugenia Durante


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