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nella sala della rotonda, e non in quelle dove Cipriano Efisio Oppo riunisce gli artisti accolti dalla critica come “neoclassici” (16); eppure il suo temperamento lo porta ad aderire al classicismo quasi naturalmente, e lo fa senza clamori, senza dichiarazioni di principio ma, ugualmente, contribuendo punto per punto e con le opere al confronto. Del classicismo Drei condivide, soprattutto, l’interesse per la figura come fulcro ideale (17) e il principio del desiderio al ritorno al mestiere. Entro questi termini non rinnega mai completamente né l’amore per il vero, a cui lo avevano educato i maestri fiorentini (avvertibile soprattutto nei numerosi ritratti eseguiti tra il 1906 e il 1973), né quello per la forma costruita con eleganza, antico retaggio del liberty emiliano: ecco allora Venere al bagno del 1924, ispirata alla Venere Anadiomene, ecco le diverse versioni di Leda e il cigno, le Divinità fluviali e la Quadriga per il palazzo di giustizia di Messina, e le numerosissime sculture realizzate, per le quali non di rado condivide le critiche non troppo calorose di Oppo, insieme con il coetaneo scultore veneziano Attilio Torresini (18). Dei primi anni ’20 una fotografia riaffiorata dai ricordi personali dell’artista, è una testimonianza singolare: lo scultore si trova in allegra compagnia con un gruppo di artisti, uomini e donne, nella pineta di Villa Strohl-fern, accuratamente mascherati con abiti stile impero. L’immagine sembra quasi una irriverente risposta a Emilio Cecchi che aveva definito il gruppo neoclassico una “giovine comitiva che, nel lindore dell’uniforme, bottoni raggianti cammina ciondolona e disordinata come i convittori fuori porta...” (19). È stato rilevato, giustamente, che “ il ventennio che inizia col 1920, quando Drei mette le radici a Villa Strohl-fern Il Lavoro nei campi, 1940-65 (foto Archivio Drei, Roma) e termina più o meno nel

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Francesca antonacci catalogo mostra drei 2005  

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