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scrive “ c’è sempre come un punto centrale, più peso; attorno al quale il movimento e anche il disegno delle membra acquistano una legge quasi architettonica....”(8). Il rapporto tra i due è interessante poiché apre inaspettatamente verso una dimensione “intellettuale” dell’artista, assai diversa da ciò che ci si aspetta da chi ammette di aver iniziato imparando “prima il mestiere e poi l’arte”. Di quei primi tempi sono conservati nel suo Archivio Firenze, 1910 circa, Archivio Storico della Quadriennale, fondo Ercole Drei alcuni articoli di giornale, i primi, che salutano ogni progresso, ogni piccolo successo del giovane e promettente scultore (9). Achille Calzi già dal 1912 ha per Drei parole di elogio, e lo definisce “....scultore di nobilissimi intenti, che faticosamente conquista passo a passo la fama dovutagli con forma d’arte larghe e sintetiche nelle quali si esplica un realismo rude ma schietto, ma scevro di ogni volgarità…..La sua plastica è robusta è sobria e schietta rivelatrice dell’intimo sentimento suo: palpiti, scoramenti, gioie, passioni, candida ingenuità. “ (10). Rivedendo il materiale d’archivio, sono di questo periodo alcune fotografie: colpiscono, e rendono nel breve tempo di uno sguardo il clima –i sogni e le speranze – di un gruppo di giovani, classe 1886, o giù di lì. Tra le più antiche c’è quella di lui a Firenze: lo sguardo romantico e il camiciotto da lavoro, ritratto accanto alla Cassandra, la scultura con cui vince il Concorso Baruzzi nel 1912, poi, forse di qualche anno precedente, è l’immagine di una festa in costume o della messa in scena di una piece teatrale, nella quale i partecipanti sono travestiti da antichi egizi. Un’immagine che richiama alla mente l’articolo di Aldo Spallicci che, nel rivendicare l’appartenenza di Drei alla sua terra, ne sottolinea anche il carattere di gaudente veridicità: “ Nel modo vigoroso del modellare, nel guizzo d’un muscolo, nell’estasi d’un abbandono, nella morbida freschezza di una carne di donna, egli à tutto l’ardore della razza romagnola. I mistici soggetti di carattere bistolfiano, le prone figure di cristiana rassegnazione sotto l’ombra d’una croce non son per lui. Egli è pagano nell’arte sua come è pagano nella vita, come giocosamente pagana è la gente da cui è venuta.... Forza e delicata armonia ecco le doti precipue mirabilmente fuse nella tempra artistica di Drei che non è che all’alba del suo luminoso mattino. Nei grovigli dei muscoli, nei minuscoli gruppi di estasi umane che egli si compiace di plasmare nell’intimità del suo studio e che offre solo allo sguardo discreto degli amici, nel palpito della carne in tumulto passa tutto il fremito ed il grido d’una sana giovinezza d’arte. Allo scultore pagano, vero figlio della nostra terra, io auguro un giorno degno di un’alba così piena di promesse” (11).

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Francesca antonacci catalogo mostra drei 2005  

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