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Martone: Noi credevamo Il favoloso mondo di e 150 anni d’Italia unita AmÊlie compie 10 anni

Il maratoneta Aronofsky, cantore del martirio

Le donne secondo Antonioni, Fellini e De Sica

CULT

effett notte

Il Grinta: Wayne, Bridges e i tempi che cambiano

INTERVISTA

ZOOM

Rivista mensile di informazione cinematografica / Numero 3 / Marzo 2011 / Euro 0,80

effett notte

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Sommario

© 1997-2011 Effettonotte Rivista telematica a diffusione gratuita registrata al Tribunale di Rimini n.5094 del 31/12/1997

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Il maratoneta Aronofsky, cantore del martirio

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Intervista a Mario Martone Il favoloso mondo di Amélie compie 10 anni

Presidente Mauro Brondi Direttore responsabile Giampiero Frasca Direttore editoriale Mattia Plazio Ufficio stampa Cinzia Sonora

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Il Grinta: Wayne, Bridges e i tempi che cambiano

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Le donne secondo Antonioni, Fellini e De Sica

Sede e amministrazione LABA - Via Roma n.64/b 47900 Rimini Progetto grafico Ylenia D’Angelo Segreteria Sonia Vizzi Redazione Gianpiero Ariola, Enrico Artale, Flaminia Attanasio, Anna Barison, Mario Bucci, Marco Capriata, Tiziano Colombi, Nando Dessena, Marco Doddis, Simone Dotto, Francesca Druidi, Viviana Eramo, Maurizio Ermisino, Paolo Fossati, Fabio Fulfaro, Umberto Ledda, Elisa Mandelli, Matteo Marelli, Andrea Mattacheo, Davide Morello, Luca Giannini, Francesca Raggi, Valentina Ceccarelli EdizioniXY 47900 Rimini Stampato presso Digital Print info@edizionixy.it e-mail: staff@effettonotte.com

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I film del mese

Ancora in sala Coming Soon

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Portfolio

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Libri /Cataloghi

Colonne /Sonore

Dvd/ Homevideo

Festival/Mostre/ Rassegne

Personaggi/ Citazioni

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Editoriale


EDITORIALE

Oscar 2011: tutti a corte da Re Colin

Gli Oscar 2011 eleggono attori vincitori (nella foto) Christian Bale, Natalie Portman, Melissa Leo e Colin Firth.

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iscorso del Re doveva essere e Il Discorso del Re è stato. 12 nomination e 4 Oscar portati a casa per il film britannico, riuscito a far suoi quasi tutti i premi più importanti. Miglior film, regia, sceneggiatura e attore protagonista. Grande sconfitto della serata quel The Social Network che era pronosticato come possibile dominatore di quest’edizione. IInvece per Fincher 3 Oscar vinti: colonna sonora, montaggio e sceneggiatura non originale. A far meglio addirittura quell’Inception ‘umiliato’ dalla mancata nomination a Nolan, snobbato dalla cinquina finale per la Regia. Salvato dai Premi tecnici, il

kolossal della Warner è comunque riuscito a ritagliarsi uno spazio importante, facendo sua anche la statuetta per la Miglior Fotografia. 10 nomination e zero statuette per i Coen, già premiati con Non è un Paese per Vecchi e forse per questo dimenticati con Il Grinta, uscito in realtà comunque vincitore, ma dal box office americano. Zero Premi anche per 127 Ore di Danny Boyle, mentre Il Cigno Nero si è dovuto accontentare dell’Oscar più che meritato a Natalie Portman. Due le statuette per Alice, due per Toy Story 3, due ‘attoriali’ per The Fighter, una per il magnifico trucco del terribile The Wolfman. Torna purtroppo a mani vuote Io sono l’Amore di Luca Guadagnino, battuto nel campo dei costumi dall’Alice di Burton, mentre è la danese Bier, vista a Roma, a vincere l’Oscar per il Miglior Film Straniero, con In un mondo Migliore. In definitiva un’edizione priva di un titolo capace di dominare. Altro discorso si potrebbe invece fare sullo ’show Oscar’, mai stato così noioso e insipido come quest’anno, dizione disastrosa dal punto di vista autoriale. mb

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IN COPERTINA

Il maratoneta Aronofsky, cantore del martirio Maurizio Ermisino

È

Black Swan, metamorfosi corporale senza limiti né confini di genere

stato un maratoneta, da ragazzo, Darren Aronofsky. E questa sua antica passione ha inciso sul suo modo di fare cinema, come ammette lui stesso. “Mi piace molto il cinema come sfida fisica, come sforzo, come fatica, come prova atletica da superare”. La maratona è due cose. Uno sforzo fisico massacrante, estremo, la corsa più lunga che esista a livello sportivo. E, a livello mentale, l’ossessione per un obiettivo: finire la gara, raggiungere il traguardo. Non a caso è nata dalla corsa di un soldato ateniese, Fidippide, che percorse la distanza tra Maratona e Atene. La maratona è la ricerca ossessiva della perfezione. Ed è questo a cui aspira Nina, la protagonista de Il cigno nero, l’ultimo film di Darren Aronofsky.

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La danza come il

wrestling. QUI la vita è sforzo, rincorsa.

Come The Wrestler, anche Il cigno nero è un film di tumefazioni, di lacerazioni, di ferite aperte, di pelle che muore e si stacca. Quello di Aronofsky è un cinema di corpi spinti al limite, di corpi in mutazione. In questo senso Aronofsky sembra essere adepto e seguace della poetica di David Cronenberg. Ma con un discorso molto personale, seil maestro canadese sembra interessato alle mutazioni che la tecnologia, la scienza, la società apportano al nostro corpo, Aronofsky guarda alla disgregazione del corpo,

Nina, una vita dedicata alla danza, una “vita in rosa”, quella in cui la rinchiude la madre che la crede ancora una bambina, viene scelta per il ruolo di Odette ne Il lago dei cigni. Dovrà interpretare i due ruoli: il cigno bianco, la grazia, la purezza, e il cigno nero, l’invidia, la tentazione. Per il primo ruolo è già perfetta. Per il secondo non ancora, è troppo bambina. Lily, la ballerina rivale, invece sembra essere un cigno nero ideale: ali nere tatuate, è sfrontata, libera, donna. Per diventare cigno nero anche Nina dovrà scoprire il sesso, la vita, perdere il controllo. “L’unico ostacolo al tuo successo sei tu. Liberati, perditi, Nina” le dice il coreografo Thomas Leroy. Una corsa contro se stessi. Ed è così che Aronofsky rappresenta il baletto ne Il cigno nero. effettonotte 7


Il cigno nero A destra Natalie Portman/Nina impegnata nella coreografia finale in cui si trasforma in Cigno Nero. Sotto la Portman con Vincent Cassel/Thomas, fascinoso coreografo dello spettacolo.

alla sua caducità, alla sua decadenza, al martirio che noi stessi, con le nostre ossessioni e con il nostro istinto di autodistruzione, gli infliggiamo. E questo cinema di corpi in mutazione, marchio di fabbrica di Darren Aronofsky, non può che cambiare la vita agli attori scelti per interpretarne i ruoli chiave. In The Wrestler il corpo di Mickey Rourke è il nodo centrale della messinscena, il vecchio pezzo di carne maciullata: il suo viso gonfio, pieno di rughe e di buchi, tumefatto, è un cortocircuito tra arte e vita, per lui che ha combattuto veramente sul ring, fino a finire sfigurato e a rifarsi i connotati. Per Rourke quello di The Wrestler è stato il ruolo della vita. Come quello di Nina ne Il cigno nero per Natalie Portman: “l’espiazione monacale” – come 8 effettonotte

scrive Maurizio Porro – con cui si è immersa nel suo personaggio è eccezionale (e l’Oscar appena conquistato lo dimostra). Dimagrita parecchi chili per entrare nel personaggio della ballerina classica, la Portman, che ha davvero studiato danza fino a tredici anni, si è anche incrinata una costola sul set, si è slogata le spalle, e si è lesa i legamenti, dopo essersi preparata per un anno lavorando diverse ore al giorno. La scena in cui la fisioterapista le massaggia le costole è vera. Le mutazioni dei personaggi di Rourke e della Portman sono avvenute anche nella loro vita e nella loro carriera: per il primo The Wrestler è stata resurrezione e rilancio, per la seconda è stato il passaggio all’età adulta dell’ex bambina di Leon e della casta principessa Amidala di

Star Wars. Finalmente donna, Natalie Portman è rimasta anche incinta del coreografo che ha conosciuto sul set. La maratona è anche questo: è la testa che comanda lo sforzo fisico immane, che permette di trascendere i propri limiti. Tutti i personaggi di Aronofsky sono ossessionati da qualcosa. La cura per guarire il cancro al cervello della moglie per Tomas in The Fountain – L’albero della vita. Il ritorno sulle scene, sul ring,

nell’unico posto dove si sente se stesso, il ritorno ai momenti di gloria del passato per Randy “The Ram” Robinson in The Wrestler. E la ricerca della perfezione nell’arte, nel ruolo da etoile nel balletto di New York per Nina, la protagonista. È la nostra ambizione, sono le nostre ossessioni a portarci alla distruzione fisica e psicologica, ci suggerisce il regista.

Il Grinta: Wayne, Briges e i tempi che cambiano

Per Aronofsky

la vita è OSSESSIONE, IL CORPO è in continua metamorformosi

Ma l’ultimo film di Aronofsky, thriller psicologico per eccellenza è costellato di apparizioni improvvise, colpi di scena che fanno saltare sulla sedia, rumori paurosi e disturbanti, allucinazioni, visioni distorte.

N. Portman e M.Kunis: nemiche, amiche o qualcosa di più?

Umberto Ledda

I fratelli Cohen firmano il remake del film di Henry Hathaway

W

estern: il bello è che ci si può fare di tutto. All’inizio c’erano i John Wayne  e i John Ford e il western era semplicemente la favola fondativa di quel popolo giovane ed entusiasta che sono gli statunitensi, con il suo orizzonte da raggiungere e consolidare, con i suoi reietti che in terra straniera cercano con foga la seconda possibilità. Gente dura, ignorante ma forte, capace di

soffrire per dare un futuro migliore alle generazioni. Se il western fosse rimasto questo avrebbero smesso di farne.

Per fortuna poi è arri-

vato Leone (a cui si deve la sopravvivenza del genere) E HA CAMBIATO TUTTO

Totalmente estraneo a quei motivi profondi che spingevano gli americani a credere nel western, affascinato solamente dagli stilemi estetici ed epico-avventurosi, e quindi in teoria senza uno straccio di credibilità per fare film coi cowboy ambientati in Texas, lo ha fatto lo stesso, e gli è venuto benissimo. Gli è venuto benissimo non tanto nel senso di una buona scopiazzatura, o effettonotte 9


ZOOM di un prodotto funzionale come semplice cinema d’avventura sostanzialmente traditore. La cialtronata funzionava perché rivelava il western come meravigliosa impalcatura narrativa, come deposito di canoni narrativi duttilissimi e potenti: non solo avventurosi, ma anche simbolici. Insomma, il genere perfetto: permetteva tutto. Arrivando al punto, una delle cose più evidenti quando si guarda Il Grinta dei Coen, e poi si ripensa a quello di Hathaway e Wayne (che è del 1969, quindi contemporaneo a Il mucchio selvaggio di Peckinpah) è proprio lo stupore del considerare quanto due film possano essere così diversi pur essendo, sostanzialmente, abbastanza simili. Perché d’accordo che il film dei Coen è tratto dal romanzo da cui era tratto quello di Hathaway e sono quindi indipendenti. La storia: determinata ragazzina del west con padre morto ammazzato assolda un vecchio sceriffo grasso e alcolizzato (che non si fa problemi a sparare per catturare l’omicida). Il vecchio accetta per soldi, si aggiunge alla caccia un ranger che cercava l’assassino già da prima, i tre si 10 effettonotte

Il Grinta odiano ma fra una carneficina e l’altra finisce che si stimano, o quasi. Alla fine il cattivo muore. La fabula, tolta a parte qualche rimescolamento agli equilibri del terzetto e l’uso di una cornice narrativa con la ragazzina Mattie diventata adulta, rimane quella. Il ritmo è simile, molti dialoghi pure, perfino certe scenografie sono riprese dal film originale.

SOno due

film che parlano

lingue diverse, nello spirito, nella sensibilità, nell’atmosfera, in conclusioni più o meno inconsce

Tutto ciò che fanno i Coen, da vent’anni a questa parte, è cool, mescolando generi e citazioni diverse. Perfino l’Javier Bardem di Non è un paese per vecchi, agghindato come un cretino e quasi senza espressione: eppure si guarda il film ed è evidente che diventerà un personaggio di culto, che finirà su qualche poster delle camerette di fan e spettatori.

In alto la locandina del primo Il Grinta del 1969 con John Wayne. Sotto fotogrammi tratti da Il Grinta del 2011 con Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Matt Damon e Josh Brolin.

È un talento peculiare: l’orecchio assoluto per ciò che può entrare nella memoria pop collettiva. Fatto sta che quando la ragazzina si veste da cowboy per andare a caccia di assassini, quando poi ha finito è né più né meno il personaggio che nel suo intimo lo spettatore aveva sempre sognato pensando a una giovane cowboy donna: la faccia giusta, i vestiti giusti, la giusta espressione, i giusti difetti. Idem per il vecchio Cogburn: ancora di più di quanto non facesse Wayne, Bridges è esattamente quello che lo spettatore desiderava dall’aspetto esteriore di un vecchio cowboy. I Coen creano icone, di qualsiasi tipo, basta che abbozzino un personaggio. Poi certo, Wayne era Wayne: ma questo non era merito del personaggio in sè. I Coen apportano nel paniere de Il Grinta la loro cifra peculiare, com’è giusto che sia. Il primo Il Grinta era del 1969, esprimeva quel suo tempo, e infatti si muove su binari tematici saldi di bene/male, di giusto/ sbagliato, di buoni/ cattivi. Era ancora un’epoca all’insegna del mito del progresso. Le psicologie quindi sono stabili e salde, la violenza serve solo a evitare

che ci sia maggior violenza, la parola data viene mantenuta dai buoni e tradita dai cattivi, se i buoni fanno una supposizione di solito ci prendono, e comunque vada alla fine si salvano tutti, tutti sono migliori di come erano prima, tranne i cattivi che sono morti.

Roba vecchia,

dunque, ma rinno-

vata e reinventata secondo l’inconfobile stile dei Coen, più cupo ma anche strafottente

In questo senso Il Grinta si accosta a una tendenza del western degli ultimi anni, che finisce immancabilmente per riflettere la presunta morte tout court. Film come Dead Man, a cui Il Grinta somiglia, alla fin fine, parecchio. Sarà che il western era il genere biografico dell’America classica. Prima ne ha cantato la forza, poi la malinconia del suo invecchiamento, nella fase crepuscolare degli anni Settanta di cui anche il vecchio Il Grinta John Wayne o Jeff Briges che sia, ne fa parte con il suo mitico personaggio.

Il regista a due teste

In America, sul finire degli anni Ottanta, i re del cinema indipendente erano Joel e Ethan Coen, fratelli sceneggiatori, registi di fama riveriti e ricercati. Sospesi fra lo chic, il kitsch e il pop, sempre adrenalinici e ipercolorati, sono gli autori di pellicole scintillanti, nonché impeccabili fusioni fra lo “sporco” – che ha caratterizzato la prima parte della loro carriera – e il parodistico – che invece ha caratterizzato la seconda parte della loro carriera. Perfettamente in grado di controllare la macchina da presa, non sono mai ordinari, né banali, ma divertenti, tragici, ironici e manieristi, provando un piacere sadomasochista nell’affrontare archetipi cari al cinema hollywoodiano, riproponendoli parodiati, con uno stile visuale sempre superbo, di alta cinefilia e di puro piacere per il cinema, Con un talento figurativo senza precedenti, hanno rappresentato la ferocia pur senza far indossare al cinema nessuna maschera mostruosa, Eppure quel loro modo di fare cinema che per gli anni Ottanta e Novanta era così rivoluzionario, ben presto è diventato “classico”, realistico, misurato e pudico. Comicità e grottesco che si fondono insieme in un risultato di alta classe: questo è lo stile dei fratelli Coen, autori di film memorabili per chi – come noi – ama il cinema sopra ogni cosa, ma un po’ meno per il pubblico che a volte non sembra particolarmente coinvolto o affascinato da pellicole come Barton Fink, Fargo, L’uomo che non c’era e Ladykillers. Sarà per la corrente alternata del ritmo filmico, per alcune volgarità che a volte non sono proprio degne di loro, sarà per i personaggi stereotipati eccessivamente o per la perdita di ogni logica che è la colonna portante del loro cinema, accompagnata dalla descrizione di un mondo dominato dall’avidità e dalla violenza, i crudi e duri Coen non piacciono a tutti. Anche se quel sapore più europeo che americano, crepuscolare e accattivante, che si avverte nelle nostre narici ci solletica particolarmente. effettonotte 11


FILM DEL MESE riduttiva, priva di un qualunque spessore.

127 ore

Andrea Mattacheo     Le peggiori caratteristiche del cinema di Danny Boyle trovano in 127 ore un singolare punto di incontro, tale da renderlo un film significativo (nel male, si intende) all’interno di un percorso registico sfuggente e ambiguo, spesso oggetto di un’attenzione eccessiva ed ingiustificata. La storia di Aron Ralston, avventuroso, quanto sventurato giovane dedito agli sport estremi, permette a Boyle di esporre tutti insieme i limiti del lavoro di costruzione narrativa e messa in scena. Un fare cinema, quello del regista inglese, qui, più che altrove, scontato, che cerca di nascondere dietro la velocità del montaggio il vuoto di una visione del cinema, e cosa ben più importante del mondo, troppo semplicistica,

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E se in altre occasioni (Trainspotting e in parte anche Slumdog Millionaire), grazie alla forza dei soggetti, questa inconsistenza poteva rimanere come una sgradevole sensazione sottopelle, in 127 ore trova un’espressione chiara e limpida, incarnandosi completamente nel racconto. Il protagonista del film è un individuo che riflette fedelmente la produzione delle cose, un corpo unico con la sua bici, i suoi navigatori satellitari e le sue videocamere. Un uomo ossessionato dalla rappresentazione di sé che appaga nella (s)vendita del proprio io attraverso filmati postabili su internet. I suoi video non assumono la dimensione della testimonianza nemmeno nel momento di massima prossimità con la morte, rimanendo sempre e soltanto esposizione

narcisistica. Aron Ralston è dal primo all’ultimo minuto un personaggio superficiale e irritante, sia quando esibisce il proprio nulla flirtando con due ragazze, sia quando trova il coraggio di tagliarsi il braccio per fuggire verso la libertà: sempre lo stesso insopportabile prodotto di una società in cui dominano il consumo e l’immagine. Il modo in cui Boyle sceglie di mostrarcela non è poi che spettacolo fine a se stesso, immagine senza profondità Le forze che spingono Franco a lottare per tornare a vivere stanno perfettamente incorniciate in cartoline di quotidianità formato televisivo. Titolo originale 127 Hours Regia D. Boyle; Sceneggiatura S. Beaufoy, D. Boyle; Fotografia E. Chediak, A. Dod Mantle; Montaggio J. Harris; Musica A.R. Rahman; Produzione USA; Anno 2010; durata 94 min

Un gelido inverno

Francesca Drudi Tratto dal romanzo di Daniel Woodrell, che la regista Debra Granik ha adattato insieme alla produttrice Anne Rosellini, Un gelido inverno ha conquistato festival come il Sundance e Torino, accaparrandosi nomination pesanti all’edizione appena tenutasi degli Oscar e lanciando definitivamente il volto e il talento di Jennifer Lawrence dopo l’ottima performance in The Burning Plain, debutto alla regia dello sceneggiatore Guillermo Arriaga. In Un gelido inverno, Jennifer Lawrence interpreta con intensità e credibilità la diciassettenne Ree Dolly, che prova a tutti i costi a salvaguardare la sua famiglia in un contesto a dir poco spigoloso, rappresentato dalla comunità che vive tra i boschi dell’altopiano di Ozark in Missouri.

Se già la vita di tutti i giorni è difficile, con un fratellino e una sorellina più piccoli di cui prendersi cura, una madre resa fantasma da un grave disturbo mentale e un padre assente e dedito alla produzione e allo spaccio di anfetamine, la situazione per Ree precipita nel momento in cui il padre Jessup scompare nel nulla. È lo sceriffo Baskin (Garret Dillahunt) ad avvertirla che l’uomo ha impegnato la casa in cui vivono per pagarsi la cauzione e uscire di prigione e che, se non si presenterà il giorno dell’udienza in tribunale, la casa e gli ettari di alberi secolari di proprietà dei Dolly verranno confiscati. Il film diretto da Debra Granik, qui al suo secondo lungometraggio, si declina quindi come la ricerca, da parte della protagonista, del padre, della verità di quanto gli è accaduto e anche

in parte di se stessa. Il compito si rivela quanto mai arduo e pericoloso. Per tenere unita la sua famiglia, per garantirle la sopravvivenza, Ree non esita, infatti, a sfidare l’omertà e l’ostilità degli altri abitanti della zona da cui si reca per avere notizie del padre, provando di fatto a scardinare le logiche non scritte che regolamentano l’esistenza quotidiana in quei luoghi. Tra i meriti di Un gelido inverno, c’è quello di veicolare il ritratto di una donna, di un’adolescente che dimostra di essere molto più forte rispetto ad adulti passivi e fragili che offrono un esempio tutt’altro che positivo. Titolo originale Winter’s Bone; Regia Debra Granik; Sceneggiatura Debra Granik, Anne Rosellini; Fotografia Michael McDonough; Montaggio Affonso Gonçalves; Musica Dickon Hinchliffe; Produzione USA; Anno 2010; durata 100 min.

Il gioellino

Viviana Eramo Dopo il fortunato La ragazza del lago, Andrea Molaioli torna al lungometraggio per raccontarci una storia (vera) tutta italiana. Rievocazione evidente del caso Parmalat che sconvolse la cronaca italiana degli anni Novanta, la sceneggiatura di Rampoldi, Romagnoli e lo stesso Molaioli sceglie di raccontare i fatti dall’interno. Lontanissimo dalla forma dell’inchiesta, infatti, il film preferisce cercare il punto di vista dei suoi protagonisti, affidando alle espressioni e ai comportamenti dei personaggi tutta la sostanza della materia drammaturgica. Anche qui, come ne La donna del lago, siamo nel Nord Italia. E se nel suo film d’esordio Molaioli imboccava la strada di genere per indagare in chiave intimistica i comportamenti ambi-

gui di un microcosmo di paese, qui, analogamente, sembra rimanere affezionato ad un punto di vista a “misura d’uomo”. Ecco allora che la cronaca dell’ascesa e caduta dell’azienda di latte italiana più famosa nel mondo prende le fattezze dei suoi protagonisti. Nei panni di Callisto Tanzi, alias Amanzio Rastelli, un ottimo Remo Girone nei panni del capofamiglia; nei panni di Fausto Tonna, alias Ernesto Botta, un Toni Servillo superbo, ancora alle prese con un personaggio ruvido, scorbutico, che non è mai, nemmeno un momento, fotocopia di ruoli anche molto simili precedentemente interpretati dall’attore. In fondo, è tutto qui Il gioiellino, depositato tra le rughe dei visi sempre più contratti dei suoi due protagonisti, nel loro viaggio verso una disfatta annunciata. Eppure Molaioli non tenta, o forse ci prova senza riuscirci, a scolpire a tutto tondo i suoi personaggi. Regia Andrea Molaioli; SceneggiaturaAndrea Molaioli, Ludovica Rampoldi, Gabriele Romagnoli; Fotografia Luca Bigazzi; Montaggio Giogiò Franchini; MusicaTeho Teardo; Produzione Italia/Francia; Anno 2011; durata 110 min. effettonotte 13


ANCORA IN SALA

COMING SOON Another year Mario Bucci    

Il longevo matrimonio tra Tom e Gerry (eh sì…) è un’isola felice attorno alla quale gravitano tante solitudini. Geologo lui, psicologa lei, i due conducono una vita di coppia esemplare, scandita dal ritmo stagionale della coltivazione dell’orto e da tavolate occasionali: cene, pranzi, tè pomeridiani, barbecue e rinfreschi di veglia attorno a cui si radunano, volta per volta, i colleghi, i parenti e i vecchi amici. Per una strana legge di compensazione, quanto più i due anziani sposi sembrano genuinamente affiatati, tanto  più chi si ritrova ospite a casa loro è alla perenne ricerca di un po’ di compagnia. Regia Mike Leigh Sceneggiatura Mike Leigh Fotografia Dick Pope Montaggio Jon Gregory Musica Gary Yershon Produzione Gran Bretagna Anno 2010 Durata 122 min.

Una grande sceneg-

giatura per un film sulla fragilità delle relazioni umane

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Tra i vari ospiti e amici di famiglia, Mary è quella che rivendica la ribalta con più costanza. Seguiamo il suo caso lungo tutte le quattro stagioni che scandiscono il racconto, delineando due concezioni del tempo parallele ma profondamente diverse. Per Gerry e Tom ogni anno corrisponde ad un ciclo che parte con la primavera e finisce d’inverno, naturale come i tempi di coltivazione del loro terreno: la rassicurante presenza del figlio Joe e di una promessa nuora, poi, garantiscono un

senso di continuità, la certezza di un ciclo della vita che è destinato a ripetersi. Al contrario, Mary carica lo scorrere dei giorni di tutt’altro peso: la sua solitudine, unita all’ossessione di sembrare “più giovane” e appetibile agli uomini già avanti con l’età, trasforma il calendario in un crudele conto alla rovescia. Ecco ache, dal suo punto di vista, la primavera corrisponde allo sbocciare della speranza di una relazione con Joe e l’autunno (i giorni in cui Joe presenta la sua nuova fidanzata ai suoi) al suo definitivo sfiorire. Una discesa inesorabile, la sua, senza possibilità di risalita, che culmina nella bella scena finale, dove un cambio di inquadratura la trova dalla stessa parte del tavolo accanto al fratello di Tom, abbandonato dal figlio e vedovo di pochi giorni. Anche lui, dopo la morte della moglie aveva detto “non vedo l’ora che finisca”, per sentirsi ribattere, dallo stesso Tom, che in fondo doveva soltanto pazientare che quel “brutto momento” passasse presto. Ma per chi ha davanti a sè un’esistenza in solitaria , l’inverno non è soltanto una stagione:  gli occhi con cui si guarda ad un “altro anno” dalle due parti opposte del tavolo diventano troppo distanti per potersi incrociare..

Habemus Papam

Viviana Eramo 

Il tentativo era enorme, coraggioso, complicatissimo da gestire con equilibrio. E infatti Nanni Moretti con “Habemus Papam” ha realizzato un film tanto affascinante quanto incompiuto. A mancare principalmente è soprattutto un vero e proprio legame tra i due protagonisti della vicenda narrata, e soprattutto tra quello che rappresentano. Ma procediamo con ordine: il regista con notevole lucidità e senso estetico – il film nella prima parte è bellissimo da vedere, grazie anche alla fotografia di Alessandro Pesci e ai costumi di Lina Nerli Taviani – mette in scena la vicenda personale di Melville (Michel Piccoli) uomo di fede che, eletto Papa, non riesce a sopportare il peso di tale responsabilità e tracolla a livello sia emotivo che psicologico. Dato questo spunto potenzialmente esplosivo, la sceneggiatura poi però non mette mai veramente a confronto i due personaggi, lasciando che ognuno di loro sviluppi il proprio discorso senza che ci sia una comparazione esplicita (e necessaria a livello puramente narrativo) tra le due parti. L'esplorazione del percorso interiore di

Melville, che dovrebbe essere la parte portante del film, a conti fatti forse è quella più debole: la vita interiore di quest’uomo. “Habemus Papam” soffre insomma di quello che è un po’ il problema di tutto il cinema di Nanni Moretti da molti anni a questa parte – esclusa l’eccezione geometrica di “La stanza del figlio”, film molto più “costruito” degli altri e proprio per questo più personale –  il regista ha sicuramente tanto ancora da raccontare, ma non sembra più sapere come farlo con lucidità, o meglio con la forza dirompente che prima possedeva. Moretti pare trattenersi, cercare un tono conciliatorio, e questo frena senz’altro la spinta propositiva del suo cinema. Quando le sue idee le urlava in faccia al pubblico anche a costo di non incontrarne il favore – vedi ad esempio un capolavoro come “La messa è finita”, autentica, tragica dissertazione sul rapporto tra uomo e fede – sapeva come arrivare dritto alla mente e al cuore di chi era disposto ad ascoltarlo. Adesso magari raggiungerà anche più spettatori, ma con messaggi molto più edulcorati, quindi maggiormente inermi. "Habemus Papam", è presentato in Concorso a Cannes 64.

Regia Nanni Moretti Sceneggiatura Federica Pontremoli, Francesco Piccolo, Nanni Moretti Fotografia Alessandro Pesci Montaggio Giovanni Gregorio Musica Luca Montalti Produzione Italia Anno 2011 Durata 102 min.

Il ritratto ironico e

psicanalitico di un papa umano, al di sopra di ogni sospetto

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INTERVISTA

Mario Martone Anna Barison

C

Noi credevamo e 150 anni di Italia unita

ome nasce l’idea di un affresco storico sul Risorgimento italiano e con quale spirito ha portato a termine questo progetto? L’idea nasce nel 2001, in seguito al grave attentato delle Torri Gemelle a New York. Sono stati anni difficili, quelli del Risorgimento, di lotte e sogni infranti per molte persone. E allora mi sono chiesto com’è possibile che il nostro Paese, che ha così a lungo combattuto per la sua indipendenza, ora non abbia più voglia di combattere. Ecco quindi che questo film ha un forte rapporto con il presente: racconta vicende del Risorgi-

mento, ma è un film sull’Italia di oggi, e sulle radici cui siamo ancorati. Non ho scritto la sceneggiatura pensando di fare un film sul passato, bensì sul presente, un presente non sempre facile. Tutto è nato nel tentativo di darmi delle risposte. Poi è cominciato il viaggio dentro la storia italiana dell’Ottocento, alla ricerca di quelle tracce che una certa rappresentazione retorica del nostro Risorgimento ha finito per seppellire. Visto il periodo storico trattato, con quale approccio “stilistico” ha affrontato questa sfida?

Non volevo certi estetismi formali che si vedono al cinema quando si trattano questi argomenti. Non è quello il cinema che mi interessa, e credo che questo film sia stato realizzato con uno stile molto simile a quello dei miei film precedenti. La mia grande fonte è Rossellini, sia per il modo in cui ha utilizzato la Storia al cinema sia per come l’ha filmata. Non ho mai sentito il bisogno di

alludere ad uno stile “moderno” per modernizzare la vicenda. Il mio scopo era fare in modo che il cinema si concatenasse e si snodasse attraverso il respiro narrativo. Chi sono i protagonisti del suo film? La pellicola è profondamente maschile, una storia di giovani che diventano uomini. Eppure mi sembrava importante individuare un personaggio femminile, ma non volevo che fosse madre, figlia, sorella o fidanzata. Volevo che avesse un’idea politica forte, con un rapporto dialettico con gli uomini. Mi sono imbattuto nel personaggio di Cristina

di Belgioioso, e dai suoi scritti ho tratto molti dialoghi del film. La sua visione era molto avanzata. Mentre i tre protagonisti principali, Domenico, Angelo e Salvatore, incarnano modi profondamente diversi di vivere l’esperienza della clandestinità, della cospirazione e della lotta armata, modi che ancora oggi è possibile cogliere intorno a noi, se non ci si limita ad appiattire problemi enormi come quello dell’indipendenza dei popoli su uno schema superficiale. La loro storia ha per sfondo la tormentata nascita dello stato italiano, le scelte di un paese eternamente diviso in due (allora tra monarchici e repubblicani), il contrasto dilaniante tra azione e disillusione che segna da allora, come un pendolo amaro, ogni fase della nostra storia. Per la sceneggiatura vi siete liberamente ispirati non solo a vicende storiche, ma anche al romanzo di Anna Banti Noi credevamo. Poi come avete proceduto? Abbiamo individuato con Giancarlo De Cataldo tre figure “minori” tra i cospiratori italiani dell’Ottocento e abbiamo attribuito le loro vicende a tre personaggi di nostra immaginazione. Intorno a queste vicende abbiamo quindi costruito l’intera impalcatura del racconto, composta di fatti, comportamenti e parole attinti rigorosamente dalla documentazione storiografica. Uno dei tre personaggi si ispira al protagonista del romanzo di Anna Banti ma solo una parte ne confluisce nel film, ma il titolo mi è apparso bellissimo per incarnare anche una storia moderna, adatto per l’insieme del racconto, di buon auspicio anche per i problemi dell'Italia attuale.

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Cast Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Andrea Bosca, Edoardo Natoli, Michele Riondino, Luigi Pisani Genere Storico, Drammatico Produzione Italia-Francia; Anno 2010; durata 170 min.

Un film che esce nelle sale dopo una lunga genesi. Qual è la sua speranza, anche alla luce dei 150esimo anniversario dell'unità d'Italia? Si tratta di un tema oggi cruciale e molto discusso. Noi credevamo tratta di aspetti della lotta che si è combattuta per realizzare questa unità. Non avrei mai creduto che la sua realizzazione avrebbe necessitato di tempi così lunghi: ora che il viaggio è approdato fatalmente a questa data, passando prima per la Mostra di Venezia, città simbolo di quella lotta, non possiamo che esserne felici. effettonotte 17


CULT

Il favoloso mondo di Amélie compie 10 anni Monica Pentenero

Una storia deliziosa, diversa e curiosa, che fa star bene sognando Parigi

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D

efinizione della parola “fiaba” secondo il vocabolario Treccani: Racconto fantastico, di solito in prosa e ad ampio sviluppo narrativo, in cui si possono riconoscere tracce di antiche usanze e credenze in esseri magici;  a differenza della favola, che ha in genere protagonisti animali, la fiaba ha per protagonista l’uomo, nelle cui vicende intervengono spiriti benefici o malefici, dèmoni, streghe, fate, e non ha necessariamente fine morale o didascalico ma di intrattenimento, spesso riletta in chiave gotica dal cinema.

Amélie Poulain compie 10 anni. Dieci anni di vita cinematografica, dieci anni da quando la sua incredibile storia è apparsa per la prima volta sul grande schermo.

rilettura del

classico “C'era una volta...” Il racconto SI APRE CON una folkloristica Parigi, le Manie DI Amélie e degli altri personaggi

Ma la sua può essere definita una “fiaba”? Partiamo dal titolo: il “favoloso destino” (nell'originale francese) e il “favoloso mondo” (nella versione italiana) di Amélie evocano la straordinarietà propria di questo garbato e imprevedibile racconto che, tramite una lunga serie di accorgimenti cinematografici, crea un'atmosfera unica. Si ha l'impressione che Jean-Pierre Jeunet abbia utilizzato tutti i mezzi a sua disposizione per dar forma all'opera che, nel 2001, lo ha

definitivamente consacrato: voce narrante, accelerazione, flashforward, bianco e nero, sguardi in macchina, flashback, slow motion, effetti speciali centellinati. Quello che il regista ha saputo creare è il mondo di qualcuno che “non tiene affatto a confrontarsi con la realtà”, un qualcuno che non può evitare di sognare ad occhi aperti e che ama immaginarsi come una mite fanciulla dedita all'assistenza dei meno abbienti, uno Zorro al femminile, audace vendicatrice

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Il favoloso mondo di Amelie

Propp definirebbe aiutante-donatore: l'uomo di vetro, un vicino di casa decisamente sui generis

In fondo, questo film vuole proprio dimostrare che “la normalità”, nel senso in cui troppi la intendono, non esiste. L'uomo di vetro mette Amélie sulla pista giusta per portare a termine la sua prima, auto-attribuita missione: restituire all'inquilino che, anni mascherata che ripara i torti subiti dai più deboli. Come in ogni fiaba che si rispetti, la protagonista, presentata da bambina nelle immagini che inframmezzano i titoli di testa, vede numerosi ostacoli porsi lungo il suo cammino, ma è decisa a prendere in mano la sua vita per trasformarsi da solitario e incerto rospetto in stravagante principessa. Proprio la triste sorte di un'altra principessa, ben più nota e compianta, permette ad Amélie di percepire la propria vocazione: aiutare (nei modi più 20 effettonotte

disparati) coloro che incontra durante il suo percorso di formazione le permetterà di dare un senso alla sua esistenza. Amélie agisce cercando di ricomporre i puzzle che costituiscono le vite di chi la circonda, proprio come Nino, lo stravagante commesso di un sexy shop cui basta uno sguardo per affascinare Amélie, che coltiva un hobby a dir poco singolare: colleziona fototessere, raccogliendo regolarmente quel che resta degli scatti malriusciti gettati via dalla gente dopo aver utilizzato le apposite cabine

automatiche sparse in tutta Parigi, e ricostruendoli per poi incollarli con ordine su album che custodisce gelosamente. Entrambi mirano ad un qualche tipo di ricostituzione: benché abbiano, come dice Amélie stessa, “interessi diversi loro due”, entrambi “sono attratti dal mistero”, come confessa Nino. Amélie vorrebbe conoscere quest'uomo che le appare così positivamente fuori dal comune, ma la sua esagerata timidezza e introversione, retaggi di un'infanzia trascorsa tra iper-

protezione, solitudine ed ossessioni cui è stata sottoposta dai genitori, tanto animati da buone intenzioni quanto innegabilmente nevrotici, le rendono molto difficile il raggiungimento del suo obiettivo, forse perché resta sconvolta dalla possibilità di “tanta intimità eccezionale”.

Sono certa-

mente “tempi duri per i sognatori”, ma Amélie può contare su quello che

prima, ha vissuto nell'appartamento dove ora abita lei una scatola contenente i suoi ricordi di bambino. La reazione stupefatta e stimolante dell'uomo, una volta rintracciato e avvicinato con un divertente stratagemma la spingerà a realizzare il suo proposito di occuparsi degli altri. L'uomo di vetro, ancora lui, è l'unico in grado di comprendere che i limiti dell'insicura cameriera derivano dall'aver avuto nella sua vitapochi contatti degni di nota con le altre persone e a lui spetta il compito di spronare Amélie a vivere intensamente

Cresciuta a pane, musica e teatro, la star è ciò che si può definire un'artista a tutto tondo. Timida, appassionata, volitiva, riservata. Nata a Beaumont, ha trascorso l'infanzia a Montluçon con la madre insegnate e il padre dentista. Estimatrice "de le sinfonie classiques", l'enfant prodige studia pianoforte e oboe. Terminato il liceo, frequenta uno stage estivo al Cours Florent, celebre accademia di recitazione parigina. Ormai diciottenne, partecipa alle selezioni 'Jeunes Premiers' di Canal Plus , vincendo il premio come miglior attrice al 9° Festival du Jeune Comédien de Cinéma de Béziers. Successivamente si iscrive all'università di Lettere Moderne e, nel 1996, esordisce in tv con il film Coeur de Cible. Nel 1999 è Marie, il peperino dalle lunghe trecce di

le occasioni che il destino le offre. Eroina, donatoreaiutante, persona ricercata, animali che, a metà strada fra i disegni di Beatrix Potter e La fattoria degli animali, si interrogano preoccupati sui sentimenti di Amélie, persino una Biancaneve con uno dei nani (da giardino): pare proprio che l'appellativo fiaba calzi a pennello, considerando anche il finale rituale “…e vissero tutti felici e contenti”  e la sensazione di gioia ed equilibrio che esso lascia. A dieci anni di distanza dalla celeberrima favola hollywoodiana Pretty

Woman, ecco una riuscitissima risposta francese: Amélie è la principessa delle piccole cose, riesce a far salire lo spettatore su una giostra che gira allegramente e che permette di immergersi in un mondo colorato e suggestivo, in cui ogni timido con un una buona dose di immaginazione può trovare il proprio “buon suggeritore”. Buon compleanno, principessa Amélie!   Regia Jean-Pierre Jeunet; Sceneggiatura Jean-Pierre Jeunet, Guillaume Laurant; Fotografia Bruno Delbonnel; Montaggio Hervé Schneid; Musica Yann Tiersen; Produzione Francia/Germania; Anno 2001; Durata 120 min.

Sciampiste & Co., dodici mesi dopo, lsoffia la parte a Emily Watson e viene catapultata ne Il Favoloso Mondo di Amélie che la fa conoscere in tutto il mondo. Nel 2002, dopo l'Appartamento Spagnolo si tinge di noir per Stephen Frears e ci rapisce con una seduzione pericolosa in Piccoli affari sporchi. Nei due anni che seguono, si affida di nuovo a Jeunet, trasformandosi nella romantica sognatrice di Una lunga domenica di passioni. Il 2006 la sorprende a decifrare gli enigmi crittografici de Il codice Da Vinci, al fianco di un fascinoso Tom Hanks. Nel 2007 incarna una disegnatrice nella commedia Ensemble, c'est tout. Dal 2009 è la nuova testimonial del profumo Chanel n°5, sostituendo Nicole Kidman, oltre ad avere ottenuto il ruolo della stilista da ragazza in Coco Avant Chanel.

La nuova «Audrey», Audrey Tatou

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Le donne secondo Antonioni, Fellini e De Sica

Matteo Marelli

Femminile/Singolare

CULT

ANTONIONI Ha percorso una strada non sempre larga ed agevole sulla quale ha disseminato pietre miliari come «L'avventura», «La notte», «L'eclisse» durante il sodalizio con Monica Vitti e successivamente «Blow up» e «Zabriskie Point» fino al polemicissimo documentario sulla Cina.

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Fellini tratteggia una galleria di donne dal fascino antico e moderno: DALLA MOGLIE ALLE SEDUCENTI ATTRICI DI TURNO, lui le amerebbe tutte, forse alcune di loro sono state “tentate” dal suo fascino intellettuale, dal suo dolce rapporto fanciullesco.

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De Sica, che al casino' ha lasciato una fortuna, una volta ha scommesso su Donna Sofia. E la Loren a ricordarlo: "Gli piaceva scommettere: su tutto. Tra una ripresa e l' altra di un film, mi ritiravo in camerino per giocare a carte con il truccatore".

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PORTFOLIO State of Play

Sbatti il mostro in prima pagina

Good Night, and Good Luck

Quarto potere

Da Quarto potere a State of Play

Paura e delirio a Las Vegas

Il giornalista al centro della cinepresa

Professione reporter

Tutti gli uomini del Presidente 24 effettonotte

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LIBRI/CATALOGHI

Americani da leggere Collana Minimum fax cinema

Il Grande Gatsby

Francis Scott Fitzgerald Jack Clayton ÈIl grande Gatsby fu pubblicato per la prima volta nel 1925 e rappresenta i ruggenti anni venti americani e il sogno di ricchezza e successo sociale. E’ ambientato a New York e a Long Island nell’estate del 1922 ed è il dipinto di un’età ricca di contraddizioni, di vittimismo e di tragicità. Il giovane Nick Carraway, vicino di casa del ricchissimo Gatsby è la voce narrante del racconto e rappresenta un mondo, conformista e moralista, opposto a quello di Gatsby. James Gatz lascia presto la povera famiglia nella quale è cresciuto, per svolgere le più disparate attività economiche, non soltanto lecite, per conquistare un posto nella buona società e diventare così Jay Gatsby.

Revolutionary Road Richard Yates Sam Mendes

È il 1955; i Wheeler sono una coppia middle class dei sobborghi benestanti di New York, che coltiva il proprio anticonformismo con velleità ingenua, quasi ignara della sua stessa ipocrisia: la loro esistenza scorre fra il treno dei pendolari, le cenette alcoliche con i vicini, le recite della filodrammatica locale, ma Frank e April si sentono destinati a una vita creativa e di successo, possibilmente in Europa. Nella storia della giovane famiglia in apparenza felice (L. Di Caprio e K. Wislet) la tensione è nascosta ma crescente, il lieto fine impossibile, e l'inevitabile esplosione arriva con una potenza da dramma shakespeariano.

MF cinema - nuova serie

Sidney Lumet - Fare un film Scorsese - Il bello del mio mestiere

A dieci anni dalla nascita, la collana minimum fax cinema ripropone in una più moderna ed elegante veste grafica i suoi titoli di maggior successo, accanto a nuove e sempre sorprendenti scoperte. Oditatem non reptamet eum coratis vel ius expere vendit oditam fugita nonsed min comnihilit maxime et que aute velessed quidus aut eliquia spernam et es magni dolorro quuntio recerum quaecest, ut et quunt. Uciis placea venimus, volo eos ma voluptaquas nobit, antiuntiaFerit ex et plicil issin cusdanihici cumeniet quianimusam aligend antecum aut. 26 effettonotte

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COLONNE/SONORE

Indipendentemente

Indie-rock, folk & classici

Away we go OST

Dal film "American Life"

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Bob Dylan

non è qui. C'è però, vivissimo ed indicibilmente attuale, il suo enigma, Che va ben oltre le sue canzoni

I'm not there OST

Dal film "Io non sono qui"

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I grandi compositori di ieri, oggi, domani Nino Rota, Giorgio Moroder Ennio Morricone

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DVD/HOMEVIDEO

Nouvelle Vague in dvd Truffaut, Rohmer e Godard: i cofanetti

Ovehemor sulvilicit? Ifecerris ad res faucesu lestemunte pari sentrenatiu ius fachus; hocribuli, utum vit, condeo et pat, nerei sum, vehem aur audem igiliss ultorditrunu mis se trum practum actum ortelici iam diem detio estrum acenam publin renihilibus mercerc eportatuam et plium iam cerfecri inamdi ina, qui in hem. Gerfici pimissu piortem, que dienatum octum silis. Ro nere merebata ompro hore, crium er latque nonsunum et Cat, conferum est? Fur, Catilicerrid cae ocursussid fauctum corunum mus, urorentrorei inam furicii stanum ia dit, forb Pultortinula quita sent? Vastra re pat vit.

TRUFFAUT COLLECTION: Effetto Notte, I 400 colpi, Jules&Jim, Baci Rubati ROHMER STAGIONI: Racconto di primvera, d'estate, d'autunno, d'inverno GODARD COLLECTION: Fino all'ultimo respiro, Il bandito delle ore 11, La cinese


FESTIVAL/MOSTRE/RASSEGNE

Primavera, tempo di Cannes Presidenti, madrine e personaggi in concorso alla Croisette

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La Milano di Visconti Una mostra sul film Rocco e i suoi fratelli

Luchino Visconti di Modrone, conte di Lonate, racconta la Milano del boom economico attraverso gli occhi vividi e un po' stupiti degli emigranti meridionali, apparentemente così lontani dal suo mondo. Sullo sfondo una Milano cantieristica e nebbiosa, dipinta nel drammatico bianco e nero di Giuseppe Rotunno e con l'ausilio delle musiche di Nino ...Rota. Uscito nel 1960 e ispirato al libro di racconti “Il ponte della Ghisolfa” di Giovanni Testori, “Rocco e i suoi fratelli” riuscì ad aggiudicarsi il gran premio della giuria al Festival di Venezia, ottenendo uno straordinario successo di pubblico, nonostante le censure e le critiche dei benpensanti. Per onorare il capolavoro di Visconti e la città di Milano, Giovanni Raspini ha voluto organizzare una mostra con le autentiche fotografie dell'epoca (stampe vintage in bianco/nero), scattate dal fotografo di fiducia del regista, il francese Paul Ronald. “Rocco e i suoi fratelli”: foto di scena da un capolavoro Vernissage su invito per la stampa: open day il 13 aprile dalle 10,00 alle 19,00 Dal 14 aprile al 22 maggio 2011 dalle 10,00 alle 19,00 Boutique Giovanni Raspini | Corso Garibaldi, 51, Milano

Rassegna dei capolavori di Bergman alla Cineteca Lumiere di Bologna Dal 13 marzo al 6 maggio

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Un ciclo dei film con Ugo Tognazzi allo Spazio Oberdan di Milano Roma, Cinecitta si mostra

Dal 24 aprile al 30 novembre 2011

In occasione del suo 74° compleanno, Cinecittà apre per la prima volta le porte al grande pubblico che avrà la possibilità di visitare, all'interno degli storici studi cinematografici di Via Tuscolana, l’esposizione Cinecittà Si Mostra: un'occasione unica per vivere da vicino il cinema e i suoi mestieri. Un’anticipazione di un più ampio progetto che prevede la realizzazione nei prossimi anni di un “Museo del Cinema” che avrà sede permanente negli Studios.

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Dal 21 marzo al 28 maggio

Luptas nestiae ilOccatur adis et que et fugitatus, sectum, quassent, utem quae a solut est, ut alia denisquidus as qui dolupta dolorum fugitat usdantio. Dignim volenimi, quiaspi deligendis dolori ducia debitas exerend iscitatem ut dolorib usaero tem exped molupti duntius dolorum quodit qui nis nihilit atem.

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PERSONAGGI/CITAZIONI

L'attore è un bugiardo al quale si chiede la massima sincerità.

Vittorio Gassman

Ho capito che ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di meno.

Anna Magnani

L'attore è un tizio che se non stai parlando di lui non ti ascolta.

Marlon Brando

Non avrei mai pensato di ritrovarmi a fare film, con una faccia come la mia! 32 effettonotte

Audrey Hepburn


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