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Novembre Dicembre 2011 v. 3 # 6

Ridefinire i LIMITI

Speciale Tor des GeĂ nts 100 km delle Alpi UltraTrail MontBlanc


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X.RUN novembre / dicembre 2011


X.RUN

Storie di corsa

2011 novembre / dicembre [v. 03 # 06] volume 3, numero 6


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Se la sfida è un giorno qualsiasi

A

« ALLENARSI AD ANDARE OLTRE PER VINCERE NEL GIOCO DELLA VITA »

ntonio Tallarita ha corso una 100 chilometri al giorno per dieci giorni di fila. La sua prova ha scosso l’inossidabile convinzione sul valore positivo della corsa nel cuore di molti podisti. Parecchi amici che corrono si sono chiesti il perché di questa sua performance. Alcuni sono arrivati a definire “senza senso” il suo record (anche se è entrato nel Guinness dei Primati) e lo hanno criticato aspramente o liquidato con un “sono solo pagliacciate da circo”. Il poeta William Irwin Thompson scrive “Quando giungiamo al limite, arriviamo a quella frontiera che ci dice che stiamo per diventare migliori di quanto mai eravamo stati nel passato”. Il senso del limite e di varcarlo sta proprio nella certezza che “andare oltre” implichi un miglioramento di noi stessi. Io credo che il segreto del miglioramento non sia nell’andare oltre, ma nell’attività di preparazione ad andare oltre. Essere pronti ad affrontare l’ignoto significa conoscere bene se stessi e i propri limiti. Ed una volta individuati allenarsi a conoscerli sempre meglio. Dedichiamo tutta la Cover di questo numero di X.RUN a cercare di capire, attraverso le testimonianze di chi pratica l’ultra distanza, se davvero abbia un senso muoversi oltre il limite. Se davvero ci possa aiutare a conoscerci meglio e, di conseguenza, ad aver maggior fiducia nelle nostre possibilità e ad affrontare le piccole difficoltà quotidiane. Una grande sfida è fatta di montagne altissime, oceani infiniti, oscurità profonde. La nostra anima è pronta ad affrontare queste grandi imprese. Il nostro corpo spesso fatica a seguire. Allora usiamo il vecchio trucco di dividere la distanza infinita in molteplici piccole distanze note. E sconfiggiamo l’ultradistanza riportandola a dimensione umana. Ma allora, rovesciando l’assioma, non sarebbe possibile trasformare la piccola, noiosa sfida quotidiana sveglia-bambini-lavoro-spesa-casa in uno dei passi, dei molteplici passi, che servono a compiere quella grande impresa che è vivere Franz Rossi Editore X.RUN fino in fondo la nostra vita?

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X.RUN La rivista è edita da Tribù Astratte s.c.ar.l. Sede legale: via Dante, 7 - 34122 - Trieste Redazione: via Viganò, 8 - 20124 - Milano Direttore responsabile Franco Faggiani Comitato di redazione: Daniela Banfi, Franz Rossi

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La testata è stata registrata presso il Tribunale di Trieste nr. 1179 del 14/08/2008 4 Stampa: A.G. Bellavite Missaglia (LC)

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INDICE

L’Editoriale 3 Se la sfida è un giorno qualsiasi

COVER 10 Ridefinire i propri limiti di Franz Rossi Un’analisi ricca di storie sulle motivazioni che spingono sempre più gente ad andare oltre i 42,195 km che sono le colonne d’Ercole della ultradistanza.

MITO

24 I giganti in scarpette e camel bags di Franco Faggiani Entrato prepotentemente nel panorama internazionale degli ultra trail, il Tor des Geànts 2011 è stato il palcoscenico perfetto per personaggi e aneddoti.

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38 IronKarl, l’amicoeroe

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di Stefano Bettio Ritratto di uno dei 300 finisher del Tor des Geànts, scritto da chi lo conosce bene.

40 Una lezione lunga 100 km di Franz Rossi Partecipare ad una gara storica come la 100 km delle Alpi: da Torino a St.Vincent in cerca di un motivo.

C

54 Niente ti prepara per le emozioni di Catherine Desmurs L’UltraTrail du Mont Blanc raccontato da un’inviata molto speciale. Kate è inglese ma vive in Francia e lì ha appreso la passione per il trail.


RUNNING 66 Dove regnano gli elementi Acqua, Terra, Aria e Fuoco di Monica Nanetti Una gara tra gli elementi primordiali nella terra d’Islanda, dove il vulcano incontra il ghiacciaio.

74 La Slovenia in scarpe da jogging: diario di viaggio di un runner di Francesco Girotti In vacanza in camper con gli amici. Decide di correre ogni giorno e di raccogliere in un breve diario le impressioni colte al volo.

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M

84 Le mie (prime) 50 maratone: ricordi, pensieri ed emozioni di Paolo Zucca Se corri 50 maratone in due decenni raccogli con te le tracce di una passione che muta nel tempo e tra le mode.

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V Indice

96 I 7 magnifici X.RUNNERs alla scoperta di Berlino di Paolo Peirone Correre la maratona è un’emozione, correre la prima maratona è indimenticabile, correre a Berlino nella città dei record e con le maglie da X.RUNNERs è impagabile.

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104 La mia prima volta trail tra la neve e i monti di Sicilia di Lara LaPera Per essere bella una skyrace non deve per forza passare sui monti più celebrati.

R


114 Passi e parole: quando l’amore per la terra si trasforma in trail di Filippo Castiglia Gli innamorati della propria terra cercano ogni occasione per conoscerla meglio. Per un corridore l’esperienza primaria è quella di attraversarla a piedi. Se poi ti capita lungo i sentieri allora stai provando il trail.

LOGOS

120 In morte di un Uomo Una breve suggestione in ricordo di un grandissimo Uomo. 8

122 Intervista a Giorgio Bona

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di Andrea Busato Incontriamo l’autore de L’allungo del mezzofondista e conosciamo meglio le sue passioni letterari e atletiche. Con sullo sfondo l’ombra del doping.

130 Una stagione di passioni

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di Franz Rossi Un uomo corre e ricorda il modo in cui, tanti anni prima, ha iniziato a correre. E questo ricordo gli cambierà il programma.

138 Il lessico del podista

L

di Mauro Creatini Continua il nostro personale dizionario di termini “normali” imprestati al podismo e liberamente reinterpretati per noi da Mauro Creatini.


140 Il lato oscuro della corsa di G.RUNNER Quarta riflessione tratta dal Diario di un dissidente. Una mente arguta che ci fa da specchio e che ci permette di confrontarci con le nostre manie da corridori.

146 Un ragazzo di Calabria di Alberto Zambenedetti Continuano le recensioni di film legati al mondo della corsa, scritte dal nostro specialissimo inviato a New York.

148 Recensioni 9

152 Autori V Indice

Per assoluta mancanza di spazio in questo numero abbiamo dovuto togliere le pagine dei crediti fotografici e degli autori delle frasi motivazionali. Ce ne scusiamo con gli interessati.


42 195

ridefinire i propri limiti


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Nel mondo della corsa le colonne d’Ercole che separano il mondo conosciuto dall’ignoto hanno un valore numerico preciso: 42.195 metri. E la spinta ad esplorare il mondo sconosciuto che si cela oltre le colonne vive nel cuore profondo di ogni maratoneta... 13

Dante Alighieri, nel ventiseiesimo canto dell’Inferno fa parlare Ulisse. Racconta di come ripartito nel suo viaggio per mare fosse giunto alle colonne d’Ercole considerate a quell’epoca i confini del mondo. Ulisse e i suoi compagni sono ad un punto cruciale del viaggio, da lì si può solo tornare indietro o varcare la soglia verso l’ignoto, probabilmente verso morte certa. Ma l’eroe greco accende gli animi del suo equipaggio con un discorso il cui cuore è nella celeberrima terzina: Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza Insomma secondo Dante nel DNA del genere umano c’è questo anelito verso il nuovo, verso l’ignoto. Un’insopprimibile desiderio di andare oltre.

Nel running le colonne d’Ercole non sono reali, ma sono un numero, per l’esattezza 42.195 metri, la distanza per eccellenza, la regina dell’atletica, la Maratona. Nelle prime cronache delle maratone olimpiche la distanza veniva affrontata in modo completamente casuale. Non c’era scientificità nella preparazione. Basti pensare a Dorando Pietri e al suo rocambolesco arrivo nelle Olimpiadi 1908 a Londra, oppure in modo molto meno scontato al mito Zatopek, la Locomotiva Ceca, che alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952 corse e vinse i 5.000 e i 10.000 metri e poi – non pago – debuttò, senza alcuna preparazione e senza averlo deciso prima, nella maratona vincendola e segnando il record di una tripletta d’oro. Insomma la maratona veniva vissuta come l’Impresa: così estrema che non ci si poteva

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testo di Franz Rossi foto di Autori Vari


La IUTA, Italian Ultramarathon & Trail Association raccoglie tutte le persone interessate al mondo delle ultradistanze a prescindere dal fatto che siano corse su strada o in natura, che siano gare di durata (6 ore, 24 ore) o di distanza (50 chilometri, 100 chilometri)

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allenare per affrontarla, occorreva una volontà di ferro più che gambe e polmoni. Si cercava il limite dell’umana capacità. Poi con gli anni la maratona è diventata una gara allenabile, e oggi stiamo assistendo al sistematico tentativo di attaccare il record del mondo (attualmente fissato da Patrick Makau Musyoki lo scorso 25 settembre a Berlino in 2:03:38) con il neppure tanto celato intento di scendere sotto le due ore. Un altro limite che sembrava irraggiungibile. Ovviamente questo vale per gli atleti top. La maggioranza di noi che corriamo non può pensare di tenere il ritmo maratona di Makau neppure per un diecimila. Così naturalmente l’obbiettivo muta, dalla velocità alla distanza, e proviamo ad allungare. Negli ultimi anni si è assistito ad un movimento costante di amatori dalla maratona alle gare più lunghe: il Passatore con i suoi 100 km è stato l’archetipo, ma sono proliferate le 6 ore, le 100 chilometri su strada, le 24 ore in pista. X.RUN racconta storie Per provare a capire cosa sta succedendo abbiamo incontrato alcune persone e ci siamo fatti raccontare le loro esperienze. Il risultato è la storia di copertina di questo numero di X.RUN che cerca di descrivere un fenomeno partendo da chi vive ogni giorno la realtà delle ultra. E ci siamo resi immediatamente conto che incrociavamo sui con-

fini con il nuovo Mito. Lo spirito eroico della prima maratona olimpica di Spiridion Louis, di quella londinese di Dorando Petri, o di quella segnata dalla tripletta di Emil Zatopek rivive in queste gare che racconteremo nella sezione Mito. Mettetevi comodi, dunque. E affrontate questa ultramaratona di parole che, come tutte le gare lunghe, abbiamo diviso in tante piccole storie. Un’associazione anomala Fondata alla fine del 1998, la IUTA (Italian Ultramarathon and Trail Association) è un’associazione anomala nel panorama italiano. Raccoglie tutte le persone che sono interessate al mondo delle ultradistanze a prescindere dal fatto che siano corse su strada o in natura, che siano gare di durata (6 ore, 24 ore) o di distanza (50 km, 100 km). E soprattutto non fa affiliati, non cerca tessere, ma promuove il mondo delle ultra in simbiosi con la Federazione Italiana di Atletica Leggera. Un compito che sembra quasi impossibile, anche alla luce dell’attuale realtà complessa (tanto per usare un eufemismo) della FIDAL, ma che sembra non spaventare Stefano Scevaroli, segretario nazionale della IUTA e vero intessitore di rapporti e custode di equilibri fragili. Stefano ci racconta rapidamente com’è nata l’associazione, frutto della passione dei soci fondatori (Franco Ranciaffi, Aurelio Michelangeli, Maria Teresa Nardin, Sergio Rozzi e Paolo Panzeri) che non trovavano nella federazione lo spazio per le attività


sulle lunghe distanze e che avevano così deciso di raccogliersi in associazione per promuovere le loro gare. La tenacia è una delle caratteristiche salienti degli ultramaratoneti e la IUTA ha saputo adattarsi ad un mondo che cambiava, trovare un modo di coesistere con la FIDAL e diventare un punto di riferimento per gli atleti italiani. D’altronde si è sobbarcata una serie di compiti che non venivano svolti dalla Federazione, senza peraltro arrivare mai ad uno strappo.

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Stefano, dal 2007 tu ricopri il ruolo di Coordinatore Tecnico Federale del settore Ultramaratona in FIDAL. Insomma sei l’anello di congiungimento tra IUTA e Federazione... «La Fidal è il nostro ente di riferimento. D’altronde è anche difficile svolgere un’attività puntuale e capillare all’interno della Federazione. Così la IUTA ha iniziato ad operare autonomamente, coordinandosi con la Federazione e riconoscendone l’autorità senza però subirne le tempistiche. «Insomma, fuori dai denti, abbiamo fatto quello che andava fatto per assecondare la crescita di un movimento. Abbiamo ottenuto dei grandi risultati grazie all’impegno di atleti splendidi e disinteressati, che hanno lavorato tantissimo, mettendo tanto del loro (tempo e denaro, oltre che sudore e passione) e spesso essendo misconosciuti non solo dal grande pubblico e dai media, ma a volte anche proprio dalla Federazione. «Fortunatamente le cose sono cambiate in meglio, oggi la Federazione ci ascolta e ci permette di lavorare per il consolidamento di questo movimento verticalissimo. Se pensi abbiamo una realtà abbastanza piccola, in termini di atleti praticanti, e una messe di risultati prestigiosi». Ecco, appunto. Parliamo di numeri. Quanti sono gli ultramaratoneti in Italia? «Dare dei numeri precisi è difficile. Ci sono specialità molto diverse. Se per ultramaratoneti intendi persone che una volta in vita loro hanno corso più dei fatidici 42,195 km di una maratona, allora i numeri sono altissimi.

«Gare come il Passatore hanno una tradizione consolidata e raccolgono un numero di iscritti simile a quelli delle maratone [quest’anno 1623 atleti iscritti, NdR]. Ma i numeri sono in costante crescita anche per delle gare più di nicchia come la 100 km su strada o la 24 ore in pista che, nell’immaginario comune, spaventa per la lunghezza e per la ripetitività del percorso. Insomma, sono convinto che la 100 km oggi sia un po’ quello che era la maratona negli anni 70/80: la sfida con se stessi per scoprire i propri limiti... Che tipo di attività svolge la IUTA? «Citando i documenti ufficiali: vuole essere un punto di riferimento per atleti ed organizzatori di gare, vuole promuovere, diffondere, tutelare queste stupende discipline... In pratica siamo quelli che lavorano per far omologare i percorsi, verificare i regolamenti, promuovere la partecipazione alle competizioni internazionali. «Forse il compito più importante, però, è quello di coordinare e pubblicizzare le manifestazioni che si tengono in Italia: solo attraverso una capillarizzazione di queste gare daremo a tutti i corridori la possibilità di cimentarsi oltre la maratona». Mi verrebbe da dire “il braccio armato”, quelli che fanno invece di parlare... «Il nostro è un lavoro oscuro, ma viene ripagato da risultati splendidi. Non dico solo le medaglie, che pur sono numerose, ma è l’ambiente che si vive che è molto bello. Ci conosciamo tutti, grazie al programma di seminari e di meeting che stiamo portando avanti. In più le gare per loro stessa natura sono delle occasioni per fraternizzare. Immagina una 24 ore: tu vedi passare le stesse persone centinaia di volte, diventi amico di chi corre sul tuo stesso circuito o di chi assiste gli atleti. Si vive in totale simbiosi per 24 ore filate... impossibile non creare gruppo» Insomma un quadro perfetto «Di lavoro da fare ce n’è ancora tanto. A tutti i livelli. Ma ci siamo strutturati bene all’interno dell’associazione. Ci sono dei referenti per le diverse specialità e c’è un approccio omogeneo all’attività


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agonistica che è anche la principale promozione per noi della IUTA. Risultati come quelli ottenuti dalle nostre squadre o da alcuni singoli sono il miglior biglietto da visita». Un’ultima domanda: ma il trail quanto c’entra in tutto ciò? Come si inserisce questo movimento in quello più ampio delle ultra? «Il movimento trail è una stella nascente nel firmamento delle ultra. La corsa in natura attrae numerosi atleti per l’ambientazione, ma anche per quelle peculiarità che sono le caratteristiche delle ultra: ricerca del proprio limite, gestione della fatica. Insomma gli approcci alla corsa del trailer e dell’ultramaratoneta sono molto simili. «E credo lo siano anche gli ambienti delle gare, molto familiari: ci si conosce tutti, si vive la competizione in modo più scanzonato. Certo al vertice gli atleti si danno battaglia, ma nel gruppo di chi segue la vera sfida è con se stesso e gli altri concorrenti sono sentiti più come compagni di gara che avversari».

Ecco qui la differenza, secondo me, tra il vincitore ed il Campione. Il vincitore porta a casa la medaglia, il Campione lascia una traccia. Noi di X.RUN abbiamo avuto la fortuna di raccontare tante storie di Campioni...

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L’umiltà dei super atleti Ho usato volutamente il termine “super atleti”, una definizione in cui i protagonisti che incontreremo a breve sicuramente non si riconoscono. Se c’è una cosa che impari subito da questi campioni è l’approccio umile alle gare, agli allenamenti, alle altre persone. Ho incontrato campioni di altre discipline in cui vedevi fiammeggiare negli occhi il fuoco sacro della competizione, uomini che erano pieni di energia

dirompente spesso orientata al battere gli avversari, persone con un ego XXL. Lungi da me criticarli, è un modo importante per raggiungere certi obbiettivi e, nella stragrande maggioranza dei casi questo non travalica mai il limite della correttezza nei confronti degli altri e di loro stessi. Quando parlo di X.RUN, una delle frasi che ripeto più spesso è «noi non siamo interessati a raccontare le storie di chi vince, ma di chi corre nel gruppone o arriva ultimo. A meno che chi vince non sia una grande Persona, uno la cui storia vale la pena raccontare». Ecco qui la differenza, secondo me, tra il vincitore ed il Campione. Il vincitore porta a casa la medaglia, il Campione lascia una traccia. E noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare molte persone così. Persone con le quali era bello andare a cena o fermarsi a bere una birra. Le ultradistanze sono ricche di grandi personaggi la cui caratteristica saliente è l’umiltà. Credo che dipenda dal fatto che la disciplina che praticano sia misconosciuta (il parallelo con il calciatore o la star dello spettacolo è stridente). Credo dipenda dal fatto che durante un’ultra tutti conoscono la crisi, tutti toccano il fondo. All’ultimo UTMB c’è stato un atleta americano, Hal Koerner, che ha un palmares incredibile, ha vinto tutto ed è abituato a combattere per la vittoria. Quest’anno in gara è andato in crisi, crisi profonda, ma invece di ritirarsi come hanno fatto alcuni altri atleti top, ha stretto i denti ed ha affrontato la gara. È arrivato in poco meno di 40 ore, un tempo da


Ecco dunque, nelle parole di un esperto di comunicazione, la lezione delle gare di lunga distanza: raccontano della “normalità” di chi affronta queste gare e di conseguenza da un lato le umanizzano e dall’altro esaltano la nostra umanità.

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amatore. Ma ha commentato la gara dicendo che aveva imparato di più in questa edizione che in molte gare che aveva vinto. Di storie come queste ce ne sono molte, e rimando alla bella testimonianza di Kate Desmurs che leggerete nella sezione Mito o all’articolo di Franco Faggiani sul Tor des Geànts. Però proprio al Tor ero stato colpito da una macchia arancione: si trattava del colore della maglia della squadra sponsorizzata dalla Tecnica. Solo che oltre ai due fratelli Gross e ad alcuni altri campioni, la indossavano anche un nutrito gruppo di persone che, apparentemente, non erano in gara... senza camel bag, in jeans, uno spingeva persino un passeggino. Così mi sono avvicinato e ho chiesto. Quello con il passeggino era Maurizio Di Trani, responsabile marketing di Tecnica, che del Tor 2011 è stata sponsor ufficiale. Maurizio è stato chiarissimo. «Tecnica ha scelto di sostenere il Tor des Geànts perché tutti i nostri prodotti nascono per l’attività outdoor e sono stati progettati per aiutare a dare il meglio di se stessi in situazioni limite». Poi conclude con un sorriso: «Il nostro motto è “bigger is better” e cosa c’è di più grande del Tor?» Però ancora non capisco il senso di questo gruppo coloratissimo di gente che, adesso che li vedo da più vicino e li sento parlare, vengono da tutto il mondo. «Sono alcuni dei nostri rappresentanti delle diverse aree geografiche. Abbiamo organizzato questo

incontro perché sono convinto che vedere dal vivo i nostri prodotti usati in gara dai grandi campioni, ma anche e soprattutto da chi arriva in fondo, sia un’esperienza molto forte. «Abbiamo chiesto a Marco Zanchi [atleta della nazionale, primo italiano all’UTMB 2011, NdR] di raccontarci la sua esperienza, ma al tempo stesso ho voluto che essi vedessero con i propri occhi delle persone “normali”, i nostri colleghi di lavoro, i vicini di casa, che affrontano con serenità e tantissima determinazione una prova che fa tremare i polsi». Ecco dunque, nelle parole di un esperto di comunicazione, la lezione delle gare di lunga distanza: raccontano della “normalità” di chi affronta queste gare e di conseguenza da un lato le umanizzano e dall’altro esaltano la nostra umanità. Il novello Fidippide Lo stesso messaggio lo potremmo ricavare da alcuni atleti italiani che hanno compiuto grandi imprese pur non diventando famosi. Quest’estate Ivan Cudin ha vinto per la seconda volta la Spartathlon (gara non stop di 245 km da Atene a Sparta). L’atleta friulano ha condotto una gara esemplare, regolare fin dai primi chilometri, non cedendo alla tentazione di cercare di recuperare gli atleti davanti a lui, ma mantenendo il passo che si era prefissato. La vittoria, tra l’altro conseguita in un anno per lui difficile, ha con-


strada cui lo ha avviato il padre appassionato di atletica. Ha corso tantissimo, giungendo a gareggiare in una maratona alla settimana e sempre esprimendosi ad ottimi livelli. Nel 2008 i mondiali della 100km si disputano praticamente sotto casa sua a Tarquinia. La tentazione è forte e dopo essersi preparato a lungo (pur continuando a guidare il taxi) vince la gara. L’anno dopo in Belgio conquista l’argento europeo e il bronzo mondiale. E quest’anno, a 39 anni compiuti, torna ai massimi livelli e con una gara tutta in testa conquista di nuovo l’oro mondiale sulla 100km. Un bellissimo ritratto di questa persona lo potete ricavare dal film Top Runner. Ne avete sentito parlare sui giornali o alla televisione? Niente. Forse noi che seguiamo con più attenzione le vicende di corsa lo abbiamo visto citato sulle riviste di settore o sui siti. Ma mi ha dato molto da riflettere: non si corre per la fama, non si corre per il denaro... quanto profonda dev’essere la voglia per riuscire a preparare una gara del genere?

Storie da Guiness dei Primati Chiudiamo questo lungo excursus parlando dell’ultima impresa (in ordine temporale) di Antonio Tallarita. Di questo magari avete sentito parlare di Il tassinaro d’oro più che dell’oro di Calcaterra o del bis alla Molto simile per tanti versi è la storia di Giorgio Spartathlon di Cudin. Che ha fatto questo staCalcaterra, vive a Roma dove guida un taxi. Appena kanovista della corsa? Ha messo in fila 10 cento può corre, spinto dal desiderio di continuare su una chilometri in 10 giorni (con l’accattivante titolo

Ivan Cudin: «Per me ultra non definisce solo una gara che va oltre la distanza classica della maratona, ma descrive perfettamente l’espansione di emozioni, sofferenze e soprattutto gioie che si provano in queste corse» [da X.RUN #04 vol. 2]

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fermato il suo ruolo di primissimo piano. Ricordiamo che in passato aveva guadagnato l’oro europeo (e il bronzo mondiale) ai campionati di 24 ore disputata nel 2010 in Francia. Bene, Cudin ha scritto per X.RUN un bell’articolo sul significato delle gare di lunga e lunghissima distanza (cfr X.RUN Luglio/Agosto 2010) e dice: «Per me ultra non definisce solo una gara che va oltre la distanza classica della maratona, ma descrive perfettamente l’espansione di emozioni, sofferenze e soprattutto gioie che si provano in queste corse». E poi ancora: «In un’ultra-maratona nulla è scontato, le crisi si susseguono e arrivano inattese dopo momenti di euforia e di gran condizione. [...omissis...] Per superare le crisi è opportuno superare i pensieri limitanti ricorrenti, che si attivano in molte fasi della gara. La capacità a non reagire a questi pensieri è fondamentale per ritrovare la fiducia necessaria a sfruttare al meglio le proprie risorse». Insomma queste gare sembrano essere una vera e propria scuola di vita. Il tenore generale dell’articolo è improntato alla semplicità più genuina. Una persona che, dopo che gli era stato pronosticata una vita sedentaria a seguito di un incidente di gioco, scopre che può competere di nuovo ai massimi livelli mondiali.


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«È stata una grande festa collettiva. Alle 8 partivano quelli della 100 km, poi la 50 km e subito dopo la maratona. Al pomeriggio di nuovo la maratona e la mezza maratona. C’era sempre gente che correva con me, il clima era davvero bello. L’ultimo giorno io e Angela Gargano abbiamo accennato alcuni passi di danza ad ogni passaggio sulla linea del rilevamento chilometrico». Antonio, ma della tua gara? Della tua impresa? Quali sono state le cose che hai trovato più faticose... «La mia corsa non è la cosa più importante. A me è piaciuto che ognuno avesse il suo spazio. Certo ho corso queste dieci 100km e sono entrato nel Guiness dei Primati [il record era detenuto da un altro italiano, Enzo Caporaso. NdR]. «Se devo dirtela tutta, la cosa che mi ha generato più problemi è stata quella di adattarmi al ritmo regolare delle giornate. Alla Torino-Roma, ad esempio, arrivavo alle basi dove si poteva dormire, mi stendevo e mi riposavo quanto avevo bisogno. Poi appena mi svegliavo ripartivo. Qui invece gli orari erano fissi e spesso la notte ho faticato a starmene a letto fino all’ora prestabilita». Un viaggio verso l’ignoto Concludendo questa lunga disamina mi ritrovo con la domanda iniziale: cosa c’è oltre? Ma forse quello che tutti questi personaggi mi hanno insegnato è che non devo concentrarmi su quello che c’è superato il limite, devo solo cercare quel limite per imparare a conoscere me stesso, per cercare di comprendermi in tutta la mia interezza. Se continuo a fermarmi prima, non saprò mai fino a dove mi sarei potuto spingere. Certo è garantito che dopo il limite si cade, ma dalla caduta si impara a reagire, a vivere faccia a faccia con le nostre limitazioni, accettandole e provando a venire a compromesso con loro. In un’eterna sfida che si chiama migliorarsi.

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10%=1000). Ma non era nuovo ad imprese del genere, lo scorso giugno ha vinto la Torino-Roma una gara che, in occasione dei 150 anni della Repubblica, collegava le due capitali d’Italia... Ho sentito Antonio al telefono e gli fatto la domanda che molti, anche tra coloro che corrono, si erano chiesti: Ma che senso ha? La risposta di Antonio è schietta. «Secondo me è una domanda stupida. Io sono un ingegnere, ho un approccio scientifico alla vita. Cercare un limite, secondo me, richiede sperimentazione e per sperimentare occorrono le cavie. Così eccomi qui. Mi sono messo a disposizione di chi voleva testare gli effetti della fatica sull’Uomo. Ho corso 100 km ogni giorno per 10 giorni di fila e l’ho fatto in modo regolare e controllato. «Ho fatto dei test fisici e dei test cognitivi. Quelli fisici, eseguiti dall’equipe del Centro di Terapia Riabilitativa di Reggio Emilia guidata dal dottor Citarella, sono stati un check up completo (analisi del sangue, eco doppler, elettromiografia) prima di iniziare, poi di nuovo il quinto giorno e infine alla fine dei dieci giorni. Ho ripetuto le analisi ad intervalli regolari anche dopo la fine in modo da valutare le capacità di recupero del fisico. «Oltre ai test fisici c’erano anche dei test di tipo cognitivo portati avanti dai giovani studiosi dell’Università di Verona guidati da Pietro Trabucchi. Prima e dopo ogni 100 km facevo un test collegato ad un elettroencefalografo. Si trattava di compiere dei semplici esercizi al computer che misurava i miei tempi di reazione oltre al tracciato dell’encefalogramma. Lo scopo finale è quello di verificare come la fatica incide nelle capacità intellettive. Studi simili sono stati eseguiti durante il Tor des Geànts». Antonio è un fiume in piena. Ha energia da vendere e non esita a raccontare i dettagli della sua impresa.


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Alcune gare sono assurte ad un ruolo mitico. Per la durezza o per la tradizione o per entrambe le cose. Gli Uomini che partecipano a queste gare lo fanno per acquisire un’aura di epicità, ma a volte succede il contrario e sono degli uomini mitici che fanno entrare nella storia alcune grandi gare. Ecco a voi tre casi emblematici.


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“ UN AMICO È QUALCUNO CHE ARRIVA QUANDO TUTTI GLI ALTRI SE NE VANNO Walter Winchell

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IronKarl, l’amico supereroe

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IronKarl, al secolo Carlo Torre, ha concluso il Tor des Geànts 2011 in 267esima posizione, tagliando il traguardo alle 13 e 26 del sabato e lasciandosi alle spalle 33 altri finisher. La sera prima di partire aveva detto: «Vediamo dove arrivo, io ci provo, ogni giornata è presa»

Essere amico di un supereroe del trail running non è una cosa facile, sei sottoposto a uno stress continuo per le gesta soprannaturali che ti rendono la vita un inferno. Estenuanti attese davanti ad un monitor in attesa di un aggiornamento on line della sua gara: «È in ritardo, non ha dormito, è in crisi ce la farà ad arrivare al cancello orario in tempo?» Durante la settimana Carlo è un barbiere come la tradizione si tramanda nei secoli. Serio professionista rapido con rasoio e forbice è ancor più veloce con la lingua con cui sciorina a profusione perle di saggezza di ogni genere saltando dalla politica allo sport alle notizie dell’ultima ora. I suoi commenti non ammettono contraddittorio, lui sa e basta. I clienti sin dalle prime ore affollano il suo negozio, posto nella più importante arteria veneziana che collega Piazzale Roma con San Marco. Seduti su delle comode sedie aspettano il loro turno pazienti visto che nell’attesa sono spesso coinvolti in discussioni e dibattiti. Il suo negozio calamita nella giornata un mondo svariato di personaggi che spesso, anche solo salutandolo, disturbano e interrompono il suo lavoro. Per tutti c’è una parola e un commento, se si vuole essere aggiornati su quello che accade in città e non solo, quello è il posto ideale. IronKarl è un supereroe anomalo capace di ogni genere d’imprese sportive che, inesorabilmente e tramite fatiche ercoline, invalidano e usurano il suo corpo. Moderatezza e calcolo non sono nel suo Dna, tutto è istinto e assalto all’arma bianca. La dimostrazione vivente che nella lotta perpetua tra la testa e il fisico non c’è partita, la volontà della mente spegne facile i segnali di aiuto che il corpo spossato invia. Finisher al Tor de Geants, 330 km e 24.000 dislivello positivo, è la sua ultima impresa raggiunta in totale assenza di allenamento e con un ginocchio con problemi al solo “scollinare” dei ponti veneziani. Cuore e volontà sono i suoi superpoteri ormai al mondo noti. Stefano Tetano Bettio


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“ LA GIOIA STA NELLA BATTAGLIA, NEL TENTARE, NELLA SOFFERENZA CHE COMPORTA, NON NELLA VITTORIA IN SÈ Mahatma Gandhi

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M Una lezione lunga 100 chilometri


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Due diversi modi di far vacanza correndo: un’avventura in Islanda, alla scoperta di Terra Acqua Fuoco e Aria e due settimane in Slovenia a passo di corsa. Poi Berlino raccontata da chi la corre per la prima volta e da chi ci va per festeggiare 50 maratone. E di nuovo il trail: le sensazioni di chi passa dall’asfalto al sentiero


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“ UN VIAGGIO LO SI MISURA IN AMICI PIUTTOSTO CHE IN CHILOMETRI Tim Cahill

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R Acqua, Terra, Aria e Fuoco


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“ UN UOMO HA IL DIRITTO DI GUARDARNE UN ALTRO DALL’ALTO SOLO QUANDO DEVE AIUTARLO AD ALZARSI Gabriel Garcìa Màrquez


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R Le mie prime 50 maratone


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ABBONATI o RINNOVA e AIUTA i BIMBI di BANGUI Per tutto l’anno 2011 X.RUN devolverà il 50% dei ricavi degli abbonamenti alla Clinica Pediatrica di Bangui nella Republica Centroafricana. Collegatevi al sito www.xrun.eu oppure scrivete ad abbonamenti@xrun.eu e vi forniremo ogni informazione necessaria. Con soli 50 euro di cui 25 euro andranno ad EMERGENCY, riceverete comodamente a casa vostra 6 numeri di X.RUN - storie di corsa


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“ LA VITA È UNA QUESTIONE DI RITMO Mickey Hart


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“ IL MIGLIO HA UNA SUA SIMMETRIA CLASSICA: È UNA COMMEDIA IN QUATTRO ATTI John Landy


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L’intervista a Giorgio Bona, autore de L’allungo del mezzofondista. Chi ha instillato per primo in noi il seme della corsa? Franz Rossi racconta la storia di un podista che misurandosi con il proprio passato ritrova uno stimolo per correre. In chiusura la penna graffiante di G.RUNNER in una nuova riflessione dal Lato Oscuro.


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Ricordo

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13 settembre 2011

In morte di un Uomo

Guidava lentamente, non aveva ancora voglia di tornare a casa. Si godeva gli ultimi sprazzi dell’estate milanese. Aveva da poco lasciato gli amici con cui aveva guardato la partita e condiviso pizza e birra. La città si muoveva pigra e lui guidava in sintonia con essa. Vicino all’ippodromo, lungo i verdi viali che lo circondano, si scoprì a cantare una vecchia canzone di montagna, una di quelle che si cantano alla sera nei rifugi, tutti in coro, a più voci (involontariamente o meno), con tutti che ci mettono l’anima e più di un occhio brilla liquido di commozione. Anche lui l’aveva cantata più e più volte e spesso si era fatto trasportare da quella semplice preghiera. Dio del cielo, Signore delle cime, un nostro amico hai chiesto alla montagna...

Chissà perché proprio quella canzone? Cosa c’entrava il caldo di Milano con le nevi delle montagne? Si ricompose mentre parcheggiava sotto casa. Sbattendo la portiera si disse che avrebbe dovuto cantarla più spesso e magari pensare ad una nuova armonizzazione. Il giorno dopo, a metà mattina, scoprì su internet che quella stessa sera era morto Walter Bonatti.

« UNA PREGHIERA SEMPLICE, DELLE PAROLE CONDIVISE, UNA MUSICA DOLCE »

L 13/09/2011 - In morte di un Uomo

Incurante dei guidatori delle altre macchine che in fila al semaforo lo guardavano tra il sorpreso ed il divertito; incurante dei finestrini aperti cui la temperatura ancora estiva lo obbligava, alzò la voce e si lanciò in una serie di possibili controcanti. Le parole gli tornavano alla mente un attimo prima di essere pronunciate, come se stessero emergendo da una profondità in cui lui le aveva sepolte da tempo. Santa Maria, Signora della neve copri col bianco tuo soffice mantello...

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“ LA CURA PER TUTTO STA NELL’ACQUA SALATA: SUDORE, LACRIME O IL MARE Isak Dinesen

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Il lessico del podista

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AUTOMOBILE, sostantivo femminile; Veicolo dotato di sistema di propulsione (motore) e di quattro ruote, adibito al trasporto su strada di un limitato numero di persone. Possibile trovare anche forme analoghe: autovettura, macchina.

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L Il lessico del podista

Auto e Allenamento. Il parco dove corro dista 3 km da casa. Se esco il mattino presto il mezzo di trasporto in genere sono le fedeli scarpe, così tra andata e ritorno sono 6 in più. Se voglio arrivare prima oppure se l’allenamento è serale, opto per l’auto: faccio prima ad arrivare in un bel posto. Certo, è paradossale, uso l’auto per arrivare prima in un luogo dove non ci sono auto. Auto e Gara. Salvo casi rari come la Maratona o la Mezza della propria città, in cui si usano i mezzi pubblici o si raggiunge lo striscione a piedi o in bici, quasi tutti arriviamo in zona gara in auto. Personalmente il viaggio in auto è parte integrante della giornata, perché lo vivo con persone speciali con cui si condividono passioni e pensieri; all’andata l’auto è il luogo in cui emergono le ansie, le idee e le sensazioni, quella stessa auto al ritorno è il luogo in cui scambiamo altri pensieri e emozioni, magari mediate dalla stanchezza. Auto e Fastidio. Capita che durante le gare l’auto (l’automobilista) sia un “fastidio” (reciproco, ammettiamolo). Non è bello correre accanto a tante macchine in fila, spesso col motore acceso e i passeggeri con occhio non proprio amichevole, un fumetto in testa: “ma chi ve lo fa fare di faticare così… ma proprio oggi dovevate romperci le p… bravi…dai che manca poco”. Mi sforzo spesso di capire questa convivenza tra Corsa e traffico, riconoscendo che star bloccato in colonna perché passa una banda di gente in mutande e canotta con un numero appiccicato non è proprio il massimo. Infine un appunto personale: uso l’auto per paragonare quanto “diverso” sia muoversi usando le gambe o altri mezzi. Parametrizzo le distanze: casa-aeroporto è una Maratona giusta, casa-montagna un UTMB, casa-ufficio una Porte di Pietra, casa-mare una Western States e così via. La differenza non sta nel tempo che ci metterei correndo rispetto a quello che impiego in auto: la differenza sta nel fatto che in auto mi muovo da un posto all’altro, correndo mi godo il viaggio, qualsiasi sia la distanza.

MAURO CREATINI Da qualche tempo, complice un insopprimibile desiderio di libertà e di semplicità, vive la corsa soprattutto sul fronte emozionale, tanto che spesso la fine dell’allenamento coincide, oltre che con lo stretching e la doccia, con lo scrivere una piccola poesia, un pensiero, per provare a fissare le sensazioni che la corsa gli regala.


Recensione

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L’ULTIMA FATICA DI ULTRAMARATHONMAN

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Senza tanti voli pindarici, Run! è il titolo dell’ultima fatica letteraria di Dean Karnazes. Prima di condividere con i lettori il pensiero sull’opera, vorrei spendere qualche riga sull’autore.

Karnazes le cose che descrive le ha fatte. 10 Western States, non so quante Badwater, 52 maratone di fila in 52 giorni e tante altro gare estreme le ha corse davvero. I chilometri che ha sotto le suole (delle sponsorizzatissime scarpe Un autore molto criticato Tutte le volte che si cita Dean North Face…) li ha fatti lui. E Karnazes nell’ambiente del run- questo conta. ning si colgono pareri diversi, magari contrastanti, però di fon- Un occhio al marketing do si percepisce spesso una sorta Certo, è un prodotto “americano” di “antipatia” latente verso il e come tale ottimamente conpersonaggio, quasi che scrivendo fezionato in termini di markeil primo libro di grande successo ting. (Ultramarathon Man) e diven- Ho avuto modo di conoscerlo di tando una specie di superstar del persona ad una conferenza qui in mondo del running, il ragazzo di Italia: si presenta bene, sa cosa San Francisco abbia leso o tradito dire alla platea, racconta storie una sorta di sacralità che “vieta” belle e positive, insomma è molto appunto di diventare famosi (e hollywoodiano, forse un po’ troppo, ma nel complesso mi ha dato ricchi?) correndo. Io ho una visione forse sem- una buona impressione, perché plificata del tema, che si lega sotto la patina del ragazzo ameanche al giudizio sul nuovo libro. ricano bello, felice e di successo,


RUN!, di Dean Karnazes, disponibile in inglese su Amazon.com

c’è dell’autenticità e dell’amore Alcuni comprimari C’è una sorta di elegia di Topher per la Corsa. Gaylord (altro nome di spicco delle ultradistanze targate USA e Veniamo al libro Run! è diviso in 26.2 capitoli, non solo), che da ciclista contante quante sono le miglia della siderato persino un po’ sfigatello fisicamente si trasforma, anche maratona. La lettura è piacevole, scorre, grazie a Dean, in un runner aiutata in questo dai capitoli estremo. brevi che, ina alcuni casi, sono C’è la descrizione, obbiettivamente incredibile, di una tecnica davvero molto corti. Si parla di tutto: del padre, della defatigante che si chiama Vanfamiglia (ci sono le descrizioni del duzzi, mutuata dalla Grecia, che marito e del padre scritte dalla richiede l’uso di un bicchiere, di moglie e dai figli di Ultrama- una fiamma ma che pare quasi rathon Man), di qualche episodio esoterica. strano che forse è esagerato. Forse il capitolo più divertente è Tanto per portare un esempio, quello in cui Dean racconta che Dean racconta come, durante corre avendo con sé delle banuna corsa notturna, viene quasi conote da un dollaro… ma non messo sotto da una signora che voglio spiegare oltre il punto per sembrava non averlo visto. In non rovinare il libro a chi lo realtà questa avendolo ricono- leggerà. sciuto frena di colpo perché ha una copia del libro sul sedile e In conclusione In fondo l’opera è figlia di quanto vuole un autografo!

si diceva sopra: buoni sentimenti, vita positiva, ricerca del limite e quasi della pace interiore e del volersi/volere bene correndo. Sul fronte sportivo, forse rispetto al precedente libro sono meno intense le descrizioni delle parti atletiche e delle corse vissute. Insomma molto “american dream”, però sapendolo a priori è una lettura che mi sento di consigliare.

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“ IL VINCITORE NON FA COSE DIVERSE, MA LE FA IN MODO DIVERSO Anonimo

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Gli autori

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X.RUN novembre / dicembre 2011 Come collaborare Per scrivere per noi, basta avere un’idea, voglia di scrivere e poi contattare la redazione di X.RUN scrivendo un’email all’indirizzo: redazione@xrun.eu

STEFANO BETTIO IMPRENDITORE 52 ANNI

ANDREA BUSATO PROFESSORE 49 ANNI

Si chiama Stefano ma si fregia di un nome di battaglia trail che lo definisce meglio: “Tetano” È il presidente della gloriosa Venezia Runners Atletica Murano. Ha sempre praticato sport. Nel 1999 a New York è rimasto folgorato dalla corsa di resistenza. Per sua sventura, dopo un’onesta attività di corsa su strada, si è imbattuto nella tempesta perfetta e proprio allo scoccare della cinquantesima candela. Il fato ha voluto che si scontrasse con un treno in corsa formato da sei pazzi scatenati che, invece di invecchiare praticando lo sport più diffuso in Italia di guardare la televisione, hanno di punto in bianco infilato le scarpe da trail, ma non per andare a funghi, ma bensì per girare attorno al Monte Bianco di corsa senza mai fermarsi notte e giorno. D’estate , mangia poco, dorme meno, passa le ferie correndo e leggendo libri sul medioevo e sulla storia della sua città. Ha il viso scavato e rugoso ma non saprebbe fare a meno della corsa nei boschi assieme alle canaglie della famigerata Gang del Bosco di Dio. Si diletto in terrazza con le sue piante e scrive per diletto racconti e poesie. Nel cassetto ha il sogno di scrivere libri e favole per ragazzi e adulti simpatici.

Classe ’62, pordenonese. Quando da bambino gli altri lo battevano in velocità, lui la buttava sulla resistenza, e da allora gli è rimasta. Poi gli è venuta anche la passione per la musica. Alle spalle una dozzina di maratone soddisfacenti, più altre sei da pace-maker e altro e non troppo indecoroso mezzofondo. Poi una serie di acciacchi fisici lo costringono a correre di meno: per un po’ si diverte lo stesso, ma adesso che la lotta contro i chiletti di troppo si fa sempre più dura sta cercando qualcosa di meno faticoso. Avrebbe trovato un altro sport che gli piace, il golf. Ma mentre questo lo respinge, il podismo non lo rivuole indietro. Alleva con passione Elena e Nicola, nel resto del tempo fa l’insegnante nel liceo che lo aveva visto studente.


FILIPPO CASTIGLIA BLOGGER DEL TRAIL

MAURO CREATINI DIRIGENTE 43 ANNI

CATHERINE DESMURS TRADUTTRICE ED ILLUSTRATRICE

Aggiorna quando può un blog dove senza paura e senza vergogna racconta della corsa e del tango, due passioni che si praticano preferibilmente con scarpe diverse. Il raccontare degli effetti delle scarpe sopradette attraverso il blog (felipelcid.splinder.com), lo iniziò così per fissare un po’ le sensazioni proprio in occasione delle prime corse di lunga lena. Su invito di un amico che voleva compagnia per il suo terza Passatore, nel giro di 5 mesi, da arbitro di calcio e ottocentista a tempo perso si cimentò in una progressione travolgente: prima mezza la Roma Ostia, la maratona di Roma, la 50 di Romagna, la 100 del Passatore e già che c’era la Monza Resegone. Con quella rincorsa, continua a correre su ogni superficie possibile. Tornato in Sicilia i boschi che gli danno lavoro, diventano luogo di allenamento e lui li ripaga grazie all’impegno di alcuni appassionati contribuendo trasformarli in teatro del circuito del trail siciliano generoso di ambienti estremi ed affascinanti. Dalla pista alla pietre aguzze di un sentiero di montagna è convinto che la corsa sia un mezzo e non un fine, ma meglio non averlo troppo vicino l’ultimo 400 prima dell’arrivo è spesso un pessimo cliente per via della tendenza a ricordare il finale dell’ottocentista…

Sposato con due figli. Durante la settimana le uscite di allenamento sono all’alba, nei parchi della Brianza (dove vive) e nei week end sulle strade della Liguria o della Valtellina. Corre con la gloriosa maglia del Road Runners Club di Milano. Sino a pochi anni fa era solo un runner della domenica, che correva per non ingrassare. Dal 2005, grazie all’inseparabile “socio” Pietro, ha cominciato con la mezza, poi la con la maratona e con tutto il resto. Da qualche tempo, complice un insopprimibile desiderio di libertà e di semplicità, che il suo lavoro gli nega, vive la corsa soprattutto sul fronte emozionale, tanto che spesso la fine dell’allenamento coincide, oltre che con lo stretching e la doccia, con lo scrivere una piccola poesia, un pensiero, per provare a fissare le sensazioni che la corsa gli ha regalato.

Kate per gli amici, Fréd la chiama “Forrest” (come nel film Forrest Gump), o mémé [nonna NdR] se va piano. Ha iniziato a 6 anni con il nuoto, ma la lista degli sport in cui ha gareggiato comprende squash, badminton, tennis, triathlon, canottaggio in mare, mountain biking, e adesso in Francia lo sci (discesa e fondo) e il trail running. È nata a Kenilworth una cittadina storica nel bel mezzo dell’Inghilterra ed è cresciuta a Liverpool. La cacciatrice d’avventure: nel 95, avendo finito di rinnovare una casa rispose ad un annuncio su un giornale che cercava un equipaggio per una piccola imbarcazione a Panama, così viaggiò per un anno e mezzo toccando le isole Galapagos, l’Ecuador, Panama ed infine la Florida. Ha preso un diploma in fotogiornalismo e ha incontrato il padre francese dei suoi due figli. Quindi si è trasferita in Francia nel 98 dove, circa 4 anni fa, iniziò a praticare il trail running per poter continuare a chiacchierare con una sua amica, fino a quando questo sport non è diventato una vera e propria passione praticandola sulle Alpi francesi. A quel punto aveva bisogno di una nuova sfida in questo sport... le ultra! Oggi vive a Annecy, in attesa dell’inizio della stagione sciistica per provare la nuova passione: lo sci alpinismo.

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FRANCO FAGGIANI GIORNALISTA

G-RUNNER PAROLAIO PIÙ ANTE CHE ENTA

FRANCESCO GIROTTI TRADER 45 ANNI

Venuto al mondo a Roma da padre argentino e madre lussemburghese… un casino, insomma, fin dalla nascita. A 19 anni ha vissuto per alcune settimane in un angolo sperdutissimo della Nuova Guinea con i componenti di una tribù che avevano visto per la prima volta l’“uomo bianco” appena due mesi prima. Si sono spaventati e dopo un po’ l’hanno rispedito a casa. Con dentro il germe del fotoreportage, con il quale ha poi campato diversi anni. Fin quando suo padre, pragmatico operaio, un giorno gli chiese: “ma fai sempre quel lavoro strano o hai messo la testa a posto?” Così si è trovato un posto più stabile in diverse redazioni, affiancando alle cronache la scrittura di libri e manuali. Attualmente si occupa di giornalismo legato all’ambiente e alla campagna, con una “specializzazione” in enogastronomia. Per il lavoro che fa e per lo stomaco che ha dovrebbe pesare 150 chili. Ne pesa solo 80. Grazie allo sci da fondo in inverno, all’arrampicata in estate e, da un paio d’anni, alla corsa sui sentieri, sempre. È autore di “Correre è un po’ come volare”, l’unica biografia autorizzata di Marco Olmo.

Senza nome, né qualità. In famiglia è amatissimo: cinico, egoista, insensibile sono i lusinghieri giudizi dei suoi fratelli. Per sua madre è un figlio perso, per suo padre un perdigiorno in mutande da corsa, per lo zio Bibo (ultimo comunista vivente, miliardario), un eroe gramsciano. Morto di matrimonio fulminante, subalterno ai figli, ha sempre ragione ma nessuno gliela dà. Vagamente sociopatico, regola i suoi rapporti con cortese maleducazione, dispensando impunemente leggiadre villanie: “non ti ho chiesto come stai, perché me lo dici?” o “ti vedo tanto invecchiata” o “è un po' che non ci vediamo, per la gioia di entrambi” sono gli usuali convenevoli. Sul lavoro è rispettato per i difetti che ostenta, stimato per il disprezzo che suscita, temuto per la trasparenza del suo pensiero. Vivendo di delinquenza, è leale quanto solo i banditi sanno esserlo. Rovinato podisticamente dalla scuola di Pol, è segretario di un team presieduto da un cane. È fuor di dubbio il peggiore allievo di Chiara tra i pistardi del martedì. Sopraffatto dalla corsa, frequenta il suo lato oscuro e ne divulga lo spietato dominio, cercando nuovi disertori pronti alla guerra di liberazione. Senza alcuna speranza di vincerla.

riminese di nascita, bolognese di crescita e cesenate di adozione, lavora come marketing analyst in un’azienda di forniture per ufficio; grazie alla moglie Silvia è passato dalla corsetta serale con felpa di cotone alle maratone con maglie tecniche traspiranti; è arrivato al podismo dopo aver acquisito la consapevolezza di non essere bravo nel tennis, nel basket e nel calcio; grazie allo sponsor del gruppo sportivo “Pasta Granarolo” di Bologna è sempre in forma grazie alla dieta che ovviamente abbonda in carboidrati; felice di vivere in Romagna, racconta con orgoglio di aver corso sul lakeshore di Chicago e sulla five miles beach a Port Douglas in Australia; quando ha fatto il suo personale in maratona qualche anno fa, non credendo al suo cronometro, ha chiesto agli organizzatori se il percorso non fosse più corto; ultimamente si è appassionato al trail ed alla corsa in montagna, anche perché “se vai piano non se ne accorge nessuno” ed è bello correre in mezzo alla natura; nel tempo che gli rimane dopo il lavoro, la famiglia e lo sport si dedica all’altra sua grande passione, la batteria; ha suonato con tanti gruppi ma non è ancora riuscito a mettere in piedi una seria cover band del suo gruppo preferito, la Dave Matthews Band.

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LARA LAPERA CHIMICO 34 ANNI

MONICA NANETTI GIORNALISTA 48 ANNI

PAOLO PEIRONE GEOLOGO

Ha iniziato a fare sport a 12 anni e da allora non si è più fermata! Pallanuoto, nuoto (in particolare il fondo in acque libere) e la corsa dopo aver partecipato (per caso) alla maratona di Roma nel 2007 e averla finita in quasi 5 ore. Il giorno dopo aveva dolori dappertutto ma si era acceso il sacro fuoco. Tornata a Palermo, dove vive con il compagno Roberto (altro sportivissimo) viene coinvolta dal presidente della società per cui nuota (la Polisportiva Nadir) nella creazione della sezione podistica. Una squadra di podisti amatori (tutti over 30) guidata da Salvo Badagliacca. Tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008 inizia a correre le prime mezze maratone e i tempi migliorano (da 1h50’ in sei mesi scende a 1h37’). Nel 2008 ritorna a Roma e taglia il traguardo in 3h47’ che però non è il suo miglior tempo avendo chiuso in 3h19’ la maratona di Messina nel 2009.

Milanese, giornalista free lance e acquarellista per hobby. Ha praticato in gioventù innumerevoli sport, tra cui equitazione, windsurf e nuoto, sempre con risultati inversamente proporzionali all’entusiasmo (scarsi i primi, gagliardo il secondo). Lo stesso rapporto si è riproposto tre anni fa al suo esordio assoluto nel mondo della corsa, cui si è avvicinata dapprincipio come forma di allenamento per un trekking sull’Annapurna e che ha poi proseguito, una volta rientrata incolume alla base, in una continua sfida alle proprie capacità inesorabilmente scarse. Fantasiose e improbabili tabelle di allenamento l’hanno così portata a concludere un paio di maratone (Parigi e New York) sul filo delle 5 ore: una velocità che, se da un lato non resta negli annali dell’atletica, dall’altro le ha consentito di guardarsi intorno con calma e di studiare da vicino usi e costumi dell’ “animale-runner”. Si allena al Parco Sempione, alle prime luci dell’alba, invidiando tutti quelli che corrono più veloci di lei. In altre parole, tutti.

Il rugby ha accompagnato a lungo Paolo, savonese di nascita e residenza, nella sua vita di sportivo. E al termine dell’attività agonistica, da trentenne si è avventato letteralmente sulla bici da corsa cercando di sfidare continuamente la gravità lungo i passi alpini. La corsa sì è poi prepotentemente affacciata nella sua vita con la Maratona di Torino nel 99, preparata per gioco e comunque conclusa gloriosamente. Ma la vera folgore nel cuore è stata, avendo sempre amato la montagna, la corsa nella natura. Da allora ha percorso e concluso molti trail e maratone sempre per percepire e fissare le sensazioni di libertà e serenità. E se la gambe girano, allora è tutta felicità. Sposato con Roberta, con cui spesso ama correre, è padre di tre figli ancora piccoli: Alice, Andrea e Marco, in cui ripone speranze di futuri sportivi. Fa il geologo di professione e per lui il motto è “ogni cantiere è vicino a qualche percorso da scoprire correndo”. E appena può sperimenta il motto.


FRANZ ROSSI MANAGER 48 ANNI

ALBERTO ZAMBENEDETTI PROFESSORE

PAOLO ZUCCA FUNZIONARIO AMMINISTRATIVO 51 ANNI

Veneziano di nascita, triestino per buona parte della vita ed ora milanese d’adozione, è giunto alla corsa come modo di realizzarsi solo dopo aver provato alcuni altri sport. Essendosi convinto di voler correre una maratona prima del 40esimo anno di età debuttava a Milano. Il virus della maratona non l’abbandonava ed andava a testarsi nelle principali maratone italiane e straniere. Non soddisfatto della sola corsa su strada, ha provato anche l’ebbrezza del trail, finendo dignitosamente le gare iniziate e tornando ogni volta con più entusiasmo di prima. Adesso la corsa in natura occupa la maggior parte dei suoi weekend. Tra le gare fatte alcune edizioni della Monza Resegone, della Biella Monte Camino, la Dolomites SkyRace, le Porte di Pietra, la Valdigne, la CCC, il ToubkalTrail, la 100km di Seregno. E la preferita, l’ArrancaBirra... Con il peggiorare delle prestazioni ha cercato di allungare le distanze, cercando la scusa che «non sono io che sono più lento, è che c’è più strada da fare». Avendo coniugato la passione per la corsa con quella per la parola scritta, ha fondato X.RUN e ne è rimasto invischiato. Lavora come manager in una software house milanese. Appena può scappa in montagna.

Nato e cresciuto a Venezia, Alberto è un giramondo coi piedi per terra. Pragmatico sognatore al tempo stesso, coltiva le sue passioni ovunque vada, e dove vada, non si può mai dire. Perito informatico, letterato, critico e studioso di cinema, insegnante universitario ed abilissimo a bluffare, Alberto si è trasferito a New York nel 2003, dove corre con il Brooklyn Road Runners Club inanellando infortuni a causa della sua proverbiale incostanza negli allenamenti. In linea con la sua personalità contraddittoria, il suo momento di gloria e quello di massima idiozia coincidono: nel 2009 ha corso la maratona di New York con una gamba ingessata.

Vivo ad Acqui Terme, vivibile cittadina nel sud Piemonte. Da sempre appassionato di tutto quanto riguarda lo sport (in special modo quello di fatica e lontano dai riflettori) dopo esperienze giovanili nel salto in alto (m.170) e in lungo (m.5,81) ho iniziato a percorrere km durante gli anni universitari fino alla prima maratona che mi ha segnato oltre che per la fatica anche per la pioggia incessante. Non contento di 42 km (tra cui due volte Boston e New York) e di essere sceso per 3 volte sotto il muro delle 3 ore (PB 2h56) mi sono buttato nel triathlon fino a terminare 4 ironman (PB 11h29) esordendo nel 2000 a Zurigo anche qui sotto un diluvio incessante. Dopo un intervento ai tendini d’achille che mi ha limitato per oltre un anno, raggiunge nel 2011 l’obiettivo delle 50 maratone.

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