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PigreKo Giornalino dell'I.I.S. “Blaise Pascal” di Pomezia

Febbraio 2012

http://pigreko.it/

L'ultima cosa che si pensa scrivendo un libro è sapere che cosa bisogna mettere in principio. ­ Blaise Pascal

Gli angeli di Birkenau

Sigma-Tau, cronaca di una vergogna.

Incontro-testimonianza con il sopravvissuto alla

Ripercorriamo brevemente quello che ha portato alla crisi di questi giorni.

di Federico Pellati

shoah Samuel Modiano

di Giulia Guidotti Si presenta in biblioteca col sorriso sulle labbra e uno sguardo di profondo amore e rispetto verso noi giovani che solo dopo qualche ora riusciremo a spiegare. Parla a voce alta, più di quanto ci aspettassimo, e fa di tutto per farci capire, sentire davvero, quello che lui ha vissuto. Noi sorridiamo di rimando, pronti ad ascoltarlo, mentre in lontananza si sente la musica di non so quale forum di una classe del piano. Non lo sappiamo ancora, ma il secondo giorno della didattica alternativa sta per rivelarsi un’esperienza indimenticabile. Samuel Modiano è uno dei pochi sopravvissuti all’Olocausto ancora in vita. Gira per le scuole d’Italia per raccontare la sua storia che si incrocia con la Storia, arriva perfino ad Auschwitz per mostrare ai ragazzi quel che resta di quello che i suoi occhi di bambino hanno visto e, come spesso ci ripete, nessun essere umano merita di vedere. (Continua a pag. 2)

È subito sembrato l'inizio della fine, da quando il 27 Novembre dello scorso 2011 i dipendenti del colosso farmaceutico pometino hanno ricevuto la notizia della richiesta di cassa integrazione straordinaria (abbreviato in CIGS) per 569 unità. L'azienda ha definito questo brutale taglio al personale come una “operazione di risanamento resa necessaria per poter attuare un piano di sviluppo e salvaguardare il futuro di Sigma-Tau, recuperando efficienza”. In sostanza, l'allontanamento di questi elementi dovrebbe permettere, secondo la direzione, al gruppo di uscire da una ipotetica “crisi”, ma è sufficiente osservare bene i numeri di questa grande società per rendersi conto che c'è qualcosa che non quadra. (Continua a pag. 3)

La scienza al servizio di chi? di Claudia Voto Vi ricordate della Cura “Ludovico”? Parole d’ordine: Arancia Meccanica, Stanley Kubrick. E’ proprio la magistrale trasposizione cinematografica del romanzo di Anthony Burgess che ha dato vita, di suoni e colori, all’affascinante Alex DeLarge: l’antieroe dagli occhi azzurri limpidi, fervente appassionato di Ludovico Van Beethoven. Alex è lo specchio della società in cui vive, figlio di un’annichilita e passiva piccolo-borghesia. (Continua a pag. X)

di Sara Caracciolo 1


PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal”

Gli angeli di Birkenau di Giulia Guidotti (Continua da pag. 1)

Samuel, “Sami”, è nato nel 1930 a Rodi, diciotto anni dopo che l’isola in mano ai turchi passasse sotto la dominazione italiana. È nato italiano ed è italiano, e dal suo tono nel

ribadirlo è evidente quanto ne sia fiero. Da quando a otto anni si sentì dire dal suo professore “Sei espulso” per la “colpa” di essere ebreo, Samuel Modiano ha vissuto molti degli orrori della Shoah: è stato deportato a Birkenau con la sua famiglia, è stato separato dall’amata sorella Lucia, ha lavorato sotto la neve dei lager con un pigiama a righe di tela e 125 grammi di pane nello stomaco, ha visto il padre dirigersi volontariamente verso una morte chiamata “ambulatorio” per non veder morire prima sua figlia, ha percorso la “marcia della morte” tra Birkenau e Auschwitz, tre chilometri che sembravano segnare il passaggio tra una vita di fatiche e barbarie e il ricongiungimento con i propri cari che non ce l’avevano fatta a sopravvivere così a lungo. Samuel racconta in maniera così realistica e sofferta che sembra di essere accanto a lui, uno scheletro tredicenne, nel ‘44. Le lacrime sfuggono indistintamente ad alunni e professori, spesso sfociano in un

pianto di commozione. Siamo tutti lì, in quel lager, mentre il piccolo Sami sposta i corpi di quanti si sono suicidati nella notte gettandosi sul filo spinato; eppure siamo qui, nella nostra scuola calda, con la pizzetta di Piero nello stomaco, accanto ai nostri coetanei; fortunati, sì, fortunati. Ma nonostante la tristezza e la durezza della vita a Birkenau, il racconto del signor Modiano si riaccende sempre di speranza, come un lumino nel buio, nel raccontare degli abbracci di suo padre a fine giornata, della strana coincidenza che ha salvato la vita a quella che sarebbe diventata sua moglie, dei due angeli, così li chiama, che lo hanno aiutato a rialzarsi dalla neve la notte del 27 gennaio 1945, permettendogli di essere qui, oggi, a parlare con noi. L’immagine, che fa piangere noi e lui, del bambino che lancia alla sorella da una parte all’altra del filo ad alta tensione il pane conservato per lei quel giorno, per poi riceverlo indietro insieme a un pezzo conservato da lei per lui, diventa il simbolo di quell’amore che non si spegne, mai, anche se presto Lucia smetterà di venire all’appuntamento. Col suo racconto, Samuel ci mostra quello che abbiamo visto in film e documentari con occhi nuovi, i suoi

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occhi, gli stessi che ora ci guardano commossi, e solo così sembra possibile capire quanta crudeltà e quanto amore possano esistere nell’animo umano. Samuel Modiano racconta, risponde alle nostre domande, ci chiede i nostri nomi, ci consiglia come gli consigliava il suo papà Giacobbe di fare quello che sogniamo, ci abbraccia, perché, dice, siamo tutti noi i suoi figli, ci saluta con l’ebraico Mazel tov, buona fortuna. È difficile esprimere quanto questo incontro possa lasciarci dentro, quanto calore, oltre al segno delle lacrime sul volto, e sento il bisogno di ringraziare davvero la scuola e il signor Modiano per questa opportunità. Grazie, per averci mostrato non solo il numero sul braccio a cui hanno cercato di ridurre un essere umano,

ma soprattutto il Samuel Modiano che è rimasto forte in quel ragazzino di tredici anni salvato dai russi, e nel signore che ci sorride con dolcezza nella biblioteca della scuola. Toda.


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Sigma-Tau, cronaca di una vergogna. di Federico Pellati (continua da pag. 1)

281 nuovi brevetti tra il 1998 e il 2010, 60 milioni di unità prodotte solo nel 2010 e ben 673 milioni di euro di fatturato (sempre nel 2010) la rendono una tra le migliori aziende farmaceutiche italiane. A fronte della "necessità" di questa CIGS la direzione non ha fornito nessun piano industriale che comprovi un tentativo di recupero della competitività mentre su siti che trattano business farmaceutico sono comparse notizie di vendita dell'intero gruppo. Non sono passati neanche sei mesi dalla morte di Claudio Cavazza, fondatore nel 1957 della ditta, che morto lo scorso 6 giugno ha lasciato il suo impero in mano ai due figli, probabilmente confidando molto in loro. Invece, già da pochi giorni dopo la sua morte erano state annunciate misure atte alla riduzione delle spese, ma quella della CIGS è stata sicuramente una botta forte per tutti i dipendenti che, non volendo subire silenziosamente il torto, hanno iniziato una lunga serie di scioperi che dagli ultimi giorni di Novembre vanno ancora avanti. Purtroppo, nonostante scioperi, manifestazioni, proteste e tavoli di trattativa aperti alla regione e presso il ministero dello sviluppo economico non hanno ottenuto grandi risultati: 400 CIGS e 169 esternalizzazioni. Visto dagli occhi dei sindacati dei lavoratori, questo significa sem-

pre e comunque 569 licenziamenti. ti ma unitisi alla manifestazione per la causa. A questa hanno seguito La rottura del primo tavolo di trat- moltissimi scioperi volti a ridurre la tativa è arrivata in concomitanza produttività dell'azienda. Ancora con la spedizione delle prime lettere oggi i volontari mantengono un di CIGS. Questo ha portato i manife- banco dove raccogliendo offerte vostanti, esasperati, a occupare la stra- lontarie offrono ristoro ai continui da statale Pontina lo scorso 18 gen- scioperanti. naio. Volendo poi vederci chiaro sul perAll'arrivo delle prime lettere au- ché di questi licenziamenti, i dipenmenta la drammaticità della situa- denti non anno esitato a cercare zione, in quanto viene dimostrato dati ovunque. Non è stato difficile che non si rispetta alcun tipo di cri- arrivare a siti esteri di business farterio: vengono così cassaintegrati maceutico contenenti articoli relatigiovani con moglie e famiglia a cari- vi alle vendita dell'intera azienda, co, disabili, informatori medico- in blocco. scientifici, operai della produzione Sembra essersi chiarito qualcosa, (fulcro dell'azienda) e addirittura ma non si hanno ancora dati certi. coniugi. Intanto, arriva una dichiarazione da Quello che sostanzialmente lamen- parte del sindaco di Pomezia (nontano i lavoratori è la totale assenza ché ex dipendente Sigma-Tau) Enridi motivazioni che rendano vera- co de Fusco, che dice: “Non posso che mente necessaria una cura così for- dirmi solidale con le lavoratrici e i lavote. La Sigma-Tau è infatti uno dei ratori Sigma-Tau in presidio davanti alpochi gruppi in netta crescita, uno l'azienda. La rottura del tavolo di trattadegli unici organi a non aver risenti- tiva mette la dirigenza in una posizione to troppo pesantemente del periodo di grave responsabilità nei confronti dei dipendenti e delle loro famiglie, oltre di crisi corrente. Non accettando ovviamente di at- che della sicurezza dell'ordine pubblico tendere il proprio destino con le di cui io sono responsabile per la mia mani in mano, tutti i dipendenti del- città. Sono al fianco dei lavoratori che l'azienda si sono mossi, in più dire- stanno difendendo con tutte le loro forze zioni. La prima azione è stata una l'occupazione di un'azienda che ha semmanifestazione partita dalla piazza pre rappresentato l'eccellenza di Pomeantistante la sede di Pomezia e giun- zia oltre i confini territoriali e porto a ta fino a piazza S. Benedetto. I mani- loro l'affetto la vicinanza dell'intero festanti hanno sfidato pioggia, ven- consiglio comunale e della giunta. Spero to e freddo incoraggiati anche da si possa giungere in breve tempo ad un centinaia di cittadini non dipenden- accordo che veda protagonisti in primo luogo i lavoratori

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PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal” e i loro rappresentanti sindacali, oltre che i soggetti istituzionali che in questa vertenza hanno svolgo un ruolo di primo piano, a partire dal ministero dello sviluppo economico. Veniamo ora ai giorni nostri. Quello che realmente succede all'interno dell'azienda è noto a “pochi” e nascosto a tutti. Pochi sanno infatti che i dipendenti si sono mossi arrivando fino a fare un'interpellanza al parlamento europeo. Al quale è stato chiesto se tutto quello che sta succedendo sia legalmente corretto (si attende una risposta). Nonostante i moltissimi scioperi, e il costante impegno a interrompere la produzione, c'è sempre qualcuno che non collabora. Pochi giorni fa infatti, gli scioperanti (alcuni dei quali in presidio fisso, notte esclusa, davanti l'azienda) avevano appurato la fine delle scorte di azoto, elemento necessario per la produzione di molti medicinali. “E quindi dov'è la non

collaborazione?” direte voi. Nella notte, rispondo io. La mattina dopo infatti, i serbatoi sono stati trovati misteriosamente pieni, segno evidente che qualcuno abbia aperto i cancelli ai camion. Non potendo essere stato altri che qualche dipendente, la cosa non va affatto bene. Se si vuole giungere ad un accordo, se si vuole mantenere in vita un gruppo produttivo, bisogna lottare per raggiungere gli stessi scopi. In conclusione, rivolgo la mia più grande stima verso tutti quanti i dipendenti che nonostante il freddo e le intemperie continuano imperterriti a scioperare, impegnandosi nel sostenersi a vicenda e affiggendo cartelloni fuori dalla ditta ( inviterei il genio che ha scritto l'ormai celebre cartellone recitante la scritta “ Sta' muorendo a Pomezia” a farsi una profondissima analisi di co-

scienza ). Molti di loro sono genitori di ragazzi della nostra scuola, altri sono coniugi, altri ancora disabili. Nessuno appartenente ai vertici leggerà mai questo articolo, ma se c'è qualcosa che posso fare è augurare un sincero in bocca al lupo a tutti. Aspettando che si plachino le acque...

L'interrogazione al Prof! di Priscilla Raucci e Enrica Dal Zotto Senza dilungarci in prologhi, ecco a Davvero? No. voi l’intervista al professore di storia Iniziamo benissimo! Seconda dell’arte Walter Ceccarelli! domanda: ha scelto di inse gnare proprio la storia dell’ar Pronto prof? Prontissimo! te poiché era l’unica che gli Allora, ci parli un po’ di lei: interessava davvero o si è ap Aveva già in mente di fare il passionato ad essa nel corso professore durante gli anni della sua vita? Sinceramente l’aruniversitari o è stato un caso? te mi ha sempre incuriosito perché Era una cosa che avevo in mente dal volevo sapere effettivamente cosa si lontano 465 a.C. Fare il professore è nascondeva dietro le grandi descristata una missione mia ma soprat- zioni che facevano i critici e gli storitutto di mio padre che ha voluto che ci sui grandi pittori o scultori e sulle i suoi insegnamenti li estendessi al- loro opere. Volevo capire quanto efl’intera umanità. fettivamente erano bravi, per cosa

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erano così famosi e quanto avevano fatto per essere considerati così grandi. Ecco, mi ha sempre incuriosito questa cosa. Durante il suo corso di studi, aveva materie preferite ed al tre che odiava, come tutti noi comuni studenti? Non avevo una materia che mi era antipatica: tutte le materie mi interessavano. Ce ne era qualcuna in cui andavo molto bene, ad esempio in scienze, che era la mia materia preferita (se così vogliamo chiamarla), ed altre in cui non lo ero, ma tutto, diciamo, dipen-


PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal” deva dal mio odio verso quel professore. Ad esempio? Ad esempio non ho amato nessuna professoressa di italiano, anzi le ho tutte odiate tanto che mi hanno fatto odiare la materia quasi fino alla morte. Ho anche pensato più volte di ucciderle poiché le insegnanti di italiano sono isteriche e alcune rendono la materia di un antipatia straordinaria! Erano le peggiori! Bene. Ora le faremo una do manda che tutti avrebbero sempre voluto farle una volta saputo che nella sua vasca al loggia un fantastico boa: per ché proprio questo animale? Ha un’innata passione per i rettili? No, mi piacciono tutti gli animali, ma possedere un boa ti permette di avere molto più tempo libero perché non ha bisogno di particolari cure: digerisce una volta a settimana, fa la cacca una volta a settimana, non ha grandi esigenze, lo puoi lasciare quindici giorni dentro casa poiché non si muove, non lo devi portare a spasso, non lo devi accarezzare, non ti fa le feste quando entri dentro casa, non puzza, non mangia Kitkat®, non gli devi comprare i croccantini …. Beh insomma, è molto comodo! Ma come è venuto in possesso di questo boa? È stato un regalo di amici un po’ goliardici! Altre domande personali: Ri tiene di essere una persona con qualità al di sopra della media? AVOJA! MOLTO al di sopra della media! Sotto di me vedo il vuoto. Sopra di me c’è solo Dio! [parole testuali.. ndr] Non è un po’ un’esagerazione? No, assolutamente: è una constatazione! Nella vita è più importante es sere o apparire? Per me non c’è differenza tra essere e apparire. Uno

appare quello che è ed è quello che appare. Chi non fa una cosa del genere è perché è un povero perduto, disgraziato e non vale niente. A questo punto abbiamo pen sato di fare dieci domande ve loci alle quali lei dovrà ri spondere il più rapidamente possibile. È pronto? Nato pronto! Mare o montagna? Senz’altro mare. Pizza o lasagna? Senz’altro lasagna. Matematica o filosofia? Senz’altro filosofia. Musica classica o musica rap? Questa è difficile! La musica in genere l’apprezzo tutta, tranne qualcosa che proprio non digerisco, come il jazz freddo o la musica cinese. Jazz freddo inteso come quello improvvisato su note dissonanti, diciamo quello che ha origine nella cosiddetta musica dodecafonica, però tutta l’altra musica mi piace. Rap o classica? Non saprei. Il rap mi piace, la musica classica mi piace, ma non tutto il rap mi piace e non tutta la musica classica mi piace. Picasso o Monet? Anche qui, ci sono artisti che non mi piacciono. Uno di questi è Matisse, che odio, però è difficile scegliere tra Picasso e Monet. Mi piacciono tutti e due! Quindi se si trovasse ad una mostra d’arte preferirebbe ammirare un quadro di Monet o di Picasso? Se dovessi scegliere, dipende dal tipo di quadro. Certo, se è un quadro di Monet che ho già visto, ammirerò quello di Picasso o se è un quadro di Picasso che ho già visto, ammirerò quello di Monet… Film o libro? Diciamo che a parità di interesse, preferisco il film! Macchina da scrivere o com puter? Computer! Film: drammatico o comme dia? Questo nessuno dei due. Non

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mi piacciono né i film drammatici nè le commedie: i film drammatici li trovo noiosi mentre le commedie stucchevoli. Pazienza o impulsività? Preferisco senza dubbio l’impulsività. Italia o estero? Diciamo il mondo, in genere. Anzi.. NIBIRU! Ecco, Nibiru! Il famoso piane ta: ci ne parli un po’ ! Nibiru è il pianeta gemello del Sole. Ha un’orbita di 3600 anni e, passando vicino a Giove durante la sua orbita, crea dei disturbi al sistema solare che giungono anche sulla Terra. Ad esempio, il diluvio universale è stato creato dal passaggio Nibiru; la glaciazione è stata creata dal passaggio di Nibiru. Ma queste cose sono documen tate da fonti reali? Si, le mie. Infatti, alla fine del 2012, Nibiru sarà di nuovo vicino. Infatti la nevicata a Roma è un’anticipazione del suo avvicinamento. Quando sarà qui, io partirò, vi saluterò e tornerò sul mio pianeta. La mia missione qui sulla Terra è finita. Adesso, per terminare in bel lezza, le faremo una domanda alla quale lei dovrà rispondere in tutta sincerità. Noi tutti sappiamo della sua passione nel girare video divertenti e in uno degli ultimi, compare sua madre che esprime il proprio giudizio su di lei. Ma lei cosa pensa realmente di se stesso? Cosa penso di me stesso? A dire la verità sono seriamente un rompi c***ioni, a volte non mi sopporto neanche da solo! Così termina la nostra prima interrogazione al prof. Speriamo che quest’intervista sia tanto divertente da leggere quanto è stata per noi architettarla e metterla in pratica. Ringraziamo ancora una volta il prof Ceccarelli per la sua disponibilità.


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La scienza al servizio di chi? di Claudia Voto (continua da pag.1)

L’esasperata violenza (l’ultraviolenza) sta ad Alex come l’arte sta ad un esteta, permettetemi questo paragone. I Drughi non hanno morale, non hanno inibizioni perché “il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all'ispirazione” e allora svelti, saltano sull’automobile Durango 95 che “filava molto karascov”, pronti per “un po' di vita, qualche risata e una scorpacciata di ultraviolenza”.

Ma, come tutte le cose, anche la parabola dei Drughi avrà la sua fine. L’eccentrico e strafottente Alex, tradito dai suoi compagni, finisce in carcere: la condanna è di 14 anni per omicidio. Poi l’esperimento: Alex inizia a provare un crescente e insopportabile disgusto verso la violenza, il sesso e la Nona Sinfonia del Ludovico Van, dopo esser stato sufficientemente sottoposto alla Cura Ludovico. E’ questo il costo da pagare per poter essere scarcerato prima dello sconto della pena. Il trattamento, innovativo programma di rieducazione del Governo in

carica, consiste nell’essere legato a una sedia con una camicia di forza, obbligato ad assistere a fotogrammi di estrema violenza, senza la possibilità di voltarsi o chiudere gli occhi, perché tenuti aperti da strumenti appositi e lubrificati artificialmente da un infermiere. Il tutto sotto effetto di farmaci appositi. Finito il trattamento, l’ex-drugo è un uomo nuovo, una docile, impotente e indifesa pedina nelle mani del potere. Un’Arancia Meccanica. Il paradosso, in un certo senso, è che l’unica persona che si oppone e critica duramente questo processo di condizionamento esercitato sul giovane, è un prete. Egli, infatti, non si lascia abbindolare dagli affetti apparentemente positivi e propagandistici della cura; li interpreta come una cancellazione del libero arbitrio di un uomo, reso ormai incapace di fare del male tramite una manipolazione di coscienza. Allora chi chiediamo: interferire con la capacità di scelta degli individui è lecito? Usciamo dalla finzione letteraria e cinematografica perché questo è un dibattito quanto mai attuale. Nel dicembre 2011 un esperimento effettuato dal neuroscienziato J.Decety e dai suoi collaboratori all’Università di Chicago ha dimostrato che anche alcuni ratti sono in grado di

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provare empatia verso un proprio simile. La scoperta ha riscosso un certo interesse non solo in quanto ha idealmente posto l’essere umano in un rapporto ravvicinato col roditore, ma anche per le implicazioni evolutive, quindi biologiche, che ne conseguono. Infatti, il neuroscienziato francese ha confermato che i nostri circuiti cerebrali e gli ormoni che li attivano corrispondono a quelli dei topi. Peter Singer, filosofo australiano, si chiede se, in futuro, si potrà “curare” la mancanza di empatia negli esseri umani. Durante i secoli l’uomo ha fatto sì che le frontiere della scienza e della Ricerca scientifica si ampliassero esponenzialmente. Non ci risulta quindi che parlare di “pillola della moralità”, prescrivibile da psichiatri e specialisti, sia parlare di fantascienza. Il problema è lampante: non esiste una morale assolutamente giusta e valida in tutte le latitudini, ma soprattutto, in tutte le singole concezioni umane dell’esistenza. Il libero arbitrio è anche il diritto di distruggere e auto-distruggersi e questa è una realtà che va osservata, capita e accettata. Solo con un atteggiamento mentale così predisposto si può affrontare lo studio e l’analisi delle dinamiche sociali. Non so a quanti piacerebbe essere neuroschiavi di una morale di bontà imposta dall’alto. Già Ivan Pavlov agli inizi del Novecento, durante i suoi celebri esperimenti sul riflesso condizionato, scoprì che gli animali soggetti a una


PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal” prolungata tensione fisica o psichica mostravano tutti i sintomi del collasso nervoso. Ogni uomo, come ogni cane, ha il suo limite personale di sopportazione e un proprio punto di collasso. Queste conoscenze sono state già sfruttate concretamente, mascherate da “ragion di stato”, su prigionieri politici, al posto della tortura fisica, e sulle popolazioni sottomesse, ad esempio, al primo regime totalitario comunista cinese. Installare nelle persone nuovi moduli di comportamento, tali da sembrare innati, è facile quando queste persone si trovano al limite

della propria sopportazione cerebrale, in stato di debolezza e suggestionabilità. Come scrisse A. Huxley nel 1958 nel saggio “Ritorno al mondo nuovo”, l’efficacia della propaganda po litica e religiosa non dipende dalle dottrine che si insegnano, ma dai metodi che si usano . Non dimentichiamoci, inoltre, che tranquillanti e anti-depressivi, combinati all’ininterrotta capacità ipnotica delle armi di distrAzione di massa, alias i mass media, possono già essere definiti antenati della “pillola della moralità”, perché tutti strumenti che concorrono ad indebolire

e manipolare la coscienza del singolo e a convincerlo di verità e moralità non necessariamente sue. Bisogna tenere gli occhi ben aperti con chi vuole imporre agli altri una verità assoluta. Il dubbio e la contraddizione sono gli stimoli per un confronto costruttivo. “L'uomo deve poter scegliere tra bene e male, anche se sceglie il male. Se gli viene tolta questa scelta egli non è più un uomo, ma un'arancia meccanica.” (Stanley Kubrick su Arancia Meccanica, 1971)

Segnalibro Rubrica letteraria a cura di Priscilla Raucci Il 27 gennaio scorso si è celebrata la giornata della memoria, così, investita della carica di consigliatrice di libri, colgo l'occasione per proporvene uno riguardante la Shoah. "Il bambino di Noè", contrariamente a molti libri sullo stesso argomento, è estremamente semplice e delicato, un libro in cui la storia si alterna alla fiaba e a scene di vita. Durante il periodo della seconda guerrra mondiale, Joseph, un bambino ebreo, viene affidato dai genitori alle cure di padre Pons. L'identità di un intero popolo rischia di scomparire e pa-

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dre Pons, proprio come un moderno Noè, costruisce un"arca" entro la quale custodire ciò che resta della cultura ebraica finchè il "diluvio" nazista non si esaurisca. "-Se il diluvio continua, se nell'universo non resta più un solo ebreo che parli l'ebraico , io te lo potrò insegnare. E tu lo potrai trasmettere.- [...] Con voce squillante esclamai infervorato:-Così sarà come se lei fosse Noè e io suo figlio!-" Nel bambino di Noè la deportazioene e le camere a gas restano solo un ombra minacciosa sullo sfondo. Il vero tema della storia è infatti la memoria e il rischio di perderla, spazzata via da guerre e dittature, presenti ieri quanto oggi.


PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal”

Il futuro dei libri, o i libri del futuro? di Martina Federico Di solito, non che ci si possa mettere la mano sul fuoco, chi ama leggere ha una mente aperta. E una mente aperta, di fronte a un fenomeno tanto divagante quanto controverso come quello degli e-book, non può permettersi il lusso di passare oltre e lasciare che la questione scorra via davanti ai suoi occhi come le parole dei suoi amati libri cartacei. Ebbene sì, anche noi lettori del ventunesimo secolo abbiamo i nostri argomenti tutti progresso e innovazione di cui dibattere, e siamo chiamati a prendere una posizione. E' questo che ho pensato quando un articolo di giornale che un giorno mi avevano invitato a leggere, invito all'inizio declinato con una certa nonchalance, si è ripresentato la sera stessa al mio cospetto, puntandomi contro un dito invisibile e risvegliando il mio obbligo morale all'informazione. E così ho scoperto che due colossi dell'editoria, il gigante digitale Amazon e Barnes & Noble, la più grande libreria USA, si battono a colpi di e- (e-book, e-reader, e-ink ecc.) per decidere non più, come nell'Indice dei libri proibiti dell'Inquisizione, cosa leggere, ma come leggere. Senza contare l'ulteriore famigerata concorrenza delle i- (i-phone, i-pad, i-tablet e così via). La notizia mi ha fatto uno strano effetto. Devo ammettere che prima di allora non mi ero mai interessata di editoria digitale, e di fronte alla realtà dei fatti mi sono sentita un po' come un pesce a cui venisse proposto un mare più grande in cui nuotare, avendo lo stesso la sensazione di star per finire

in un acquario. Eppure non me la sono sentita di mettere subito le mani avanti con un bel pensiero lealista come "i libri tradizionali sono insostituibili " o di nascondermi dietro congetture romantiche del tipo "però gli e-book non avranno mai l'odore della carta appena stampata". In fondo, non ho mai avuto niente contro il progresso, se non una naturale dose iniziale di diffidenza verso ciò che non si conosce, quindi mi sono decisa ad approfondire la vicenda, andando a vedere più da vicino in cosa consistessero questi nuovi gioiellini dell'editecnologia. Il primo ritrovato in cui mi sono imbattuta proviene dalla sovraccitata Amazon e si chiama Kindle, fatto per leggere, è il suo slogan. Di li per un po' la mia mente si lascia cogliere dalle diverse lusinghe che le vengono offerte: A parte la poco convincente come leggere sulla carta (ci hanno provato), c'erano anche degli aspetti niente male elencati, come: porta fino a 1400 libri con te, scarica libri in meno di 60 secondi e via dicendo, fino ad arrivare al punto che spezza inevitabilmente l'incanto, una cosa ovvia ma a cui non avevo proprio pensato: •

La batteria dura fino a 1 mese

Devo proprio dirlo: l'idea che, nel bel mezzo della lettura, un black out intransigente potesse improvvisamente interrompermi mi ha turbato. Sarà una sfumatura, ma non è solo questione di ricordarsi di mettere sotto carica l'aggeggio a

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tempo debito. Possibile che, oltre agli impegni, le persone, il lasso di tempo che occorre per spostarsi dalla metro all'autobus, ancora un nuovo fattore dovesse aggiungersi a condizionare il tempo di lettura di ognuno? E allora ho capito il perché di tanto attaccamento ai libri cartacei. A parte il fascino del passato, che non regge più di tanto se si pensa che gli attuali libri sono l'evoluzione di menestrelli, papiri e amanuensi, essi sono rassicuranti. Sì perché l'idea che in un mondo come il nostro, il cui ingranaggio funziona a scatti, che sussulta e spasima emettendo singhiozzi di energia e la cui vitalità è legata ad un filo di corrente elettrica, si possa trovare ancora qualcosa che non dipenda da tutto ciò, non è facile da accantonare. Il fatto che oggi, nel bel mezzo di tanta elettrizzazione, puoi essere ancora tu, e non la corrente, a decidere quando chiudere un libro, o la capacità che ha esso di spalancare una parentesi di eternità nel tuo misero tempo, ha il suo significato. Ok, la stampa ha bisogno della corrente per tirare le copie dei libri, certo. Ma una volta che un libro stampato entra in tuo possesso non c'è più verso di separartene. Senza contare il vuoto fisico che lascerebbero in favore di un e-book. Ci pensate? 1400 libri compressi e rilegati in 170 grammi di circuiti e processori. Una presenza massiccia di storie, pensieri e sapere fatta sparire come un coniglio nel cilindro. Ma questa, ovviamente, è solo un'altra questione di gusti. E non bisognerebbe starsene troppo qui a fare i sentimentali quando ci


PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal” sono ben altri aspetti da considerare, come la questione degli autori emergenti, che è un po' il punto di forza di Amazon. L'azienda infatti sembra non aver affatto timore dei flop in cui potrebbe incappare lanciando nuovi autori, decidendo di avere investimenti sempre disponibili nel settore il che, neanche a dirlo, spinge sempre più aspiranti scrittori verso il loro porto. Inoltre, attraverso il Kindle si può anche caricare e diffondere il proprio libro e stare a vedere cosa succede. Questo, sommato al prezzo - in America - accessibile degli e-

book, viene giudicato dagli editori un colpo basso, ma, come scrive il giornalista Brad Stone in un suo articolo su "Business Week", <<non possono fare molto perché Amazon, che ora diventa un loro concorrente, è ormai, per loro, anche un canale irrinunciabile>>. Le statistiche poi non sono delle più promettenti: la vendita di libri cartacei in America è calata del 18% rispetto al 2010, mentre il libro digitale sale fino al 17%. Anche per quanto riguarda la Barnes & Noble, il suo e-reader Nook vende meglio del previsto ma le sue vendite cartacee sono in crisi, cosa

che ha spinto l'azienda a sacrificare qualche scaffale in suo favore, insieme a videogiochi e punti di ristorazione. Il cruccio degli editori americani, infine, è dovuto molto al fatto che se anche la Barnes e Noble dovesse fallire, essi si ritroverebbero a dover vendere i propri libri nei supermercati, mentre l'Amazon rimarrebbe sola con un potere decisionale più o meno incontrastato nel campo della distribuzione di massa: cosa favorire e cosa, invece, mandare per vie parallele.

I Biocarburanti di Mila Andreani

A causa delle crescenti emissioni di gas serra nell’atmosfera e dall’esaurimento dei combustibili fossili, si stanno cercando fonti di energia ecosostenibili, che limitino i rischi legati dall’utilizzo spropositato di fonti non rinnovabili fatte in questi ultimi decenni. Una valida alternativa a questi sono i biocarburanti, prodotti indirettamente dagli scarti agricoli e dalle biomasse (canna da zucchero, mais, grano ecc), il cui utilizzo crea una minore emissione di carbonio rispetto al petrolio presente nella benzina e la cui produzione è meno costosa di quella degli idrocarburi. Proprio per queste qualità i biodisel sono sempre più richiesti, portando alla nascita di numerose multinazionali legate all’agro business.

Nonostante i biocarburanti siano fonti di energia rinnovabili, i terreni utilizzabili per la monocultura delle biomasse sono esauriti, portando così le multinazionali a distruggere ettari di foreste per ricavarne di nuovi. In Sud America vengono distrutte parti di foresta amazzonica e di Cerrado, habitat naturali di moltissime specie di animali; lo stesso accade in Papua Nuova Guinea e in Indonesia, dove, dopo aver disboscato le foreste, la torba viene incendiata causando l’emissione di tonnellate di carbonio nell’atmosfera. I terreni di cui si appropriano le multinazionali sono anche quelli utilizzati per la produzione di alimenti, incrementando la fame nel mondo. Inoltre la produzione di questo tipo di carburante causa un aumento della povertà; infatti, nonostante le società creino posti di lavoro per i popoli che occupano gli appezzamenti di terreno acquistati, molti lavori vengono svolti dalle macchine, molto più produttive e meno costose rispetto ai normali lavoratori.

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La crescente richiesta di biodiesel porta ad un aumento del costo dei biocarburanti e anche ad un rialzo dei prezzi sui cereali e sui prodotti derivati. Oltre ai carburanti ottenuti da questo tipo di produzione, detti biocarburanti di prima generazione, ci sono i biocarburanti di seconda generazione (ottenuti dalla biomassa dei residui agricoli e dei residui di mais), quelli di terza generazione (ottenuti dal miglioramento delle materie prima, modificando geneticamente i vegetali, come il pioppo e il mais); infine ci sono i biocarburanti di quarta generazione. Questi biocarburanti sono gli ultimi

ad essere stati scoperti e vengono prodotti grazie a dei microrganismi geneticamente modificati in grado


PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal” di catturare CO2 e produrre biocombustibile sottoforma di rifiuto. Grazie a degli studi recenti si è scoperto un nuovo microbo in grado di “mangiare” lo zucchero delle alghe;

questa scoperta può portare moltissimi progressi nel campo dei biocarburanti, che per essere prodotti non hanno più bisogno di ettari di terreno, ma di alghe, il cui zucchero può

essere rilasciato molto più facilmente rispetto alla lignina, comportando quindi meno sprechi nella produzione di biocarburanti.

Dal Parlamento di Sara Giannessi Ogni giornalista si propone un fine per il quale scrivere articoli: il mio è quello di informarvi. “Qual è la novità?”, direte voi, “siamo pieni di mezzi di informazione!” il problema è che con tutti questi mezzi di informazione, non si è mai veramente al corrente di quello che succede! Si sentono solo opinioni, critiche ecc ecc, che sono giustissime, se avessimo la possibilità di formare una nostra opinione. Ad esempio, tutti sappiamo che l’Italia è retta da un governo tecnico, formatosi in un periodo di crisi(economica e di governo) e senza un preciso orientamento partitistico. Come dice la parola,i ministri di questo governo sono tecnici, persone con specifiche competenze in un determinato settore; ma nessuno si è mai preoccupato di farci sapere in modo chiaro anche solo i nomi di questi ministri! Bene è questo il compito che mi sono preposta: il mio scopo non è di farvi formare un’opinione politica, ma semplicemente quello di informarvi. Ecco quindi la lista dei nostri neoministri: MARIO MONTI, Primo Ministro e Ministro dell’Economia e delle Finanze, economista e accademico, ex presidente della Bocconi, commissario europeo per la concorrenza fino al 2004 CORRADO CLINI, Ministro dell’Ambiente, ex direttore sanitario del Servizio Pubblico di Igiene e medicina del Lavoro di Porto Marghera (Vene-

zia), ex direttore generale del ministero dell’ambiente, PAOLA SEVERINO, Ministro della Giustizia,laureata in giurisprudenza LORENZO ORNAGHI, Ministro dei ed ex preside della facoltà di giuriBeni Culturali, laureato in Scienze sprudenza,avvocatessa di fama; politiche e ex titolare della stessa cattedra presso l’università di Tera- FRANCESCO PROFUMO, Ministro mo, ha ricoperto vari incarichi in so- dell’Istruzione, dell’Università e delciètà e giornali; la Ricerca, ingegnere e accademico,ex presidente del consiglio nazionale delle ricerche, ex preside della facoltà di ingegneria MARIO CATANIA, Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, ha svolto vari ruoli all’interno del ministero in passato, ha rappresentato l’Italia a Bruxelles; PIETRO GIARDA, Ministro dei Rapporti con il Parlamento, laureato in economia e commercio, ha ricevuto vari incarichi governativi presso io ministero del tesoro; FABRIZIO BARCA, Ministro della Coesione Territoriale, economista, ex RENATO BALDUZZI, Ministro della presidente del Comitato delle politi- Salute, giurista e accademico,professore di diritto costituzionale, memche territoriali dell’OCSE; bro di vari comitati scienetifici; ANDREA RICCARDI, Ministro delle Cooperazione Internazionale, stori- CORRADO PASSERA, Ministro dello co e accademico, studioso della sto- Sviluppo e delle Infrastrutture e Traria contemporanea,ha ricevuto varie sporti banchiere e manager, onorificenze anche all’estero; PIETRO GNUDI, Ministro dello Sport GIAMPAOLO DI PAOLA, Ministro del- e del Turismo, dirigente aziendale ex la Difesa,ammiraglio, tra i vertici de- presidente dell’Enel e Confindustria. gli organi militari internazionali e nazionali, ricevendo varie onorefi- Spero di aver stimolato la vostra curiosità; per ulteriori informazioni, cenze; consultare Wikipedia. ;)

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Buonanotte e sogni lucidi! di Silvio Manu Sognare ed essere svegli sono due concezioni che le persone si sono abituate a considerare incompatibili. Questo perché si pensa che in presenza dell’una non si può verificare l’altra: non si può essere svegli se si sta sognando, quindi dormendo. Il punto è che tutto questo è sbagliato, sbagliatissimo! C’è un particolare stato fisico e mentale dell’uomo che gli permette di sognare pur rendendosi conto di essere in un sogno, quindi in qualche modo è sveglio. Si chiamano sogni lucidi, vengono studiati da decenni anche se si pensa che addirittura gli antichi greci fossero già a conoscenza di questo tipo di sogni. Attualmente il riferimento principale per le nuove scoperte in questo campo è Stephen Laberge, scienziato all'università di Stanford e fondatore del Lucidity Insitute, che ha permesso grandi progressi nelle ricerche sui sogni lucidi. Ma più precisamente, cosa sono i sogni lucidi? Mentre una persona sta sognando di solito subisce passivamente il sogno , come se si stesse guardando un film, film che al risveglio verrà ricordato in modo poco dettagliato e molto confuso. Ma ci sono tecniche che permettono al soggetto di rendersi conto di essere in un sogno, riuscendo poi a controllarlo. Nella realtà effettiva gli impedimenti per un uomo sono moltissimi : leggi fisiche , leggi dello stato, leggi morali, leggi temporali, dimensionali etc... Ma nel sogno? Essendo il sogno lucido uno stato psicofisico, dunque personale ed

esclusivo della mente, le possibilità cidità è bassa; che si aprono sono infinite in quanto • SL: Sogni Lucidi. Il sognatore ha nessuna legge reale può agire sul souna maggiore consapevolezza di gno a meno che il sognatore non lo stare sognando ed interagisce con voglia. Quello che più facilmente si il mondo onirico coscientemente, riesce a fare è, di solito , volare o ciò nonostante è ancora legato fare grandi salti. Chiunque di voi letalle leggi fisiche della realtà a cui tori sia mai riuscito a volare in un è abituato; sogno è stato parte di un sogno luci- • SLPC: Sogni Lucidi Parzialmente do! Esistono, sono una realtà effettiControllati. Il sognatore è consava e studiata dalla scienza, con conpevole di trovarsi in un sogno e di tinui progressi ed è proprio grazie a essere autore/artefice di tutto ciò questi ultimi che si sono sviluppate che lo circonda. Può interagire, particolari tecniche che ci permettomodificare e controllare il mondo no di aumentare la lucidità dei noonirico quasi completamente; la stri sogni. Per poter controllare i sonitidezza della realtà che lo cirgni bisogna modificare la propria viconda è sempre più paragonabile sione di sogno e cimentarsi nelle vaad una realtà virtuale, quindi in rie tecniche di induzione. parte si ritrova limitato dalla somiglianza con il mondo da svegli; In base al livello di lucidità i sogni • SLTC: Sogni Lucidi Totalmente lucidi possono essere così suddivisi Controllati. Il sognatore è piena(fonte : sognilucidi.it) mente consapevole di trovarsi in • Pre-lucidi: il sognatore ha la un sogno e di essere totalmente sensazione o la certezza di stare responsabile delle situazioni consognando, rimanendo però insce. La memoria del mondo da fluenzato da sogno che vive.La lu-

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PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal” svegli (il mondo reale) gli permette di vivere coscientemente il sogno, nel pieno controllo delle azioni. Può modificare a proprio piacimento l’ambiente onirico ed agire senza limiti, aggirando le leggi della fisica e osando quello che non si è mai visto nel mondo reale. La nitidezza è altissima e le sensazioni ed emozioni percepite diventano parametro per la realtà del mondo onirico. L'inconscio in questo caso non è più un limite per il sogno difatti non è più legato alle percezioni della realtà. Il controllo aumenta in base alla concentrazione mentale di tutto quello che ci circonda e di quello che noi siamo. Un consiglio è di non usare affatto il corpo fisico onirico per osare cose soprannaturali. Il primo consiglio da dare a coloro che vogliono provare ad avere un sogno lucido è sicuramente quello di tenere un diario dei sogni nel quale bisogna raccontare tutto quel che si ricorda di un sogno subito dopo essersi svegliati.In questo modo il cervello porrà sempre più attenzioni sui dettagli e sui particolari dei sogni sviluppando rapidamente una maggiore capacità di ricordarli. Per poter trasformare un normale sogno in sogno lucido si devono fare dei test di realtà (RCT, Reality Control Test), cioè un metodo di riflessione sulla realtà che aumenta in modo incredibile le possibilità di fare sogni lucidi mentre il sogno è già in corso. Tutto dipende dalla propria consapevolezza di quello che ci circonda. Alcune volte ci sono strani elementi che si ripetono in più sogni. Questi elementi costanti sono chiamati dream signs e sono molto utili. Facendo dei test di realtà quando vedi questi dream sign nella realtà, ti alleni a notarli e a fare test di realtà quando appaiono nei sogni. Il test più usato è quello dell’oltre-

passare la mano con un dito. Se nella realtà si prova ad oltrepassare una mano con un dito la fisica ne impedisce il passaggio, se lo si fa in un sogno questo non accade. Oppure provate a guardarvi ad uno specchio dentro al sogno, cosa vedete? Noterete sicuramente qualcosa di strano, infatti non ci sarà mai la vostra immagine perfettamente riflessa,anzi, molto spesso non ci sarete proprio. Un altro test è quello del respiro : tappatevi il naso in modo da non permettervi di respirare. Sentirete lo stesso il respiro che scorre nei vostri polmoni anche se il naso è attappato. Provate anche a scrivere da qualche parte : la maggior parte delle volte non ci si riesce e se lo si fa il risultato è illeggibile. Anche alcune domande aiutano molto ,per esempio: "Come sono arrivato qui?" “Li ho messi io i vestiti che indosso?” “Sono sveglio? Conosco questo posto?” Quando bisogna fare i test di realtà? Ci sono diversi momenti nei quali un aspirante sognatore lucido dovrebbe fare un test di realtà (fonte : sognilucidi.it): • Il più importante è OGNI VOLTA CHE PENSI DI DOVERLO FARE. Se pensi ai test di realtà, o dici "Hmm, questa è il tipo di cosa per la quale dovrei fare un test di realtà,FALLO! • Ricordati di fare un test di realtà ogni volta che pensi o che vedi uno dei tuoi dream sign. Se il tuo dream sign è il tuo cane, e se mentre cammini per strada vedi il cane di qualcun altro che ti ricorda te con il tuo, fai un test di realtà. Se stai pensando ai dream sign e ti ricordi che il tuo è il tuo cane, fai un test di realtà! • Fai un test di realtà ogni volta che si verifica qualcosa di strano o di inusuale, o quando non riesci

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bene a comprendere cosa sta succedendo attorno a te. • Fai un test di realtà ogni volta che ti svegli. In questo modo scoprirai eventuali falsi risvegli. • Fai un test di realtà ogni volta che hai finito di fare un test di realtà. Può succedere che nel sogno, un test di realtà fallisca, facendo si che la cosa impossibile non si verifichi. Invece di essere ingannato, fai sempre più di un test di realtà per essere VERAMENTE sicuro di non stare sognando. Prova ad usarne tipi diversi, aspettati ogni volta che funzionerà e immaginalo mentre funziona. • Fai un test di realtà adesso. Tutte queste azioni, queste domande, questi pensieri se diventano frequenti il cervello ci permetterà di ripeterli durante i sogni in modo autonomo, quasi involontario. Una volta entrati in un sogno lucido c’è il rischio di svegliarsi. Anche questo cambierà con l’aumentare dell’esperienza, ma all’inizio potrebbe essere un problema. Dunque come fare?Appena si è entrati in un sogno lucido aprite le braccia e cominciate a girare su voi stessi, questo coinvolgerà molto l’equilibrio del corpo che permetterà al cervello di passare per reale quella situazione, permettendoti di continuare il sogno. Questo si può fare ogniqualvolta che il sogno sembra stia per finire. Un altro modo per continuare a sognare è quello di urlare “aumenta la lucidità!” più volte, in questo modo il cervello comincerà a sentire gli stimoli del proprio desiderio e non tenterà il risveglio. Detto questo cominciate con le prime esperienze dei sogni lucidi e mi raccomando : non saltate la fase del diario, è molto importante. Se questo mese fate il dovuto otterrete sicuramente buoni risultati e sarete pronti per il prossimo articolo sui sogni lucidi. Cominciate a sognare!


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Quando la violenza genera silenzio Stermini troppo scomodi per essere ricordati

di Claudia Adamczuk

Il 27 gennaio è stato celebrato il sessantasettesimo anniversario dell'apertura dei cancelli di Auschwitz, una data importante per l'umanità che intende in questo modo ricordare come i peggiori incubi possano diventare realtà. Tale giornata ha il compito di far rivivere per un attimo i quasi sei milioni di ebrei massacrati in uno dei capitoli più sgradevoli che la storia abbia mai scritto. La presa di coscienza degli eventi avvenuti durante la Shoah ormai fa parte dell'educazione delle nuove generazioni, bombardate da informazioni da parte della scuola, della famiglia e della televisione. Eppure la prima impressione che nasce dalla campagna di sensibilizzazione è che il genocidio ebreo sia così tanto ripugnante da essere frutto di qualche insolita mente malata, che ha avuto la “fortuna” di riuscire a manipolare le masse. In alcuni addirittura si sviluppa un sentimento di astio nei confronti della popolazione tedesca. Questo è un errore gravissimo, perché tende a sottovalutare il problema. Le torture, l'odio degli uomini verso i loro simili, gli stermini non sono il frutto della pazzia di un singolo leader o del suo popolo, ma sono dovuti ad un “germe malvagio” che, come la vera storia insegna, può trovarsi in ognuno. È di questo che gli uomini devono prendere

coscienza. Devono fare attenzione alle persone che hanno attorno, e soprattutto devono analizzare con accuratezza gli uomini da cui scelgono di farsi governare. Allora perché la società punta i riflettori sulla Shoah, facendo cadere nell'oblio tutti gli altri stermini? Sono meno importanti, meno dolorosi? Che dire per esempio del genocidio degli Armeni? Per chi se lo fosse dimenticato, in Turchia nel 1908 il movimento dei Giovani Turchi, caratterizzato da un programma nazionalista e xenofobo che sognava una “Grande Turchia”, acquisì sempre più potere, mentre gli Armeni, una minoranza cristiana, invocavano l'indipendenza del loro territorio. Inizialmente visti come infedeli da convertire, questi ultimi furono vittima di oppressione, che con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, sfociò in un vero e proprio genocidio. Difatti molti Armeni della Turchia rifiutarono di partecipare alla guerra, in quanto non intendevano combattere contro la Russia, dove vivevano altri Armeni. L’intolleranza, però, andava aumentando, a causa della paura che i turchi avevano dei russi. Se questi avessero invaso il territorio turco, infatti, gli armeni avrebbero potuto schierarsi con loro. Iniziò così il massacro. Agli Armeni venne comunicato che stanno per essere trasferiti in campi speciali, campi che naturalmente non esistevano. Gli uomini furono divisi dalle donne e dai bambini e uccisi quasi subito. Le donne e i bambini invece furono costretti a fare una marcia in mezzo alle montagne e al deserto siriano. La maggior parte di loro morì per

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fame e sete, e i sopravvissuti furono lasciati morire sotto al sole. La popolazione armena fu vittima di furti, di saccheggi, a molti bambini furono amputate le mani, le donne venivano violentate e impalate. Furono un milione e mezzo gli Armeni uccisi in tali condizioni, ovvero il 70 % di quelli viventi nel 1915 (per fare un paragone, gli ebrei sterminati costituivano il 50% del popolo). Famoso è il caso di un ufficiale di polizia che gettò 200 orfani in un rogo, lasciandoli morire tra le fiamme e che legò mani e piedi a 500 bambini costringendoli a sdraiarsi sul ciglio della strada per poi decapitarli schiacciando le loro teste con un carro. I vincitori della guerra avevano minacciato di portare in tribunale i fautori del genocidio, ma le minacce non ebbero riscontri con la realtà dei fatti, e la questione passò in secondo piano. Perfino oggi la Turchia nega il genocidio. È recente la legge voluta da Sarkozy che punisce coloro che continuano a negare tale avvenimento storico, anche se molti ritengono che tale mossa deriverebbe da fini elettorali più che da sentimenti filantropici del presidente francese. La Turchia, adirata dal provvedimento preso da Sarkozy, risponde affermando che un paese che ha torturato e massacrato dimenticandosi poi le sue azioni, come la Francia, non può permettersi di emanare una legge del genere. Infatti la Francia è responsabile della morte di migliaia di algerini. Interessante notare come le fonti discordino sul numero dei morti: si passa dai 250 mila al milione e mezzo. L'Algeria fu


PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal” colonizzata dalla Francia, e dopo un iniziale opposizione si arrese nel 1847. Gli algerini da quel momento non poterono riunirsi in pubbliche assemblee, portare armi e nemmeno lasciare i loro villaggi senza speciali permessi. Verso gli anni '30 si svilupparono movimenti nazionalisti che dopo la Prima Guerra Mondiale chiedevano insistentemente uguaglianza nei diritti, scontrandosi così con una dura opposizione francese. Nel 1954 nacque il primo comitato rivoluzionario del Fronte di Liberazione (FLN), e il primo novembre dello stesso anno scoppiò la guerra di liberazione, che gli algerini affrontarono usando soprattutto la tecnica della guerriglia. Ma la repressione francese fu molto dura. I francesi deportarono i civili nelle prigioni, chiusero le frontiere con la Tunisia e con il Marocco, uccisero e massacrarono. Un soldato testimone rivela: “Le donne venivano violentate nove volte su dieci in funzione della loro età e del loro aspetto fisico”. La storica Raphaëlle Branche nella sua opera La torture et l'armée pendant la guerre d'Algerie, 1954-1962 racconta che lo stupro era il mezzo di tortura più utilizzato sia sulle donne che sugli uomini, spesso era di gruppo ed era realizzato anche utilizzando di vario tipo. La Branche afferma inoltre che a ricorrere a tali metodi erano non solo gli ufficiali ma anche i soldati di leva, e venivano utilizzati sia per ottenere informazioni sia in campagna senza alcun motivo. Molto diffuso era anche il gégène, un tipo di tortura elettrica che utilizzava un magnete di segnalazione militare i cui elettrodi si potevano fissare ad una qualsiasi parte del corpo, specialmente agli organi genitali. Sylvie Thenault riporta una conversazione tra due soldati francesi che sostenevano anche ufficialmente le torture in quanto considerate più economiche ed efficienti delle prigioni. Essi

credevano che la tortura è in grado di estorcere informazioni come una reclusione di dieci anni, ma solo se praticata al limite della sopportazione, altrimenti può portare la polizia su piste sbagliate. I giovani algerini tramandano tuttora le storie dei loro nonni, tra donne incinte sventrate e morti scomparsi nella calce viva o calati in mare da un elicottero o sepolti in fosse comuni. Tremende sono anche le testimonianze delle torture delle forze di polizia francesi, che si sono meritate il soprannome di “Gestapo d'Algeria”. I prigionieri arrivavano dalle caserme di polizia negli uffici dei giudici istruttori coperti di sangue, gli avvocati non potevano comunicare con loro e i medici, nonostante l'evidenza, ne attestavano un perfetto stato di salute. Venivano inflitte loro scosse elettriche, posti ferri roventi sotto la pianta dei piedi, botte sul capo incappucciato. Alcuni venivano

addirittura bruciati vivi con la benzina e tenuti in vita per essere mostrati ad altri prigionieri, con lo scopo di far confessare questi ultimi. Scandaloso come i colpevoli rimanessero impuniti e come invece fossero denunciati per diffamazione i giornalisti che cercavano di far valere la giustizia, come per esempio accadde con Jean-Marie Le Pen. Questo torturatore, è stato tra l’altro un elemento di spicco nella recente politica francese e nonostante abbia pronunciato affermazioni razziste e antisemite, abbia lanciato un disco con canti del Terzo Reich e abbia definito le camere a gas un “dettaglio di poco

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conto”, le sue idee estremiste che proclamano tra l’altro la reintroduzione della pena di morte e la restrizione sull'immigrazione da paesi extraeuropei, lo hanno portato quasi a farsi eleggere come presidente nel 2001. Inoltre dal 1984 al 1999 Le Pen ha avuto un seggio al Parlamento europeo in cui è stato rieletto nel 2004 e nelle elezioni regionali francesi del 2010 ha ottenuto il 20,29 % dei voti al primo turno e il 22,87 % al secondo. Dunque perché la società oscura tali fatti? Perché non da la stessa importanza agli altri massacri, rimanendo in silenzio e lasciando impuniti i colpevoli, insistendo solamente sulla Shoah? Spero che la vostra risposta non riguardi il numero degli uomini uccisi, che vi sembra maggiore di tutti gli altri genocidi, perché resterete delusi. Infatti l'Holodomor (“infliggere la morte attraverso la fame” in ucraino) ne conta ben 7 milioni. Nel 1929 Stalin, per stimolare l’arretrata economia socialista, varò un programma finalizzato alla creazione di una possente industria statale e alla nascita delle aziende collettive nelle campagne. Dopo l’opposizione ucraina a tali forzature, Stalin soppresse fisicamente e deportò all’estremo nord 12 milioni di contadini, abolì la proprietà privata e istituì la collettivizzazione forzata. Il terrore di massa toccò il culmine nel 193233 con la carestia pianificata. Il leader infatti avanzò una politica fiscale insostenibile che esaurì le risorse monetarie della regione. Essa consisteva in requisizioni dell’intera produzione agricola dei kolchoz, nella proibizione del sostegno da altre regioni dell’URSS e nel ritiro dei passaporti. Ad usufruire del grano sottratto agli ucraini fu anche l’Occidente, infatti Stalin lo rivendette sottocosto in Gran Bretagna, in Germania e in Italia. La superstite Aleksandra A. Maslo racconta in lacrime il ricordo del fratellino che non riusciva ad ottenere cibo dalla madre perché la donna disperata sapeva di non riu-


PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal” scire a salvare tutti i suoi figli, preferendo perciò cibarne solo alcuni. Quando il becchino entrò in casa per prendere il cadavere del fanciullo portò via anche la madre in fin di vita, ma ancora viva. A nulla servirono le urla della piccola Aleksandra, perché il becchino, sapendo che la donna sarebbe morta entro un giorno, non aveva voglia di tornare nuovamente nella casa. Quella ucraina fu la più grande carneficina che la terra abbia visto finora. Se non riuscite a immaginare il numero dei morti, provate a trasportarvi in una Svizzera deserta. Com’è possibile che un genocidio come questo fu dimenticato? Persino nei documenti sui genocidi del 1978 e del 1985 l’Ucraina non era nominata. Alcuni inoltre sostengono che quella che di solito viene chiamata “carestia” del Bengala (3 milioni di morti) del 1943 sia stata in realtà un altro caso di Holodomor strumentalizzato dagli

inglesi, ma queste affermazioni hanno suscitato molte opposizioni. Ma come dimenticare lo stupro di Nanchino, in cui in 6 settimane, tra il 1937 e il 1938, i giapponesi uccisero ,tra stupri e numerose altre nefandezze 300 000 civili cinesi? E del massacro di My Lai del 16 marzo del 1968, in cui alcuni soldati statunitensi uccisero 347 civili vietnamiti nei pressi di Song My, anche loro torturando e stuprando, fino a che l’equipaggio di un elicottero di ricognizione statunitense non si frappose tra i soldati e i sopravvissuti minacciando di sparare sui connazionali? E dei 10000 musulmani bosniaci uccisi 17 anni fa a Srebrenica, a pochi kilometri da noi? Come vedete, le atrocità non sono un caso a parte della storia, ma sono la storia. Ora siamo noi, i giovani della nuova generazione ad avere il compito di scriverne le nuove pagine senza macchiarle di sangue. Dovremmo

lottare con tutte le nostre forze se un giorno ci capitasse di vivere situazioni come queste, e le nostre coscienze dovrebbero indignarsi sapendo che mentre noi ce ne stiamo tranquilli davanti alla

stata neve.

tutto più bianco e bello. Ma il cielo era grigio. Lontano dalla scrivania illuminata soffusamente dalla lampada, la casa si faceva sempre più grigia. Se ci fosse stata la neve, avrebbero parlato del tempo, e lei gli avrebbe raccontato di quando era bambina, e avrebbero passeggiato nel bianco. But there is no water, only rocks. Il cielo grigio, il silenzio. Solo il cigolare della penna che scriveva parole che non avrebbe mai detto. Forse però… la finestra era più bianca della stanza. Fuori era più bianco di dentro. Fuori dove cadeva la pioggia. Un grigio più bianco e meno nero. Prese le chiavi e il libro, anche se pioveva, e uscì per dirle che l’amava. La porta sbatté, lasciando il gatto grigio solo al buio. Fuori cominciava a nevicare.

televisione o ci scateniamo in discoteca centinaia di persone, di nostri coetanei, di bambini sono torturati e assassinati. E soprattutto non possiamo permettere né che gli altri paesi neghino i loro stermini, né che le nostre istituzioni e le persone che abbiamo attorno rimangano in silenzio.

La Neve di Giulia Guidotti Le previsioni dicevano neve. Eppure, ogni volta che gettava uno sguardo di sbieco fuori dalla finestra, la finestra diceva pioggia. Cadeva fitta, fittissima, talmente fitta che sembrava non esserci, confondendosi con l’aria. Gli era difficile vederla, anche per il vetro sempre più appannato e bianco. La stanza, invece, era scura di noia, come quei pomeriggi di inverno in cui non puoi fare niente perché questo dice il cielo: niente. Non era andato a lavoro perché le previsioni dicevano neve. Le scuole e gli uffici pubblici erano chiusi, perché le previsioni dicevano neve. Non era andato in biblioteca alle undici, dove lei sedeva sempre allo stesso tavolo, perché le previsioni dicevano neve. Anche se forse lei sarebbe andata anche se la città fosse stata bianca e quella pioggia fosse

Il suono delle gocce sui palazzi restava uguale a se stesso. Quelle giornate di pioggia, che da bambino ti impedivano di giocare a calcio, che da adulto ti costringevano ad aprire l’ombrello. Non che non gli piacessero, no. Erano niente, solo niente. Il niente non può piacere o non piacere. È niente. Ma per quel giorno lui non aveva previsto il niente. Lui aveva deciso che avrebbe fatto qualcosa, molto, tutto. La neve bianca avrebbe reso

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A mente libera… Rubrica poetica di Ivan Procaccini ­Silenzio­ Affogo in un assordante lago di parole non dette.

Horus = Gesù? Abbandonate la religione. Datevi ai documentari gratuiti che trovate navigando in rete.

di Domenico Cerrato Internet è ormai diventato una risorsa d’informazione fondamentale, senza dubbio la più importante dell’era contemporanea. A differenza di quanto accade con la televisione e i giornali, infatti, ogni utente non recepisce passivamente le news, ma può controbattere e inserire egli stesso riflessioni e notizie sulla rete. Tuttavia, proprio grazie (o a causa) del carattere libero del web, non poche sono le bufale che negli ultimi anni hanno riscosso successo tra i fruitori del cyberspazio. L’aspetto davvero increscioso riguardante queste notizie-fake è che coloro che ne vengono a conoscenza non si limitano a credervi ciecamente, ma tentano di diffondere la verità appena acquisita tra gli utenti di tutta la nazione o addirittura del mondo. Una tra le bufale recenti più famose è il presunto smascheramento della storia di Cristo da parte del web film Zeitgeist the Movie, girato da Peter Joseph nel 2007. Senza uno straccio

di prova, infatti, Zeitgeist ha convinto migliaia di persone che la storia di Cristo e quella del dio egizio Horus sono identiche. Ovviamente in molti, forti dell’anticlericalismo che oggi è piuttosto diffuso tra una buona fetta di giovani, hanno iniziato ad argomentare le proprie tesi antireligiose citando quelle del filmdocumentario, per di più tacciando di ingenuità i fedeli cristiani. Non che la maggior parte dei credenti al mondo sia spiritualmente profonda o informata sul proprio credo, ma se c’è una cosa peggiore dell’essere creduloni, questa è accusare gli altri quando si è i primi a credere a tutto. Approfondiamo meglio la questione. Domanda: chi è colui che nacque il 25 dicembre da una vergine dopo esserle stato annunciato da un angelo, venne adorato nella grotta da pastori e da tre saggi che gli offrirono in dono oro, incenso e mirra, da bambino insegnò in un tempio, ebbe 12 discepoli, all'età di

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30 anni fu battezzato da un uomo che venne in seguito decapitato, combatté 40 giorni nel deserto contro Satana, compì miracoli come la resurrezione dei morti e la camminata sulle acque, fu crocifisso tra due ladroni e dopo tre giorni risorse dai morti? Se avete risposto Gesù, probabilmente da bambini avete frequentato il catechismo settimanale inutilmente. Secondo la storica D.M. Murdock (il cui pensiero è interamente riproposto in Zeitgeist), infatti, avete sbagliato risposta. Fu Horus! Esatto, lo stesso Horus che veniva adorato dagli antichi Egizi come il dio-falco, figlio della dea Iside e del dio Osiride. Su quale prova si basa la “storica”? Su un’ unica iscrizione ritrovata a Luxor, dalla cui analisi un certo Gerald Massey (1828-1907), poeta ed egittologo autodidatta, ricavò una versione piuttosto insolita della vita di Horus e la comparò con quella del Cristo dei Vangeli.


PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal” Ovviamente in totale contrasto con l’egittologia mondiale. Sembra dunque che le coincidenze tra le vite delle due divinità siano frutto di uno studio non riconosciuto ufficialmente da alcun esperto in materia. Eppure la stessa teoria è stata ripresa dal comico statunitense Bill Maher nel suo documentario parodistico Religiolus e persino dal programma radiofonico italiano Zoo di 105.

Evidentemente la pigrizia di pensiero e l’assenza di spirito critico non sono prerogative dei soli credenti, sebbene alcuni pensino questo. Rifiutare i dogmi religiosi in quanto verità assolute e finire con il considerare veritiere le tesi di un documentario cospirazionista della rete, infatti, non rappresenta proprio il massimo della razionalità. Non che si debba credere per forza alla storia evangelica di Gesù (ci

mancherebbe), ma sparare a zero su un argomento senza mettere in dubbio le proprie convinzioni non giova alla verità. Affermava un grande filosofo italiano del ‘900, un tale Noberto Bobbio: “La vera differenza non è tra chi crede e chi non crede ma tra chi pensa e chi non pensa”. E tra chi si informa e chi crede di informarsi.

Dubstep e musica classica Questione di feeling

di Silvio Manu Non importa quale sia il nostro umore, chi ci circonda ,che tempo faccia o che ore siano : la musica fa effetto su di noi in qualsiasi circostanza. Basta trovare quella canzone che accompagni lo stato d'animo o che lo ribalti completamente, creando così nuovi punti di vista, nuove prospettive, orizzonti più vicini . La gran quantità di generi musicali lasciano aperte le porte a ogni tipo di preferenza, dalle canzoni commerciali delle radio, ai ritmi frenetici della musica disco fino ad arrivare alla musica classica. Lasciarsi trasportare dalle note di una canzone e fischiettarla dopo poco è estremamente facile, così come è naturale e a volte involontari imparare dei versi che rappresentano proprie esperienze o sentire il bisogno di ballare quando un ritmo entra in testa. Ma cosa succede quando la musica comincia ad avere una struttura apparentemente indefinita, con parole spesso assenti o interrotte, con l'alternanza di ritmi diversi e un suono completamente digitale? Nei primi anni del 2000 , nel Regno Unito, viene a crearsi un nuovo genere con le caratteristiche sopra citate : la musica Dubstep. E' molto

particolare, derivato dalla musica dance elettronica e si ramifica in vari sottogruppi. La prima cosa da fare per poter apprezzare questo genere è spogliare da ogni pregiudizio la musica elettronica, perdere di vista tutto quel che si conosce della musica dance, perché dupstep è un genere incredibilmente innovativo capace di generare emozioni fortissime. Sono proprio questi i consigli di chi compone musica dubstep: aprire la propria mente per una nuova esperienza musicale ,tenere il volume alto e armarsi di tanta fantasia. E' musica che , se ascoltata attentamente , farà

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sicuramente provare sensazioni mai provate prima , viaggi mentali mai creati o neanche minimamente immaginati. Le persone che ascoltano questo genere hanno sintomi comuni durante l’ascolto delle canzoni : l'adrenalina che sale, la voglia di alzare il volume, il non voler stare fermi e la voglia di far esplodere ogni emozione presente nel proprio corpo. Provate ad ascoltare qualche canzone ( in fondo all'articolo c'è un piccolo elenco musicale su questo genere) muniti di casse o cuffie a tutto volume, concentrandovi solo sulla canzone : potrete dire di aver conosciuto


PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal” sensazioni nuove! Tra coloro che apprezzano la dubstep ci sono, caso curioso, molte delle persone che sono legate alla musica classica, anche se sono due generi completamente diversi. Per quale motivo? La musica classica è composta da canoni precisi, suoni prodotti da strumenti veri che sono inseriti nell’orchestra secondo una struttura standard , il tutto basato su anni e anni di sviluppo musicale,dunque un genere opposto alla musica dubstep. Come si può spiegare , dunque , questo strano apprezzamento? Questione di feeling? Probabilmente sì. Infatti la musica classica è in assoluto il genere che maggiormente riesce a coinvolgere emotivamente gli spettatori. Lo provano, per esempio, le scelte delle colonne sonore nei film, strumento usato per ricreare il giusto sentimento in chi sta guardando le scene. Non bisogna però , neanche in questo caso, riempirsi la testa di stereotipi: non si pensi solo a Beethoven, Mozart , Bach, musica “vecchia” (per alcuni) e ascoltata solo da chi suona uno strumento. La musica classica è un qualcosa di infinitamente più grande. Ci sono moltissimi esempi moderni di

compositori che hanno stanno avendo molto successo, peccato solo che il loro pubblico è composto in minima parte da giovani, sono pochi i ragazzi della nostra età ad apprezzare la classicità della musica. Ci sono moltissimi artisti da citare, ma meritano attenzione soprattutto quelli che non sono molto conosciuti, eppure compongono spesso , soprattutto colonne sonore. Un esempio sono i Two Steps From Hell, un duo musicale statunitense formato dai compositori Nick Phoenix e Thomas J.Bergersen.Il duo, fondato nel 2006, compone musica orchestrale per trailer cinematografici e televisivi ed ha già creato 16 album con più di 100 canzoni .Di questi 16 album solo 2 sono venduti al pubblico ed esclusivamente reperibili attraverso il digital delivery , per intenderci, la distribuzione digitale, il resto dei brani sono venduti esclusivamente come colonne sonore a registi. Ma ci sono molti altri nomi che spiccano in questo ambito, negli ultimi anni : Yann Tiersen, Hans Zimmer, Javier Navarrette , Michael Nyman e tanti altri. La musica è diventata una compagna fondamentale per la maggior parte di noi , ma non limitiamoci ad ascoltare le solite cose che i media ci propongono, non bisogna soffermari

solo su aperte le stupirvi. curiosità, piacere.

precisi generi. Lasciate porte alla musica e saprà Informatevi, cibatevi di di sete, di conoscenza,di

Di seguito un piccolo elenco di canzoni , sia di musica classica che di musica dubstep ( consigliata la ricerca su youtube ) . DUBSTEP • Noisia-Machine Gun ( 16 bit remix) • Deadmau5 feat. Rob Swire – Ghosts N Stuff • Ukf dubstep mix- August • Mt Eden Dubstep – Escape/Elmalkay- Whe I look at you • Parametic –Ready Set • Subvibe- Real Wold VIP MUSICA ORCHESTRALE • Two Steps from Hell- Heart of Courage • Two Steps from Hell – Protectors of the Earth • Eric Levi- I believe • Michael Nyman – The Heart Asks Pleasure First • Yann Tiersen- Comptine d'un autre ete l'apres midi • Javier Navarrete- Pan's labyrinth lullaby • Hans Zimmer – He’s a Pirate

di Sara Caracciolo

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ACTA Iniqua di Francesco De Dominicis Ci stanno provando in tutti i modi. Basti pensare alle restrizioni di Twitter o Blogspot delle ultime settimane, oppure alle leggi PIPA e SOPA americane per capire che anche Internet, l'ultima realtà veramente libera (per quanto virtuale), rischia di cadere nelle mani di pochi potenti. Chi sono questi potenti? Li troviamo sparsi per il mondo. Ovviamente tra loro ci sono i leader delle grandi dittature mondiali, Cina ed Iran in primis. Questi però da soli non hanno il potere di bloccare la rete mondiale. Ecco quindi che si uniscono a fargli compagnia tutti quei governi che ci ostiniamo a chiamare “democratici”. Ma anche loro non sono poi così potenti. Entra a questo punto in scena l'ultima categoria. Questa categoria è molto più subdola delle prime due. Si finge fuori dai giochi di potere, ma è lei a tirare le fila. Fa credere alla gente di volere il bene dell'umanità, ma in realtà vuole solo preservare questa schiavitù non dichiarata. È la categoria delle grandi multinazionali, di quelle persone che detengono più della metà della ricchezza di tutto il pianeta malgrado siano appena il 2% della popolazione mondiale. Loro sì che hanno da guadagnarci dal controllo di Internet: in questi anni la rete è diventata l'unico posto dove le persone sono libere di autodeterminarsi, di avere proprie idee, senza dar retta alle varie schifezze con cui cercano di controllarci ogni giorno. Sempre loro hanno i mezzi per mettere veramente a tacere il web con accordi o pressioni finanziarie. Questi mezzi si sono concretizzati in una sigla: ACTA. In realtà ACTA è solo una sigla, il suo vero nome è “Anti-Counterfeiting

Trade Agreement” (“Accordo Commerciale Anti-Contraffazione”). La sua storia comincia nel 2007, quando quaranta nazioni, numerose associazioni e alcuni “giganti” del commercio mondiale iniziarono delle trattative segrete. Il loro obiettivo era di creare un nuovo accordo, che avrebbe permesso un maggiore controllo sulle merci coperte dal diritto d'autore. Fino al 2009 il segreto venne mantenuto, e le fughe di notizie furono talmente irrisorie che nessuno se ne curò. In quell'anno, però, qualcuno riuscì ad avere alcune pagine della bozza di questo nuovo trattato. Bastò diffonderle in rete per creare un effetto a catena. Nel giro di poche settimane si sparse per tutto il web la notizia che le industrie di cinema e musica stavano cercando di avere il sopravvento. Iniziarono a parlare di pene carcerarie “sufficientemente elevate da rappresentare un valido deterrente” per le violazioni del copyright e di controlli continui sugli Internet Service Providers (i fornitori dell'accesso a Internet). Scoprire poi che l'Unione Europea partecipava alle trattative all'insaputa del parlamento fu una beffa non indifferente ai principi di democrazia che propagandava. Lo stesso anno, in America, Obama mise il segreto di stato su ACTA, dicendo che era per motivi di “sicurezza nazionale”. Il Parlamento Europeo non ignorò la bufera che stava nascendo, ed il 10 marzo del 2010 chiese che le trattative avvenissero alla luce del giorno. Da quel giorno le cose cambiarono drasticamente. Le paure degli utenti di Internet erano fondate: la bozza, che sarebbe dovuta essere legata solo alla contraffazione, andava ben

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oltre. Con quell'accordo le grandi multinazionali si stavano garantendo il controllo non solo di Internet, ma anche di vari settori “reali”, come l'agricoltura o la produzione di farmaci. Numerosi siti e/o associazioni (La Quadrature du Net, la Free Software Foundation, la Electronic Frontier Foundation, Avaaz.org) si rivoltarono contro questo progetto, mobilitando a loro favore anche l'opinione pubblica. Nelle bozze che seguirono il trattato ebbe pesanti modifiche, che “addolcirono” il progetto originario, pur mantenendo molti elementi pericolosi per la libertà in Internet. L'accordo definitivo venne siglato da una quarantina di stati il 26 gennaio 2012, meno di un mese fa. La sua entrata in vigore però non è ancora definitiva, ed il Parlamento Europeo è chiamato ad esprimersi a giugno su un'ipotetica ratifica. Ma in cosa consiste veramente questo accordo? Abbiamo accennato prima che le sue applicazioni erano vaste, ma qui ci limiteremo a discutere delle sue conseguenze sul web (non basterebbe un intero numero di questo giornalino per spiegare per filo e per segno il trattato completo).


PìgreKo – Giornalino scolastico dell'I.I.S. “Blaise Pascal” In realtà il mondo digitale è trattato in un solo articolo, il 27, ma dovremo comunque far riferimento a vari pezzi del trattato per poter capire cosa sta veramente dicendo. Dopo i soliti preamboli (di sicuro non si tratta di una lettura leggera), l'articolo inizia a parlare delle azioni concrete al terzo paragrafo, e dice: Le parti si adoperano per promuovere gli sforzi di coopera\zione tre le imprese per affrontare in modo appropriato la viola\zione di marchi, diritti d'autore o diritti simili, pur tutelando, conformemente alla normativa delle parti, la concorrenza legittima e i principi fondamentali quali libertà di espressione, equo trattamento e privacy. La Quadrature du Net ha scritto qualche giorno fa che ACTA non è stato limitato più di tanto rispetto alle versioni originali. È stato reso più subdolo. In particolare, questo paragrafo non dice espressamente ciò che fa, ma cerca di attuare quelle che la Commissione Europea chiama “misure extra-giuridiche”. Nel concreto, le “imprese” avrebbero la possibilità di fare tutte quelle azioni (sorveglianza, raccolta delle prove etc.) che sono responsabilità delle autorità giudiziarie. E mentre le autorità giudiziarie devono per legge essere imparziali nel fare il loro lavoro, i privati hanno tutto da guadagnarci nel portare avanti determinate prove invece di altre. Andando avanti nella lettura troviamo il paragrafo 4, lungo quanto importante: Le parti possono disporre, conformemente alle proprie normative e regolamentazioni, che le proprie autorità competenti abbiano la facoltà di ordinare a un fornitore di servizi online di comunicare rapidamente a un titolare di diritti informa\zioni sufficienti per identificare un utente il cui conto sarebbe stato utilizzato per una presunta viola\zione, purché tale titolare di diritti abbia già presentato una denuncia, sufficiente a livello giuridico, di viola\zione di un marchio, di diritti d'autore o di diritti simili e tali informa\zioni siano ricercate ai fini della

tutela o dell'applica\zione di tali diritti. Tali procedere sono applicate in modo da evitare la crea\zione di ostacoli alle attività legittime, incluso il commercio elettronico, pur tutelando, conformemente alla normativa delle parti, la concorrenza legittima e i principi fondamentali quali libertà di espressione, equo trattamento e privacy. Per quanto riguarda il chiedere dati sulla navigazione all'Internet Service Provider, è una cosa già in atto oggi (anche se discutibile dal punto di vista della privacy). La cosa veramente preoccupante di quanto scritto è che le informazioni vadano consegnate non alle autorità giudiziarie ma ai titolari dei diritti! Non ha il minimo senso, e l'unico risultato sarebbe aumentare il controllo delle imprese su di noi! A queste considerazioni vanno aggiunte quelle relative ad un altro articolo, il 28, intitolato “Competenze di esecuzione, informazioni e coordinamento nazionale”. Di questo è molto interessante il paragrafo 2, secondo cui Le parti promuovono la raccolta e l'analisi di dati statistici e di altre informa\zioni pertinenti riguardanti le viola\zioni dei diritti di proprietà intellettuale, nonché la raccolta di informa\zioni sulle pratiche migliori per prevenire e contrastare tali viola\zioni. Non c'è bisogno di un avvocato per capire che questo paragrafo è la totale negazione di quando si parlava di tutelare la privacy nell'articolo precedente. Sembra una scena di 1984, con il teleschermo che ti monitora ogni secondo. Di sicuro questo apre la strada ad uno scenario abbastanza inquietante. Il penultimo punto che analizzeremo lo troviamo molto più avanti nel testo. Con l'articolo 36 si stabilisce il cosiddetto “comitato ACTA”, che ha poteri fin troppo ampi per essere un organo non democratico. L'esempio perfetto di ciò l'abbiamo all'artico 42, che dice: Le parti possono proporre modifiche del presente accordo al comitato. Il comitato

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decide se presentare una proposta di modifica alle parti per la ratifica, l'accetta\zione o l'approva\zione. Insomma la stessa modifica non spetterebbe ad un qualche organo legislativo tradizionale, ma agli stessi privati che premono per l'approvazione dell'accordo. Una volta approvato nulla vieta loro di modificarlo a piacimento in modo perfettamente legale, rendendolo molto più pericoloso di quanto non sia adesso. Infine, l'ultima critica non è tanto incentrata sugli effetti di questo accordo, ma su quanto possano sfiorare il ridicolo coloro che lo hanno scritto. Torniamo quindi indietro fino all'articolo 6, secondo paragrafo, e leggiamo: Le procedure adottate, mantenute o applicate per attuare le disposizioni del presente capo sono giuste ed eque e consentono una tutela appropriata dei diritti di tutte le parti coinvolte nelle procedure. Esse non sono indebitamente complicate o costose, né comportano termini irragionevoli o ritardi ingiustificati. Io non sono esperto di legge, non so come vengono scritte queste cose, ma sinceramente leggere una cosa del genere mi lascia molto perplesso. Non dovrebbero essere gli altri a decidere quanto siano giuste od eque le procedure adottate? In fondo non verranno mai a scrivere il contrario, sembra un modo per farsi propaganda. Una volta letto questo, ci si può veramente fidare di quando parlano di rispettare i principi fondamentali? Non avendo risposte a queste domande, non rimane che aspettare giugno, il “momento della verità”. ACTA è un accordo palesemente antidemocratico (così come è stato antidemocratico il processo di stesura), e sarebbe assurdo che il Parlamento Europeo lo ratificasse. Noi cittadini, da parte nostra, abbiamo il compito di far capire la sua pericolosità e di impedire con qualsiasi mezzo che entri in vigore.


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De Gustibus Rubrica culinaria a cura di Noemi Sgrigna

I MUFFIN I muffin sono dei dolci tipici dei paesi di cultura inglese come Regno Unito e U.S.A, famosi ormai in tutto il mondo. Sono serviti principalmente a colazione o all'ora del the. Il nome“muffin”deriva dall'antico germanico“muffle”,che significava“piccola torta”e le prime

ricette si possono ritrovare nei libri di cucina a partire dal XIX secolo. I muffin in genere sono facili da preparare e possono essere gustati in moltissime varianti. La ricetta che vi propongo riguarda la variante al cacao con ripieno di cioccolato bianco.

Ricordate: −non iniziate a cucinare se sapete di non aver abbastanza tempo; −non sperimentate nuove ricette se dovete portare i vostri manicaretti ad una festa o ad una cena importante. E ora...cominciamo! Ciò di cui avete bisogno : −pirottini −fruste elettriche −2 ciotole −un misurino −teglia per muffin

Ingredienti per 12 muffin: -250 g di farina -2 cucchiai di cacao in polvere -2 e ½ cucchiaini di lievito per torte -1/2 cucchiaino di bicarbonato di sodio -1 uovo -130 g di zucchero -1 bustina di zucchero vanigliato -80 ml di olio -250 g di panna acida -75 ml di caffè -150 g di cioccolato bianco

Procedimento : 1Scaldate il forno a 180°. Mescolate in una ciotola farina, cacao, lievito e bicarbonato 2Sbattete l'uovo e mescolatelo con lo zucchero, lo zucchero vanigliato, l'olio , la panna acida e il caffè. 3Unite i due composti e mescolate fino a che gli ingredienti asciutti diventino umidi. 4Mettete i pirottini nello stampo per muffin e riempiteli fino a metà con il composto. 5Dividete il cioccolato bianco a pezzettini e disponetene uno in ogni stampo, quindi coprite con altro impasto. 6Lasciate cuocere per 20-25 minuti. Una volta cotti lasciateli raffreddare nell'impasto per 5 minuti.

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Harvard Model United Nations di Costanza Cicero Città di Boston, Prudential Center, Sala Principale. Dal posto in cui ero seduta si poteva ammirare l’ondata di studenti che si accalcava alle porte. Le file della grande sala congressi si stavano man mano riempiendo di volti nuovi. Inutile dire quanto fossimo tutti agitati ed emozionatissimi di prendere parte ad una simulazione delle Nazioni Unite. Sono certa che il mio viso non sia rimasto immune all’atmosfera generale della conferenza. Eravamo in attesa dell’inizio delle commissioni, con mille idee per la testa e tanta voglia di iniziare a lavorare a delle strategie e ai nostri discorsi. La scritta rossa che lampeggiava sopra le nostre teste leggeva “Harvard Model United Nations 2012”. In occasione del 59esimo anniversario di una delle simulazioni più antiche del suo genere, ci trovavano lì riuniti a Boston oltre 3000 studenti da ogni parte del pianeta. La cerimonia di apertura è sempre molto significativa in quanto, in qualche modo, ci consegna per la prima volta le “vesti” del personaggio, ovvero quelle di ambasciatore, che indosseremo per l’intera durata delle sessioni. Quest’anno ho avuto il piacere di rappresentare la Repubblica del Paraguay nell’Organizzazione degli Stati Americani, un consiglio regionale facente parte del congresso economico e sociale delle Nazioni Unite. In ogni commissione avvengono dibattiti e negoziazioni su due argomenti che raffigurano i problemi più rilevanti della nostra società, i quali variano a seconda del tipo di competenza di ogni organizzazione.

Essendo io colei che doveva rappresentare uno dei paesi meno sviluppati del Sud America, il dover discutere di trattati di libero commercio tra le Americhe e di corruzione politica non ha definito una delle situazioni migliori in cui trovarsi. Nonostante ciò, ho raccolto tutto il materiale disponibile in rete e in giro per le librerie, assicurandomi basi solide su cui costruire risoluzioni realistiche. Sin dall’inizio si poteva comprendere che la mia commissione era composta da membri validi e preparati, con i quali si potevano articolare discussioni di alto livello culturale e creare soluzioni efficaci. A quanto c’è stato detto, la nostra organizzazione è l’unica che quest’anno è riuscita a rispondere ad entrambe le argomentazioni proposte dallo staff di Harvard. ZZZTra un accordo e l’altro, ognuno partecipanti instaurava sempre di più un rapporto di cordialità e, alle volte, addirittura complicità. Forse è proprio questo l’aspetto più bello di un Model UN. La possibilità di

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ampliare i propri orizzonti e conoscere persone nuove che provengono da tutto il mondo. Questo ti arricchisce e ti fa apprendere molto di più che un po’ di politica internazionale. Un elemento molto interessante che è stato inserito dallo staff dell’Università di Harvard sono le cosiddette “crisi”, ovvero degli avvenimenti o notizie lampo fittizi che danno la possibilità ai membri della commissione di approcciarsi ai problemi comprendendone le immediate conseguenze. E la fantasia dello staff era veramente senza limite. Si passava da una nuova sostanza stupefacente in commercio che rendeva intelligenti, al caso del vice presidente della Repubblica Dominicana, trovato morto con addosso solo la bandiera della sua nazione e positivo alla prima nominata droga. dei Possiamo dire che questi comunicati portavano un po’ di colore e indubbiamente divertimento all’interno delle commissioni. I momenti pieni di emotività non sono mancati, soprattutto alla fine


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delle sessioni, durante la festa di chiusura del Model UN e quando sono stati assegnati i premi. In tutta onestà, non mi aspettavo di vincere nulla. La mia mente era troppo focalizzata sul pensiero di lasciare i nuovi amici, di dover tornare alla realtà, ai compiti, alla solita routine. Quando ho sentito il mio nome al microfono e ho stretto la mano ai talentuosi organizzatori della simulazione, mi sono sentita onorata di aver fatto parte di un’iniziativa

così importante. La gratificazione personale per il premio “Honorable Mention” che ho ricevuto è dovuta principalmente allo splendido staff dell’Unversità di Harvard, che ha nuovamente dimostrato quanto sia prestigiosa questa istituzione scolastica. Inoltre, devo ringraziare l’associazione United Network,il responsabile del progetto storia e memoria della Presidenza della Provincia di Roma, Umberto Gentiloni, e la nostra Preside Laura

Virli per la bellissima possibilità che mi hanno dato. Mi accompagna la speranza che anche qui in Italia le simulazioni delle Nazioni Unite vengano accolte e incentivate da ogni liceo o istituto, un po’ per dare una spinta alla nostra generazione in direzione delle questioni sociali e politiche. “Abbiamo il futuro nelle nostre mani”.

Frammenti a cura di Claudia Voto

“ Signorina, so di non essere uno sconosciuto per lei. L'ho osservata a lungo senza che lei se ne accorgesse, ma da qualche giorno non cerco più di nascondermi. So che è arrivato il momento. Ecco, prima di vedere lei non ho mai amato nessuno. Detesto il provvisorio. Conosco bene la vita. So che tutti sempre tradiscono tutti. Ma tra di noi sarà diverso. Noi saremo un esempio, non ci lasceremo mai neppure per un'ora. Io non lavoro, non ho impegni nella vita. Lei sarà la mia sola preoccupazione. Io capisco che.. che tutto questo è troppo improvviso perché dica subito di sì, e che prima voglia rompere dei vincoli provvisori che la legano a delle persone provvisorie. Ma io sono definitivo! Sono molto felice.

” dal film “Baci rubati” di François Truffaut

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Referenti: Federico Pellati e Giulia Guidotti Grafica: Francesco De Dominicis Sito Internet: Matteo Filippi

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