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A mamma Dina, per avermi dato la vita. A mamma Cesarina, per aver arricchito la nostra famiglia con altri amatissimi fratelli e sorelle, e per averci cresciuti tutti con amore. A mio padre Renato, che ha saputo essere sempre una guida sicura per tutti noi.

Giuseppe Vietina Lucca, 30 novembre 2001


Testi, grafica e impaginazione a cura di

Annalisa De Bernardin Vietina __________________________________________________________________ Edizione non in vendita


La memoria di casa Vietina Il ‘900 attraverso le immagini di una famiglia lucchese

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Renato 6.3.1901 - 11.12.1975 Coniugato in prime nozze con Dina Fortini e in seconde nozze con Cesarina Bertini

Renato 20.5.1926 Giuseppe 15.3.1929 Carla 15.5.1930 - 21.6.1992 Massimiliano 10.7.1941 Dina 11.8.1943 Giacomo 1.5.1945 Bernardetta 26.9.1947 Paolo 27.11.1950 - 28.6.1967

Giulio 31.8.1898 (emigrato in Paraguay) Giovanna 18.8.1919 coniugata con Guido Malfatti

Luigi Francesco 2.8.1894 - 22.1.1962

Liliana

Coniugato con Gina Ciuffi

24.8.1922

coniugata con Mario Romano

Matilde 4.12.1892 -9.3.1934

Annamaria Pia Dolores 1.1.1913 - 31.3.1966

coniugata con Filippo Quessa 1878 -27.11.1920

Laura 31.8.1920 -4.10.1987 coniugata con Ranieri Riparbelli 25.12.1899 - 7.10.1990

Giovanni Vietina e Anita Albertoni 4


Dove si spinge la memoria Le origini della famiglia Vietina vanno ricercate nel paese di Vietina, comune di Montignoso in provincia di Massa. Da quel luogo,alla fine del 1800, giunse a Lucca Giovanni, il ramo dell’albero genealogico oltre il quale la memoria non arriva. La moglie, Anita Albertoni, era invece originaria di Cremona. Anita, “la rigattiera” aveva spirito intraprendente, e gestiva un piccolo negozio in via degli Asili a Lucca. Nel 1943 finì addirittura in prigione, per aver acquistato qualche oggetto d’oro, il cui commercio privato era severamente vietato. Sotto l’ampia sottana teneva, appesa ad un cordino, la sacchetta dei soldi, da cui estraeva talvolta un soldino che elargiva ai nipoti affinché si comprassero una fetta di castagnaccio. Giovanni e Anita ebbero quattro figli: Matilde, Renato, Luigi e Giulio. Quest’ultimo aderì entusiasticamente al fascismo, più per il mito della prestanza fisica che per convinzione politica, e prese parte anche a qualche spedizione punitiva (le famigerate “purghe”) proprio per mettersi in evidenza. Ad un certo punto però, nel 1929, litigò con il capo fascista, Scorza, ed ebbe uno scontro all’arma bianca in piazza S.Michele con la fazione che voleva farlo fuori. Tornò a casa lacero e malridotto e la sera stessa, grazie all’interessamento del cognato Filippo Quessa che gestiva una compagnia di trasporto via mare di emigranti, partì per le americhe, approdando infine nel Paraguay. Da lì si fece vivo una sola volta, alla fine della guerra, offrendosi di inviare ai parenti italiani degli aiuti. Il fratello Renato gli scrisse di rimando che in Italia non mancava nulla, tranne il denaro, ma non ottenne ulteriore risposta. Dopo alcuni anni anche Giovanni Vietina, emigrò in America, in cerca di fortuna, ma non si ebbero più notizie di lui. Matilde, la primogenita, sposò Filippo Quessa, benestante originario di Chivasso, titolare dell’avviata società di spedizioni marittime di cui si è detto. Dell’attività dello zio, Giuseppe ricorda Giovanni Vietina ancora gli enormi registri delle partenze. 5


Abitavano in una splendida casa nel centro di Lucca, all’angolo di via Guinigi. Attorniata dalla servitù, cameriere, cuoco, ecc., Matilde conduceva una vita agiata fra salottino verde, salotto rosso, salotto di vimini... I coniugi Quessa ebbero due figlie: Annamaria e Laura. Quest’ultima andò sposa a Ranieri Riparbelli. Laura e Ranieri si erano conosciuti allo stadio, poiché Ranieri era stato giornalista sportivo dopo essere stato anche giocatore nel Pisa di serie A e arbitro. Nonostante i vent’anni di differenza, si sposarono nella chiesa dell’Annunziata subito dopo la guerra, con Giuseppe a servire messa. Poi andarono ad abitare a Pisa e tornarono a Lucca quando Ranieri entrò alla Banca Toscana (filiale di Lucca) come procuratore . Nel tempo libero si dilettava ancora a scrivere articoli sportivi per la Gazzetta dello Sport. Malgrado la differenza di età, a favore di Matile Elena Giuditta Vietina

Laura Quessa e Ranieri Riparbelli

Renato e Ranieri

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Annamaria Quessa sulla spiaggia di Viareggio nel 1950.


Luigi Francesco Vietina

Il matrimonio di Giovanna Vietina con il baritono Guido Malfatti

Laura, fu lei a morire per prima, mentre Ranieri le sopravvisse fino al 1990, raggiungendo l’età di 91 anni. La primogenita Annamaria, invece, ebbe una vita avventurosa e tormentata, divisa fra Lucca e Roma dove, nell’immediato dopoguerra, ebbe una storia d’amore senza lieto fine con un militare americano. “Leggeva e fumava, fumava e leggeva” questo il ricordo che ne ha conservato il cugino Giuseppe. Luigi ebbe due figlie: Giovanna e Liliana, poi si separò dalla moglie e andò a vivere a Milano. Toccò quindi a Renato accompagnare all’altare la nipote Giovanna che sposò il famoso baritono Guido Malfatti nella chiesa di S.Paolino a Lucca il 13 aprile 1942. Liliana invece andò sposa al vice prefetto Mario Romano. E’ giusto infine ricordare anche una quinta figlia, una sorella naturale di Renato, avuta da Anita probabilmente dopo la partenza di Giovanni per l’America: si tratta di Maria, che visse a Roma dove Giuseppe la cercò, senza però trovarla in casa, in occasione dell’Anno Santo del 1950 Di Renato, al quale questa raccolta di foto e di ricordi è dedicata, si parlerà più diffusamente nelle pagine che seguono. Renato Vietina 7


Adelina

Sonia

Coniugata con Ugo Piegaia

Dina 25.1.1909 - 12.3.1938 Coniugata con Renato Vietina

Renato 20.5.1926 Giuseppe 15.3.1929 Carla 15.5.1930-21.6.1992

Armando 8.7.1903- 3.4.1991

Silvano 19.8.1930-31.12.1999

Coniugato con Antonietta Lucconi.

Salvatore Fortini 1878 -10.7.1940

e Palmira Carrara 1875 - 12.8.1936

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Dina Fortini

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Salvatore Fortini era nato a Matraia (LU) nel 1878. Dalla Sua prima moglie, Palmira, ebbe tre figli: Armando, Dina e Adelina, qui ritratta insieme alla madre. In seconde nozze sposò Emma Ciurli. Palmira abitava in città, a S.Leonardo in Borghi, e Giuseppe ricorda quando la nonna lo portava a passeggio fuori dalle mura, verso S.Marco, al Campo di Marte dove il nipotino si divertiva a sbirciare i ragazzi che giocavano a calcio attraverso i fori fra i mattoni che circondavano il campo da gioco, sopra il quale oggi sorge l’ospedale di Lucca.

Palmira con la figlia Adelina, nel giardino della loro casa a S.Leonardo in Borghi

A d e l i n a Fortini 10

Armando, come si vede nella foto a lato, prestò servizio in Marina all’Isola Maddalena durante la Seconda Guerra Mondiale. Sposato con Antonietta Lucconi ebbe un figlio, Silvano. Adelina andò in sposa a Ugo Piegaia di Monte S. Quirico ed ebbero una figlia, Sonia, che si trasferì a Genova e non mantenne contatti con gli altri parenti. Dina Fortini andò in moglie giovanissima a Renato Vietina: quando si sposarono, il 12 dicembre 1925 Dina aveva 16 anni, mentre Renato ne aveva 25. Morì precocemente per un tumore al seno il 12 marzo del 1938, lasciando il marito e tre figli piccoli: Renato, Carla e Giuseppe.


A sinistra, Armando Fortini in divisa da marinaio. Sotto, il figlio di Armando, Silvano Fortini, (al centro) nel giorno del suo matrimonio. Accanto a lui il cugino Renato Vietina, primogenito di Renato e Dina. .

Dina Fortini

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Beppina

Silvana Roberto

Coniugata con Pietro Naldi

Bruna coniugata con Marino Bandoni

Annarosa 22.11.1941-30.12.1973 Carlo 2.2.1944-7.3.1997 Carla 31.12.1953

Amalia Prese i voti con il nome di Suor Eugenia Giuseppe --> Claudio e Claudia Loredana--> Patrizia ed Edoardo Luciano --> Paolo e Marco Ugo--> due figli

Bruno coniugato con Eva Venturini

Cesarina 26.1.1908 - 5.7.1982 Coniugata con Renato Vietina

Massimiliano 10.7.1941 Dina 11.8.1943 Giacomo 1.5.1945 Bernardetta 26.9.1947 Paolo 27.11.1950-28.6.1967

Coniugi Bertini

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Una bella immagine di Renato e Cesarina a S.Bartolomeo Monte S.Quirico, (LU) dove si trasferirono nel 1946.

La vita di Cesarina, da quando sposò il vedovo Renato Vietina, avrà ampio spazio nelle pagine che seguono. Dedichiamo invece qualche parola alle sue sorelle e ai suoi fratelli, a partire da Beppina che partì per l’America e si stabilì in California, dove visse con il marito Pietro Naldi in un bel ranch. Ebbe due figli e non tornò più in Italia: aveva un terror panico per gli aeroplani:“Non ci salgo sull’uccellaccio” scriveva ai parenti di Lucca. Bruna sposò Marino Bandoni ed ebbe tre figli: Annarosa, Carlo e Carla. Amalia prese i voti come Suor Eugenia. Bruno sposò Eva Venturini ed ebbe Zia Amalia, sorella di quattro figli, dei quali due, Loredana e nonna Cesarina, poi Ugo, emigrarono in Canada: la prima diventata Suor Eugenia. (ritornata a stare a Lucca negli ultimi Qui a fianco, suor anni) ebbe due figli, il secondo... due Eugenia è in compagnia della madre di Renato, matrimoni. Il terzo figlio Giuseppe nonna Anita Albertoni. (detto Beppino) ebbe due figli che Questa è l’unica foto di chiamò Claudio e Claudia. Il quarto, nonna Anita, ormai Luciano, rilevò un salone di barbiere in anziana, che appare in città. Anche lui ebbe due figli: Patrizia quest’album. ed Edoardo. 13


Carla 15.5.1930 - 21.6.1992 Prende i voti il 25.3.1966 e diventa Suor Monica Ilaria coniugata con Gino Carignani:

Giuseppe 15.3.1929 Coniugato con Giovanna Dicati

Giulia, Elisa, Michele, Uberto Stefano coniugato con Annalisa De Bernardin: Arianna, Francesco Cecilia coniugata con Alessio Dinelli: Riccardo, Daniele Filippo coniugato con Simonetta Bocci: Paolo, Luca, Sara Agnese coniugata con Franco Bartolini: Carlo Alberto

Renato 20.5.1926

Giorgio coniugato con Adele Parisotto:

Coniugato in prime nozze con Neva Martini (deceduta 13.11.1976) da cui sono nati i due figli, e in seconde nozze con Alba Paganucci

Gabriele Giuseppe coniugato con Milvia Taucci: Martina

Renato Vietina 6.3.1901 - 11.12.1975

e Dina Fortini 25.1.1909 - 12.3.1938

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Paolo 27.11.1950 Deceduto il 28.06.1977

Bernardetta 26.9.1947 Coniugata con Michele Segrebondio

Giacomo 1.5.1945 Coniugato con Laura Moriconi

Dina 11.8.1943 Coniugata con Marcello Pozzi

Emanuele

Marcella Elisabetta

Francesca

Massimiliano 10.7.1941 Coniugato con Antonietta Guastucci

coniugata con Antonio Gabriele: Matteo e Luca Paola coniugata conMaurizio Ricchetti: Marta

Monica Alessandro

Renato Vietina 6.3.1901 - 11.12.1975

e Cesarina Bertini 26.1.1908 - 5.7.1982

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Giuseppe racconta

Quando c’era mamma Dina Quando sono nato, nel 1929, il mio fratello maggiore Renato (Renatino per distinguerlo dal babbo) aveva tre anni e abitavamo in un piccolo appartamento in via S.Giorgio a Lucca. Papà Renato all’epoca aveva un impiego presso la ditta di spedizioni per l’America del cognato Filippo Quessa, ma lo perse di lì a poco per la prematura morte di quest’ultimo (il 27 novembre del 1920, ad appena 42 anni) e la chiusura della sua attività. Il 1929 fu l’anno della grande depressione economica mondiale, e con un solo stipendio si faceva fatica a tirare avanti. Così fui mandato a balia in Corte Bertini da Messinella, una brava donna che ancora ricordo con affetto, e mamma Dina si diede da fare per incrementare il magro bilancio familiare: trovò lavoro insieme a papà presso il circolo impiegati della ditta Cucirini Cantoni Coats (CCC), che offrì loro anche una sistemazione in località Acquacalda in via del Fosso, dove tutta la famiglia si trasferì. Fu lì che nacque la terzogenita, Carla, nel 1930. In questo nuovo lavoro, Renato fu destinato alla cucina per gli impiegati dove poté far valere quel po’ di esperienza, per quanto involontaria, che si era fatto frequentando la casa del cognato Filippo Quessa: Matilde e Filippo, infatti, si erano potuti permettere di tenere alcune persone a servizio, fra cui un cuoco con il quale Renato ebbe spesso occasione di collaborare. Dina invece entrò alla CCC come aiutante di cucina. Forse proprio grazie a questo secondo salario,in occasione di un’Epifania babbo Renato si presentò a casa con due strani rigonfiamenti sotto la giacca da cui sbucarono, magicamente, per me e per Renatino, due palloni di vera gomma: un’autentica rarità per quei tempi ! 16

Viareggio, 18.8.1932 Dina con i figli Giuseppe e Renato Sotto: Carla a un anno di età.


Lo stabilimento della Cucirini Cantoni Coats (CCC) nel 1922 e, sotto,una foto di gruppo con parte delle maestranze.

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Avevamo a disposizione un paio di stanze, nel grande stabile che dava alloggio agli impiegati e ricordo che sul retro c’era un grande giardino dove mi sarebbe piaciuto poter giocare, ma ai bambini come noi era precluso, poiché era riservato alle visite dei proprietari inglesi. Arrivavano eleganti nelle loro splendide spider decappottabili, con mogli sempre attorniate da un nugolo di cagnolini con il pedigree. Ai bimbetti come me e Renato non restava che giocare in qualche angolo del cortile antistante, o in una sala al pianterreno: si giocava ai bussolotti con i barattoli vuoti della conserva, cercando di colpirli con dei sassolini; oppure a palline da colpire con le dita.

Babbo Renato con Renatino alla Pima Comunione

Laura e Carla nel 1934

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Dopo qualche anno, babbo Renato ebbe una promozione: abbandonò le cucine per lo stabilimento vero e proprio, dove fu assunto nel reparto lavorazioni ritorcitura. Lasciammo le due stanze in via del Fosso per trasferirci in un bell’appartamentino in corte Rocchetti, sempre all’Acquacalda. La nuova abitazione era più grande e più comoda, sorgeva vicino a due pini di diversa altezza accanto ai quali mi divertivo con Renato a lanciare i “razzi” (barattoli riempiti di acetilene a cui davamo fuoco) per vedere quale arrivava più in alto, mentre su di noi piovevano le pigne. Lì vicino abitava un contadino che andavamo spesso a trovare, affascinati dalla sua trebbiatrice a motore. In quella casa restammo circa 8/9 anni, fino alla morte della mia povera mamma per un tumore maligno al seno che se la portò via il 12 marzo del 1938. Rimasto vedovo con tre figli di 12, 9 e 8 anni, babbo Renato decise di trasferirsi nella casa di via delle Ville, poco lontano, in località Acquacalda nella frazione SS. Annunziata dove erano andate a stare le nipoti Annamaria e Laura Quessa con la loro domestica Ida. Dopo la morte di Filippo Quessa, infatti, le pur considerevoli sostanze della famiglia erano andate via via assottigliandosi, e alla fine le due figliole dovettero risolversi a lasciare la bella casa di via Guinigi e tutta la servitù, contentandosi di coabitare con noi in via delle Ville e portando con loro solo la fidata Ida, che era a servizio presso la famiglia Quessa fin dall’ età di 14 anni. Con noi rimase fino a quando Laura si sposò, seguendola poi a Pisa in casa del marito Ranieri Riparbelli. Era diventa praticamente una persona di famiglia, una mamma per noi.


Sopra a sinistra: Renato dodicenne accanto a Ida (con l’abito scuro) e alla sorella di questa, Cesira,a Montefegatesi Bagni di Lucca nel 1912-13. Sopra a destra: Mariuccia, la madre di Ida, che aveva un banchetto di verdure in piazza anfiteatro e vendeva stando seduta su uno sgabello di legno mentre mandava la figlia Cesira a fare le consegne di ortaggi nei ristoranti cittadini. A lato, un primo piano della fedele Ida e sotto ancora l’anziana Mariuccia, circondata dalle figlie e dalle comari di corte, nella casa di S.Filippo (LU) nel 1937. Sotto a destra un fratello di Mariuccia, emigrato in America.

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Renatino nel 1927

1934 : mamma Dina con la nipote Laura e i tre figli Renato, Giuseppe e Carla

Giuseppe in prima elementare: è il terzo da sinistra nella fila più alta

Al centro Giuseppe con Carla e il fratellino Massimiliano nel cortile della casa all’Acquacalda. Non c’erano giocattoli, per i quattro fratelli, ma si divertivano lo stesso con il poco che c’era. Qualche volta ci scappava l’incidente, come quella volta che, giocando a bocce con le pietre, Giuseppe si scorticò malamente un dito e, per lenire il dolore, corse ad immergerlo nell’acqua del fosso. Solo a fine giornata, quando i genitori lo videro, Giuseppe fu portato d’urgenza all’ospedale per ricucire quello che si poteva. 20


Fuori Porta Elisa, nel periodo fascista fu eretto il monumento raffigurato in questa cartolina. Venne poi abbattuto, come altri, all’avvento della Repubblica

Gli anni della guerra Non aveva ancora quarant’anni, babbo Renato, quando decise di risposarsi scegliendo Cesarina Bertini, ex collega di lavoro di Dina. Cesarina si assunse il già discreto peso di tre figli e incrementò la famiglia con altri cinque, il primo dei quali, Massimiliano, già nel 1941, seguito a cadenza biennale da Dina (1943),Giacomo (1945) e Bernardetta (1947), infine lo sfortunato Paolo (1950) che morì tragicamente a 16 anni, come dirò più avanti. Erano gli anni della guerra, durissimi. Cercavo anch’io di raggranellare qualche soldo raccogliendo e vendendo la carta. Andavo poi a versare il ricavato sul libretto di risparmio alla posta, dove mi capitava di incontrare solo donne (gli uomini erano tutti richiamati) che venivano ad incassare il sussidio, con la famosa, attesissima “cartolina rosa”. Quasi tutte firmavano con la croce. Anche babbo Renato fu richiamato per un paio d’anni dopo la dichiarazione di guerra alla Francia e dovette partire per il nord Italia nonostante la già numerosa famiglia che aveva a carico. Da Cuneo ci scriveva che, per lavarsi, doveva usare la neve. Ciononostante per me, che avevo durante la

Renato al centro, in piedi, in una foto scattata a Cuneo con alcuni commilitoni

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Giuseppe all’età di 14 anni

guerra fra gli 11 e i 15 anni, la vita trascorsa alla SS.Annunziata fu relativamente serena, a parte la fame. Come quasi tutti allora, in particolare i giovani, ero cresciuto a scuola nel culto del Duce, benché il babbo fosse antifascista e partecipasse già ai primi incontri clandestini, spesso mascherati da partite di bocce. Così il giorno dell’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia, che sentìì alla radio delle cugine Quessa mentre ero solo in casa, fu per me un giorno di festa. A tanto giungeva il lavaggio del cervello a cui eravamo sottoposti alla Casa della GIL (Gioventù Italiana del Littorio, l’organizzazione paramilitare giovanile fascista, a cui era “obbligatorio” iscriversi) . Avevo frequentato le scuole elementari dalle parti di Corte Rocchetti e, poi, la stessa scuola commerciale che avevano fatto sia il babbo, sia nonno Giovanni. La mattina presto facevo a gara con gli altri ragazzini per arrivare in tempo a servir messa nella funzione delle sei alla chiesa della SS.Annunziata, per guadagnarmi la colazione che Don Simoni offriva ai chierichetti. Lo sento ancora avvertire a voce alta la sua perpetua un po’ bisbetica, ma di buon cuore: “Apparecchia anche per Geppe, Caterina!”. Per far presto, una mattina, passando davanti ad un cancello dietro al quale un cane lupo cominciò improvvisamente ad abbaiare, inciampai fra i sassi e i profondi solchi lasciati dai barrocci sulla strada sterrata, rimediando ampi strappi sui pantaloni alla zuava e due ginocchia sanguinanti... Di tanto in tanto, in tempo di guerra, Don Simoni ci elargiva un pane, e una volta all’anno immancabilmente ci portava in gita fuori Lucca, sulla carrozza con il vetturino. Ricordo una bella scampagnata a Coreglia Antelminelli, e i meravigliosi fritti che cucinava la Caterina per queste occasioni. Attorno alla parrocchia ruotava un po’ tutta la nostra vita: il catechismo della domenica pomeriggio, le prove di canto e le commedie natalizie, l’oratorio e le partite di pallone. I sabati pomeriggio erano invece “consacrati” alle attività giovanili fasciste: al Giannotti, in via delle Stalle, dalle due alle quattro, ci facevano eseguire esercitazioni con moschetto e giberna, marce e così via. Per qualche cerimonia importante dovevamo sfilare in divisa da Balilla, come quando accompagnammo al cimitero un compagno di scuola, Franco Nannizzi, figlio di un benestante. Era morto cadendo dal tetto di una capanna.

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Piccoli balilla in marcia


Una delle tante “Feste degli alberi” davanti al cimitero della SS. Annunziata a Lucca

Un altro amico morì accidentalmente per lo scoppio di una bomba durante una delle esercitazioni che, saltuariamente, venivano organizzate alla CCC . Anche la Festa degli alberi era un appuntamento a cui la gioventù fascista non poteva mancare: tutti gli alberi attorno al cimitero della SS. Annunziata furono piantati da noi ragazzini in quegli anni. Erano gli anni delle adunate e dei discorsi dal balcone; ricordo che vedevo passare gli operai della Cantoni, con gli zoccoli in mano per non consumarli, scortati dai fascisti in fez e stivaloni, come pecore condotte dai cani in piazza S. Michele a sentire i discorsi del Duce diramati dagli altoparlanti. L’anno che babbo partì per Cuneo non pensai a rinnovare la tessera del fascio, e quando cominciò la scuola ( ero alle commerciali), il preside mi convocò e mi rimandò a casa perché non risultavo in regola. Piansi di umiliazione quella volta. Il giorno dopo tornai con le mie carte in regola, dopo essermi recato alla Casa del Fascio al Giannotti, dove adesso sorge la questura, a “fare il mio dovere”. Un altro episodio che mi ricordo bene di quel periodo, intorno al 1941, è lo scontro di quattro aerei nel cielo sopra Lucca, S.Alessio, Monte S.Quirico: stavo tornando da scuola quando assistetti a quest’impressionante spettacolo, come se una bomba fosse esplosa nel cielo proiettando pezzi e frammenti infuocati in un raggio di parecchi chilometri, mentre precipitavano al suolo, aggrappati ai paracadute non aperti, i membri dell’equipaggio. Proprio dove abitavamo noi, all’Annunziata, passava la linea del fronte durante la ritirata dei tedeschi. Per essere pronti a fronteggiare l’avanzata degli alleati, i soldati della Wehrmacht avevano raso al suolo tutta la campagna circostante, ottenendo una spianata sulla quale nessuno poteva passare senza essere avvistato da distante. Adolescente curioso, come i miei amici, tenevo d’occhio tutte le novità e ricordo bene come i tedeschi organizzarono la loro postazione: arrivarono su una camionetta, sul cofano della quale squadernarono una carta topografica, consultandosi a vicenda in attesa dell’arrivo della Todt, l’organizzazione che li affiancava rastrellando la manodopera locale per eseguire lo scavo di trincee, piazzole per l’artiglieria, e altri lavori pesanti. Una parte dei malcapitati veniva talvolta spedita anche in Germania, ai lavori forzati nelle fabbriche o nelle miniere. Molti non tornarono. In quell’occasione particolare, agli uomini catturati i tedeschi fecero scavare buche, mimetizzare carri e fare piazza pulita della vegetazione per un buon tratto intorno, in modo da 23


avere la visuale il più possibile libera per contenere l’avanzata degli americani. Nonostante le pesanti sconfitte su tutti fronti, l’esercito tedesco attendeva fiducioso l’arrivo della fantomatica “arma segreta” che avrebbe risolto il conflitto. Era quella la speranza che li faceva andare avanti. Per i pasti, i vivandieri della Todt allestivano un calderone sotto un albero, dove cucinavano il rancio per i lavoratori forzati: un “minestrone” in cui buttavano dentro di tutto, anche mele. Assistetti di persona ad uno di questi rastrellamenti, in cui restò catturato un mio coetaneo di appena 14 anni, Giovanni Parducci, forse perché dimostrava un’età maggiore. Don Simoni andò a parlare con il comando tedesco, per chiederne il rilascio e riuscì a farlo liberare. La sera cominciavano i cannoneggiamenti: le postazioni tedesche sopra Calavorno e Bagni di Lucca lanciavano i V2, dal caratteristico sibilo. Uno cadde sopra una palazzina di Lucca in cui morì una coppia di coniugi. I tedeschi in ritirata avevano preso alloggio nelle case civili, anche noi ne ospitavamo alcuni; accendevano spesso la nostra radio, nella speranza di sentire l’annuncio dell’arma segreta, l’unica che avrebbe potuto ribaltare le sorti della guerra che stavano ormai perdendo su tutti i fronti. Ricordo uno di questi soldati della Wehrmacht, si chiamava Paul ed era un buon diavolo: era partito malvolentieri per la guerra, apparteneva ad una ricca famiglia di proprietari terrieri e aveva un grande amore per la terra e la campagna. Al tramonto prendeva il cavallo e girava per i prati, con un codazzo di ragazzini, fra cui io, ai quali finiva per regalare il buon pane nero tedesco, a cassetta, ricco e nutriente, ben gradito da noi che avevamo come alimento di base patate, legumi e polenta. Già in precedenza avevamo ospitato dieci tedeschi reduci dalla famosa battaglia di Montecassino, sopravvissuti allo scontro all’arma bianca e perciò considerati degli eroi ; vennero infatti decorati sul piazzale della chiesa, al termine di una santa messa celebrata in tedesco in loro onore. A queste funzioni i tedeschi partecipavano sempre con ammirevole compostezza.

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LUCCA

Arrivano gli alleati Mano a mano che i tedeschi si ritiravano dall’Italia centrale, si diradavano i bombardamenti provenienti da nord e si moltiplicavano quelli provenienti da sud. Avvenivano quasi sempre di notte: suonava l’allarme, gli alleati tiravano i bengala e poi iniziavano a bombardare. Mi ricordo che, fin da Lucca, si vedevano i bagliori sopra Genova. Noi si doveva saltar giù dal letto e correre nei rifugi. A seconda della provenienza dei colpi, andavamo a ripararci su un lato o l’altro della Chiesa dell’Annunziata, nella cappella o nella sacrestia, nella speranza che la sua mole massiccia ci avrebbe protetti. Per un periodo fummo anche sfollati, all’Annunziata, in Corte Simi. All’Acquacalda, una granata aveva colpito proprio la stanza dove avevamo accatastato la mobilia, che ne restò irrimediabilmente segnata. La stazione di Lucca fu invece bombardata di giorno, lo rammento bene perché era la festa di Befana del 1944 ed eravamo a tavola per il pranzo, davanti ad un succulento piatto di tortelli che dovemmo abbandonare in fretta e furia per correre nei rifugi. Era una bella giornata di sole, vedevo il riflesso luccicante delle bombe che piovevano dal cielo. Intanto i tedeschi si apprestavano a lasciare la città, non prima di averne saccheggiato le principali industrie: la Manifattura Tabacchi fu fra le prime, e uno dei tedeschi che dormivano a casa nostra ebbe il coraggio di offrire dei sigari al babbo. Poi fu la volta della Cucirini Cantoni Coats, da cui furono portati via filati di pregio. Finita la razzia di guerra dei tedeschi, iniziava la razzia minuta dei lucchesi stessi: la gente entrava a frotte nei reparti e nelle cucine della Cucirini per asportare tutto quel che era rimasto, piatti, pentole, attrezzature, mobili... Dai tedeschi non si salvavano nemmeno gli animali, mucche, polli, conigli, per non parlare delle biciclette. La nostra, faticosamente pagata a rate prima della guerra (900 lire era il suo prezzo!) l’avevamo smontata e nascosta a pezzi. Per salvare le mucche dai tedeschi, chi fece in tempo le macellò in fretta e furia, tant’è che nel periodo seguente si trovava con facilità carne a prezzi accessibili al mercato nero. Per cercare di rallentare l’avanzata degli alleati, i tedeschi decisero di bloccare il bivio all’Acquacalda dove si diramano le due strade che portavano una alla CCC e l’altra verso la 25


Il reparto ritorcitura della Cucirini Cantoni Coats, distrutto dalle mine

frazione dell’Annunziata. A questo scopo fecero saltare in aria la cartiera che sorgeva in quel luogo. Assistetti alle operazioni con Renatino e altri amici: vidi come disponevano le mine e come tiravano i fili; nascosti dentro un fosso aspettammo la deflagrazione che fece crollare la cartiera sulla strada, mentre le damigiane di acido facevano bollire il cemento e tutto fumava. Non servì a gran che: quando arrivarono, gli alleati sgomberarono tutto in quattro e quattr’otto con i loro bulldozer. Vista la mala parata dei tedeschi, qualche partigiano si fece vivo anche in città. Per la mia esperienza erano più che altro dei facinorosi. Uno di questi venne ucciso l’ultimo giorno, in via S.Croce, mentre cercava di sparare ad un tedesco con il fucile da caccia. L’episodio ci fu raccontato dallo stesso soldato tedesco, che era fra quelli accasati da noi. Anch’io sfiorai la morte, pur senza rendermene conto, proprio la sera prima che la Wehrmacht abbandonasse definitivamente la città: stavo andando a dormire nel rifugio, insieme a Renatino e ad un altro amico, Osvaldo (detto Bracco per le voluminose orecchie), quando da un fosso balzò fuori una pattuglia in tuta mimetica che senza darci il tempo di dire bah ci caricò sulla schiena una rocca di metallo a manovella sulla quale venivano riavvolti i cavi elettrici messi in precedenza. Dovemmo camminare così per i paesi, in silenzio, al buio, fino al loro comando a S.Pietro a Vico. Giunti lì, poteva succedere di tutto. Renatino spiccicava qualche parola di tedesco, provò a dire qualcosa, fatto sta che ci misero in mano delle sigarette e ci rispedirono a casa. Per quattro o cinque giorni le porte d’accesso alla città rimasero chiuse, Lucca era presidiata solo dai partigiani, che facevano la ronda fuori dalle mura. Arrivarono infine i “liberatori”. Fecero un trionfale ingresso in città, distribuendo cioccolata e sigarette alla gente festante che si accalcava intorno. Io non mi sentivo in festa: pensavo ai loro bombardamenti notturni. Gli alleati che si accamparono poco lontano dalla nostra abitazione all’Acquacalda erano indiani delle truppe d’occupazione inglesi. Ci abituammo presto a questi insoliti soldati, scuri di pelle, alcuni con il turbante, che familiarizzavano volentieri con noi ragazzi e ci spedivano in cerca di pecore nelle campagne vicine, non potendo cibarsi nè di carne di manzo nè di carne di maiale. Fornivamo loro anche stoviglie, piatti e posate. Frequentai spessissimo il loro campo, curioso ed interessato alle loro abitudini. Un bel giorno sparirono improvvisamente: si seppe poi che erano stati mandati in fretta a Bagni di Lucca, dove si era ravvisata una manovra dei tedeschi che poteva preludere ad un’improbabile avanzata. In realtà era stata individuata una manciata di tedeschi affamati scesi dalle montagne in cerca di cibo. Dopo gli indiani giunsero gli africani, che giocavano con noi a calcio nei prati. Noi rinforzavamo le scarpe con pezzi di cuoio inchiodati alla suola, loro giocavano a piedi nudi... Quella del calcio continuava ad essere una passione di famiglia: babbo Renato aveva giocato nella Lucchese, in gioventù, e io avrei voluto fare altrettanto, se non mi fossi fratturato due volte la stessa tibia, qualche anno dopo. 26


Il dopoguerra Il 1946 segna la data del nostro ennesimo trasloco: a Monte S.Quirico stavolta, in un’ex canonica che l’allora Commissario per gli alloggi, prof. Pietro Pacini, trovò per noi poiché il proprietario della casa di via delle Ville voleva rientrare in possesso del suo stabile per ristrutturarlo ed ampliarlo. La casa di Monte S.Quirico era grande, ben sistemata e aveva un bel giardino. In una delle sue ariose stanze videro la luce Bernardetta (1947) e Paolo (1950). Babbo Renato andava tutti i giorni a lavorare alla Cucirini Cantoni Coats e, finito il periodo “carbonaro” della sua opposizione al fascismo (le “partite di bocce” con Ferdinando Martini, Quirino e Italico Baccelli ecc.), potè finalmente praticare alla luce del sole le sue opinioni politiche e sindacali. Fu fra i fondatori, appunto nel 1946, dei sindacati liberi di Lucca.

Monte S.Quirico 1947. Con un gruppo di amici con i quali giocavo a calcio. (Io sono quello al centro in piedi). Avevamo costruito un campo da gioco nel cortile del Seminario arcivescovile. Quell’anno, giocando nella squadra locale, in preparazione al campionato, durante un’amichevole mi fratturai la tibia sinistra. Dopo sei mesi, sul campo della Murianese, una seconda frattura nella stessa tibia mise la parola fine alla mia “carriera” calcistica. Ma non ho desistito: per partecipare comunque da vicino ad uno degli sport che più mi appassionano, ho fatto per due anni l’allenatore della Nuova Juventus di S.Marco, cat. Ragazzi, e successivamente sono stato arbitro del CSI.

Una vecchia cartolina di Monte S.Quirico, con la veduta del “Campo Sportivo e Ricovero Poveri Vecchi” 27


Roma 1949: prima riunione dei sindacalisti per la fondazione della “Libera Confederazione Generale Italiana Lavoratori” diventata poi CISL. Al centro, Renato accanto a Cesare Angelini (segretario generale a Lucca) che venne eletto Senatore nel 1948. Il primo a sinistra è Arturo Pacini (segretario aggiunto), che diventerà a sua volta Senatore della Repubblica nel 1972. Sotto a sinistra, ancora Renato che si reca ad una delle periodiche riunioni sindacali. Finalmente è finito il periodo “carbonaro” delle riunioni clandestine mascherate da partite di bocce. Sotto: Giuseppe entra nei sindacati liberi come impiegato al settore tessili. Lo vediamo alla scrivania, con i due caratteristici manicotti neri per preservare le maniche di giacche o camicie. Più sotto, durante una riunione sindacale alla Cisl in piazza S.Maria Bianca (o della “colonna mozza”) a Lucca, mentre espone la sua relazione.

Nel 1948 ebbero luogo le prime elezioni politiche della Repubblica, e la campagna elettorale fu rovente. Babbo Renato faceva propaganda politica in tutta la Garfagnana e anch’io, nel mio piccolo, davo una mano facendo propaganda nei Comitati Civici: attaccavo manifesti, mi prestavo a svolgere opera di informazione, casa per casa, su come votare, e così via. Avevo solo diciannove anni ma già una discreta fama di giovane affidabile e serio. Persino il vecchio parroco Don Paolo Simoni si rivolse a me per una piccola “intercessione” a suo favore presso l’Arcivescovo Mons. Torrini: dovevo perorare la sua richiesta di un cappellano che potesse aiutarlo, dato che cominciava a sentire il peso degli anni. Mons. Torrini mi accolse con molta cortesia, mi fece accomodare e ascoltò paziente la mia ambasciata, promettendo il proprio interessamento. Dopo qualche tempo il cappellano arrivò. In quel periodo di comizi ricordo che andai ad ascoltare De Gasperi a Pisa, passando anche a salutare la cugina Laura e il marito Ranieri che si erano trasferiti in quella città. 28


Sopra, Cesarina a S.Bartolomeo, frazione di Monte San Quirico, con in braccio il neonato Paolo, nel 1950. Al suo fianco c’è Carla, dietro non si distinguono gli altri figli ma probabilmente si tratta di Renato e Giuseppe, che tiene in braccio Giacomo. A lato, una foto di gruppo in cui compaiono Neva (moglie di Renatino), Renato, Bruna (sorella di Cesarina) Cesarina, Laura e Ranieri, seduto per terra in mezzo a Bernardetta e Giacomo, oltre alla figlia di Bruna, Annarosa. A destra, ancora il piccolo Paolo, a pochi mesi, nel prato, fra le braccia della sorella Bernardetta. Sotto, una bella immagine di Cesarina con Paolo in braccio e, a destra, il “trio” Dina, Bernardetta e Giacomo.

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Cesarina attorniata dai suoi cinque figli, in ordine di età: Massimiliano, Dina, Giacomo, Bernardetta e Paolo.

Festa per la promozione ed il trasferimento di Renato alla Cucirini Cantoni Coats di Gallicano, Sopra si riconoscono, fra gli altri, Carla (con gli occhiali) e Neva (accanto). Nella foto a destra, Renato è in mezzo alla cognata di Cesarina, Eva, e alla nuora Neva. 30

Nel 1950 cominciai a lavorare anch’io negli uffici dei sindacati liberi, settore tessili, con uno stipendio mensile di diecimila lire. Fu lì che conobbi la mia futura moglie, Giovanna Dicati, impiegata nel settore enti locali. L’attività sindacale finì per rendere Renato una presenza scomoda alla direzione della fabbrica, così p e n s a ro n o d i p ro m u o v e r l o e d allontanarlo dallo stabilimento principale. Nel 1953, l’anno che saltò in aria la Polveriera Sipe, facendo una quindicina di vittime, Renato diventò capofabbrica e fu trasferito allo stabilimento di Gallicano della CCC. Cambiò di conseguenza l’abitazione, e anche io lasciai il lavoro ai sindacati per trovarmi un impiego alla SMI (Società Metallurgica Italiana) con stabilimento a Fornaci di Barga. Mi assunsero il 15 gennaio del 1954, con uno stipendio medio di 45.000 lire mensili che in parte davo in casa e in parte impiegavo in buoni postali. La sera, quando rincasavo a Gallicano, spesso Babbo Renato mi prendeva sottobraccio e andavamo a fare una passeggiata prima di cena. Dopo cena avevo le riunioni dell’Azione Cattolica. A Gallicano, nella bella casa con le vasche per i pesci in giardino, la famiglia Vietina abitò fino al 1968 (io me ne andai nel 1956 quando mi sposai). Poi si trasferirono in Piazza S.Maria Bianca a Lucca, in una casa troppo grande e difficile da riscaldare in inverno, quindi a S. Concordio, fino al 1976 . Babbo vi morì nel 1975.


Sopra a sinistra: Cesarina circondata dai figli Massimiliano, Bernardetta, Giacomo, Dina e Paolo, nel 1954, sul terrazzo della Cucirini Cantoni Coats di Gallicano. Sotto: Renato (ultimo a destra) partecipa ad un congresso della CISL. In piedi, l’onorevole Loris Biagioni

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Ritrovo annuale del Terzo Ordine Francescano, nella casa diocesana per ritiri spirituali ad Arliano (LU). Renato è riconoscibile vicino al bordo destro dell’arcata.

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Renato

In alto a sinistra un giovanissimo Renatino e, accanto, insieme a babbo Renato. Nella foto sotto a sinistra, Renatino con Neva Martini, la prima moglie che, prima di morire prematuramente nel 1976, gli ha dato due figli: Giorgio e Giuseppe. In basso a destra, infine, Renatino in una foto pi첫 recente con la seconda moglie, Alba Paganucci.

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Giuseppe

In alto a sinistra, Giuseppe adolescente. Sulla scalinata, nel 1951, con la macchina fotografica dono di Laura e Ranieri. Nelle altre foto con gruppi di amici a Monte S.Quirico e a Lucca, in piazza S.Michele.

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Sopra, Giuseppe in montagna, in gita al Passo Mendola; a destra, Giuseppe con Ranieri a Cutigliano (PT) nel 1950 ospite della cugina Laura Quessa e del marito Ranieri Riparbelli in villeggiatura. Quell’anno Giuseppe incontò proprio a Cutigliano il famoso Generale Pietro Badoglio, ormai ultraottantenne. A lato campo di formazione dell’Azione Cattolica a Passo Mendola TN, nel 1953. E’ inutile cercare Giuseppe, che sta scattando la foto. Basti sapere che vi partecipò come delegato provinciale del movimento lavoratori. In basso, Giuseppe è il primo a sinistra nella foto ricordo del corso aggiornamento Cisl a Ladispoli, Roma, nel 1951.

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Sopra: nel mese di maggio del 1956, Giuseppe Vietina sposa Giovanna Dicati. Accanto agli sposi Maria e Diletto Dicati, genitori di Giovanna, e più esterni Renato e Cesarina. Sotto, Giuseppe, in piedi, ad una delle cene offerte dalla famiglia Bartoli, proprietaria delle due cartiere in località Acquacalda e in località Carraia a Capannori (quest’ultima sorta nel 1975). Presso la prima, Giuseppe ha lavorato dal 1974 al 1989, quando ha raggiunto l ’età della pensione. Per dieci anni sarà proprio Giuseppe ad occuparsi con successo dell’organizzazione di questo “simposio mangereccio”, che vedeva riuniti i maggiori clienti della cartiera, agguerriti concorrenti negli affari, amabili commensali per una sera. Fra questi, i vari “Conti e Risi”, gli Alaimo, i Buffetti, ecc. Tutti estremamente cordiali. Era stato appunto uno dei figli di Bartolo Bartoli, Marco, a chiedere a Giuseppe di entrare in azienda per occuparsi della contabilità, desiderando avere una persona fidata in un settore così delicato. Settore che era però del tutto nuovo per Giuseppe, che dovette fare un corso accelerato di ragioneria per essere in condizione di poter svolgere le mansioni per cui era stato assunto. Riuscì nell’intento e il suo impegno fu ripagato, oltre che con un buon stipendio, anche con la stima di babbo Bartoli e degli altri figli Sergio e Maurizio.

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In alto, due belle immagini di Giuseppe. A fianco, una fotografia scattata nel 1988 insieme a Giovanna, con il lago d Toblino sullo sondo. In fondo, Giuseppe e Giovanna Vietina con i loro cinque figli e i relativi coniugi:Da sinistra: Filippo e Simonetta, Agnese e Franco, Gino con Ilaria davanti (che tiene in braccio uno dei nipotini: Michele), Cecilia e Alessio, Annalisa e Stefano

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Carla

Carla a un anno

Carla con Massimiliano e Dina a Viareggio

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Carla e Paolo alla sua Prima Comunione


Prima comunione di Carla, seconda da sinistra. Al centro, il parroco Don Simoni

Suor Monica in mezzo a Renato e Cesarina

25 marzo 1966: Carla prende i voti

Cartoncino celebrativo dei 25 anni di vita religiosa di Suor Monica

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Massimiliano

Sopra: la Prima Comunione di Massimiliano A fianco e sotto: il matrimonio fra Massimiliano e Antonietta Guastucci.

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Dina

Dina Vietina e Marcello Pozzi sposi, in mezzo a Renato e Cesarina

Giacomo

Giacomo nel giorno del suo matrimonio con Laura Moriconi. Accanto a Giacomo la sorella Dina, testimone dello sposo.

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Bernardetta

Sopra, Bernardetta assieme al fratello Giuseppe. Sotto, una bella foto scattata il giorno del matrimonio fra Bernardetta e Michele Segrebondio.

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Paolo A sinistra, Paolo a pochi mesi, sugli scalini della casa a S.Bartolomeo, frazione di Monte S.Quirico. Sotto: una foto datata maggio 1956 in occasione del matrimonio di Giuseppe con Giovanna Dicati. Da sinistra lo zio Armando, Carla, Cesarina con in braccio il suo figlio più piccolo, Paolo, coetaneo della sorella più giovane di Giovanna , Biancamaria. In fondo: Pasqua 1965. In primo piano Paolo, poi Cesarina, Renato, Giacomo e Dina. E’ forse una delle ultime foto di Paolo,

Paolo era un bambino molto intelligente e sensibile, coccolato non solo dalla mamma ma anche dai tanti fratelli e sorelle più grandi. Aveva delle curiose capacità, per esempio riconosceva, soltanto dal suono del clacson, senza vederlo, l’autista della corriera che passava a Gallicano . A scuola invece non ci voleva andare e, in prima elementare, fece “dannare” un po’tutti. Per aiutarlo a superare questo rifiuto, mamma Cesarina convinse la maestra a lasciarla rimanere un po’di tempo in classe con il figlio, almeno per i primi giorni. Così si sedeva accanto a lui nel banchino e cercava di rassicurarlo. Crescendo, Paolo si sviluppò armoniosamente e cominciò a dimostrare ottime qualità per il gioco del calcio. Era apprezzato dagli amici per la sua giovialità e il suo buonumore. Quando morì non aveva ancora diciassette anni. 43


Il giorno della disgrazia, un caldo giorno di fine giugno 1967, contravvenendo alle raccomandazioni di babbo Renato, Paolo uscì di casa dopo pranzo, sapendo che il babbo faceva la sua solita pennichella pomeridiana e che mamma Cesarina, dal cuore più tenero, non si sarebbe opposta più di tanto al suo desiderio di raggiungere gli amici per una nuotata. Si erano dati appuntamento sulle sponde di un canale a Pontetetto. Da qualche testimone venimmo poi a sapere che, dopo un primo tuffo, Paolo uscì dall’acqua preso dai brividi e disse che non si sentiva tanto bene, ma poi qualche amico lo incoraggiò a rituffarsi, suggerendogli, in buona fede, che nell’acqua avrebbe avuto meno freddo che stando sulla riva bagnato, e questo gli fu fatale. Lo colpì una sincope e gli amici, malgrado cercassero di prestargli soccorso, non furono in grado di salvarlo dall’annegamento. Quando i soccorritori telefonarono a casa, fu Cesarina ad apprendere per prima della disgrazia. Babbo era uscito per sbrigare varie commissioni e fino a sera nessuno riuscì a rintracciarlo. Io ero in vacanza con la mia famiglia al Lido di Camaiore. Qualcuno telefonò al parroco che ci ospitava, il quale venne ad avvertirmi, con cautela, che era successo un incidente a mio fratello Paolo, mentre faceva il bagno. Compresi all’istante che era morto e mi precipitai a Lucca. Passai tre giorni e tre notti a casa dei miei genitori distrutti dal dolore e dal senso di colpa, specialmente babbo. Nessuno di noi dormì in quelle nottate passate a cercare di darsi una ragione. I miei capelli cominciarono ad imbiancarsi proprio allora.

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Il ricordo di un nipotino

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I wafer di nonna Cesarina Nella casa di S. Concordio, a Lucca, i wafer erano un rito. La domenica sera capitava spesso, prima ancora che, nel 1968, ci trasferissimo a Lucca da Ponte all'Ania in Garfagnana, che papà ed io andassimo a trovare i nonni Renato e Cesarina. Era un appuntamento, questo, al quale mi sono ben presto affezionato, per varie ragioni. Anzitutto era l'occasione per stare vicino a papà: un piacere che non ho mai smarrito negli anni. Partire dopo la cena col buio della sera, sedermi in macchina (che per me era grande pur essendo un'utilitaria), affrontare una strada dapprima nuova e poi sempre più familiare, parlare e soprattutto ascoltare papà: tutto questo ha ancora oggi, quando ci ripenso, un sapore magico per me. Quando poi arrivavamo in via di Ronco, sapevo cosa mi aspettava. Un nonno all'apparenza burbero, una nonna dolce e gentile, un pacchetto di wafer. Ogni tanto compariva anche qualche zio, ma non ho ricordi precisi, né di volti, né di voci. Gli attori, insomma, eravamo noi quattro. Ricordo con nitidezza le sedie alte ed imbottite, il tavolo di legno, ampio ed intarsiato, con qualche piccolo buchino provocato dalle termiti, sul quale andavano a posarsi, inconsapevolmente ma come attratte da queste piccole cavità, le mie piccole dita di bimbo. Mi sedevo ed aspettavo: sapevo che nonna, dopo un breve passaggio in cucina, sarebbe ricomparsa con il pacchetto dei wafer, quello a colori rossi e bianchi, dove i miei biscotti preferiti, con il ripieno di cioccolata, venivano confezionati a due a due. Papà forse era in un'altra stanza, o lì vicino, a parlare con nonno. Io ero così intento a mangiare i wafer che non prestavo molta attenzione alla conversazione, se in effetti parlavano. Nonna mi sorrideva, stava accanto a me premurosa, era anche lei di poche parole. Ma l'affetto traspariva da tutti i suoi atteggiamenti, dai saluti al nostro arrivo ed alla partenza, da un comportamento fatto di umile vicinanza al nonno Renato, ai figli, a Giuseppe, mio papà. Ho salito anche le scale ampie, con i gradini di pietra qua e là consunti, della casa di Piazza S. Maria Bianca, dove mi dicono che i nonni hanno abitato dopo essersi trasferiti da Gallicano, ma non ho ricordi precisi. Ho poi saputo anche di aver pernottato, controvoglia per l'assenza dei miei genitori, nella casa di Gallicano, dove nonno era stato trasferito come responsabile della locale sede della Cantoni. Dopo aver visto alcune foto di quella casa, soprattutto una nel giardino con la vasca dei pesci, ho cercato di richiamare alla memoria qualche immagine, ma senza successo. Nonno Renato e nonna Cesarina per me, insomma, hanno abitato sempre a S. Concordio. Di nonno ricordo che non amava che si fischiasse, e non ho mai capito il perché. Me lo disse una volta che eravamo insieme in macchina: papà guidava, io ero dietro e, fiero, emisi qualche fischio. Forse avevo appena imparato e mi sembrava di essere particolarmente abile. Mi pare disse che non stava bene ed io smisi subito, interdetto ed assai triste per questo mancato riconoscimento della mia bravura. 46


Ricordo che mi aveva colpito anche il fatto che nonno Renato non guidava l'automobile e che quindi doveva prendere la “circolare” (non l'autobus come si dice oggi) o farsi accompagnare. Mi sembrava un fatto strano, anche perché rispetto a nonno Diletto, che sapeva guidare, Renato era più asciutto, mi appariva insomma più prestante fisicamente. Ma ero troppo piccolo per approfondire la questione. Ricordo, poi, nonno a casa della zia Dina, a Lucca, ma erano i suoi ultimi momenti, stava male. Forse per questo, pur essendo io più grande, ed ormai al ginnasio al momento della sua scomparsa, ho ancor meno ricordi di quell'epoca più vicina. Il mio inconscio preferisce, evidentemente, farmelo ricordare con un sorriso sulle labbra, sormontate dai baffi grigi, con la sigaretta accesa in bocca, impeccabile con un vestito grigio e con il borsalino in testa. Apparentemente burbero, ma affettuoso a suo modo, come quando mi consegnava una moneta d’argento da 500 lire (che ancora conservo) o quando, immancabilmente, il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, veniva a trovarci a S.Marco, con la circolare, per farmi gli auguri e portarmi una scatola di cioccolatini o un libro. Nonna Cesarina, invece, la ricordo negli ultimi anni anche alla Clinica Barbantini di Viareggio, dalla zia Suor Monica, convalescente o in vacanza, forse semplicemente in attesa del suo destino. Non ha mai cambiato atteggiamento che io ricordi: il volto scavato ma sempre sereno, lo sguardo dolce, un sorriso appena accennato, la costituzione gracile. Di nonno ho un'ultima immagine che è identica a quella che è deposta sopra la sua tomba: un'espressione in viso quasi interrogativa. Nonna, invece, la ricordo nel giardino della clinica di Viareggio: il verde, il sole, le panchine di pietra e l'ombra fresca del pomeriggio inoltrato quando, dopo una giornata di mare e prima del rientro a Lucca, eravamo andati a trovarla. Se ne sono andati in silenzio, per lo meno alle mie orecchie, ma non senza lasciare un segno chiaro nella nostra vita, nel ricordo dei loro cari. I baffi di nonno Renato vivono ancora in Giacomo, le guance leggermente scavate di nonna Cesarina nel volto di Bernardetta. Il loro amore si è sparso un po' su tutti noi. E ci rende care le foto e le storie racchiuse in queste pagine.

Stefano, 30 ottobre 2001

Stefano accanto alla “gloriosa” 500 Giardinetta di papà Giuseppe 47


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Da una foto di fine 1800 che ritraeva Giovanni Vietina, A una foto di fine 1900, con una parte della sua nutrita discendenza. Nel mezzo, cento anni della nostra storia.

Natale 1997 Ai cinque figli del “ramo” Giuseppe e Giovanna Vietina si sono aggiunti un bel po’ di nipotini. Da sinistra: Uberto Carignani, Daniele Dinelli, Paolo Vietina e dietro il suo fratello minore Luca (non c’è ancora la sorellina Sara, che nascerà di lì a un paio d’anni), Arianna e Francesco Vietina, le nipoti più grandi Elisa e Giulia Carignani, Riccardo Dinelli, Michele Carignani e Carlo Alberto Bartolini.

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Finito di stampare nel mese di dicembre 2001

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La memoria di Casa Vietina