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Numero 9 - Novembre 2011

Le Voci di Notiziario promozionale del Gruppo di lavoro di via Piave www.levocidiviapiave.com (anche su facebook)


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In questo numero ... In questo numero del nostro notiziario viene dato molto spazio alla voce ed alle proposte dei cittadini per migliorare il territorio (speriamo in futuro che tale spazio aumenti sempre di più) e finalmente possiamo relazionarvi sui primi passi dell’Atto di indirizzo. Inoltre abbiamo voluto inserire alcuni articoli, non scritti da noi ma da persone qualificate, sulla sensazione del pericolo e su quanto i media (giornali e televisione) possono influire per aumentare l’insicurezza. Abbiamo anche intervistato due gestori di esercizi pubblici di una zona spesso citata dalla stampa. Abbiamo provato a riportare due punti di vista molto diversi, quello del gestore di un ristorante che risulta penalizzato dalla permanenza quotidiana di un folto numero di persone nel marciapiede adiacente alla sua attività commerciale e quello di un operatore di una sorta di agenzia di affari che spiega il fenomeno dell’affollamento dal proprio angolo di visuale. Dall’incontro sull’Atto di indirizzo (vedi articolo) abbiamo avuto l’impressione che ci sia da parte dell’Amministrazione la volontà di affrontare seriamente le problematiche relative al nostro quartiere, in modo particolare per quanto riguarda il commercio e l’arredo urbano. Finalmente sembra che le ripetute richieste degli abitanti dei giardini di via Piave abbiano trovato una risposta, così il melograno è stato portato in altro luogo ed anche altri interventi richiesti sul verde pubblico per aumentare la sicurezza e combattere il degrado saranno effettuati al più presto. Per le feste di Natale è previsto, sempre nei giardini di via Piave, un mercato di sei giorni e la strada avrà le luminarie natalizie. Naturalmente se gli abitanti della zona non parteciperanno alle iniziative ma si limiteranno a lamentarsi e seguire i protagonismi personali e partitici che presentano solo il lato peggiore della zona ogni attività o promozione sarà inutile. Se vogliamo veramente migliorare il nostro quartiere dobbiamo viverlo, partecipare alle varie iniziative che vengono organizzate, invitando anche i nostri conoscenti di altre parti della città perché vengano a verificare di persona, permettendo così anche al commercio di sopravvivere. Infine vogliamo segnalare un’iniziativa che va nella direzione di una corretta convivenza: domenica 20 novembre nel teatro della parrocchia della Madonna di Lourdes in via Piave la comunità bengalese ha organizzato una festa; in questa occasione i loro bambini delle elementari e delle medie hanno invitato i compagni di scuola con le rispettive famiglie a conoscere la cultura e le tradizioni del Bangladesh.

Buon Natale e Felice Anno 2012


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27 settembre 2011: la Giunta Comunale in via Piave In quell’occasione, alla presenza di una trentina di cittadini del quartiere, è stato fatto il punto sulla realizzazione dell’Atto di indirizzo della Giunta comunale per via Piave, approvato a dicembre 2010.

dell’amministrazione per ottenere stazionano nell’angolo Via Monte la pace sociale e una convivenza San Michele - via Trento , viene costruttiva fra le varie culture”. annunciato durante l’incontro che Per quanto riguarda le azioni messe entro l’anno partirà un progetto in atto a tutt’oggi dalla Polizia Veritas - Etam di informazione Municipale, il Direttore Marini capillare sullo smaltimento In questa data di inizio autunno, dichiara che “in quest’ultima estate corretto dei rifiuti, coinvolgendo le nell’aula magna della scuola il numero dei Vigili Urbani presenti comunità più numerose presenti elementare C. Battisti nel territorio di via in quella specifica zona: quella “Ogni intervento di via Cappuccina, si Piave è triplicato” nigeriana, italiana e bengalese. è tenuta una riunione deve essere attuato , fa presente che Da tempo si segnala la pericolosità tra la Giunta Comunale nel rispetto di tutte “il controllo della dell’incrocio tra via Piave e Via quasi al completo, le entità presenti sul prostituzione e dello Cavallotti, dove periodicamente diversi Funzionari ed spaccio si attua si verificano incidenti e, malgrado territorio” una trentina di cittadini con investigazioni le segnalazioni effettuate nella che risiedono, lavorano o hanno spesso facilitate dalla collaborazione primavera scorsa al settore viabilità la propria attività commerciale nel con i cittadini” . Informa che “si e la raccolta di firme tenutasi a quartiere. La riunione intendeva sono effettuate delle mappature giugno 2011, si attende ancora andare a verificare l’andamento sugli immobili della zona occupati l’attivazione di strumenti adeguati a “dell’indirizzo di Giunta su via o a rischio di essere occupati dissuadere i conducenti dei veicoli Piave” che tanta risonanza aveva abusivamente” e che “sono allo dal procedere lungo via Piave ad avuto sulla stampa locale e di cui si studio forme giuridiche elevata velocità. era scritto in un “botta e risposta” adatte ad impedirne Una giovane signora “I Comuni non tra redazione e Vicesindaco nel l’occupazione”. Viene richiede la presenza hanno voce in precedente numero delle “Voci di riportato che “è stata del furgone dell’Unità via Piave”. approntata anche una capitolo sulle aper- Operativa Riduzione ture degli esercizi Fabrizio Preo, del Gruppo di mappa degli esercizi del Danno per i lavoro di via Piave, è il moderatore commerciali, poscommerciali chiusi e tossicodipendenti in del dibattito, cita quali sono le sono solo effetdi quelli gestiti sia da piazzale Bainsizza. finalità dell’atto di giunta, fa italiani che da stranieri tuare controlli sul Alcuni commercianti presente il mancato (fino ad ora) presenti nell’area regolare andamen- della Via Piave coinvolgimento dei cittadini nelle stazione, in via Piave, in to delle attività” ritengono che sarebbe forme previste e ricorda il ritardo via Cappuccina”. auspicabile un incontro nei tempi di attuazione. Il primo a La presenza dei cittadini e dei tra amministrazione e commercianti prendere la parola è il Vicesindaco, rappresentanti delle Istituzioni è allo scopo di favorire coloro che egli, analizzando i problemi del numerosa, partecipe ed interessata, lavorano nella legalità. quartiere Piave, premette: “è lo si deduce dal numero degli Un commerciante coreano di via necessario tenere in considerazione interventi e dall’attenzione che Trento esprime la sua accorata che la zona è caratterizzata dalla rimane alta per tutto il corso difficoltà a mantenere in vita un presenza della stazione dell’incontro. Gli esercizio commerciale che, pur di Alcune operazioni interventi degli abitanti elevato livello qualitativo, si scontra che si trova in delle Forze dell’Or- mettono in luce le più condizioni di degrado con i limiti derivati dall’essere urbanistico e ha bisogno dine si sono dimo- svariate situazioni. posizionato in un luogo poco di una adeguata strate più efficaci I residenti di Via accogliente per la propria clientela. ristrutturazione che si che in passato Monte San Michele Per più persone presenti prevede di realizzare ed il Comitato “Un sarebbe opportuno potenziare nei prossimi dieci impegno per la città”, da lungo l’illuminazione nei luoghi più a anni”. Ritiene inoltre che “ogni tempo, lamentano difficoltà di rischio. Un cittadino, abitante nel intervento deve essere attuato nel convivenza con i clienti dei negozi palazzo giallo al civico 161, dichiara rispetto di tutte le entità presenti sul africani e dei bar presenti in zona. di aver constatato che alcune territorio e nella consapevolezza dei Allo scopo di iniziare a tessere operazioni recentemente compiute principi che devono guidare l’azione una relazione con le persone che dalle Forze dell’Ordine si sono


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dimostrate più efficaci rispetto a servizi comunali entro le 24 ore quelle effettuate in passato. successive all’apertura, i Comuni L’Assessore ai Lavori Pubblici perciò non hanno alcuna voce Maggioni conferma in capitolo, se non La riconversione l’intento di attrezzare l’invio dei rituali delle ex lavanderie controlli sul regolare l’area dei giardini militari per favorire andamento delle Piave per un mercato bisettimanale entro una dimensione di attività. L’Assessore la primavera 2012. all’Urbanistica Miceli continuità fra via L’Assessore al Commercio Piave ed il centro sostiene che “la zona Rey menziona la Delibera delle ex lavanderie della Giunta Regionale del Veneto, militari è un punto cruciale per approvata in quell’ultima settimana favorire una dimensione di continuità di settembre, che stabilisce ancora fra via Piave ed il centro”. meno restrizioni all’apertura di E le prospettive dell’atto di nuovi esercizi commerciali. La prassi indirizzo? Probabilmente prevede ora che sia sufficiente la verranno suddivise e affrontate comunicazione di inizio attività ai singolarmente le varie

problematiche presenti nella zona, coinvolgendo tutti i soggetti interessati. A tal proposito è stato proposto, da un componente del gruppo di lavoro dei cittadini, che l’Amministrazione Comunale attivi un sito internet che possa seguire in tempo reale l’attuazione dell’Atto di Indirizzo e coinvolgere sul suo percorso i cittadini interessati. In questa occasione è stata dimostrata la disponibilità dell’Amministrazione a porre al centro dei propri lavori il nostro quartiere. Vedremo in seguito i risvolti.

COME MANTENERE VIVO IL NOSTRO TERRITORIO La comunità bengalese, di fatto, ha anticipato un progetto che il Gruppo di lavoro di via Piave sta portando avanti con l’Assessorato allo sport del Comune di Venezia per la prossima primavera e che riguarda le possibilità di occupare gli spazi della città con semplici attività sportive per bambini ed adolescenti. A chi non è tanto giovane questo sembrerà naturale, perché un tempo spazi pubblici e campi aperti ed accessibili erano le aree di gioco e sport spontaneo preferite dai ragazzi e dalle ragazze. Ciò prima che le attività sportive fossero tutte regolate da associazioni e società appositamente strutturate e l’elettronica trasformasse il gioco collettivo in gioco solitario. Di recente un gruppo di adolescenti bengalesi ha spontaneamente riproposto quelle originarie modalità

di frequentazione dei luoghi andando la sera, verso le 17.00 per circa un’ora, a tendere una rete in piazzetta San Francesco ed a giocare a volano (il termine tecnico sarebbe badminton, uno degli sport più diffusi al mondo diventato disciplina olimpica dal 1992) con le classiche racchette e la pallina leggerissima. Purtroppo la protesta di un solo commerciante ha interrotto questa iniziativa, la quale teneva lontano persone non desiderate dalla zona e non portava particolari disagi per passanti o negozianti, anzi aveva incontrato la simpatia di molti abitanti della zona.


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UN MONDO A RIFIUTI ZERO

Senza inceneritori e discariche, è possibile? “DIVIETO DI DISCARICA”; cartello un po’ beffardo, normalmente piazzato davanti a cumuli di spazzatura abbandonati in certe periferie, quasi ad indicare il luogo in cui ci si può sbarazzare impunemente degli oggetti più disparati. Ovviamente esistono modi più razionali per smaltire i rifiuti, può essere d’aiuto ottimizzare il sistema di raccolta, vaglio e selezione di vetro, plastica, metalli ecc., con impianti tecnologicamente avanzati. Il limite di questo sistema è che nella nostra società ci sono cose che non possono essere riciclate, ridotte a Compost, e quindi non possono essere riutilizzate. Continuare a costruire nuove discariche non

è più sostenibile, d’altra parte neanche bruciarle negli inceneritori è una buona soluzione; oltre alle significative emissioni di sostanze tossiche dai camini, non si può negare che per ogni 3-4 tonnellate di spazzatura resti una tonnellata di cenere molto tossica di cui dobbiamo liberarci. Il problema è non tanto quello di trovare modi migliori per immagazzinare o distruggere i materiali di scarto, quanto arrestarne la produzione. Lo spiega bene Paul Connet (Prof. professore emerito di chimica ambientale all’Università St Lawrence New York) ideatore della strategia “rifiuti zero” quando afferma che «i rifiuti coinvolgono

chiunque, ognuno di noi produce rifiuti quotidianamente, siamo tutti parte del problema, ma se cambiamo punto di vista possiamo diventare tutti parte della soluzione». Certo serve una comunità responsabile che non disperda i rifiuti nell’ambiente, che separi i rifiuti riciclabili, la frazione umida, che faccia la raccolta porta a porta; serve anche un’industria responsabile che metta a punto prodotti, confezioni e imballaggi migliori, solo se riutilizzabili o riciclabili. Serve infine una buona classe politica, che sappia guardare a questi problemi con lungimiranza. Marco Mura

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BARAT TOLO BOA IN POLISTIROLO BOT TIGLIA DI PLASTICA BOT TIGLIA DI VETRO BUSTA DI PLASTICA CARTA TELEFONICA CARTONE LAT TE ( TETRAPACK) CONTENITORE IN PLASTICA CONTENITORE IN POLISTIROLO CORDA DI COTONE FAZZOLET TO DI CARTA FERMALAT TINE GIORNALE GOMMA DA MASTICARE GUANTO DI LANA

50 ANNI 80 ANNI 100 - 1000 ANNI TEMPO INDETERMINATO 100 - 1000 ANNI 1000 ANNI 3 MESI 100 - 1000 ANNI 50 ANNI 3 - 14 MESI 3 MESI 450 ANNI 6 SET TIMANE 5 ANNI 1 ANNO

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GUANTO IN COTONE LAT TINA IN ALLUMINIO LEGNO COMPENSATO LEGNO VERNICIATO PANNOLINO BIODEGRADABILE PANNOLINO USA E GET TA PIAT TO DI PLASTICA QUOTIDIANI E RIVISTE SACCHET TO DI PLASTICA SCATOLA DI CARTONE SIGARET TA CON FILTRO SIGARET TA SENZA FILTRO TORSOLO DI MELA TOVAGLIOLO DI CARTA

1-5 MESI 20 - 100 ANNI 1-3 ANNI 13 ANNI 1 ANNO 450 ANNI 100 - 1000 ANNI 4 - 12 MESI 100 - 1000 ANNI 2 MESI 1 ANNO 3 MESI 2 MESI 2-4 SET TIMANE


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Quando le capacità imprenditoriali possono non bastare Incontriamo Park il gestore del ristorante coreano “Naru” in via Trento n 28/b, a cinquanta metri dalla stazione. Ci accoglie nel suo bel locale, ci offre il caffè e subito dopo iniziamo l'intervista.

Che significa nella sua esperienza aprire un ristorante coreano in via Trento? Io ho lavorato per creare un locale che fosse piacevole sia per la gente locale che per i turisti. Vorrei gradualmente ampliare al turismo coreano, ma ho volutamente deciso di cominciare con la gente del posto. In questo mi sento di dire che essere in via Trento non aiuta la mia attività; quando dico che il locale è in via Trento di solito non piace. La clientela che mi conosce, di solito ritorna, io perciò ho un certo numero di clienti fissi; il problema è che non posso contare troppo sull’arrivo di nuovi clienti o di persone legate al circuito turistico. L’altra sera ho visto delle ragazze coreane, provenienti a piedi dalla stazione, tornare indietro prima di arrivare in via monte S. Michele perché, presumo, intimorite dall’assembramento di persone lungo il marciapiede che conduce al mio ristorante. I turisti cenano di solito dalle ore 18 alle ore 21, il marciapiede di accesso al mio ristorante è spesso “impenetrabile”, visto quanto è stretto e quanto è frequentato da persone che rimangono ferme nel posto dalle ore 17.30 alle 20. Non ho niente contro queste persone, è che riducono drasticamente la mia possibilità di lavorare. Questo mi preoccupa tantissimo. Notoriamente i dintorni della stazione sono luoghi un pò "sregolati", perché ha pensato di aprire il suo locale così a ridosso della stazione di Mestre? Perché confidavo nella realizzazione in tempi brevi dei progetti di ristrutturazione della stazione. Ora lei ha potuto verificare che i tempi di ristrutturazione della stazione non saranno brevi, che l'am-

biente circostante non è in sintonia con la sua attività ed inoltre che la crisi finanziaria comincia a farsi sentire sempre più. Come pensa di affrontare questo momento di difficoltà? Pensate che il mio locale lo scorso anno si è classificato primo a Mestre nel sito “tripadviser.com”, una sorta di concorso di locali via internet che coinvolge turisti anche francesi e americani. Ho in progetto di attivare una rete di servizi turistici, a basso prezzo, che coinvolgano agenzie ed hotel nelle vicinanze della stazione, questo nel tentativo di contrastare un po' la concorrenza di un certo tipo di turismo orientale che, in alcuni casi, agisce in modo irregolare. Cosa, dell'ambiente circostante al suo locale, le nuoce di più dal punto di vista commerciale? Soprattutto i cassonetti utilizzati come bagni. E' un brutto segno per la gente che passa, la puzza ristagna con il freddo, figuriamoci d’estate. Anche la pulizia delle strade e dei marciapiedi. La Veritas passa troppo poco a pulire. Gli assembramenti di persone in uno stesso luogo sono comprensibili ma quando impediscono il passaggio lungo il marciapiede sono controproducenti per la mia attività. Ora la luce è a posto e c’è meno paura ma per tutta l’estate questo marciapiede è stato poco illuminato. A suo giudizio, è concretamente possibile una convivenza che permetta al suo locale di lavorare bene vicino ad altre attività, che dal raduno quotidiano di persone traggono vantaggio per la vendita delle proprie mercanzie (vedi pub o bar)? C'è una differenza fondamentale tra questi locali ed i pub o i bar. L’aggregazione nei pub è sostenuta da servizi che gli stessi esercenti garantiscono: bicchieri, tavolini, spazio interno. Qui, per il minimarket all’angolo, si tratta di sola vendita senza alcuna attenzio-

ne per la propria clientela da parte del gestore. Alla fine il consumo di bevande ed il ritrovo avviene solo all'esterno. Tutto quello che succede fuori dal proprio negozio non ricade sul gestore. Poi però anche i gestori subiscono le conseguenze di alcuni provvedimenti disciplinari. Anni fa è stato emesso da parte del Prefetto un provvedimento di chiusura anticipata dei minimarket alle 19.30. Per loro questo costituisce una perdita di guadagno, per i cittadini c'è una maggior quiete per me non cambia molto, perché le persone poi finiscono per defluire dal marciapiede verso le 20 / 20,30. Si può convivere, ma non è facile. Con alcune persone ho un rapporto conflittuale, alcuni clienti di altri negozi hanno con me un atteggiamento provocatorio. Cosa potrebbe fare lei, cosa gli altri commercianti, gli abitanti, i frequentatori abituali, le istituzioni per supportarla in questo tentativo di rilancio della sua attività? I commercianti potrebbero essere decisivi. Essi, se vogliono fare qualcosa, si trovano e decidono come fare. Alcuni di essi però hanno occhi ed orecchie chiuse. La polizia potrebbe fare qualcosa, sia per permettere il passaggio alle persone lungo i marciapiedi, sia per far rispettare le regole. I frequentatori sono esseri umani, sanno cos’è la sporcizia e cosa sono le regole, non capisco perché non ne tengano conto quando sono qui. Le Istituzioni dovrebbero gestire di più la situazione. In fondo la possibilità di lavorare ci sarebbe, c’è passaggio in questa via. Sarebbe importante riqualificare il quartiere.


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In via monte S. Michele un’offerta commerciale che raccoglie esigenze concrete degli africani Incontriamo Jean M’balla, gestore di un locale culturale posto in via Monte S. Michele, si tratta di un monolocale dotato di una scrivania attrezzata e di un divano dove siedono i clienti, i collaboratori e gli amici. Vi è anche un servizio igienico che Jean mette a disposizione a chiunque ne abbia bisogno. Questo locale è sede dell’Associazione Welcome che coadiuva diverse altre associazioni, in questo spazio trova ospitalità l’Associazione Africana di Venezia. M’balla si esprime molto bene in italiano, quindi iniziamo ad intervistarlo.

Dal punto di vista commerciale, che significato ha il concentramento di un certo numero di locali africani (5 negozi, di cui uno gestito da cinesi, ed una associazione africana) in una ristretta zona nelle vicinanze della stazione di Mestre? La stazione è un punto di riferimento facilmente individuabile da tutti, è strategico avere un’attività commerciale nelle sue vicinanze, specie quando tali attività sono rivolte ad un esiguo numero di persone (nel complesso la percentuale di cittadini africani è molto bassa a Mestre rispetto a quella di altre presenze di immigrati) e specie se una buona parte delle persone che frequentano questi negozi proviene da fuori città. I negozi vicini alla stazione sono facilmente riconoscibili, non ci si sbaglia, li si trova in poco tempo, può bastare seguire l’indicazione: vicino alla stazione. Investire soldi per aprire un’attività commerciale in un punto anonimo della città o anche in luoghi rinomati ma non facilmente rintracciabili e frequentabili dalla nostra gente è ovviamente un’impresa destinata a fallire, quindi da evitare. Di quanti altri locali africani presenti in città sei a conoscenza? Praticamente non ve ne sono, per le ragioni prima descritte. La clientela di questi negozi proviene dalla città di Mestre o anche da zone limitrofe? Arrivano in tanti dalle zone limitrofe: Dolo, Scorzè, Spinea, Malcontenta, Venezia, Mira, Strà, Mogliano, anche da

Treviso, Padova, Conegliano. Lo fanno principalmente per incontrarsi e lo fanno qui dove sono presenti negozi che nel circondario non ci sono (Padova a parte). Se ci pensate le offerte commerciali dei cinque locali gestiti da africani sono alquanto diversificate: un parrucchiere; un’agenzia commerciale/ culturale; un minimarket a prevalenza alimentare; un negozio che vende in particolare tessuti; un locale soprattutto con cassette e CD di musica e film africani. E’ un’offerta commerciale assortita che raccoglie un’esigenza concreta degli africani presenti nel territorio. Cosa rappresenta questo angolo di città per le persone africane? La ragione principale che ci spinge a ritrovarsi in tanti in questo luogo ed a volte creare assembramento è la mancanza di occasioni di ritrovo e condivisione. Per noi non è lo stesso andare a bere qualcosa in un qualsiasi locale italiano; non tutte le persone sono aperte ed ospitali, rischieremmo di non sentirci a nostro agio. Siamo più tranquilli tra di noi, è un pò come stare a casa, le cose che ci mancano le sentiamo e le troviamo qui. E’ possibile una convivenza positiva se le esigenze commerciali sono così diverse: da una parte la necessità di una zona tranquilla e facilmente accessibile, per permettere un miglior afflusso di clienti nei ristoranti; dall’altra l’esigenza di aggregazione delle persone che si ritrovano numerose fuori dai locali ed il conseguente beneficio economico che ciò comporta a questi negozi? La convivenza potrebbe essere facilitata da una regolamentazione più attenta degli spazi esterni, ad esempio i luoghi con sosta a pagamento, con divieto di sosta e di carico e scarico non sono presidiati. La zona potrebbe essere maggiormente attrezzata e segnalata, ci sarebbero da illuminare di più alcune parti (così come è stato fatto di recente davanti ai cassonetti delle immondizie n.d.r.), tutti i negozi del posto dovrebbero rendere accessibile il proprio bagno anche ai non clienti. Il mini market

gestito da cinesi all’angolo della via, dovrebbe tenere aperto il proprio W.C., almeno ai clienti, per ridurre il ricorso alle pipì fatte da questi sui cassonetti. La via Monte S. Michele è una bella via, con il restauro della stazione potrebbe diventare bella anche via Trento, i commercianti africani sono sensibili a questi cambiamenti? Potrebbero essere interessati a migliorare la propria immagine commerciale? Migliorare dal punto di vista degli spazi non è semplice per alcuni locali, perché essi sono molto ristretti e le migliorie riguarderebbero solo alcuni particolari. Poi sta alla sensibilità di ciascuno. Secondo me due anni fa, quando il minimarket all’angolo tra via Trento e via Monte S. Michele era gestito da un signore nigeriano, alcune cose sono state fatte, ad esempio lui aveva apposto alla sua vetrina un cartello con scritto che il suo w.c. era accessibile a chiunque lo avesse richiesto. Si tratta di piccoli segnali ma importanti e sarebbe giusto valorizzarli. Sono comunque convinto che, se la zona si facesse più bella, tutti vi si adeguerebbero volentieri. Quali condizioni potrebbero migliorare il rapporto tra commercianti, abitanti e fruitori di questa via e quale ruolo potrebbe avere un’associazione come la vostra? Servirebbero maggiori pulizie da parte di Veritas, noi come associazione puliamo ogni giorno in questo tratto di marciapiede di via Monte S. Michele e pensiamo così di dimostrare il nostro interesse a ricercare forme di integrazione. Servirebbe una maggiore collaborazione tra noi commercianti della zona (nigeriani, cinesi, coreani, kossovari e italiani), se c’è chiusura tra di noi ci saranno sempre problemi. La questione del bagno, come detto prima, è molto importante. Sarebbe utile poter fare piccole varianti, ai negozi ed ai loro spazi esterni, che consentissero soste più comode e dignitose per le persone, anche se gli spazi, purtroppo, sono proprio ridotti.


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Il degrado, ovvero quando le parole perdono il loro significato

notiziario@levocidiviapiave.com

Notiziario promozionale del Gruppo di lavoro di via Piave Realizzato in collaborazione con: l’Unità operativa ETAM-Animazione di Comunità e Territorio (Servizio Promozione Inclusione Sociale) della Direzione Politiche Sociali, Partecipative e dell’Accoglienza. Stampa a cura: CPM, viale Ancona - Mestre In redazione: Italo Trentin, Maria Rita Bersanetti, Elda Scatto, Palma Gasparrini, Fabrizio Preo, Luisa Cazzador, Paolo Grazioli, Franco Nube, Marco Mura, Roberta Zanovello, Loris Trevisiol.


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Intervista a Pittalis: il richiamo delle parole sulla stampa

L’uso di determinate parole quali “ghetto”, “bronx” , “cashba” oppure clandestini, zingari, vu cumprà… producono reazioni xenofobe e/o fanno aumentare la percezione di insicurezza dei cittadini? “Sgomberiamo subito il campo: le parole nel bene e nel male non mascherano una realtà che esiste. Il problema via Piave c’è al di là delle parole e va risolto. Anzi, si è già in ritardo. Forse non sono stati colti i segnali al momento giusto, forse si è tardato a comprenderne la portata, il fatto è che adesso preoccupa e che certi episodi accaduti non possono più essere sottovalutati. Per rispondere alla domanda: certo sono parole che nascondono anche un’insidia, ghettizzano già nel linguaggio; accentuano una preoccupazione che già esiste. Avvicinano una strada o una parte di città a realtà spesso immaginate: chi conosce davvero la cashba? E basta dire bronx per avere la percezione esatta di cosa significa? Si rischia di dividere già con le parole tra cittadini buoni e cittadini cattivi, tra onesti e delinquenti. Non è la parola in sé che ottiene l’effetto negativo, è l’uso che se ne fa, il contenuto che le si dà, la strumentalizzazione che l’accompagna. La parola clandestino in sé non può spaventare, ma se si aggiunge che tutti i clandestini sono criminali allora serve a creare l’emergenza clandestini. Associare un quartiere o una strada a ghetto,

bronx o altro sicuramente ottiene l’effetto di condannare quel quartiere. A Mestre, per esempio, il quartiere di Altobello continua ad essere chiamato dispregiativamente Macallè, un nome che risale al tempo del fascismo, ma che resiste nonostante del vecchio quartiere non siano rimaste quasi nemmeno le case”. Le persone sono attratte solo da articoli di tipo allarmistico? È l’unico contenuto/messaggio che la stampa riesce a vendere? Il richiamo facile, il titolo forte, non rischia di essere un elemento che impoverisce la qualità degli scritti dei giornalisti? “Il titolo forte, l’allarme sociale richiamano sempre. Possono spingere alla vendita un giorno, non il giorno dopo. Contano la credibilità della notizia, la qualità dell’informazione, non gli effetti speciali o l’allarmismo diffuso. Chiaramente in una realtà circoscritta – e una strada lo è – anche i piccoli episodi fanno rumore: uno scippo che in una grande città farebbe al massimo statistica, in un paese diventa la notizia. Certo si può creare un’emergenza anche con le parole, ma la realtà prenderà sempre il sopravvento. Viviamo in tempi in cui tutto sembra emergenza, non ci sono problemi, solo emergenze. Basta gonfiare un fenomeno ed è fatta. Quando non serve più la si butta via, naturalmente senza averla risolta. Chi parla più dell’emergenza delle rapine in villa? C’è stato un periodo in cui sembrava non ci fosse un problema più grave. Accadono ancora, ma non se ne parla più o sono in secondo piano”. Il giornalismo svolge un ruolo funzionale al potere delle forze politiche sui temi legati all’immigrazione e alla percezione di insicurezza, visto che sono diventati il cardine delle campagne elettorali? “I giornali sono lo specchio del Paese, ne riflettono problemi e speranze. Non sono né migliori, né peggiori della realtà che descrivono. Talvolta obbediscono più del dovuto alla politica, ne assecondano pulsioni non sempre nobilissime. L’immigrazione è uno dei temi forti, sconvolgente per le

dimensioni e per l’impatto, importante per gli effetti sull’emozione pubblica, per le conseguenze sull’elettorato. Un fenomeno che va affrontato con grande serietà, con regole precise che devono essere fatte rispettare. Si devono contrapporre molti doveri, ma garantire anche qualche diritto. Quando questo non avviene - per debolezza, per convenienza politica, per ideologia, per mancanza di solidarietà – è facile caricare questo problema di tanti altri significati. Trasformarlo ora in crociata, ora in banalità. L’informazione ha grandi responsabilità, deve dire come stanno le cose, non prestarsi ora all’esasperazione ora alla banalizzazione”. Gli operatori dell’informazione usano parole appropriate e rispettose per tutti? “Può accadere che l’informazione usi talvolta parole non appropriate o non rispettose di tutti. Un po’ come effetto dei tempi che hanno consentito lo sdoganamento di termini non sempre politicamente corretti, si pensi al mutamento di linguaggio della politica. Un po’ come effetto di certa superficialità che tocca anche l’informazione. Ci si può sforzare di fare meglio, di cambiare. Spesso gli operatori dell’informazione sono condizionati dalla linea politica dei giornali o anche dalla visione ideologica di chi scrive o dalla scarsa professionalità. Un esempio: ci sono ogni giorno incidenti provocati da pirati della strada. Quando del “pirata” non compare la località di provenienza, allora possiamo dedurre che si tratta di un italiano; in tutti gli altri casi è specificato: immigrato albanese, romeno ecc. La diversità viene spesso enfatizzata in maniera negativa. Spesso la scelta di certi termini serve a colpire il lettore, ma finisce per trascurare il problema vero. Si scrive “ghetto” e non si aggiunge altro, quasi che una parola dalla connotazione negativa possa spiegare l’intero problema senza che ci si sforzi ad analizzare”.

Edoardo Pittalis, editorialista del Gazzettino e scrittore


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La sicurezza in Italia, se la Tv fa paura L’agenda dei problemi segnalati dai cittadini italiani è, da ormai molto tempo, in larga misura dominata dai temi e dalle preoccupazioni di natura economica. Il che non rappresenta una novità: già alla fine del 2010 le indagini demoscopiche (si veda il sondaggio realizzato da Demos&Pi per nel dicembre 2010) rilevavano che la maggior parte degli italiani - il 65% - riteneva prioritario per l’agenda politica affrontare e gestire economia e lavoro. Prima ancora dell’emergere della crisi economica dell’estate 2011, i cittadini italiani esprimevano un sentimento di angoscia e di incertezza soprattutto rispetto al peggioramento delle condizioni di vita e alla perdita o alla mancanza di lavoro. Di questi argomenti, ritenuti come urgenti dai cittadini, almeno nei primi mesi dell’anno, nella maggior parte dei notiziari, non vi è alcuna o poca traccia; in compenso la narrazione di fatti criminali (con l’eccezione del TG3 e del TGLa7) occupa una parte cospicua dell’agenda. L’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza (formato da Demos&Pi, Osservatorio di Pavia e Fondazione Unipolis) è nato allo scopo di indagare il rapporto tra percezioni dei cittadini e rappresentazione mediatica soprattutto in relazione ai fenomeni che possono creare insicurezza. I dati forniti dall’Osservatorio di Pavia relativi all’analisi dell’edizione serale dei telegiornali di casa nostra dal gennaio al giugno 2011 suggeriscono alcune osservazioni: l’attenzione costante ai fatti criminali, tanto che la pagina della criminalità costituisce un tratto strutturale dell’agenda, la serializzazione dei grandi casi criminali che vengono seguiti e aggiornati come crime novel; l’ampio spazio dedicato alla narrazione di reati comuni. Nel primo semestre 2011 l’agenda dei telegiornali è stata occupata per circa il 12% dalle notizie di criminalità; il record spetta a Studio Aperto con 964 notizie in sei mesi (una media di

5 notizie al giorno), seguito dal TG5 e dal TG1 (rispettivamente 741 e 596 notizie), e a scendere TG2 (con 415), TG4 (con 372) per arrivare a TG3 e Tg La7 fanalini di coda con 142 e 111 notizie. Nei Tg si parla tanto di criminalità nonostante, in Italia, l’andamento reale dei reati (dati forniti dal Ministero degli Interni) sia costante da dieci anni a questa parte. Ne segue quindi una correlazione tra la percezione di insicurezza legata alla criminalità e la rappresentazione mediatica del fenomeno. Non a caso la paura legata a fatti criminali cresce in relazione alle ore di esposizione alla televisione e riguarda persone che la seguono anche in modo disattento (per le quali la tv è una compagnia, un sottofondo). Come afferma il sociologo Ilvo Diamanti “si tratta di persone sole - che, comunque, soffrono di solitudine. Quelle che hanno meno relazioni di vicinato. Perlopiù anziane e con basso livello di istruzione. Esposte alla programmazione televisiva, più di tutte le altre. La loro angoscia e la loro solitudine crescono in parallelo alle ore trascorse davanti alla tivù”. Soprattutto se si considera che i notiziari, oltre allo spazio ai cosiddetti casi criminali (il delitto di Perugia, il caso Sarah Scazzi, il caso Melania rea), dedicano ampia visibilità ai reati comuni: omicidi per futili motivi, incidenti automobilistici con morti e feriti, scippi e rapine in villa nei telegiornali degli altri paesi europei non trovano rappresentazione; al contrario, in quelli italiani sono presenti in modo costante e ripetuto. La quantità di notizie concernenti la criminalità comune segnala un’attenzione a quegli eventi criminosi che, coinvolgendo persone comuni ed essendo diffusi su tutta la penisola, potenzialmente impattano sulla nostra sicurezza e ci rendono più preoccupati per le minacce – per lo più presunte – nel nostro territorio.

Il che ovviamente non significa escludere l’esistenza di problemi specifici in precise aree geografiche e territoriali, né tantomeno mettere in discussione l’esigenza di sicurezza provenienti dai cittadini di quelle aree. Ma implica ragionare sul tema della sicurezza in concreto e adottare politiche ad hoc, fatte di interventi coerenti con il tipo di problema da affrontare e non prodotte da una generica e, come abbiamo visto, poco corrispondente alla realtà, paura dell’altro. Paola Barretta Osservatorio di Pavia


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I territori dell’insicurezza In questo articolo il sociologo Alvise Sbraccia analizza il significato della parola sicurezza e rileva come questa, negli ultimi anni, sia riferita solo alla propria incolumità fisica e patrimoniale, in questo perdendo la connotazione di sicurezza legata al lavoro, alla salute ed ai legami sociali. La “retorica” sul tema della sicurezza ha tanto insistito su una presunta attitudine alla sopraffazione da parte degli stranieri. Spesso le richieste della popolazione e le uniche risposte istituzionali previste si sovrappongono in un unico orientamento tendenzialmente repressivo (destinato poi a non essere mai del tutto esauriente): più polizia nelle strade, più controllo contro il degrado ed il crimine. Ma, ammonisce Sbraccia, “in nessun caso le forze dell’ordine potranno restituirci sovranità su uno spazio pubblico che non frequentiamo, se non per attraversarlo riottosi e impauriti”. Il concetto di sicurezza ha subito, nell’Italia degli ultimi 15 anni, una profondissima torsione semantica. Alcune sue dimensioni, relative alla concretezza dei diritti di cittadinanza, alle capacità inclusive dei sistemi di welfare, alla continuità occupazionale, alle garanzie del sistema previdenziale e pensionistico ne escono atrofizzate, mentre la declinazione corrente è incentrata sulle minacce che investono la sfera fisica e patrimoniale dei cittadini. Le retoriche che si sono sviluppate in tema di sicurezza non possono quindi prescindere dall’individuazione dei portatori di queste minacce e il processo di criminalizzazione massiccia dei migranti in Italia le ha saldate con stigmatizzazione. La presunta “attitudine predatoria e criminale” degli stranieri si desume allora dal loro coinvolgimento nei processi penali e dalla loro crescente presenza nelle carceri. Questi dati – ci avvertono gli studi criminologici di scuola critica – non descrivono gli andamenti della criminalità, giacché sono il prodotto dei meccanismi selettivi delle agenzie del controllo. Queste retoriche hanno però dimostrato di avere un notevole effetto di persuasione. I conflitti e le difficoltà che si determinano al cambiamento dello scenario sociale che deriva dai flussi migratori e dalla ricomposizione demografica dei residenti si amplificano così per via di un vero e proprio processo di mostrificazione. Alla progressiva desertificazione dello spazio pubblico – una dinamica sociale complessa che coinvolge le trasformazioni della nostra socialità e la centralità che la televisione e gli altri media hanno assunto nel nostro tempo libero – corrisponde una sensazione diffusa di perdita di controllo sui territori che attraversiamo. Le presenze altre - per tratti somatici, stili comunicativi e abitudini – provocano insicurezza perchè riducono le nostre

capacità di previsione e rendono incerte le nostre aspettative. Tale insicurezza si traduce in paura se si fanno proprie le rappresentazione dell’altro come predatore. Il contenuto di questa paura è astratto, proprio perchè non si riferisce all’esperienza diretta del soggetto, ma ai messaggi che gli giungono dal sistema politico-mediatico. Con questo non si intende affermare che alcuni migranti non siano coinvolti nelle attività illegali che provocano allarme sociale, ma propriamente che questo allarme è sovradimensionato rispetto ai pericoli che presentano i nostri territori. “Ma tu ce lo porti tuo figlio a giocare al parco in mezzo ai maghrebini che spacciano?”-“Ma tu hai mai abitato in una strada con le prostitute dove di notte c’è sempre casino?”. Simili domande sono sistematicamente poste a chiunque tenti di argomentare in chiave sociologica intorno alle dimensioni territoriali dell’insicurezza. E’ possibile rispondere facendo un rapido riferimento alle logiche delle economie di mercato, che si possono tranquillamente applicare ai settori dell’informalità (prostituzione) e dell’illegalità (spaccio). Di fronte a una domanda strutturata e solida di beni e prestazioni non convenzionali non è realistico sperare in una sparizione della relativa offerta. Specialmente in una fase di crisi economica e occupazionale, questi mercati producono inevitabilmente anche un mercato del lavoro e c’è la fila per accedervi, con tanto di turn over garantito... Ma in ogni caso si tratta di domande legittime, che alludono all’aspirazione a vivere in uno spazio pubblico armonico o quantomeno caratterizzato da incontri con soggetti che non appaiono minacciosi o disturbanti. Tale aspirazione è dotata di senso nel momento in cui chi la esprime percepisce la mancanza di uno spazio pubblico sicuro e fruibile, anche indugiando in un atteggiamento

nostalgico sulla socialità del “suo” quartiere negli anni che furono. Intorno a questi desideri condivisibili si è sviluppato un canale di comunicazione privilegiato tra i cittadini e il sistema politico, anche nelle sue articolazioni periferiche (amministrazioni comunali). Niente si strano, si potrebbe pensare: le istituzioni sono chiamate a rispondere alle istanze della cittadinanza. I problemi invece emergono quando analizziamo le tipologie di risposta, inoltrandoci in quell’insieme di dispositivi che chiamiamo “paradigma sicuritario”. Enunciati da campagna elettorale, pacchetti governativi e ordinanze dei sindaci sulla “sicurezza”, rappresentazioni mediatiche del crimine e centralità della cronaca nera vanno a comporlo, prefigurando soluzioni di orientamento repressivo. La soluzione proposta si sovrappone all’invocazione che si presuppone spontanea: più polizia nelle strade, più controllo contro il degrado e il crimine. Ma appunto, la richiesta è veramente spontanea o funziona perchè è tra le poche che incontrano un orecchio istituzionale, assumendo così visibilità? Ciascuno di noi può esprimere consenso o disappunto di fronte alla prospettiva di uno spazio pubblico militarizzato. Il problema però si pone in altri termini. In nessun caso le forze dell’ordine possono costituire un surrogato al controllo diffuso, in nessun modo potranno restituirci sovranità su uno spazio pubblico che non frequentiamo, se non per attraversarlo riottosi e impauriti. Non esistono alternative praticabili al recupero di una socialità di strada che favorisca il contatto con l’altro. La conoscenza reciproca e la gestione di eventuali conflitti producono sicurezza poiché avversano implicitamente la percezione dell’altro come nemico. Alvise Sbraccia sociologo (Università di Bologna)


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Le parole sporche* “Nell’oscurità le parole pesano il doppio” diceva Elias Canetti. Viviamo tempi oscuri, tempi di paura e ignoranza in cui le parole giocano un ruolo chiave e spesso i mass media le usano volutamente per colpire coloro che sono percepiti come “esterni” al nostro mondo. Cioè quasi sempre gli immigrati. Veniamo bombardati da termini quali “sicurezza”, “emergenza”, “invasione”, “pericolo”, “tolleranza zero” e così via. E quando ci si riferisce ad un cittadino non italiano si riempiono giornali, TV e siti internet di parole come “clandestino”, “zingaro” e “vu cumprà”. Le nostre menti – e quelle dei giovani in modo particolare - stanno assorbendo questo linguaggio che il giornalista Giuseppe Faso chiama “lessico del razzismo democratico”. E ne abbiamo diretta testimonianza anche nella nostra vita quotidiana: Venezia viene descritta come invasa

da “vu cumprà” e “clandestini”, a Mestre la zona di via Piave è dipinta come un bronx pieno di “extracomunitari” e “zingari”, luogo di “paura” e “criminalità”. Come risposta a questa preoccupante tendenza, un gruppo chiamato “giornalisti contro il razzismo” (www.giornalismi.info/ mediarom/) ha lanciato un appello affinchè vengano abolite dai mass media cinque parole: “clandestino”, “extracomunitario”, “vu cumprà”, “zingaro” e “nomade”. Nel suo libro dal titolo “Parole sporche” Lorenzo Guadagnucci – uno dei promotori dell’appello – spiega che tali parole stigmatizzano e disinformano. Nei mass media “clandestini” sono definiti anche i richiedenti asilo; “extracomunitari” sono sempre i romeni (peraltro comunitari quanto noi) o gli africani ma non sono mai gli americani o gli svizzeri; si definiscono in maniera dispregiativa “zingari” e

“nomadi” i rom ed i sinti che ormai da decenni sono stanziali; si deridono i venditori ambulanti chiamandoli “vu cumprà”. Per questo è fondamentale adottare un linguaggio diverso che sia in grado di rispettare la dignità delle persone e di informare anzichè disinformare. L’impegno per una società antirazzista, solidale e libera dalla paura passa anche da qua, dall’uso delle parole per unire e non per emarginare, per condividere e non per discriminare. Davide Carnemolla Rete Tutti i diritti umani per tutti

*dal libro di Lorenzo Guadagnucci

Hotel Bologna: 100 anni di attività Nel 2011 l'Hotel Bologna festeggia un secolo di attività, diretta e gestita sempre dalla stessa famiglia Tura, di cui rappresento ormai già la terza generazione. Per la mia famiglia però, celebrare i 100 anni di attività, è significato e significa anche dare un segnale concreto della nostra presenza sul territorio. Per questo motivo, ci è sembrata senz’altro questa, l’occasione migliore per offrire un nostro contributo alla città ed in particolare proprio a Via Piave, attraverso il finanziamento delle operazioni di recupero e ripristino funzionale della fontana situata proprio all'inizio della via. La scultura del maestro Gianni Aricò è un'opera che racconta Mestre nella sua storia e nelle sue antiche tradizioni passate. A maggior ragione quindi la mia

famiglia ed io vorremmo, che il suo restauro di oggi davvero fosse un concreto auspicio ed un primo significativo passo per recuperare quella memoria civica ed iniziare a scrivere una nuova storia, caratterizzata prima di tutto, dalla necessaria riqualificazione ambientale della zona in cui l'opera è presente. Infatti proprio Via Piave è stata salotto e via di fondamentale importanza per la storia e la crescita della città di Mestre .. un particolare questo che merita essere ricordato con forza in questi giorni di difficile e delicata convivenza immersi in un tessuto sociale che attraversa profondi mutamenti e complesse integrazioni a tutt'oggi purtroppo ancora incompiute. Paola Tura amministratore delegato Hotel Bologna


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FELICE FESTA “EID MUBARAK” Come già accennato nella premessa di questo notiziario, ci sembra giusto presentare una positiva occasione di convivenza tra culture diverse che si è verificata di recente in via Piave. In questo periodo la tradizione islamica celebra la festa Eid Mubarak (festa del sacrificio) in ricordo dell’episodio biblico della disponibilità di Abramo di sacrificare il proprio figlio. In questa occasione la tradizione islamica prevede il sacrificio di un capretto, così come le Sacre Scritture narrano abbia fatto Abramo. Un gruppo di studentesse di diverse età, di nazionalità bengalese ma da anni residenti nella nostra città, ha avuto l’idea di celebrare questa festa in maniera incruenta e gioiosa con gli amici italiani e con i compagni di scuola. Così il 20 novembre scorso presso la sala polifunzionale della Parrocchia Santa Maria

di Lourdes in via Piave hanno organizzato una festa che si divideva in tre momenti: presentazione di alcuni aspetti tipici della loro cultura (disegni con l’henne, abiti, ecc); spettacolo di musica, canti, danze e poesia sia in italiano che in bengalese; degustazione di cibi bengalesi. Quello che ci piace sottolineare

è la voglia, da parte delle nuove generazioni di provenienza immigrata, di condividere anche con i propri compagni di scuola, non solo perciò all’interno della famiglia o della comunità di appartenenza nazionale, le loro ricorrenze realizzando così un esempio di civile convivenza. Italo Trentin


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LETTERE ALLA REDAZIONE RIFLESSIONI SULLA SICUREZZA Un tranquillo lunedì sera qui in via Piave. Mi affaccio al balcone perché sento gridare e giusto sotto casa un uomo picchia una donna, la strattona per i capelli la costringe a inginocchiarsi. Lei piange, lui è freddo. Lei è molto probabilmente italiana, molto probabilmente tossicodipendente. Lui è inconfondibilmente uno degli innumerevoli spacciatori della zona: bicicletta, pelle olivastra, capelli neri, ricci, impomatati. Brandisce una bottiglia di Heineken contro la donna, che si rannicchia sempre di più contro la mia auto. Io inizio a gridare: smettila bastardo! Gli dico di andarsene, di lasciarla stare, di andare lontano dall’auto. Lui, in questa situazione, mentre io ero adrenalinica, agitatissima, si gira verso di me e con una calma spaventosa di manda a f.c.. Intanto mio marito chiama la polizia. Gli rispondo a tono, bastardo. Ma come è possibile che quello fosse così tranquillo? Sapeva che nessuno sarebbe sceso a fermarlo, chi sarebbe così pazzo da rischiare una coltellata, o una bottigliata? Sapeva che la polizia non sarebbe certo arrivata. Quando mai la polizia gira qui? Nella zona più calda di Mestre, proprio tra i due parchi dove tutti sanno che si spacciano chili di eroina ogni giorno. Perché dovrebbe esserci una pattuglia fissa qui? A chi interessa? A nessuno. E lui lo sapeva, mentre schiaffeggiava la ragazza, la spintonava, la trascinava per i capelli sotto gli sguardi dei miei vicini di casa. Tutti a dire “ora chiamo la polizia”. La polizia è arrivata. Ma lui se n’era già andato. Si era nascosto, e mentre la polizia girava l’angolo, indirizzata al parco Bainsizza dai miei vicini, lui è rispuntato con la sua bici, e ed è filato via tranquillo mentre tutti noi lo guardavamo. Mi viene da piangere. Lui sa dove abito e anche qual è la mia auto. Lui e tutti i suoi colleghi naturalmente. Ce ne sono almeno venti, tutti simili, tutti con la bici. Nascondono le dosi

tra i sassi dei nostri posti auto. Tanto nessuno gli fa niente. Questa è il loro territorio. Sono molto organizzati, si danno il turno, alcuni tengono i contatti con i clienti, altri portano le dosi avanti e indietro, altri restano più nascosti con il grosso sacchetto sempre pronto a rifornire la strada. Ma non tanto nascosti, perché queste cose le vedo semplicemente perché cammino in queste strade per andare e venire a casa mia. Comunque la polizia ha preso qualcuno: la ragazza. Probabilmente per raccogliere la denuncia o per accertamenti, non lo so. Il senso di impotenza è schiacciante. E cresce anche la paura. Mio figlio piangeva vedendomi fuori di me. E anche dopo un po’ che tutto era finito, si avvicinava alla finestra dicendo “basta!”. Ha due anni e ho i brividi al pensiero di quello che ha visto: violenza. La violenza vince, il cattivo la fa franca. La donna subisce. La polizia è impotente. Le persone normali restano a guardare e non possono fare niente. Questo è il mondo che circonda mio figlio, ma non è un film americano, non è una puntata di Report su qualche quartiere di Napoli. Questa è Mestre, la provinciale, la campagnola, come direbbero divertiti i veneziani. E infatti il sindaco è di Venezia, e fa fatica a venire a Mestre, il ponte è così lungo. Il sindaco Orsoni qualche giorno fa dichiarava al Gazzettino, dopo la riunione sulla sicurezza in via Piave del 22 agosto scorso, “ è tutto sotto controllo”. Sì. È tutto sotto controllo degli spacciatori, che a loro volta, lo sanno tutti, sono sotto controllo della mafia. Perché Sindaco non viene a dare un’occhiata? Fortuni Eugenia

QUALI INIZIATIVE IN UN QUARTIERE FERITO? Mi dispiace non poter partecipare “all’anguriata” di quartiere. Peccato. Sono importanti queste esperienze ; quando riescano a coinvolgere i residenti , attivi , quale ne sia la prove-

nienza o l'etnia . E' davvero lodevole, il vostro operare . Rimane però un senso di impotenza e smarrimento; non vi è dubbio che la situazione sia oramai definitivamente deteriorata. Non l'integrazione, credo digerita; ma la piccola delinquenza legata alla attività di spaccio, prostituzione, locali riferimento di sbandati della città che contribuiscono a rendere pesante l'aria. Chi scrive, tollerante sino a poco tempo fa, sente le difficoltà personali, dei propri Cari , dei vicini di casa in un territorio purtroppo estraneo e nemico . Mia figlia,17 anni, ha assistito negli ultimi giorni, per sua sventura, a due ferimenti; violenza; che ferisce e lascia cicatrici, anche e più a chi assiste, involontario. Le forze dell'ordine? Forse ed anche. Ma può bastare? L'anguria, augurio, per un quartiere ferito . Ma anche altro, bisognerebbe pensare. Per me, lasciare il quartiere dove ho vissuto gran parte della mia vita. Ho assistito più di un anno fa ad un incontro - al teatro Momo - con " le autorità ". A distanza di tempo rimane amarezza, la stessa di quella sera ; nulla è cambiato, se non in peggio . Ed il vostro lavoro, encomiabile, inutile . Proposte? Non luoghi comuni; da parte le parti - le ideologie-; disposto a contribuire. Comunque, ancora complimenti per la buona volontà. Patrizio Sedona

MESTRE VUOLE IL PROSINDACO Il Sindaco di Venezia, intervenendo alla festa del patrono della nostra città, diceva che: a Mestre non sarebbe utile un Prosindaco in quanto, potrebbe essere un disincentivo all’interesse della Giunta verso la terraferma. Personalmente credo che il Sig. Sindaco su quella dichiarazione dimostra; o una volontà politica, che vuole opporsi al Prosindaco a Mestre, oppure di avere poca memoria, sulla gestione del nostro Comune, forse impegnato con la testa su ben altri


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problemi. A questo proposito, vorrei ricordargli alcuni Prosindaci che hanno operato. Questi conoscevano bene la loro città, come: Gaetano Zorzetto, Gianfranco Bettin e Michele Mognato. Chiudo questa premessa dicendo che sono sorpreso che questa Giunta, forse per tutti i problemi che gli vengono addosso e li richiama a discutere di Venezia città, sottovalutando le problematiche della terraferma. Pensiamo che siano proprio loro unitamente al Sindaco a fare una proposta che diventi operativa per Mestre, come avere un Prosindaco. Oggi non si può fare a meno di vedere quanti problemi sono sopraggiunti a Mestre e per renderci conto di questo, basta vedere come sta cadendo verso il degrado; Via Piave, stazione e dintorni. Tutto questo degrado, se non sapremo fermarlo e perché non sia irreversibile ha bisogno di essere preso subito per mano da una struttura che sia forte e competente. Avere una zona dove gli abitanti, che gli vivono da quando sono nati e oggi vedono la decadenza della loro zona e in questa, giorno dopo giorno, che vedono girare i trafficanti di droga, i sovraffollamenti degli appartamenti dove la gente, sopratutto gli immigrati ci vivono senza sperare di avere una alternativa civile e dove su questo mercato della casa speculano le agenzie delle case. A loro volta la comunità cinese, in parte , vengono a Mestre pensando di fare quello che le nostre leggi e regole non permettono e sono arrivati perché qualcuno li importa dal loro paese dicendo che questa città per loro può essere l’Eldorado, inquinando, assieme con altri malavitosi la Città. Tutto ciò si deve fermare con strutture capaci. Credo sia opportuno ricordare, che dal 1987 non c’è stato un Sindaco personaggio, proposto dai cittadini di quella terraferma che conta duecentomila abitanti in un comune che ne ha poco più di 260.000. Finco Giovanni Componente Comitato “Un Impegno per la Città”

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PROPOSTE DEI LETTORI

oi proponiamo che il parco del Piazzale Bainsizza venga recuperato a favore delle famiglie con bambini, in questo modo è ragionevole prevedere che questi luoghi possano attrarre altre giovani famiglie desiderose di “vivere bene” il quartiere e di impegnarsi affinchè questo resti possibile. Il Piazzale Bainsizza potrebbe essere trasformato in un parco giochi recintato, sorvegliato da telecamere, con ingresso consentito ai soli bambini e ai loro accompagnatori. Esiste già un parco del genere a Mestre, è il parco intitolato a Enrico Dallio e potete tutti vederlo in Viale S. Marco grosso modo di fronte alla chiesa della parrocchia di San Marco. Ci piacerebbe che il parco fosse gestito, e così anche controllato, dagli anziani del quartiere che si dedicano al volontariato, figure familiari e autorevoli che ben si accordano con la presenza dei bambini. Famiglia Eugenia e Enrico Sartorel

Q

uando passo per Piazzale Bainsizza e vedo il degrado di quel giardino, penso a come noi rispettiamo un luogo dove, durante la guerra, morirono parecchie persone. In quel campo, lo chiamavamo così una volta, vi era un rifugio antiaereo che fu centrato in pieno da una bomba alleata che uccise quasi tutte le persone che vi avevano cercato riparo. Perché  il comune, in ricordo e in rispetto di queste persone,  non trasforma piazzale Bainsizza in un parco giochi chiuso dove possano entrare solamente le mamme con i bambini? Anselmo Nardelli

L’

articolo apparso sul quotidiano “la nuova venezia” il 7/01/2003 su piazzale Olivotti conferma il desiderio di realizzare un progetto che avrebbe quanto meno eliminato la vista sgradevole della parte terminale di una via conosciuta in tutto il territorio comunale ... e non certo perché assomiglia ad una via di Broadway. Potrà sembrare inverosimile ma 50 anni fa, di sera con tutte le luci accese, per coloro che amavano il cinema, dal sovrappasso della stazione ferroviaria si aveva la sensazione gradevolissima di essere a New York o in qualsiasi altra famosa via di una grande città; la via Piave era famosa per essere la più illuminata di Mestre. Sono solo ricordi di tempi passati ma che difficilmente possono essere cancellati, tenendo presente che, trattandosi di ricordi gradevoli, spesso si dimentica che sono ingigantiti e al di fuori di ogni realtà. Ciò premesso sarò ben lieto di partecipare a qualsivoglia progetto desideriate realizzare purchè i partecipanti siano individui affetti da pragmatismo fattivo col desiderio di addivenire ad un risultato concreto prescindendo dall’impatto che potrà avere sulla pubblica opinione. Importante è la partecipazione collaborativa. I risultati non arrivano subito?... Arriveranno! Cordialità.   Ferdinando Santi Ringraziamo lo SPI che ha contribuito economicamente all’uscita di questo numero

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ivere in modo sano è il legittimo pensiero di ciascuno di noi. La società di oggi, invece, ci costringe a un’alimentazione piena di grassi, carni e zuccheri. Negli ultimi anni, sovrappeso e obesità sono diventati un problema sempre più serio. Per farvi fronte l’OMS ha sviluppato una guida denominata “Strategia globale su dieta, attività fisica e salute” in cui raccomanda il consumo di frutta e verdura, la sostituzione dei grassi animali con quelli vegetali, la riduzione della quantità e delle proporzioni di grassi, sale e zucchero e l’attività fisica giornaliera. Allora cosa significa mangiare vegetariano? Significa nutrirsi in modo più sano, salvaguardando la vita degli animali e dell’ambiente. E quale miglior momento per riflettere su questa scelta se non nell’ambito di una festa vegetariana/vegana nel quartiere Piave? Si potrebbe tenerla ad esempio al parco Piraghetto o piazzale Bainsizza, in primavera o in autunno, dando l’occasione, a tutte le persone vegetariane/vegane e non, di approfondire il tema dell’importanza e della qualità del cibo oltre che di incontrarsi e riprendere così possesso degli spazi pubblici. Alessandro Venezia

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9.00/11.30


Notiziario 09_2010