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N. 13 | Agosto-Settembre 2013 - Anno II

d'informazione con inchieste, reportage, cronaca, storie, interviste, cultura

In viaggio con la Mehari

Dopo 28 anni l’auto di Giancarlo Siani riparte da dove i killer dei clan l’avevano fermata. Ripercorre Napoli per riannodare la storia Giancarlo Vive Il ricordo e la memoria restano sempre accesi Leggi a pagina 4 e 5

Il gancio

La staffetta

Dibattiti e incontri

Magia Mehari tutela per i cronisti Leggi a pagina 6

Personaggi impegnati si sono messi alla guida Leggi a pagina 7 e 8

Fino al 15 ottobre kermesse al Pan Leggi a pagina 9


I Siciliani giovani "A CHE SERVE ESSERE VIVI, SE NON C'E' IL CORAGGIO DI LOTTARE?"

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LA SVISTA

Omelia contro i clan Prete nel mirino Nulla come prima Ricordando Don Peppe Diana La rivolta Protesta contro i rifiuti tossici L'ecatombe Parla Carmine Schiavone Facciamo Rete Per le strade e tra la gente Le foto choc Così muoiono i nostri figli Chi sostiene i Siciliani La nostra storia Lo scandalo, Bagnara L'erosione distrugge la costa Torna Peppe Lanzetta Sognando l'Avana

Pensando a Giancarlo... ***

C

ari lettori ecco La Domenica settimanale. Siamo tornati prendendoci un po' di tempo. Ad agosto non siamo usciti perchè abbiamo messo in cantiere una serie di iniziative o meglio dato un modesto contributo per controbilanciare le solite spinte dei professionisti anticamorra. Approfitto di questo spazio per presentarvi un progetto che è diventato realtà: “Inviaggioconlamehari”. La scommessa, ostacolata dai molti che oggi invece si auto-attribuiscono i meriti, era quello di mettere in strada l'auto di Giancarlo Siani. La Mehari verde del cronista trucidato dai killer della camorra il 23 settembre del 1985 è tornato a percorrere le strade di Napoli. Quell'auto strana, senza sportelli, senza il tetto è ripartita da dove quella maledetta sera il commando di sicari la fermò stroncando la giovane vita del giornalista partenopeo. Quell'auto è un simbolo vivo per chi non vuole dimenticare e contrastare la cultura malavitosa. La Mehari è così che diventa gancio delle memorie per tutti i giornalisti uccisi, le vittime innocenti e del terrorismo. Il nostro giornale sostiene il sito web ufficiale www.inviaggioconlamehari.it è questo il luogo sensibile dentro il quale convergono esperienze, riflessioni, iniziative, idee, slanci, passioni, voglia di libertà. Grazie a tutti. Vi auguro buona lettura.

Periodico d'informazione con inchieste, reportage, cronaca, storie, interviste, cultura. Giornale in Pdf scaricabile da http://www.ladomenicasettimanale.it N.13 - Agosto/Settembre 2013 - Anno II

Reg. Stampa Tribunale di Napoli n. 30 del 23 maggio 2012

“Il nostro è più di un lavoro è un'urgenza dell'anima: raccontare, raccontare, racconatre”

Responsabile del trattamento dati (D.LGS- 30/06/2003 n.196) Arnaldo Capezzuto

Editore TUTTI GIU' X TERRA Associazione Onlus - CF 94223580633 Direttore responsabile Arnaldo Capezzuto Redazione vico Provvidenza, 16 80136 – Napoli info. 3495064908 mail ladomenicasettimanale@gmail.com Facebook

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Consulente editoriale Giulia Rosati Gestione e ottimizzazione social network Lina Andreozzi Progetto editoriale settimanale GAJ - Graphic Art Julia Hanno collaborato gratuitamente: Filomena Indaco, Rita Cantalino Giuseppe Parente, Monica Capezzuto, Genny Attira, Pier Paolo Milanese, Luigi Fonderico, Claudio Riccardi

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Giancarlo Vive! Sono 28 anni ma è un dettaglio di Arnaldo Capezzuto

E'

IL FILM Fortapàsc è un film del 2009, diretto da Marco Risi, sulla breve esistenza e la tragica fine del giornalista Giancarlo Siani, interpretato da Libero De Rienzo. Tra gli altri interpreti si segnalano Michele Riondino, Ennio Fantastichini, Ernesto Mahieux, Daniele Pecci, Valentina Lodovini, Gianfranco Gallo, Massimiliano Gallo. Il film è tratto da "Mehari", un cortometraggio realizzato nel 1999 da Gianfranco De Rosa. Il film di Risi ha guadagnato tre Ciak d'oro: miglior fotografia, miglior colonna sonora e miglior manifesto 28º Premio Internazionale “Sergio Amidei” alla Miglior Sceneggiatura Cinematografica un Globo d'Oro: miglior regia Invisible Film Fest, Cava de' Tirreni: Miglior Film, migliore regia, migliore attore. David di Donatello 2010

un filo spezzato che si riannoda. É una storia che riparte da dove è stata brutalmente interrotta con la violenza e l’arroganza assassina della camorra. Sono trascorsi 28 anni dalla sua uccisione. Era il 23 settembre 1985, quando un commando di killer lo trucidò a colpi di pistola sotto casa mentre era a bordo della sua Mehari. Aveva osato raccontare, descrivere, svelare i meccanismi e le logiche di potere dei clan. Ne aveva capito, intuito e descritto la loro filigrana. Quei pezzi di verità da soli erano insignificanti ma incastrati, messi insieme con altri più lontani diventavano trama assassas aberrante. Camorra, economia, colletti via bianchi, politici, amministratori e codardi aveva padrini, né padroni. Insomma in assasa Chiatamone sede de “Il Mattino” non costituivano e costituiscono un doveva fare genuflessioni e unico blocco dalle mille, “Doveva solo Ucciso perché scomodo inchini. Non aveva ancora un indecifrabili sfaccettature: affari, faticare e stare potere per il potere e patti zitto, muto. E’ la contratto di praticantato, forse Il 23 settembre 1985, appena giunto sotto casa sua con la propria Citroën Méhari, segreti. Prima di tutti con regola non scritta non l’avrebbe mai avuto. La Giancarlo Siani venne ucciso: l'agguato storia a volte si riscrive e si avvenne alle 20.50 circa a pochi metri lungimiranza, Giancarlo, ha per imparare il mestieraccio. É corregge. Il senso di colpa è dall'abitazione, in Piazza Leonardo - Villa descritto, raccontato, denunciato nelle cose. La pesante anche a distanza di Majo nel quartiere napoletano del Vomero. un nuovo e inquietante orizzonte Siani, trasferito dalla redazione di naftalina c’entra anni. Giancarlo suscita Castellammare di Stabia a quella centrale criminale di una mala che si davvero poco con “mafizzava” e abbracciava la la sua breve vita” emozioni, accende passioni, de Il Mattino, all'epoca diretto da Pasquale mette le lacrime agli occhi. La Nonno, proveniva dalla sede del quotidiano nascente Cosa nostra stragista di sua è una storia che continua ad di via Chiatamone. Per chiarire i motivi che Totò Riina, quella degli omicidi hanno determinato la morte e identificare eccellenti e, in seguito, delle autobombe essere – nonostante tutto – generosa anche mandanti ed esecutori materiali furono di Capaci, di via D’Amelio e della con i tanti professionisti dell’anticamorra, necessari 12 anni e le rivelazioni di tre protagonisti di una continua pentiti. Il 15 aprile del 1997 la seconda trattativa con lo Stato. Giancarlo “ Giancarlo suscita appropriazione indebita di un sezione della corte d'assise di Napoli ha Siani al “Il Mattino” era un condannato all'ergastolo i mandanti dell' emozioni, nome, di un cognome e di un omicidio (i fratelli Lorenzo, poi morto, e abusivo, un “biondino” – adesso accende passioni, vissuto. Questa la sua Angelo Nuvoletta, e Luigi Baccante detto si direbbe un precario – uno mette le lacrime senza diritti. Doveva solo faticare agli occhi. La sua grandezza. Sarebbe davvero Maurizio) e i suoi esecutori Ciro Cappuccio bello leggere nella gerenza de e Armando Del Core. e stare zitto, muto. E’ la regola è una storia “Il Mattino”: “Questo è il non scritta per imparare il generosa anche giornale di Giancarlo Siani”. Il mestieraccio. É nelle cose. Le con i tanti mio è un ricordo nitido, commemorazioni e l’odore della professionisti naftalina c’entrano davvero poco dell’anticamorra” ripescato nel retrobottega della giovinezza. Età acerba. Non con la breve vita di Giancarlo, uno normalissimo forse che neppure c’era la consapevolezza, la sensibilità di scriveva tanto bene ma che faceva oggi sui temi delle mafie. Si viveva un po’ domande e voleva capire. Lui era in prima così: alla buona. Mi è tornato in mente, in linea, si è detto: un giornalista-giornalista. bianco e nero. Il giorno dopo c’era un Non aveva scheletri nell’armadio, non mazzo di fiori adagiato in strada.

L'asterisco

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La Domenica Settimanale annL’autobus era zeppo di persone, come adesso, non c’era spazio. Tutti stipati e traballanti. Dicevano che la sera prima avevano ammazzato un giovane: faceva il giornalista. Era un parlottare, un chiacchiericcio, uno strano brusio. “Non si ammazza così. Era troppo giovane”. “Vabbuò forse qualcosa aveva fatto”. “Ma siete sicuri che scriveva solo??”. Unoscetticismo che per oltre dieci anni ha inseguito e assediato la famiglia di Giancarlo, isolandola. Un sospetto odioso, anticamera di chissà quale verità segreta, inconfessabile. La calunnia è un venticello. Addirittura gli stessi giornalisti, gli stessi colleghi ne diffidavano, aggiungevano una velenosa parola sospesa a chiusura “Staremo a vedere!!”. Solo i giovani, i ragazzi, le nuove generazioni avevano capito tutto: “Giancarlo Vive”. Frequentavo il secondo anno delle scuole

N. 13 | Agosto-Settembre 2013 - Anno II superiori, avevo solo 15 anni. Non sapevo di camorra, clan, boss, affiliati, logiche di morte. Entrai in aula, c’era la mia professoressa d’italiano, Starace, un vero Pit Bull. Era rivolta con le spalle alla classe. Nessuno fiatava. Avevamo il terrore che interrogasse. Esitava. Si voltò. Piangeva. Gli occhi pieni di lacrime. Depose la maschera di professoressa arcigna e dura d’animo. Con un filo di voce, stringendo la mazzetta dei giornali tra le mani, ci parlò con il cuore in mano di quel giovane cronista. Lo conosceva. Lo seguiva. Ne apprezzava il candore, la spontaneità, la semplicità e l’immediatezza della scrittura. Nessuna oggettivazione eccessiva, sensazionalismo ma l’elasticità e sintesi: fatti e ragionamento. Conteneva la rabbia inspirando aria e trattenendo il fiato. In meno di un’ora, raccontò cos’era per lei un giornale. Spiegò cosa

Ricordando Giancarlo...

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significasse raccogliere e scrivere le notizie. L’importanza di leggere e conoscere. L’essere informati per esercitare i diritti. Una lezione bellissima, appassionata, diretta. Restai ipnotizzato. Per la prima volta nella mia: imparavo, assorbivo. Alla fine la Starace era un fiume in piena e forzò se stessa: “Quest’anno non seguirò il programma, voglio che impariate ad amare i giornali”. Ci supplicò di aprire gli occhi e guardare vedendo dentro i fatti. Per me studente svogliato con un giudizio di licenza media – poco lusinghiero – che consigliava l’allontanamento dai libri e l’uso della braccia per tutt’altra carriera fu come una scintilla. Un mondo si apriva. Anni dopo. Forse in una vita inaspettata, mi giunse in redazione una lettera di minacce: “Smettila, altrimenti farai la fine di Siani”. Ne seguirono altre di intimidazioni. Neppure immaginavo che avrei fatto condannare chi voleva strapparmi con la violenza il taccuino dalle mani. Ecco quelle sentenze le ho dedicate – lo scrivo in punta di tastiera – al mio amico Giancarlo. E’ vero, Vive. La sua Mehari – lunedì mattina riaccende il motore – riparte da dove la violenza e la mano assassina la fermò. E’ un modo simbolico di far ripartire una storia, un modo concreto di riconciliazione di Giancarlo con la sua città, un atto forte per “fare memorie” in una coscienza collettiva che a volte sembra smarrita. Sulla Mehari con Giancarlo ci saranno i tanti cronisti, fotoreporter, operatori dell’informazione uccisi; le tante vittime innocenti della criminalità organizzata e del terrorismo. Questo viaggio comincia proprio da Napoli dove a volte anche il sole come la speranza scompare “bell e buono”, ingoiato nei vicoli bui. E quando meno te l’aspetti, senti un sussurro, segui un’impronta, raccogli le mollichine. Vedi guardando quell’auto dimenticata, dalla forma strana addirittura senza sportelli né tetto e pensi all’inconsapevolezza, di quel giornalistaragazzino di 25 anni che sfidò a petto nudo, a volto scoperto i clan, esortando con i suoi scritti e parole a reagire perché la speranza si costruisce giorno per giorno. Giancarlo Vive! © Riproduzione riservata

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Simbolo che diventa gancio della memoria

Magia Mehari “Tutela per i cronisti” Accendere il motore comincia il viaggio

L

a Mehari è l'auto sulla quale Giancarlo Siani è stato brutalmente ucciso, il 23 settembre 1985, a Napoli. Era un giornalistagiornalista. Uno che faceva solo il suo mestiere: raccontava la verità. Il film Fortàpasc, opera cinematografica di successo del regista Marco Risi ha avuto il merito di rendere collettiva la storia di Giancarlo. In Italia negli ultimi 50 anni sono stati uccisi 26 tra giornalisti e operatori dell'informazione. Senza dimenticare le migliaia di vittime innocenti di mafie, terrorismo e criminalità con il caso emblematico della Campania che ne conta oltre 300. Un ecatombe di proporzioni impressionanti. La storia è sempre la stessa : trovarsi maledettamente nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come se la colpa di restare ucciso da un proiettile vagante, da un ordigno, da un altro accidente sia dovuto solo al destino o al fato beffardo. La magia di Fortapàsc. Nella pellicola Fortapàsc la Mehari diventa un'auto evocativa, un potente simbolo della memoria che oltre a far rivivere la storia tragica di Giancarlo la trasforma in storia collettiva che appartiene a tutti; vedere, toccare quell’auto, conoscerne la storia, seguirne i percorsi è una straordinaria porta d'accesso sensoriale e di coscienza. Prima della realizzazione dello stesso film del regista Marco Risi - rievocativo dell’impegno e della vita del giovane cronista napoletano impegnato con il quotidiano “Il Mattino”, per una serie di coincidenze, la Mehari di Giancarlo è stata ritrovata in Sicilia. Era stata acquistata ad un'asta giudiziaria e lasciata in una campagna con tanto di terriccio e galline. E' bastata riverniciarla, cambiare candele, batteria e olio al motore per rimetterla in moto. A volte il destino è un po' come il vento trascina. Perchè la Mehari? La Mehari è un' auto scoperta, senza sportelli né tetto, suggerisce fisicamente l’enormità dello scontro sostenuto, forse nell'inconsapevolezza, da quel giornalista-ragazzino di 25 anni che sfidò a petto nudo i clan, svelandone segreti, raccontandoli dal di dentro, esortando con i suoi scritti e parole una reazione nella gente. L’auto di Giancarlo è simbolo di verità e racchiude in una sintesi perfetta come molti uomini onesti hanno difeso e difendono la legalità: affrontando i rischi a viso aperto,

senza scudi protettivi e pagando, a volte, un prezzo altissimo. La Mehari di Giancarlo è per questo e per tanto altro simbolo e gancio delle memorie. Accendere il motore. E' un viaggio verso la Stele che passa attraverso il movimento. E' nata l'esigenza di rimettere in marcia la Mehari. Cominciare un viaggio per riconnettere le storie a volte dimenticate che essa evoca: giornalisti, fotoreporter e operatori dell'informazione uccisi, le tante vittime innocenti in Italia e nel mondo. La Mehari dal colore verde fosforescente è evidenziatore delle storie, piedistallo sul quale collocarle per darne visibilità e fare memorie. L'occasione. La Mehari torna a percorrere le strade di Napoli, dell'Italia, del mondo che si concluderà dove è partito: Napoli. Un viaggio dentro i luoghi della memoria prima di diventare opera d'arte e Stele della memoria. Un modo per rievocare e riassorbire la realtà quella realtà che Giancarlo raccontava dal suo taccuino. E proprio nella nostra città, regione simbolo di contraddizioni ma esempi di grandi eroismi e testimonianze civili, potrebbe sorgere il muro della memoria sulla scorta di quella del Journalist Memorial, una suggestiva struttura di vetro, che si trova accanto al NewMuseum di Arlington-Virginia (USA) dove sono incisi circa 1400 nomi di giornalisti, fotografi e operatori morti nel mondo a partire dal 1812. Corpo e cuore La Mehari è tributo di sangue per la libertà. Non c'è più lo spazio/tempo ci sono i gesti, le azioni, l'impegno. Diventano alimento di

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Adesione di Ossigeno “Ossigeno per l’Informazione” apprezza la decisione del Comune di Napoli e della Regione Campania di esporre al Museo PAN la Mehari di Giancarlo Siani, l’auto scoperta guidata dal giornalista il giorno in cui fu assassinato a Napoli il 23 settembre 1985, come un simbolo che ricorda tutti i giornalisti uccisi e tutti i cronisti minacciati in Italia. L’esposizione della Mehari parla dunque di Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Giuseppe Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano, Carlo Casalegno; ci vuole dare l’occasione per ricordare anche i giornalisti uccisi fuori dai confini italiani: Italo Toni, Graziella De Palo, Almerigo Grilz, Guido Puletti, Marco Luchetta, Ilaria Alpi, Gabriel Gruener, Antonio Russo, Maria Grazia Cutuli, Raffaele Ciriello, Enzo Baldoni, Vittorio Arrigoni. Sulla Mehari ci devono essere idealmente anche tutti quegli invisibili operatori dell’informazione (giornalisti, blogger, fotoreporter, cameramen, autori televisivi e teatrali, scrittori) che - proprio come Giancarlo Siani e gli altri giornalisti uccisi - che subiscono intimidazioni e soprusi perché raccontano ai cittadini i peccati e le magagne del potere e le infiltrazioni criminali nella vita politica e sociale. democrazia. La Mehari è corpo e cuore. Accende emozioni, ricordi e suscita passione civile. Questo è lo spirito del “In viaggio con la Mehari” restituire, risarcire, riconnettere le storie della nostra città, delle nostre regioni, dei nostri territori martoriati e offesi per portare “fuori” i sedimenti che trovano proprio nella vicenda tragica di Giancarlo Siani una sintesi, un coagulo, un monito. E' un linguaggio universale contro il sopruso e la barbarie che diventa testimonianza viva.


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La Mehari ritorna in strada Roberto Saviano, don Luigi Ciotti, Armando D'Alterio, Alfredo Avella, Giovanni Minoli e Daniela Limoncelli hanno condotto l'auto di Giancarlo da piazza Leonardo alla sede del quotidiano Il Mattino

“R

icordo certo che ricordo”. Si laterale. Lo ricordo bene. C'erano colpi esplosi ferma e nasconde una lacrima. dappertutto. Ho quasi 80 anni e dovete “Giancà, lo conoscevo. Lo vedevo sempre credermi: la mia vita non è stata più la stessa andare di fretta. Di quella sera non ho dopo l'omicidio di Giancarlo. La gente non credeva. Dubitava. Napoli è così. Anche per dimenticato nulla. Sono trascorsi gli anni questo vedere in strada la sua auto è una per altri non per me. Custodisco ogni emozione fortissima”. Pausa. Respiro profondo. particolare, dettaglio, sensazione. Tutto. Si parte. Così comincia la staffetta “In viaggio Subito compresi che si trattavano di colpi con la Mehari”. Paolo Siani, fratello di di pistola. Feci un Giancarlo riprende quell'auto verde, scoperta, senza sportelli, indifesa come lo era il soprassalto. Lo spavento. “C'erano dei cronista de “Il Mattino” per farla Erano settimane che una ladruncoli che tornare a girare per la città. Un modo per banda di ladruncoli rubavano le ruote. riconciliarla, fare memoria e diventare imperversava nei viali dei Quando avvertii gancio per non dimenticare nessuno: parchi a ridosso di piazza chiaramente giornalisti uccisi, vittime innocenti della Leonardo. Quando avvertii le esplosioni criminalità e del terrorismo. Ma anche e chiaramente le esplosioni pensai d'istinto: soprattutto per riflettere sulla condizione pensai d'istinto: ecco ecco qualcuno dei giornalisti che spesso - come certifica l'Osservatorio per qualcuno li ha beccati ed ha li ha beccati l'informazione Ossigeno – finiscono nel sparato”. A fatica si china ed ha sparato” mirino subendo intimidazioni, minacce e mantenendosi aggrappato censure o indotti a dimenticare le alla Mehari, schiocca due notizie. L'intensa giornata comincia con la baci sul sedile nero dove era seduto il deposizione di fiori alle Rampe Siani con il giornalista de “il Mattino” trucidato quella sindaco Luigi de Magistris, il presidente della maledetta sera dai killer della camorra. Provincia, Antonio Pentangelo, il presidente “Giancarlo era proprio in questo punto, della Regione Stefano Caldoro e Valeria accasciato. Ripiegato in avanti, senza vita. Valente, in rappresentanza della presidente della E' un coli e concessionari. Aveva la camicia Camera, Laura Boldrini. Poi comincia la lunga

alla redazione del Mattino in via Chiatamone. E' l'inizio di “In viaggio con la Mehari” che vedrà l'auto di Giancarlo diventare gancio delle memorie in giro per la Campania, l'Italia e il Parlamento Europeo. E' toccato a Roberto Saviano condurre la Mehari da piazza Leonardo fino al Liceo Vico, dove Giancarlo fu studente. Seconda tappa: guida don Luigi Ciotti, e poi il procuratore Armando D'Alterio (il magistrato che ottenne la condanna per esecutori e mandanti) e poi il giornalista Giovanni Minoli, e Alfredo Avella presidente del Coordinamento vittime innocenti della criminalità e la giornalista del “Mattino” Daniele Limoncelli. Emozioni, sensazioni, gioia. “Ho il cuore a mille - riesce a dire Saviano, circondato da molti giovani - E' uno di quei giorni in cui sono felice nella mia città”. C'è anche il disgelo con il sindaco Luigi de Magistris che emozionato sottolinea “Napoli è la città della legalità e la ripartenza della Mehari di Giancarlo ne è l'ennesima dimostrazione”. Anche il presidente della Regione Stefano Caldoro sottolinea come : “Siamo molto avanti nella legislazione regionale, nel recupero e utilizzo dei beni confiscati. Però il fenomeno è molto più grosso, forte e impegnativo di questi mezzi. Bisogna aggredire soprattutto il patrimonio, questo fa più male alla camorra”. C'è voglia di riscatto civile, del non voltarsi inzuppata di sangue. Una scena agghiacciante. staffetta, quella che ha avvicinato tappa dopo dall'altra parte e di chiamare le cose Un proiettile si conficcò anche nello sportello tappa la Mehari da piazza Leonardo al Vomero semplicemente col il loro nome.

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La Mehari giunge nella sede del quotidiano di via Chiatamone e stazionerà fino al 27 settembre nell'ex sala dove erano in funzione le rotative di stampa. Una mostra con le prime pagine del “Mattino” raccontano la vicenda di quell'omicidio. E prima che comincia la premiazione della decima edizione del premio intitolato al giovane cronista prendono a turno la parla coloro che hanno condotto l'auto per le strade di Napoli.

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Paolo Siani a chi gli fa notare una partecipazione timida della gente spiega “C'è sempre una Napoli borghese che guarda da un'altra parte, che fa la sua vita, che sa, magari condivide, ma che non c'è quando bisogna esserci. Neanche conoscevano il nostro nome Napoli è cresciuta: se ripenso a 28 anni fa , a quella palude nella quale ci ritrovammo con addosso il dolore e lo sgomento, non vedo termini di paragone. All'epoca, con mio fratello ucciso a quel modo,il questore neanche si chiedeva chi eravamo. Oggi vedo un rappresentanza delle istituzioni altissima, una coscienza matura e vigile non solo sulle azioni di contrasto alle mafie , ovvio, ma sulla necessità di coltivare la cultura: con un propensioni a stare in mezzo ai giovani , a parlare nelle scuole, cose impensabili quando Giancarlo ha dato la vita solo per fare il suo lavoro”.

Omaggio alla sua memoria “E' bello vedere oggi questo giornale celebrare Giancarlo -dice Roberto Saviano - per la verità non è stato sempre così. Anzi. Per me essere qui è soprattutto un omaggio alla sua memoria e alla sua famiglia. E' a loro che dedico questa giornata. Per dieci anni, Paolo suo fratello e i suoi familiari, hanno custodito la verità, hanno subito piste false, diffamazioni, miopia. Tutti tendevano ad allontanare lo spettro camorra per dire no, no è una ingenuità. Loro hanno resistito, la verità è arrivata dopo dieci anni e questa Mehari che riparte è di tutti, ma io la dedico a loro perché per me sono l'esempio che ha difeso la verità di Giancarlo”. E don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di “Libera” ricorda: “Siani amava la ricerca della verità, era un archeologo della verità, scavava sempre in profondità, non si fermava mai in superficie e cercava di fare emergere le contraddizioni. E' bene commuoversi ma occorre muoversi. La vera lotta la si deve fare dentro il Parlamento producendo leggi dure contro le mafie”. E Giovanni Minoli, l'inventore di Mixer ci va giù duro : “Giancarlo era un giornalista e faceva il giornalista. Sembra poco, ma è tantissimo. Giornalisti che fanno i giornalisti non ce ne sono più. Ci sono persone immerse nella colonna sonora di rumori senza essere informati davvero”. Il padrone di casa il direttore del “Mattino”, Alessandro Barbano lo ripeterà più volte anche nel corso del convegno organizzato dal giornale “Celebrazione non rituale, ma dando un contenuto. La lotta della camorra è troppo importante per essere ridotta a una opera di testimonianza. Il nostro compito deve essere quello di contribuire alla comprensione dei fenomeni”. L'ultima riflessione è di

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Dal 23 settembre al 15 ottobre iniziative per ricordare Giancà

Dibattiti e incontri Location “Mattino” e P.A.N Attorno all'auto del giornalista napoletano testimonianze, riflessioni e speranze di Filomena Indaco

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n viaggio con la Mehari” continua. Dopo la staffetta e l'esposizione per le scuole nella sede del quotidiano il "Mattino” dove si è discusso del “Mestiere di giornalista e di libertà di stampa”, l'auto di Giancarlo si è trasferita al Palazzo delle Arti di Napoli Pan. Qui fino al 15 ottobre ci saranno una serie di eventi. (consulta il sito www.inviaggioconlamehari.it) Le prossime tappe della Mehari saranno a Torre

Annunziata, Catania per il 30 anni dalla morte del grande Pipo Fava e sarà esposta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles. L’auto di Giancarlo è simbolo di verità e racchiude in una sintesi perfetta il sacrificio quotidiano di donne e uomini nella difesa della

legalità, affrontando i rischi a viso aperto, senza scudi protettivi e pagando, a volte, un prezzo altissimo. La Mehari di Giancarlo è per questo e per tanto altro simbolo e gancio delle memorie.

In viaggio con la Mehari

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Il disastro


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In rete, e per le strade

I Siciliani giovani che cos'è I Siciliani giovani è un giornale, è un pezzo di storia, ma è anche diciotto testate di base ­ da Milano a Modica, da Catania a Roma, da Napoli a Bologna, a Trapani, a Palermo ­ che hanno deciso di lavorare insieme per costituire una rete. Non solo inchieste e denunce, ma anche il racconto quotidiano di un Paese giovane, fatto da giovani, vissuto in prima persona dai protagonisti dell'Italia di domani. Fuori dai palazzi. In rete, e per le strade.

facciamo rete!

I Siciliani giovani

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Casagiove, la camorra alza il tiro per chi denuncia il malaffare

Omelia contro i clan prete finisce nel mirino

Don Stefano Giaquinto è parroco della chiesa S. Maria della Vittoria

“S

ono un prete normale, rifiuto qualsiasi aggettivo. Sono un umile servitore di Gesù che cerca di fare la sua parte”. Don Stefano Giaquinto, è parroco della chiesa Santa Maria della Vittoria a Casagiove, piccolo comune nel casertano. Durante la messa serale dell’Assunta rivolto ai fedeli ha pronunciato dall'altare una dura omelia denunciando lo spaccio di droga in città, le richieste di estorsioni e una lunga lista di illegalità e chiamato per nome quel demonio solo sussurrato dai molti, camorra. La ritorsione è arrivata puntuale. Così, la notte stessa di Ferragosto, alle 2, circa, è stato appiccato un incendio poco distante da piazzale Montecupo, dalla sua chiesa e dal centro di recupero per tossicodipendenti fondato oltre 15 anni fa dal sacerdote. Don Stefano è un tipo che non le manda certo a dire e sulla sua bacheca Facebook ha scritto : “Vergognatevi agite sempre all’oscuro. Io, però, vado per la mia strada. Non siete nessuno!”. Da maggio ad oggi, questo è il secondo atto Le parole vandalico che si di don Giaquinto registra ai danni del sono forti e parroco. Ma lui vibranti e senza neppure se ne cura e va tentennamenti dritto per la sua strada.. “Vergognatevi Don Stefano non perde agite sempre all'oscuro. Io, occasione per mettere i però, vado per la punti sulle “i”. mia strada. Non “Casagiove è un siete nessuno!” comune tranquillo con i suoi mille problemi che ci sono - sottolinea – c'è un'attenzione molto forte per il cosiddetto asse verso Nord ovvero Casal di principe, San Cipriano d'Aversa e in generale la zona aversana invece la zona Sud quella che comprende Casagiove fino a Piedimonte Matese è un territorio trascurato, abbandonato a se stesso”. Si ferma don Stefano e con calma e schiettezza dice:

“Qui invece la camorra, i clan, i problemi Voglio dire: non faccio il prete solo per i sociali ci sono e sono drammatici. giovani dell'azione cattolica ma sopratutto Abbiamo un'altra camorra forse anche più per loro, i cattivi. Adesso e non in un altro aggressiva, pervasiva di quella che ancora momento occorre un chiesa si respira a Casal di Principe”. E controcorrente”. E Don Stefano per aggiunge: “Non mi nascondo e nel corso rafforzare il concetto sfoggia una singolare dell'omelia a Ferragosto ho solo detto ad e particolare metafora: “Il fondatore della alta voce ciò che vado dicendo da sempre chiesa è Gesù, praticamente il diffidato in giro. Se poi qualcuno mi vuole impedire dalla storia, il primo che ha ricevuto il di esercitare il mio mandato di sacerdote daspo, insomma lui che ha sempre tifato allora sta davvero fresco”. E' indomito don per l'uomo ma non si è mai tesserato”. E Stefano ma agisce con estrema chiarisce: “Voglio bene alla normalità. Mentre risponde alle “Questa gente chiesa guai a chi me la tocca però domande ammonisce il cronista di malavita che la chiesa deve fare di più”. “Mi con un ritornello: “Non sono un si rende sento e sono un prete normale vip, non sono un professionista di colpevole di rifiuto qualsiasi aggettivo sono Dio, non sono un sacerdote con questi atti vili, un umile servitore di Dio non l'aggettivo”. E con commozione li voglio bene possiedo super poteri cerco di ricorda a se stesso: “Papa lo stesso. Le fare la mia parte con il vangelo Francesco a cui voglio un grande porte della mia in una mano e il quotidiano bene l'ha detto con chiarezza e chiesa sono nell'altra”. E conclude con foga : forza 'non lasciatevi rubare la sempre aperte” “Il martire Don Peppe Diana è il speranza'”. E qui che don Stefano cambia il tono della voce e s'infervola: “Se un popolo non si alza in piedi contro questa maledetta malavita, non denuncia, non alza la voce, non si difende, che cosa fa? Ne diventa complice?” “La chiesa – continua - ha la responsabilità, il dovere di essere guida”. E poi la sferzata: “Il Papa ci ha detto che occorre sentire la puzza del gregge. I parroci, la comunità di fedeli devono uscire fuori, non bisogna più star chiusi in chiesa. Occorre uscire, stare in strada, essere investiti e farsi carico dei mille problemi altrimenti di che testimonianza parliamo? Non si può più stare chiusi dentro ad una sacrestia occorre inseguire i cosiddetti lontani e non certo chi Dio lo cerca e lo trova”. Don Stefano ritorna con il pensiero all'incendio doloso appiccato accanto alla sua chiesa a scopo intimidatorio: “Questa gente di malavita che si rende colpevole di questi atti vili, li voglio bene lo stesso - spiega - le porte della mia chiesa sono sempre aperte.

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numero uno, lui ci ha indicato la strada ed è dovere di tutti percorrerla”.. © Riproduzione riservata


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Casal di Principe ricorda Peppe Diana

Nulla come prima

“Occorre reagire ai clan” “Per amore del mio popolo” resta un documento a distanza di molti anni di agghiacciante attualità di Genny Attira

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i sono voluti 20 anni per intitolare la sala consiliare di Casal di Principe a Don Peppe Diana, il prete ucciso il 19 marzo del 1994 da un killer dei Casalesi nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari del suo paese. “Le istituzioni ci sono vicine, così come la Chiesa, ma è chiaro che sarebbe stato ancora più bello se la proposta fosse arrivata dalla cittadinanza. Se Peppe fosse vivo, avrebbe notato dei cambiamenti nell'atmosfera che si respira a Casal di Principe, sicuramente meno opprimente di 19 anni fa”.Così il fratello di Don Peppe Diana,

Emilio, ha detto nel corso della cerimonia. Perché è vero la proposta dell’intitolazione della sala consiliare non è venuta dal popolo, ma dal prefetto Silvana Riccio, che non si è domandata niente “L’ho fatto e basta”. La lady di ferro, ha imposto a Casale, anche il pagamento della bolletta dell’acqua per l’ingente morosità del Comune. “L’intitolazione della sala è un simbolo che vogliamo lasciare a Casale, proprio nel luogo principale della democrazia – ha detto il prefetto - chi verrà dopo di noi, perché noi siamo una commissione straordinaria, insediata per infiltrazioni camorristiche, vedrà questa targa, che parla da sola”.

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Educare alla parola... Il delitto nella chiesa di San Nicola di Casal di Principe avvenne alle 7,25 del 19 marzo del 1994. Don Peppe Diana diceva Messa presto perché poi si recava ad Aversa all'Itis Volta dove insegnava. per il pomeriggio nella sua parrocchia gli avevano preparato regali e una piccola festa. Come a scuola. Festa di onomastico che non è mai stata celebrata. I killer della camorra spezzarono la sua vita con tre colpi di pistola.“Per amore del mio popolo” resta di agghiacciante attualità. “Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”- Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio...”


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Riprendiamoci la terra

Vestiti a lutto <<<<aaaasss

Da Aversa ad Acerra passando per Giugliano, per Casal Di Principe è rivolta. E' nuova resistenza. La gente, i giovani gridano uno sdegnato “no” all'inquinamento, alla depredazione, alla continua e inarrestabile violenza di chi ha avvelenato, umiliato la storia, stuprato le terre. Un collaboratore di giustizia Carmine Schiavone in uno slancio di “generosità” ha indicato dove sono nascosti rifiuti tossici. Proprio accanto a una scuola di Pier Paolo Milanese www.ladomenicasettimanale.it


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Parte dai balconi e dalle finestre la “Fiaccolata per la vita”, per gridare “basta alle ecomafie”. Sulle lenzuola stese, frasi come: “Basta con lo scempio”, “Il sangue dei bambini buttato nella spazzatura”. Sono macigni. Donne, uomini, bambini e anziani di Acerra, Caivano, Marcianise, Casalnuovo e Marigliano hanno voluto rivendicare con fermezza il loro sacrosanto diritto alla salute e alla vita, alla pura vita

Don Maurizio Patriciello ha ribadito : ““Oramai il popolo è maturo, e questa è una vittoria del popolo. Lo Stato deve capire che noi non siamo i nemici. Il 4 ottobre ci sarà un’altra manifestazione che partirà da Orta di Atella fino a Caivano. E' ora di dire basta e pretendere l'aria pulita e i territori liberi dai rifiuti tossici e le scorie velenose. La terra è di Dio e dei popoli”

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“Siamo qui per ricordare tutti i “martiri per cancro” bambini e adulti che sono morti a causa dei disastri ambientali consumati a danno della nostra terra. Chiediamo al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e a Papa Francesco di intervenire affinché partano le bonifiche dei territori interessati. Non ci fermeremo. Adesso è venuto il momento di decidere e reagire non possiamo continuare così”

A Giugliano devastata dagli sversamenti illeciti di rifiuti tossici ad opera dei clan a con la connivenza delle istituzioni lo scrittore Erri De Luca è stato chiaro: “Cattivo maestro? Non ho fatto l'università e dunque non ho potuto aspirare alla docenza. Però ad essere cattivo per quei poteri costituiti, io ci sto: intendo essere cattivo, anzi inservibile, alle ragioni di quei poteri costituiti che assediano la Val di Susa”

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Neoplasie come un'epidemia numeri di una catastrofe ignorata

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La radiografia è davvero agghiacciante: Campania sversatoio di scorie e fusti tossici Il disastro Un recente sopralluogo da parte dei carabinieri con i tecnici in un terreno di Casal di Principe indicato nel corso delle dichiarazione di Carmine Schiavone come discarica radioattiva

E senza problemi i manager di quest’impresa li hanno seppelliti nella propria terra, incuranti delle conseguenze, del fatto che stavano avvelenando innanzitutto il proprio futuro, quello dei propri figli. E l’avvelenamento, naturalmente, c’è stato. Lento ed inesorabile, sta mietendo i suoi frutti anno dopo anno, giorno dopo giorno. Il tasso tumorale è cresciuto vertiginosamente, e in queste terre si muore ogni giorno, si muore sempre più velocemente, si muore sempre di più, a qualunque età. E mentre si continua a richiedere un registro tumori nella regione e nelle province più colpite d’Italia, la raccolta dei dati si organizza dal basso, con i medici che ogni giorno contano i pazienti che muoiono, con i gruppo facebook “vittime del triangolo della morte”, in cui i parenti dei malati si scambiano foto e storie di chi è rimasto ucciso dalla terra che gli ha dato la vita. Non Ma le dichiarazioni di Schiavone sono state molto più clamorose. Il pentito ha raccontato ai giornalisti de “Il fatto quotidiano” di aver rivelato questa storia alla commissione ecomafie vent’anni fa, e che le informazioni sono state coperte dal segreto di Stato perché bonificare le terre contaminate avrebbe richiesto troppo denaro. Se fosse vero, questo significherebbe che lo Stato ha consapevolmente taciuto sul pericolo di vita per migliaia di persone, condannandole di fatto a morte, condannando tutte quelle che c’erano e tutte quelle che nei vent’anni successivi vi sono nate. Dopo l’intervista al pentito sono fioccate le inchieste giornalistiche, le dichiarazioni, gli studi. Niente che nessuno sapesse già, nulla che non esistesse “La Campania Felix era una terra esattamente alla stessa maniera il giorno prima, ma ricca e fertile i cui finalmente, per una volta, i riflettori erano puntati sulla Terra dei Fuochi, come per anni gli esperti e i cittadini frutti hanno avevano richiesto. Richieste che sono state esaudite nutrito e cresciuto troppo tardi, visto che il commissario alle bonifiche, per millenni le Mario De Biase, ha dichiarato queste terre morte. Non generazioni che più bonificabili. La terra non darà più frutti, l’acqua è contaminata da sostanze cancerogene. Per 20 km l'hanno vissuta” quadrati. Tutto questo – dalle dichiarazioni di Schiavone a quelle di De Biase - accompagnato dal silenzio “Tutto è assordante delle istituzioni. Per la verità il Ministro cominciato con Orlando ci è venuto in Campania. A spiegare ai cittadini l'intervista shock la necessità di un inceneritore. A quegli stessi cittadini che l’hanno contestato. Che ovunque per la Regione del pentito Schiavone che ha costituiscono presidi di resistenza territoriale contro lo rivelato i luoghi e scempio che la camorra e le istituzioni complici stanno facendo della loro terra. Dagli inceneritori di Giuliano le date degli ed Acerra alle discariche abusive e non, dai roghi sversamenti” dell’area nolana alle ecoballe di Taverna del Re, dai campetti di calcio contaminati di Casal di Principe alle trivellazioni in cerca di petrolio in Irpinia. Istituzioni “Il ministro silenziose, nel migliore dei casi. Di un silenzio dell'Ambiente assordante per una terra che chiede spiegazioni e aiuto Orlando è venuto da troppi anni. Assordante come il silenzio della marcia in città a spiegare delle migliaia di cittadini campani che oggi – ai cittadini la 15/09/2013 - hanno sfilato per le strade di Aversa vestiti di nero, celebrando il funerale della propria Terra. Lo necessità della smacco, la sconfitta definitiva, la perdita totale della costruzione dell' speranza di chi sa che non può fare più niente per inceneritore” salvare quella terra. Assassina ed assassinata.

Terra dei Fuochi, cosi hanno avvelenato e ucciso una regione gestita dai costruttori diurbanistica Rita Cantalino

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a Terra dei Fuochi è una vasta area che collega le province di Napoli e Caserta, costituita dai comuni di Qualiano, Villaricca, Giugliano, Orta di Atella, Caivano, Acerra, Nola, Marcianise, Succivo, Frattaminore, Frattamaggiore, Mondragone e Castel Volturno. La terra dei Fuochi è una vasta area situata in Campania. E morta per sempre. Mentre il dibattito nazionale è occupato quotidianamente da temi pregnanti di interesse generali come la decadenza o meno di quel senatore a seguito di una sua condanna definitiva e la caduta o meno di quel governo per la reazione permalosa del partito di quell’ultimo, la Campania si sta svegliando dopo anni di silenzio e si sta guardando allo specchio, vedendosi ridotta ad uno straccio. Non si riconosce più, la Campania felix, nell’immagine di una terra ricca e fertile i cui frutti hanno nutrito e cresciuto per millenni le generazioni che la hanno attraversata. Niente di nuovo, sono anni che le procure indagano, che i pentiti denunciano, che i giornalisti provano a scrivere, ma finalmente ora qualcuno sembra essersi reso conto di quello che accade. Tutto è cominciato con l’intervista shock del pentito Carmine Schiavone, che senza peli sulla lingua ha rivelato luoghi e date nei quali sono stati seppelliti rifiuti di ogni genere: comuni, tossici, industriali e nucleari. Niente di nuovo, per qualcuno. Ma parole dette così chiaramente, a voce alta, sono state lo schiaffo in faccia a una popolazione da troppo tempo a testa china. Rifiuti ovunque, nei piloni dell’autostrada, sotto lo stadio di Casal di Principe, dove i ragazzini giocano a calcio. Rifiuti pericolosi, seppelliti senza alcuna precauzione, sversati da camion provenienti dal Nord Italia e dal Nord Europa, mandati da imprenditori che per risparmiare sullo smaltimento non si sono fatti scrupoli ad affidarli alla più grande azienda di interramento, la Camorra s.p.a.

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Rifiuti, l'ecatombe Parla Carmine Schiavone di Monica Capezzuto

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Il personaggio Carmine Schiavone, pentito a suo tempo camorrista, cugino di Francesco alias Sandokan, era amministratore e consigliere del clan dei casalesi. Figlio di un commerciante di agrumi e di una casalinga, anche lei Schiavone di cognome, ma del ramo delinquenziale della famiglia (sorella del padre di Sandokan). Sposato, con figli. Titolo di studio, diploma in ragioneria. Ammesso al programma di protezione, è agli arresti domiciliari in espiazione di 20 anni di pena. A maggio 1993 si pente, facendo sequestrare beni del clan per 2.500 miliardi. Dalle sue dichiarazioni nasce il processo “Spartacus”. Ammesso al programma di protezione dei collaboratori di giustizia, dopo due anni ha cambiato generalità. Ora vive con la moglie e il figlio più piccolo in una località segreta.

e rivelazioni del pentito Schiavone hanno aperto il vaso di Pandora sullo smaltimento illegale dei rifiuti tossici. L’intera nazione, politici compresi, è cascata dalle nuvole. La notizia è ghiotta e i fondi milionari per l’affaire bonifiche anche. Pellegrinaggi delle istituzioni nelle zone “maltrattate”, i soliti “ve lo avevo detto” in tutte le salse, l’eviscerazione del come i campani spalmati nei triangoli della morte tra la periferia nord napoletana e il casertano, riescano ancora ad avere cellule sane. E a mangiare prodotti di quella terra. Appena un lustro fa, però, restavano inascoltati i moniti del presidente Napolitano sull’emergenza rifiuti mentre l’intervento dell’allora assassas premier Berlusconi risolse assasa apparentemente l’emergenza rifiuti, che ciò che accadeva sotto i propri occhi aprendo una discarica nel centro città era un crimine senza eguali, ciò che fino facendo scomparire la notizia dai ad oggi ha omertosamente media, mentre l’emergenza è “L’emergenza è Fanghi industriali coperto, ha reso ciascuno sempre routine e si dilapidano routine e si vittima e carnefice di se stesso, Seppellito a 16 metri sotto terra milioni per caricare immondizia dilapidano milioni subendo sulla propria pelle, per caricare rifiuti Fanghi industriali tossici e molti fusti su treni e navi. Destinazione nelle singole cellule non solo le metallici sbriciolati dai quali cola nel su treni e navi. Nord Europa. Si esporta quel che della terreno una velenosa melma grigia. Destinazione Nord conseguenze si ha e in fondo, per gli Europa. Si esporta vandalizzazione del territorio, Probabilmente il contenuto di venti tir, “imprenditori”del settore la quel che si ha, per massacrato e calpestato, ma scaricati qui nei primi anni ’90, a pochi “munnezza è ricchezza”. Nel gli imprenditori la anche il proprio colpevole metri da una scuola dell’infanzia, da una frattempo, i rifiuti tossici del munnezza è agire. Perché ogni singolo ludoteca e dal mercato ortofrutticolo. ricco e produttivo Nord italiano, ricchezza” cittadino, che, con la sua Siamo a Casal di Principe, cuore del potere grazie ad economici sistemi ben omertà, ha consentito di del clan dei “casalesi”, terra di ecomafie, collaudati di smaltimento seppellire fusti e camion nelle proprie terra dei fuochi. Qui, in via Sondrio, lungo che i locali chiamano illegale, arrivava nelle terre nostrane, terre e poi ci ha coltivato sopra facendo quella “circumvallazione”, i tecnici dell’Arpac e ammorbando terreni e aria. Di chi le finta di nulla, si è reso connivente di un dell’Asl e i vigili del fuoco hanno scavato colpe,i ritardi nelle indagini, visto sistema parallelo che ha fin dalle prime ore del mattino. Tute che le prime rivelazioni risalgono “Ogni cittadino, arricchito i pochi e avvelenato bianche, mascherine, contatori Geiger, due ad oltre dieci anni fa? Impossibile che, con la sua i più, connivente con un ruspe. Inchiesta dei carabinieri del Noe di credere che siano solo del omertà, ha crimine verso l’ambiente del Caserta e da quelli della compagnia di malaffare, della camorra. Le consentito di quale esattamente non si ha la Casal di Principe, coordinati dalla Dda di responsabilità andrebbero seppellire fusti e percezione perché ciò che oggi Napoli, coi pm Giovanni Conzo, Cesare equamente distribuite tra tutti: chi camion nelle si sta scoprendo potrebbe Sirignano e Luigi Landolfi, e il procuratore ha girato il volto dall’altra parte e proprie terre e poi ci essere solo la punta di un aggiunto Francesco Greco. ha finto di non vedere; chi ha coltivato sopra iceberg più grande di quello doveva vigilare e non lo ha fatto; facendo, si è reso che affondò il Titanic. Poteva connivente di un chi ha approfittato del tappeto sistema parallelo” esserci l’alternativa: si poteva meridionale bypassando i sistemi denunciare, smettere di avere legali e reinvestendo alle spalle paura e guardare direttamente della gente del sud, i propri utili nella negli occhi gli assassini di una regione locomotiva nord. Ogni singolo attore di una volta definita felix. Per questo questa tragedia ha una responsabilità nessuno ha scusanti. Chi oggi scende in precisa, non ultimi la cosiddetta “povera piazza è lo stesso che ha la coscienza gente”, quella che ora , apprendendo la affumicata dai roghi, notizia dal verbo televisivo, si è resa conto

L'asterisco

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è chi fino ad oggi, coscientemente o dare risposte altrettanto semplici. nel proprio piccolo, ribellarsi al solito meno, ha taciuto. La paura è stata Perché ora, se le rivelazioni sono “ chi te lo fa fare” e rispondere come il l’arma più forte del malaffare, quello cominciate anni addietro? E quanti, tra grande Totò che “ è la somma che fa il che gli ha permesso di sopravvivere e chi oggi scende in piazza perché totale”. Agire singolarmente senza aggirarsi nelle maglie del sistema, l’impegno sociale è di tendenza, sentirsi mosche bianche, senza curare corrompendolo, intimidendolo o riciclano e differenziano davvero, esclusivamente il proprio orticello, a espropriandolo, spezzandogli rispettando quel poco di meno vantaggio del collettivo futuro,come le gambe nel senso letterale e “La paura è stata inquinato che ci proposto anche nel piano l’arma più forte “Lo Stato che fisico. Oggi tutti cercano di resta? Perché quello regionale dello smaltimento del malaffare, correre ai ripari, dicendo no quello che gli ha stesso Stato che fece fece la discarica rifiuti presentato alla Ue, che all’inceneritore e inscenando i permesso di della selva a Chiaiano nel ha riscosso un buon successo cortei funebri di se stessi, sopravvivere. naturalistica di centro di Napoli, e che tutela le prossime forse stanati dalle pseudo- Tutti cercano di Chiaiano una oggi si indigna generazioni, i nostri figli e per i la presenza correre ai ripari” verità che riempiono le discarica nel centro nipoti per garantire loro una bocche mediatiche, prendendo città, oggi si indigna? dei rifiuti tossici” qualità di vita migliore di coscienza troppo tardi del dramma in Bisogna agire in modo oggi. Restando nella terra cui si è immersi. E dramma è un concreto, non fare commenti da bar d’origine senza vergogna, senza paura. eufemismo. Oggi non è l’inizio di un dello sport e poi riprendere la propria Senza “fujtevenne”. percorso. E’ solo la fine del silenzio vita come se nulla fosse. Bisogna agire, © Riproduzione riservata complice da cui nascono domande alimentare le coscienze civili, semplici a cui pare quasi impossibile combattere gli abusi anche e soprattutto

Il disastro

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I Siciliani giovani

Chi sostiene i Siciliani

Ai lettori

1984

Caro lettore, sono in tanti, oggi, ad accusare la Sicilia di essere mafiosa: noi, che combattiamo la mafia in prima fila, diciamo invece che essa è una terra ricca di tradizioni, storia, civiltà e cultura, tiranneggiata dalla mafia ma non rassegnata ad essa. Questo, però, bisogna dimostrarlo con i fatti: è un preciso dovere di tutti noi siciliani, prima che di chiunque altro; di fronte ad esso noi non ci siamo tirati indietro. Se sei siciliano, ti chiediamo francamente di aiutarci, non con le parole ma coi fatti. Abbiamo bisogno di lettori, di abbonamenti, di solidarietà. Perciò ti abbiamo mandato questa lettera: tu sai che dietro di essa non ci sono oscure manovre e misteriosi centri di potere, ma semplicemente dei siciliani che lottano per la loro terra. Se non sei siciliano, siamo del tuo stesso Paese: la mafia, che oggi attacca noi, domani travolgerà anche te. Abbiamo bisogno di sostegno, le nostre sole forze non bastano. Perciò chiediamo la solidarietà di tutti i siciliani onesti e di tutti coloro che vogliono lottare insieme a loro. Se non l'avremo, andremo avanti lo stesso: ma sarà tutto più difficile. I Siciliani

Ai lettori

2012

www.isiciliani.it

Quando abbiamo deciso di continuare il percorso, mai interrotto, dei Siciliani, pensavamo che questa avventura doveva essere di tutti voi. Voi che ci avete letto, approvato o criticato e che avete condiviso con noi un giornalismo di verità, un giornalismo giovane sulle orme di Giuseppe Fava. In questi primi otto mesi, altrettanti numeri dei Siciliani giovani sono usciti in rete e i risultati ci lasciano soddisfatti, al punto di decidere di uscire entro l'anno anche su carta e nel formato che fu originariamente dei Siciliani. Ci siamo inoltre costituiti in una associazione culturale "I Siciliani giovani", che accoglierà tutti i componenti delle varie redazioni e testate sparse da nord a sud, e chi vorrà affiancarli. Pensiamo che questo percorso collettivo vada sostenuto economicamente partendo dal basso, partendo da voi. Basterà contribuire con quello che potrete, utilizzando i mezzi che vi proporremo nel nostro sito. Tutto sarà trasparente e rendicontato, e per essere coerenti col nostro percorso abbiamo deciso di appoggiarci alla "Banca Etica Popolare", che con i suoi principi di economia equa e sostenibile ci garantisce trasparenza e legalità. I Siciliani giovani

Una pagina dei Siciliani del 1993 Nel 1986, e di nuovo nel 1996, i Siciliani dovettero chiudere per mancanza di pubblicità, nonostante il successo di pubblico e il buon andamento delle vendite. I redattori lavoravano gratis, ma gli imprenditori non sostennero in alcuna maniera il giornale che pure si batteva per liberare anche loro dalla stretta mafiosa. Non è una pagina onorevole, nella storia dell'imprenditoria siciliana.

SOTTOSCRIVI IT 28 B 05018 04600 000000148119 Associazione I Siciliani Giovani/ Banca Etica


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Bagnara di Pescopagano La grande devastazione <<<<aaaasss

Un paesaggio distrutto, deturpato, violentato. Sembra una terra bombardata. E' una guerra infinita quella dell'indifferenza, della negazione sistematica dei quei diritti minimi. Abbandono, degrado, colpevole assenza delle istituzioni. A Castel Volturno lo Stato è morto, sappiatelo di Arnaldo Capezzuto www.ladomenicasettimanale.it


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' un non luogo Bagnara di Pescopagano, una lunga, chilometrica striscia di sabbia del “riminese” litorale domizio ricadente al confine tra Castel Volturno e Mondragone. Siamo a Caserta, Campania, Italia, Europa 2013. Sono non luoghi, abitati da non cittadini. Da queste parti, infatti, i diritti oltre a non esserci sono sistematicamente calpestati, umiliati, traditi. Percorri in lungo e in largo vialoni deserti, senza un'indicazione stradale, ti orienti a intuito tra cavalcavia, assi viari e sovrappassi di dubbia utilità. Qui davvero manca tutto : illuminazione, servizi fognari, presidi sanitari e delle forze dell'ordine, farmacie, ufficio postale, scuole di prima infanzia, negozi. Intorno il paesaggio appare disadorno e cadente. In bella evidenza c'è una vecchia tabella su cui vi è scritto a caratteri cubitali “Condono edilizio”. E' stato il vero business per oltre trent'anni. Cemento, cemento, e ancora cemento. Uno sviluppo urbanistico senza regole, l'ingordigia di lottizzare e costruire dappertutto. Piani regolatori ballerini, sanatorie, condoni indiscriminati. Bagnara di Pescopagano è in piccolo lo spaccato preciso del nostro disgraziato paese, tradizionalmente ostaggio di fameliche e corrotte classi politiche. Bagnara di Pescopagano e in generale il litorale domizio ha rappresentato il sogno della classe media campana e non solo: possedere la seconda casa ma anche accedere al mare senza pagare dazi eccessivi. Un bene davvero comune, condiviso e pubblico. Sul finire degli anni Settanta e Ottanta sorgono villette bifamiliari, piccoli condomini, parchi che colonizzano e mangiano un territorio vergine. La politica invece di organizzare lo sviluppo, accompagnarlo dettando le regole per un'urbanistica rispettosa delle bellezze paesaggistiche ne subisce in modo interessato l'esplosione o meglio l'implosione. Comitati d'affari, amici degli amici, politiconzoli negli anni ci azzuppano il pane. Le screanzate e irresponsabili amministrazioni invece di risanare, umanizzare, recuperare e mettere in sicurezza l'esistente hanno agevolato patti scellerati con camorristi in cerca di remunerativi business. Non è un caso se, il Comune di Castel Volturno, per l'ennesima volta è stato sciolto per gravi infiltrazioni dei clan negli apparati istituzionali.

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Non Ora i tre commissari straordinari Antonio Contarino, Anna Manganelli e Maurizio Alicandro inviati dal Viminale tra mille difficoltà e urgenze stanno tentando almeno di dotare il municipio di quegli strumenti minimi per garantire una giusta convivenza civile dei suoi residenti che normalmente ammontano a Una bellezza diecimila mentre in selvaggia, un litorale estate triplicano. Si sterminato resta con il fiato in bagnato gola, finisci di dal generoso percorrere la strada Tirreneo laterale e quando luccicante e meno te l'aspetti si cristallino che svela agli occhi un mozza il fiato mare mozza fiato. Una bellezza selvaggia, un litorale sterminato bagnato dal generoso Tirreneo luccicante e cristallino. Ti fermi e ancora di più ti arrabbi. Tutt'intorno trovi palazzine sventrate, villette accartocciate, muri franati, case divelte. Chiedi d'istinto se c'è stato un

bombardamento. “E' l'erosione provocata dal mare - spiega Giuseppe Sapio, un ragazzone che vive a Bagnara con moglie e figli – le mareggiate stanno ingogliando strade e abitazioni. Ci sono fabbricati che a ridosso del demanio marittimo e, in alcuni tratti, il mare entra di forza nelle abitazioni mettendo a rischio l'incolumità degli abitanti”. Mi ritrovo in mezzo a una catena umana organizzata da un cartello di associazioni vere, insomma ci siamo capiti, da “Res Castelvolturno” al Centro sociale ex Canapificio di Caserta, all'associazione “Via Venezia”, alla Protezione civile per sensibilizzare la Regione Campania affinchè intervenga con somma urgenza. In meno di dieci anni sono scomparsi oltre duecento metri di costa Un'emergenza che nasconde dell'altro. Il mare risucchia la sabbia che “qualcuno” abusivamente ha prelevato altrove per costruire mega insediamenti. Parliamo delle grandi speculazioni edilizie, escavi abusivi per il “Villaggio Coppola” a Pinetamare o l'occultamento dei rifiuti gettati in buche e

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tompagnati. “La prima denuncia sul rischio di erosione della costa di Bagnara, a Pascopagano, risale al 2007 - riflettono Ciro Scocca e Anna De Vita di “Res Volturno”, associazione molto combattiva e concretamente Res Volturno, anticamorra - da associazione allora è stato un molto combattiva susseguirsi di e concretamente segnalazioni e anticamorra che sollecitazioni agli si batte senza enti locali, alla retorica con regione Campania e il malaffare e a vari organi di l'arroganza competenza. dei clan Purtroppo senza risultato”. I commissari straordinari del comune di Castel Volturno non solo hanno aderito all'iniziativa ma hanno confezionato una nota (protocollo 43193 del 5 settembre 2013) al presidente della Regione Campania Stefano Caldoro “...sarebbe auspicabile che Lei promuovesse, nell'ambito della programmazione regionale, un'azione tesa a contrastare tale fenomeno erosivo,


La Domenica Settimanale ma con la realizzazione di opere di rifacimento e di difesa, affinchè questo territorio con grandi potenzialità, sia turistiche che produttive, possa rinascere nella legalità e creare occupazione...”. Certo è anche vero che il governatore Caldoro ha tante cose più importanti a cui pensare come ad esempio “regalare” a Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera nel ruolo di presidente della “Fondazione Ravello” un finanziamento di quattro milioni di euro. Difficile trovare La Regione tempo, denaro e Campania tecnici per varare un finanzia con piano serio di messa a milioni di euro dimora di scogliere e la Fondazione strutture rocciose Ravello di marine per bloccare Brunetta l'avanzata delle ma dimentica mareggiate e stoppare l'intero Litorale Domizio l'erosione. Una mobilitazione viva, vibrante, vera a cui ha partecipato anche don Guido Cumerlato, parroco di Pescopagano. “Questo litorale come bellezza - a mio parere - è superiore anche a Rimini e Riccione – racconta Mario Ferrigno, imprenditore e proprietario fin dalla prima ora della seconda casa a Bagnara – c'è un degrado inarrestabile, un colpevole menefreghismo, una chiara volontà di non intervenire e far morire questi territori. E' un Sud alla deriva che muore giorno dopo giorno”. C'è poco da aggiungere. Solo che occorre fare presto.

N. 13 | Agosto-Settembre 2013 - Anno II

La grande devastazione

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N. 13 | Agosto-Settembre 2013 - Anno II

Sognando l'Avana torna Peppe Lanzetta

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vent’anni di distanza, Peppe Lanzetta ritorna nel Bronx,in quella cruda periferia napoletana che è stata teatro delle sue storie più belle, per raccontarci ancora una volta e ancora a modo suo vicende forti e personaggi veri che potremmo incontrare in una strada desolata o in un qualsiasi centro commerciale nei quartieri dormitorio delle nostre città. Lanzetta ritrova la sua vena di scrittore originale e borderline, regalandoci Sognando l’avana (Edizioni Cento Autori), un’opera narrativa che vuole essere l’ideale seguito di Un Messico napoletano. Un romanzo sull’Italia di oggi, nello stile a tinte forti a cui ci ha abituato l’autore di InferNapoli. La storia inizia con lo scoppio di una bomba che ci apre uno squarcio su Ponticelli, periferia degradata di Napoli. Qui, si alternano e s’intrecciano le storie di vari protagonisti. In un desolato caseggiato vive Dora, una giovane e bella ragazza, che di notte lavora come cubista in una discoteca, ma sogna di fuggire a Cuba con Andrea, il suo fidanzato. La sorella Giacinta è, invece, dedita al sesso sfrenato, ovunque e con chiunque, un modo come un altro per riempire la sua vuota vita. Nello stesso palazzo convivono altre famiglie, le cui storie s’intrecciano: c’è la signora Capece, con suo marito Don Ciro e

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E' Malacqua capolavoro di Pugliese

quattro figli maschi, tutti belli e desiderati, e la signora Imbriani, vedova e madre di Elio e Vito, due gemelli poliziotti, uno corrotto e l’altro onesto. Ma Lanzetta cesella queste storie private con la Storia con la S maiuscola, quella che ci raccontano i telegiornali ogni giorni: la crisi economica, le elezioni del Capo dello Stato e del Papa argentino, la crisi dei partiti politici, in un crescendo che racconta l’Italia di oggi, di cui quel condominio della periferia di Napoli diventa la metafora più cruda e reale. E della periferia e dei suoi abitanti, che potremmo visivamente sintetizzare in un ideale presepe, Lanzetta ha fatto il corpus della sua attività d’artista, che si è estrinsecata non solo a teatro e nella scrittura, ma anche nel cinema e nella musica. Basta andare a ripescare i suoi esordi teatrali con spettacoli come Napoletano pentito, a cui hanno fatto seguito: Bombatomica e Roipnol (entrambi del 1984), Il vangelo secondo Lanzetta (1986), Lenny (1988), Caro Achille ti scrivo (1990), Il gallo cantò (1993), Il peggio di Lanzetta (1993), Tropico di Napoli (1998), fino a quelli più recenti quali Ridateci i sogni (2001), L'Opera di periferia (2006) e Malaluna, grazie al quale ha vinto il premio Olimpici del Teatro 2004.

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d attraverso il vetro della finestra grigi pensieri fumiganti ad inseguire il mare, Santa Lucia ristretta nelle spalle, le mani in tasca, ad ascoltare il silenzio del suo silenzio, le raffiche del vento che veniva, e queste foglie ritorte nella strada, dentro l’asfalto. Dalla strada solitudine graziosamente se ne discende al mare, con gozzi malandati, luci sfrangiate, e navi in lontananza, punta della Campanella, e Capri, la gran massa di Capri distesa a ricordare, estranea alla città come torre indecifrata, vicina sì, quanto vicina, e lontanissima, pure, con storie scolorite d’imperatori e donne, con cargo tremolanti dell’Oriente e dell’Africa, e granaglie, carichi di mais, ferro, sabbia dorata». Si apre così Malacqua, il noto romanzo – forse il più bel libro su Napoli – che Nicola Pugliese scrisse nel 1976 e che a suo tempo fu pubblicato da Einaudi dopo il parere entusiasta di Italo Calvino. Il libro non si ristampa da allora. Stando ai fatti, Malacqua è la cronaca di quattro giorni di pioggia nella città di Napoli. Il maltempo non provoca soltanto crolli e frane. Nell’incertezza ostile della pioggia, ecco moltiplicarsi eventi inusitati, prendere corpo presagi e neri ammonimenti. Le «voci» misteriose di Castel dell’Ovo, l’enigma di tre bambole, il mare di via Caracciolo che insegue gli scugnizzi nei «bassi», le monetine da cinque lire che suonano: la paura crea l’attesa di un Accadimento straordinario. Quale sarà quest’evento assurdo, irragionevole, capace di frantumare le prospettive stesse della vita? È Napoli la vera protagonista di Malacqua. Per le antiche strade, i quattro giorni di pioggia alimentano una suspense da libro «giallo», applicata alle ragioni dell’esistenza.

Non mi avrete mai

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a trama e le recensioni di Non mi avrete mai, romanzo di Gaetano Di Vaio e Guido Lombardi edito da Einaudi. Il romanzo di formazione di un ex delinquente di strada. Una storia vera e rocambolesca di criminalità disorganizzata in una Napoli mai cosí cruda e irresistibile. Salvatore Capone, l'alter ego di Gaetano Di Vaio, nasce a Scampia, sesto di dieci figli, da padre disoccupato. Le premesse ci sono tutte. A nove anni inizia una brillante carriera che, dai furti di pneumatici, lo porta a gestire una «piazza di spaccio» da tremila dosi al giorno. È una corsa irrefrenabile, la sua, nessun ostacolo frapposto dallo Stato alla sua ascesa riesce a fermarla: scuole, collegi, riformatori, carceri minorili e centri d'igiene mentale. Salvatore sperimenta ogni forma di reclusione fino a

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Poggioreale, l'Alcatraz napoletano, divenendo maestro nell'arte della fuga. Tanto ad attenderlo, ogni volta, c'è Lucia. Tanto poi si ricomincia. Gaetano Di Vaio è nato nel 1968 a Piscinola, quartiere alla periferia nord di Napoli, a ridosso di Scampia. È oggi un affermato produttore del cinema indipendente italiano, ricordiamo fra gli altri: Napoli Napoli Napoli, di Abel Ferrara (2009) e Là-bas, di Guido Lombardi (2011), Leone del Futuro alla Mostra del Cinema di Venezia. Guido Lombardi (Napoli, 1975) è regista e sceneggiatore. Nel 2005 ha vinto il Premio Leo Benvenuti per la sceneggiatura di commedia e nel 2007 il Premio Solinas - Storie per il Cinema.


Ladomenica n13 agosto settembre2013  

è un periodico d'informazione con inchieste, reportage, cronaca, storie, interviste, cultura. E' il numero13 Agosto-Settembre 2013 – Anno II

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