Page 45

libri

Quaderni acp 2012; 19(5)

buona L’evaporazione del padre

Massimo Recalcati Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna Raffaello Cortina Editore, 2011 pp. 189, euro 14

Ho partecipato a un seminario di Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano e direttore dell’Istituto di Psicoanalisi Applicata, organizzato a Forlì dalle amiche Catherine Hamon e Viviana Venturi. Da uditore non professionale ne ho apprezzato, come sempre succede ascoltando persone di reale spessore, la capacità di rendere accessibili concetti e complesse elaborazioni del pensiero nutrendo con le parole ulteriori pensieri, avvincendo e, appunto, seminando. Il tema dell’incontro e del suo ultimo libro è il ruolo del padre o, meglio, quello che resta del ruolo del padre in un contesto storico che sembra sancirne “l’evaporazione” (termine ripetutamente utilizzato), la perdita dello status di pater familias, di detentore simbolico della legge. Il compito del padre, provo a mia volta a semplificare, dovrebbe essere quello di trasmettere la legge, il senso del limite, l’impossibilità di godere illimitatamente, ma senza reprimere la possibilità di desiderare, senza uccidere il desiderio. In termini psicoanalitici il padre “… è colui che sa far valere la legge dell’interdizione dell’incesto facilitando il processo di separazione del figlio dalle sue origini” assicurandogli la possibilità “di avventurarsi verso l’assunzione singolare del proprio desiderio”. Il padre è colui che, nella rappresentazione edipica, è l’agente della castrazione che, impedendo e introducendo il limite al godimento incestuoso della Cosa materna, di fatto stabilisce l’impossibilità del godimento illimitato che è tomba del desiderio e definisce, al tempo medesimo, la condizione dell’esistenza del desiderio stesso. Ma la figura del padre, ci avverte Recalcati, è nient’affatto monolitica bensì complessa e ambivalente perché in fondo il padre è stato, a sua volta, figlio e porta su di sé i segni della castrazione. Ed ecco che a

« Non esistono libri morali o immorali, come la maggioranza crede. I libri sono scritti bene, o scritti male. Questo è tutto». Oscar Wilde

rappresentare i due estremi abbiamo, da una parte, il padre guerriero Ettore che, nell’Iliade, prima dello scontro finale con Achille, saluta per l’ultima volta il figlio Astianatte e per far questo si toglie l’elmo per consentirgli di riconoscere in lui il padre reale e affettuoso prima di accingersi ad assolvere al proprio compito di cittadino e di capo militare. Dall’altra, la descrizione che Freud stesso fa del proprio padre Jakob il quale, costretto a cedere il passo sul marciapiede perché ebreo, accetta l’umiliazione senza nemmeno un moto di ribellione. È l’esempio del passaggio dal “padre ideale” all’evaporazione della figura paterna come “ideale”. Altri esempi di padre tratti dalla letteratura (Franz Kafka, Gad Lerner) dalle Sacre Scritture e dalla religione contribuiscono a delineare la contraddittorietà delle possibili figure paterne e talora le loro derive autoritarie nell’eterno tentativo di trovare un equilibrio tra incarnazione della legge e trasmissione del desiderio. Perché la legge è soprattutto dono, dono della possibilità del desiderio all’interno di un limite che richiede il rispetto dell’impossibile e del non conoscibile, che non consente il godimento immediato e prossimo ma indirizza verso approdi più lontani e differiti. Contesti storici diversi come i totalitarismi della prima metà del Novecento o la contestazione giovanile degli anni Sessanta hanno determinato profondi mutamenti e indebolimenti della figura paterna, mentre il capitalismo ha fatto balenare il miraggio del “godimento immediato come unica forma di dovere”. Non resta, quindi, che affrontare la realtà in termini di metamorfosi della famiglia, di “tenuta” nel conflitto intergenerazionale e di genitorialità, fondata sulla trasmissione del desiderio e sulla testimonianza di come si possa esistere senza cadere nel baratro. La testimonianza, ultima risorsa di una paternità ormai evaporata, è analizzata in maniera avvincente, anche per noi profani, nell’ultima parte del libro attraverso l’analisi di tre opere letterarie apparentemente assai diverse tra loro: Patrimonio. Una storia vera di Philip Roth, La strada di Cormac McCarthy e Gran Torino di Clint Eastwood. Fortissime storie di padri e della loro testimonianza al di fuori dell’Ideale. Un libro che vale la pena leggere, e poi rileggere. Enrico Valletta

Il mondo salvato dai ragazzini?

Michela Murgia L’incontro Einaudi, 2012 pp. 103, euro10

È il fitto racconto delle estati di Maurizio, ospite dei nonni, e dei suoi amici, Franco e Giulio, che abitano fissi in un paesino della Sardegna chiamato Crabras (evidente allusione al vero paese in cui la scrittrice è nata). Il racconto è inventato, ma l’Autrice vorrebbe che fosse vero; forse per questo lo ambienta nel suo falso-vero paese. È la storia della crescita dei ragazzi fra danni, incendi, avventure e solidarietà attorno a una piccola chiesa e al suo parroco, don Marras. Ma a un certo punto le solidarietà si interrompono. Don Marras ha un rivale, il vescovo gli dà retta e nasce una nuova parrocchia che spacca, in ogni senso, la comunità del paese in due fazioni. Arriva la guerra, si rompono le processioni tradizionali, ma si spacca anche la comunità di Maurizio, Franco e Giulio. Franco da una parte, Maurizio e Giulio dall’altra a fare i chierichetti. Non più giochi comuni, non più viaggi nell’intrico della “foresta” attorno allo stagno, non più pesca comune, non più danni fatti insieme. Ma nel caso di Crabras la pace tornerà e gli artefici saranno i ragazzi legati di nuovo dalla ritrovata unità del gruppo. E non ci sarà bisogno di discorsi per riunirsi, ma solo di uno sguardo per ritrovare quel noi che era mancato. È un racconto talvolta comico e sorridente, ma insieme profondo, e che allude semplicemente alla capacità dei ragazzi di trascinare gli adulti e di essere collante della comunità. Il mondo salvato dai ragazzini come nel titolo di Elsa Morante? Giancarlo Biasini 235

Quaderni acp 2012 19(5)