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Cesare Accetta

DIETRO GLI OCCHI


Cesare Accetta DIETRO GLI OCCHI Napoli e il racconto della sua contemporaneità. Il teatro di ricerca a Napoli fra gli anni Settanta e gli anni Novanta nella fotografia di Cesare Accetta a cura di Maria Savarese PAN | Palazzo delle Arti Napoli 27 aprile - 27 giugno 2012

Comune di Napoli Antonella di Nocera Assessore alla Cultura e al Turismo

FINE ART LAB

(Napoli) glicèe prints formato: 40 x 60 cm. e 70 x 100cm SOLUZIONI ARTE

(Roma) glicèe prints formato: 150 x 220 cm. FOTOFFICINA DIGITAL

(Napoli) pannellature su dibond CAIAFA di Giuseppe Russo (Napoli) cornici

Trasporti e allestimento A&G

Servizio Programmazione e Progettazione Culturale Francesco Somma Dirigente

(Napoli)

PAN | Palazzo delle Arti Napoli Fabio Pascapè Responsabile amministrativo della struttura con: Rosaria Binet, Claudio Fevola, Guglielmo Helbig, Adele Morea, Mariateresa Rossi, Alberto Ruggiero, Carmine Senese, Caterina Zappalà

Comunicazione WSTAFF srl. Aldo Carlotto Andrea Giordano Antonello Vivace

Grafica di base Patrizio Esposito

Ufficio stampa Rosalba Ruggeri Marina Guida

Post-produzione immagini e montaggio SLIDE FOTO

Simona Infante Stampa Assistente alla post-produzione Raffaella Scognamiglio

BORN TO PRINT

Napoli, giugno 2012

www.incampania.it


Cesare Accetta

DIETRO GLI OCCHI


Antonella Di Nocera Assessore alla Cultura del Comune di Napoli

Dietro gli occhi di Cesare Accetta rappresenta il compimento di un percorso culturale che va nelle viscere delle città. Da sempre, sono stata vicina al teatro, al suo mistero, alla sua sintassi fisica, e questo viaggio espositivo è la vera testimonianza che l’arte scenica, nella città del golfo, è una risorsa assoluta, un prezioso bene collettivo. L’allestimento dedicato alle fotografie di Cesare racconta anni storici di Napoli, attraversando fenomeni di ricerca e linguaggi espressivi che devono assolutamente essere conservati e valorizzati. È emozionante e sensato che ciò accada al Pan – Palazzo delle arti di Napoli, casa del contemporaneo che questa volta testimonia un’ulteriore azione nella mission culturale che deve distinguerla nel territorio. Di fatto con la mostra è iniziato anche un processo di digitalizzazione delle immagini di uno dei più importanti archivi fotografici personali. Ciò ben si sposa con uno degli obiettivi da raggiungere nell’arco amministrativo di allocare la memoria di quanti più materiali artistici possibile, da trasferire poi ai giovani, agli appassionati d’arte, agli addetti ai lavori e ai ricercatori. In questo caso gli scatti, i ritratti, i racconti firmati da Accetta oltre a rappresentare una profonda analisi del mondo teatrale, fra camerini e palcoscenico, di una epoca della città, sono anche l’ingresso in una visione intima e estetica dell’autore che con i suoi neri e i suoi sguardi di luce ci assorbe e ci invade. Camminare nelle sale della mostra al Pan è una vera emozione. In particolare, la sezione monografica dedicata ad Antonio Neiwiller, che con l’autore abbiamo scelto di allestire fin dal nostro primo

colloquio sul progetto è un tributo di affetto e di stima e la forte constatazione di una mancanza. Ma attraverso queste immagini si mostrano ai visitatori i segreti di un artista che ha lasciato tracce indelebili nella drammaturgia di oggi e nell’arte poetica della scena. Come gli altri personaggi ritratti nella mostra, artisti oggi del contemporaneo, questo viaggio per immagini sembra imprigionarli meravigliosamente nelle pupille in bianco e nero di Cesare.

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Giuseppe De Mita Vicepresidente con delega al Turismo e ai Beni Culturali della Regione Campania

Napoli, il teatro, la ricerca, il racconto, la memoria. Sono questi gli elementi che costituiscono il progetto culturale Dietro gli occhi realizzato da Cesare Accetta, allestito al PAN | Palazzo delle Arti di Napoli. Nelle immagini fotografiche di Accetta c’è il fermento di un’epoca – quella tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Novanta – e di una generazione, il cui bisogno forte di rinnovamento si è espresso attraverso il teatro. Una mostra che, non volendo essere documentaristica, è soprattutto un percorso emotivo che evidenzia quanto quel cambiamento sia stato determinante nel tempo. E sono intense le suggestioni che le fotografie di Accetta regalano vivissime: attraverso un bianco e nero che racconta la luce ed il buio di una realtà che lui ha vissuto personalmente e che restituisce ora amplificata ed isolata a noi spettatori, con scatti che sono profondi sguardi su quel momento. Un tempo in cui, ancora una volta, Napoli ha saputo dimostrare la propria capacità di rinnovarsi, reinventarsi senza mai rinnegare il passato, ma rielaborandolo, dando vita a nuovi codici e nuovi linguaggi artistici, in un campo, quello del teatro, che è specchio e rappresentazione della vita stessa. Tutto ciò fa della mostra Dietro gli occhi un osservatorio della realtà filtrata attraverso la lente, deformante e allo stesso tempo d’ingrandimento, del teatro e dell’arte.

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Maria Savarese

Dietro gli occhi

Con il progetto culturale Dietro gli occhi, dedicato a Cesare Accetta, uno dei più noti interpreti della fotografia italiana, si aggiunge un altro importante capitolo al mio percorso curatoriale sulla ricostruzione della memoria della cultura contemporanea campana, nella sua molteplicità dei linguaggi artistici, attraverso preziosi ed inediti archivi. Questo mio tentativo di “storicizzazione del contemporaneo”, di “racconto del presente”, attraverso immagini fotografiche, documenti, testimonianze ed opere d’arte, è iniziato nel 2009 con un’esposizione, al PAN | Palazzo delle arti di Napoli, sull’arte d’avanguardia napoletana degli anni Settanta, attraverso la storia artistica di Peppe Manigrasso e Arturo Morfino. In quell’occasione fu presentato al pubblico per la prima volta l’archivio del Play Studio, centro di ricerche audiovisive, fucina di sperimentazione pluridisciplinare fra musica, teatro, arte, creato da Arturo alla fine degli anni Sessanta. L’anno seguente è stata la volta di un’altra mostra sempre al PAN e di un impegnativo lavoro di selezione e di digitalizzazione nell’archivio fotografico di Fabio Donato, che conta circa trecentomila scatti tra files, negativi, positivi, diapositive, messo insieme da Fabio nel corso di tutta la sua vita, il quale, come un viandante fra le arti, ha documentato, e continua a documentare, in un’accezione del tutto personale, la cultura napoletana dal 1968 ad oggi. Da questa esposizione di circa 350 fotografie, è derivata poi una nuova monografia fotografica dedicata all’esperienza teatrale di Toni Servillo e del Teatro Studio di Caserta fra gli anni Settanta ed Ottanta, presentata nel

novembre scorso al Teatro Spazio Libero di Vittorio Lucariello. Oggi Dietro gli occhi, nuovamente al PAN, progetto dedicato a Cesare Accetta ed al teatro di innovazione tra gli anni ’70 e ’90, di cui l’artista è stato un testimone privilegiato ed un interprete straordinario. Un momento storico – artistico per Napoli, e non solo, incredibile in cui protagonista era un desiderio di rinnovamento che, nello specifico teatrale, ha visto trasformare il linguaggio in un azzeramento della parola a favore dell’esaltazione dei moduli espressivi del corpo in relazione allo spazio, sulla scia di quell’esigenza narrativa funzionale al bisogno di raccontare le profonde mutazioni sociali che, contemporaneamente, avvenivano a livello generale. Un cambiamento che Cesare ha saputo intensamente testimoniare, cogliendone ed esprimendone la vera essenza attraverso il mezzo fotografico e la sua applicazione professionale, che lo ha portato ad essere in seguito affermato light designer, progettando luci non solo per spettacoli teatrali, ma anche per opere liriche, concerti, e diventando poi direttore della fotografia per prestigiosi autori del cinema contemporaneo. La mostra racconta, in una suggestiva sequenza di immagini, il teatro di ricerca a Napoli dal 1976 - anno della storica rassegna Incontro situazione 76 ospitata al Teatro San Ferdinando - al 1996. Un percorso emotivo dove è chiara l’intenzione, del tutto riuscita, di restituire intatte alle nuove generazioni e 10


a quanti hanno vissuto quei giorni, le emozioni, le tensioni, i sogni, la libertà dello spirito creativo di quel periodo in cui Napoli e l’Italia stessa erano veri e propri laboratori teatrali per gli artisti, spinti da una grande energia e dalla necesità di realizzare cambiamenti significativi in ambito culturale e sociale. Un periodo straordinario, non solo per il teatro ma per la cultura in generale, dove il lavoro personale e il confronto collettivo erano sinergici e funzionali a quella idealità che poi via via si è andata smarrendo, cedendo il passo alla ricerca dell’affermazione personale e della novità fine a se stessa. Dietro gli occhi fu una performance ideata da Cesare Accetta insieme ad Alessandra D’Elia e Andrea Renzi, con coinvolgenti musiche dei Bisca, andata in scena nel 1992 alla Galleria Toledo. Se il titolo della mostra si riferisce quindi ad uno spettacolo specifico, va interpretato però anche in modo più ampio. L’obiettivo principale, infatti, è stato far in modo che la selezione delle immagini si ponesse al di fuori di un’impostazione documentaristica al servizio della cronaca degli eventi, ma piuttosto desse vita ad un percorso emotivo come traccia di un tempo e di un fermento, ed allo stesso modo creasse una riflessione critica sulla fotografia di Accetta, nella sua intersezione visiva tra sé e l’arte teatrale. Un’impostazione espositiva altra, quindi, rispetto al semplice racconto dello spettacolo in scena davanti agli occhi dell’artista in quel momento, ma fortemente incentrata

sulla sua ricerca estetica e sui suoi elementi caratterizzanti: il nero, la luce, lo spazio e il tempo. L’impaginazione della mostra è stata articolata in quattro momenti tematici. Il primo è costituito da grandi foto in bianco e nero, un discorso artistico sul teatro, quasi stilizzato, atemporale, aspaziale, dove il racconto scenico si piega con forza totale alla forma e alla luce. Il secondo nucleo è quello generale, con una documentazione teatrale dal 1976 fino al ’96, articolato in un allestimento volutamente casuale e non cronologico. Una sorta di “dedica” a tutti coloro che hanno permesso a Cesare di costituire il suo archivio: dal Teatro Alfred Jarry di Mario e Maria Luisa Santella a Spazio Libero di Vittorio Lucariello; dal Play Studio di Arturo Morfino, dal TIN di Michele del Grosso, da Libera Ensemble di Gennaro Vitiello condotto successivamente da Renato Carpentieri e Lello Serao; ed ancora il Teatro/Galleria Toledo di Laura Angiulli; il Teatro Nuovo; il Teatro Studio di Caserta di Toni Servillo; Falso Movimento di Mario Martone; Enzo Moscato; Annibale Ruccello; Teatri Uniti; la Compagnia ’86 di Marianna Troise; il teatro di Remondi e Caporossi; Magazzini Criminali di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi; La Gaia Scienza di Giorgio Barberio Corsetti; Leo De Berardinis. Il terzo gruppo di fotografie è monograficamente articolato in due sale dedicate ad Antonio Newiller, con il quale Cesare ha condiviso per anni l’appartamento – studio a palazzo Marigliano, oltre che una profonda amicizia.

Le modalità di ricerca di Neiwiller spesso si scontravano con i modelli produttivi correnti, distanti dal suo modo d’intendere il teatro come necessità assoluta, e l’affettuoso e sentito tributo che si opera a lui in questa mostra è un significativo riconoscimento laddove il suo ricordo dovrebbe più giustamente essere sottolineato a livello nazionale. Ed infine un ultimo nucleo di fotografie a colore, una serie di scatti dove il cromatismo gioca perfettamente con la luce e con le suggestive ambientazioni sceniche. Su tutto la notevole resa fotografica di stampa, che Accetta ha intenzionalmente scelto attraverso una carta cotone e nero ai pigmenti di carbone, che riescono a riportare l’assoluta profondità delle immagini nei contrasti dei bui e della luce, regalando un’eleganza ed una perfezione formale all’intera mostra.

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Enrico Fiore

Sulla soglia del buio

Enzo Moscato che, in «Rasoi», sta con gli occhi chiusi e si tappa le orecchie con le mani. Andrea Renzi che, in «Tango glaciale», danza intorno a un sassofono che se ne sta per conto suo appeso a un filo. Annibale Ruccello che, in «Notturno di donna con ospiti», sta seduto davanti a una «veneziana» che lo divide dal resto della scena. Sono tre delle immagini più emblematiche fra le tante che compongono la mostra allestita al Pan – Palazzo delle arti di Napoli. La mostra reca il sottotitolo «Napoli e il racconto della sua contemporaneità. Il teatro di ricerca a Napoli fra gli anni Settanta e gli anni Novanta nella fotografia di Cesare Accetta». Ed è un sottotitolo che riguarda la superficie dell’evento, ossia i contenuti dell’esposizione individuati sotto il profilo storico. Ma della mostra è assai più importante il titolo, «Dietro gli occhi»: perché riguarda, insieme, il progetto che la ispira e l’idea che il suo artefice ha dell’oggetto preso in esame, per l’appunto il teatro e, in particolare, il teatro di ricerca. In breve, le fotografie citate dimostrano che «dietro gli occhi» di Cesare Accetta ci sono i due concetti-chiave che presiedono a tutta l’arte (dalla letteratura alla musica, dalla pittura al teatro) dell’Otto e del Novecento: quelli della soglia (nel senso del punto di passaggio da una dimensione a un’altra) e quello della cesura (nel senso della sospensione all’interno di una forma espressiva). E viene subito in mente, al riguardo, uno dei passi decisivi de «I turbamenti del giovane Törless» di Musil: «[...] tra la vita che si vive e la vita che si sente, che s’intuisce, che si vede di lontano, è una frontiera invisibile; la porta stretta in cui le immagini

degli avvenimenti debbono infilarsi, per passare nell’uomo». Ecco, l’obiettivo di Accetta è proprio ed esattamente quella «frontiera invisibile» e quella «porta stretta». E insomma, questa mostra potrebbe, e ben a ragione, assumere come epigrafe il prezioso aforisma che per «Il libro degli amici» dettò Hofmannsthal: «Bisogna nascondere la profondità. Dove? Alla superficie». E non a caso, d’altronde, lo stesso Cesare Accetta dice: «Il progetto della mostra sul mio archivio di foto di teatro si pone fuori da un’impostazione documentaristica al servizio della cronaca degli eventi, ma, piuttosto, quale traccia di un tempo e di un fermento, facendosi soggetto di ricerca e riflessione sulla fotografia, ripercorrendo emotivamente vent’anni del teatro d’autore, napoletano e oltre». Penso, in proposito, anche a un passo di «Andrea o I ricongiunti», il vertiginoso romanzo incompiuto dello stesso Hofmannsthal: «La vera poesia è l’arcanum che ci congiunge alla vita, che dalla vita ci separa. Il separare - soltanto se separiamo noi viviamo veramente - se noi separiamo anche la morte è sopportabile, solo quello che è mischiato è orribile»; e in pari tempo penso, come di recente mi è capitato di ribadire, a «La tempesta» di Shakespeare, il cui significato profondo viene illuminato proprio dal predetto passo di quel romanzo. Riflettiamo, infatti, sul percorso di conoscenza compiuto da Prospero. Egli aveva voluto unire il Tutto: il cielo e la terra, l’anima e il corpo, l’arcano e il quotidiano. Ma riesce a ritrovare la sua dimensione umana, e quindi a vi13


vere davvero, solo quando spezza la bacchetta magica e dà l’addio agli spiriti e ai folletti: solo quando, cioè, tocca la saggezza estrema, ch’è quella, giusto, di separare l’umano dal divino. E questo vale anche per Berlioz, come ho potuto osservare a proposito del dittico proposto al San Carlo e costituito dalla «Symphonie fantastique» e dal monodramma «Lélio, ou Le retour à la vie». La «consistenza» personale e artistica di Berlioz è tutta, per l’appunto, nelle cesure: quella tra la musica in sé e la «normalità» (in ogni senso) del suo farsi concerto di routine e quella tra l’effusione sentimentale del Romanticismo e la fredda «oggettualità» delle proprie idee tematiche. Di qui la stretta parentela che lega Berlioz a Prospero sulla traccia di Hofmannsthal: nella «Symphonie» si mischia con l’amore non corrisposto per l’attrice Harriet Smithson e nel «Lélio» si separa dal suo essere compositore, ossia dalla finitezza dell’opera, per conquistare la libertà come individuo immerso nella Storia. Infatti, nel «Lélio» Berlioz prevedeva che, a un certo punto, l’orchestra venisse isolata dietro una tenda. E non siamo, adesso, alla soglia? D’altronde, due parole, della dichiarazione di Cesare Accetta, sono assolutamente significanti nel merito: «fermento» ed «emotivamente». La prima concerne la natura del teatro sperimentale, che conosce solo l’opzione del presente e, dunque, contemporaneamente vive e muore (ciò che, giusto, è proprio della ricerca) nel momento stesso in cui si fa; e la seconda concerne il rapporto che con quel tipo di teatro stabiliscono le fotografie di Accetta. Ancora non a caso, infatti, la mostra

s’intitola come la performance fra teatro e fotografia che nel ’92 l’autore realizzò alla Galleria Toledo insieme con Alessandra D’Elia e Andrea Renzi. Le immagini esposte al Pan riguardano, tanto per fare solo qualche nome, il Teatro Alfred Jarry di Mario e Maria Luisa Santella, il Libera Scena Ensemble di Gennaro Vitiello, lo Spazio Libero di Vittorio Lucariello, il Nuovo di Igina Di Napoli e Angelo Montella, la Galleria Toledo di Laura Angiulli e Rosario Squillace, il Teatro Studio di Caserta guidato da Toni Servillo, Falso Movimento di Mario Martone, Ruccello, Moscato, Remondi e Caporossi, i Magazzini Criminali di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi, la Gaia Scienza di Barberio Corsetti e, naturalmente, Leo de Berardinis. E conclude il percorso espositivo una sezione monografica dedicata, altrettanto naturalmente, ad Antonio Neiwiller. Ma, come ho anticipato, conta soprattutto l’«aspetto» di queste foto. I corpi e i volti appaiono sempre sul punto d’essere inghiottiti dal buio circostante: vedi, per fare un solo esempio, quelli (per giunta sfocati) del Leo e della Perla Peragallo di «Avita muri’», lo spettacolo/non spettacolo che – in linea con quanto ho detto sopra – sprigionava una tremenda vitalità proprio mentre segnava la fine della fondamentale esperienza costituita dal Teatro di Marigliano. Ma il sommario elenco di nomi e gruppi proposto come sintesi della mostra conferma, altresì, ciò che Cesare Accetta aveva annunciato: lui, pur dedicando il massimo dell’attenzione a Napoli, non trascura di spingersi oltre. E in questa scelta, che bandisce ogni miope chiusura campa-

nilistica, sta, poi, la sigla definitiva, ed alta, dell’operazione nel suo complesso. In fondo, il miglior commento a queste fotografie potrebbe consistere nelle parole della dedica che Leo de Berardinis premise alla «Quadrilogia di Santarcangelo» di Moscato: «Il desiderio del tuo fragile corpo d’attore è il desiderio di una canzone nuova, di un canto nuovo, spremuto dalle macerie, dal dolore e dal sorriso; un desiderio che è oltre ciò che avviene sulla scena, è intorno al tuo corpo, è in quei momenti in cui fai in modo che anche gli altri, gli spettatori, si pongano in ascolto in prossimità del silenzio». Voglio dire che lo sguardo di Accetta – negandosi alla nostalgia e alla sterile consolazione – diventa quello stesso dei grandi cantori della «finis Austriae» che contemplavano Vienna dall’altura dello Steinhof. E viene in mente, così, che il teatro ritratto nelle foto di cui parliamo possiede l’identica caratteristica della poesia di Trakl: è una fiammella che guizza sul ciglio estremo dell’oscurità e, proprio per questo, brilla della sua luce più intensa.

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Giovanni Fiorentino

Il nero dietro gli occhi

Cosa c’è dietro gli occhi? Magari dietro il palcoscenico teatrale e la camera fotografica a un tempo? La fotografia, occhio artificiale, si interroga da sempre, lontano da qualsiasi presunzione di naturalismo. Gioca con le categorie di scena e retroscena, elaborando tra reale e immaginario. La fotografia che elabora un pensiero “teatrale” ha esteso la questione estetica del medium più in generale indagando il rapporto tra reale e immaginario, e non esclusivamente nell’ultimo decennio (Poivert, 2010). Napoli, in questo senso, sembra destinata a sperimentare prima e altrove ogni forma dell’esperienza immaginativa, perché è uno spazio liminare, un luogo di confine, l’ossimoro impossibile dove reale e immaginario sono destinati a cortocircuitare (Fiorentino, 2010). Per alcuni versi come New York,

Londra, Parigi, praticamente scena unica in Italia: di fatto, l’Otto e il Novecento l’hanno registrato. Cesare Accetta, all’ombra della fucina creativa del vulcano ha sperimentato prima degli altri l’oltre e l’altrove, la dimensione costitutiva della creazione fotografica. Sicuramente nella maturità degli anni Ottanta, muovendosi in una sorta di spazio intermedio che ha costruito la sua proiezione visiva, assolutamente artificiale, entrando e uscendone, interagendo al bordo di almeno tre forme espressive – il teatro, il cinema, e specificamente il pensare la fotografia – montandole insieme in una sorta di altra dimensione immaginativa che è la sua singolare cifra espressiva. Tra la fine degli anni Settanta e il principio degli anni Ottanta, Napoli proietta sulla sua natura, storicamente e intimamente teatrale, un potente fascio di luce che mette in scena letteratura, sogno e vita; musica, critica ed espressione. Spiazzamento Dada e performance post-avanguardiste, basti citare ereticamente insieme il Teatro dei Mutamenti di Antonio Neiwiller e Renato Carpentieri, Falso Movimento di Mario Martone e il Teatro Studio di Toni Servillo. Accetta è giovanissimo e nutre le sue passioni, intercetta e vive il clima culturale, politico ed estetico, incontra prima l’esperienza foto teatrale di Fabio Donato, poi quella umana e sperimentale di Antonio Neiwiller, con il quale dividerà casa ed affinità elettive a Palazzo Marigliano. La sua ricerca, che è appunto pensiero foto teatrale affrancato da ogni naturalismo, trasferisce tutto questo, con la finzione dello spazio palcoscenico, – tra scena e retroscena, strada, piazza e teatro, luce naturale e luci artificiali, attori e registi, corpi

e costumi, cose e scenografie – dalla scena teatrale ai tempi dilatati dell’intero processo fotografico (Mulas, 1973) che porta fino al sipario immobile della stampa finale. È l’attrazione per la scatola nera a fare l’esperienza dell’occhio, e ancora prima della mente, in Cesare Accetta. Il nero colore, spettro sensibile, luce che germina oppure muore, la scatola nera che è il teatro e allo stesso tempo si incarna nella camera oscura. Anche la sua storia di napoletano sembra assorbita dal nero della macchina teatrale prima e cinematografica poi, invisibile per lungo tempo ai luoghi di riconoscimento dell’espressione fotografica. Il suo lavoro si materializza in un continuo sconfinamento espressivo, l’architettura e il disegno delle luci prima di fermarsi sulla pellicola in negativo, si muovono sui bordi, nutrendosi di pittura come dei linguaggi della video arte, della scenotecnica come del lavoro dell’attore d’avanguardia, tra il corpo in scena e la performance espressiva. L’intervallo di elaborazione prevede un lavoro complesso di costruzione della luce, di sottrazione esiziale che sembra riflettere l’esperienza del laboratorio e della performance teatrale concepita da Neiwiller. Accetta si concentra sul tempo dell’immagine in movimento, verso le sequenze che ricompongono il reale. È come se nel nero dell’occhio il teatro si aprisse al cinema, e viceversa, costringendosi nel tempo dilatato dell’istante fotografico. La sua fotografia, da sempre scandisce quell’attimo prima – o dopo – l’azione. Costituisce una sorta di intervallo perduto, una sospensione che coincide con il nero e apre alle possibilità, e 16


all’immaginazione, dello sguardo e dello spettatore. L’attesa, il punctum di Roland Barthes, quell’indeterminato della fotografia che consente di immaginare e costruire storie a colui che guarda. Non a caso, la prima mostra pensata intorno alla scena teatrale, si intitola Nero sensibile e si tiene a Villa Pignatelli nel 1985. Un chiaro indirizzo declinato dall’attrazione musicale per il nero, un campo di tensione e guerra per la messa in scena, dove può accadere di tutto fino a sprofondare e rilevare, in una dimensione teatrale, la struttura degli immaginari. Oggi, anche l’archivio immenso è una matassa densa e nera, dal quale estrarre e trasporre in una nuova dimensione digitale, pochi, laceranti, immensi, brandelli di luce. Nel corso del tempo, la ricerca, la preoccupazione creativa è diventata una sorta di disciplina dell’occhio e della persona. Refrattario alle sovraesposizioni, essenziale, una confidenza singolare con il mondo che si anima, palpita e vive della luce. Accetta ha attraversato incolume il campo dei media e della rappresentazione spettacolare: l’esperienza fondante sulle scene del teatro napoletano di ricerca, il passaggio al set cinematografico e alla manipolazione della luce, il riferimento costante all’approccio fotografico, quindi alla riflessione sul linguaggio, di Duane Michals. Da qui passa l’elaborazione progressiva di uno sguardo più complesso di costruzione della luce, concentrato sul tempo dell’immagine in movimento, verso le sequenze che ricompongono il reale e consentono di riflettere sulla fotografia e sulle relazioni intermediali. Cosi arriva Dietro gli occhi. Un movimento rapsodico, una tensione circolare che spezza la

linearità del tempo occidentale e, in un’unica, progressiva sequenza in più stanze, accosta lo sguardo al corpo che prende forma nello spazio, alla faccia – alla maschera di Antonio Neiwiller per esempio – che sconfessa, e si nutre del buio. Accetta elabora l’esperienza accumulata, lavora tradendo continuamente la natura del medium, negando l’istante impossibile della fotografia da una parte, dall’altra negando la narrazione della vita che scorre nel flusso della pellicola cinematografica. Tanto nell’immagine fotografica dilata lo spazio oltre la cornice, mette in relazione i frammenti, collega singolarità per montarle in narrazioni cicliche, quanto nel video ha esaltato le radici fotografiche dell’immagine in movimento, rallentando ed esasperando il moto per montare istante su istante, come in un eterno ritorno che trova pace nell’immagine ferma e sospesa, o meglio nella dialettica intensa e concettuale tra fotografia e teatro. Comunque aprendo un dialogo complice verso lo sguardo produttivo dello spettatore. Bisogna ripartire dalla relazione dell’artista con l’apparecchio fotografico e le sue origini, con la camera oscura, con la stanza-scatola nera che produce luce-immagine e si offre come fonte inesauribile per ricercare e giocare con ciò che gli interessa, il corpo dell’attore nello spazio teatrale della camera oscura. La scena è scarna, essenziale, addirittura primitiva, il teatro è fotografico, e la camera oscura diventa una placenta buia di nero sensibile, attraverso la quale partorire l’energia luminosa del bianco e delle declinazioni del bianco, nei tratti evidenti del volto, nel combattimento

erotico tra i corpi, nelle sembianze ridotte al minimo della riconoscibilità dell’attore, i fantasmi di Toni Servillo e Iaia Forte, Andrea Renzi e Alessandra D’Elia. Le parti del corpo assumono vita propria nella condensazione del nero: una mano tira fuori dalla fluidità dello specchio la vita, le sue possibilità innumerevoli da costruire o inventare (Calvino, 1956). L’occhio si surriscalda muovendosi empaticamente tra il nero e i dettagli essenziali del dramma, i tratti porosi del corpo e del volto, quasi una riduzione all’osso dell’immagine, l’essenza del costruire ombre, concepire e fare fotografia. Le stampe dal grande formato portano a compimento un viaggio e rappresentano su tela una nuova avventura dello sguardo nel buio: sensibilmente risucchiano e trasferiscono l’occhio in un’energia musicale che si dilata fino a coincidere nel tempo profondo e unitario della notte dello spettatore, o dell’inconscio, nel momento in cui afferra il riflesso seduttivo della luce. Quel nero, musicale e promiscuo, intermediale (Bellour, 2010), scava tutta la gravità dei bassi dell’animo, da regista dell’immobile, consegnandosi alla performance dello sguardo ed esaltando il potere dei corpi (Grazioli, 1998). La fotografia di Accetta va accolta e contestualizzata nella più feconda sperimentazione – etica ed estetica – contemporanea dell’ultimo trentennio, oscillante tra una diversa autorità della rappresentazione e una nuova equità della relazione immagine-spettatore. Quella di un nuovo potere dell’immaginazione che, attivata dall’obiettivo e dalla produzione, si disperde e matura negli occhi del 17


consumatore. Quella che assomiglia a una sorta di “teatro vetrato e paralizzato” (Poivert, 2010) ma pronta ad aprire sensibilità e sguardo sull’altrove di chi guarda, e penso almeno alle inquietudini del lavoro di Jeff Wall, di Gregory Credwson o, per altri motivi, di Liu Zheng. O rimanda per altri versi ad una tela di connessioni partenopee ed internazionali. “Né finzioni né simulacri”, per riprendere i luoghi comuni della critica postmoderna, ma forme dell’esperienza immaginativa. Accetta elabora e controlla il processo in ogni sua fase. Il risultato finale è sguardo dalla composizione pittorica, contaminazione tra i dispositivi cinematografici e teatrali, riferimento e citazione che concretizza l’ossimoro visivo che è la fotografia. Una sorta di teatro eterno e fotografico: l’immagine diventa una performance, un gesto che apre alla lettura di senso dello spettatore e risponde alla preoccupazione etica di rimescolare le carte del reale e del virtuale fuori di un’ideologia spettacolare. La complessità del set, nella stampa finale perde ogni riferimento alla macchina teatrale, il macro diventa il micro e viceversa, c’è solo l’onda di luce perturbante che affiora dal nero, vive della sperimentazione ottico chimica, e sopravvive nella rimediazione digitale (Bolter, Grusin, 1999). Il suo approccio cinematografico alla fotografia richiama per altri versi il gioco surreale e hollywoodiano delle grandi immagini dell’americano Gegory Credwson. Set che oscillano continuamente, ambiguamente, tra realtà e finzione, tra possibile e impossibile, concentrandosi sulle possibilità delle immagini in movimento. Lo scarto è legato a una scelta, e

ad una storia, culturale che implica una sorta di disciplina dell’occhio e della persona: rispetto ai set complessi, alle gru, a parchi luci imponenti e a una postproduzione digitale elaborata e complessa nel caso dell’americano, Accetta privilegia la semplificazione, il minimalismo, analizzando l’uso della luce nella pittura seicentesca come per alcuni versi la stessa storia del cinema europeo, magari tra Antonioni e Wenders, la densità concettuale dei colori e dei contrasti punta all’essenza dell’immagine in grado di restituire il tempo, pur nel controllo visivo totale. La densità del nero intende riaprire le porte del tempo: la porosità dello spazio fotografico rinnovato ed inventato deve concedere e promuovere la profondità del tempo per lo sguardo, soggettivo. La fotografia di Cesare Accetta, come si è detto, scandisce quell’attimo prima – o dopo – l’azione, in attesa, in between. La stessa sospensione ed attesa che contraddistingue il ritmo circolare dei video di Bill Viola. Siamo di fronte a una sorta di intervallo perduto, una sospensione che apre alle possibilità, e all’immaginazione, dello sguardo e dello spettatore. L’attesa, nel fotografico, intercetta l’occhio pendolare dello spettatore: il punctum di Roland Barthes si prende la sua rivincita, esaltando quello sguardo in grado di immaginare e costruire storie. L’obiettivo, in sintonia con la disciplina dell’occhio e della persona, lavora per sottrazione. I colori, le forme, attraverso la luce sono sottratti al buio, per lasciare tracce dei corpi – del corpo – sullo schermo, non solo quello di carta. Sembra un combattimento per l’immagine, o ancora di più per l’immaginazione. Combattuto ai confini del mondo e

alle origini dell’immagine – non solo quella riproducibile tecnologicamente – quando i corpi faticavano ad uscire dal buio per tradursi in immagine e lasciare poche tracce porose e manuali sulle pareti di pietra. Bibliografia R. Barthes, La camera chiara, Einaudi, Torino 1980. R. Bellour, L’Entre-Images, Photo, cinéma, video, Éditions de la Différence, Paris 2002; tr. it. Fra le immagini. Fotografia, cinema, video, Bruno Mondadori, Milano 2007. J. D. Bolter, R. Grusin, 1999, Remediation. Understanding New Media, The MIT Press, Cambridge (Ma) - London; tr. it., Remediation. Competizione e integrazione tra media vecchi e nuovi, Guerini e Associati, Milano 2002. I. Calvino, Fiabe italiane, Einaudi, Torino 1956. G. Fiorentino, Napoli nel mirino. Per una polifonia dello sguardo fotografico, in E. Cicelyn, M. Codognato, G. Fiorentino, ’O Vero! Napoli nel mirino, Madre, Napoli 2010: pp.17-32. G. Fiorentino, In attesa che l’istante passi, in C. Accetta, 03-010, Catalogo della mostra omonima tenuta al Museo di Capodimonte, L’Alfabeto urbano, Napoli 2010: pp. 6-9. E. Goffman, The Presentation of Self in Everyday Life, Doubleday Anchor Books, New York 1959; tr. it. La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna 1969. E. Grazioli, Corpo e figura umana nella fotografia, Bruno Mondadori, Milano 1998. U. Mulas, La fotografia, a cura di P. Fossati, Einaudi, Torino 1973. M. Poivert, La Photographie contemporaine, Flammarion, Paris 2010; tr. It. La fotografia contemporanea, Einaudi, Torino 2011. F. Vaccari, Fotografia e inconscio tecnologico, Punto & Virgola, Modena 1979. L. Valeriani, Dentro la trasfigurazione. Il dispositivo dell’arte nella cibercultura, Meltemi, Roma 2004. 18


DIETRO GLI OCCHI


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Giulio Baffi

Antonio Neiwiller, lo sguardo dei poeti

Dal nero di uno spazio senza tempo s’intravede lo sguardo. Solo lo sguardo che illumina il tempo che ci separa dall’emozione non dimenticata di uno spettacolo. Una fotografia, un’altra, un’altra ancora. Poco più avanti, in riga, silenziosi ed attoniti, i volti di uomini e donne ci guardano ancora confusi, disperate presenze che attraversano il buio e la nostra memoria di spettatori feriti per sempre dalle geniali architetture del suo teatro dolorosamente visionario. È il teatro di Antonio Neiwiller che si perde nel tempo e negli anni per poche tracce lasciate ai nostri occhi, e qualche fotografia che per fortuna ne ha fermato il ricordo. Una vita, troppo breve, intensa per lavoro appassionato e spettacoli messi in scena in faticose giornate e povere economie sognatrici. Quarantasette anni sono pochi per chi ha da dire cose al suo tempo. La Cooperativa Teatro dei Mu-

tamenti, insieme a Renato Carpentieri, Lello Serao, Cesare Accetta, Massimo Lanzetta, Pasquale Scialò fu la prima avventura sognatrice. Per un lavoro di “rivisitazione” delle avanguardie storiche, mettendo in scena Brecht, Vittorini, Viviani. Pagine scritte, disegni che qualcuno conserva e spettacoli. Quelli che il tempo cancella e la memoria trattiene perché li si possa almeno raccontare. Antonio Neiwiller, ne ritrovo le tracce nelle grandi fotografie messe in fila. Don Fausto il primo divertimento di un lontano 1975, e poi Quanto costa il ferro, Anemic cinema, e quello straordinario, divertentissimo Berlindada che ci sorprese per le strade di Napoli. Poi un silenzio pensoso, per una differente ricerca, ed i lunghi laboratori insieme con i suoi attori prediletti, «lavorando in sintonia con le persone che mi sono vicine, costruendo una tessitura tra il silenzio e le parole, cosi che il laboratorio diventa una sfera per tenere aperti a lungo i processi, per costruire una gabbia che chiuderò poi il più tardi possibile». Costruendo ipotesi di teatro in cui la parola era messa in disparte ed il buio occupava lo spazio, nelle avare luci senza speranza di Blackout nella disperazione del Titanic the end, e poi di Storia naturale infinita e La natura non indifferente. E poi l’incontro e il lavoro insieme con Toni Servillo e Mario Martone, per creare Teatri Uniti ed iniziare il lavoro per la sua Trilogia della vita inquieta ispirata dai poeti contemporanei, con Dritto all’inferno sull’opera di Pier Paolo Pasolini, pensato e costruito nell’appartato ritiro procidano in cui diceva che era possibile “ascoltare il silenzio e riflettere”, e poi Canaglie su quella di Maja-

kovskij, e ad uno spettacolo ancora da costruire su quella di Tarkowskij. Immaginando questa trilogia «come una riflessione intorno ai temi dell’utopia e della spinta ideale; utopia non come qualcosa di irrealizzabile ma piuttosto ipotesi di ciò che non si è ancora realizzato e che forse non si realizzerà. Lavorando su tre poeti che rappresentano i conflitti profondi del nostro tempo, che mostrano lo scandalo e un insaziato bisogno di felicità». E poi ripenso all’installazione visionaria di Una sola moltitudine la sua voce è il pensiero di Fernando Pessoa e ritrovo l’emozione dell’incontro con Leo De Berardinis e quell’Adda passa’ a nuttata in cui è il corpo sfatto e la voce inquieta di una memorabile Concetta. Ci rimangono la sua voce, il suo volto ed il suo gesto nel cinema di Mario Martone per Il desiderio preso per la coda e per Morte di un matematico napoletano, in quello di Nanni Moretti per Caro diario, e nel mediometraggio di Rossella Ragazzi Antonio Neiwiller, il monologo de l’altro sguardo, suo testamento artistico presentato postumo a Venezia nel 1996. «L’altro sguardo è lo sguardo dei poeti, lo sguardo degli artisti, è la necessità di guardare oltre le macerie, oltre la barbarie, oltre la guerra delle armi e delle coscienze. L’ altro sguardo è il mio tentativo di dirmi che non si può parlare del mondo o contemplare le potenze del negativo restandone prigionieri», aveva scritto per presentare il suo spettacolo; la prima era in programma a Napoli, alla Galleria Toledo, il 12 dicembre del 1993. Antonio Neiwiller è morto un mese prima, il 9 di novembre. 129


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Fotografie

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pag. 51

CANAGLIE

IL DESIDERIO PRESO PER LA CODA

BILLY IL BUGIARDO

RASOI

SACCO

Gianni Tescione regia Toni Servillo Teatro Studio Caserta, 1983

Marco Manchisi regia Mario Martone, Toni Servillo Teatri Uniti, 1991

pag. 35

pag. 45

Riccardo Caporossi regia Claudio Remondi e Riccardo Caporossi Remondi e Caporossi, 1979

TANGO GLACIALE

TANGO GLACIALE

Andrea Renzi regia Mario Martone Falso Movimento, 1982

Licia Maglietta, Andrea Renzi regia Mario Martone Falso Movimento, 1982

pag. 36

pag. 46

FEBBRE GIALLA

SPERA

Licia Maglietta regia Licia Maglietta Falso Movimento, 1984

Claudio Remondi, Riccardo Caporossi regia Claudio Remondi e Riccardo Caporossi Remondi e Caporossi, 1985

regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1992 pag. 12

Antonio Newiller regia Mario Martone Falso Movimento, 1985

TITANIC

regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1984

pag. 27

pag. 15

Toni Servillo regia Toni Servillo Teatro Studio Caserta, 1983

TEATRO

Riccardo Caporossi regia Claudio Remondi e Riccardo Caporossi Remondi e Caporossi, 1979 pagg. 20-21 CORO

STUDIO PER LA GIOIA DI VIVERE

pag. 28 MANUALE DI SOPRAVVIVENZA

Alessandra D’Elia regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1990

regia Claudio Remondi e Riccardo Caporossi Remondi e Caporossi, 1990

pag. 29

pag. 22

Nello Mascia regia Nello Mascia Gli Ipocriti, 1980

STUDIO PER LA GIOIA DI VIVERE

CUPRIS

regia Toni Servillo Teatro Studio Caserta, 1983

TANGO GLACIALE

pag. 23

regia Mario Martone Falso Movimento, 1982

pagg. 30-31

GUERNICA

Toni Servillo regia Toni Servillo Teatro Studio Caserta, 1984 pagg. 24-25

pag. 32 LA NAVE DEL DESERTO

Renato Carpentieri regia Renato Carpentieri Teatro Nuovo, 1990

TEATRO

Riccardo Caporossi regia Claudio Remondi e Riccardo Caporossi Remondi e Caporossi, 1982

pag. 37 GUERNICA

Toni Servillo regia Toni Servillo Teatro Studio Caserta, 1984 pag. 39

EN FORME DE POIRE

Cinthia Fiumanò, Paola De Crescenzo regia Marianna Troise Compagnia ’86, 1991

INNO ALLA NOTTE

Alessandra D’Elia regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1988

pag. 48 L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA

INNO ALLA NOTTE

Toni Servillo regia Toni Servillo Teatri Uniti, 1990

regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1988

pag. 49

pagg. 40-41

pag. 42 SWEETNESS

pag. 33

regia Marianna Troise Compagnia ’86, 1990

IL DESIDERIO PRESO PER LA CODA

pag. 43

Antonio Neiwiller regia Mario Martone Falso Movimento, 1985

pag. 47

BILLY IL BUGIARDO

regia Toni Servillo Teatro Studio Caserta, 1983

pag. 52 LITTLE PEACH

Cristina Donadio regia di Cristina Donadio, Enzo Moscato Teatro Nuovo, 1987 pag. 53 A PROPOSITO DI VAN GOGH

Antonello Cossia regia Andrea Renzi Teatri Uniti, 1994 pag. 54 RECIDIVA

Emanuele Valenti regia Enzo Moscato Compagnia E. Moscato, 1996 pag. 55 OTELLO

Andrea Renzi, Licia Maglietta regia Mario Martone Falso Movimento, 1982

RICCARDO II

pag. 56

Andrea Renzi regia Mario Martone Teatri Uniti, 1993

DIETRO GLI OCCHI

pag. 50 D’A (Cuore d’Agosto) Marianna Troise regia Marianna Troise Compagnia ’86, 1986

Alessandra D’elia, Andrea Renzi regia Cesare Accetta, Alessandra D’Elia, Andrea Renzi Il Teatro/Galleria Toledo, 1992

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pag. 57

pag. 65

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pagg. 80-81

pag. 88

DIETRO GLI OCCHI

LE SEDIE

CROLLO NERVOSO

GENET A TANGERI

Alessandra D’elia, Andrea Renzi regia Cesare Accetta, Alessandra D’Elia, Andrea Renzi Il Teatro/Galleria Toledo, 1992

Mario Santella, Maria Luisa Santella regia Ugo Gregoretti Compagnia Alfred Jarry, 1983

Marion d’Amburgo regia Federico Tizzi Magazzini Criminali, 1982

regia Federico Tiezzi Magazzini Criminali, 1984

È ARRIVATO IL GRANDE CIRCO DIRETTO DA MR. SMITH

pag. 74

TEATRO

pagg. 58-59

pag. 66

LA VALLE SENTIMENTALE

TANGO GLACIALE

Alessandra D’elia, Andrea Renzi regia Cesare Accetta, Alessandra D’Elia, Andrea Renzi Il Teatro/Galleria Toledo, 1992

Licia Maglietta, Andrea Renzi regia Mario Martone Falso Movimento, 1982

regia Vittorio Lucariello Spazio Libero,1983

Riccardo Caporossi, Claudio Remondi regia Claudio Remondi e Riccardo Caporossi Remondi e Caporossi, 1982

pag. 89

DIETRO GLI OCCHI

pag. 83

pag. 90

pag. 61

FAUST

TEATRO

ADDA PASSA’ ’A NUTTATA

DIETRO GLI OCCHI

Alessandra D’elia, Andrea Renzi regia Cesare Accetta, Alessandra D’Elia, Andrea Renzi Il Teatro/Galleria Toledo, 1992 pag. 62 INNO ALLA NOTTE

Alessandra D’Elia regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1988 pag. 63 STUDIO SU RICCARDO II

Claudio Morganti, Loredana Putignani regia Claudio Morganti Claudio Morganti, 1994 pag. 64 RITORNO AD ALPHAVILLE

Antonio Newiller regia Mario Martone Falso Movimento, 1986

pag. 67 Mario Santella regia Mario Santella Compagnia Alfred Jarry, 1986 pag. 68 TANGO GLACIALE

Tomas Arana regia Mario Martone Falso Movimento, 1982 pag. 69 STUDIO PER LA GIOIA DI VIVERE

Marina Viro regia Toni Servillo Teatro Studio Caserta, 1983 pagg. 70-71 INNO ALLA NOTTE

Alessandra D’Elia, Eddie Roberts regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1988 pag. 72 INNO ALLA NOTTE

Alessandra D’Elia regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1988

pag. 82

pag. 75 SEGNI DI VITA

Andrea Renzi regia Mario Martone Falso Movimento, 1979

regia Michele Del Grosso T.I.N., 1976

SETTE MEDITAZIONI SUL SADOMASOCHISMO POLITICO

regia Julian Beck Living Theater, 1977

Claudio Remondi regia Claudio Remondi e Riccardo Caporossi Remondi e Caporossi, 1982

Leo De Berardinis regia Leo De Berardinis Teatri Uniti, 1989

Sandro Lombardi regia Federico Tiezzi Magazzini Criminali, 1987

pag. 84

LA SECONDA GENERAZIONE

pag. 77

Mario Salomone regia Gennaro Vitiello Libera Scena Ensamble, 1976

regia Mario Martone Teatri Uniti, 1988

Alessandra D’Elia regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1985

pag. 85

AVITA MURI’

pag. 78

Toni Servillo regia Toni Servillo Teatro Studio Caserta, 1982

Leo de Berardinis, Perla Peragallo regia Leo De Berardinis Teatro di Marigliano, 1978

pag. 86

pag. 93

FERDINANDO

RASOI

pag. 76 COM’È

ALEXANDRA’S ROOM

NOTTURNO DI DONNA CON OSPITI

regia Annibale Ruccello Il Carro, 1984 pag. 79 CIME TEMPESTOSE

Antonio Pennarella regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1986

PADRONE E SOTTO

CONCERTO SAFARI

pag. 91

pag. 92

Fulvia Carotenuto, Isa Danieli, Annibale Ruccello regia Annibale Ruccello Il Carro - Contemporanea ’83, 1985

Enzo Moscato regia Mario Martone, Toni Servillo Teatri Uniti, 1991

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ZINGARI

PROUST

regia Giuliano Vasilicò Giuliano Vasilicò, 1978

pag. 94 Maurizio Bizzi, Toni Servillo regia Toni Servillo Teatri Uniti, 1993 174


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L’UOMO, LA BESTIA E LA VIRTÙ

RESURREZIONE

RASOI

CIME TEMPESTOSE

OTELLO

Enzo De Caro, Alessandra d’Elia regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1995

Renato Carpentieri regia Renato Carpentieri Teatro Nuovo, 1989

Toni Servillo regia Mario Martone, Toni Servillo Teatri Uniti, 1991

Alessandra D’Elia regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1986

Andrea Renzi regia Mario Martone Falso Movimento, 1982 pag. 125

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OTELLO

PARTITURA

MARIA

LINGUA, CARNE, SOFFIO

MANUALE DI SOPRAVVIVENZA

Iaia Forte regia Toni Servillo Teatri Uniti, 1988

Alessandra D’Elia regia Alessandra D’Elia Il Teatro/Galleria Toledo, 1996

Enzo Moscato, Francesco Moscato regia Enzo Moscato Compagnia Enzo Moscato, 1996

Alessandra d’Elia regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1991

Licia Maglietta regia Mario Martone Falso Movimento, 1982

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CUPRIS

IO SPOSO L’OMBRA

LA SECONDA GENERAZIONE

ZINGARI

RITORNO AD ALPHAVILLE

Laura Angiulli, Lavinia D’Elia regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1979

Andrea Renzi regia Mario Martone Teatri Uniti, 1988

Gino Curcione regia Toni Servillo Teatri Uniti, 1993

Licia Maglietta regia Mario Martone Falso Movimento, 1986

Nello Mascia regia Nello Mascia Gli Ipocriti, 1980

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BERLINDADA

DELIRIO AMOROSO

L’UOMO, LA BESTIA E LA VIRTÙ

ZINGARI

L’UOMO, LA BESTIA E LA VIRTÙ

Licia Maglietta regia Licia Maglietta Teatri Uniti, 1995

Alessandra d’Elia regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1995

Anna Romano, Toni Servillo regia Toni Servillo Teatri Uniti, 1993

Lello Serao, Enzo De Caro, Alessandra D’Elia regia Laura Angiulli Il Teatro Galleria Toledo 1995

Renato Carpentieri, Rita Lieto, Lello Serao, Mario Fiore, Antonio Neiwiller, Massimo Lanzetta regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1978

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RASOI

IO SPOSO L’OMBRA

MARIA

pag. 122

pag. 131

Tonino Taiuti regia Mario Martone, Toni Servillo Teatri Uniti, 1991

Laura Angiulli regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1979

Alessandra D’Elia regia Alessandra D’Elia Il Teatro/Galleria Toledo, 1996

STUDIO PER LA GIOIA DI VIVERE

QUANTO COSTA IL FERRO?

pag. 101

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RASOI

LA MEDEA DI PORTAMEDINA

INNO ALLA NOTTE

Iaia Forte regia Mario Martone, Toni Servillo Teatri Uniti, 1991

Maria Luisa Santella regia Mario Santella e Maria Luisa Santella Compagnia A. Jarry, 1980

Laura Angiulli regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1988

pagg. 126-127

pag. 128

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pag. 116

Marina Viro, Toni Servillo regia Toni Servillo Teatro Studio Caserta, 1983 pag. 123 TATUAGGI

Antonio Pennarella, Marcello Colasurdo regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1995

Antonio Neiwiller regia Antonio Neiwiller Centro Teatro Sud, 1976 pag. 132 DON FAUSTO

Antonio Neiwiller regia Antonio Neiwiller Teatri dei Mutamenti, 1980

’O MEDICO DEI PAZZI

pag. 109

CARTESIANA

pag. 133

Tonino Taiuti, Enzo De Caro regia Laura Angiulli Il Teatro/Galleria Toledo, 1993

FERDINANDO

Enzo Moscato regia Enzo Moscato Compagnia Enzo Moscato, 1986

DON FAUSTO

Fulvia Carotenuto regia Annibale Ruccello Il Carro - Contemporanea ’83, 1985

Tonino Taiuti regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1980

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DON FAUSTO

FANTASMI DEL MATTINO

DRITTO ALL’INFERNO

TITANIC

CANAGLIE

Tonino Taiuti, Antonio Neiwiller, Lello Serao regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1980

Vincenza Modica, Clara D’Apice regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1986

Maurizio Bizzi, Andrea Renzi regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1991

Marco Manchisi, Salvatore Cantalupo, Clara D’Apice, Vincenza Modica regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1984

Maurizio Bizzi regia Antonio Newiller Teatri Uniti, 1992

pag. 144

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STORIA NATURALE INFINITA

DRITTO ALL’INFERNO

pag. 159

CANAGLIE

DON FAUSTO

Giancarlo Savino regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1988

Andrea Renzi regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1991

LA NATURA NON INDIFFERENTE

regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1989

Loredana Putignani regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1992

Antonio Neiwiller regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1980

pag. 168

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pagg. 136-37

STORIA NATURALE INFINITA

DRITTO ALL’INFERNO

UNA SOLA MOLTITUDINE

CANAGLIE

BLACK OUT

Maurizio Bizzi, Giancarlo Savino regia Antonio Newiller Teatro dei Mutamenti, 1988

Antonio Neiwiller regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1991

Antonio Neiwiller regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1990

Antonello Cossia regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1992

Antonio Neiwiller regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1982

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pag. 138-139

STORIA NATURALE INFINITA

DRITTO ALL’INFERNO

UNA SOLA MOLTITUDINE

CANAGLIE

TITANIC

regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1988

Andrea Renzi regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1991

Antonio Neiwiller, Antonello Cossia regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1990

Andrea Renzi regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1992

STORIA NATURALE INFINITA

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Giancarlo Savino, Marco Manchisi, Antonio Neiwiller, Salvatore Cantalupo, Dante Manchisi, Vincenza Modica regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1988

DRITTO ALL’INFERNO

CANAGLIE

CANAGLIE

Antonio Neiwiller regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1991

Antonio Neiwiller regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1992

regia Antonio Newiller Teatri Uniti, 1992

Magurizio Bizzi, Antonio Caldarella, Vincenza Modica, Marco Manchisi, Salvatore Cantalupo, Clara D’Apice regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1984 pagg. 140-141 TITANIC

Vincenza Modica regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1984 pag. 142 FANTASMI DEL MATTINO

Vincenza Modica, Clara D’Apice regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1986

pag. 147

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pag. 164-165

pag. 148

DRITTO ALL’INFERNO

CANAGLIE

STORIA NATURALE INFINITA

Maurizio Bizzi regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1991

Salvatore Cantalupo regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1992

pagg. 156-157

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LA NATURA NON INDIFFERENTE

CANAGLIE

Marco Manchisi, Vincenza Modica, Salvatore Cantalupo, Dante Manchisi regia Antonio Neiwiller Teatro dei Mutamenti, 1988 pag. 149 DRITTO ALL’INFERNO

Maurizio Bizzi regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1990

Antonio Neiwiller regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1989

Salvatore Cantalupo regia Antonio Neiwiller Teatri Uniti, 1992

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Dietro gli Occhi - Cesare Accetta  

Dietro gli occhi di Cesare Accetta rappresenta il compimento di un percorso culturale che va nelle viscere delle città. Questo viaggio espos...