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Storia di un’indifesa cretura capace di sconvolgere la vita di due adulti

Greta La giornata feriale ha mantenuto, a causa dei suoi orari obbligatori, gli stessi ritmi che aveva prima dell’arrivo di Greta. Nonostante dedicassi un terzo della giornata al lavoro ed un terzo al sonno, l’altro terzo aveva molti ritagli di tempo libero, durante i quali potermi dedicare a mia moglie e agli hobby: la lettura, la fotografia, la Playstation, il computer. Poi è arrivata Greta: è entrata prepotentemente nella mia vita e si è presa tutti quegli spazi di cui ancora necessito, ma dei quali non posso arbitrariamente decidere. Ero stato avvisato, avevo letto qualcosa in merito, sento ancora l’eco di chi mi diceva: “Finirà, oh se finirà...”, ma ci fidiamo troppo poco degli altri per accettare un consiglio e non sbatterci il naso. Ora, quando torno dal lavoro, trovo la bimba che ha appena terminato la poppata, ciò significa che bisognerà ninnarla per farla addormentare, oppure dovrà essere coccolata mentre strilla, per via delle

colichette al pancino; se sarò fortunato, dopo un’oretta si addormenterà e potrò depositarla nella culla. Solo a quel punto si potranno iniziare i preparativi per la cena: se cucina Nora posso apparecchiare la tavola, viceversa farò una ricognizione nel frigorifero per verificare di quali elementi dispongo per elaborare una ricetta. Ho sempre avuto l’abitudine di andare a letto non prima della mezzanotte. Non mi sono mai addormentato senza prima aver letto qualche pagina di un libro. Mi addormento in fretta e solitamente dormo fino al mattino senza più svegliarmi. Questo è quanto accadeva prima dell’arrivo di Greta, perché adesso che c’è lei approfitto del suo sonno per andare a letto anch’io, magari sono solo le ventitré. Meglio, mi dico: avrò più tempo per leggere. Mi sono trovato più d’una volta con la faccia pronta a cadere dentro le pagine del libro, rapito dal sonno profondo, e altre invece in cui le righe s’impastavano costringendomi ad imparare una riga a memoria a forza di rileggerla senza riuscire ad andare


oltre. Quando non mi addormento, invece, ci pensa Greta a svegliarsi senza lasciarmi terminare la pagina. Le cose cambiano nel week-end: al mattino cerco di dormire un po’ di più anche se significa, talvolta, mettere Greta nel lettone con noi. Rischiamo di viziarla? Non fa niente: è più importante dormire. Dedico un po’ più di tempo anche alla colazione, perché lo ritengo di buon auspicio per iniziare la giornata. Durante questo momento, Nora mi racconta i momenti salienti della lunga notte di veglia alla quale si è sottoposta e che io, in viaggio con Orfeo, mi sono perso. Non ho ancora avuto modo di capire quali ritmi avrà il pomeriggio, credo si definirà più avanti. Finora è stato dedicato alle visite di amici e parenti. Non credevo di averne tanti. Visite tanto gradite quanto utili, poiché da ogni persona ricevo sollievo, incoraggiamento e, da chi ha già esperienza, qualche saggio consiglio. Seppur circondata da

voci, rumori, mani che l’accarezzano, labbra che la baciano, Greta non apre gli occhi nemmeno un istante, dorme d’un bene che ha dell’incredibile. Si sveglia improvvisamente, in media ogni tre ore, con un pianto che tradotto significa: “Ho fame, voglio mangiare e non intendo aspettare oltre. Grazie, buon appetito!”. Ritorna la sera, spesso senza la necessità di mettersi ai fornelli poiché i nonni hanno provveduto anche a questo. Ci riforniscono di piatti pronti, solo da scaldare (tipo le lasagne). Talvolta, con la scusa di far visita alla nipotina, si offrono di preparare la cena, senza contare le volte che c’invitano o che noi c’invitiamo da soli. Anche gli zii fanno la loro parte. Zii e nonni lavorano in sordina, provvedono a molte cose. Beati noi che li abbiamo.

Seppur circondata da voci, rumori, mani che l’accarezzano, labbra che la baciano, Greta non apre gli occhi nemmeno un istante, dorme d’un bene che ha dell’incredibile.


S

Martedì, 13 giugno 2006 Genitori mai contenti Stai crescendo, non a vista d’occhio, ma stai crescendo. Sì, perché sei più minuta dei tuoi coetanei; mangi, ma non le quantità che raccontano altre mamme. Ed è uno spettacolo vedere cosa fai quando non vuoi più mangiare: metti la lingua fra le labbra e fai delle sonore pernacchie. Mi fai davvero sorridere. Un grosso passo avanti l’hai già compiuto: dal giorno dopo il battesimo - avvenuto domenica 21 maggio 2006 - hai iniziato a bere il latte dal biberon. Nora, inoltre, aveva un altro pensiero fisso: chi ti avrebbe dato da mangiare non appena lei avesse ripreso il lavoro? Fortunatamente, col battesimo, la

grazia del sacramento, che probabilmente quel giorno guidava in stato di ebbrezza, deve averti travolta in pieno, infatti hai iniziato a mangiare anche la pappa col cucchiaino, a fare merenda con lo yogurt... Guai se sento qualcuno dire che non accadono più i miracoli! Forse proprio per lo Spirito Santo che ti ricolma, ora la mattina ti svegli a cantare le lodi: dato lo stile di vita famigliare anziché monastico, non potresti cantarle un po’ più tardi? Magari non appena mi sveglio per andare al lavoro chiamo anche te, che ne dici? Non serve che ti svegli prima.

L’arrivo di un figlio costringe a sostituire alcuni oggetti di uso quotidiano con altri oggetti fino ad allora sconosciuti, ma necessari. Non si tratta di scegliere, ma di sopravvivere. Basta leggere le istruzioni d’uso e fare un po’ d’esercizio.

metamorfosi

Il telecomando del televisore è stato sostituito dal tubetto della crema idratante. Si usa durante il cambio del pannolino. La tromba da stadio per le serate con gli amici, giocando a calcio con la Playstation, è sparita. Ne ho trovata una nuova, ma dalle istruzioni risulta essere un tiralatte. Il passeggino ha sostituito la pedana per i giochi di guida della Playstation. Per una sensazione di guida ancora più... reale!


Nella vecchia fattoria

Conosco i versi degli animali: il gatto fa MIAO, il pucino fa PIO, il pesciolino lo imito senza emettere alcun suono. L’uccellino fa CIP, Buddy, il cagnolino, fa BUF. Come tutti i bambini Greta ama molto gli animali. Sì, lo dimostra il suo comportamento nei loro confronti, anche se deve ancora affinare i modi, perché il gatto invece di accarezzarlo, lo cresima con delle gran pacche sulla testa; il cane lo abbraccia stringendogli il braccio intorno al collo, quasi fosse la mossa finale di un incontro di Wrestling. Quando al lago vede i cigni, li vorrebbe prendere e spennare. Insomma: il suo rapporto con gli animali è bello, importante, ma dev’essere ancora costruito.

Mamma, mamma, mamma... quante volte l’avrò ripetuta ‘sta parola? All’inizio faticavo a pronunciarla, poi ho imparato ad associarla alla persona, poi risultava troppo lunga e l’ho abbreviata in Mami; ora la pronuncio tutte le volte che Nora scompare dalla mia vista.

Venerdì, 16 giugno 2006. Al risveglio, l’ennesimo tentativo da parte di Marco di farmi dire la parola “papà” è riuscito. Per imitazione - e anche perché m’ero stancata di svegliarmi ogni volta con la stessa solfa - l’ho detto. Non so cosa significhi, ma Marco era molto soddisfatto. Nora invece aveva una faccia incredula.


S

Giovedì, 5 gennaio 2006 Santa pazienza (perché si usa dire così?). Credo che la pazienza sia una dote straordinaria. Forse è una qualità che si aquisisce, forse è congenita, quindi qualcuno ne ha più degli altri, forse chi ne ha meno può imparare a farne scorta col passar del tempo. Sono tutte supposizioni. Non m’aspettavo un cambiamento così repentino con l’arrivo di mia figlia. Credevo che avrei avuto un periodo di tirocinio durante il quale imparare a fare il papà. Pur leggendo libri sull’argomento, pur ascoltando consigli in merito, pur frequentando corsi di preparazione, non sei mai pronto. Una regola che vale sempre, vecchia come il mondo: per comprendere una situazione, per poterne discutere, per poter esprimere un’opinione su di essa, devi averne fatto l’esperienza. Così chi diventa genitore: non può essere pronto prima di diventarlo. Questo è il motivo per cui non potevo sapere, prima del tempo, di quanta pazienza mi sarei dovuto premunire. Io che non ne ho mai avuto in quantità, mi son trovato spiazzato. Non ero pronto. Ho desiderato una figlia, ma ho tralasciato di coltivare una qualità indispensabile per un genitore: la pazienza, appunto. Ricordo che già nei primi giorni dopo la sua dimissione dall’ospedale non sapevo dove sbattere la testa. Cercavo dentro di me la calma, la concentrazione, la lucidità, le doti necessarie a riprendere in mano la situazione perché, in men che non si dica, m’era sfuggita di mano. Mio Dio, quel pargoletto s’era assorbito ogni energia, ogni attimo di tempo, ogni attenzione, ed eravamo solo all’inizio. Cosa stava succedendo? Ricordo che mi stavo facendo quella domanda mentre ero in macchina, fermo in un parcheggio. Guardavo oltre il vetro, gli occhi fissi al

cielo. Dall’alto si delineava, pian piano, la risposta: la neve. Stava nevicando e la neve era la risposta alla mia domanda. La neve che scendeva piano, con calma, senza fretta, era un richiamo alla pazienza. La coltre bianca scendeva a celare i colori. Non cambiava la realtà: le dava un colore diverso, un colore nuovo; presto sarebbe stato tutto di un solo colore. Anche la realtà che stavo affrontando non era cambiata, aveva solo una diversa, unica, priorità.

Ho l’abitudine di poggiare il piede fuori dal passeggino; è un po’ lo stile americano: piedi sopra la scrivania. È un modo per dire che comando io.


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Qualche volta do i numeri!

Sono nata il 22 novembre 2005, nella 47esima settimana dell’anno. Quando son nata pesavo 3.130 g ed ero lunga 49 cm. La mia testa aveva una circonferenza di 33 cm. I miei genitori hanno scoperto che sarebbero diventati papà e mamma martedì 22 marzo 2000. Ad otto mesi ed un giorno, cioè domenica 23 luglio 2006, è spuntato il primo dentino. Se n’è accorto il papà mentre mi dava da bere, per il rumore che ha fatto sul bordo del bicchiere. A 20 mesi sono alta 80 cm. A 20 mesi ho preso per la prima volta, volontariamente, il ciucio. A 20 mesi non pronuncio parole che abbiano più di due sillabe. Quelle che ne hanno di più le tronco, pronuncio solo le due finali. A 20 mesi conosco i nomi dei nonni e degli zii. Pronuncio molto bene anche la esse di “Nonna bis”. Ho iniziato presto ad usare il telefono cellulare di mamma e papà. Lo chiamo “epono” e con quello faccio dei lunghi discorsi. Pur non conoscendo i numeri mi piace pigiare i tasti e vedere che qualcosa s’illumina.


D

Giovedì, 15 giugno 2006 Devo ammetterlo: qualche volta mi fai pisciare addosso. Sì, come i cagnolini, che non appena s’emozionano fanno pipì. Torno dal lavoro, scendo dalla macchina e tu sei alla finestra, con mamma, che m’aspetti. Io ti guardo e tu mi stai sorridendo. Mi riconosci, sai che ti voglio bene, il tuo sorriso mi dice “anch’io”. La mattina dai la sveglia all’intera camerata. Vengo verso di te, mi affaccio al tuo lettino e tu sorridi. È il tuo buongiorno, quello che lava via

la sonnolenza e prepara al nuovo giorno. Dopo aver mangiato, tempo alcuni minuti, t’addormenti. Per farlo, talvolta hai bisogno di una coccola, allora ti prendo in braccio, tu appoggi la testa sulla mia spalla, ti succhi il dito e ti abbandoni. Sai che lì, fra le mie braccia, sei al sicuro. È un momento di estasi per me. Poterti dare quella sicurezza grazie alla quale chiudi gli occhi e t’addormenti, mi rende la persona più felice del mondo. È come se il tempo per un attimo si fermasse, come se l’eternità fosse un’esperienza già vissuta. Questa è una pagina del libro “Zebra corri”. È la semplice storia di una zebra che, pagina dopo pagina, incontra altri animali. Tramite una leva è possibile allungare il collo della giraffa facendolo uscire dalla pagina, oppure farlo scomparire in mezzo al libro. Ogni volta che abbasso la leva, Greta prende il libro e guarda sul retro per vedere dov’è finita la testa della giraffa.


Crescere un figlio, una figlia nel mio caso, Greta. “I no che aiutano a crescere”, “Un papà alternativo”, “Così nasce un papà”... le librerie si riempiono di manuali per ogni situazione, anche per fare il papà. Sappiamo bene però che niente insegna più dell’esperienza, che “la pratica vale più della grammatica”. Eccomi perciò di fronte ad un essere umano che ho generato, di cui non ho esperienza, che si porta in corpo alcuni dei miei geni, la cui crescita dipende anche da me, che mi chiede “perché” il mondo è fatto così come lo vede. Calma - mi dico -, tutto dipende dalla capacità di non farsi prendere dal panico. Pensa, Marco, pensa, ci dev’essere una soluzione. Innanzitutto

migliaia di maschi, nelle passate generazioni, sono eccellentemente sopravvissuti a questo tipo d’esperienza. Il mio pragmatismo, ancora una volta, vuole che mi soffermi ad analizzare la questione, a non fidarmi ciecamente dell’esperienza di altri, solo perché loro ci sono già passati, ma questo esserino che amo infinitamente non è un oggetto di studio, qualcosa da mettere sotto il microscopio ed analizzare. Questa stella dell’universo mi dà del filo da torcere riguardo a quanto credevo di conoscere, a quanto credevo di saper fare, a ciò che ritenevo essere le mie qualità. Rimette in discussione quanto sono e quanto credo, rappresenta una nuova sfida. Perciò la osservo, la scruto, in lei mi specchio; attraverso le sue attitudini cerco di conoscermi, attraverso le sue parole cerco di capire cos’ho detto, attraverso i suoi gesti cerco di capire quale esempio sono per lei. Nonostante tutto, ciò che sarà un giorno, ciò che diventerà, il volto che avrà domani è un mistero. Questo rende la sfida emozionante, una vera sorpresa.

E scopro che è bello guardarti, vedere me stesso attraverso i tuoi gesti.

Il mio primo anno di vita  

Storia di un'indifesa creatura capace di sconvolgere la vita di due adulti.

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