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Rivista

di cultur

a, (in)fo

rmazion

e e anti

mafia

n 0 - anno I settembre 2010

terra LIBERA tutti! PD di Formia in festa dal 9 al 12 settembre pagg

20-23

Uso dei pagg beni sequestrati alle mafie: Forum, esperienza legalitĂ e di libera democrazia

5-7

DIA nel lazio meridionale: la proposta e l’analisi pagg

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con Lorenzo Diana

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Le mafie non conoscono crisi: analisi del potere economico

Storia di Formia nelle pagine di Giovannino pagg Bove 1 Wow

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Sommario

Class action

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di Raffaele Vallefuoco

entre in Italia una lobby confeM zionava a tavolino il Nobel per la Pace, dall’altro capo del mon-

do l’entourage di Barack Obama apprendeva la notizia del conferimento del Premio al 44° presidente degli Stati Uniti. Un “Wow” spezzava il silenzio della notte americana. Confermava che l’audacia della speranza paga, la fiducia nel cambiamento funziona. Non una wrong way, ma l’unica strada praticabile per un futuro migliore. Non a caso ben 45 anni dopo il mitico “I have a dream” l’America ha eletto il primo presidente nero. E’ come se il premio Nobel per la Pace Martin Luther King avesse avuto una visione: un afroamericano che giura sulla Bibbia di Lincoln. Rievocando quella stupenda giornata di giustizia e amore, a Washington, il reverendo King racconta che “tutto ad un tratto” mise da parte gli appunti per condividere un sogno, quello che “i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l’essenza della loro personalità”. Un sogno che oggi possiamo dare (quasi) per realizzato. Una premessa, quindi, per dire che nulla è impossibile, che non possiamo adeguarci alla prospettiva “è sempre stato così”. Infatti, se è vero che nella patria del Ku klux klan è stato eletto un presidente nero, allora perché dobbiamo rassegnarci alla mediocrità della nostra classe dirigente? La verità è che “le vecchie strade non funzionano” e per dirla ancora con le parole di Jonh Fitzgerald Kennedy: “E’ tempo per una nuova generazione di leader”. Una classe politica che abbia a cuore l’ambiente, la legalità e la polis. Il cambiamento non è difficile se ognuno di noi fa un piccolo passo, ma è necessario che sfoderiamo il meglio di noi stessi. Ce lo dice Ghandhi, che ha fatto dell’etica la sua strada maestra: “Sii il cambiamento che vuoi veDia la proposta dere nel mondo” ammoniva. Quel cambiamento deve essere il nostro obiettivo e Wow è il fruscio della noLa politica e la questione stra ascesa; l’entusiasmo delle nostre idee, l’eco dei nostri pensieri. Tuttavia le nostre ambizioni saranno morale più forti se metteremo da parte dispute manichee e personalismi, accettando la lezione del ‘Kennedy nero’ Dare dignità ad una terra Riutilizzo dei beni confiscati (Obama), il quale guarda a ciò che unisce e non ciò che divide. Robert Kennedy diceva: “Alcuni uomini vedono le cose come sono e dicono “perché?” Io sogno Campi Libera le cose come non sono mai state e dico “perché no?”. Spetta a noi realizzarle.

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Forum Lorenzo Diana

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Gli affari delle mafie non conoscono crisi

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Ecomafia

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Infanzia e mafie

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Usura

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CNA

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Lo scaffale

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Storia formiana

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PD in festa

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La bacheca di wow

rivista di cultura, (in)formazione e antimafia del movimento generazionale Class Action

Anno I – N. 0 – Settembre 2010 Registrazione in corso di presentazione presso il Tribunale di Latina

Direttore responsabile Raffaele Vallefuoco Progetto grafico e impaginazione Stephanie Valeriano Fumettista Marco Insero Stampa Presso la Graficart di Penitro, Strada Provinciale Ausente Internet www.wowweb.it Videoclip Antonio Colaruotolo Le collaborazione esterne si ritengono a titolo gratuito. Tutti i testi sono riservati. La riproduzione è possibile a patto di citare Wow e il relativo autore. Si declina ogni responsabilità in relazione al materiale pubblicitario fornito dagli inserzionisti. IN QUESTO NUMERO CON NOI: Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto; Giuseppe Lumia, componente della commissione parlamentare antimafia (PD); Orfeo Notaristefano, scrittore e giornalista; Luisa Laurelli, già presidente della commissione Sicurezza della Regione Lazio


di Raffaele Vallefuoco

di Luisa Laurelli

DIA nel Lazio Meridionale: LA PROPOSTA

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a creazione di una sezione distaccata della Dia. E’ questa la proposta lanciata nel corso della seduta straordinaria del Consiglio regionale del Lazio del 22 gennaio 2009, nel corso della quale l’allora maggioranza, non ancora travolta dalle dimissioni del presidente Marrazzo, propose al Ministero dell’Interno, mediante mozione, la creazione di un ufficio della Direzione Investigativa Antimafia per il Lazio meridionale. Una scelta maturata a seguito della crescente consapevolezza che Roma e il Lazio non sono immuni dai fenomeni mafiosi, ma che anzi, costituiscono uno snodo fondamentale nelle dinamiche globali di questi sodalizi. Per questo e sull’onda degli arresti e dei sequestri effettuati, il Consiglio intese lanciare un messaggio forte, mettendo da parte contese e diatribe, almeno nelle premesse dell’assise. In fondo, sembra il ragionamento di alcuni consiglieri, se le organizzazioni criminali riescono a dissezionare il territorio in funzione delle loro logiche spartitorie, perché non mettiamo le polemiche da parte e approntiamo uno strumento in grado di fare sistema? Quello strumento

a destra: Luisa Laurelli, già presidente della commissione sicurezza della regione Lazio; in alto: uomini della Dia in azione

fu individuato nella sezione distaccata della Dia, acronimo di Direzione Investigativa Antimafia. Si tratta di un corpo interforze, istituito dalla legge 410/1991, competente nei reati connessi alle attività delle criminalità organizzate. In particolare, tra gli obiettivi strategici perseguiti dalla Dia, assume un’importanza particolare quella relativa al contrasto della forza economico - finanziaria delle mafie. Una specificità ulteriore è legata all’aggressione agli ingenti patrimoni illecitamente accumulati, che, attraverso uno specifico percorso normativo, vengono restituiti, non senza difficoltà, all’utilità collettiva, e al contrasto della penetrazione nel tessuto economico e imprenditoriale, con effetti distorsivi della libera concorrenza. In quest’ultimo settore particolare attenzione è rivolta, d’intesa con le Prefetture – Uffici Territoriali del Governo, a scongiurare l’infiltrazione negli investimenti pubblici. Ma i numeri, meglio di ogni altra parola, possono essere indicativi del valore e della forza della Dia. Dal 1992 al 2008 sono state emesse 8631 ordinanze di custodia cautelare. La più colpita, tra le mafie, è stata la ndrangheta con 2466 misure. Per quanto riguarda, invece, i sequestri sono stati sigillati patrimoni per oltre sette milioni di euro. Non è quindi un caso che l’attenzione del Consiglio regionale si sia rivolta alla Dia. Per questo noi oggi rilanciamo questa proposta, invocando un nuovo e sereno dibattito.

Con la Dia del Lazio meridionale si colpiscono gli interessi economici delle mafie Le infiltrazioni criminali nella province di Latina e Frosinone ma anche nel resto del Lazio sono ormai accertate dalle indagini, dagli arresti e dai numerosi episodi di violenza, estorsione, usura registrati sul territorio. Gli interessi criminali si ramificano laddove si nega la loro esistenza e questo, purtroppo è accaduto per anni nel Lazio. Mentre le mafie crescevano. Esse operano oggi nella compravendita di immobili, nell’edilizia, nel commercio di prodotti ortofrutticoli, nel traffico di droga. Così alterano la libera concorrenza, danneggiano le imprese oneste, spesso vittime di atti intimidatori, costrette ad abbandonare il territorio. Impoverendolo. Le mafie hanno contatti con le istituzioni, si infilano nella politica e cambiano il modo di pensare dei cittadini. Fare finta di nulla non vuol dire proteggere quei territori. La richiesta di istituire una sezione staccata della Dia a Latina o a Frosinone nasce da queste considerazioni. La mafia non si combatte semplicemente facendo girare qualche pattuglia in più nel territorio o mettendo due videocamere di sorveglianza. Essa va colpita nei suoi interessi economici. Solo così è possibile far mancare le basi su cui si fonda e cresce. La precedente amministrazione regionale aveva dato grande rilevanza alla lotta contro la criminalità organizzata, creando la commissione speciale di cui ero presidente e varando, prima regione in Italia, l’Agenzia regionale per i beni confiscati. Una legge che venne votata all’unanimità dal Consiglio perchè la legalità non ha colore politico e non tollera divisioni. La legge facilita il riutilizzo dei beni confiscati mettendo a disposizione degli enti assegnatari risorse economiche. Il bene mafioso che torna a disposizione della collettività ha un gran valore simbolico: dice che lo Stato c’è e che ha a cuore la legalità. Quella fu una grande vittoria per tutta l’istituzione Regione. Perchè il compito della politica in questa battaglia è essere presente, non lasciare mai soli quei cittadini e imprenditori coraggiosi, dire con atti e parole che il sistema mafioso non può avere ingresso fra i suoi esponenti.

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di Salvatore Calleri

Legalità contromano:

perchè dico si alla Dia nel Lazio

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a Dia è un organismo interforze che è utilissimo nella lotta contro la mafia che quotidianamente avviene sul nostro territorio nazionale grazie alla mirabile sinergia esistente tra ministero dell’interno, magistratura e forze di polizia. All’interno di questo quadro, per arrivare ad avere un’ancora maggiore incisività nella difficile lotta contro la mafia che è -si badi bene- un fenomeno arcaico nelle tradizioni ma al contempo moderno nelle strategie e nelle capacità espansive, è opportuno potenziare organismi quali la Dia. La Dia concepita da Giovanni Falcone è espressione di modernità nella lotta contro la mafia. Permette infatti di avere una visione completa e di analisi del fenomeno mafioso. Per questo va rafforzata ed implementata numericamente e come numero di sedi ove il territorio lo richieda. In particolare le regioni del centro e del nord che si trovano di fronte ad una sempre più massiccia criminalità organizzata anche straniera necessitano di una maggiore presenza della Dia. Per questi motivi sono favorevole ad una distaccamento Dia nel basso Lazio.

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di Luca Magliozzi

Politica, responsabilità

Questione morale

“La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale, perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico”. Con queste parole, rilasciate nel 1981 a La Repubblica, Enrico Berlinguer centra una delle problematiche rimaste irrisolte dalla nascita della Repubblica ad oggi, ovvero la necessità di far coincidere l’esercizio della cosa pubblica con una condotta personale etica. Nel corso degli anni la questione morale è stata riproposta da più fronti, ma viene, o quasi sempre liquidata come un becero strumento propagandistico di soggetti, che per volontà dell’elettorato, non sono ammessi a gestire la cosa pubblica, o non trova quasi mai applicazioni concrete. In realtà la questione morale non riguarda, come sostengono alcuni, esclusivamente la classe politica, ma più in generale l’intera classe dirigente del nostro Paese: in questi ultimi decenni non vi è stata istituzione, corpo dello Stato o categoria professionale che non sia stata toccata da gravi scandali legati a episodi di corruzione o a ruberie varie. In un paese in cui vi è generalmente una scarsa attenzione al rispetto delle leggi e un’alta propensione a ricorrere a furberie ed a sotterfugi, c’è anche da chiedersi se i cittadini non siano poi così lontani da chi li governa. Le leggi e i regolamenti interni ai partiti potrebbero anche non servire, basterebbe soltanto maggiore buonsenso nelle formazioni politiche e nell’elettorato: le prime nello scegliere le candidature, il secondo nel negare il proprio voto a chiunque non dimostri una condotta trasparente e rispettosa della legge. La questione morale potrà essere risolta solo se l’intero Paese, cittadini compresi, deciderà di fare un grosso passo in avanti dal punto di vista del rispetto dei principi etici. COSA POTREBBERO FARE I PARTITI: ALCUNE PROPOSTE Chiunque venga chiamato a ricoprire incarichi all’interno dell’amministrazione pubblica ha il dovere, più di ogni altro, di garantire una condotta esemplare sia dal punto di vista dell’etica, sia della trasparenza. Da qui ha origine la necessità che tutti i partiti selezionino con maggiore serietà la propria classe dirigente e si dotino di norme che vadano a sanzionare chi viene meno a tale principio, utilizzando il proprio incarico per finalità lontane da quelle che perseguono il bene comune. Bisogna assolutamente distinguere quelle che sono le responsabilità giuridiche, da quelle che invece rimangono all’interno del buonsenso della politica. Le prime, infatti, sono sottoposte al vaglio della magistratura, le seconde devono essere regolate da apposite norme interne. Si è colpevoli dinanzi alla giustizia quando si viene condannati in via definitiva con una sentenza passata in giudicato, ma si è “politicamente responsabili” ogni qualvolta vi siano elementi concreti che testimonino disonestà o malafede. Ogni partito per garantire una maggiore trasparenza e legalità al proprio interno potrebbe adottare le seguenti proposte: 1. L’automatico invio di funzionari di partito in tutte quelle sezioni o circoli, presenti in Comuni, in cui il partito stesso siede nella maggioranza, che vengono sciolti per infiltrazioni mafiose o per corruzione. 2. L’intervento da parte degli organi di partito competenti in tutte quelle sezioni locali dove si siano verificati gravi violazioni dei principi di legalità e trasparenza. In particolare in quelle sezioni in cui si siano appurate pericolose contiguità con ambienti di provenienza malavitosa. 3. Il rifiuto della tessera del partito, o la revoca in caso ne siano già in possesso, a tutti coloro che abbiano avuto condanne in via definitiva, per reati di tipo mafioso, per corruzione, per concussione e peculato. 4. Pubblicazione di un’ anagrafe degli eletti , in cui siano indicati, per ogni parlamentare nazionale o consigliere regionale, i seguenti elementi: a) incarichi ricoperti all’interno del partito; b) incarichi istituzionali con relativi compensi; c) composizione e tipologia di contratto del proprio entourage; d) incarichi amministrativi passati o recenti in società di capitali.


di Giuseppe Lumia

Editoriale

di Raffaele Vallefuoco

Dare dignità ad una terra Restituire dignità ad una terra scalfita nell’orgoglio. E’ questo il senso della battaglia intrapresa quotidianamente da quegli uomini e da quelle donne impegnate nel restituire alle proprie zone quello che è stato estorto con le dinamiche illegali. La questione della destinazione dei beni sottratti alle criminalità organizzate è la fase 2 del contrasto alle mafie. Significa inoltrarsi in un cammino nuovo e più arduo, fatto di veti incrociati e muri insormontabili. Significa confrontarsi aspramente con scartoffie e burocrazie. Significa sentirsi sfiduciati, ma mai sconfitti. I fallimenti sono dietro l’angolo. I nemici celati da doppiopetti o da papillon istituzionali. In quei luoghi dove le mafie hanno controllato tutto hai la sensazione di non poterti fidare di nessuno. Geometri, tecnici o consulenti. Il degrado dilagante sembra seguirti. Sembra ricordarti delle difficoltà che lo Stato incontra nel riappropriarsi delle appendici infette. Un malessere che dimentichi, però, appena arrivi in questi presidi di legalità. E’ qui che incontri quegli uomini e quelle donne che hanno fatto propria la filosofia dei “piccoli passi”. Le Terre di don Peppe Diana sono l’emblema della dignità che rifiorisce. Come l’edera che riveste i muri, così tutti i giorni i ragazzi di Libera rifoderano di dignità queste terre, ancora ricalcitranti e schiave della collusione. Il senatore del Partito Democratico, Giuseppe Lumia, sa bene che se lo Stato vuole uscire vincitore da questa battaglia non può permettere che le aziende sequestrate muoiano all’indomani dell’interdizione. Deve dimostrare che solo quelle attività che accettano le regole democratiche sono in grado di stare sul mercato. Il segnale, poi, è tanto forte se dalle stalle in cui Michele Zazza allevava i suoi puledri nasce una cooperativa di giovani che produrranno mozzarella biologica. Insomma chi dice che le mafie sono invincibili non ha mai passato una giornata nelle Terre di don Peppe Diana né ha mai ascoltato parlare il senatore Giuseppe Lumia. E’ il momento di farlo.

Riutilizzo dei beni confiscati: vi spiego perchè la legalità conviene

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ono passati circa due decenni prima che l’intuizione di Pio La Torre, il sequestro e la confisca dei beni alle mafie, pagata dal segretario del Pci siciliano con la vita, diventasse una risorsa concreta dell’antimafia. Solo nel 1996, infatti, grazie all’iniziativa di Libera e di tutto il popolo antimafia si è arrivati alla legge 109. E solo dopo alcuni anni il riuso sociale dei beni confiscati è divenuto una realtà. Adesso, seppur tra molte insidie e difficoltà, in tutta Italia associazioni, cooperative, gruppi di giovani … gestiscono beni confiscati, producendo legalità e sviluppo concreto.In molti terreni vengono coltivati il grano, la vite, gli ortaggi con cui si producono pasta, vino e conserve. Sono i prodotti dal sapore della legalità e con il profumo della libertà. Alcuni edifici sono diventati agriturismi, altri sedi di associazioni di volontariato, luoghi di incontro e di ritrovo socio-culturale. Gran parte, invece, sono stati messi al servizio dei vari organi dello Stato (polizia, carabinieri ecc.).L’impatto di queste realtà sul territorio è preziosissimo sotto tutti i punti di vista. Sul piano economico, perché producono posti di lavoro e ricchezza in aree depresse e con tassi di disoccupazione altissimi. Sul piano sociale, perché i beni confiscati e riutilizzati dalla società civile diventano luoghi di relazione, di impegno sociale e crescita valoriale. Infine, sul piano culturale, perché la gestione efficace di un bene confiscato alla mafia dimostra alla comunità che la legalità conviene ed è un principio inderogabile per la civile convivenza ed il bene comune.Quando tutto ciò avviene le mafie subiscono un danno enorme e la cultura della legalità progredisce notevolmente. L’aggressione ai patrimoni e il riuso sociale dei beni confiscati è uno dei fronti di contrasto che la criminalità organizzata teme di più.Certamente rimane ancora molto da fare. Gran parte dei beni confiscati in tutta Italia non riescono ad essere assegnati per due ordini di motivi: il primo di carattere burocratico, il secondo di carattere economico.Si sa, la burocrazia in Italia ha procedure complicate e tempi lunghi. Questo vale anche per il riuso sociale di un bene confiscato.A ciò si aggiungono le cattive condizioni nelle quali versano i beni. I mafiosi e i loro familiari, infatti, prima che il bene venga in possesso dello Stato lo danneggiano in modo tale da impedirne l’utilizzazione. Lo Stato purtroppo non è in grado di risolvere il problema.Più volte in Commissione antimafia e in Parlamento abbiamo proposto provvedimenti per facilitare il riuso. Finalmente dopo tante battaglie il governo ha istituito l’Agenzia nazionale per la gestione dei beni confiscati. Un risultato a metà perché andrebbero create delle agenzie locali più vicine alle esigenze dei territori. Inoltre, pensiamo che sia necessario utilizzare le risorse economiche confiscate per ristrutturare i beni e fare in modo che siano resi immediatamente produttivi. Bisognerebbe ricominciare da qui per dare un impulso e far sì che il riuso sociale dei beni confiscati abbia una maggiore incidenza per la costruzione di una società basata sulla legalità, lo sviluppo e la promozione del bene comune. Il senatore Giuseppe Lumia al Filangeri di Formia

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di Gennaro Ciaramella

Il gioco non vale la candela C

da sx Alessandra Tommasino astelvolturno, città di cui spesso sentiamo partire dalle piccole cose pere Gennaro del Prete parlare per cronache legate alla malavita ché, se tutti sapessero che la organizzata, è, fortunatamente, anche luo- camorra non dà lavoro, ma go con tanta voglia di ricominciare! Nella strut- lo toglie, non so quanti setura dedicata a Don Peppe Diana, in via Del Ci- guirebbero quelle orme. È di gno, l’associazione Libera di Caserta, nel corso dei fondamentale importanza capiCampi Estivi ha organizzato una serie di momenti re che la cultura è l’unica vera per offrire una conoscenza più realistica del pro- arma. Arrestare malavitosi non blema Legalità. Spesso, quando si parla di uomini basta, possono reclutare altra insorti contro le mafie, si tende ad accomunare la manovalanza perché c’è poverloro persona alla figura di “eroe”. Già, perché non tà! Deve esservi prima un movivoler pagare il pizzo è una cosa strana, essere co- mento. Nel nostro paese manca stretti ad avere rapporti commerciali sfavorevoli il “comune sentire”, come tra nord e sud - conclude è normale al giorno d’oggi. Ma che scherziamo? Del Prete -. Bisogna capire che i problemi del nord sono anche del sud e viceversa”. Un “È un eroe, nella sua stessa situazio“Le mafie non cittadino campano sa che la camorra ne non credo che mi sarei comportaè parte attiva del territorio e si ricopagano, to allo stesso modo!” E’ la classica affermazione che tutti sentiamo nel bisognerebbe nosce, a malincuore, in questa realtà, accettandola quasi con rassegnazione. momento in cui leggiamo di persone condurre i Ma facendo un ragionamento analogo, uccise per essersi ribellate al solito cittadini al potrebbe identificarsi in uomini che la andazzo, conosciuto da tutti, ma denunciato da pochi. Il vero problema ragionamento” Campania l’hanno amata davvero, come Federico Del Prete e don Peppe è l’inadeguata educazione alla LegaDiana. Quindi deve cambiare comlità, perché segnalare questi malavipletamente il senso d’appartenenza tosi dovrebbe essere ovvio, invece si al proprio territorio perché solo identificandosi in accomuna la figura di eroe a queste persone che si ribellano alle associazioni criminali, chiaro sin- queste personalità può mutare il sentirsi campano. tomo di ignoranza sociale. Ospiti di Libera, oltre Nel momento in cui iniziamo a capire che la realtà ai ragazzi dei Campi, abbiamo incontrato Raffaele non è proprio come consideravamo, ci schieriamo, Sardo, giornalista e scrittore, e Gennaro Del Prete, involontariamente. Ma ci collochiamo a favore di figlio di Federico Del Prete, sindacalista ucciso dal- una fazione. Due minoranze si schierano a favore la camorra, il quale spiega: “Le mafie non pagano, o contro le mafie, mentre la stragrande maggiobisognerebbe condurre i cittadini al ragionamen- ranza si astiene, tagliandosi fuori dalla dialettica. to. È inutile vietare una cosa senza dare adeguate Ma nel momento in cui ci chiamiamo fuori, è come motivazioni. Le organizzazioni criminali sono se ci schierassimo a favore delle organizzazioni come un cancro: inizialmente non lo vedi, poi criminali. La cultura della Legalità serve proprio quando ti accorgi di essere malato, è troppo a questo; possono togliere di mezzo qualcuno ma tardi. Il rimedio è la preven- non possono uccidere tutto il Paese, quello onesto. zione. Così avere una buona Ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare qualcosa. cultura aiuta a salvaguardare Basta volerlo! il territorio, in quanto ti rende consapevole delle conseguenze in cui ci si può imbattere. In tutte le cose – continua Del Prete – vi è del marcio; anche all’interno dello Stato vi è una parte ‘sporca’. Ma sono sicuro che la parte pulita è di gran lunga maggiore, perché quella parte siamo noi! È essenziale

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mmasino del Prete

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a tenuta di sette ettari, situata a Castelvolturno, confiscata nel 2002 a Zazza, boss della camorra, è stata affidata a Libera Caserta nel 2009. La struttura è destinata ad accogliere la prima cooperativa “Libera Terra”, con l’obiettivo di offrire “un’alternativa” alla criminalità organizzata. I primi soci che lavoreranno in questi territori sono 5 giovani, impegnati in un corso di formazione. Il cuore della tenuta è rappresentato da una fattoria che sfrutterà la bioenergia, contando su un impianto di fitodepurazione che prevede l’ utilizzo di piante, in grado di depurare le acque di raccolta del caseificio. “Ogni ambiente della tenuta nasce dall’ esigenza di un rinnovamento, affinché le terre che una volta sono state simbolo di morte, ora rinascano”, spiega Alessandra Tommasino, esponente di Libera. La countryhouse è il simbolo di quello che è il sogno di un turismo sostenibile: persone curiose di conoscere non solo le bellezze architettoniche, ma anche quelle che sono le realtà del territorio, potranno alloggiare proprio in questo luogo e prendere coscienza di ciò che rappresenta. La struttura, poi, accoglie anche una biblioteca contenente migliaia di volumi, donati dalle Regioni Toscana ed Emilia-Romagna, che hanno fornito anche fondi per acquistare i mezzi che serviranno a lavorare le terre. Il caseificio, struttura realizzata dalla Regione, sarà destinato alla produzione di mozzarella biologica, il cui latte inizialmente sarà fornito dall’ associazione “Improsta”, di Eboli, anche se l’ obiettivo è l’allevamento bufalino. L’ex sala per l’ abbeveratoio delle bufale è sede di murales e di firme da parte di studenti che ogni anno fanno visita alla struttura. In essa vi è, inoltre, lo striscione con la frase «Per amor del mio popolo non tacerò», letta da Don Peppe Diana in chiesa la notte di natale del 1991, e che simboleggia lo spirito dei ragazzi di Libera che custodiscono questa struttura con cura. Prima dei sigilli della Polizia, punto di forza dell’ intera tenuta erano le scuderie. Il cavallo di razza,infatti,

rappresentava l’archetipo della scalata sociale nel mondo camorristico. Nelle scuderie verrà allestito un allevamento di asine, il cui latte l’ingresso alle terre di Don Diana è fondamentale per la produzione di cosmetici e farmaci per l’ età infantile. Dislocati dal centro del caseificio si possono trovare dei canili, nei quali Libera Caserta vorrebbe creare un ambiente per la pet therapy, e degli alloggi contenenti trentaquattro posti letto forniti dall’ imprenditore antiracket di Santa Maria Capua Vetere, Pietro Russo. Numerosi sono i sostegni in questo progetto, ma altrettanti sono le difficoltà incontrate. Nonostante la disponibilità della politica la realtà è un’altra: il 19 marzo dello scorso anno è stato firmato un protocollo secondo il quale il Comune si impegnava a fornire all’ associazione un caseificio funzionale. Ciò non è avvenuto e come se non bastasse è necessario un secondo adeguamento, quando per il primo erano stati spesi 50 mila euro. Quindi portare avanti un progetto che coinvolge una struttura pubblica si sta rivelando molto difficoltoso, basti pensare che per avere corrente elettrica ci sono voluti ben 7 mesi. A rallentare i lavori concorre anche la disattenzione delle istituzioni che, se da un lato mostrano disponibilità, dall’ altro offrono poca attenzione verso il progetto. Infatti, l’ associazione ha trovato montati dei pannelli solari in modo del tutto non adeguato: anziché essere rivolti completamente a sud, lo sono solo per metà. E se tutto ciò derivasse dal fatto che la nuova struttura dovrebbe nascere su un bene confiscato alla camorra? Non è dato saperlo.

Un sogno ancora da realizzare per LIBERA di Cristina Vellucci

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Diana

forum:

Legalità e democrazia

Chi è Lorenzo Diana?

Per capire chi è Lorenzo Diana è forse utile sfogliare Gomorra, nel quale viene definito come “uno di quei rari uomini che sa che combattere il potere della camorra comporta una pazienza certosina, quella di ricominciare ogni volta da capo, dall’inizio, tirare a uno a uno i fili della matassa economica e raggiungerne il capo criminale”. Un impegno che gli sono valsi riconoscimenti e problemi. Lorenzo Diana, infatti, è diventato un costante punto di riferimento per i più giovani, e non solo. Una statura vissuta come un pugno negli occhi dalla camorra. Da anni, infatti, vive sotto scorta, riuscendosi a guadagnare anche il rispetto dei “suoi” uomini. Lorenzo Diana comincia giovanissimo ad interessarsi alla politica, giungendo al suo naturale approdo che è la commissione parlamentare antimafia, del quale è stato vicepresidente. Attualmente è dirigente dell’Italia dei Valori.

Lorenzo Diana

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due simboli della lotta contro la mafia, ma per ora sembra che la battaglia sia stata vinta dalla criminalità organizzata. Lei pensa che sia cambiato qualcosa nell’ animo degli italiani dopo che entrambi sono stati uccisi, la loro morte è riuscita a smuovere davvero l’ opinione pubblica? aggregato man mano sempre più masse. Questo movimento culturale fu come un fiume carsico: fu forte dopo la morte dei due uomini, fino a contribuire alla domanda di cambiamento in Italia (non a caso negli anni ‘93-94 ci furono tanti nuovi “sindaci del cambiamento” e in qualsiasi tendenza politica si avvertì l’ aria di rinnovamento), ma a poco a poco andò attenuandosi. Così è stato possibile comprendere come, già dall’ inizio degli anni 2000, sia stato possibile avere politici e, persino, ministri della repubblica che affermavano la necessità di convivere con la mafia. Il ministro Ronaldi fu tra coloro che portarono avanti tale principio. aveva maturato sul campo dell’ «Dopo la loro morte in Italia c’ è stato un punto di non ritor- esperienza di lotta alla mafia. Le sue parole simboleggiarono la no ed è avvenuta una rottura Quindi la morte di Falcone e fine della fase di cambiamento e all’interno dell’ opinione pub- Borsellino ha accelerato il pro- della reazione antimafia dopo la blica. Tale rottura ha creato la cesso di espansione, nell’ intero morte di Falcone e Borsellino. Se possibilità di costruire un impi- Stato italiano, di un patrimonio ciò fosse avvenuto nell’ ultimo anto antimafia nella magistra- sviluppato da parte di questi decennio del secolo scorso, saretura, nell’istruzione e nelle forze magistrati che hanno pagato con bbe stato uno scandalo. Nonosdell’ordine. L’ impianto faceva la vita il loro impegno. Tutto ciò tante questo il sentimento antitesoro del pool antimafia, costru- ha fatto capire agli italiani che mafia è quello che prevale, come ito a Palermo, che diede la pos- le mafie sono un nemico. Ci fu dimostrano le manifestazioni del sibilità di successo nel Maxipro- una vera e propria reazione cul- 21 marzo (giornata della legalcesso. Si è fatto tesoro di quanto turale, culminata nella nascita di ità) degli ultimi tre anni a Bari, un gruppo di magistrati pionieri un movimento antimafia, che ha Napoli e Milano».

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Si parla tanto di Legalità, in Tv, sui giornali. Ma cos’è ‘sta Legalità, a quali principi tende, è possibile darne una definizione? «La Legalità è quell’insieme di regole sulla quale si base una convivenza. Non c’è polis senza regole. Pertanto non è un’opzione discutibile se avere Legalità o meno. Ma questa non è solo un fattore etico, è anche un motore di modernizzazione. Una comunità che voglia progredire e vivere in un contesto globalizzato deve necessariamente accrescere il livello di legalità. Non per creare più vincoli, ma per dare dinamismo, strizzando l’occhio alla meritocrazia. Se c’è un maggior

livello di legalità è garantita la competitività. Questo permette a chi abbia merito di potersi affermare. Altrimenti prevalgono dinamiche alterate. Si tratta quindi di uno scudo, in quanto le regole riducono l’impatto selvaggio del potere economico o della violenza intimidatoria. La Legalità, quindi, non solo è giusta, ma è un fattore di convenienza economica e sociale. Si guardi all’esperienza americana, più avvezza ad essere governata all’interno delle regole. Gli Usa, che fino a 50 anni fa vie-

tavano matrimoni misti, hanno permesso ad un afro – americano di diventare capo della nazione più potente. La sfida dell’Italia, quindi, è proprio su questo punto. Se il nostro paese vuole ripartire deve guardare alla Legalità quale fattore di progresso e garanzia. Un humus del genere facilita l’emersione di un contesto culturale che faccia da argine alle criminalità organizzate. Se abbassiamo il livello di legalità, l’Italia va verso una deriva pericolosa».

Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta ad uscire dal Partito Democratico alla vigilia delle ultime elezioni regionali?

«Dopo lunghi anni in cui avevo posto, nelle sedi politiche opportune, questioni che riguardavano le infiltrazioni della camorra negli enti locali e nella politica, dopo aver denunciato e posto il problema della divergenza di alcune scelte politiche con le dichiarazioni di sostegno alla lotta alla camorra, non ho visto fare scelte coerenti e consequenziali su questi argomenti. Ho visto ancora una volta scelte tese ‘a tirare a campare’ piuttosto che ad

aprire una fase nuova nella mia provincia (Caserta ndr), la terra di Gomorra, ma soprattutto non ho riscontrato il coraggio di cambiare classe dirigente in quei territori. C’erano delle scelte da fare: decidere di presentarsi con quelli che combattevano la camorra per scelta politica o con quelli che teorizzavano l’abbassamento dell’asticella della legalità. Era inoltre intollerabile sentir circolare qualche accusa di professionismo dell’antimafia anche nella mia parte politica, ma soprattutto vedere ricandidati alcuni amministratori mandati a casa per scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose. Dopo aver posto queste questioni non mi ha meravigliato l’atteggiamento dei livelli locali,

ma di quelli superiori, che hanno fatto finta di non vedere. La goccia che ha fatto traboccare il vaso si è verificata prima delle ultime elezioni regionali: nel programma del centrosinistra, a livello regionale e provinciale, c’era il no alla privatizzazione dell’acqua, ma contemporaneamente venivano candidate nelle liste regionali persone che in quelle settimane si erano ampiamente mosse per privatizzare l’acqua con pratiche dichiaratamente illegali». un momento del forum

foto Andrea Acampora

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di Orfeo Notaristefano

G li affari delle mafie non conoscono crisi Viaggia sui 130 miliardi di euro all’anno il volume complessivo degli arricchimenti illeciti della ‘ndrangheta, di cosa nostra, della camorra e della sacra corona unita. Anno dopo anno, gli italiani sono sempre più poveri e le mafie sempre più ricche.

Qualsiasi Governo, di centrodestra o di centrosinistra, ha sempre grandi difficoltà nel far passare una legge finanziaria o una manovra di assestamento. L’ultimo esempio a luglio, quando la manovra di circa 25 miliardi del Ministro Tremonti è stata approvata dal Parlamento con il ricorso al voto di fiducia. Tutto ciò con Governo e Parlamento nella pienezza dei poteri e dei numeri nelle due Aule di Camera e Senato.Non ha invece difficoltà la ‘ndrangheta calabrese, la mafia più forte in questo momento, a continuare a gestire qualcosa come 44 miliardi di euro all’anno derivanti dal traffico mondiale di stupefacenti. La ‘ndrangheta ha i suoi ‘cervelli’ operativi in località del Reggino e della Locride e ramificazioni in tutto il mondo. Gestisce direttamente in Colombia, in Brasile, in Uruguay la produzione di cocaina e poi controlla direttamente l’intero circuito del traffico e della distribuzione della cocaina nei Paesi occidentali. Ha diversificato anche le basi operative e le rotte del narcotraffico, marcando la sua presenza in Africa, da cui partono fiumi di polvere bianca verso i Paesi europei. Ovviamente questi 44 miliardi la ‘ndrangheta li fa fruttare: li reinveste in attività lecite e apparentemente

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lecite, è entrata nei circuiti della finanza e nei pacchetti azionari di importanti imprese quotate in borsa, compreso il colosso energetico Gazprom, per cui, anno dopo anno, il bilancio complessivo che le ‘ndrine si spartiscono si attesta attorno ai 70-80 miliardi di euro. In questo momento, la ‘ndrangheta fa la parte del leone: con il business del narcotraffico, ha innescato dei meccanismi collaudati che le consentono di raddoppiare i propri introiti infiltrandosi ovunque: dal controllo del trasporto delle merci nei mercati ortofrutticoli da Fondi a Milano, all’ingresso nei grandi circuiti della finanza ‘drogata’, alla penetrazione negli appalti pubblici, oltre che nella tradizionale attività del racket delle estorsioni.Le altre mafie, seppure da una posizione di sudditanza, non stanno a guardare. Cosa nostra e la stidda, le due mafie siciliane, non hanno rinunciato ai loro affari, nonostante pesanti decapitazioni dei vertici, da Riina a Provenzano. Così la sacra corona unita, operante soprattutto in Puglia. La camorra, con la sua derivazione del Clan dei Casalesi, continua a gestire, anche se a livello locale, il traffico di stupefacenti, nonché le attività illecite nei territori campani, compresi appalti pubblici e ciclo del cemento, con sconfinamenti anche nella ricostruzione postterremoto in Abruzzo. Andando a sommare gli introiti delle cinque mafie italiche, la valutazione è che il volume complessivo degli illeciti arricchimenti ammonta a 130 mila euro. E’ una specie di

economia parallela all’economia legale. Un’economia illegittima, perciò fasulla, che non crea né sviluppo né occupazione, un’economia di rapina verso il Mezzogiorno e il Paese intero. E’ un’economia funzionale soltanto agli interessi delle mafie. In tal senso, le mafie continuano a essere la vera zavorra per il Sud, con il paradosso calabrese che si conferma anno dopo anno: la Calabria è sempre più povera mentre la ‘ndrangheta è sempre più ricca. E questo è lo specchio del Paese: aumentano i poveri, aumenta l’indebitamento delle famiglie anche per i consumi ordinari, la crisi morde imprese, lavoratori e cittadini perbene, mentre non conosce crisi il ‘fatturato’ delle mafie. Le azioni di contrasto della magistratura e delle forze dell’ordine vanno avanti, non conoscono tregua: sono stati assicurati alla Giustizia pericolosi latitanti, ci sono stati centinaia di arresti, sono stati scompaginati pericolosi sodalizi criminali, ma non basta. Occorre rilanciare con maggior forza l’aggressione ai patrimoni mafiosi, perché le mafie devono essere colpite nei loro interessi, negli affari e nei soldi. Al tempo stesso occorre intensificare le iniziative antimafia nella società, nelle scuole, nelle attività produttive. I boss mafiosi, ‘ndranghetisti, camorristi devono essere isolati dai contesti sociali, bisogna togliergli l’aria che respirano e l’acqua dove nuotano. Questo loro temono: l’isolamento, specialmente se la società si compatta nella difesa della legalità e della giustizia, in altre parole se riesce ad affermare la libertà di essere liberi dalle mafie.


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ai reati al ciclo del cemento alle agromafie, Pontino>. Affari sporchi o verrebbe quasi da dire passando per il traffico illecito di rifiuti. È <maleodoranti> messi a segno anche sul ciclo di un’immagine piuttosto sconcertante quella rifiuti. Nella classifica provinciale, Latina finisce che Legambiente dipinge della Regione Lazio e più al secondo posto contando 83 persone denunciate, in particolare della provincia di Latina. Nell’ulti- 51 infrazioni accertate, 35 sequestri, ma purtropmo dossier prodotto dall’associazione ambientali- po neanche una persona arrestata. Un business che sta, il Lazio scala la triste classifica delle non fa sconti. Né all’ambiente, né tanillegalità ambientali piazzandosi al tertomeno ai cittadini. <Nella prima metà i pentiti zo posto. Oltre 3 mila infrazioni nel solo parlano di fusti del 2009 – si legge nel dossier - sono 2009, più di 2 mila persone denunciate e tossici interrati in tornate in primo piano le dichiarazioquasi un migliaio di sequestri. Sono solo una discarica di ni rese nel 1993 dal pentito di camorra alcuni dei dati più eclatanti che emer- Borgo Montello Carmine Schiavone, che aveva parlato gono dal <Rapporto ecomafie 2010>, di fusti tossici interrati dalla criminaliredatto come ormai avviene da anni tà organizzata nella discarica di Borgo con il supporto delle forze dell’ordine. Una volata Montello, Latina. I magistrati pontini hanno troche, certo, risente anche dell’enorme influsso della vato tracce di una notevole quantità di fusti conteCapitale. Tuttavia negli ultimi anni le Provincie e nenti rifiuti tossici derivanti da scarichi industriali gli episodi di illegalità diffusa hanno contribuito di aziende del Nord Italia, interrati all’inizio degli

Il mostro che abbruttisce l’Italia:l’ecomafia medaglia di bronzo per il Lazio; male anche il sud pontino

a far lievitare la percentuale oltre il tetto record. Basti pensare che il territorio di Latina in pochi anni ha scalato la vetta confezionandosi il terzo posto in Italia per i reati legati al ciclo del cemento. Secondo il dossier diffuso, il piazzamento trova ragione negli ultimi 329 reati. Ma le indagini della direzione nazionale antimafia evidenziano il crescente peso delle infiltrazioni anche nel comparto agricolo. Ne è un chiaro esempio il caso del Mercato Ortofrutticolo di Fondi. < Il Lazio – spiega Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio - è dilaniato tra piccoli e grandi reati. Si rischia una crescita delle illegalità diffuse, mentre continua la pericolosa ascesa della criminalità organizzata. L’Ecomafia nel Lazio ha una doppia faccia: da un lato quello dell’illegalità ambientale diffusa, che va sempre più denunciata e repressa, dall’altro quella della criminalità organizzata e delle mafie che si conferma ben oltre i livelli di guardia nel sud

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anni Novanta. A novembre, invece, sono arrivate le rivelazioni del collaboratore di giustizia Francesco Fonti. L’ex ‘ndranghetista, ascoltato dalla Commissione Militari del Noe pongono i sigilli p a r l a m e n t a r e ad una struttura abusiva d’inchiesta, ha parlato di rifiuti provenienti dalle centrali nucleari, tirando in causa anche Latina e un presunto traffico che partiva dalla centrale nucleare di Borgo Sabotino. Fonti ha affermato, infatti, che il suo coinvolgimento negli smaltimenti illeciti è iniziato nel 1987 con 500 fusti andati in Somalia e 100 interrati in Basilicata>.


di Giuseppina Sorrentino

Infanzia negata: i bambini e l’illegalità “L

e colpe dei padri infami e traditori ricadranno sui figli. Lei e i suoi complici siete stati avvisati da troppo tempo. Lei e i suoi amici magistrati sarete la causa di tutto”. Sono queste le parole ritrovate all’interno di una busta contenente un proiettile di Kalashnikov, indirizzata al figlio di Massimo Ciancimino, il nipote dell’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. Protagonista è il piccolo Vitoandrea di quasi sei anni, il cui nome era scritto nella lettera rinvenuta ad agosto. E’questo uno dei tanti episodi che vede coinvolti infanti nelle dinamiche criminali. Al di là dell’attendibilità dell’episodio, ciò che emerge è il coinvolgimento dei minori in fatti legati al fenomeno mafioso. Benvenuti nel mondo dell’infanzia negata; Vitoandrea Ciancimino, i ragazzi di Scampia, quelli dello Zen e molti altri ancora sono i volti dell’infanzia “nera” che ha perso il suo candore, la sua innocenza e si è trasformata in negazione dei diritti fondamentali: la libertà e la sicurezza, l’istruzione, la tutela dei minori, la protezione della famiglia e la salute in senso ambientale. I sogni per loro non esistono; i desideri non contano e  gli atti ludici sono spesso vietati. Vessati, costretti, sfruttati, addestrati, per poi divenire adulti senza scrupoli. La leva del bambino “malavitoso” prende corpo dai primi anni di vita; presto si diventa ingranaggio di un sistema da cui si fatica ad uscire. Il Gomorra di Matteo Garrone ci lascia immagini crude sull’addestramento dei ragazzi di camorra.

Li arruolano appena sviluppano l’attitudine alla fedeltà al clan. Hanno dai dodici ai diciassette anni e sono il nuovo esercito. I vantaggi per i clan sono molteplici: remunerazione dimezzata, nessuna incombenza familiare, nessun vincolo, massima disponibilità, ma, soprattutto, è sempre disposto a stare per strada. Si inizia con lo spaccio di droga, per così dire leggera, l’hashish, Iniziazione di un giovane al clan nei frame di Gomorra

magari, per poi occuparsi, una volta ‘adulti’, del narcotraffico. Il tipo di droga smerciata qualifica il trafficante. Le pasticche presto per i più “produttivi” vengono sostituite con la cocaina, scambiata nelle università, fuori dai locali, ad alberghi e in stazioni. A ciò si aggiunge la dotazione di armi che i ragazzini affiliati ottengono dai clan, per difendersi e per farsi valere. Si tratta di una “promozione” che lascia sperare una ascesa ai vertici del clan; “Pentagono” di pistole automatiche e semiautomatiche saranno discariche di spazzatura, caverne o campagne isolate. Lì per superare la paura delle

armi, i giovani adepti indossano il giubbotto antiproiettili e subiscono i colpi. Un giubbotto può essere il vaccino alla paura? L’unico modo per anestetizzare ogni timore è mostrare come le armi possono essere neutralizzate. Il volto dell’infanzia viene progressivamente indurito dagli spari delle armi, l’anima si incupisce e gli occhi, un tempo innocenti, diventano specchio di connivenza. Diceva Ulpiano, giurista latino: -“Honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere”- Vivere con onestà, non danneggiare gli altri, dare a ciascuno il suo”; solo così potrà realizzarsi uno Stato civile. Ogni buon padre/madre di famiglia dovrebbe insegnare al proprio bambino questi principi, coadiuvato dalla scuola e dalle altre Istituzioni. Non tutti possono essere ricchi, ma tutti possono e devono essere onesti per non avvitarsi nella morsa dell’illegalità.

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di Raffaele Vallefuoco

Usura: come siglare un patto col diavolo

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afie e usura è diventato un binomio inscindibile nelle dinamiche delle criminalità organizzate. Lo dimostrano le carte degli arresti che si susseguono nelle cronache locali e nazionali. La spiegazione è legata, in primis, ai problemi di liquidità che affliggono gli istituti bancari, i quali soffrono oltremodo della contrazione economica globale. Le banche sono sempre più restie a concedere prestiti o mutui, facendo mancare un appoggio fondamentale agli imprenditori o alle famiglie in difficoltà. Le mafie, invece,

questo deficit non lo registrano. Anzi, in tempi di crisi le attività di riciclaggio sono floridissime. Si capisce, quindi, la facilità con cui possono concedere “prestiti”. Ma è come se si siglasse un patto con diavolo. Perché? Lo spiega Enzo Ciconte, presidente uscente dell’Osservatorio per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio. Chiarisce: “Le banche hanno un problema di liquidità, le imprese, il commercio hanno un problema di liquidità, le mafie hanno esattamente il problema opposto, una grande liquidità che hanno la necessità di trasformare da denaro nero, denaro sporco, in denaro esposto alla luce del sole. Quindi hanno una possibilità enorme in questo momento”. La figura dell’usuraio è mutata col tempo. Si è evoluta contempora-

neamente all’accrescimento del potere economica della holding Mafia spa. Infatti “il vecchio “cravattaro” non aveva nessuna intenzione di strozzare l’usurato, anzi aveva tutto l’interesse a farlo andare avanti per tantissimi anni perché, così, per tantissimi anni avrebbe pagato gli interessi. L’usuraio mafioso ha l’interesse opposto. Ti presta i soldi perché alla fine vuole rilevare la tua azienda, perché attraverso quella azienda ricicla denaro, attraverso quella azienda può presentare una responsabilità borghese che prima non aveva. E in quel modo può diventare proprietario di attività economiche, commerciali, industriali. Questo è il pericolo dell’usura mafiosa oggi in regioni come la nostra” conclude il professore. Per questo è necessario che le istituzioni facciano sistema, affiancando l’imprenditore e la famiglia con una rete di protezione che coinvolgano anche le banche, attraverso l’istituzione di fondi di garanzia che faccia da ammortizzatore al contraccolpo subito.

Tra un’affissione e un’altra faccio anche la spesa

Frecciatine

Tra un’affissione e un’altra faccio anche la spesa. E’ questo sicuramente un ‘ottimo’ modo per razionalizzare il tempo, ma non è certamente conforme alla mansione a cui siamo stati riservati. Si chiede pertanto all’amministrazione comunale un più rigoroso controllo su mezzi, strutture e uomini in dotazione. Brunetta docet.

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L’affrancamento del meridione parte da Gomorra

lo scaffale

di Raffaele Vallefuoco

in collaborazione con la Mondadori di Enza e Riccardo Campino

In questa pagina e in questo questione nazionumero Gomorra non poteva nale. Un’operamancare. Il libro che più di ogni zione di cui Saaltro ha scosso l’intera nomen- viano non può clatura della camorra e che ha dirsi unico pareso celebre Roberto Saviano ha dre, ma del quale diritto ad essere inserito al verti- è stato regista di Sarò ce di un’ideale classifica di libri successo. dall’alto potenziale d’influenza onesto: Gomorra sull’opinione pubbliè il mio libro ca. Un successo che gli specchio sono valsi due milioni e p r e di etica e ferito. mezzo di copie vendute, civiltà una versione economiNon tanto perché in ca e cinquantadue traduzioni nel esso si disvela l’area di influenza mondo. Ma quello che, secondo della camorra, la quale irradia il me, più di ogni altra cosa ha in- suo potere come cerchi concenteressato i lettori di Gomorra è trici che inondano il mio paese l’aver reso la camorra non un di nascita e quello di mia madre, problema dei campani, ma una rispettivamente Gaeta e Parete,

Gomorra ha reso la camorra non solo un problema dei campani, ma una questione nazionale quanto perché si analizza nel profondo la camorra. Non una guerra tra poveri, ma una partita tra borghesi che si gioca da Mondragone ad Aberdeen a colpi di kalashnikov e attività imprenditoriale.

Mafia export

l’internalizzazione delle mafie moderne

Non una questione di paese, ma una realtà globalizzata

La strage di Duisburg ha mostrato la ragnatela globalizzata tessuta negli anni dalle criminalità organizzate. Proprio nel momento in cui si affermava la consapevolezza delle mafie come questione nazionale, e non solo meridionale, l’opinione pubblica deve fare i conti con una realtà in costante mutamento. E nel farlo non può non attingere da Mafia Export, ultimo lavoro di Francesco Forgione, ex presidente della commissione parlamentare antimafia. Un testo che offre un quadro piuttosto chiaro del fenomeno dell’internazionalizzazione delle mafie. Non quindi una questione di paese, ma una realtà globalizzata, nella quale i vari sodalizi criminali operano in contatto, curando specifici segmenti del mercato della droga, della prostituzione e del riciclaggio. Francesco Forgione mette in rilievo le logiche spartitorie messe in atto in terra straniera dalle “nostre” mafie, analizza la colonizzazione di interi paesi e le dinamiche di pace che si tessono pur di assicurare e tutelare i propri traffici. Inoltre, come espressamente dichiarato dall’autore, Mafia Export vuole combattere l’ipocrisia di chi guarda con interesse alla movimentazione di denaro messa in atto dalle mafie. Ma, spiega Forgione, questo non tiene conto del fatto che dove arrivano i soldi delle organizzazioni criminali, lì approda la cultura di violenza e alterazione del mercato, tipiche dei paesi nei quali sono germinate.

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di Giovanni Bove

Formia ricostruzione e sviluppo 18 maggio 1944: LA VITA RICOMINCIA

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a mattina del 18 maggio 1944, dopo un ultimo bombardamento aeronavale che annientò le residue resistenze della 94a Divisione di fanteria tedesca comandata dal maggiore Generale Bernard Steinmetz, le pattuglie della 85a Divisione della V Armata Americana avanzarono dagli avamposti di Santa Croce verso Formia. Per liberare l’Appia, ingombra di calcinacci e permettere il transito delle truppe e dei mezzi corazzati, furono impiegati poderosi bulldozer e occupate intere squadre di artiglieri. Gli uomini della 338a Compagnia poterono entrare in città solo nel pomeriggio, seguendo le fettucce bianche che indicavano i sentieri bonificati dalle mine tedesche. Ad accoglierli non vi furono autorità e cittadini festanti pronti ad abbracciarli, ma trovarono solo palazzi demoliti, strade scomparse sotto cumuli di macerie, corpi straziati di soldati tedeschi, carogne di muli, carri armati sventrati e mine dappertutto. Dopo nove lunghissimi mesi eravamo finalmente liberi anche se la guerra, continuando il suo spietato cammino di morte e di distruzione, prolungava il calvario delle già provate famiglie formiane deportate dai tedeschi nelle città del Centro e del Nord della nostra penisola ancora sotto giogo germanico. Rivivo ancora con emozione quel lontano pomeriggio. Eravamo all”Auciana “, una località montana di Maranola. Nella nostra “ mandra” c’erano anche altre famiglie: quella dei Monetti e quella dei De Santis di Caposelice. Poco distante da noi c’ era un’altra “mandra” con la famiglia di Giovanni

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come si presentava Formia il 13 Maggio 1946

De Meo. La moglie Amelia, poveretta, era disperata per il marito gravemente ammalato, che morì dopo qualche settimana. La linea “Gustav” era stata smantellata e i tedeschi erano in rotta. I cannoni avevano cessato il loro martellante bombardamento e gli Americani erano vicinissimi. Verso le ore 16.00, infatti, stavamo sotto un albero vicino alla casetta, quando vedemmo due file di soldati scendere cautamente dalla collina e venire verso di noi. Erano le prime avanguardie della 88a Divisione “Bufalo” del gen. John E. Sloan. Le nostre donne li abbracciarono e li baciarono. Commossi, essi aprirono i loro zaini e ci diedero scatole di carne e carote, pane bianchissimo, biscotti, salsicciotti, sigarette, e a noi bambini caramelle e chiwing-gum. Poi un maggiore chiese agli uomini se vi fossero tedeschi armati nei dintorni: lo rassicurammo, dicendo che erano passati in nottata in fuga verso Itri con i loro muli. Tra essi c’erano


Si accamparono poco distanti da noi per passare la notte: ogni soldato, con la pala in dotazione, scavò una piccola fossa per dormire. Dopo qualche ore, un aereo sorvolò il campo e lanciò col paracadute viveri e munizioni. Ci sembrava essere rinati. Adesso tutto era quiete e le montagne non rimbombavano più per gli scoppi delle micidiali granate provenienti dalle navi inglesi ancorate nelle acque di Formia, e dal fronte del Garigliano, che tante vittime aveva mietuto fino a pochi giorni prima. Quel giorno mangiammo tanto da dimenticare per un momento le amarezze, le pene e la sofferenze di quei terribili nove mesi trascorsi in montagna. Ma i cibi in scatola che i soldati americani ci dettero con tanta generosità, contenevano troppe proteine e vitamine per noi che eravamo ormai abituati ad una alimentazione ipocalorica di emergenza. Diarree violente e mal di stomaco colpirono un po’ tutti, grandi e piccini. Poi gli esuli formiani incominciarono a scendere dalle montagne e a rientrare a piccoli gruppi. Stanchi, con barbe incolte e aria patita non volevano altro che cibo e pace. Ma lo spettacolo raccapricciante che si presentò davanti ai loro occhi no lo avrebbero mai più dimenticato: palazzi abbattuti, strade cancellate, buche enormi come crateri e un ammasso di rovine avvolte dalla polvere sollevata dal continuo avanzare di carri armati e di camino, carichi di soldati e di mezzi di artiglieria pesante, che si dirigevano verso la pianura pontina per entrare in Roma. Tutto era stato distrutto e si camminava sui calcinacci con rispetto, perché si sapeva che sotto vi erano i corpi martoriati di tante vittime innocenti spazzate via dalla grande bufera di un bombardamento insensato, che aveva colto tutti di sorpresa la mattina di quel tragico venerdì 10 settembre 1943.

Quel giorno io e mia madre, con due secchi e una pentola, eravamo usciti dalla galleria della cava d’argilla che fiancheggia il colle della Madonna di Ponza, per andare alla “Fòrma “ a prendere l’acqua per cucinare un po’ di pasta per il pranzo. Eravamo rifugiati dentro il tunnel insieme a tante famiglie di Mola dal giorno precedente. Arrivati a metà dello stradone “Fòsse”, sentimmo il rumore di molti aerei. Io, come facevo sempre quando passavano nel cielo di Formia, incominciai a contarli: uno, due, tre…diciannove; non feci in tempo a dire venti che vidi una pioggia di bombe cadere sulle case di Mola. Rimanemmo paralizzati dalla paura e fummo scaraventati a terra da un violento spostamento d’aria. Non so quando tempo restammo tramortiti a terra. Ricordo solo dense nubi di fumo e di polvere di calcinacci che avvolgevano l’intero quartiere e che il vento di ponente, proveniente da Gaeta, spingeva piano piano verso le colline. In quel terrificante bombardamento, durato circa dieci minuti, scomparvero intere famiglie e il numero delle vittime resterà sempre indeterminato, perché vi furono anche soldati italiani di istanza a Formia e a Gaeta, soldati tedeschi, gente di passaggio. I soccorritori restarono inebetiti di fronte a tanta rovina e le scene raccapriccianti che si presentarono alla loro vista non seppero mai descriverle nella loro cruda realtà. Ma i nostri padri seppero reagire coraggiosamente e senza cedere alla disperazione e con gran voglia di voltare pagina, “affuciunènnese le màneche”, incominciarono a rimuovere le macerie, a dare sepoltura alle vittime, a far sbocciare la vita dalle rovine. “Post Fata Resurgo”: la ricostruzione era cominciate e Formia, fedele al suo motto, riprese il suo cammino facendo risorgere dalle macerie le sue case, le sue scuole, le due fabbriche, la sua flotta peschereccia, il suo fiorente commercio che l’aveva sempre fatta primeggiare il tutto il sud pontino. (1 - continua)

Giovanni Bove

due italo-americani che subito fraternizzarono. Ci raccontarono che i loro padri erano andati in America, perché nei loro paesi c’era tanta miseria. Mentre il maggiore consultava con due aiutanti la mappa del territorio, un radio-telegrafista segnalò alle truppe retrostanti che potevano avanzare tranquillamente. Dopo pochi minuti, vedemmo sbucare da dietro la montagna tre grandi pale meccaniche in fila indiana. In un batter d’occhio aprirono la strada larga un paio di metri. Sbalorditi per tanta organizzazione ed efficacia, vedemmo passare, su quella strada appena aperta, carri armati, jeeps, camion e migliaia di soldati armati, che procedevano in doppia fila, guardinghi, dietro i carri armati. Di fronte a quella potenza di mezzi e di capacità organizzativa zio Umberto esclamò: -E contro questi l’Italia voleva vincere la guerra?-.

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Formia 9-10-11-12 Settembre 2010

Inserto del Partito Democratico di Formia

Claudia Moretti

Una nuova storia per Formia pagg. 21-22

Difendere la scuola dalla controriforma pag. 22

Democrazia e informazione: a colloquio con il direttore de l’Unità

Segno con un “mi piace” il proclama del presidente del Consiglio di sconfiggere le mafie. Ma con quali strumenti? Con la magia, forse? Mi sembra l’unica praticabile in questo momento se è vero, come risulta nelle intenzioni di parte della maggioranza, che si vuole mettere un tappo negli orecchi dei magistrati, un bavaglio sulla bocca dei gior-

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nalisti e una benda sugli occhi dell’opinione pubblica. Inoltre gli ambiziosi obiettivi del presidente resteranno lettera morta se ci saranno altre Fondi o se si continuerà a pensare che il problema delle mafie siano Roberto Saviano e La Piovra. Insomma di questo e di altro ancora parleremo venerdì 10 settembre in compagnia del direttore de L’Unità,

I Teatri socchiusi: il concorso pag. 23 di Raffaele Vallefuoco

Concita De Gregorio, Luca Landò, direttore de L’Unità on line e Lorenzo Diana, consigliere della Fondazione Antonino Caponnetto, nel corso dell’incontro “Informazione e Legalità: indispensabili per la Democrazia”, organizzato nell’ambito della Festa Democratica di Formia 2010.


Una nuova storia per Formia!

Q

uesta nostra città ha raggiunto quota 38 mila abitanti ma resta con gravi problemi di ordine infrastrutturale, economico e sociale. La crisi si supera realizzando idee, progetti, azioni che perseguano il bene comune e non gli interessi di parte, le clientele e il voto di scambio che annulla i diritti e favorisce il malaffare. Per curare il proprio interesse o del clan di appartenenza si perde di vista il disegno generale della città che resta condizione necessaria per favorire un ampio benessere, crescita sociale e buona qualità della vita. Formia dal 2002 al 2009, in sette anni, è cresciuta di 1620 unità (saldo immigrati/emigrati, nati/ morti). Negli ultimi tre anni sono giunti 2862 immigrati ma sono emigrate 2385 persone. Si tratta di un ricambio fortissimo. In buona parte sono giovani che vanno via in cerca di lavoro o per motivi di studio. E’ come se la città cambiasse pelle. Negli ultimi tre anni sono giunte 762 persone dai comuni della provincia di Napoli, 737 dai comuni della provincia di Latina, 287 dai comuni della provincia di Caserta e 175 dai comuni della provincia di Roma. Lo stesso andamento si registra negli anni 2002/2006: Napoli, Latina, Caserta, Frosinone e Roma.Il più delle volte gli immigrati hanno come riferimento coloro che si sono adoperati per il rilascio della residenza i quali, al momento opportuno come nelle elezioni,

sanno cosa chiedere e per chi.Nel rilascio della residenza sarebbe opportuno effettuare seri controlli sul domicilio dichiarato e soprattutto sui mestieri e professioni svolte. Ma oggi la residenza si rilascia prevalentemente a tavolino dato che un solo vigile urbano non ce la fa ad effettuare il controllo della residenza dichiarata.Formia, con le sue pregevoli caratteristiche ambientali resta fortemente ambita come residenza. La nostra città, rispetto alle grandi aree metropo-

litane, soprattutto Napoli, offre ancora buoni livelli di sicurezza e di convivenza civile ed è per questo che molte persone cercano la residenza a Formia ma continuando a lavorare a Napoli.Tutto ciò produce la continua richiesta di alloggi e soprattutto tiene alto il valore commerciale dei suoli e degli immobili. A Formia centro il valore commerciale di un appartamento va dai 2500 euro al metro quadro a 4000 se l’alloggio è in posizione panoramica, ha grandi balconi, ecc.. Per i negozi andiamo sugli 8000 euro/metro quadro. A S. Pietro si va dai 2500 ai 3000 euro/mq.

di Francesco Carta

mentre i negozi si attestano sui 2500 euro a metro quadro. Sulle frazioni se l’appartamento ha vista panoramica sul golfo si può giungere anche a 3000 euro/mq. , altrimenti un alloggio medio ristrutturato oscilla tra i 2000 e i 2200 euro/mq.. I negozi valgono 2000 euro/mq..A Penitro, fino allo scorso anno, si raggiungevano i 3000 euro/mq. Mentre oggi si va dai 2400 ai 2500 euro/mq.. I negozi oscillano tra i 1500 e i 1660 euro/mq. L’Architetto Franco Purini, incaricato nel dicembre 2008 di redigere un nuovo piano regolatore generale, ancora non ha consegnato una bozza. Nel frattempo il Sindaco Michele Forte con la sua maggioranza continua a gestire il territorio al di fuori di una qualsiasi pianificazione. Il reperimento delle aree per l’edilizia convenzionata è stato realizzato proponendo ai proprietari delle zone agricole (lotto minimo mq.6687) di cedere il 70% per le cooperative in cambio del 30% di edilizia residenziale privata. Nel frattempo mancano indirizzi ed iniziative certe in materia di viabilità. La strada di collegamento Stazione ferroviaria e via Solaro batte il passo (5 milioni di euro ereditati dalla precedente amministrazione di centrosinistra). La ex Sparanise, nel tratto periferico Appia Hotel (500 mila euro, anche questi messi lasciati dal centrosinistra), è ancora in progettazione continua a pag 22

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continua da pag 21 di Ada Filosa

Difendiamo la scuola pubblica La chiamano Riforma Gelmini ma è la proposta di legge Aprea del 2008, in cui appare chiaro l’obiettivo di delegittimare la scuola pubblica perché ha la colpa di proporsi come luogo di cultura che garantisce il diritto universale all’istruzione, perché insegna a coltivare la libertà di pensiero, perché educa allo sviluppo della capacità critica. Noi la chiamiamo Controriforma perché segna un ritorno al passato di oltre quarant’anni. I pesantissimi tagli fatti alla scuola pubblica e sbandierati come dettati dalle esigenze economiche del momento ( nel 2008 non si parlava di crisi) rispondono ad un piano ideologico e strutturale della destra peggiore. Tant’è vero che le più importanti nazioni, per far fronte alla crisi, fanno grandi investimenti sulla scuola in modo da poter produrre innovazioni nella ricerca e garantire il futuro ai giovani e al Paese attraverso una conoscenza più ampia e più qualificata. L’irragionevole riduzione di risorse peserà sulle famiglie che già quest’anno pagano un maggior contributo all’atto dell’iscrizione per permettere alla scuola di affrontare le spese indispensabili. Tanti studenti non potranno frequentare i corsi di ampliamento dell’Offerta Formativa perché saranno a pagamento. Con questa legge la scuola pubblica italiana sarà sempre più povera, diventerà una scuola di emarginati inoffensivi e costretti a subire qualunque peso o minaccia. Questo governo non interviene sui veri mali della scuola italiana: pastoie burocratiche, strutture carenti o inesistenti,mancanza di laboratori e di attrezzature, necessità di rivedere gli assi fondamentali dell’azione didattica, costruzione di migliori strumenti di valutazione. Interviene invece massacrando il sapere e il saper fare con la diminuzione del le ore di italiano e, in alcuni casi, anche di matematica; con la soppressione delle ore di laboratorio negli istituti professionali; annullando la pratica della democrazia con la cancellazione della rappresentanza sindacale e del personale ATA,con l’indebolimento degli organi collegiali, con l’ inserimento di soggetti esterni e privati alla gestione della scuola. Difendiamo la scuola pubblica obbligando il governo ad investire in risorse umane ed economiche. Facciamo in modo che non sia destinata ai “figli di nessuno”.

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(compreso il ponte). Non parliamo della pedemontana, i cui costi sono saliti a 850 milioni di euro che non ci sono e probabilmente non ci saranno mai.Del sovrappasso piazza della Vittoria-porto ex commerciale, sono saltati i fondi regionali (anche questi disposti dalla precedente amministrazione regionale di centrosinistra) perché il Sindaco aveva deciso di non realizzarlo più.Formia si avvita su se stessa. Le due aree industriali dismesse, nel centro della città, sono ferme. La ex SALID sembrerebbe entrare nelle indagini che hanno interessato la DESCO di Terracina. La ex D’Agostino, dopo ben due convenzione sottoscritte col centrosinistra, ritorna allo stato di partenza dopo l’ennesima revoca dell’attuale maggioranza.Eppure in tutto il mondo si afferma l’orientamento urbanistico (ma si tratta di buon senso) per cui prima di aggredire le aree vergini si recuperano le aree industriali dismesse e degradate.Del nuovo ospedale se ne sa più nulla e l’amministrazione comunale non prende la benché minima iniziativa.Del porto turistico si sa ben poco se non addirittura difficoltà legate alla profondità dei fondali dove dovrebbe essere realizzato. Da quanto detto appare chiaro come sia necessario un vero e proprio ripensamento programmatico della città ma per far questo è necessario che le forze più vive, intelligenti e soprattutto disposte alla cura del bene comune, si uniscano nell’elaborare e realizzare una nuova storia.

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di Veruschka Cossuto

I teatri socchiusi

mai fatto male a nessuno) ci ha lasciato il posto al coperto sotto la biblioteca. E sono state chiuse anche le fontane. Bravi ben fatto. Così abbiamo allontanato anche i barboni. Ora le efficientissime tubature dell’acquedotto straripano e perfino tra i bambini che giocano a pallone in piazza Vittoria o alla Villa si evidenziano differenze tra chi può permettersi ogni giorno una, due o tre bibite al bar e chi non può più bere alla fontanella. Ma illusa che un concorso teatrale possa aiutare a fare il punto della situazione per cambiare la prospettiva di una triste condizione socio-culturale, colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che insieme a me sono visionari e si stanno dando da fare per il concorso. Un grazie alla redazione che mi ha chiesto, a suo rischio, di scrivere questo mio primo articolo. Ribadisco l’invito. L’associazione Gramsci e il comitato Parco Monti Aurunci presentano la prima edizione de “I teatri socchiusi“ concorso cittadino dedicato a Rasimino Cannavale; primo premio € 300,00; una giuria competente assegnerà il premio; 6 i lavori in gara. L’esibizione avverrà il 12 settembre 2010 in occasione dell’ultima giornata della festa del Partito Democratico nella Villa Comunale. Saranno ospiti Rifondazione comunista, Arci, IDV, Sinistra e Libertà e quanti altri abbiano a cuore la situazione dei teatri e delle sale comunali. Ma soprattutto sono invitati tutti coloro che credono nelle possibili risorse di Formia e nella diffusione della cultura senza distinzioni di partito o associazione. Ancora un pensiero a Rasimino Cannavale. Uomo di grande spirito, onesto e laborioso. Il concorso è dedicato a lui perché gli amici possano salutarlo ancora e chi non lo abbia conosciuto possa conoscerlo un pò.

Un concorso teatrale per stimolare l’apertura delle sale teatrali

U

n altro modo per sottolineare che a Formia i teatri comunali non sono aperti. Ossia sono chiusi. Siamo a settembre e la prospettiva invernale per ciò che riguarda le attività serali mi fanno già venire i brividi. Anche di freddo perché in ogni caso saremo fuori dai teatri. E nelle sale comunali anche le prove di qualunque spettacolo non è permesso farle , a meno di non avere il patrocinio dell’attuale amministrazione comunale o pagare. Salgo e scendo le scale di via Sarinola per il solo gusto di guardare il caldo legno della porta del Remigio Paone. Trascorro istanti molto belli in compagnia della sola immaginazione: il pubblico seduto in sala che aspetta chiacchierando un po’, noi dietro le quinte indaffarati e ansiosi, poi le luci si spengono, c’è silenzio in sala, il mio cuore batte forte, si comincia, è tutto ok ed ecco infine uno scrosciante applauso riempie ogni angolo e mi fa sbattere le tempie, un fascio di fiori e poi ancora e ancora applausi. Si, è bello fare teatro, è bello andare a teatro in una straordinaria intesa di comunicazione e di senso! Solo pochi istanti e di nuovo inciampo nella dura realtà. Il teatro è chiuso. Grata di non essere finita faccia a terra su quei gradoni che scendevo bambina per andare al Cinema, proseguo, perplessa e triste, pensando anche ai tanti giovani a cui sono state chiuse le porte per fare musica. I due teatri comunali sono chiusi. Perché? Quando li apriranno? Cosa aspettano? Le sale comunali sono state messe a pagamento. Anche per sposarsi. Il che potrebbe essere positivo per abbassare il numero di divorzi! Ma scherzi a parte: per fare attività culturali dobbiamo andare in mezzo alla strada? Pagheremo anche il suolo pubblico!Tanto Klaus (pace a lui che non ha

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Paraboletta secondo Maria Max,Leo e Ugo erano amici. Max rubò la palla a Ugo. Ugo pianse e andò via. Leo rise(non aveva visto...) Max e Leo rimasero amici, Max e Leo continuarono a “giocare”... Max rubò la palla a Leo. Leo si arrabbiò e andò via(la palla era SUA...) Max non capì, Max non chiese scusa, Max cercò nuovi amici. Max,Gino e Aldo diventarono amici.

di Maria Scognamiglio

Max rubò la palla ad Aldo. Aldo pianse e andò via. Gino si vergognò,si arrabbiò,andò via(aveva visto...) Max e Gino non rimasero amici. Max restò solo, Max non aveva con chi “giocare”, Max non aveva più voglia di “giocare”... Max quella volta capì, Max chiese scusa, Max ora ha tanti amici.

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