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PORFIDO VERDE ANTICO [2/2] Analisi difrattometrica del materiale tal quale

Materiale

Porfido verde antico Fasi mineralogiche individuate

Feldspati

●●●

Clorite

Quarzo

tr

pumpellyte

tr

hematite

tr

Legenda (*) ●●● fase prevalente (40-100%) ●● fase rilevante (10-40%) ● fase subordinata (5-10%)

Plagioclasi >>> K-feldspati

tr fase in tracce (1-5 %) -- fase assente (<1 %) (?) fase probabile

(*)

Indicazioni da intendersi puramente orientative e per le quali va inoltre considerato il fatto che plurime possono essere le tipologie presenti in natura.

Provenienza e geologia Il Serpentino Greco è, tra i marmi antichi, sicuramente uno dei più famosi. Esso proviene dal Peloponneso e precisamente dal distretto di Krokea in prossimità della collina Psephì ubicata tra i villaggi di Stefanià e Krokea medesima (foto 15). L’uso della parola “proviene” è stata una scelta mirata e dovuta, poiché il Porfido Verde Antico è uno dei pochi materiali che, come altre due tipologie di ofiti egiziane ed il Porfido Verde di Spagna (*), non viene “cavato” bensì viene “raccolto” sotto forma di piccoli blocchetti con dimensioni generalmente minori al metro, come ci informava Pausania: “Nella Laconia v’è un villaggio chiamato Crocee presso il quale è una cava di pietra. Questa non forma una roccia continua e le pietre che se ne cavano ricordano quelle trasportate dai fiumi”. (*) Questa condizione di affioramento è legata al fatto che il materiale si presenta come un’intrusione magmatica all’interno di scisti macchiettati che appartengono ai terreni della zona di Gavrovo Tripolis, sovrascorsi su quelli ionici, frequentemente attraversati da filoni magmatici (serie vulcano sedimentaria) di chimismo prevalentemente andesitico e di età stimata attorno al tardo Permianorias inferiore (foto 16).


Foto 15. Posizione delle cave di Porfido Verde Antico nel distretto di Krokea.

Foto 16. Mappa geotettonica della Grecia.

Il Porfido Verde Antico, quindi, si presenta come un filone con uno sviluppo di circa 1 km inizialmente costituito da una lava porfirica nerastra che ha avuto locali condizioni di raffreddamento variabili – il che avrebbe favorito il differente sviluppo dimensionale dei fenocristalli di plagioclasio - e che ha successivamente subito una serie di locali condizioni di alterazione e metamorfismo più o meno spinte che ne hanno provocato la trasformazione in metadiabase di colore verde. Il fatto che questo metamorfismo avesse avuto effetti differenti lungo lo sviluppo del dicco già di per sé strutturalmente variabile per dimensioni ed aspetti dei fenocristalli, ne ha giustificato l’ampia varietà di tipologie rinvenibili: con massa di fondo verde scura e fenocristalli di forme differenti (da rettangolari a quadrati ad aciculari, a stella), di colore biancastro, verde chiaro ma anche violacei; con fenocristalli centimetrici, ma anche solo millimetrici, o molto radi ed isolati (porfido verde prato o risato); con la presenza di noduletti di calcedonio, di corniole o agate (porfido agatato); o ancora la varietà pavonazza, con cristalli verde chiaro in una massa di fondo violacea. Una grandissima varietà di materiali, quindi, sempre di splendido effetto e di elevatissime caratteristiche fisico meccaniche, in quanto il metamorfismo sovrimposto ha provocato una sensibile riduzione della porosità superficiale del materiale e, forse, anche l’aumento delle sue caratteristiche meccaniche tanto che la sua resistenza alla compressione nelle facies verdi ha un range di variabilità tra 184 e 250 MPa. Un materiale di difficile lavorabilità sia per la sua durezza intrinseca, già in epoca minoica esso era lavorato con smeriglio proveniente dall’isola di Naxos, e sia per il fatto che è “raccolto” sempre in dimensioni ridotte (blocchetti minori di 1 metro) e quindi idoneo alla realizzazione di piccoli lavori non molto elaborati.

Come veniva utilizzato Tra i “marmi antichi”, esso è sicuramente uno di quelli di più antico uso, risalendo all’età minoica e micenea (seconda metà del II millennio a.C.), anche se non mancano tracce di impiego, seppur considerato casuale, precedenti a questo intervallo di tempo. Al periodo Miceneo ha fatto seguito una fase di declino durante l’età greca, e se non c’è evidenza del suo utilizzo nel periodo Classico


nonostante fosse sicuramente conosciuto in quanto citato da Teofrasto, fu senz’altro riscoperto dai romani nella tarda età repubblicana, specialmente sotto Augusto – che si gloriò di aver trovato Roma edificata con mattoni e di averla lasciata con splendidi marmi - durante il cui regno raggiunse tutto l’impero. Molto amato e popolare nell’Italia del Rinascimento, al punto di essere anche riprodotto e imitato in pannelli e dipinti, basti citare quello di Pietro della Francesca ad Arezzo e a Borgo San Sepolcro e quello di Andrea del Castagno nel refettorio di S. Apollonia in Firenze (foto 17). La storia del Porfido Verde Antico si dipana in un intervallo di tempo molto lungo, al punto da giustificarne la presenza e l’uso in gran parte dell’area mediterranea, anche in regioni apparentemente defilate e anomale rispetto le rotte del suo trasporto e della sua commercializzazione, fino ad arrivare in Britannia, nella Gallia, nella penisola Iberica, nel Nord Africa, in Asia Minore e nel Vicino Oriente. Durissimo in fase di lavorazione e di limitato approvvigionamento - come visto - esso era usato con difficoltà e quasi esclusivamente per realizzare oggetti di piccole dimensioni. Del periodo minoico e miceneo, per esempio, sono sigilli, prevalentemente recuperati a Creta e nel Peloponneso con vari soggetti animali, umani e di tauromachia; piatti; calici; piccoli vasi per lo più rituali; vaghi di collane. Dopo la stasi nel periodo greco, il Porfido Verde Antico venne nuovamente utilizzato in epoca romana, dove visse fasi alterne di fortuna: inizialmente usato con grande sfarzo come portavoce simbolico del potere imperiale assieme ad altri materiali delle regioni sottomesse più lontane, successivamente abiurato quale sfarzosa espressione, sempre assieme agli altri lapidei preziosi, di una borghesia molle e dedita al lusso sfrenato, priva di carattere. L’uso del materiale, durante tutto il periodo spaziò comunque nelle forme di decorazione di chiese e ville. Esso fu utilizzato in lastrine per la realizzazione di pavimenti in opus sectile; crustae per pareti, in tessere musive. In pratica non c’era città dell’impero dove esso non fosse presente anche se in minima quantità. Raramente esso veniva utilizzato per realizzare manufatti con valenza strutturale. I pezzi maggiori possono essere considerate le due colonne spiralate alte poco più di 2 metri presenti nel battistero di San Giovanni Battista e quella, riportata dal Lazzarini, all’antiquario del Foro Romano. Oppure i rari capitelli (foto 18), come i due nella chiesa di S. Saba a Roma, i due presenti nella Cappella di San Giovanni Battisti del Battistero Lateranense, due nel Cortile Ottagono dei musei vaticani e due a Ravenna nella cappella “delle reliquie” di S. Apollinare Nuovo. (Lazzarini Poikiloi Lithoi…).

Foto 17. Firenze, refettorio di Santa Apollinare. Specchiatura dipinta a imitazione del Porfido Verde Antico nell’Ultima cena (A. del Castagno 1421-1457).

Foto 18. Roma, S. Saba, ciborio (1205 circa) capitello in Porfido Verde Antico.

Ed il suo uso è proseguito anche in epoca bizantina con la realizzazione di rotae, lastre e colonnine, non si sa se di cava, di magazzini imperiali o se di riuso, mentre nel Medioevo ad un calo di utilizzo generalizzato dei materiali lapidei si associa la costruzione di sparute opere in cui i marmi,


serpentino compreso, sono presenti con un tripudio di colore di bellezza inaudita, basti pensare al Duomo di Aquisgrana e alla Basilica di San Marco in costruzione dal IX secolo. Nei secoli XI e XII il Porfido Verde Antico come i marmi antichi in genere, iniziano a vivere un periodo di seconda giovinezza che continuerà anche nei secoli futuri. La sua bassa disponibilità sul mercato, imputabile più che altro ad un’effettiva difficoltà di reperimento e di lavorazione oltre alla truce regola di spolia marmorei cui sono sottoscorse la maggior parte delle opere architettoniche specialmente nel Mediterraneo, ha fatto sì che queste ultime fossero molto spesso rielaborate e riadattate, magari ridotte in patere, lastre, specchiature per decori di chiese e ville. La tipicità giacimentologica del Porfido Verde Antico, unita alla sua durezza, ne ha fortemente vincolato l’utilizzo nei secoli, ma non per questo ne ha limitato l’uso, finendo per ammantarsi come abbiamo visto, di una rilevante valenza simbolica. A ragion veduta se, come ci diceva Pausania medesimo, ”Queste (pietre) sono, è vero, difficili da lavorare, ma una volta lavorate e pulite, possono fungere da degno ornamento dei templi degli dei” (*).

* Gnoli, R., 1988, Marmora Romana. 2° ed. (1° ed 1977) Roma. pp. 142-143

Anna Maria Ferrari

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Porfido Verde Antico [2/2]