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E DITORIALE

LE MARCHE, L’OCCUPAZIONE E IL TURISMO Stavolta la nostra analisi parte da alcuni dati forniti dalla Confartigianato Imprese Marche (presidente Giorgio Cippitelli). Secondo il quadro economico del documento di Economia e Finanza, nel 2018 prosegue la crescita dell’occupazione a livello nazionale (+0,8%) che colloca il tasso di occupazione al 59,0%, per la prima volta dopo dieci anni al di sopra del massimo pre crisi (58,6% del 2008). Tra le regioni italiane in ripresa le Marche non sono comprese: il tasso di occupazione, che si attesta al 62,2%, è inferiore di 2,6 punti percentuali al valore pre crisi, gap che colloca la nostra regione al 19° posto davanti a Sicilia e Calabria. Il tasso di occupazione osservato nel 2017 è in linea a quello del 2016, mentre in media nazionale si è registrato un incremento. Complessivamente, nell’ultimo anno, nelle Marche l’occupazione è diminuita dello 0,6%, mentre in Italia si è registrata una crescita dell’1,2%. Sullo sfondo di questi dati c’è sicuramente l’impatto degli eventi sismici che hanno ampiamente coinvolto le Marche. A determinare la dinamica negativa degli occupati è l’andamento nei servizi: l’occupazione in questo comparto è diminuita del 2,5%: dinamica che ci colloca all’ultimo posto (media nazionale +1,5%), mentre cresce nel comparto delle costruzioni con il +1,5% (Italia +0,9%) e nel manifatturiero con il +3,4% (media nazionale +0,6%). Se da un lato tali dati ci forniscono segnali di ripresa delle attività più strettamente legate alla fase di emergenza e alla prima ricostruzione, dall’altro la sensibile diminuzione della popolazione in alcune aree impatta sull’occupazione nel comparto dei servizi, oltre che su molti altri aspetti socio-economici e territoriali. La stagione turistica che si sta aprendo deve rappresentare la possibilità di creazione di posti di lavoro in modo da poter bilanciare l’ampia diminuzione registrata. Si sente la necessità di un turismo diverso e destagionalizzato, che permetta ai tanti soggetti coinvolti di lavorare tutto l’anno. Proprio sul turismo è incentrato il fulcro del nuovo numero della nostra rivista.

ALESSANDRO MOSCÈ

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S O M M A R I O

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A GORÀ 10 BRUNO BARBIERI E LE MARCHE

A NIMA

Direttore Responsabile: Alessandro Moscè

14 GIARDINI STORICI 26 LE MARCHE NARRATE 28 LA STRADA MAESTRA DELLA CIVILTÀ 34 NIDASTORE 36 NOTTE DI SAN GIOVANNI 39 UN DINOSAURO E DEL BUON VINO 42 ANTICHI CULTI FEMMINILI 44 LETTURA ARCHEO-ASTRONOMICA

M ENTE

P RIMO

58 IME EXPERIENCE

PIANO

46 IL MARE

REDAZIONE Editor Silvia Brunori Luca Capponi Stefania Cecconi Ilaria Cofanelli Stefano Longhi Alessandra Lucaioli Tommaso Lucchetti Marketing & P.R. Raffaella Scortichini r.scortichini@whymarche.com

54 800 STUDENTI, 60 AZIENDE 56 ADICONSUM

Concept: Theta Edizioni info@whymarche.com

P ERCHÉ S PIRITO

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62 TERZO PAESAGGIO 65 L’OMINO DELLA CASA 68 VITA, MORTE E MIRCOLI 70 BARBANERA 72 EVENTI

www.thetaedizioni.it

edizioni info@thetaedizioni.it

Casa Editrice: Theta Edizioni Srl Registrazione Tribunale di Ancona n° 15/10 del 20 Agosto 2010 Sede Legale: Via Monti 24 60030 Santa Maria Nuova - Ancona www.thetaedizioni.it - info@thetaedizioni.it Stampa: Tecnostampa: Via Le Brecce - 60025 Loreto (AN) Abbonamenti: abbonamenti@whymarche.com Chiuso in redazione il 25 Maggio 2018 Photo copertina - Andrea Tessadori

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

COPYRIGHT THETA EDIZIONI TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI. NESSUNA PARTE DI QUESTO MENSILE PUO’ ESSERE RIPRODOTTA CON MEZZI GRAFICI, MECCANICI, ELETTRONICI O DIGITALI. OGNI VIOLAZIONE SARA’ PERSEGUITA A NORMA DI LEGGE. per qualsiasi informazione

info@whymarche.com


A GORÀ

LE MARCHE UNA “GALASSIA” da

SCOPRIRE

L’acqua è un elemento magico e purificatore, soprattutto per BRUNO BARBIERI, chef pluristellato e giudice di Masterchef Italia, per il quale rappresenta anche la fonte di ispirazione e di creatività dei suoi soggiorni marchigiani. Quando ha bisogno di un po’ di adrenalina beve un bicchiere di acqua. Ma non si tratta di un’acqua qualsiasi, ma bensì di un’acqua primordiale che conserva in sé tutte le vibrazioni delle stelle. La particolarità? Si trova solo in un luogo unico, al confine tra Marche e Umbria.

Credits @Realize Networks

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Credits @Realize Networks

SE LE DICO MARCHE, QUAL È LA PRIMA IMMAGINE CHE LE VIENE IN MENTE DI QUESTI LUOGHI? Sicuramente l’acqua, quella cristallina del Conero, con il suo promontorio roccioso a picco sul mare. Qui venivo spesso in vacanza da bambino, ho tanti aneddoti legati a questi luoghi, qui sono nate tante amicizie e anche qualche storia d’amore. Ancora oggi mi piace fermarmi per gustare un guazzetto di pesce o i moscioli di Portonovo e bere un buon bicchiere di Verdicchio guardando il mare. Le Marche mi fanno venire sete prima di acqua e poi di vino!

QUALI SONO I PIATTI DELLA TRADIZIONE ENOGASTRONOMICA MARCHIGIANA CHE PREFERISCE? Ce ne sono talmente tanti che non basterebbe certo un giorno per elencarli tutti. Sono però un appassionato del pesce cucinato in queste zone, mi piace partire dai piatti della tradizione, rivisitandoli in chiave moderna, legandoli anche ad ingredienti tipici dell’entroterra, accompagnandoli con un buon Rosso Conero o un Verdicchio, due vini di carattere che rendono davvero merito a questa regione.

COM’È NATO, NEGLI ANNI, IL SUO RAPPORTO CON LE MARCHE? E’ un rapporto che si è alimentato nel tempo, grazie alla magia dei suoi paesaggi bellissimi, che ti rapiscono e ti rigenerano, è stupendo vedere come in pochi chilometri sia possibile tuffarsi in acque cristalline, lasciarsi cullare

dalle morbide colline e respirare una fresca e pura aria di montagna. Se prima prediligevo la costa e in particolare la zona del Conero, negli ultimi anni seguendo i progetti creativi dell’amico Alessandro Marchesi, amministratore delegato della Compagnia del denim e direttore creativo dei brand Two Women, Two Men e Memory’s Ltd, ho scoperto le meraviglie dell’entroterra. E’ grazie a lui che sono venuto a conoscenza della grande tradizione tessile delle Marche, specializzata nel denim. Dai comuni montani di Urbania e S.Angelo in Vado e lungo tutta la valle del Cesano, tra Pergola e Mondolfo, per poi sconfinare nella zona di Ostra in provincia di Ancona, le aziende del distretto formano una vera e propria catena di montaggio del jeans, tanto che questa zona dagli anni ’60 si è meritata l’appellativo di “Jeans Valley”. E’ bello vedere come in questi territori è ancora viva l’artigianalità e la passione per i prodotti di qualità.

CIBO E MODA SONO DUE ASPETTI CHE QUI NELLE MARCHE RAPPRESENTANO DUE PUNTI DI FORZA IMPORTANTI E SONO PER LEI DUE GRANDI PASSIONI. QUAL È LA SUA PERSONALE ESPERIENZA IN MERITO? Sì, sono un vero appassionato della cultura enogastronomica marchigiana, amo farmi raccontare la filosofia che si cela dietro i piatti e la scelta degli ingredienti. Per mia fortuna ho lavorato spesso in queste zone, ho anche insegnato in alcuni istituti alberghieri del territorio, ma soprattutto ho molti amici cuochi e giornalisti enogastronomici marchigiani che mi hanno svelato molti segreti e curiosità! Per quanto riguarda la moda, sono da sempre un appassionato di denim di qualità

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A GORÀ che quando devo staccare la spina e ho bisogno di un’atmosfera rilassante e di circondarmi di persone sincere e genuine vengo qui. In particolare, mi piace molto trascorrere del tempo a Sassoferrato dove Alessandro Marchesi con sua nipote Nike Giurlani hanno aperto “La Bottega di Memory’s”, un concept store dedicato all’eccellenza dei prodotti marchigiani per quanto riguarda cibo, vino e abbigliamento, in particolare denim in omaggio alla “Jeans Valley”. Immersi in un luogo unico e meraviglioso, recuperato dalla vecchia osteria dei loro trisnonni, si possono degustare prodotti straordinari, e allo stesso tempo provare capi d’abbigliamento e accessori limited edition. E’ sorprendente come pur essendo in un paesino di poco più di 7mila abitanti, si respiri un’aria cosi cosmopolita, a me sembra di stare a Parigi! Per non parlare del loro B&B, la “Memory’s House”, una “casa museo” fuori dal comune dove ormai ho la mia stanza riservata nella quale ricarico le energie. In un clima del genere come non possono nascere nuove idee!?

PER ESEMPIO? Quando frequenti gente un po’ pazza, in un luogo fuori dal comune, di idee te ne vengono una dietro l’altra. Ma quella che mi ha completamente affascinato è la storia che Alessandro mi ha raccontato della Valle dell’Iridio o Valle del Bottaccione, al confine

ed è per questo che mi piace conoscere tutte le fasi che portano alla creazione di un paio di jeans, tanto che con Alessandro Marchesi abbiamo anche lanciato una capsule “Barbieri per Memory’s ltd”, con denim giapponesi di altissima qualità realizzati proprio nella “Jeans Valley”. I marchigiani sono autentici e originali, proprio come i denim di qualità, e come quest’ultimi, migliorano nel tempo.

QUAL È NELLE MARCHE IL SUO “POSTO DEL CUORE” NEL QUALE SI SENTE SEMPRE A CASA? Nelle Marche mi sento a casa ovunque, grazie forse a quest’aria genuina e vitale che si respira, ed è per questo Credits pagina Foto Ottica Ciocci

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La Bottega di Memory’s, gli interni

Credits Serge Tesker

tra Marche e Umbria. Definita anche “Scrigno del passato”, questa valle, racchiude un segreto che ci riporta indietro di ben 65 milioni di anni. Proprio qui infatti il geologo americano Walter Alvarez scoprì, con l’aiuto del padre Luis, premio Nobel per la Fisica, e di altri scienziati dell’Università della Califomia a Berkeley, che un sottile strato di roccia, privo di qualsiasi forma di vita, presentava una concentrazione altissima di iridio. Per questo motivo il gruppo di ricercatori avanzò l’ipotesi che un grosso meteorite, probabilmente lo stesso rinvenuto nel 1992 nella penisola dello Yucatan, doveva aver colpito la Terra provocando enormi mutamenti climatici che portarono all’estinzione delle specie dei dinosauri e di numerosi organismi marini.

DA QUI QUINDI È PARTITO UN NUOVO PROGETTO… Questo progetto è un nuovo tassello che si aggiunge alla filosofia del brand Memory’s di Alessandro Marchesi. L’obiettivo è quello di prendere ispirazione dal passato per trovare linfa

creativa per il presente da portare nel futuro, ecco come è nata la “Memory’s Water - l’Acqua delle Stelle”. Lui ha ideato il design della bottiglia e io ho studiato l’abbinamento dei colori, immaginandomi questa bottiglia all’interno delle borse delle donne più belle e stilose del mondo. Ma questo sogno non sarebbe stato possibile senza il coinvolgimento dell’azienda Motette che ha i suoi stabilimenti proprio del cuore della Valle del Bottaccione, all’interno del Parco del Monte Cucco, immersi in un ambiente integro e incontaminato, che conserva da milioni di anni tutta l’energia delle stelle. Quando ho bisogno di avere un po’ di adrenalina bevo un bicchiere di acqua Memory’s e mi sembra di attraversare le epoche in un solo sorso. Se poi è frizzante e gelata…sono subito in un’altra galassia! E’ inutile, qui nelle Marche l’acqua, da quella del Conero a quella della Valle dell’Iridio, è una vera e propria fonte di ispirazione per nuove avventure. Sono orgoglioso che l’Acqua Memory’s contribuisca a far conoscere in giro per il mondo questo territorio cosi affascinante e ricco di natura, storia, arte e cultura! Memory’s House

Credits Heero - Creative Projecs

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A NIMA

a Tessadori

Photos Andre

I C I R O T S I N I D R A I G E H C R A DELLE M lling.com

.marchetrave a cura di www

PESARO

CAMERANO

POTENZA PICENA PORTO SANT’ELPIDIO

CASTEL DI LAMA

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

Attraverso questo percorso potrete sorprendervi scoprendo l’enorme patrimonio che questa regione racchiuse in sé: consigliato per tour fotografici ma anche per chi volesse attraverso un’appassionante e coinvolgente esperienza naturalistica scorgere flora e fauna dei luoghi o ancora per gli appassionati di sport e di attività all’aria aperta.

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A NIMA

Villa Caprile

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etta anche “la piccola Versailles italiana”, Villa Caprile è a pochi km da Pesaro. E’ un luogo dall’aspetto sontuoso, dove il visitatore si perde tra i giochi d’acqua ed i giardini popolati da statue e fontane. Si compone di diversi terrazzi collegati tra loro da delle scalinate: sul livello più alto si collocano i giochi d’acqua, a seguire le piante da frutto ed infine il piano dedicato alle profumate erbe aromatiche. Le origini della villa risalgono al 1640, quando il marchese Giovanni Mosca ne fece la sua residenza estiva di svago.Venne poi ampliata da

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Carlo Mosca e dal figlio Francesco, assumendo l’aspetto attuale: il giardino ne divenne la sua parte predominante. Nel 1925 venne ceduta alla provincia di Pesaro Urbino ed attualmente ospita l’Istituto Tecnico Agrario “Antonio Cecchi”. Chi ama il bello non può perdersi la vista dello splendido complesso strutturale settecentesco, dove non mancano le sorprese ed il divertimento con spruzzi e schizzi di acqua che escono dai punti più impensati e coinvolgono il visitatore in una bellezza colma di verde in un ambiente molto raffinato e sorprendente.


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A NIMA

Villa

Mancinforte

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l Palazzo Manciforte si trova nel centro storico di Camerano in Provincia di Ancona. E’ un complesso architettonico dalle notevoli dimensioni, appartenente anticamente alla famiglia dalla quale prese il nome. I fabbricati retrostanti l’edificio si affacciano su giardini dalle origini antichissime: trassero infatti vita da un orto monastico. Da essi, attraverso un tunnel, si raggiunge il bosco divenuto anch’esso parco pubblico. I giardini, nel corso del tempo, sono stati oggetto di migliorie ad opera della marchesa Gabriella Mancinforte.

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In particolare, secondo un progetto di abbellimento furono inserite statue di terracotta, in stile neoclassico e aiuole arricchite da portici e loggiati fioriti. Il bosco riveste un notevole interesse paesaggistico, ricco di arbusti e di piante ad alto fusto, anche centenarie. Qui si può godere di uno splendido panorama che dà sulla vallata del Boranico e verso Ancona. Di rilievo la splendida fioritura del sottobosco che con i suoi colori contribuisce a creare un clima di distensione e di pace.


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A NIMA

Villa Buonaccorsi

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illa Buonaccorsi (Potenza Picena - MC) sorge sui resti di una antica fortificazione risalente al sec. XVI°. Nacque come residenza estiva di una potente famiglia maceratese e nel corso del tempo la sua architettura è stata ampliata con l’aggiunta di nuovi edifici, ma la sua unicità sta nel sontuoso giardino che è considerato uno dei più belli al mondo e molto conosciuto all’estero per la perfetta conservazione delle sue origini settecentesche. Separato dal giardino da una muraglia si estende il bosco, ricco di vegetazione dove si adagia un lago artificiale e si erge un piccolo monte da dove si

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può godere persino della vista del mare. Il giardino vero e proprio nacque intorno al 1720. Sul versante sud furono creati ripiani riparati per la coltura degli agrumi, in grandi vasi di terracotta. Le terrazze sono cinque ed ognuna di esse ha una propria peculiarità. Vi si possono ammirare serre con piante rare, statue che si animano al passaggio dell’acqua, botti per la conservazione dei vini dei colli, grotte, nicchie ed infinite aiuole. Il luogo è suggestivo e forte punto di richiamo per matrimoni, cene e meeting oltre che per le visite del giardino. Nel periodo estivo si tengono spettacoli teatrali e musicali.


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A NIMA

Villa Baruchello V

illa Baruchello è nel centro di Porto Sant’Elpidio, città ricadente nella provincia di Fermo. Edificio realizzato nel XVIII sec., ha visto susseguirsi nel tempo diversi passaggi di proprietà tra cui quello alla famiglia dei Bonafede, prima di divenire dal 1980 bene del Comune e location di spettacoli teatrali, musicali e mostre. Viene chiamata anche Fonteserpe poiché, secondo alcuni storici, la villa sorge dove un tempo vi era la foce del fosso di Fonte Serpe. Vanta un meraviglioso parco, diviso tra giardino e bosco, e l’accesso alla villa avviene attraverso un sentiero

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guarnito di maestosi lecci. La parte interna del giardino è impreziosita da una fontana circolare che in estate si riempie di fiori di Ninfea e tutt’attorno di esemplari di piante prestigiose come la Palma delle Canarie, la Palma Nana, la Washingtonia, fino alla rarissima Palma da Cocco. In fondo al giardino, una scalinata presidiata da due sfingi in marmo di Carrara immette in una piccola oasi dal sapore orientale. La posizione dell’area consente di visitarla agevolmente e di godere appieno di tutte le sue particolarità e del clima di pace che la investe.


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A NIMA

Villa Seghetti Panichi

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illa Seghetti Panichi sorge in posizione dominante su di un crinale collinare ricadente nel comune di Castel di Lama (AP) ed inizialmente svolse la funzione di fortezza militare. Alla fine del 1600 venne trasformata ed impreziosita della scalinata principale con la creazione di una maestosa galleria d’ingresso. Inizialmente la villa non era dotata di giardino e solo successivamente, intorno al 1895, venne realizzato avvalendosi di un progettista di giardini di Ventimiglia con palmizi rari e piante esotiche attorno

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ad un romantico laghetto di Ninfee e fiori di Loto con la statua di Venere e Amore. Il parco è inoltre conosciuto ed apprezzato per le sue particolari doti “bioenergetiche”: cioè per gli effetti benefici generati dal passeggiare tra i viali costellati dalle diverse specie di piante. Il Borgo Seghetti Panichi è, oggi, un luogo molto ambito per matrimoni ed eventi, ma anche semplicemente da chi vuole abbandonarsi alla natura e godersi il verde sorseggiando una tisana naturale o un aperitivo ristoratore.


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A NIMA Giancarlo Giannini

VIAGGIO nella

BELLEZZA INFINITA delle MARCHE

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arà la voce profonda e suadente di Giancarlo Giannini, con la sua carica suggestiva e la sua capacità interpretativa a raccontare le infinite bellezze che si celano tra le verdi distese, le dolci colline, le chiare acque che lambiscono le coste, le spiagge e i campi della regione Marche. La voce del doppiatore infatti sarà protagonista della nuova campagna di comunicazione che la Regione Marche ha pensato per promuovere il turismo e accrescere il fascino della destinazione. Sulla ritmicità poetica e la timbrica che caratterizzano la carica interpretativa dell’attore genovese, infatti, sono stati formulati i testi degli spot che andranno a raccontare la nostra regione al plurale. Il sottofondo di ogni spot è la Cavatina di Rosina del Barbiere di Siviglia in omaggio alle celebrazioni rossiniane. Il racconto del territorio è il fulcro attorno cui ruota la campagna pubblicitaria trasmessa tramite diversi mezzi di comunicazione, primo tra tutti la radio. 35 gli spot, di 30 e 15 secondi, improntati su una costruzione linguistica con riferimenti storici e culturali, ma soprattutto contemporanei, in sintonia con l’offerta turistica della regione. La campagna, promossa dalla Regione Marche, assessorato al Turismo - Servizio Sviluppo e Valorizzazione delle Marche, in collaborazione con l’Agenzia Frankenstein Progetti di vita digitale di Firenze, punta a far scoprire (e, perché no, riscoprire) luoghi inediti, magari sconosciuti ai più, o noti solo per alcune peculiarità. L’obiettivo degli spot è quello di avvicinare la dimensione metaforica all’offerta vera e propria della Regione Marche: un turismo di tipo esperienziale, in cui i diversi territori sono descritti e narrati in concomitanza all’avvicendarsi naturale delle stagioni. Protagonisti degli spot, itinerari in bicicletta o moto che attraversano i fianchi morbidi delle colline marchigiane o rincorrono i profili di borghi arroccati e solitari. La bella stagione si presta anche a gite fuori porta,

A. Tessadori

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sulla scia di percorsi artistici che si articolano nei dipinti di Piero della Francesca, nei paesaggi lirici del Montefeltro, nei palazzi dal sentore antico di Urbino, o tra i vicoli silenziosi di Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II. La bellezza infinita delle Marche poi si coniuga con quella perfetta della musica a Pesaro, definita “Città della Musica” dall’Unesco. Si sposa con l’incanto che solo la natura è in grado di offrire e che si manifesta attraverso fiumi e mari che lambiscono i 180 chilometri di coste che corrono lungo le riviere marchigiane. E poi i Sibillini, i parchi, l’aspetto enogastronomico, uno dei punti chiave che più attira i turisti. Tutto questo, e molto altro ancora, vuole valorizzare il racconto veicolato attraverso gli spot pubblicitari radiofonici. Una narrazione improntata sulla brevità, che non vuole descrivere nel dettaglio, ma piuttosto tenta di cogliere l’essenza dei luoghi, per ricreare nella mente immagini, suoni, colori e profumi. Sull’onda del claim “Marche, bellezza infinita”, recitato per l’appunto da Giannini, si coniugano l’astrazione dell’aggettivo “infinita” con la concretezza del sostantivo “bellezza”. Una voce femminile leggerà il riferimento “turismo.marche.it”, focalizzando l’attenzione degli ascoltatori in modo ancora più marcato. A supporto dei messaggi trasmessi in radio saranno poi video e ulteriori attività di comunicazione online che punteranno invece su fotografie, testi e audio più articolati ed esaurienti. La campagna di comunicazione prevede che alcuni video siano recitati in lingua inglese e che abbiano una durata massima di due minuti per promuovere quattro prodotti (Bike, Wedding, Turismo scolastico, Marche Rurali) e sei cluster regionali (Mare, Cultura, Parchi natura attiva, Borghi, Spiritualità, Made in Marche). Prevista anche l’installazione di maxi impianti presso stazioni, aeroporti, metro e piano mezzi tv su carta stampata per l’Italia e per l’estero. A seguire tutti gli spot della stagione primaverile partiti nel mese di aprile.

ITINERARIO ARTISTICO La bellezza si fa perfetta nei dipinti di Piero della Francesca. Nelle Marche tutto ci parla di lui: basta alzare lo sguardo dalle sue opere per ritrovare gli stessi colori nel paesaggio del Montefeltro, che si ammira dai Balconi di Piero, e la stessa geometria aurea tra le vie e i palazzi di marmo e mattoni di Urbino.

M. Paradisi


di Ilaria Cofanelli

NATURA: MONTI SIBILLINI Sui Monti Sibillini l’incanto della natura verde è sempre nuovo e immenso. La storia ci dice che questo è l’arcano mondo della Sibilla, con le sue grotte segrete dove il tempo era fermo. Basta una passeggiata o un giro in bicicletta per sentire ancora sussurrare leggende fatate all’orecchio.

A. Tessadori

MARE: COSTE Le riviere marchigiane sono 180 chilometri di bellezza che toglie il fiato. Dalle spiagge del selvaggio Colle San Bartolo al Conero, che si getta nel blu caraibico dell’Adriatico, dalla Riviera fermana a quella maceratese, dalla Spiaggia di velluto alla Riviera delle palme. Natura e comodità delle spiagge attrezzate: qui si trova tutto quello che si desidera.

Gli SPOTS

A. Tessadori

RURALITÀ Tra poggi e vallate, i quadrati dei campi coltivati si alternano ai borghi raccolti, agli agriturismi e alle case coloniche in mattoni e in pietra. La campagna marchigiana incanta gli occhi come il palato, e il fascino antico e autentico del vivere semplice della gente che la abita si ritrova nei piatti e nel bicchiere.

A. Tessadori

UNA REGIONE PER OGNI STAGIONE

ARTE/STORIA: JESI, FEDERICO II, PERGOLESI Illustre per aver dato i natali a Federico secondo sacro romano imperatore e poi, secoli dopo, al compositore Pergolesi, Jesi è ancora oggi cinta dalle antiche mura trecentesche, che raccolgono il saliscendi delle sue viuzze silenti. Tutto intorno, il medioevo si ritrova nei borghi che punteggiano la valle dell’Esino.

NATURA: PARCO GOLA DELLA ROSSA, GROTTE DI FRASASSI, FABRIANO Le Grotte di Frasassi sono un labirinto di sculture naturali sotto le montagne del Parco Gola della Rossa. Una favola misteriosa scolpita dall’acqua, frutto di un’opera del silenzio lunga milioni di anni. Poco lontana, protetta dalle stesse montagne del parco, l’antica e operosa Fabriano è famosa in tutto il mondo per la sua carta.

Questi gli spot al termine di ciascuno dei quali verrà ricordato il claim Marche, bellezza infinita Turismo.marche.it. POR, Fondo Europeo Sviluppo Regionale 14-20.

NATURA: ITINERARI IN BICI E IN MOTO Nelle Marche a ogni curva il paesaggio A. Tessadori cambia. Lo sanno bene ciclisti e centauri. Salite e discese sfiorano orizzonti rocciosi e boschi fitti di ombre, attraversano morbide colline e inseguono il profilo di borghi arroccati e solitari, per poi tuffarsi nel blu del Mare Adriatico. Qua la natura ti abbraccia e non ti lascia mai.

A. Tessadori

MUSICA: GIOACHINO ROSSINI E PESARO L’Unesco l’ha chiamata “Città della Musica”, e davvero a Pesaro la musica è ovunque: nei teatri, nelle strade, nelle piazze, e soprattutto nella sua storia. È la città che ha visto nascere Gioacchino Rossini, maestro di melodie meravigliose, incoronato nel 2018 ambasciatore della bellezza italiana nel mondo.

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A NIMA

strada maestra della civiltà

Le Marche, 180 km di costa, al centro Ancona con il suo porto commerciale e la sua compagnia di navigazione Adria Ferries Ancona e il Mare, un lungo e intenso legame, tra memoria e futuro.

T

ante le memorie, le immagini, gli usi e gli oggetti del passato legato al mare che riconoscono e valorizzano il lungo cammino percorso dall’uomo, che ha sempre trovato nel mare fonte di sostentamento e sviluppo. Sul Mare Adriatico si sono intrecciate relazioni millenarie con i paesi dell’altra sponda e con l’Oriente mediterraneo. Il porto di Ancona, per la sua collocazione geografica, ha ospitato sin dal II millennio a.C. navi che percorrevano il corridoio adriatico per traffici commerciali, premessa di indissolubili intrecci culturali-linguistici-religiosi. Grandi figure diedero in passato ad Ancona meritata fama nel mondo: Ciriaco Pizzecolli (1391-1452), navigatore e padre 28 | WHY MARCHE

dell’archeologia; Grazioso Benincasa (1400 circa), illustre cartografo; Benvenuto Stracca (1509-1578), fondatore del Diritto Commerciale e Marittimo. Oggi è una delle pochissime sedi che in Italia accolgano organismi internazionali: il segretariato permanente per l’iniziativa Adriatico-Ionica (IAI), un foro di dialogo politico nato nel maggio 2000 che attualmente ha otto Paesi membri: Albania, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Grecia, Italia, Montenegro, Serbia, Slovenia. I settori prioritari della strategia sono quattro: pesca e blue economy, infrastrutture ed energia, ambiente, attrattività (turismo e cultura). Ancona, dunque, è ancora oggi centro strategico di unità dei Paesi collegati dal Mare.


di Raffaella Scortichini

L’acqua, primaria indispensabile fonte di vita, sin dalla preistoria e per millenni, non solo ha rappresentato per l’uomo l’elemento fondamentale alla propria sopravvivenza, ma ha anche offerto il modo più semplice e veloce per compiere spostamenti necessari a procacciarsi risorse. All’inizio furono le esigenze mercantili a spingere l’uomo a intraprendere la navigazione, su fiumi e mari che offrivano la migliore opportunità di collegamento tra abitanti di terre anche molto lontane. In seguito le imbarcazioni vennero realizzate anche per esigenze militari.

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A NIMA

AF MICHELA

AF MARINA

“ Sotto lo scafo corre una strada infinita. Tra le braccia del mare, Adria Ferries conduce i suoi passeggeri dove vogliono arrivare e li accompagna dove vogliono essere.”

“ Ogni viaggio un insieme di storie nuove, un capitolo da scoprire. C’è avventura nei sorrisi di chi parte e stanchezza negli occhi di chi torna. C’è passione nelle mani di chi viaggia e abilità in quelle di chi vuole garantire di farlo in sicurezza.”

“ Tranquillità e comfort per curare la stanchezza, cibo gustoso e genuino per sentirsi a casa, orizzonte migliore su cui posare gli occhi e la bellezza di poter godere ogni cosa con la certezza di essere in mani esperte.” AF FRANCESCA “La costa diventa un obiettivo da raggiungere e una meta da scoprire, una terra in cui fermarsi o un cammino da esplorare.”

“L’ospite ha solo un compito, quello di vivere la navigazione come parte del suo viaggio e non come un semplice spostamento.”

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Alberto Rossi, il suo gruppo e la sua Compagnia Adria Ferries

Da un’eccellenza di un popolo di marinai, una compagnia marittima marchigiana che collega le Marche e l’Italia all’Albania.

A

lberto Rossi classe 1959, aspetto tonico e giovanile, è “l’enfant terrible” dello shipping adriatico. Un appellativo a lui molto caro perché unisce la sua passione sportiva per la vela a quella lavorativa. Cinque volte campione del mondo con la sua Enfant Terrible - Adria Ferries. Il mare fa parte del suo DNA. La sua storia inizia nel 1986 con la Maritime Agency e prosegue sino ad incorporare la gloriosa agenzia Frittelli SpA (nata nel lontano 1903) creando l’attuale ragione sociale Frittelli Maritime Group, un colosso anconetano, poliedrico nelle sue attività che ricoprono tutta la catena del trasporto passeggeri e merci. È ormai leader indiscusso nel porto di Ancona ed è in grado di competere con le più importanti aziende italiane del settore. Ciò significa che la portualità anconetana, come le cooperative di lavoro, i servizi generali e nautici, i doganalisti ed in genere tutti gli operatori che ruotano attorno a questo ambiente, beneficiano giornalmente del lavoro che questo gruppo genera e sviluppa per la parte merci. Non solo agenzia marittima, il gruppo lavora giornalmente con navi e camion, movimenta e sdogana merci di ogni tipo (refrigerate e pericolose), le carica e

scarica sia in banchina che in magazzino. Organizza trasporti di bancali/groupages, di casse mobili, camion e container (standard e specials) e di merci da imbarcare o sbarcare in break bulk (project cargo). Vende noli mare per i paesi del bacino del Mediterraneo, per i paesi del Nord Europa, del Middle East, dell’East Africa e del Far East (fino all’Australia ed al Giappone). Di sua proprietà, inoltre, la Compagnia di Navigazione Adria Ferries, nata nel 2004 e attiva nei collegamenti tra Italia e Albania. Nata con l’obiettivo di diventare leader nel settore merci e passeggeri dei collegamenti con l’Albania, in pochi anni l’Adria Ferries diventa compagnia di riferimento nei collegamenti marittimi tra l’Italia e il Paese delle Aquile, vantando ad oggi più di 3 milioni di passeggeri trasportati con 700.000 veicoli al seguito, 300.000 camion imbarcati e 10.000 partenze effettuate da tutti i porti. Attualmente Adria Ferries dispone della flotta (con tre unità traghetto AF Michela, AF Marina e AF Francesca) più grande sul mercato albanese in termini di capacità passeggeri (fino a 3.700 persone) e camion (fino a 300 camion) e collega i principali porti italiani (Trieste, Ancona e Bari) a Durazzo con partenze quotidiane.

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A NIMA

Albania - Terra delle Aquile Il mare unisce i paesi che separa, disse Alexander Pope. Nessuna frase può essere più adatta quando si parla di Marche e Albania così vicine che basta un soffio per toccarsi!

U

n racconto popolare narra che mentre un giovane stava cacciando per le montagne, un’aquila volteggiasse sopra di lui andandosi a posare sulla sommità di una rupe. L’aquila era straordinariamente maestosa e serrava nel becco un serpente. Appena un attimo e l’aquila volò via dalla cima, dove nascondeva il suo nido. Il ragazzo allora si arrampicò fino al punto più alto della rupe e vide, nel nido, il piccolo dell’aquila giocare con il serpente morto. In realtà però il serpente non era davvero morto! All’improvviso infatti esso si mosse di scatto rivelando i suoi denti aguzzi ed era pronto ad aggredire e mordere il povero e piccolo aquilotto con il suo veleno mortale. Velocemente, il giovane tirò fuori arco e freccia e uccise il serpente. Poi prese l’aquilotto e si avviò verso casa. Improvvisamente il ragazzo sentì sopra di lui un fragoroso suono: era il frullare delle immense ali dell’aquila. “Perché rapisci mio figlio?” - gridò forte l’aquila. “Il piccolo è mio, perché l’ho salvato dal serpente che tu non avevi ucciso” - rispose il ragazzo. “Restituiscimi mio figlio” - disse il rapace - “e io ti darò come ricompensa l’acutezza dei miei occhi e la potente forza delle mie ali. Tu diventerai invincibile e nel mio nome sarai osannato.” Così il giovane consegnò l’aquilotto. Quest’ultimo crebbe e volò sempre sopra la testa del ragazzo, ormai un uomo pienamente cresciuto, che con il suo arco e frecce uccideva molte bestie selvatiche e con la sua spada ammazzava molti nemici di quelle sterminate lande. Durante tutte queste imprese, l’aquila, fedelmente lo guardava dall’alto e lo guidava. Sbalorditi dalle gesta del valoroso cacciatore, le genti di quella terra lo incoronarono Re e lo chiamarono “Shqipëtar” (albanese), che vuol dire figlio dell’aquila e il suo regno divenne conosciuto come Shqipëri (Albania), ovvero per l’appunto Terra delle Aquile. Oggi l’Albania è cresciuta ed è divenuta una destinazione turistica inedita, nella quale poter scoprire importanti siti archeologici e naturalistici, nonché le più famose località balneari. 32 | WHY MARCHE

AF MICHELA AF Michela, è il nuovo traghetto Adria Ferries per l’Albania che serve la rotta Ancona – Durazzo in tempi record: eh sì, incredibile ma vero, impiega ben 4 ore in meno rispetto alla stessa tratta percorsa finora dalla AF Marina. Tre sono i suoi elementi distintivi: qualità, comfort, velocità. La qualità: per garantire una navigazione dagli alti standard qualitativi e dai migliori servizi offerti a bordo nel rispetto delle esigenze degli ospiti e della tradizione marittima italiana. Il comfort: spazi più estesi per offrire ai passeggeri tranquillità e comodità, con aree dedicate al relax e all’assaggio di cibo gustoso e genuino, rigorosamente italiano. La velocità: una nuova filosofia di viaggio caratterizza la nuova frontiera della navigazione che mette in competizione la linea di Ancona con quella di Bari. E ancora... • È lunga 186 metri. • Viaggia a una velocità di 24 nodi. • Trasporta fino a 950 passeggeri, 140 trucks e 75 auto. • Percorre la tratta Ancona – Durazzo in tempo record, ben 16 ore! Anche la tecnologia è a bordo, ad ogni angolo potrete trovare uno schermo tv dove poter guardare i migliori programmi che vi accompagneranno durante il viaggio. È spaziosa e ama il buon cibo, infatti la parola d’ordine nella sua cucina è: Made in Italy. E allora cosa aspettate? Preparate i bagagli e salite a bordo, buon viaggio!


A NIMA

Nidastore è uno dei nove castelli di Arcevia, uno tra i più piccoli e quello più settentrionale, tanto da trovarsi a due passi dalla provincia di Pesaro-Urbino. Posto a 247 metri sul livello del mare, conta, secondo i dati del censimento del 2001, solo 24 abitanti. Eccellentemente conservato, è stato un luogo strategico, e per questo conteso per molti anni. Questo piccolo castello è legato anche a una triste leggenda. Il suo nome, Nidastore, così particolare, deriva da Castrum Nidi Astori, ovvero Castello del nido degli Astori. Quest’ultimo è il nome di un grande uccello rapace che nel medioevo era molto spesso impiegato nella caccia e che ritroviamo raffigurato nello stemma del Castello.

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NIDASTORE,

il più piccolo castello di Arcevia

L

a storia di questo borgo è piuttosto controversa. Il castello di Nidastore, fondato nell’XI secolo, era inizialmente sotto l’influenza della città romana di Suasa. In seguito il Castello, formato da un grande latifondo che comprendeva anche i castelli di Palazzo, San Pietro, Loretello e Montesecco, fu sottoposto al dominio di un unico proprietario. Nel 1070 la terra passò dal controllo del vescovo di Senigallia al vescovo di Fossombrone per ordine di Papa Alessandro II, per poi essere concessa dai re di Svevia a Corraduccio di Sterletto, fiduciario imperiale, nel 1250. Fino al 1462 fu oggetto di un’aspra contesa tra Fossombrone e Rocca Contrada (l’attuale Arcevia) che diede vita a scontri violenti e sanguinosi. Nel 1408 il Castello venne concesso al nipote del Vescovo di Fossombrone, Raniero di Taddeo dei Ranieri di Pesaro. Il conte, signore del Castello, si dimostrò essere un despota, almeno così narra la leggenda che lo ricorda per un evento assai spiacevole. La leggenda che lo riguarda racconta che tale Raniero di Taddeo, durante il suo dominio, avesse imposto lo ius primae noctis, ovvero il diritto alla prima notte con donne appena


di Stefania Cecconi

Dalla leggenda dello ius primae noctis agli Uomini di Nidastore Perfettamente conservato, luogo strategico e ricco di storia.

sposate. Non appena la cerimonia ed il banchetto erano terminati, la carrozza del conte arrivava a prelevare la giovane sposa e la conduceva nella sua stanza. Gli abitanti di Nidastore, stanchi di questo sopruso, decisero di ribellarsi e, guidati da Cecco di Tocco, si liberarono del tiranno uccidendolo e gettando la sua testa nel pozzo del castello. Il Vescovo di Fossombrone, seppur biasimando l’atroce omicidio, concesse le proprietà del conte agli abitanti del Castello di Nidastore, sia come risarcimento per quanto subito sia come eredità, in quanto molti dei giovani del Castello erano i figli del conte Raniero. Secondo altre fonti, invece, la morte del conte deve essere attribuita ad alcuni fuoriusciti da Rocca Contrada. Sarà forse per questo che nel 1462 Nidastore venne definitivamente concesso, grazie all’intervento di Papa Pio II, a Rocca Contrada. Nel 1700 terminò un’altra contesa, quella tra gli abitanti di Rocca Contrada e gli uomini di Nidastore, che

si concluse a favore di questi ultimi. Le vicende storiche che hanno interessato Nidastore hanno lasciato un’importante documentazione che restituisce la storia antica e moderna del Castello. A Nidastore venne istituita una sorta di comunanza agraria per amministrare le proprietà del Signore, chiamata Uomini di Nidastore, che risalirebbe all’incirca al 1400. La peculiarità di questa organizzazione era quella di rappresentare un’importante risorsa per la comunità dal punto di vista sociale ed economico. Infatti, con i proventi del lascito del conte Raniero di Taddeo, costituito da circa 80 ettari di terreno, due casolari e qualche palazzo del paese, gli abitanti di Nidastore hanno potuto realizzare l’acquedotto, le fognature, l’elettrificazione (tra i primi in Italia), la scuola elementare e materna e l’ambulatorio medico. Per statuto, infatti, la metà degli utili dovevano essere destinati ad opere di pubblica utilità, la ventesima parte ai poveri, la decima alla scuola materna e il resto ai Nidastoresi. Ancora oggi, dopo seicento

anni, a Nidastore è attiva l’associazione degli Uomini di Nidastore. Nidastore è un luogo pieno di storia, dove leggenda e fatti realmente accaduti si mescolano rendendo ancora più affascinante questo piccolo castello dell’arceviese perfettamente conservato. In perfetto stato è mantenuta anche la cinta muraria risalente al ‘400, sulla quale poggiano, facendo da base, le abitazioni ed alcuni palazzi, anch’essi ottimamente conservati, dotati di portali risalenti al XVI e XVII secolo. Mentre l’attuale conformazione urbanistica del Castello, risalirebbe alla seconda metà del ‘400, quando Rocca Contrada, dopo una serie di distruzioni, è costretta a riedificare il Castello, dandogli l’aspetto che oggi possiamo ammirare. Altre bellezze artistiche che vale la pena visitare a Nidastore, sono la Chiesa di San Sebastiano, ricostruita nell’Ottocento, e la Chiesa di Sant’Anna, posta fuori dalle mura del castello e recentemente restaurata, esempio dell’arte medioevale di Arcevia.

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A NIMA

LA MAGIA DEI DISTILLATI DI RUGIADE:

LA NOTTE DI S. GIOVANNI

I Era considerata la notte magica dell’anno, quella che iniziava alla sera del 23 giugno e durava fino all’alba successiva del 24, giorno che celebrava San Giovanni Battista, la sua “natività al cielo”, ossia il giorno della morte, con il notorio martirio del “proto profeta” per decapitazione. In alcune parti d’Italia si diceva come tra i bagliori purpurei e scarlatti di quel tramonto, gli occhi attenti di qualcuno riuscissero ad intravedere la cruenta immagine della testa mozzata, ancora stillante sangue.

l senso del macabro arrivava però anche dalle credenze popolari degli antichi romani: Ovidio nei Fasti racconta di creature mostruose e rapaci (striges) che di notte svolazzando tentavano di nutrirsi dei bambini, incidendoli con i loro artigli. Dal paganesimo il cristianesimo ha elaborato l’immagine profana e demoniaca delle streghe, che amano darsi convegno per l’occasione, secondo tradizione volando tutte a Benevento per riunirsi attorno ad un albero di noce antichissimo, entrato nella leggenda: da lì si trasse ispirazione per il liquore “Strega”, tipicità conclamata ora associata anche ad un’ormai pluridecennale e ad un prestigiosissimo premio letterario, e soprattutto si codificò la preparazione quasi rituale del nocino, confezionato con i malli verdi raccolti in questa notte

Nocino 36 | WHY MARCHE

speciale. Racconta la scrittrice di Fossombrone Adele Rondini, nel suo memoriale gastronomico e conviviale S’l’arola, come per preparare questo amaro se ne raccogliessero tra 12 e 15, per spaccarli a metà e metterli con circa mezzo chilo di zucchero, un litro di spirito, tre o quattro chiodi di garofano (o a piacere anche una stecca di cannella) in un “barattolo smerigliato per quaranta giorni al sole”. Ma nella notte di San Giovanni, ricorrenza decisamente molto profana e poco devota (tranne che nei centri dove il cugino di Gesù Cristo era celebrato come patrono) si raccoglievano anche con cura e solerzia altre sostanze vegetali, madide di una rugiada particolare, in grado di catturare la magia di presenze soprannaturali. Del resto in questa data, ad appena due


di Tommaso Lucchetti

Acqua di S. Giovanni

giorni dal solstizio d’estate, tutte le specie botaniche raggiungevano l’apice della loro potenza balsamica, in un’esplosione conturbante e stordente di profumi ed aromi intensi, che lasciava una meravigliosa scia nell’aria. Pertanto petali di fiori e foglioline odorose erano assemblate in una tinozza per preparare la cosiddetta magica “acqua di San Giovanni”. Con questo bagno irresistibilmente profumato, quasi un balsamo in grado di distillare tutti i profumi lussureggianti della campagna di prima estate, ci si lavava il viso ed il corpo, come augurio di una nuova estate auspicabilmente propizia e carica di frutti. Questa tradizione di recente viene nuovamente narrata e rievocata, nello spirito di recupero folklorico e culturale, anche se in alcune zone rurali non è mai sparita del tutto. Ad esempio da ormai quindici anni l’erborista e liquorista Sonia Pierobon ripropone la sua ricetta di questo bagno cosmetico e rituale in occasione di un appuntamento rievocativo ormai consolidato (ed assai partecipato) che si tiene il 23 giugno al Museo delle Terre Marchigiane di San Lorenzo in Campo, curato da Lorena Straccini. La mesticanza o bouquet aromatico da assortire e da mettere a bagno per l’occasione era costituito da quelle conosciute e classificate appunto come “erbe di San Giovanni”, tre le quali vanno annoverate la lavanda (denominata anche “spighetta di San Giovanni”), la mentuccia, il biancospino, il corbezzolo, l’artemisia, la ruta, l’iperico (chiamata tra l’altro, e non a caso, “scacciadiavoli”), il rosmarino e la salvia. C’era naturalmente chi impiegava anche fiori nobili, le rose su tutte, ma anche margherite, ginestre ed acacie. Ciascuno ovviamente aveva la propria composizione o ricetta, con erbe magari anche individuate e classificate in maniera molto soggettiva, suggestionata da credenze e superstizioni sentite in famiglia, e così perpetuate: ad

esempio a Sassoferrato si ricorda un’erba chiamata semplicemente “invidia”, mentre a Pergola rammentano l’impiego di foglie di fico e di noce, da mettere poi in un secchio d’acqua da tenere all’aperto per tutta la notte , come si diceva “alla rugiada”. Il tutto andava poi filtrato al mattino, per aspergersi il viso ed il corpo, assecondando le varie convinzioni popolari che questo trattamento facesse diventare più belli, e addirittura salvasse dalle malattie. Il magico lavacro era poi soprattutto somministrato con particolare cura e sollecitudine ai bambini, come protezione speciale, nel pagano e remoto ricordo del loro essere insidiati dalle streghe in quella notte carica di oscure presenze. In effetti aneddoti inquietanti sull’effettiva esistenza di streghe e di eventi prodigiosi erano registrati persino nelle memorie riportate da testimoni oculari alla fine del Novecento, ed ancora riferiti da qualche anziano come dicerie ascoltate indirettamente, persino nei primissimi anni del XXI secolo: si favoleggiava come nei paesi alcune donne non sposate fossero identificate come streghe, e che dopo essersi passate sul corpo uno speciale unguento ed aver ghermito una scopa prendevano a volare in cielo per quella notte da protagoniste assolute. Tra le tracce del loro passaggio si narrava anche la circostanza di aver trovato nelle stalle cavalli sudati, con minuscole trecce nella criniera e nella coda, possibili prove del loro essere stati montati da streghe. Queste creature malefiche amavano in particolare, si diceva, i crocevia, luoghi della strada da sempre maledetti o potenzialmente magici (ci si andava a bruciare i cuscini contro il “malocchio”): per proteggersi dal loro assalto si doveva attraversare questi incroci con un ramo di fico triforcuto. Molti aneddoti raccontano come a riguardo fioccassero scherzi anche pesanti e perfidi nei confronti dei più creduloni e suggestionabili. La notte di S. Giovanni era considerata notte magica anche perché considerata propizia e

favorevole per la divinazione del futuro, per riti volti ad interpretare informazioni, conferme, rassicurazioni sul proprio destino. Le ragazze, la sera prima di andare a letto, mettevano sul davanzale della finestra dei piatti (o bottiglie o anche bicchieri) con albumi d’uovo, poiché queste “chiare” durante la notte, si raggrumavano andando a formare sembianze da dover riconoscere (secondo alcuni plasmate direttamente dalle streghe): si poteva leggere la forma di un libro, di una penna, la forma di una vela, o la forma di una zappa e così via, a suggerire il mestiere del futuro sposo, che poteva quindi essere un impiegato, un lavoratore della terra, un marinaio. Si ricorda un rito divinatorio simile con i petali di fiori nei bicchieri. Altra variante prevedeva una competizione tra amiche nel raccogliere foglie di fico: chi avesse avuto quella appassita più tardi avrebbe sposato il suo amato. Un’altra credenza per interrogarsi sul proprio futuro status da sposata consisteva nel mettere sotto il cuscino alla sera, prima di andare a letto, tre fave, una intera, una sbucciata, una pelata a metà: al risveglio se ne afferrava senza guardare una, per avere il responso di benessere, malessere, o di una situazione intermedia nella vita coniugale a venire. Ma i mercati in prossimità di San Giovanni non vendevano solo fave, o fiori e piante per l’apposita acqua aromatica: erano considerate erbe di San Giovanni, anche le cipolle e gli agli (tra l’altro notorio talismano scacciamali contro diavoli e vampiri), che erano talvolta smerciati con apposite esposizioni per l’occasione. Anche la dispensa e la cucina facevano così rifornimenti, perché in molte zone pietanza rituale di San Giovanni erano le lumache, cotte con gli odori più variegati, specialmente nel maceratese. Intanto, come osservava il folklorista di Petriolo Giovanni Ginobili, la saggezza dei proverbi sentenziava “San Gioanno, pija la falce e vai falcianno”. I grandi lavori estivi incombevano, con i raccolti più importanti.

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A NIMA

di Ilaria Cofanelli

SERRAPETRONA NON SOLO VINO

Le origini del suo nome non sono del tutto chiare. Forse Serrapetrona sta per “altura pietrosa” oppure per Petronius, feudatario del castello sorto a serrare, ovvero difendere e chiudere la valle. Quello che è certo, invece, è l’incanto che da questo paesino di circa mille abitanti, racchiuso nella dolcezza di una zona collinare nei pressi di Camerino, appare negli occhi di chi si affaccia tra le sue vie dal sapore antico e remoto. Perché visitare Serrapetrona è come tornare indietro nel tempo, scivolando tra le meraviglie architettoniche e paesaggistiche, lasciandosi avvolgere dall’inebriante profumo, dal suo buon vino e non solo. Scopriamo insieme perché!

I

l nome di Serrapetrona è incondizionatamente legato a quello del vino, ma questo paese di mille anime dell’entroterra maceratese offre tante attrattive, alcune delle quali conservate all’interno di Palazzo Claudi, uno dei più importanti contenitori di arte, storia e cultura del territorio, gestito dalla Fondazione Claudi in collaborazione con il Comune di Serrapetrona. All’interno del palazzo si può ammirare di tutto e di più, dalle “favole pittoriche” elaborate dalla pittrice Anna Claudi, madre del medico Vittorio Claudi, al quale si deve la nascita della Fondazione stessa nel 1999, alla Collezione Recchi, ereditata dal Comune in seguito alla morte del 68enne geologo Giorgio Recchi,

soprannominato e conosciuto ai più con l’appellativo di “Indiana Jones”. Il pezzo forte della collezione, che vanta 2700 reperti, tra numismatica, paleontologia, archeologia, è un vero e proprio dinosauro o, meglio, il suo scheletro, lungo quattro metri e alto due, dalla bellezza di 75 milioni di anni. Si tratta di un esemplare della specie Prosaurolophus blckfeetensis, proveniente dalla riserva indiana della tribù dei Piedi Neri (blackfeet) nel Montana, Nord America. Il dinosauro, un erbivoro, camminava su quattro zampe e aveva la capacità di raggiungere i quattro metri di lunghezza. Era in grado anche di procedere su due zampe, quelle posteriori, quando aveva necessità di cibarsi delle

foglie di alberi più alti. Caratteristica peculiare dell’animale era il muso ampio e appiattito, che ricorda quello di un’anatra, e che esibiva al centro della fronte una sorta di piccola cresta che terminava con una sporgenza rivolta all’indietro. Tale corno forse fungeva da cassa di risonanza per la produzione di suoni forti e profondi, indirizzati a intimorire i nemici o ad attirare gli esemplari femminili. Ciò che rende importante e degno di attenzione tale reperto è il fatto che sia costituito da ossa originali per più del 70%: solo poco meno del 30% è stato ricostruito in laboratorio (le parti più delicate, ovvero le vertebre cervicali e quelle della coda). Ma come è arrivato fino a Serrapetrona

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A NIMA gli spazi limitrofi. Sì, perché rosso cupo è il fogliame tipico dello scotano (Rhus Cotinus), un arbusto proprio degli Appennini, che cresce rigoglioso anche a Serrapetrona e che contribuì all’economia locale, soprattutto sul finire del XIX secolo, quando era impiegato dai tintori del luogo per estrarne i colori giallo, arancio, caffé nella concia delle pelli di daino e cervo. Lo scotano era utilizzato anche dagli ebanisti per lavori d’intarsio.

dal Nord America un esemplare di tale dimensioni, perfettamente conservato? Si deve tutto a Giorgio Recchi, l’Indiana Jones di Serrapetrona, appunto. Il geologo aveva trasformato il suo appartamento in un vero e proprio museo: varcando la soglia di casa sua non si notavano mobili o suppellettili tradizionali, ma teche di vetro per la conservazione e l’esposizione dei quasi tremila reperti archeologici che l’uomo aveva collezionato e recuperato nel corso della sua vita. Giorgio Recchi aveva ricostruito lo scheletro del dinosauro nel sottotetto di casa sua, in un locale cui si accedeva tramite una scala a chiocciola. Nessuno, a Serrapetrona, era a conoscenza della vasta e suggestiva collezione che il geologo aveva improntato nella sua abitazione. Immaginate quindi la sorpresa e lo stupore di quanti, alla sua morte, si trovarono davanti agli occhi tale spettacolo! Sembra che Recchi, amante della storia e appassionato di archeologia, avesse l’abitudine, durante i suoi viaggi di lavoro (collaborava con una compagnia delle Nazioni Unite a Panama), di acquistare dei reperti in ogni angolo di mondo in cui si recava. Con il tempo è riuscito a collezionare un tesoro inestimabile, conservato ora dalla città di Serrapetrona. Una città votata anche all’arte e alla cultura. Ospita infatti, tra gli altri tesori architettonici e artistici, la meravigliosa Chiesa di San Francesco, un vero e proprio gioiello incastonato nel centro cittadino, che colpisce per i dorati e luminosi affreschi di stampo giottesco, per le oreficerie, per lo stile gotico 40 | WHY MARCHE

francescano tipico dell’Italia centrale, ma soprattutto per il grandioso Polittico di Lorenzo D’Alessandro, databile al XV secolo. Un’opera maestosa e meravigliosa, che tenta di spiegare alle persone, mediante immagini stupende, il mistero della salvezza, mostrando Gesù sulla Croce e la Madonna col Bambino. Il Polittico è composto da 26 tavole, di cui dieci compongono i due orfini e le altre la predella. Altra interessante e suggestiva opera conservata all’interno della chiesa è una Crocifissione dipinta su tavola databile al XIII secolo, da un anonimo marchigiano. Se dovessimo descrivere Serrapetrona con un colore, il primo che verrebbe in mente sarebbe senz’altro il rosso che, oltre a caratterizzare il vino prodotto nelle campagne del territorio e conosciuto in tutto il mondo, è anche il segno distintivo della città, una sorta di cornice che circonda tutto il comune e

Quando si nomina Serrapetrona, infine, non si può non fare un cenno alla Vernaccia di Serrapetrona DOCG, vino spumante rosso, nelle versioni dolce e secca, unico al mondo a subire 3 fermentazioni e al Serrapetrona Doc un vino fermo, che al palato sprigiona tutta l’essenza e i profumi del ribes nero, del gelso rosso, delle ciliegie selvatiche. Molti personaggi illustri, da scrittori a gastronomi, hanno celebrato le qualità della Vernaccia, il cui gusto è esaltato se abbinato a piatti di carni rosse o zuppe di legumi. Un vino la cui storia è strettamente legata alla nobile famiglia dei Da Varano, provenienti dal Ducato di Spoleto, che governarono Camerino (e tutti i paesi circostanti) per centinaia di anni. Proprio sotto i Da Varano, agli inizi del 1100, nacque e crebbe l’interesse per il vino. Basti solo pensare che sullo stemma del Comune di Serrapetrona campeggiava, siamo nel 1132, una vite con i grappoli. Non solo. Nel corso del 1500 veniva prodotto più vino che grano, sia a Serrapetrona, sia nelle zone circostanti. Per una maggiore conoscenza di questi vini e delle aziende che li producono, vi suggeriamo la manifestazione “Appassimenti Aperti” che si svolge la seconda e terza domenica di novembre. Solo in quel periodo fino a gennaio/ febbraio, il visitatore ha infatti la possibilità di vedere lo spettacolo degli appassimenti di uva direttamente nelle aziende. Insomma, un vero e proprio amore quello della città per la Vernaccia nera.


A NIMA

i l g e d e c c a r t Sulle I L I N I M M E F I T L U C I H C I T N A

Dea Cupra

PERCORSO TEMATICO SULLA DEA CUPRA, ISIDE E LA SIBILLA

APPENNINICA

P

NELLE MARCHE

artendo dall’Appennino, la prima e più importante figura leggendaria è quella della Sibilla Appenninica: una regina bella e ammaliatrice, veggente ma con una connotazione prevalentemente positiva, non demoniaca come ha tentato di trasfigurarla la tradizione cristiana. Riferimenti a una presenza oracolare compaiono già in epoca preromana. Più tardi, quando il territorio entra

Iside

Sibilla

Attraverso lo studio di questi culti e delle leggende che circolano tra i monti e le valli dall’Appenino all’Adriatico, ci si rende conto di come molti elementi siano ricorrenti. Sibilla, Cupra e Iside sono tutte legate alla profondità e alla terra o alle acque e alle sorgenti (elementi che rimandano sempre all’idea di nascita) e rappresentano un idolo femminile che è insieme simbolo di femminilità, maternità e forza creatrice. Vi proponiamo qui un percorso che ci consente di riscoprire culti arcaici alla base della nostra identità e leggende tramandate da generazione in generazione: un percorso tematico più che fisico, non lineare e purtroppo incompleto poiché di molti luoghi sacri all’aperto non è rimasta traccia e altri sono stati, nel tempo, assimilati da nuove costruzioni cristiane, che dagli antichi culti pagani hanno preso non solo i materiali costruttivi ma anche elementi che si ritrovano nella figura della Vergine. sotto la sfera dell’Urbe, la Sibilla venne assimilata alla dea Cibele, la magna mater in grado di generare tutte le cose. La figura della Sibilla compare per la prima volta ben delineata solo nel romanzo cavalleresco Il guerrin meschino di Andrea da Barberino (1410) in cui viene descritta come una diabolica e lasciva maga di nome Alcina: il cavaliere alla ricerca del suo passato si reca nella grotta della Sibilla per consultarla ma viene trattenuto e

indotto in ogni genere di tentazione riuscendo a scappare dopo quasi un anno. La duchessa Agnese di Borgogna, incuriosita dalla sua fama, inviò lo scrittore Antoine de la Sale con lo scopo di redigere un diario di viaggio contenente disegni e descrizioni; tuttavia lo scrittore nel suo Il Paradiso della Regina Sibilla può limitarsi a descrivere solo il vestibolo, un ampio spazio circolare con sedili ricavati dalla roccia, poiché all’epoca gli altri vani,


di Silvia Brunori che secondo le narrazioni davano verso un regno sotterraneo maestoso, erano già crollati. La Sibilla risiederebbe infatti, in una misteriosa corte sotterranea cui si accede da una grotta, da tempo chiusa per un crollo, situata sulla cima del monte omonimo, nel comune di Montemonaco. Tutte le leggende la legano alle sue fate bellissime, ma dai piedi caprini, che di giorno insegnano alle fanciulle a tessere e filare e di notte frequentano i balli e le feste dei paesi limitrofi. Secondo una di queste leggende la Sibilla avrebbe provocato un intenso terremoto incollerita per il rientro tardivo delle fate dopo una festa. Secondo un’altra leggenda il sentiero delle fate, un acciottolato sul versante meridionale del monte Vettore, si sarebbe creato per la corsa affannosa delle fate che cercavano di rientrare nella grotta prima del sorgere del sole. Sul sito www.montesibilla.it potrete leggere tutte le altre leggende legate alla Sibilla, alle fate e al lagodi Pilato. Iside nelle Marche? Ebbene sì, il suo culto era certamente molto diffuso a Treia, nella provincia maceratese. Iside, dea dell’amore, della fertilità, della maternità e della magia, secondo la mitologia egizia riportò in vita l’amato Osiride, o Serapide, dall’oltretomba e, nascosta nelle paludi del delta del Nilo, allevò il figlio Horus e lo esortò a vendicare l’assassinio del padre e a raccogliere l’eredità regale. Templi dedicati alla divinità egizia furono costruiti a partire dal I secolo a.C. a Roma e successivamente in varie parti dell’Impero Romano. Quando il mondo romano subì il fascino delle religioni orientali, Trea, questo l’antico nome di Treia, si dimostrò altrettanto pronta ad accoglierne i culti edificando un Serapaeum, santuario dedicato a Serapide e Iside, nella zona in cui oggi sorge il santuario del SS. Crocifisso. È per questo che Treia fu uno dei centri di propagazione dei culti egizi

e che nel suo museo archeologico si possono ammirare straordinari reperti di manifattura egizia. Nell’altopiano dove ora sorge il santuario un tempo sorgeva l’antica città di Trea, picena e in seguito romana, di cui il Serapaeum, edificato a metà del II secolo d.C., era uno degli edifici principali e più monumentali, caratterizzato com’era da ambienti collegati da una complessa rete idrica intervallata da bacini e cisterne. Qui sono stati rinvenuti reperti di notevole importanza storica e archeologica: un frammento di mosaico policromo con un ibis, uccello tipico dell’iconografia nilotica, la testa e una parte del corpo del dio Serapide di dimensioni poco superiori al vero (prima metà del II secolo d.C.), e due statuette acefale in diorite nera. Queste statuette, risalenti all’età tardo-tolemaica (III secolo a.C.) e che dall’abbigliamento sembrano rimandare a figure regali, furono rinvenute nel 1902, in occasione della ricostruzione del SS. Crocifisso danneggiato da un incendio. Gli altri rinvenimenti, compresi i frammenti marmorei di Serapide e una testina femminile, in tutta probabilità raffigurante la dea Iside, sono merito degli scavi condotti alla fine del XVIII secolo da Fortunato Benigni nell’area urbana dell’antica Trea. Potrete scoprire molto di più visitando il museo archeologico di Treia (per informazioni contattare la Pro Loco in C.so Italia Libera, n.11, ai seguenti numeri 0733/215919-0733/217357). Quello della dea Cupra è invece un percorso molto più complicato in quanto il culto della divinità era certamente diffuso in un’area molto vasta, comprendente quasi tutta l’Italia centrale, ma di esso oggi ci rimangono poche tracce. Cupra è una divinità encoria umbra e picena, dea ctonia, della profondità, delle acque e della fecondità, unica divinità femminile nota

del pantheon piceno venerata già dal IX secolo a.C. Cupra, era chiamata anche Cubrar (in umbro), Ikiperu (in piceno), Kypra o Supra. Il nome deriverebbe da Cipria, nome latino con la quale era talvolta designata Afrodite, dall’isola di Cipro in cui, secondo la mitologia, nacque. Sarebbe dunque facile identificarla con Afrodite-Venere, ma non mancano identificazioni anche con la dea HeraGiunone (Strabone), con la Bona Dea (Varrone), con la fenicia Astarte o la Uni degli etruschi. Nei resti archeologici di area umbra-marchigiana è spesso accompagnata dall’epiteto mater, quindi è certamente facile assimilarla alla Bona latina. Tra i reperti che ci consentono di riscoprire il suo culto, le quattro lamine bronzee del IV secolo a.C., conservate nel museo di Colfiorito. Esse testimoniano l’importanza del culto nella zona. La dea è descritta come Matres Plestinas. La lamina di Fossato di Vico della seconda metà del II secolo a.C., conservata presso il museo archeologico di Perugia, invece, conferma il suo legame con l’acqua e la fecondità. Vi è, infatti, inciso in umbro Cubrar Matrer Bio Eso, cioè “questa conduttura appartiene alla madre Cupra”. Dalle testimonianze epigrafiche si è dedotto che dei veri e propri santuari sorgevano certamente a Cupramontana e Cupra Marittima, città distanti ma collocate in una direttrice, tra l’Adriatico e l’Appennino, in cui vi erano importanti scambi commerciali e culturali grazie alla circolazione di mercanti e pellegrini. Il santuario di Cupra Marittima, secondo Strabone edificato dai Tirreni, forse in quella che è l’area dell’attuale pieve di San Basso, richiamava pellegrini da tutto il mediterraneo e rimase un luogo di culto per molto tempo se l’imperatore Adriano lo fece restaurare nel 127 d.C. come testimonia la lapide marmorea conservata nella chiesa di S. Martino a Grottammare. Del santuario della dea a Cupramontana rimangono pochissime notizie: probabilmente fu edificato intorno al V secolo a.C. nella zona dell’attuale cimitero dove sorgeva l’antico abitato. Per scoprire di più su questo antico culto si può consultare www.cupramadre.it Immagini di Stefano Treggiari e dell’Ufficio Cultura del Comune di Treia

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A NIMA «Come in cielo così in terra»

recita la preghiera più conosciuta dai cattolici; ma questa dichiarazione di fede è molto più antica della cristianità e di Cristo. La Tavola smeraldina, un testo sapienziale ritrovato in Egitto prima dell’era cristiana e attribuita ad Ermete Trismegisto (il dio Thot), recita:

COME IN CIELO COSI IN TERRA:

« È vero senza menzogna, è certo e verissimo, che ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa ».

LETTURA ARCHEO-ASTRONOMICA DI ALCUNI LUOGHI MARCHIGIANI Il rapporto tra cielo e terra ha sempre impressionato e affascinato l’uomo: chi di noi non ha mai alzato gli occhi al cielo in cerca di risposte, di idee e di opportunità? «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia» (William Shakespeare). L’architettura sacra, fin dalle origini, si è rivolta all’alto, cercando nelle proporzioni celesti le giuste misure delle cose da realizzare poi in terra.

Il monito di Delfi «conosci te stesso» non tutti sanno che ha un seguito: «……e tutto secondo misura». Misura, in greco, ha un significato molto più esteso di quello numerico quantitativo che la nostra civiltà della tecnica ci ha insegnato. La parola misura in greco allude alla qualità delle cose, ovvero la loro “giusta misura”; l’opposto di tracotanza o esagerazione (in greco Hybris). La misura delle cose rappresenta una limitazione necessaria per collocare le cose in maniera armonica, ovvero proporzionate, con il resto dell’universo e perciò Eterne. Dove trovare queste informazioni, allora, se

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non nel luogo della massima perfezione? In cielo, appunto. Molte delle opere architettoniche del passato, oltre che essere dimensionate secondo proporzioni celesti, furono anche geograficamente disposte ad immagine del cielo, in modo da ricreare sulla terra i profili di alcune costellazioni: «Come in cielo così in terra». Queste disposizioni, che riflettono il cielo di allora visto da un osservatore, consentono oggi di dare anche una collocazione temporale dell’opera più precisa e spesso di datazione più antica di quanto valutato dall’archeologia classica.


di Stefano Longhi E’ il caso delle cattedrali gotiche francesi disposte secondo la costellazione della Vergine, così come le chiese della città di Randazzo (Ct); le tre piramidi di Giza disposte secondo la costellazione di Orione e tanti altre opere ancora. Tutta la superficie terrestre dell’epoca arcaica si presenta, insomma, come una grande mappa ad immagine del cielo.

Anche nelle Marche troviamo indizi inaspettati di una tale scienza. Sette chiese dedicate alla Vergine Maria si trovano, infatti, in sette particolari punti dei monti Sibillini e in esse si rispecchia perfettamente la costellazione della Vergine. La scoperta è stata fatta dalla ricercatrice Giuliana Poli e sviluppata in un libro (L’antro della Sibilla e le sette sorelle). Le chiese, che formano questo incredibile parallelismo tra cielo e terra, sono state probabili sedi di luoghi di culto arcaici e pagani, dedicati alla Grande Madre e alle divinità preposte alla fertilità, di millenni antecedenti a quello mariano e della Sibilla. Nell’ordine sono: Santa Maria in Pantano (che corrisponde alla Spica, ovvero la stella principale della costellazione della Vergine), Santa Maria in Lapide, Santa Maria dell’Ambro, Santa Maria in Casalicchio, Santa Maria delle Cona, Madonna delle Gee e Santa

Maria di Foce. Tracciando una ipotetica linea tra tutte queste chiese, la forma geometrica che ne risulta, è la copia riflessa in terra della Costellazione della Vergine.

Altro luogo di incontro tra il cielo e la terra è il sito archeologico di Pian dei Raggetti sul Monte Conero, conosciuto per alcune particolari incisioni rupestri. Il ricercatore Giovanni Nocentini, prendendo spunto dal rilievo planimetrico di Gaia Pignocchi (scopritrice del sito), fornisce una interessante lettura archeo-astronomica delle incisioni rinvenute su una lastra rocciosa di origini calcaree, formate da canaletti, coppelle, buche circolari e vasche rettangolari di diverse dimensioni ed altri segni di sicura valenza simbolica, probabilmente associate a forme di culto di epoca preromanica. Si tratterebbe di una mappa che evidenzia una particolare porzione di cielo contenente la costellazione del Toro (C6, C7, C8, C5) e delle Pleiadi. Se così fosse, sulla parte di sinistra potrebbe esserci rappresentato Orione, il misterioso “cacciatore” e inseguitore delle Pleiadi. Lo scopo di questa lastra sarebbe stato di tipo rituale, atto ad invocare la fertilità della terra, mediante la pioggia, e di conseguenza la fertilità del bestiame. Nella tradizione arcaica, l’universo era assimilato ad un organismo che si rinnovava di anno in anno, seguendo il ciclo delle stagioni. Da qui, nacque la necessità di ripetere annualmente riti collegati alla rinascita della natura, che probabilmente costituivano la celebrazione del loro capodanno. Quando il sole di primavera nasceva nella costellazione del toro (circa 7.000 anni fa), lo stesso animale, a cui si attribuivano poteri di fertilità, doveva essere sacrificato, in modo da riversare sulla terra tutta la sua potenza fecondante. Possiamo allora immaginare che, secondo questa tradizione, il sangue dell’animale ucciso, correndo nei canali e riempiendo le coppelle, finiva per evidenziare in rosso la mappa della porzione di cielo interessata. Le altre incisioni potrebbero rappresentare la mappa dei fiumi del territorio marchigiano, che in conseguenza al rito, si riempiono di vita garantendo la fertilità della terra.

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IL P RIMO

PIANO

MA RE 46 | WHY MARCHE

QUEL VASTO CORPO DI ACQUA SALATA.


di Raffaella Scortichini

L

e Marche, una regione dai mille volti e mille colori: il giallo dei campi di girasole, il verde delle colline e dei parchi naturali, il rosso delle tradizioni, del folklore e della cultura, infine il blu, quello intenso del mare, dei laghi e dei fiumi e di tutte le manifestazioni dedicate a questa risorsa naturale, sono tra le eccellenze di questa terra meravigliosamente preservata. 180 chilometri di costa, 26 località che si affacciano sul Mare Adriatico, il porto marittimo di Ancona e i porti turistici: queste sono le Marche marinare, da sempre crocevia di scambi con la costa balcanica e i paesi mediterranei. Sulla costa marchigiana è possibile attraccare in nove porti turistici, distribuiti in tutto il territorio regionale. Nella provincia di Pesaro e Urbino si trovano a Gabicce Mare, Pesaro e Fano, nella provincia di Ancona a Senigallia, Ancona e Numana, nella provincia di Macerata a Civitanova Marche, nella provincia di Fermo a Porto San Giorgio e, infine, nella provincia di Ascoli Piceno a San Benedetto del Tronto. La capacità complessiva è di circa 5.000 posti barca.

IL SUO BLU È UN COLORE CHE CI APPARTIENE

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P RIMO

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UN TUFFO TRA LE MEMORIE STORICHE Salendo in cima a uno dei promontori costieri delle Marche, sia esso il Monte San Bartolo a Pesaro o il colle Guasco ad Ancona (dove è situato il duomo di San Ciriaco), o ancora il Monte Conero, la vista del mare Adriatico risulta tra le più belle. In questo periodo dell’anno, quando non c’è foschia, si può osservare la costa snodarsi e svanire e, quando c’è, vedere la linea di orizzonte fondersi presto con il cielo in una sola pennellata. Mentre si osserva dall’alto l’immensa distesa azzurra che lambisce la terra delle Marche, e mentre una leggera brezza corruga il pelo dell’acqua, i pensieri vanno a quanti, marinai e non, hanno solcato nei secoli questo mare. Pare allora di scorgere le povere barche dei pescatori di un tempo, che rientravano a terra dopo giorni di pesca, stanchi e allo stesso tempo felici con il mare nel cuore. Buona o cattiva che fosse stata la pesca c’era sempre una donna ad attenderli pronta ad inventare nuove ricette con quel pesce invenduto o poco apprezzato dai “signori”. Nacquero proprio così quei brodetti di pesce marchigiano oggi al centro di una grande attenzione anche da parte dei più esperti gastronomi. A tratti invece sembra di intravedere una galea, come quella che fu realizzata ad Ancona e sulla quale si imbarcò il pontefice Urbano V, allora residente ad Avignone, per il suo rientro in Italia. Oddo di Biagio, cronista anconetano, nel 1367 scriveva che: “La galea fu fatta in Ancona de tanta e tale lunghezza, quale mai si fu veduta la simile, con celle e camere dipinte e ornate come fossero stanze di palazzi. E fu armata de marinai e de vogatori de Ancona”. Volgendo lo sguardo verso sud, dal Monte Conero, il mare sembra bagnare in silenzio la costa, perché da lassù il rumore delle onde, in questa stagione, viene portato via dalle brezze che s’insinuano tra i rami del Parco del Conero e che pure lasciano il profumo della salsedine sulla pelle. Lì sotto, nella Baia di Portonovo, si scorge il Fortino voluto da Napoleone Bonaparte e fatto costruire da Eugenio di Beauhamais attorno al 1808 per difendere la costa dalle scorrerie degli inglesi che qui tentavano di sbarcare. Ancora, il pensiero sfiorando l’acqua costeggia la terra fino a scendere nell’ultimo tratto delle Marche. Qui il mare ha portato più di una storia e di un sapore. Ha portato la leggenda. Quella di una barca che raggiunse una notte la costa e che trasportava il corpo di un martire, San Benedetto, in onore al quale i pescatori della zona costruirono un piccolo tempio, e da lì un villaggio. Non era ancora l’anno mille. Oggi quel villaggio si chiama San Benedetto del Tronto. Ma queste non sono che alcune delle grandi memorie del mare delle Marche.

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Photo A. Tessadori


MARE FANCIULLO INSAZIATO DI GIUOCO, VECCHIO MARE INSAZIATO DI PIANTO, TU CHE SEI LAMPO E FANGO E CIELO E SANGUE E FUOCO, OGGI HAI LASCIATO ALLE LENTE RIVE ORGOGLIO E FORZA, GAIEZZA E DOLORE: OGGI NON SEI CHE COLORE, UN BEL COLORE CHE VIVE. Mare colore - Diego Valeri

LA NOSTRA IDENTITÀ PASSA PER LA CIVILTÀ MARINARA.

Oggi è difficile rintracciare nelle città della costa le radici antiche delle comunità marinare, che le hanno fondate e abitate nel corso dei secoli. Il rapido sviluppo economico del Novecento ha determinato cambiamenti molto radicali sul paesaggio costiero.

La “memoria” la si può rintracciare attraverso antichi documenti, cronache locali o attraverso la tradizione orale delle ultime generazioni della stagione della pesca velica o della piccola navigazione commerciale.

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P RIMO

PIANO

RICORDI DI UN PESCATORE Il mestiere del pescatore è l’unico collegamento vivente tra la memoria e il presente di ciò che si riesce a tramandare di padre in figlio. Il pescatore è una figura in grado di suscitare rispetto e curiosità. Grinta e passione pura scorrere nel suo sangue. In essa si incontrano saperi e gesti antichi, faticosi e pericolosi. Prova a parlare con un anziano pescatore: lo renderai felice di poter raccontare. Ti renderà immediatamente partecipe del suo saper fare ancora molto ben integro nella sua memoria. Ti racconterà che la sua barca era mossa dalla spinta del vento sulle vele e che quindi nei giorni di così detta “bonaccia” non si poteva uscire dal porto. Tre gli strumenti di bordo a sua disposizione: la bussola, le vele ed i remi. Proseguirà poi con il narrarti che il pescatore doveva essere un buon conoscitore del tempo, della direzione dei venti, delle nuvole, dell’acqua e che solo in quel modo poteva decidere se era o no il caso di avventurarsi nel mare per la pesca. Quanti fortunali improvvisi e imprevisti si è trovato ad affrontare e come abbia salvato la vita. Tante le paure. La barca, le vele, le reti, i vestiti da lavoro erano fatti tutti a mano. Le donne realizzavano le vele e preparavano le reti e i vestiti di tela incerata. Poi c’erano i cordai che sempre a mano lavoravano le corde proprio nei pressi dei porti. Il calare e il tirar su le reti dall’acqua veniva fatto con la sola forza delle braccia, con il buono ed il cattivo tempo. Per la pesca era poi abitudine far uscire le barche in coppia: entrambe tenevano i capi della rete che trascinavano sul fondo. Non erano dotate di frigorifere per cui non potevano rimanere a lungo fuori in mare. Dovevano far rientro a terra il più presto possibile con il pesce pescato, specialmente nella stagione estiva. Un lavoro durissimo che non sempre premiava

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C’È VITA AL PORTO SIN DALLE PRIME ORE DELL’ALBA Ogni volta che si attende il rientro dei pescherecci, tipica è l’atmosfera che si respira. Dal rumore e l’odore di sottofondo dei loro motori accesi al canto dei gabbiani che volano sopra le barche in cerca di pesce. Sui pescherecci gli uomini sono indaffaratissimi a selezionare e preparare il pesce da vendere all’asta. Così, mentre il resto del mondo dorme c’è chi, spinto da una grande e indescrivibile passione, lavora con grinta ed orgoglio per far arrivare sulle tavole dei ristoranti e sui banchi delle pescherie pesce fresco e di qualità.


“PESCA FORZA TIRA PESCATORE PESCA E NON TI FERMARE POCO PESCE NELLA RETE LUNGHI GIORNI IN MEZZO AL MARE …” (P. Bertoli)

DOPO LA PESCA LA VENDITA, IL MERCATO ITTICO Nel porto peschereccio di Ancona, in quello di San Benedetto del Tronto e di Civitanova Marche (per citare i più importanti mercati ittici delle Marche), il pesce bianco e azzurro viene venduto all’asta nel corso di rituali intensi e coinvolgenti. Osservare gli uomini lavorare è come tuffarsi in una tradizione lontana da noi che si rinnova

Photo A. Tessadori

ogni giorno. Partecipare all’asta del mercato ittico notturno è una vera esperienza. Bisogna svegliarsi prima dell’alba, scendere ancora intorpiditi dal sonno verso le banchine del porto peschereccio e lasciarsi abbagliare dalle vivide luci al neon. Il rito si ripete dal martedì al venerdì a partire dalle tre del mattino (l’orario può variare di mezzora, tre quarti nei differenti mercarti), ogni periodo è caratterizzato da una particolare tipicità della fauna marina. Le cassette scaricate dalle barche sfilano senza tregua su dei nastri trasportatori paralleli, dopo essere state pesate.

Un tabellone mostra ai presenti le caratteristiche del prodotto esposto (prezzo, peso lordo, peso netto). Gli acquirenti sulle “tribune” osservano dall’alto, pronti a effettuare la loro prenotazione tramite un telecomando/ pulsante elettronico non appena il prezzo sul display scende al valore corrente di mercato. Minore è la quantità di pesce pescato, più il prezzo tenderà a salire. (...) Il sistema di vendita all’asta è un punto a favore della qualità, perché permette ai pescatori di vendere nel più breve tempo possibile un prodotto per sua natura molto deperibile.

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P RIMO

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IL PESCE AZZURRO

PACCASASSI O SPACCASASSI E MOSCIOLI SELVATICI DI PORTONOVO Due cibi che sanno di mare e Monte Conero assieme, ma li devi provare per renderti conto che è così davvero. Da generazioni la gente di mare li chiama paccasassi: in loro trovi tutto il sapore della salsedine e della roccia. Si presenta come finocchietto marino o più semplicemente come erbetta ricca di vitamina C. D’inverno quasi scompare per poi ricomparire tra i sassi e gli scogli in primavera nella zona del Monte Conero. I marinai l’amavano perché evitava loro lo scorbuto grazie alle sue proprietà nutrizionali. Oggi sono simbolo e tradizione della nostra terra. Sono croccanti, il loro sapore è forte e unico, si prestano bene con insalate o antipasti di pesce. I moscioli invece sono le cozze o meglio mitili (Mytilus galloprovincialis), “selvaggi”; quelli cioè che si riproducono naturalmente sei-sette volte l’anno e vivono attaccati agli scogli sommersi della costa del Conero. La zona di pesca del mosciolo è su uno scoglio lungo un chilometro, il trave, fino agli scogli delle due sorelle a Sirolo. È un alimento buono da un punto di vista organolettico, pulito perché la sua raccolta rispetta l’ambiente. Le ricette più tipiche sono i spaghetti con i moscioli o moscioli alla marinara.

La definizione pesce azzurro è generica e nasce dapprima in ambito commerciale, poi diventa gastronomica e infine nutrizionale. Infatti se da una parte questa tipologia di pesce si presta bene alla preparazione di innumerevoli ricette che costituiscono un patrimonio della tradizione culinaria regionale, dall’altra per i salutisti è un concentrato di proprietà organolettiche: sali minerali, vitamine, omega 3. Muovendosi in branco è un pesce facile da pescare e da conservare grazie alla tecnica della salagione che lo rende facilmente trasportabile anche a grandi distanze. Tra questi sarde, sgombri, aringhe e alice.

LE VONGOLE Non potevano mancare. Ideali come secondo piatto oppure come antipasto per un pranzo o una cena a base di pesce rappresentano il gusto del nostro territorio. Le più tipiche sono quelle alla pescatorasemplici, cotte in padella, sfumate con il vino bianco e insaporite con aglio e prezzemolo.

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IL CAFFÈ DEL MARINAIO Bevanda tipica dalle origini antiche della tradizione marinaia e usatissima come digestivo di fine pasto o per scaldarsi nelle fredde giornate invernali. Questa bevanda veniva preparata a bordo delle imbarcazioni nelle giornate di pesca più fredde, aggiungendo al caffè bollente della moka vari alcolici, che non mancavano mai a bordo. La ricetta della Moretta di Fano vuole una miscela in parti uguali con Mistrà (liquori all’anice), rum e brandy.

IL BRODETTO Quella del brodetto è una tradizione culinaria antica, esiste da quando esistono i pescatori. Un apprezzato piatto marinaro che ha costituito per secoli il principale, se non l’unico, pasto dei pescatori. La sua origine, prettamente popolare, deriva dall’abitudine dei marinai dell’Adriatico di cucinare a bordo quella parte del pescato che non poteva essere destinato al mercato, sia per la qualità poco richiesta, sia per la piccola taglia che per l’esigua quantità. Il brodetto ha come caratteristica l’utilizzo di molte qualità di pesce, almeno nove o dieci che, in genere, variano a seconda della stagione in cui si ha modo di assaporare il piatto: seppia, merluzzo, gallinella, palombo, pesce prete, scorfano, tracina, cicala, coda di rospo, sogliole, triglia, razza, pesce San Pietro. Diverse le ricette con lo stesso nome di “brodetto marchigiano” al quale si ha l’abitudine di aggiungere il nome del porto o porticciolo della costa, così d’avere: brodetto all’anconetana, alla sambenedettese, di Porto Recanati, di Fano, ecc… Esiste una versione in bianco e una con i pomodori rossi, una con i pomodori verdi e una con l’estratto di pomodoro, ci sono brodetti conditi con l’aceto e altri con il vino… Il comune determinatole per tutti è che tutti, alla base, hanno del pesce di qualità e freschissimo. Dite la verità vi è venuta l’acquolina!?

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M ENTE

800 STUDENTI E 60 AZIENDE: GRANDE SUCCESSO PER IL CAREER DAY 2018 PROMOSSO DA UNICAM E CONFINDUSTRIA MACERATA

I

60 aziende presenti, 800 studenti e giovani laureati, 12 workshop, 8 seminari, una tavola rotonda, stand e presentazioni aziendali: sono questi i numeri del Career Day 2018 che l’Università di Camerino e Confindustria Macerata hanno organizzato nella giornata di giovedì 19 aprile presso il Relais Borgo Lanciano.

l Career Day rappresenta la principale occasione di incontro tra studenti ed aziende. Laureandi, laureati e dottorandi avranno l’opportunità di incontrare le imprese, conoscere i responsabili delle risorse umane, sostenere colloqui conoscitivi e lasciare il proprio curriculum vitae. Le aziende partecipanti hanno invece la possibilità di presentarsi, far conoscere la propria realtà e le opportunità offerte ai giovani laureati, raccogliere candidature per le posizioni di lavoro aperte. “Il Career Day – ha dichiarato il Rettore UNICAM Claudio Pettinari – rappresenta senza dubbio uno dei momenti più importanti della vita universitaria dei nostri studenti e laureati. L’ateneo è infatti da tempo impegnato in iniziative di placement che permettano la maggiore visibilità possibile dei curricula dei nostri laureati, nonché nell’offrire tutte quelle opportunità che permettano a studenti e laureati di avere elementi utili per una ricerca attiva delle opportunità di lavoro in una dimensione sia territoriale che europea. Voglio inoltre ringraziare Confindustria Macerata per questa importante sinergia, che attribuisce un sicuro valore aggiunto all’evento e offre maggiori opportunità di confronto e crescita a tutti i partecipanti”. “Il Career Day rappresenta da anni un appuntamento fondamentale per il mondo imprenditoriale – ha affermato il presidente Piccola Industria di Confindustria Macerata Domenico Ceci – un’occasione importante per avvicinare sempre di più i giovani all’Industria e dare loro la possibilità di iniziare un percorso professionale facendosi 54 | WHY MARCHE

conoscere tramite i propri curriculum ed i colloqui di orientamento, ringrazio a titolo personale e della Piccola Industria l’UNICAM per la collaborazione che da anni contraddistingue questo evento ed altri che organizziamo sul territorio”. L’evento si è aperto con i saluti del Rettore UNICAM Claudio Pettinari, del componente comitato Piccola Industria Confindustria Macerata Chiara Ercoli, del Sindaco di Castelraimondo Renzo Marinelli, mentre gli interventi introduttivi sull’organizzazione della giornata sono stati a cura di Elisabetta Torregiani delegata del Rettore Unicam ai Rapporti con le imprese e di Francesco Nobili, delegato del Rettore Unicam allo Stage & Placement. Nel corso della mattinata si è poi tenuta anche la premiazione dei vincitori del “Bando Fondazione Mike Bongiorno” dedicato agli studenti Unicam e volto a premiare il merito e ad incentivare la passione dei giovani studenti. A premiare i tre vincitori, ai quali è assegnata una borsa di studio del valore di 3.000 euro,

è stato Nicolò Bongiorno, Presidente della Fondazione, insieme al Rettore Pettinari. Nei workshop, tutti al completo per numero di partecipanti, sono state trattate tematiche quali soft economy e green economy, industria 4.0, competenze vincenti per il futuro, la scelta del servizio civile, come scrivere un curriculum vitae, come sostenere un colloquio di lavoro e come promuovere se stessi al meglio. Spunti interessanti sono giunti anche dalla tavola rotonda su “Imprenditorialità femminile”, moderata dalla giornalista di TV Centro Marche Marta Vescovi, alla quale sono intervenute Marilena Cocci Grifoni, General Manager Tenuta Cocci Grifoni, Eleonora Paganelli, Project manager e-Lios group e Rosa Piermattei, Manager Tod’s. Molto seguiti poi sono stati anche i seminari sulle numerose opportunità per la mobilità internazionale tenuti dagli operatori della rete Eures della Regione Marche.

w w w. u n i c a m . i t - c o m u n i c a z i o n e . r e l a z i o n i e s t e r n e @ u n i c a m . i t - w w w. u n i c a m . i n f o fb: Unicam – Università degli Studi di Camerino - twt: Unicam UffStampa - ig: universitacamerino


M ENTE

BUONI FRUTTIFERI POSTALI: QUANDO IL RIMBORSO DELUDE La vicenda nasce negli anni ‘70. Nel corso di quel decennio e sino al 1986, l’ente Poste ha emesso dei buoni fruttiferi con rendimenti d’oro: si tratta delle serie M, N, P e O. Era un periodo in cui nel nostro Paese c’era un’inflazione galoppante e questo aveva comportato rendimenti molto elevati: gli interessi erano infatti legati al tasso di inflazione di metà anni ’70, attorno al 16%. Tuttavia l’inflazione a poco a poco è scesa fino al 4% circa, e quindi i vari governi, negli anni, sono intervenuti con decreti che di fatto hanno modificato i tassi d’interesse dei buoni fruttiferi postali anche in maniera retroattiva. In particolare il D.M. 13.06.1986 ha istituito la nuova serie Q, con rendimenti di molto inferiori a quelli delle serie precedenti, estendendo tali rendimenti ad alcune serie già emesse; di fatto dunque le serie precedenti sono state convertite nella nuova serie Q, con interessi sensibilmente inferiori, anche del 40%. Tutto ciò era legittimo, in quanto la normativa che regolava l’emissione dei buoni postali, il codice postale (abrogato nel 2000), prevedeva che l’emissione delle nuove serie di buoni postali avvenisse con decreto del Ministero del Tesoro. Con tale decreto venivano anche stabiliti i nuovi tassi d’interesse in vigore per le serie di nuova emissione che però potevano essere estese anche a serie precedenti. Questo significa che per decreto era possibile variare i tassi dei buoni postali anche in maniera retroattiva. Tuttavia all’epoca la legge non prevedeva obblighi informativi verso il titolare del buono: era sufficiente la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale e l’esposizione di appositi avvisi all’interno degli uffici postali. Per tale motivo i possessori di buoni postali si sono resi conto che i rendimenti erano stati modificati soltanto al momento della riscossione del buono. I consumatori coinvolti sono davvero molti, proprio perché gli alti tassi di interesse, assicurati per un periodo di 30 anni, avevano attirato moltissimi investitori e dunque si tratta di un fenomeno di dimensioni rilevanti, considerando che il risparmio postale in Italia riguarda una fetta considerevole della popolazione. MA LA DOMANDA È: SI PUÒ FARE QUALCOSA? Per dare una risposta occorre partire dalla normativa istitutiva della serie Q, ossia il decreto ministeriale del 13/06/1986, che all’art 5 recita come segue: “Sono, a tutti gli effetti, titoli della nuova serie ordinaria, oltre ai buoni postali fruttiferi contraddistinti con la lettera “Q”, i cui moduli verranno forniti dal Poligrafico dello Stato, i buoni della precedente serie “P” emessi dal 1° luglio 1986. Per questi ultimi verranno apposti, a cura degli uffici postali, due timbri: uno sulla parte anteriore, con la dicitura “Serie Q/P”, l’altro, sulla parte posteriore, recante la misura dei nuovi tassi.”

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Quindi: gli uffici postali potevano utilizzare matrici della vecchia serie P, ma apponendovi due timbri per modificare a tutti gli effetti il buono serie P in buono serie Q. In realtà questo non sempre è avvenuto: a volte il timbro non è stato apposto, in altri casi è stato apposto ma non correttamente, o ancora il timbro non copre l’intera durata del buono. In casi simili è possibile presentare ricorso richiedendo che il buono postale venga rimborsato secondo il tenore letterale del titolo. Su tale questione è infatti già intervenuta la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13979 del 15 giugno 2007, decisione assunta a sezioni unite che esprime la massima secondo cui il vincolo contrattuale tra il consumatore e le poste al momento dell’emissione del buono si fonda sul tenore letterale del titolo, che dunque assume un rilievo preponderante. Anche l’arbitro bancario finanziario è più volte intervenuto sulla questione, sostanzialmente confermando l’orientamento della Cassazione e quindi esprimendosi a favore del diritto del titolare del buono di ottenere il rimborso secondo quanto riportato sul buono stesso. Naturalmente occorre analizzare il singolo buono postale per verificare se è possibile agire per ottenere il rimborso alle condizioni inizialmente previste, ma di certo la questione coinvolge un numero considerevole di risparmiatori. Pertanto, se al momento della riscossione del buono ci si accorge che poste rimborserebbe un importo sensibilmente inferiore rispetto a quanto calcolato secondo il tenore letterale del titolo, vale sicuramente la pena effettuare una verifica prima di procedere all’incasso. Adiconsum è a disposizione di tutti coloro che hanno buoni postali in scadenza o scaduti in questi ultimi anni, appartenenti alle serie sopra indicate, che vogliano verificare se quanto viene offerto dalle poste per il rimborso sia in effetti la cifra corretta, e, se non lo è, come è possibile muoversi per far valere i propri diritti. Ricordiamo che le differenze possono essere notevoli, anche migliaia di euro. Loredana Baldi Adiconsum Marche

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“Realizzato con il contributo regionale per specifici e rilevanti progetti - Anno 2018 WHY MARCHE | 57


P ERCHÉ SAPERI E SAPORI DELLE MARCHE AL NUOVO POLO MULTIMEDIALE DELL’ISTITUTO MARCHIGIANO DI ENOGASTRONOMIA PER METTERE INSIEME TERRITORIO, PRODOTTI AGROLIMENTARI E CULTURA.

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IME Experience Nasce l’“IME Experience” a Jesi all’interno del seicentesco Palazzo Balleani Vecchio. Palazzo contiguo a Palazzo Battaglia ed entrambi inglobati nelle vecchie mura cittadine e situati in via Conti, nel cuore della città storica facilmente raggiungibile attraverso la scala mobile collocata nei pressi di Porta Garibaldi e l’antico Mercato delle Erbe.

MA CHE COS’È NELLO SPECIFICO L’“IME EXPERIENCE”? E’ una vera e propria “esperienza sensoriale” nella quale vengono attivati tutti i cinque sensi, attraverso un innovativo uso di strumenti multimediali. Un percorso didattico ed esperienziale che si sviluppa in 10 sezioni espositivomultimediali attraverso le quali si ha modo di scoprire la storia, le curiosità e i segreti dell’enogastronomia marchigiana. “Dopo diverso tempo - spiega Alberto Mazzoni direttore di IME - si riaprono quegli spazi utilizzati dalla ex Enoteca Regionale e prende vita un nuovo soggetto operativo che rappresenterà l’enogastronomia marchigiana con il meglio delle eccellenze. Quello di Palazzo Balleani Vecchio è una novità assoluta: un polo polivalente e multimediale che sarà tre luoghi in uno dove scoprire,

gustare, capire e vedere. Saranno presenti e rappresentati tutti e trentadue i prodotti certificati delle Marche. Una piattaforma dove i produttori potranno mettere in esposizione e far degustare i nostri sapori”. Uno spazio museo interattivo per turisti e non solo. La struttura infatti si propone come meta turistica e come punto di riferimento per una filiera, quella agroalimentare, che incide per il 12% del Pil regionale. “Sarà un luogo di valenza turistica” - prosegue Alberto Mazzoni - “da dove partire per la conoscenza per la conoscenza del territorio. Entrare significherà poter costruire il proprio itinerario culturale, artistico e del gusto delle Marche, scoprendo dove e cosa trovare in ogni angolo della nostra regione”.


di Raffaella Scortichini

ITINERARIO MULTIMEDIALE Il Vino delle Marche L’“IME Experience” ha tutti i presupposti per divenire il punto di riferimento per scuole, istituti alberghieri, imprese, ristoratori, organizzazioni ed enti. Ben 170 mq di cucina professionale attrezzata per corsi ben dodici le postazioni. 40 etichette di vini e una varietà di prodotti alimentari DOP e IGP. “Un vero parterre dell’agroalimentare marchigiano” - così è stato definito dallo stesso presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli. Qui sono presenti i protagonisti di un comparto che hanno sposato la formula aggregativa, fondamentale nel mercato di oggi. E la scelta di Jesi quale polo agroalimentare è preziosa perché è situato in un punto centralissimo nella nostra regione. Attraverso una narrazione virtuale un’intera filiera ha modo di essere raccontata sotto un unico brand. Il binomio food&wine è sempre più una variabile decisiva anche per il turismo, in particolare quello del Belpaese. Più della metà dei turisti italiani (52%), secondo un’indagine Nomisma-Wine Monitor, riconosce nell’offerta enogastronomica marchigiana uno dei maggiori punti di forza della regione. Al 2° posto dopo i borghi e le città d’arte e con un impatto economico del solo indotto turistico pari a 355 milioni di euro (dato 2016). Il progetto realizzato col contributo dei fondi della regione è affidato all’Istituto Marchigiano di Enogastronomia, società formata dall’Istituto Marchigiano di Tutela Vini (95%) e dal Comune di Jesi (5%). Si tratta di una realtà unica nel suo genere che mette a sistema e promuove i prodotti dell’alta qualità marchigiana e coinvolge 14 produttori ed enti: TreValliCooperlat, Consorzio Vini Piceni, BovinMarche, Fileni Bio, Con Marche Bio, Associazione Maccheroncini di Campofilone Igp, Consorzio del Tartufo di Acqualagna e delle Marche, Consorzio Casciotta d’Urbino Dop, Consorzio Tutela Oliva Ascolana del Piceno Dop, Assam Marche, Qualità Marche QM, Centro Agroalimentare San Benedetto del Tronto. Presenti anche l’Università Politecnica delle Marche ed Esitur Tour Operator. NEL PRATICO COME FUNZIONA? L’accesso al polo si effettua lasciando alla reception la carta di identità. Si riceve una card che verrà caricata del costo di tre euro se l’ospite opta per il percorso multimediale, nei sotterranei del palazzo, allestito con pannelli, schermi digitali e touch screen che raccontano le bellezze del territorio marchigiano ed i prodotti dell’enogastronomia tipica e di qualità.

Un percorso emozionale tra i vini autoctoni marchigiano per scoprire dove nascono e quali sono i tratti distintivi che li rendono unici e strettamente legati a questi luoghi

I Sapori delle Marche

Una selezione di ricette che mixano tradizione e innovazione per raccontare le diverse aree geo-antropiche della gastronomia marchigiana.

I Tesori nascosti delle Marche

Sapori unici e raffinati, delle vere prelibatezze 100% Made in Marche

Predisi Slow Food

Una selezione di prodotti a tutela della biodiversità, delle tradizioni e del territorio marchigiano.

Prodotti QM - Qualità Marche

Il marchio della Regione Marche che garantisce qualità, tracciabilità e informazione dei prodotti.

Prodotti DOP e IGP

L’origine geografica condiziona la qualità e la peculiarità di un prodotto insieme alle tecniche di produzione tradizionali. Qui una selezione di tutti i prodotti marchigiani che hanno ottenuto questi riconoscimenti.

Bio come ruralità comanda

Un approfondimento chiaro e oggettivo su come sono nate e si sono sviluppate le produzioni biologiche nelle Marche

Il famedio della Terra

Una raccolta di aneddoti, biografie e narrazione riguardanti alcuni grandi personaggi che hanno influenzato e contribuito alla conoscenza dell’enogastronomia marchigiana.

Sala sensoriale

L’ “essenza” di una terra attraverso i suoi profumi caratterizzanti.

Sala degustazione

Il punto centrale dell’ “IME Experience” nel quale passare dalla teoria alla pratica, dal virtuale al reale, in un percorso che attiverà tutti i cinque sensi per costruire lungo la via della qualità la consapevolezza di uno sviluppo armonico e sostenibile.

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P ERCHÉ

Altrimenti può decidere liberamente di salire al primo piano per bere e mangiare i prodotti del territorio (la card in questo caso si caricherà del costo della consumazione). Le due opzioni museo/degustazione sono svincolate l’una dall’altra. E mentre si degusteranno ottimi vini al bicchiere scelti tra quaranta etichette DOC e DOCG disposte in appositi wine dispensar, si avrà altresì la possibilità di scegliere di mangiare su un ventaglio di tre proposte di taglieri con prodotti marchigiani di alta qualità certificata DOP, IGP, BIO, STG, QM e Presidi Slow Food. Del personale specializzato ed esperto sarà a disposizione per il racconto sulla provenienza dei singoli prodotti e la loro qualità durante la degustazione. Questa stessa sala, inoltre, in qualunque momento potrà riorganizzarsi in sala convegni, incontri, workshop e banchetti per un max di 60 persone. Ad esempio, proprio a partire da fine maggio inizieranno degustazioni guidate e corsi. Ricco il calendario di eventi per scoprire e assaporare nel dettaglio ogni eccellenza marchigiana. Per chi decidesse di partecipare sarà sufficiente seguire il programma completo all’interno del sito www.istitutomarchigianodienogastronomia.it, iscriversi e prenotare per tempo il posto all’evento.

Orari e ingresso IME Experience Inverno: dal martedì alla domenica; 10:30-14, 17-20. Estate (dal 3° sabato di giugno alla 3° domenica di settembre inclusi): dal martedì alla domenica, orario continuato 10:30-20. Chiusura: tutti i lunedì eccetto festivi. Chiusure speciali: 1° gennaio, 22 settembre, 23-24-25 settembre (pomeriggio), 24 dicembre (pomeriggio), 25 dicembre, 31 dicembre (pomeriggio). Costo ingresso PERCORSO MULTIMEDIALE 3,00 € (per chi volesse unire alla degustazione un tour nella storia dell’eccellenza enogastronomica)

www.istitutomarchigianodienogastronomia.it 60 | WHY MARCHE


S PIRITO

IL TERZO PAESAGGIO DELLE MARCHE Residui, spazi interstiziali, frammenti di territorio densi di un forte valore simbolico e sospesi nell’attesa della decisione umana: così il paesaggista francese Gilles Clement definisce il “Terzo paesaggio”. Luoghi abbandonati che palesano gli strappi nelle logiche di appropriazione, contesa e inclusione degli esseri umani e di cui, a sorpresa, la nostra regione è ricca. Attorno a questa specie di spazi si costruisce il progetto di Alessandro Tesei, documentarista e fotografo jesino, fondatore del gruppo “Ascosi Lasciti”, che si occupa della riscoperta di questi luoghi relegati al margine privilegiando all’estetica della decadenza, l’etica dell’abbandono. Come nasce “Ascosi Lasciti” e qual è il vostro manifesto?

“Ascosi Lasciti” nasce dall’esigenza personale di svelare e di raccontare il non visto, il perduto. In poco tempo, da progetto personale, diviene progetto condiviso in quanto ad oggi siamo oltre 20 collaboratori, provenienti da quasi tutte le regioni italiane e anche dall’estero. Indicativamente ci possiamo inserire nel filone dell’urbex, l’esplorazione urbana, sebbene lo consideri abbastanza limitante. Il nostro nome racchiude un po’ il senso di ciò che facciamo: gli ascosi lasciti, le eredità perdute, storie congelate nell’attimo in cui si manifestano come terzo paesaggio. La nostra è un ricerca costante della rovina, intesa come rivelazione della spesso intangibile inimicizia tra le parti. Antropologicamente, è una costante riflessione su ciò che contraddistingue l’uomo, ovvero l’impressione di essere immortale, oltre alla volontà di accumulo e di potere. Visitare palazzi nobiliari, appartenuti a famiglie potentissime fino a poco meno di 80 anni fa ed oggi disgregate e disperse come i loro immensi patrimoni, porta a

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riflettere sull’esistenza e sulle priorità della vita. Non abbiamo un vero e proprio manifesto, ma consideriamo essenziale la presenza sul territorio e la ricerca nei luoghi in cui viviamo.

Perché considerate importante il radicamento con il territorio?

L’urbex si manifesta in molti modi. Analizzando il fenomeno, si può dire, senza alcun intento discriminatorio o denigratorio, che il 90% degli esploratori urbani sono semplici collezionisti di luoghi, di foto di luoghi, quindi di figurine. Spesso si tratta di fotografi amanti dell’estetica della decadenza che hanno come unico scopo quello di avere più luoghi possibile fotografati, il che porta queste persone a viaggiare in lungo e in largo in Italia e in Europa. Di norma, chi colleziona, è interessato solo superficialmente alla storia del luogo. Nel nostro caso è l’opposto. A noi non interessa nulla che sia fuori dal nostro territorio. Abbiamo gruppi regionali che si occupano di mappare, rintracciare e visitare strutture

Photo Alessandro Tesei


di Alessandra Lucaioli

unicamente all’interno della loro sfera di azione. Ritrovare documenti legati ad una famiglia della zona, riscoprire la storia di un’attività industriale che ha condizionato e scolpito la vita di intere comunità: sono queste le cose di cui ci occupiamo e di cui ci nutriamo.

Se doveste disegnare “le geografie dell’abbandono” delle Marche, quale profilo uscirebbe fuori?

Le Marche sono tra le regioni più ricche di abbandono in Italia. Abbiamo una quantità pressoché infinita di residenze nobiliari, palazzi nei centri storici e casine di campagna. La cosa assurda è che questi luoghi sono completamente invisibili ai più, nonostante siano sotto i nostri occhi ogni giorno. Le Marche sono molto ricche anche di conventi e chiese, oltre che di fabbriche. Non a caso proprio nella nostra regione si trovano delle eccellenze assolute, per le quali ogni weekend scendono in tour decine di appassionati anche da Germania, Belgio o Francia. Abbiamo sicuramente quello che viene considerato come il più bell’esemplare di fabbrica abbandonata, ma anche uno dei palazzi nobiliari più belli d’Europa.

Qual è il luogo abbandonato marchigiano che vi ha colpito di più, non tanto per l’estetica quanto per la sua storia?

Ho un legame molto particolare con un luogo specifico della mia città, un palazzo nobiliare, appartenuto ad una delle più prestigiose e ricche famiglie locali, grossi possidenti terrieri, così potenti che il loro cognome viene citato in uno dei più famosi detti cittadini. A quanto pare, il palazzo fu abbandonato a inizio degli anni ‘90, dopo la morte dell’ultima erede, la quale aveva perso l’unico figlio in un incidente stradale. Da allora, l’eredità fu divisa tra una decina di persone che si sono completamente disinteressate del palazzo.

una chiesa o quello dell’arceviese, con due palazzi, tre ville e due chiese. Oppure se si è interessati solo alle strutture religiose o all’archeologia industriale si potrebbero studiare itinerari divisi per provincia della durata di più giorni. Tutto questo noi lo stiamo facendo da anni, per passione, per spirito di condivisione, con la volontà di far conoscere la nostra storia e le nostre bellezze. Sarebbe bellissimo avere la possibilità di ragionare apertamente su un progetto condiviso con le istituzioni visto che è un fenomeno in crescita, impossibile da arrestare. Quindi, perché non trovare una via legale? In questo senso, noi ci rendiamo disponibili ad un confronto anche in regione, per creare dei veri e propri itinerari marchigiani e riportare alla luce questi spazi d’oblio.

Pensi sia possibile una nuova forma di turismo che valorizzi questi luoghi dimenticati?

Il FAI ha tentato e sta ancora tentando di ridare vita ad alcuni gioielli dimenticati ma purtroppo non può compiere le ricerche approfondite e maniacali che facciamo noi e finisce per limitarsi ad un ventaglio di posti che sono tra i meno nascosti. Un esempio virtuoso viene invece dalla Germania: a Berlino alcune strutture abbandonate sono date in gestione ad associazioni, le quali si premurano di fare un minimo di manutenzione, in cambio della possibilità di renderle visitabili. Alcune associazioni italiane si stanno muovendo sulla stessa strada come i vicentini “luoghi dell’abbandono” che hanno preso in gestione un programma di visite al manicomio di Volterra, ed ora stanno iniziando a lavorare su quello di Rovigo. Va però sottolineato che ci sono problemi legati alla sicurezza delle strutture, alle difficoltà assicurative e alla volontà dei proprietari.

Quale “itinerario dell’abbandono” suggeriresti ad un ipotetico turista che volesse visitare la nostra regione?

Nelle Marche si potrebbero ipotizzare dei veri e propri percorsi, sia in termini geografici che tematici. Il tour del cingolano, che comprende due ville, un palazzo nobiliare e

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LE BOLLE DI SAPONE DI PIERINO

S

i respira un’aria antica, passando da queste parti. Il sole dell’estate di Fabriano filtra da tutte le parti ma in posizione obliqua, come una spada che colpisce angoli e muri. Il silenzio è irreale, tanto che la zona potrebbe apparire disabitata. In realtà non lo è, specie dentro la casa di riposo Vittorio Emanuele II. Passavo con la bicicletta, da ragazzino, prima di scendere lungo il corso cittadino. Le finestre dell’ospizio avevano le stesse inferriate dei manicomi. Qualche vecchio si affacciava e ritirava subito il volto sfatto per non farsi vedere. Fu in quei giorni di vagabondaggio cittadino, da “viaggiatore residente”, che conobbi Pierino, l’omino della casa. Piccolo, con un portamento da clown, dalla mimica facciale e dalla risata bonaria, fumava in continuazione e diceva di essere un uomo speciale. Veniva da San Severino Marche. Negli anni siamo diventati amici. Ha vissuto sempre in case di cura e di riposo. I genitori non lo volevano tra i piedi. Ma Pierino non si è lasciato irretire, né ha mollato con la vita. Infermiere a ore, falegname per ogni occasione, ha lavorato, si è dato da fare come poteva. In città si era sparsa la voce che portasse fortuna, per cui lo invitavano ai matrimoni, ai battesimi, ai compleanni. Pierino, l’amuleto vivente, aveva un cappello bianco con la visiera buono per tutte le stagioni, la camicia a scacchi e i pantaloni di velluto scuri bruciacchiati dalla cenere delle sigarette. Amava i clown, dopo aver visto al cinema, nel 1971, il film di Federico Fellini. Sperava di entrare in un circo e di fare qualche spettacolo con i palloncini

gonfiabili, così da dimenticare la tristezza degli ospiti del ricovero, una volta ritornato tra quelle mura oppressive che lo accoglievano da quarant’anni. Raccontava barzellette e ballava il liscio, valzer, polche e mazurche. Amava in particolare Romagna mia di Raoul Casadei e si vantava di aver conosciuto il re del liscio ad una festa paesana, di avergli insegnato personalmente il saltarello, un ballo marchigiano ormai in disuso. Dopo la cena delle sei del pomeriggio, Pierino andava in bagno e nell’infermeria. Usciva vestito di tutto punto, con il camice verde a maniche larghe. Imboccava i malati, coricava gli infermi, si prodigava fino a notte fonda. E quando qualcuno smaniava, Pierino attraversava le stanze come un fantasma, si sistemava con una sedia impagliata ai bordi del letto e cercava di rassicurare gli insonni. Dopo la seconda o la terza barzelletta la notte sopraggiungeva anche per gli ultimi ansiosi. Allora Pierino si affacciava alla finestra posta sopra il portone d’ingresso del ricovero e tra una grata e l’altra fumava la sua ultima sigaretta del giorno. Guardava la luna e ci parlava ad occhi chiusi. Chiedeva, a suo modo, dove si nascondesse Dio. Era un bambino, e a settant’anni si poneva lo stesso interrogativo che mi assillava alle scuole elementari: “Se Dio c’è, perché non si vede? E la Madonna, dopo Lourdes e Fatima, apparirà ancora? Sarà vestita di bianco?”. Pierino sperava di vederla, “la Signora vestita di bianco”. Aveva letto in una biografia di Bernadetta Soubiros, che nella grotta, mentre insieme ad una sorella raccoglieva la legna in un boschetto, la

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S PIRITO

ragazzina si accorse di Lei. Pierino riferiva che la Signora inossava un velo bianco, una cinta blu, una rosa dorata sui due piedi e che teneva nelle mani un rosario. Non vedeva niente dalla finestra, eppure sperava che la Madonna gli facesse la grazia di apparire. Guardava il pozzo in mezzo al cortile, in un’area centrale scoperta e circondata da corridoi coperti. Un’area solenne e misteriosa che poteva creare dei misteri, con voci che salivano e coprivano la casa di riposo. Udiva una voce provenire da sotto terra. L’aldilà, per Pierino, si manifestava. Bastava un cenno. Se avesse buttato la cicca dentro il pozzo, qualcosa si sarebbe risvegliato all’improvviso. Si sedeva nella panchina di pietra del chiostro e aspettava girandosi, con le orecchie tese. Quando lo andavo a trovare si alzava in piedi, chiedeva immediatamente di uscire. Entravamo in qualche bar e ordinava un caffè o un anicetto, come lo chiamava, un liquore dolce fatto con la sambuca. Il pagliaccio che era in lui si animava, diventava il personaggio che ha il compito di divertire gli spettatori negli incontri circensi. Faceva le boccacce, i cerchi di fumo nell’aria e incominciava a ridere. Mi ricordava la storia dei clown di Tristan Rémy, che amava le creature mitologiche di tutti i giorni, terrestri e lunari, a metà tra la realtà e il sogno. Uomini che potevano sparire per un colpo di bacchetta magica, trasformarsi in altri esseri. A Pierino piacevano i tetti, i gatti che li attraversavano. Gatti furtivi che saltellano nei posti più alti della città, che salgono e scendono dalle grondaie. Avrebbe voluto essere un felino, guardare tutti dall’alto. Fare bolle di sapone era uno dei suoi passatempi preferiti. Bolle resistenti, grandi, create con l’acqua distillata, calda e con il detersivo per i piatti. Pierino aggiungeva un cucchiaio di glicerina e con una cannuccia soffiava dentro. Le bolle di sapone invadevano la casa di risposo che si trasformava in un asilo. Gli anziani uscivano in pigiama, alcuni con le stampelle in mano, altri rimanevano attoniti. Qualcuno piangeva o rideva senza senso. Pierino era diventato un mago, una marionetta, un folletto. Si metteva un cappello di paglia e si avvitava su se stesso fino a farsi girare la testa, a non stare più in piedi. Sfinito, cadeva a terra con il fiatone. Nella casa di riposo le bolle di sapone veleggiavano senza scoppiare. Sfere gonfie dai riflessi viola e verdi. Un teatrino colorato in cui il clown riusciva a rendere protagoniste le bolle che piroettavano e scivolavano come trascinate dal vento. Le gocce iridescenti facevano ridere perfino le suore, di solito compassate. La giostra di Pierino si concludeva con le inservienti che ringraziavano perché il sapone, sceso sul pavimento, aveva permesso di pulire l’ambiente. Bastava passare uno strofinaccio e la casa di riposo diventava una specchiera.

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di Alessandro Moscè


S PIRITO

“LA MIA MUSICA “ARTIGIANALE” IN UN MONDO DI SUPER FAST FOOD”

Le mitragliate rock di MIRCOLI La provincia cardiopatica, falsità come psicofarmaci, “madam” cresciute a beauty case ed Instagram, canzoni per sciogliere il magone, lentiggini iberiche. E miracoli a cui manca sempre una vocale. L’universo di Francesco Mircoli è tutto qui. In un mondo “monco”, sofferente. Ma vivo e vegeto, ironico, spiazzante, caustico. Anche grazie alla musica. Un mondo da squadernare, ispezionare, sbeffeggiare. Cantare. Sospeso tra vita e morte, appunto. «Ho scritto del mio universo di riferimento o di...ferimento. Tutte le canzoni sono vissute in prima persona e mi è sembrato normale intitolare il disco “Vita, morte e Mircoli” come a dire o a parafrasare “sconfitta, rinascita di un Francesco no…vunque”». Il cantautore nato a San Benedetto del Tronto nel 1985 ma cresciuto a Porto San Giorgio è proprio così: il suo stile è inconfondibile, più che per la musica, abile ad alternare mitragliate rock a ballate intense, per le parole corrosive, mai banali, dirette. «Lo dico spesso, le canzoni sono situazionali, scrivo ciò che vivo, e dipendono dagli stati d’animo di quell’istante. -spiega68 | WHY MARCHE

Non esiste formula musicale, letteraria scientifica, la magia è anche quella. Le mie nascono da un cocktail di biografia e osservazione mediata molto dall’istinto e meno dalla logica razionale. Infatti in tanti non leggono dietro le righe dei concetti che tento di far passare o non colgono l’ironia, ma comunque come diceva il saggio, “ci sono sempre i pomodori da cogliere». Il suo ultimo disco è uscito a dicembre raccogliendo subito consensi. Due dei brani che lo compongono, “Dov’è Luca?!” e “Delusione numero 300”, hanno raggiunto le semifinali di Musicultura 2018. Mentre in passato è arrivato due volte in finale al Premio De Andrè, la prima nel 2014 con “Carolina Bruno Vidal” (al terzo posto nella classifica di gradimento del


di Luca Capponi

Photo E. Graziosi

pubblico) e la seconda due anni dopo con “Ti...”. «“Dov’è Luca?!” è autobiografica, parla della difficoltà di stare in un posto e non sentirsi a casa, oppure con le persone, magari le frequenti ma non le senti vicine. Per questo distinguo il concetto di farsi compagnia da un affetto più profondo. -prosegue il Nostro- Certo che nel ritornello ho pensato ad un amico prematuramente scomparso. Sono molto soddisfatto del giro di accordi. Pensa che un paio nemmeno li conoscevo, ma ci sono andato a istinto ed è venuto fuori il jazzista pazzo che è in me. Musicultura è stata una bella esperienza. L’ennesima conferma che la strada è quella giusta, devo solo asfaltarla però». Musica “artigianale” quella di Mircoli, priva di orpelli, ipocrisie, filtri. «Viviamo un periodo “super fast food” in tutto e chi cucina artigianalmente rischia di farsi notare di meno. -prosegue- Ma credo che alla fine la cosa importante e più difficile è intercettare e crearsi il proprio pubblico che vive le tue stesse incertezze e i tuoi slanci emotivi. Cosa me ne importa di farmi capire da una bambina di 10 anni con le canzoni, non saprei cosa dirle se non di staccarsi dallo smartphone e di andare nei prati». Già, e partire dalla provincia non è mai facile. Soprattutto se, come proprio in “Dov’è Luca?!”, la stessa provincia è “cardiopatica”. «Sicuramente quando ho scritto quella frase ero un po’ incavolato dopo aver visto grandi file di persone

in tv che aspettavano l’uscita del nuovo modello di telefono davanti al negozio. -racconta il cantante- Ma alla fine uno vive come vuole, non sono certo io a poter ponderare le scelte altrui. Il mio rapporto col luogo dove vivo è discreto. Il problema non è la provincia. Essa è così e non cambierà... sono io che ogni tanto me ne devo andare per avere nuovi stimoli». Sempre e comunque, diretti verso qualcosa di irrinunciabile, come l’aria: la musica. «Per quanto mi riguarda è uno stile di vita. Chi me lo fa fare di portare avanti un altro lavoro il giorno e di suonare la sera inseguendo i miei progetti, tra l’altro non avendo ancora un’etichetta o un manager che possano facilitarmi il percorso? La verità è che se non faccio musica sto male ed è l’unica cosa con cui mi esprimo. Altre non ne vedo». E il posto per eccellenza dove il musicista può esprimersi altro non è che il proscenio, su cui Mircoli non si è mai risparmiato, tra salti, tuffi e performance da vero “animale da palco”. «Un luogo dove non ho grosse paranoie, qualcuna sì, ma non troppe; casomai il problema è quando si è lontani dal palco». Anche se, almeno nei prossimi mesi, ci si sposta in studio: «”Vita, morte e Mircoli” è un biglietto da visita di partenza. Tra maggio e giugno inizierò a registrare i nuovi brani e sì, ho un nuovo disco pronto da incidere: non è l’ora di fermarsi».

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S PIRITO

Chi ha passato il guado, sa quant’acqua tiene. Un giorno accadde 9 maggio 1994. Nelson Mandela, a lungo leader del movimento antiapartheid, diventava il primo presidente nero del Sudafrica. Per il suo attivismo contro il regime segregazionista, aveva trascorso in carcere 27 anni della sua vita. L’elezione di Mandela alla presidenza fu una tappa fondamentale nel processo di transizione del Paese dal regime dell’apartheid alla democrazia.

Ho sognato… ... un prato – 9 –

Sognare un prato ci riporta alla serenità, al benessere psicofisico procurato dal contatto con la natura che da sempre rigenera e guarisce. Vedere in sogno un prato verde, magari ondeggiante al vento, indica che stiamo attraversando o che presto attraverseremo un periodo sereno, fatto di tranquillità e di momenti positivi: una fase di rinnovamento accompagnata da una grande energia vitale.

Barbanera buongustaio Insalata di Pasta

Tempo (min.): 15 + 2 ore Difficoltà: Facile Calorie per porzione: 510 INGREDIENTI (per 4 persone): 400 g di penne - 6 pomodori maturi perini ben sodi - una mozzarella di bufala 3 filetti di acciughe sotto sale - mezzo bicchiere di olio extravergine di oliva un mazzetto di basilico - sale e pepe. Mettere in un’insalatiera la mozzarella tagliata a fettine sottili, le acciughe sminuzzate, i pomodori tagliati a pezzetti, il basilico tritato, olio, sale e pepe. Lasciare insaporire per almeno due ore. Versare la pasta, lessata e scolata al dente, nell’insalatiera, mescolare bene e servire subito.

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L’oroscopo di Barbanera BUONE ECOPRATICHE

tra Primavera e Estate

UNA SECONDA VITA PER I COLLANT

Niente di più facile che un collant si smagli, ma quando si verifica questo noioso “incidente” non buttate la calza, perché può essere riciclata per lucidare le scarpe. Prendete la solita spazzola con cui normalmente pulite le scarpe e infilatela nella calza. A questo punto utilizzate la spazzola come di consueto, per strofinare le scarpe. E vedrete che le vostre scarpe non sono mai state così lucide!

ANTIPASTI A SORPRESA

Avete preparato la galantina ed è avanzata un po’ di salsa di carote? Potete preparare dei deliziosi crostini con pane tostato e un filo di olio extravergine di oliva. Oppure ci si potrà accompagnare una ricotta fresca di mucca, o mista, da condire con dell’olio d’oliva, sale, pepe macinato fresco e menta. La salsa può anche essere scaldata con un cucchiaio di olio extravergine di oliva e peperoncino.

PESCANDO QUA E LÀ!

Piastrelle brillanti e profumate Se volete che le maioliche di casa, oltreché brillare, abbiano anche un buon profumo, un risultato sorprendente lo si ottiene con i sali da bagno. Basta scioglierne un pugno nell’acqua bollente: utilizzata per lavare le maioliche, le renderà profumate e splendenti. Le tracce di unto dalle piastrelle si tolgono invece sciogliendo nell’acqua calda una goccia di detersivo per i piatti e una di ammoniaca.

ARIETE Avete la sensazione di trovarvi arenati in una zona defilata e che tutto succeda lontano da voi. Se le cose non girano come vorreste, fate il punto della situazione.

BILANCIA Avete in mente progetti grandiosi, ma siete bloccati, in attesa di informazioni per poter procedere. Attivate i vostri talenti naturali: diplomazia e pazienza.

TORO Rivedete un lavoro già fatto, se avvertite la sensazione che per la fretta avete tralasciato qualche dettaglio importante. La prudenza produrrà buoni frutti.

SCORPIONE Basta competizioni, non occorre sempre primeggiare: tanto più che certe rivalità vi fanno sprecare tempo ed energie. Evitate contrasti in famiglia e sul lavoro.

GEMELLI Protetti dagli astri, è arrivato il momento di osare: date il via a quel progetto un po’ folle che da tempo vi stuzzica. Vi butterete nell’impresa con entusiasmo!

SAGITTARIO Qualche zavorra da scaricare e un vecchio sogno nel cassetto, ma anche tanto lavoro. Mettendovi di buzzo buono, ne uscirete presto e anche meglio del previsto.

CANCRO Riuscirete a conquistare chi vi sta a cuore, sfoderando un po’ d’intraprendenza e le vostre magiche arti di seduzione. Nel lavoro ve la cavate egregiamente. LEONE Grinta, energia e dinamismo accompagnano le vostre scelte: nella professione andate fortissimo. Confidate senza timore nel vostro carisma e nelle vostre capacità.

CAPRICORNO Cogliete al volo l’ottimo affare che vi capita sotto il naso, senza andare alla ricerca di appoggi esterni. Vi sentite sicuri e a vostro agio in ogni ambiente.

VERGINE Gestirete i vostri affari con molta prudenza, adeguando il passo alla lunghezza della gamba. La vostra riservatezza vi salvaguarderà da situazioni imbarazzanti.

PESCI Una sensibilità equilibrata vi fa sentire tranquilli e in perfetta armonia con l’ambiente che vi circonda. Seguite il vostro intuito e non sbaglierete di certo!

ACQUARIO Creatività, diplomazia, spirito innovativo: con queste credenziali andrete lontano. Forse al momento mancano i fondi, ma prima o poi arriveranno anche quelli!

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EVENTI

MAGGIO - GIUGNO 2018

CANTINE APERTE 26/27 maggio

LORENZO LOTTO DIALOGA CON LEOPARDI

CAPOLAVORI SIBILLINI

ANTONIO LIGABUE

LE PAROLE DELLA FILOSOFIA - XXII EDIZIONE

PANTA REI - GIÒ POMODORO

“IL REALISMO DELLA SCULTURA”

sino al 24 giugno Mole Vanvitelliana (AN)

IL QUATTROCENTO A FERMO

sino al 2 settembre Chiesa di San Filippo - Fermo (FM)

sino all’3 giugno 2018 Recanati (MC)

sino a giugno Ancona (AN)

LE TEMPS RETROUVÉ di Robert Doineau sino al 2 settembre Senigallia (AN)

sino al 30 giugno 2018 Museo Diocesano - Milano

sino al 15 luglio Urbino (PU)

#ROSSINI150

sino al 2019 www.gioachinorossini.it


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Sapore di mare

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