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environmental media by WWAmbient


eart threepointzero one/2011

Immagine di copertina da “Herbarium” © Sara Conforti / Pierluigi Pusole editor in chief Ilaria Testa managing editor Michelle Nebiolo creative director Marco Cassinera copy editor Alessio Sciurpa

Copyright © 2010 WWAmbient – Some Rights Reserved – This work is released under the terms of the Creative Commons License Attribution-Noncommercial 2.5 Italy (http://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.5/it - http://creativecommons. org/licenses/by-nc/2.5/it/deed.en). This publication is free to download from our website (and websites linked to it) and is published under Creative Commons license. This means that all parts of eart threepointzero can be printed, quoted and circulated without modification and for non-commercial use only, with the sole obligation of quoting www.wwambient.it as original source.

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Teorizzare un “ENVIRONMENTAL MEDIA” ci ha portato a compiere determinate scelte.

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pdf interattivo – facilitare la fruizione non lineare del testo accrescendone l’usabilità. Attraverso semplici funzioni di sharing, ogni singolo contributo editoriale può essere postato su piattaforme diverse.

no print – promuovere una cultura che riduca i processi di stampa solo allo stretto necessario e al contempo familiarizzi gli utenti con le molteplici risorse disponibili on line e che spesso faticano a soppiantare i processi di tipo tradizionale.

testi al fondo – porre tutti i testi al

green font – utilizzare un font che in fase di stampa, ove necessario, faccia risparmiare risorse.

impaginazione orizzontale –

numero monografico – stimolare spunti ed idee innovative. In ogni numero un giovane artista viene invitato a esplorare il rapporto tra l’uomo e il suo ambiente.

creative commons – facilitare la libera diffusione dei contributi editoriali, con l’unico obbligo di citarne la fonte.

extra –

sharing – stimolare la diffusione di contenuti di qualità verso un pubblico potenzialmente interessato. Il fine non è la visibilità ad ogni costo, per questo selezioniamo le piattaforme di sharing e utilizziamo i feed RSS.

facilitare la visualizzazione e la lettura, evitando lo scroll. Più un file è leggibile, meno energia è richiesta per la sua fruizione. Più ne aumenta la velocità di fruizione, meno CO2 viene emessa in atmosfera. facilitare l’approfondimento della tematica trattata attraverso contenuti multimediali e link utili, a compendio dei singoli contributi editoriali.

fndo ed in sequenza continua, riducendo al minimo gli elementi grafici. Pensando anche a chi, per esigenze personali, professionali o di salute non può fare ameno di stampare, indicando una linea netta di demarcazione tra l’aria stampabile e l’aria non.


Hanno contribuito a questo numero

Antonio Brunori

Eduardo Kac

Luca Remmert

Dottore Forestale e Giornalista pubblicista, ha conseguito la Laurea in Scienze Forestali all’Università degli Studi di Firenze e il Master of Science in Agroforestry alla University of Florida (USA). Segretario Generale del PEFC Italia (lo schema di certificazione forestale più diffuso nel mondo), è anche titolare della Agenzia di comunicazione ambientale “Comunicambiente.net”, oltre a ricoprire la carica di Vice Direttore di “AF – Agronomi e Forestali” (rivista del Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali).

Internazionalmente riconosciuto per aver fondato la bioarte. Pioniere dell’arte digitale in epoca pre-web, è emerso negli anni 90 per Ie sue opere radicali che combinano telerobotica e organismi viventi. Il suo modo visionario di integrare robotica, biologia e reti telematiche esplora la fluidità del soggetto nel mondo post-digitale.

Proprietario e conduttore dell’Azienda Agricola “La Bellotta”, nel corso degli anni ha ricoperto incarichi in: ANGA (Associazione Nazionale Giovani Agricoltori), Confagricoltura, ICE (Istituto Commercio Estero), Istituto Sperimentale Vezzani di Sauze d’Oulx, Università degli Studi di Torino, Camera di Commercio di Torino, Fondazione CRT, Teatro Stabile di Torino, UNICREDITO Spa, Fondazione per l’Ambiente Teobaldo Fenoglio, ALLIANZ SUBALPINA Spa, FISI (Federazione Italiana Sport Invernali), Compagnia di San Paolo.

Grazie a:

Daniela Calisi, Eva Filoramo, Daniela Giambone, Marie Perra


artescienza / Dans le laboratoire Esiste un luogo, a Parigi, dove scienza e arte non sono “scienza” e “arte” bensì artescienza, una cosa unica e per certi versi indissolubile in cui due concetti spesso ritenuti molto distanti tra loro altro non sono che due facce della medesima medaglia. ... continua >

di Eva Filoramo


L’indipendenza energetica dell’azienda agricola Parlare di sostenibilità per il comparto agricolo oggi non significa solo parlare di qualità, tracciabilità o biodiversità. L’applicazione della tecnologia ai processi produttivi permette di raggiungere traguardi alla portata di qualsiasi azienda, con investimenti progressivi, intelligenti e mirati. ... continua >

Intervista a Luca Remmert di Alessio Sciurpa


Edunia Scopro Edunia nel mezzo di una stanza, sola, illuminata dall’alto. La sua presenza basta da sola a definire questo posto come il luogo di un incontro. Una donna, un fiore. Un essere umano e una pianta-animale, un plantimale. ... continua >

Intervista a Eduardo Kac di Daniela Calisi


La certificazione della filiera del legno: uno strumento di comunicazione ambientale Associazione indipendente. No-profit. Non governativa. Promuove la gestione sostenibile delle foreste a livello mondiale attraverso la certificazione di terza parte. ... continua >

Intervista ad Antonio Brunori di Alessio Sciurpa


Carta della Terra e Fondazione Cogeme: applicare in concreto la sostenibilità Una società globale giusta, sostenibile e pacifica. Non si tratta dell’ennesima utopia proposta da un filosofo, né dello slogan di un’associazione pacifista, ma dell’obiettivo di tutti coloro che aderiscono alla Carta della Terra. ... continua >

di Ilaria Testa


Miraorti / Une française à Mirafiori Settembre. Mi chiamo Marie e sono una volontaria del Servizio Volontario Europeo. Sono arrivata a Torino da Lione, e lavoro con Stefano Olivari (paesaggista) sul progetto Miraorti, che attraverso il giardinaggio contribuisce alla riqualificazione di una parte di Mirafiori Sud. ... continua >

di Marie Perra


NaCl Entrare dall’uscita di servizio spesso non è poi così male. Arrivo al quartiere Turda Noua dove si apre l’entrata secondaria alla ex miniera di sale di Turda, in Transilvania. ... continua >

di Alessio Sciurpa


How to make an Herbarium intervista a Sara Conforti e Pierluigi Pusole di Alessio Sciurpa

HERBARIUM usa l’espressione artistica per portare il tema dell’ibridazione in settori altri della conoscenza stimolando l’incontro generativo tra discipline diverse. Il progetto ibrida il campo artistico con quello scientifico grazie a un gioco di sottili equilibri, dove stilemi e concetti mutuati da scienze e tecnologie vengono metabolizzati da un sistema pittorico in grado di elaborare i codici osceni della ri-materializzazione.

AS: Un passaggio fondamentale, per la costruzione di un erbario scientifico che descrive un determinario territorio, è distinguere le specie indigene da quelle introdotte. In quale delle due definizioni possiamo inserire le matrici di HERBARIUM? SC: Le matrici di HERBARIUM si collocano a cavallo tra due sistemi eterogenei: quello pittorico e quello umano. Del sistema pittorico sono indigene. Del sistema naturale sono introdotte. Si autoproducono attraverso un sistema pittorico, ma si inseriscono in un sistema reale attraverso il medium della pittura. Si potrebbero dunque definire metaindigene. Ma anche meta-introdotte. AS: Pierluigi, alla base del progetto pittorico c’è la dichiarazione: “IO SONO DIO”. Il suo è un programma complesso che va a sfidare direttamente l’ordine naturale, attraverso la creazione di

PP: Il nome CONFORTI&HOFER evoca un immaginario scientifico, di laboratorio: è un alias che ci “autorizza” a classificare e descrivere tutti i nuovi organismi e le relative configurazioni generate dall’interazioni tra elementi. Se IO SONO DIO è il punto di partenza pittorico, la CONFORTI&HOFER è il punto di mediazione fondamentale attraverso il quale codifichiamo la provocazione. Sara, attraverso la CONFORTI&HOFER, crea gli strumenti con i quali poniamo sotto una lente d’ingrandimento la realtà demiurgica di IO SONO DIO, rivolgendola verso l’esterno. La creazione dell’erbario è il veicolo che mette in relazione la metarealtà con la realtà. AS: Quanto sono attinenti i soggetti di HERBUARIUM agli organismi del mondo biologico?

sistemi chiusi di provocazione. Sedi di una natura che non mantiene più i suoi PP: Le matrici di HERBARIUM sono orgacaratteri perfettamente riconoscibili, nismi a tutti gli effetti: cellule, tessuti, questi sistemi ci svelano una realtà piante e habitat di uno stesso sistema “altra”? pittorico. Le matrici incorporano il concetto di transitorietà e divengono tracce PP: Sostituendo alle realtà di un’area premonitrici del caos; ci svelano il congeografica di riferimento – come è tenuto esplosivo di un caveau dal quale d’uso per gli erbari scientifici – le potenzialità di uno specifico sistema visi- si propaga l’eco di una sfida al sistema vo in cui germogliano autonomamente formale più complicato e aperto: quello naturale. “i codici osceni della ri-materializzazione”, prende forma un meta-sistema AS: I sistemi cellulari, i tessuti e le pianbiologico, un HERBARIUM. Con esso te presentati in questa serie costituiscocostruiamo un compendio che custono una testimonianza parziale di un ben disce i campioni di una meta-specie. più complesso programma di indagine, Il nostro lavoro è frutto dell’indagine giusto? di un meta-scenario che genera una meta-descrizione. SC: Separando le istruzioni che governano la vita (il codice, il software) e AS: Ognuna delle tavole è contrassegnata da un’etichettatura in cui compa- riproducendo la sostanza materiale di re il marchio CONFORTI&HOFER. Di che cui il vivente è costituito (l’hardware), si ottengono organismi con le caratteristicosa si tratta?

che del vivente, in grado però di estendere l’idea di vita a una dimensione più generale, universale, al di là dell’organico stesso. AS: Gli organismi che compongono la serie presentano gli elementi fondamentali del sistema vegetale: la cellula, il tessuto, la pianta, l’habitat. Solitamente gli erbari considerano solo una di queste dimensioni. Cosa vi ha spinto a incluedere anche le altre? SC: A dimensione macroscopica distinguiamo con certezza ciò che è vivo da ciò che non lo è, oppure che è inanimato. A dimensione microscopica, la certezza di questo confine sfuma. La scala di riferimento non è solo macro / micro ma anche destra / sinistra, più infinito / meno infinito. La vita è legata pertanto alla scala con cui la si osserva. È un continuum indeterminato. Creare un sistema altro e alternativo, mette ancora più in discussione questa distinzione. Le matrici di HERBARIUM non hanno solo la capacità di manipolare le forme di vita, ma di crearne di nuove, partendo dal microscopico che mette in discussione il macroscopico. EXTRA | BACK


noprintnoprintnoprintnoprint ARTESCIENza di Eva Filoramo

Esiste un luogo, a Parigi, dove scienza e arte non sono “scienza” e “arte” bensì artescienza, una cosa unica e per certi versi indissolubile in cui due concetti spesso ritenuti molto distanti tra loro altro non sono che due facce della medesima medaglia. A Parigi, certo: dove esistono luoghi di quasi ogni tipo e dove le idee trovano realizzazioni concrete con la grandeur tipica dei francesi della capitale. Questa casa europea dell’artescienza ha una controparte americana a Boston, altra fucina di idee e cultura nel senso più ampio dei termini - grazie anche a istituzioni del calibro della Harvard University o del Massachussetts Institute of Technology, tanto per citare le più famose anche oltreoceano. Proprio ad Harvard, presso la Scuola di Ingegneria e Scienze Applicate, insegna David Edwards, fondatore e ideatore di questo centro un po’

museo, un po’ incubatore, un po’ fucina di innovazione: Le Laboratoire, che dal cuore della capitale francese diffonde idee e prodotti in tutto il resto dell’Europa e del mondo. Situato in una vecchia stamperia del XIX secolo, Le Laboratoire consta di sale espositive, alcuni atelier e un vero e proprio negozio – The LaboShop – dove sono commercializzati libri di artescienza e, soprattutto, i prodotti che nascono dalle ricerche condotte nel corso di proficue collaborazioni tra artisti e scienziati. Perché è proprio questo legame che Le Laboratoire vuole coltivare, anche in senso pratico e produttivo: la struttura accoglie gli attori di questa avventura – ricercatori, artisti, designer – in un ambiente che stimola la riflessione su problematiche culturali, educative, industriali e ambientali. Tra i prodotti scaturiti dall’inventività di David Edwards, biologo di formazione, c’è un modo del tutto nuovo di pulire l’aria con le piante concepito grazie a una collaborazione con il designer Mathieu Lehanneur: si tratta di ANDREA, presentato nell’ambito della fondamentale mostra del MOMA di New York “Design and the Elastic Mind” e vincitore del titolo di Invenzione dell’anno di Popular Science nel 2008. ANDREA è un sistema di filtrazione vegetale particolarmente efficace, che rende le piante più veloci (del 1000%, addirittura!) a rimuovere i gas tossici presenti in un ambiente

chiuso come le nostre case; l’idea è stata ripresa da studi compiuti negli anni ’80 dalla NASA sulle capacità di filtraggio degli organismi vegetali. Con le parole di Michael Braungart, chimico ambientale dell’Università di Lüneberg in Germania, si tratta di un’applicazione che “usa il meglio della natura insieme al meglio di ciò che può fare un essere umano.” Probabilmente anche il più recente frutto del confronto tra Lehanneur ed Edwards potrebbe meritare analoghe parole da parte di Braungart: si tratta di Pumpkin (dall’inglese “zucca”), un nuovo modo di trasportare acqua o altri liquidi ispirato alle cellule degli organismi viventi. Le cellule biologiche infatti, pur avendo forme e funzioni molto diverse tra loro, hanno un fattore comune che resta costante, ed è proprio quello di trasportare, filtrare e conservare l’acqua. Dalla sua forma iniziale, in cui può contenere fino a un litro e mezzo d’acqua, Pumpkin si adatta ai diversi bisogni e può raccogliere e distribuire fino a oltre 10 litri di liquido; i tubicini di cui è fatta la borsa, infatti, possono essere staccati e collegati gli uni agli altri per formare dei grossi anelli da riempire di liquidi e attaccare al collo o alla vita. Ed è probabilmente questo il merito più significativo dell’artescienza al lavoro: da un modello di borsa che potrebbe esercitare un grande fascino sulle più esigenti fashion victims del mondo occidentale,

a un oggetto che potrebbe davvero cambiare le cose per chi vive in quelle zone del mondo che di acqua hanno un bisogno che cresce ogni giorno di più. EXTRA | SHARE |

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L’indipendenza energetica dell’azienda agricola Intervista a Luca Remmert di Alessio Sciurpa

Parlare di sostenibilità per il comparto agricolo oggi non significa solo parlare di qualità, tracciabilità o biodiversità. L’applicazione della tecnologia ai processi produttivi permette di raggiungere traguardi alla portata di qualsiasi azienda, con investimenti progressivi, intelligenti e mirati. L’azienda agricola diventa il “terreno fertile” in cui innovazione e tradizione si incontrano. Di questo incontro e d’indipendenza energetica abbiamo discusso con Luca Remmert dell’Azienda


noprintnoprintnoprintnoprint Agricola “La Bellotta” di Venaria, luogo scelto da New Holland per lo sviluppo del suo prototipo di trattore all’idrogeno NH2. AS: Inizierei con il raccontare “La Bellotta”. LR: La nostra è un’azienda di 400 ettari circa, di cui 250 sono di coltivo e 100 di bosco che nasce intorno agli anni Sessanta. La nostra è sempre stata un’azienda cerealicolo zootecnica. Circa dieci anni fa abbiamo smesso di produrre carne, perché non mi piaceva più il prodotto e ritenevo la produzione non sostenibile, sia economicamente, sia per le caratteristiche della concorrenza nella produzione, non sempre portata avanti con mezzi leciti. Siamo rimasti dieci anni senza zootecnia, poi, quando è maturato il discorso del biologico – perché secondo me il biologico aveva bisogno di maturare – abbiamo iniziato di nuovo. Ora abbiamo 9.000 galline ovaiole con un rigido disciplinare. Siamo sempre stati attenti alle questioni di carattere ambientale, che riteniamo essere di carattere culturale molto prima che normativo. Ne sono esempio il recupero degli oli usati e la raccolta dei rifiuti, che noi portavamo avanti da molto prima della nascita dei consorzi di recupero e in momenti in cui non c’era bisogno di farlo, tantomeno convenienza. O il disciplinare di gestione forestale. Così come siamo sempre stati attenti all’utilizzo di tecnologie e macchinari a basso impatto ambientale. Non

a caso siamo stati tra i primi in Italia ad aver acquistato un’irroratrice a basso volume (sistema di micro-nebulizzazione che diminuisce lo spreco di risorse). Una parte dell’azienda dal ’94, 26 ettari circa, è dedicata alla produzione di essenze da legno a lungo ciclo (30/40 anni). Da alcuni anni parte dell’azienda è biologica, oggi siamo quasi a una cinquantina di ettari. AS: Perché solo parte, cosa intende? LR: Perché ho sempre creduto nel biologico, ma non ritengo che oggi possa essere l’unica prospettiva che un’azienda delle nostre dimensioni possa avere. Se facessi le culture estensive che faccio, mais e grano, in modo biologico, probabilmente la mia azienda oggi non starebbe in piedi. Quindi parte dei terreni sono ad agricoltura biologica, parte ad agricoltura tradizionale. Attenzione però, agricoltura tradizionale a basso impatto ambientale: questa è la ricetta in cui credo, non mi piacciono gli integralismi. Oggi si può fare agricoltura con la chimica, si può fare a basso impatto ambientale e non sono assolutamente d’accordo con la demonizzazione degli OGM. AS: In che senso? LR: Si è montato un grande battage facendo spesso leva sulla disinformazione. Credo che oggi sia possibile un’agricoltura di tipo estensivo, utilizzando

intelligentemente la chimica (attenzione ai tempi di carenza, ecc.) e che questa possa contribuire alla sostenibilità economica. AS: Dal punto di vista energetico, quali sono le vostre fonti di approvvigionamento? LR: Nel momento in cui il fotovoltaico è diventato a tariffa unica, abbiamo installato 3.000 mq di pannelli. Noi siamo un’azienda molto poco energivora, quindi l’introduzione delle energie rinnovabili, il fotovoltaico prima e il biogas poi con una centrale da 1 MW, vanno nella direzione ovviamente della copertura del fabbisogno, ma soprattutto della vendita del surplus. Noi oggi siamo diventati una vera e propria azienda di produzione elettrica. Già con i 180 kW di fotovoltaico coprivamo, anche se a fasi alterne (legate alle condizioni atmosferiche), il fabbisogno dell’azienda. Adesso, con l’introduzione del biogas, l’intera produzione agricola è dedicata alla produzione di biomassa. AS: Perché la scelta del biogas? LR: Con il biogas abbiamo di fatto coperto l’intero ciclo di produzione: utilizziamo l’energia del sole per far crescere le piante, le tagliamo, le stocchiamo e le inseriamo all’interno del digestore ri-estraendo l’energia che il sole ci aveva dato, sotto forme diverse: oltre all’energia

elettrica, l’energia termica e il digestato, il prodotto della digestione anaerobica delle biomasse e dei reflui zootecnici mescolati a esse, che viene utilizzato come concime. Prima consumavamo più di 100.000 euro di concimi in questa azienda, ora la produzione di 15.000 tonnellate di digestato ci evita l’approvvigionamento dall’esterno. Siamo andati anche oltre: dato che le condizioni climatiche e le colture in atto non consentono di entrare nei campi 365 giorni l’anno, abbiamo realizzato una rete di più di 5 km di tubazioni. Pompiamo direttamente nei campi il concime con un enorme vantaggio: una produttività molto più alta e al contempo un risparmio di risorse, forza lavoro e tempo, visto che la dispersione del prodotto richiederebbe un’ora per ogni carrobotte. Basti pensare che ogni carrobotte trasporta 300 quintali. Essendo la vasca del digestato vicino a un canale di irrigazione, utilizziamo le stesse tubazioni anche per irrigare, evitando ulteriori spostamenti, e il gasolio della pompa che utilizzavamo in precedenza. È stato un grande investimento, ma anche una grande rivoluzione. Il motore che fa andare il sistema lavorando ininterrottamente 365 giorni l’anno produce un elevato calore che ovviamente va dissipato. Abbiamo utilizzato anche questo sottoprodotto incamerandolo in un sistema di teleriscaldamento, con il quale andiamo a riscaldare l’intera azienda e un condominio nelle vicinanze di dodici unità immobiliari.


noprintnoprintnoprintnoprint AS: Recentemente siete stati scelti da New Holland per sviluppare in condizioni di utilizzo il loro prototipo di trattore all’idrogeno, come mai?

tatto con la realtà de “La Bellotta”, ora farò dipingere i due silos che sormontano la centrale del biogas da un gruppo di street artist.

LR: A questo proposito, parlando di sottoprodotti della produzione di biogas, uno di essi, derivato dell’utilizzazione del trinciato di mais, è l’idrogeno. Senza scendere in tecnicismi, secondo una tecnologia messa a punto in modo prototipale dall’Environment Park di Torino, si può ricavare idrogeno intercettandolo durante il processo di digestione. New Holland stava cercando un’azienda per passare dalla fase prototipale alla realizzativa, la stava cercando in tutto il mondo non sapendo che ce n’era una a 10 km dal loro centro aziendale. Un’azienda ovviamente anche con certe caratteristiche di riservatezza per la fase di sperimentazione. Entro il 2013 New Holland vorrebbe mettere in produzione il trattore a idrogeno. Un trattore che come emissioni produce vapore acqueo ed è estremamente silenzioso, realizzando di fatto l’indipendenza energetica dell’azienda agricola. Anche la produzione di idrogeno sicuramente sarà in eccesso rispetto al nostro fabbisogno energetico, diventando un’ulteriore eccedenza da immettere nella rete.

AS: Come mai questa scelta?

AS: Per concludere ci parli del piccolo progetto artistico che avete in programma per la prossima primavera. LR: Già in passato l’arte è entrata in con-

LR: Primo perché ritengo che l’arte debba essere portata nei posti meno usuali. Secondo perché voglio dare un’opportunità a giovani artisti che altrimenti difficilmente avrebbero l’occasione. E infine perché sono convinto che anche la cura dell’anima delle persone che lavorano per me faccia parte del concetto di sostenibilità. Credo che chi si reca ogni mattina al lavoro o l’autista che passa da noi a scaricare possa godere e rimanere colpito da questa forma d’arte, la loro giornata ne risulterà arricchita. EXTRA | SHARE |

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Edunia Intervista a Eduardo Kac di Daniela Calisi

Scopro Edunia nel mezzo di una stanza, sola, illuminata dall’alto. La sua presenza basta da sola a definire questo posto come il luogo di un incontro. Una donna, un fiore. Un essere umano e una piantaanimale, un plantimale. Fin dal 1992 il materiale genetico di oltre 2000 fra pesci, piante, insetti, virus, funghi e batteri è stato alterato in laboratorio allo scopo di cambiarne alcune proprietà fisiche e capacità. Ci sono geni di pesce nella frutta, geni di pollo nel pesce, geni di insetti nelle piante (di cui tre sono nel grano) e, nel caso del maiale, geni umani nella carne. Per ciascuna di queste mescolanze non abbiamo neppure un nome: li chiamiamo OGM ma sono chimere, animali immaginari, che pre-esistono. Anche Edunia è fatta così: un po’ petunia, un po’ Eduardo Kac. Nelle venature rosse dei suoi petali produce la stessa immunoglobulina che Eduardo produce nelle sue vene: come se anche lei avesse il sangue, gli anticorpi. Edunia non ha sangue ma linfa, eppure produce immunoglobulina, una proteina animale, come nessun vegetale in natura. Eduardo ha creato Edunia trasferendo in lei un suo gene: è una delle opere di bioarte con le quali indaga il significato di uguaglianza e alterità degli esseri viventi; la comunicazione, anche genetica, tra specie diverse. Incontro Eduardo nell’atrio del Centre des Arts di Enghien-les-Bains a Parigi,

che ospita la sua mostra Life, Light & Language. Ci sediamo, con Edunia sullo sfondo, e gli chiedo: DC: Nel 2000 hai creato Alba (un coniglio che diventa fluorescente grazie a un gene di medusa). Dieci anni prima avevi cominciato creando poesie olografiche (in cui il testo si muove e cambia quando il lettore si sposta). Come si conciliano le due cose? EK: Negli olopoemi ciò che verrà letto è strettamente legato al modo in cui il singolo lettore, spostandosi, cambia punto di vista. Quindi non esiste un vero testo, definito, chiuso. Esistono solo tutti i testi, e tutti i punti di vista da cui li si può leggere. Quando ho creato Alba, per me lei era solo il mio coniglio. Avevo immaginato un percorso diverso per quest’opera, ovvero ospitare Alba a casa mia con la mia famiglia. Ma le polemiche sono state amplissime e il discorso che si è creato non si è mai esaurito: Alba continua a suscitare riflessioni e nuovi punti di vista. Ancora oggi mi chiedono di parlarne in qualche intervista o trasmissione, e io stesso ho finito per creare un discorso conigliforme: i Lagoglifi. DC: Che futuro vedi per la bioarte? Vedi un’umanità che costruisce artisticamente nuove forme di vita? EK: Il pubblico ha sempre un’impressio-


noprintnoprintnoprintnoprint ne incompleta sulle vere possibilità del vivente. Il vivente è un mezzo specifico, come lo sono la pittura a olio o il marmo, un mezzo plasmabile, più di quanto si creda. Ma lavorare con il vivente significa comprendere che ci sono dei limiti: limiti che si forzano, certo, ma senza arrivare per esempio a far crescere le ali a un coniglio. Il pubblico ha questa convinzione, mutuata dalla fantascienza, che si possa produrre qualunque cosa, ma non è così. Allo stesso tempo è evidente che il futuro ci prepara delle cose nuove, ma saranno le possibilità tecniche e le richieste del mercato a dettare cosa davvero verrà realizzato. Noi pensiamo di poter scegliere dei tratti, ma in realtà sappiamo ben poco dei possibili impatti che scelte di questo genere hanno. DC: Le vene del tuo fiore Edunia le hai scelte dall’inizio, o è qualcosa che hai deciso durante il processo di creazione? E.K.: L’idea poetica era di passare dalle mie vene alle vene rosse del fiore, e di far funzionare il mio gene esattamente come funziona in me, producendo una proteina. Edunia produce effettivamente immunoglobulina nelle sue vene; in natura nessuna pianta produce proteine umane, ed è per questo che la chiamo un plantimale. Il fatto che il mio gene sia in grado di funzionare all’interno di una pianta esattamente come dentro di me dimo-

stra fino a che punto noi siamo prossimi a tutti gli altri esseri, soprattutto a quelli a cui non pensiamo mai come davvero simili a noi. DC: Perché l’immunoglobulina? EK: L’immunoglobulina fa parte del sistema immunitario, partecipa al processo di identificazione e rigetto di ciò che è altro da noi. DC: Il fatto che Edunia contenga una parte del tuo patrimonio genetico in che rapporto vi mette, secondo te? EK: Io l’ho creata, ma è un essere indipendente. Edunia ha una sua vita da vivere che non dipende da me, anche se contiene il mio gene. Io non cerco di antropomorfizzare Edunia; la riconosco nella sua diversità. Il fatto che lei esista è come aver buttato un sasso in uno stagno: la sua presenza sulla superficie costringe l’acqua a spostarsi per lasciargli spazio, e di conseguenza vediamo le onde che perturbano la superficie. Dal momento che questa pietra arriva nel mondo, bisogna farle spazio: bisogna aprire le braccia e accettare un nuovo essere nella comunità della vita. È stato creato da un artista, ma non resta solo nell’immaginazione: è vero, reale. Ma allo stesso tempo è stato creato secondo una poetica particolare, ha ragione di esistere ed esiste per una ragione. Mentre parliamo Edunia è dietro di noi,

sotto la luce. Una signora si avvicina per sentirne il profumo. I plantimali sentono la presenza dei campi elettrici umani, sono esseri sensibili all’ambiente che li circonda. Edunia ha un bel fiore rosa con le venature rosse, ha delle belle foglie verdi e sta in un vaso. Sopra di lei campeggia una scritta, il suo titolo: Natural History of Enigma. EXTRA | SHARE |

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La certificazione della filiera del legno: uno strumento di comunicazione ambientale Intervista ad Antonio Brunori di Alessio Sciurpa

Associazione indipendente. No-profit. Non governativa. Promuove la gestione sostenibile delle foreste a livello mondiale attraverso la certificazione di terza

parte. Questo in estrema sintesi è quello che mi racconta il materiale informativo che leggo, mentre attendo l’intervista con il Segretario Nazionale di PEFC Italia, Antonio Brunori. Il lavoro di PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification Schemes) è molto più vasto ovviamente. In questa intervista cercheremo di approfondirlo, di capire come funziona e quali possibilità comunicative sottende. AS: Ho letto sul vostro sito web che di 3,9 miliardi di foreste a livello mondiale circa l’86% è di proprietà pubblica, mentre il restante è in mano a piccoli proprietari privati o comunità. Mi sembra di capire che una delle prime difficoltà che incontra il sistema di certificazione sia il gestire questa differenziazione di proprietari e il rapporto che essi instaurano con la superficie forestale? AB: Data l’enorme eterogeneità degli elementi che costituisco il sistema PEFC che si estende dalle foreste boreali della Russia di totale proprietà dello stato, fino alla macchia mediterranea del chaparral cileno, parlare di gestione forestale risulta estremamente complesso. Prendiamo ad esempio l’Italia per vedere come ogni realtà si inserisce nel sistema: in questo caso i dati ci dicono che il 40% della superficie forestale è di proprietà pubblica. Quando parliamo di pubblico stiamo parlando prevalentemente di enti locali e non dello stato,


noprintnoprintnoprintnoprint perché secondo la legge del 1973 la delega per quanto riguarda la gestione del suolo e le foreste è affidata alle regioni, le quali a loro volta delegano alle comunità montane e ai comuni. Il 60% dei 10 milioni e mezzo di ettari di foreste in Italia è in mano ai privati, con una media per ogni singolo proprietario di un ettaro e mezzo. Una porzione molto esigua, per intendersi l’estensione di due campi di calcio. Questo perché nel diritto romano l’eredità del padre viene divisa tra i figli a differenza del diritto tedesco nel quale rimane al primogenito. Questo evidenzia una delle tante eterogeneità che il sistema incontra. I boschi nelle zone alpine e nel Centro Europa hanno ancora estensioni di 500/1.000 ettari, che permettendo una gestione accorpata. Quando invece di generazione in generazione si fraziona – fenomeno al quale va aggiunto l’abbandono delle zone montane a favore della città – non si ha più una definizione certa dei confini, della effettiva proprietà. Basti pensare che in Italia negli ultimi 50 anni si è avuto un raddoppio delle superficie forestale a seguito dell’abbandono delle montagne. Il bosco non gestito ha cominciato a espandersi su campi e pascoli. Uno strumento come la certificazione forestale va a portare innanzitutto chiarezza: non c’è certificazione senza pianificazione, né pianificazione senza la definizione di confini e proprietà. La certificazione diventa uno stimolo a individuare il proprietario, pianificando una

gestione almeno decennale. AS: Quanti tipi di schemi di certificazioni PEFC esistono? AB: Il sistema ha all’interno due schemi: lo schema di gestione forestale sostenibile, che detta le regole per una corretta gestione e conferisce il marchio al sistema foreste, e lo schema di catena di custodia. Quest’ultimo ne certifica la filiera: ogni trasformazione o cambio di custodia di un particolare legno proveniente da una particolare foresta subisce un controllo, supervisionando ogni passaggio e processo. Dal bosco fino al consumatore finale. Facciamo un esempio: la ditta di utilizzazione boschiva taglia l’albero e lo porta in segheria. La segheria a questo punto si chiede: come faccio a sapere che quel legname proviene da quel determinato bosco? La ditta mostra la certificazione. Ma cosa vuol dire avere la certificazione? Che l’organismo di certificazione verifica durante le operazioni di taglio, che il quantitativo e le modalità siano corrette e vi appone il marchio. Nel caso in cui la segheria acquisti legname certificato e non certificato, l’organismo di certificazione va a verificare che lo tenga separato, che lo tagli in giorni precisi e che il quantitativo di legno certificato che vende sia esattamente quello che è entrato (meno, ovviamente, gli scarti di lavorazione). Questo in sintesi lo schema di certificazione.

AS: Una volta emesso il vostro certificato e acquisito il diritto a usare il logo su materiali di comunicazione e prodotti, come garantite che queste caratteristiche vengano mantenute nel tempo? AB: La certificazione ha una validità di 5 anni, con verifiche annuali. L’organismo di certificazione si reca sia nel luogo di approvvigionamento e di trasformazione sia dentro la gestione dell’impresa, verificando che le informazioni dichiarate nel manuale di certificazione e la pratica corrispondano. In caso di problemi le verifiche diventano semestrali, ma questo ha un costo aggiuntivo: quindi è interesse all’azienda conformarsi alla norma. L’organismo di certificazione che effettua il controllo riferisce a PEFC, che a sua volta viene controllato da un organismo di accreditamento terzo. L’etimologia del termine ne identifica la filosofia: certum facere, fornire garanzie, dare certezze. Se l’organismo certificatore non ha certezze, non le può trasmettere alla società civile. AS: Tali organismi di certificazione insistono sul territorio di riferimento dovendo attenersi alla normativa nazionale? AB: Facciamo un esempio: in Europa esiste la libera circolazione delle merci, quindi un organismo di accreditamento Sudafricano può tranquillamente certificare in Europa, ma deve dare alcune garanzie, assumendo personale locale

che conosca lingua e normative locali. AS: Un dubbio nasce spontaneo: facendo riferimento ognuno a normative nazionali diverse, il prodotto certificato avrà lo stesso marchio, ma probabilmente non sarà esattamente analogo? AB: Questa infatti era una delle debolezze di PEFC fino a poco tempo fa. Venivamo accusati di avere legname di diverso valore, a seconda della provenienza, dal punto di vista etico. Come fare, ad esempio, a dire che il sistema finlandese è eticamente certificato come quello italiano? Esiste una griglia di requisiti minimi di sostenibilità che lo schema nazionale deve possedere, tutti con la stessa base: Canada, Brasile, Finlandia, Malesia. Quindi si possono avere più requisiti, ma non di meno. È una base comune con 6 criteri, suddivisi in 90 indicatori di sostenibilità. Questi indicatori cambiano in funzione del paese. Per tornare all’esempio precedente, in Italia obblighiamo a non tagliare un bosco più di mezzo ettaro a taglio raso, in Finlandia gli ettari sono 10. Le peculiarità che differenziano i due sistemi sono di carattere orografico: in Italia abbiamo un paesaggio montano, mentre la Finlandia è pressoché pianeggiante; in Finlandia ci sono periodici incendi che determinano il rinnovo del patrimonio boschivo tutto assieme, mentre in Italia è necessario un rinnovo naturale e graduale per garantire la tenuta del terreno e per evita-


noprintnoprintnoprintnoprint re smottamenti. In ultima analisi non si può imporre alla Finlandia la nostra silvicoltura, e viceversa. È questo che PEFC valuta come elemento fondamentale della sostenibilità: adattare uno schema alle peculiarità locali, il che comprende anche la difesa dei diritti sociali e il mantenimento della biodiversità. AS: La vostra attività comunicativa passa attraverso la promozione della filiera corta. Può farci qualche esempio? AB: I Malgari di Valsarentino nella Provincia di Bolzano col loro “mugolio”, estratto dall’olio di Pino Mugo. È una maniera semplice di portare il bosco alla città. Se non controllato il Pino Mugo invade i pascoli impedendo al bestiame di nutrirsi e quindi costringendo gli allevatori a spendere soldi per falciare. Questo Pino viene messo in bollitori dove il vapore ne separa gli estratti. PEFC acquistando il prodotto permette agli allevatori di sopravvivere. Gli allevatori a loro volta controllano il bosco, che altrimenti impedirebbe la pastorizia, ne ricavano un estratto e quell’estratto diventa promozione del bosco che è stato tagliato per permettere la pastorizia stessa. Questo tipo di attività di promozione permette a PEFC di finanziare e sostenere il lavoro di chi vive lì, e allo stesso tempo di autopromuoversi. A Sauris di Sopra in provincia di Udine un micro birrificio utilizza il marchio PEFC per promuovere il prodotto aromatiz-

zata con prodotti del bosco certificato. La birra prodotta attraverso il marchio entra nel circuito di promozione di PEFC, che ne aiuta la diffusione e certifica che il bosco dal quale provengono le materie prime è ben gestito. La qualità del prodotto è indubbia visto che viene aromatizzata con prodotti naturali e a partire dall’acqua di sorgente del Parco delle Dolomiti Friulane. Un’altro esempio di come si possano combinare comunicazione e materie prime di qualità, grazie alla promozione locale, è la Itlas nell’altipiano del Cansiglio: bosco sopra, segheria sotto. Qui si producono le “Assi del Cansiglio”, un parquet locale di faggio che, a differenza del parquet tradizionale che di solito è prodotto con legno tropicale, utilizza legname locale. E così il fungo, il miele e quant’altro ruota intorno all’immaginario del bosco diventa con il marchio PEFC veicolo di promozione reciproca, oltre a diventare argomentazione di vendita per questi prodotti, certificazione di qualità e coerenza con i principi di sostenibilità. Il prodotto diventa soprattutto mezzo di riflessione e quindi medium di comunicazione ambientale verso il grande pubblico rispetto al tema della gestione sostenibile delle foreste. Un’altra storia interessante che vale la pena citare è quella di un ragazzo marchigiano trasferitosi in Friuli che, mettendosi d’accordo con i proprietari di un bosco certificato PEFC, ha costruito la sua casa interamente in legno,

comprensiva di certificazione energetica, utilizzando coerentemente solo i materiali che il bosco offriva. Un altro obiettivo di PEFC Italia è promuovere il nostro legno. In Italia si importa il 90% del legname dall’estero, terza voce di deficit nazionale dopo petrolio e carne, mentre l’industria del mobile risulta essere la seconda voce in attivo a livello nazionale. Come dire prendo da fuori, lavoro in loco e rimando fuori, alla faccia della sostenibilità. Senza contare che buona parte del legname importato, secondo fonti del Parlamento Europeo, è di origine illegale. La certificazione può diventare una buona argomentazione di vendita per la trasformazione e la valorizzazione del legno locale, che costa sicuramente di più ma contribuisce al sostentamento degli artigiani e degli imprenditori italiani e alla corretta gestione del patrimonio forestale, con una ricaduta positiva sul sistema nazionale nel lungo periodo.

formazione degli operatori diventa parte integrante del sistema di certificazione. Ma anche definire e promuovere all’interno dello stesso sistema le vocazioni del territorio. Per esempio nelle Alpi si mette il marchio sul legno da opera per case o parquet, nel Centro Italia per la legna da ardere. EXTRA | SHARE |

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Carta della Terra e Fondazione Cogeme: applicare in concreto la sostenibilità di Ilaria Testa

AS: Per definirsi sostenibile un sistema di certificazione deve portare con sé altri vantaggi, giusto? AB: Certo, oltre alla corretta gestione forestale, alla certezza della filiera di trasformazione e alla promozione dell’economia locale – che abbiamo già citato – ci sono altri vantaggi che contribuiscono a definire sostenibile lo schema di certificazione PEFC. La sicurezza sul posto di lavoro, ad esempio. La

Una società globale giusta, sostenibile e pacifica. Non si tratta dell’ennesima utopia proposta da un filosofo, né dello slogan di un’associazione pacifista, ma dell’obiettivo di tutti coloro che aderiscono alla Carta della Terra, documento che vuole ispirare in tutti i popoli un


noprintnoprintnoprintnoprint nuovo sentimento d’interdipendenza globale e di responsabilità condivisa per il benessere di tutta la famiglia umana. Essa è il prodotto di un dialogo decennale, mondiale e interculturale, su obiettivi e valori comuni. Nato nell’ambito delle Nazioni Unite, il progetto “Carta della Terra” è stato portato avanti e completato da un’iniziativa della società civile. La Carta è stata finalizzata e quindi lanciata come documento ufficiale nel 2000 da un’apposita Commissione, un organismo internazionale indipendente. Sensibilizzare verso i contenuti della Carta, favorirne la diffusione e il riconoscimento da parte dei singoli, delle organizzazioni e delle Nazioni unite, incoraggiarne e sostenerne l’uso educativo nelle scuole, nelle Università e in tutti i luoghi correlati, sono alcuni degli obiettivi che la Commissione si propone di attuare. A dare man forte a questo organismo ci sono moltissime istituzioni internazionali, governi nazionali e loro agenzie, università, organizzazioni non governative e comunità, governi locali, gruppi religiosi, scuole e imprese, ma anche migliaia di persone. Tutti coinvolti e decisi a portare avanti i principi del documento, anche attraverso quelle che vengono definite le responsabilità decentralizzate. Con questo termine si indica una serie di direttive e decisioni politiche assunte nel 2007, in base alle quali è stata messa in campo una stra-

tegia decentralizzata che rende possibile la diffusione dell’iniziativa della Carta della Terra senza gravare sul segretariato centrale e permette a un vasto numero di iniziative auto-promosse di moltiplicarsi e svilupparsi. Seguendo queste linee guida, ogni individuo, organizzazione o comunità può fare uso della Carta della Terra e metterla in pratica nei modi appropriati e commisurati con le proprie capacità e opportunità. Tra i tanti organismi che lavorano alla diffusione della Carta c’è anche la Fondazione Cogeme onlus, nata alcuni anni fa come “braccio solidale” della multiutility Cogeme spa di Rovato (BS), società di proprietà di quasi 70 amministrazioni comunali bresciane e bergamasche, da anni impegnata attivamente sul territorio attraverso la promozione di progetti dedicati all’educazione ambientale e alla sostenibilità. Cogeme è una fondazione operativa, che sostiene e promuove direttamente progetti per la promozione di una cultura della sostenibilità, in campo sociale e ambientale, e che ha scelto la Carta della Terra come documento privilegiato di riflessione e azione. La Fondazione Cogeme Onlus è un soggetto affiliate (cioè membro attivo dell’Earth Charter International per la diffusione in Italia della Carta della Terra) che opera su tre piani di lavoro: accademico, grazie al coinvolgimento

dell’Università Cattolica e di altri atenei per sensibilizzare i docenti sui temi della Carta; pubblico, attraverso rapporti istituzionali che mettano in contatto il territorio su cui la Fondazione opera e il resto del mondo; infine educativo, declinando i principi del documento nel territorio e nelle comunità locali, con l’obiettivo di far crescere la consapevolezza di un rapporto più corretto e profondo con la natura e l’ambiente. Proprio qui è rintracciabile il nucleo del lavoro svolto dalla Fondazione: uno sguardo attento e una spiccata sensibilità verso il locale, verso il proprio ambito territoriale. Uomo, ambiente, territorio: questi i fattori che rendono unico un luogo e ne rappresentano la ricchezza. Se a questi si aggiunge il concetto di sostenibilità, si ottiene una convergenza davvero interessante ma, soprattutto, si scoprono i presupposti del lavoro della Fondazione Cogeme Onlus. Operare per un territorio sostenibile dove persone, società e ambiente interagiscono per la vita è il filo che unisce le molteplici attività di questo organismo che ha posto, a simbolo di tutto ciò, il marchio “Qualità per la vita”: una figura umana in attesa di spiccare il volo. La scelta grafica è fortemente collegata a quel concetto di sostenibilità che pone al centro l’uomo e permette l’espressione delle potenzialità degli individui. I principi della Carta della Terra trovano così non solo un testimone importante per la loro diffu-

sione ma anche un ambito pratico entro cui esprimersi. Oltre alle iniziative strettamente legate alla diffusione della Carta (pubblicazioni, seminari, premi per tesi di laurea ecc.) la Fondazione Cogeme ha dato vita a numerosi progetti in diversi campi: ingegneria naturalistica, indagini socio-demografiche, impegno educativo, sostenibilità e pianificazione territoriale. In particolare è stato creato un osservatorio sociale attraverso cui si realizzano iniziative e studi per fornire ad amministratori e operatori strumenti di lettura, riflessione e orientamento per la soluzione di alcuni fenomeni sociali. Non solo: la Fondazione ha promosso progetti sociali e ambientali a favore di categorie deboli e di tutela ambientale, a livello sovracomunale, in collaborazione con altre realtà pubbliche, private e del terzo settore. Tale impegno non è altro che l’espressione di un rapporto tra Cogeme, la sua fondazione e il territorio di riferimento che, nel corso degli anni, è cresciuto e si è rafforzato. Alla base c’è un modo di operare per la qualità della vita attraverso la prospettiva della governance, ovvero di un metodo di riflessione e azione condiviso tra le comunità locali. La fondazione opera attraverso la realizzazione di progetti che rispondono alle reali necessità ed esigenze delle persone che vivono sul territorio attraverso


noprintnoprintnoprintnoprint quello che viene definito un “processo dal basso” e che implica la partecipazione di tutti i cittadini e di tutte le componenti sociali. L’obiettivo ultimo verso cui tendere è creare condizioni di vita sostenibili per noi e le generazioni future, partendo proprio da azioni locali. Quella della Multiutility Cogeme è una realtà profondamente radicata nel proprio territorio, di cui conosce a fondo le esigenze e al quale offre risposte adeguate in termini di servizi. Nel corso degli anni questo ruolo è stato affinato e si è sempre più legato al moderno concetto di “responsabilità sociale d’impresa”, cioè alla consapevolezza di perseguire, accanto a risultati economici, anche obiettivi di natura sociale e ambientale. La Fondazione è stata, ed è, la risposta a tutto questo. EXTRA | SHARE |

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Una francese a mirafiori di Marie Perra

Settembre. Mi chiamo Marie e sono una volontaria del Servizio Volontario Europeo. Sono arrivata a Torino da Lione, e lavoro con Stefano Olivari (paesaggista) sul progetto Miraorti, che attraverso il giardinaggio contribuisce alla riqualificazione di una parte di Mirafiori Sud. I nostri interventi si concentrano su tre linee: trasformare un orto abusivo in orto collettivo aperto al quartiere, creare orti didattici in tre scuole, e riqualificare gli spazi comuni all’interno degli orti regolamentati. Ottobre. È nato un blog dove pubblichiamo le novità dell’orto collettivo, le nostre ricerche, i viaggi, gli incontri con i professionisti. Io scrivo gli articoli sulle attività con le scuole. Presso l’orto collettivo invece comunichiamo attraverso pannelli esplicativi (“Che cos’è una ramée?”) e informativi (ad esempio per tenere tutti al corrente del calendario di visita delle scuole). Gli altri ortolani ci hanno accettato in fretta: ci prestano gli attrezzi e ci offrono semenze e raccolti. Per i nostri orti cerchiamo di usare il materiale disponibile sul posto, e così ci siamo rivolti ai rivenditori di Mirafiori per reperire cassoni e cassette per la frutta. Novembre. È cominciata la pulizia dell’orto collettivo. Era una giungla, una discarica: per ripulire tutto abbiamo riempito quattro camion! Abbiamo potato

gli alberi da frutto e le rose, ed eliminato alcune piante di troppo. Demolendo il capanno abbiamo trovato dell’amianto, ma Stefano ha trattato le tettoie grazie a un kit per l’autorimozione. Abbiamo dipinto con la calce la porzione di muro che prima era occupata dal capanno, per tenere una traccia dell’orto precedente e continuare a raccontare la sua storia. Visto che a marzo dovremo seminare, ho vangato un’aiuola che sarà ripartita tra i partecipanti. Ogni mese abbiamo previsto un’attività con le scuole. Questo mese i bambini delle elementari hanno piantato dei bulbi nell’orto collettivo. Alla materna siamo rimasti in classe, e ho raccontato la storia di una rapa aiutandomi con le illustrazioni che avevo creato. Abbiamo colorato delle etichette per le piantumazioni della scuola e realizzato le bandierine per segnalare i bulbi piantati all’orto collettivo. Con un secondo gruppo di bambini, Stefano e Isabella Devecchi hanno piantato degli alberi da frutto. Gennaio. I bambini hanno progettato l’orto della scuola. Prima hanno fatto un disegno e poi un plastico in scala 1:10, con cassoni, piante, personaggi e attrezzi disegnati e colorati su carta. I grandi cassoni della frutta sono stati disposti secondo una griglia ortogonale nei tre

cortili, poi riempiti di compost. Febbraio. I bambini hanno seminato nei cassoni e nei semenzai posti al caldo nelle aule. Marzo. Abbiamo seminato a scuola e nell’orto collettivo, ma è iniziato anche il lavoro presso gli orti regolamentati: dobbiamo riqualificare gli spazi comuni realizzando delle compostiere che risolvano il problema dei rifiuti degli orti e favoriscano pratiche collettive. Per ora il mio diario si ferma qui. Ma inizia la primavera: da aprile a giugno continueremo a piantare e inizieremo a raccogliere, fino alla festa che stiamo organizzando a fine anno scolastico per concludere il lavoro che i bambini hanno fatto con noi. E il progetto Miraorti continua... veniteci a trovare! EXTRA | SHARE |

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NaCl di Alesio Sciurpa


noprintnoprintnoprintnoprint Entrare dall’uscita di servizio spesso non è poi così male. Arrivo al quartiere Turda Noua dove si apre l’entrata secondaria alla ex miniera di sale di Turda, in Transilvania. Questo mi permette di percorrere i 917 metri della galleria “Franz Josef”, scavata per facilitare le operazioni di movimentazione dei blocchi di sale. Le ceramiche dell’antico impianto di illuminazione spuntano ad intervalli regolari dal soffitto basso, sostituite ormai dall’illuminazione al neon. Questi spettri incrostati di sale portavano l’energia alle lampade che hanno illuminato uomini, blocchi di sale e formaggi. Si perché, dopo la chiusura della miniera nel 1932, è stata usata prima come rifugio antiaereo durante la seconda guerra mondiale e la galleria poi, dal 1948 al 1992 (anno della riapertura), come deposito di stoccaggio per i formaggi. E’ domenica mattina, il tempo si dilata mentre percorro la galleria insieme a diversa altra gente che mi sorpassa mentre osservo da vicino le pareti che mutano striature e colori ad ogni passo, a seconda della conformazione e dell’incidenza della luce. Alla prima biforcazione entro nella “Mina Iosif”, la stanza dell’eco. Un colpo di tosse, un battito di mani e l’enorme cavità che rimane nella penombra, protetta da una balaustra di legno che mi impedisce di avvicinarmi, risuona di mille riverberi. Lo strato di sale, formatosi circa 13 milioni d’anni fa, è molto comune in tutta la regione e qui ha uno spessore

di 1.200 metri. Dopo la stanza dell’eco, incontro il “crivac” costruito nel 1865 in legno di pino, la vecchia macina enorme e silenziosa la cui ampiezza dei bracci è superiore ai cinque metri. Sulla sinistra un vecchio carrello fa bella mostra di sé, con quel che rimane degli antichi binari di smistamento. Fin qui tutto nella normale routine dell’archeologia industriale ma, dopo qualche metro di tunnel, la stanza si apre e sotto i miei piedi, al di là della balaustra, si apre la cavità della “Mina Rudolf”. Il paesaggio lunare della miniera di sale è illuminato da lampade a goccia che si lasciano penzolare nella cavità della miniera larga 80 metri e larga 50, tanto che non mi stupirei di veder passare Martin Landau e scoprirmi sul set di “Spazio 1999”. Una passerella di legno corre lungo il perimetro adiacente al soffitto della miniera. Si può sceglier tra l’ascensore e le scale di legno per scendere. Scelgo le scale. Di sotto, 13 piani più in basso, grazie ad un finanziamento europeo inserito nel programma PHARE CES 2005 di 5.807.120 euro, è stato ricreato una sorta di parco giochi sotterraneo. Ad ogni rampa di scale mi affaccio dal balcone e sono sempre più vicino ed attento ai particolari. Una ruota panoramica, un piccolo anfiteatro per concerti ed eventi culturali, un campo da basket che è possibile affittare per un’ora al costo di 105 Lei (poco meno di 25 €), ora pieno di tavoli da ping pong affollatissimi, un

minigolf, tavoli da biliardo e bambini che giocano sul pavimento caricando colorati camion giocattolo di sale. Sì: perché pavimento, soffitto, pareti e tutto quello che ci circonda è purissimo sale. Per preservare la peculiarità del luogo, i materiali usati per le infrastrutture sono legno e alluminio. Quando arrivi in fondo e hai finito di guardarti intorno in questa irreale domenica al parco giochi sotterraneo, una nuova apertura ti invita a guardare di sotto. 90 metri più in basso della balconata e 22 sopra la mia testa fino alla volta superiore, si apre la “Mina Terezia”. Al centro un’isola artificiale di legno, luci e passerelle con panche e spazi dove la gente siede, chiacchiera, gioca con in testa un casco rosso da minatore (obbligatorio per stare lì sotto). Decido di scendere, ovviamente opto per le scale. Un piccolo lago occupa tutta la base della miniera Terezia, dove è possibile affittare una barca e remare nelle tranquille profondità salate della terra. Un’interessante progetto di recupero, decontestualizzando il luogo di svago e inserendolo in un ambiente naturale molto poco usuale. Un’altro elemento di sostenibilità particolarmente interessante è che all’interno della miniera la temperatura rimane constante durante tutto l’anno intorno ai 10-12°C con un’umidità dell’80%: quindi non necessita di nessun sistema di climatizzazione.

Unica pecca del progetto è che, a raccontare la storia millenaria della miniera, sono solo qualche minerale, saltuari cartelli sbiaditi e qualche brochure, non tutte in lingua inglese. In futuro, spero che si pensi un po’ meno ai biliardi e di più all’interpretazione e alla comunicazione ambientale, in un posto in cui la narrazione tra storia, uomo e natura pervade qualsiasi angolo. La miniera non è l’unico motivo per visitare Turda, sopra ed intorno ad essa si estende il Parco Naturale dei Monti Apuseni (fondato nel 1938) con un paesaggio unico come le Cheile Turzii. Ci sono molti itinerari panoramici in Romania, ma di sicuro l’area di Turda è tra le più belle. Con i suoi 15 chilometri di geometrie di roccia formate nel tempo dal fiume Haşdatele e pareti di calcare verticali che sfiorano i 300 metri risalenti a 150 milioni di anni fa, sono la parte più alta dei Monti Apuseni. Valorizzare questi itinerari è al contempo un piacere ed un obbligo per chi cerca itinerari immersi nella natura contribuendo, con un turismo consapevole, alla loro conservazione. EXTRA | SHARE |

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Une française à Mirafiori de Marie Perra

Septembre. Je m’appelle Marie et je fais une volontaire du Service Volontaire Européen . Je suis partie de Lyon pour arriver à Turin. Je travaille avec Stefano (paysagiste) sur le projet Miraorti qui à travers le jardinage contribue à la requalification d’une partie de MIrafiori Sud. Nos interventions se concentrent sur trois points : transformer un potager abusif en potager collectif ouvert au quartier, créer des potagers didactiques dans trois écoles et réaménager les espaces communs des potagers réglementaires. Octobre. Un blog est né. Nous y publions les nouvelles du potager collectif, nos recherches, les voyages, les rencontres avec des professionnels. Moi j’écris les articles concernant l’activité avec les écoles. Au potager collectif nous communiquons au travers de panneaux explicatifs (Qu’est ce que la ramée ?) et informatifs (par exemple pour tenir au courant des visites des écoles). Les jardiniers nous ont rapidement acceptés : Ils nous prêtent leur outils et nous offrent des graines et leurs récoltes. Pour nos potagers, nous cherchons à utiliser le matériel disponible sur place. Aisni, nous nous sommes tournés vers les revendeurs de Mirafiori pour acheter des caisses et des cagettes à fruits. Novembre. Le nettoyage du potager collectif a commencé. C’était une jungle et une décharge. Pour tout nettoy-

er, nous avons rempli quatre camions. Nous avons taillé les arbres fruitiers et les roses, puis éliminé les plantes en trop. En démolissant la cabane, nous avons trouvé de l’amiante mais Stefano a traité les plaques grâce à un kit de “autorimozione”. Nous avons peint, avec de la chaux, la portion de mur qui était avant occupé par la cabane. Comme cela nous gardons une trace du potager précédent pour continuer à raconter son histoire. A mars nous devrons semer : j’ai donc bêché une partie du potager qui sera répartie entre les participants. Chaque mois, une activité est prévue avec les écoles. Ce moi-ci, les primaires ont planté des bulbes au potager collectif. Aux maternelles restés à l’école, j’ai raconté une histoire de navet que j’avais illustrée. Nous avons colorié des étiquettes pour les plantations de l’école et avons réalisé des drapeaux pour signaler les bulbes planté au potager collectif. Avec un second groupe, Stefano et Isabella De Vecchi ont planté des arbres fruitiers. Janvier. Les élèves ont conçu le potager de l’école. Ils ont d’abord fait un dessin puis une maquette à échelle 1:10, avec des caisses, des plantes, des personnages et des outils dessinés et coloriés sur du papier. Les grandes caisses à fruits ont été disposées selon une grille orthogonale dans les trois cours puis remplies de compost. Février. Les enfants ont semé dans les caisses et dans des godets mis aux chaud dans les classes. Mars. Nous avons semé à l’école et au

potager collectif. Le travail aux potagers réglementaires a commencé : nous devons réaménager les espaces communs en réalisant des bacs à compost. Ainsi, le problème des déchets est résolu et cela favorise les pratiques collectives. Mon journal s’arrête ici mais le printemps commence : d’avril à juin nous continuerons à planter et commencerons à récolter jusqu’à la fête de fin d’année qui clôturera le travail que les enfants ont fait avec nous. Et le projet Miraorti continue... venez nous voir! EXTRA | SHARE |

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eart ha ospitato i contribuiti di:

Giovanni Cesareo (Professional member of the World Future Society)

John Brown (The Slow Home)

Erik Balzaretti (Master IED Environmental Communication) Gunter Pauli (ZERI Foundation)

Gennadi Nikolaevic Bogdanov (International Center for Theatre Biomechanics Studies)

Barbara Ferrieri (Discovery Channel) John Grant (The Green Marketing Manifesto)

Fred Pearce Environmental Journalist at Guardian)

Woodrow Clark (2007 Nobel Prize Winner)

Karl-Ludwing Schibel (Climate Alliance)

Alison Kriscenski (FSC Head of Communications)

Paolo Fresu (Time in Jazz)


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