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Buon compleanno! ango, fantastica creatura sinonima di molte essenze, che racchiude in sè significati davvero variegati, dalla forza e dall’impeto straordinariamente potenti. Non poteva che gemellarsi con il fiore per eccellenza, la regina dei giardini: la rosa, che sposa il mese di maggio per la sua fioritura. È Tango fiorisce con lei. Parliamo di rose, e fra le sue trionfali fioriture, anche di noi, che festeggiamo proprio in questo mese la nascita della rivista, al suo terzo anno di pubblicazione. Un compleanno e un nuovo profumo “editoriale” da assaporare che si unisce all’aroma del fiore che celebriamo in un servizio sulle sue più inusuali sfaccettature. E davvero questo numero profuma intensamente, in ogni sua pagina. È Tango da questo numero diventa touring, e abbraccia il concetto del viaggio nel tango argentino attraverso le straordinarie bellezze dell’Italia, che ci piace considerare una succursale del tango. Nasce una nuova agenda regionale tutta ancora da riempire: Gotantouring. Veri e propri percorsi “enogastronomiciculturaltangueri” legheranno il territorio alla nostra passione con le bellezze paesaggistiche, culturali, enologiche, gastronomiche più variegate. Strizzeremo l’occhio ad altre forme d’arte, stimolando a conoscere e riconoscere, con una grafica più efficace, tutto il tango e i luoghi di ballo, regione per regione, senza dimenticare la nostra cultura, proponendo un on the road tanguero, che incentiva al senso del viaggio ma anche alla conoscenza. Lo faremo gradualmente, evidenziando come in Italia la forza e l’impeto del fiume tango abbia deciso di rompere stretti e vecchi argini. Con entusiasmo la redazione ha lavorato in questo senso anche negli approfondimenti di aspetti culturali e storici pressoché inediti, scavando nella storia più profonda. E l’incrocio magico dei segni che hanno intrecciato a ritroso la storia del tango argentino con l’Italia, sono tutti nella vicenda personale di Miguel Angel Zotto, nostra copertina e testimone del rincongiungimento alle origini, dipanando una volta tanto, l’intricata matassa del destino di tanti immigrati italiani di fine ’800. A teatro c’è lei, la suffragette del tango, Maria di Buenos Aires, rappresentata di recente in un breve ed intenso tour italiano, con la regia della vedova di Piazzolla. E se di teatro ancora parliamo, non potevamo che magnificare il celeberrimo Teatro Colón di Buenos Aires e che, per chi non lo sapesse, nasce da un progetto tutto italiano, e commemorato nel suo centenario a Sospirolo in provincia di Belluno: storia e mito si fondono in questo minuzioso approfondimento fra peripezie e malaugurate sorti, degne di faraoniche maledizioni egiziane. Ancora storia nell’Olimpo dei festival, quello di Torino, con la testimonianza personale dei maestri Stefano Giudice e Marcela Guevara. Scopriamo la potenza dell’abbraccio anche nella mostra d’arte sulla Secessione Viennese a Como, il cui titolo richiama fortemente il tema del tango. Tango Doc, l’anima argentina della rivista, si fregia ancora dell’immancabile penna di PuntoyBranca, con un ritratto singolare del cantor Melingo, vera star Argentina. Buon compleanno con noi anche a tutti i lettori, con ancora bellissime storie tutte da leggere, sfogliare, collezionare. ADRIANA PAGNOTTELLI

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In redazione con noi hanno collaborato a questo numero Marco Maffei

padovano, laureato in architettura, si occupa di ricerche storiche e archivistiche su edifici e territorio, indagandone le trasformazioni in un’ottica di valorizzazione e tutela. Ha lavorato per riviste e pubblicazioni del settore m.maffei64@tiscalinet.it

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ErmannoFelli

romano, regista cinematografico, appassionato di letteratura, è il nostro corrispondente dalla Russia. hermann_8@hotmail.com Fulvio Gervasi

nato ad Erice (Tp), vive in provincia di Treviso. È consulente legale nel campo dell'impresa. Alla formazione giuridica e agli studi di scienze politiche affianca significative esperienze di critica d'arte, teatrale e cinematografica. Già premiato autore di poesia. equesfulvius@tiscali.it

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Dj Punto Y Branca

argentino di Buenos Aires, ma milanese di adozione, dj resident del Comuna Baires di Milano, è profondo conoscitore della musica e cultura tanguera ed ha esperienza nell’editoria. djpuntoybranca.blogspot.com

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Toni Burattin

lavora nel campo della comunicazione pubblicitaria come graphic designer e fotografo. Tanguero da più di dieci anni, è appassionato di vino e membro del Direttivo Padovano dell’Onav (Organizzazione Nazionale Assaggiatori Vino). Per presentazioni e degustazioni: toniburattin@libero.it

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Sommario numero 8 - anno III - maggio 2008

È TANGO

TANGO E DINTORNI

Rosa, rosae, rosae

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PASSI NELL’ARTE

da Vienna a Parigi, l’abbraccio dell’arte E il tigone ruggisce muto

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SPETTACOLI

Nata un giorno che dio era ubriaco

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Rivista periodica distribuita in vendita presso scuole, associazioni, milonghe e festival. Prezzo € 6,00 Numero arretrato € 10,00 Abbonamento a 4 uscite € 20,00 + spese postali € 8,00 I punti vendita sono elencati in 3a di copertina Iscrizione al Tribunale di Padova n. 2019 del 3 aprile 2006

SERVIZI

Nuevo Colón, la storia infinita L’acustica del Colón? No se toca

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EVENTI

Danza in fiera

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STORIE

Quel brigante di Miguel O emigrante o brigante

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APPUNTAMENTI

Torino Tango Festival

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TANGO DOC

Vamos Melingo, carajo!

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GIOVANI VOLTI

Nayla y Fernando

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SORSI TRA LE NOTE

Degustazione

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PAROLE DALL’EST

All’ombra del conte Vlad

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PAROLA DI LETTORE

L’incontro

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RECENSIONI

Il manuale del tango - Anatanga - Tango Tres

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GOTAN TOURING

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VENETO LOMBARDIA TOSCANA LAZIO EMILIA ROMAGNA CAMPANIA - SICILIA PIEMONTE - LIGURIA FRIULI - MARCHE - ABRUZZO CALABRIA - PUGLIA SARDEGNA - VALLE D’AOSTA

Editore Bauhaus Project via Makalle 8, 35128 Padova Direttore editoriale Adriana Pagnottelli direzione@e-tango.it Direttore responsabile Damiana Schirru direzione@e-tango.it Ufficio stampa/marketing - relaz. esterne Letizia Pini pubblicherelazioni@e-tango.it Redazione Adriana Pagnottelli redazione@e-tango.it Pubblicità Bauhaus Project pubblicita@e-tango.it Grafica Bauhaus Project Santinello-Burattin Stampa Nuova Jolly Rubano (PD) Foto editor Caterina Santinello santacater@alice.it Collaboratori Antonio Burattin Ermanno Felli Fulvio Gervasi Marco Maffei Punto y Branca www.e-tango.it

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tangoedintorni aggio, primavera inoltrata, profumo di rosa. È il fiore che per tradizione si accosta al tango, se il tango è come la vita, dove «non c’è rosa senza spina», dove bellezza, profumo inebriante, delicatezza e vellutato colore celano aspetti tristemente pungenti. È quasi un mantra la nenia primordiale che ci insegna le desinenze latine: rosa, rosae, rosae... È una dichiarazione d’amore se regalata, strumento rituale negli sposalizi indiani L’acqua di rose ci ricorda le toilettes delle nostre nonne - specchio, sgabellino di velluto e spazzola d’argento. È l’idioma massimo fra i tatuaggi, è Purpurea del Cairo per Woody Allen, diventa anche Rosa dei Venti, è il colore vittoria nel Giro d’Italia, Più di un fiore: un simbolo dalle mille facce. e laddove fioridella davvero non se ne vedono Anche inaspettate, tra il sacro e il profano. diventa Rosa del deserto. Si riempe di mistero ne Il nome della rosa, A cominciare da quella rosa in bocca... e inneggia alla vita nella Vie en Rose. di Adriana Pagnottelli Il suo nome è prestato al rosario, calligrafie Caterina Santinello il “pallottoliere” che scandisce la preghiera. Non mancano le Rose tra le anime pie: Santa Rosa di Viterbo, celebrata il 3 settembre, con una spettacolare processione, e Santa Rosa da Lima che veglia sul mondo intero, dal Perù alla Lombardia. Delicate ricette alla rosa accarezzano il nostro palato, con la profumata confettura di rose, una granatina, un risotto, una frittata, terminando con il Rosolio. Rosa: fiore, colore, profumo in un tuttuno che ha origini antiche, a cui è dedicato un museo, a Modena che propone un percorso multisensoriale, fatto di tatto, gusto e aromi. 4

Rosa rosae,rosae...


Paganica la città dalla rosa in bocca e pensate che la rosa in bocca sia solo un luogo comune pseudo-tanguero figlio della finzione hollywoodiana, chiedete cosa ne pensano gli abitanti di Paganica, in provincia dell’Aquila. Il loro stemma cittadino è una testa di profilo con una rosa tra le labbra. La storia di questo stemma merita di essere raccontata. Nel 1237, dopo la battaglia di Cortenuova (Bergamo) in cui Federico II di Svevia sconfisse la Lega lombarda, i pastori abruzzesi che si erano uniti all’esercito dei Saraceni dell’Imperatore, sostarono, durante il viaggio di ritorno, in una località abruzzese. Mostrando il copioso bottino, convinsero gli abitanti a mettere nel loro stemma una testa di moro (simbolo dei vittoriosi Saraceni, cioè i “pagani”, da cui il nome Paganica) con una rosa in bocca, quella rosa aulentissima, simbolo tra i più celebrati della scuola poetica siciliana fondata da Federico II.

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Santa Rosa di Viterbo

cento facchini e un campanile che cammina

Cascan le rose

restano le spine

non giudicar mai nulla innanzi il

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Viterbo il 3 settembre si svolge una spettacolare cerimonia in onore della santa patrona, vissuta nel XIII secolo. La Macchina di Santa Rosa, una torre illuminata alta trenta metri per cinque tonnellate di peso, viene portata a spalla da cento facchini che da generazioni si tramandano il devoto incarico, per le vie impervie del centro storico cittadino, culminanti in una salita da superare di corsa, verso il santuario. I facchini, riuniti in sodalizio dal 1978, sono i veri protagonisti dello spettacolo. Divenire facchino comporta il superamento di una difficile “prova di portata” e l’ambìta divisa (fascia rossa in vita e bandana bianca) è simbolo dell’impegno fisico e morale necessario a tenere viva una tradizione che dà onore e vanto alla città. Nei secoli la macchina ha cambiato forma e materiali. Dal 1700 ha cominciato a crescere in altezza assumendo la fisionomia affusolata attuale. Durante il trasporto - che non sempre va a buon fine - oscilla, in un crescendo di tensione fino alla corsa finale: ultimo brivido prima del «posate» del capo facchino.

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Isabel la Rosa dei due mondi Lima, 1586. A pochi decenni dalla scoperta del Nuovo Mondo il violento impatto tra conquistatori cristiani e Indios rischia di rendere odiosa e incomprensibile la religione cristiana, ma proprio in essa nasce un fiore di speranza. Come avvenne che Isabel Flores, ovvero Santa Rosa da Lima, oltre che patrona del Sudamerica sia divenuta anche patrona di Abbiategrasso non sappiamo, ma dal Mar de la Plata alla Lombardia è venerata con devozione e il 30 agosto è puntualmente celebrata con grande partecipazione popolare.

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www.facchinidisantarosa.it

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Il giardino delle rose ritrovate

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a rosa può diventare un interesse da coltivare con metodo scientifico. L’associazione Lost beauties riunisce collezionisti, appassionati, grandi esperti e vivai specializzati di tutto il mondo che perseguono l’idea di cercare, trovare, identificare e preservare le rose perdute. Il Museo Giardino della Rosa Antica fa parte di questa associazione ed è tra le prime esperienze di questo genere a livello europeo. In un’area di 43 ettari sulle colline tra Maranello e Serramazzoni, si occupa di di raccogliere, conservare e rendere fruibile agli appassionati la più ampia collezione del mondo di rose antiche, preservando il patrimonio genetico delle varietà spontanee. Oggi il museo è un punto di riferimento internazionale per botanici, paesaggisti e cultori con un ricco database di informazioni relative alle “rose ritrovate”, cioè trovate nei boschi, presso i ruderi, o quelle che erano le rose di casa, o ancora portate da paesi lontani e poi dimenticate e rimaste senza nome, oggi riconosciute e catalogate. L’ERBARIO. Il museo dedica attenzione e risorse alle iniziative che permettono di avvicinarsi in modo creativo all’universo della rosa. L’Erbario dei sensi è un’esperienza che coinvolge i cinque sensi e porta il visitatore a contatto con le emozioni più profonde, quelle suscitate dall’incontro con la natura. I visitatori possono toccare gli aculei delle rose,

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i loro semi, tuffare le mani nei petali e sentirne il profumo. Possono ascoltare brani musicali dedicati alle rose dal Quattrocento ai giorni nostri, e gustare antiche ricette a base di petali di rosa. Sempre nell’intento di sostenere attività artistiche, didattiche o di ricerca intorno alla rosa il museo offre una sala riunioni e vari spazi di accoglienza per convegni, mostre e seminari. LA BOTTEGA DEL MUSEO. Intorno al museo fiorisce tutto l’anno un bouquet di attività collaterali. Creme di bellezza, grembiuli da giardinaggio, borse e cappelli, pezzi unici tutti realizzati a mano, cartoline, e molti oggetti ispirati alla rosa. Fra le specialità da gustare, la composta di Rosa canina, lo sciroppo di petali di rosa, gli infusi e il the. Infine il sito web del museo registra il successo di Regala una rosa, l’iniziativa che fa della rosa un pensiero gentile e raffinato da dedicare a chi si ama, confezionato per arrivare in ogni parte d’Italia.

MUSEO GIARDINO DELLA ROSA ANTICA

via Giardini Nord 10250 41028 Montagnana di Serramazzoni (Mo) tel/fax +39 0536 939010 www.museoroseantiche.it

dal 1° aprile al 30 ottobre da mercoledi a domenica dalle ore 10 al tramonto


Il liquore del sole l primo “liquore per signora” della storia. Il suo nome viene dal latino ros solis, rugiada del sole, a suggerire come il suo aroma derivi dalle essenze utilizzate per profumarlo - fiori, agrumi, spezie doni della natura maturati al caldo sole di Sicilia. Il liquore più classico tra quelli fatti in casa, prodotto in Sicilia sin dal Cinquecento, si diffonde tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700, quando diventa accessibile lo zucchero raffinato. È preparato infatti con alcol, zucchero e acqua, con l’aggiunta di un’essenza profumata. Perciò c’è il rosolio di lavanda e mandarino, quello al caffè, cacao, cannella, vaniglia e, ovviamente, anche quello di rose, di cui forniamo la ricetta, rubata alle nonne: 200 gr di petali di rose rosse molto odorose, 700 gr di alcool, 800 gr di zucchero, 600 gr di acqua. Pestare in un mortaio i petali di rose e 100 gr zucchero, riducendoli in pasta; mettere la pasta in un barattolo a macerare nell’alcool per dieci giorni, trascorsi i quali, sciogliere a freddo il restante zucchero con l’acqua e mescolare alla pasta; filtrare e imbottigliare.

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Risotto di rose Per sei persone: 150 g di riso 4 cucchiai di petali di rose sminuzzati mezzo scalogno tritato 70 ml di vino bianco secco brodo bollente, burro

Lavare i petali e metterli in ammollo per dieci minuti in una tazza d’acqua tiepida. Soffriggere il burro e lo scalogno, aggiungere il riso e mescolare. Bagnare il riso con il vino e lasciare evaporare poi aggiungere l’acqua di rose e fare evaporare. Infine aggiungere gradualmente il brodo e completare la cottura. Poco prima di togliere dal fuoco aggiungere i petali sminuzzati e mescolare bene. Far riposare cinque minuti prima di servire.

Granatina d’anguria al profumo di rose Per quattro persone: 600 gr di anguria due cucchiaini di acqua di rose un cucchiaino di pepe rosa tritato il succo di mezzo lime buccia grattugiata di un lime non trattato due cucchiai di miele

Eliminare i semi dall’anguria e frullare la polpa con l’acqua di rose, il pepe rosa tritato, il succo di lime e la buccia grattugiata. Addolcire con il miele.Versare il composto in un recipiente metallico e mettere in congelatore per circa due ore finché si sia solidificato al bordo. Schiacciare con una forchetta il composto e riporre in congelatore. Ripetere l’operazione ogni ora per cinque volte finché la granita non avrà la sua tipica consistenza.

MODENA E il venerdì sera... tango i appresta ad inaugurare la stagione estiva la nuova milonga modenese dell’associazione t’aMOtango, guidata da Silvia Galetti, dopo una fortunata stagione invernale all’Habana Cafè in via Nicolò Biondo. L’attività è stata improntata ad un forte spirito di collaborazione tra associazioni. Ogni domenica pomeriggio pratiche gratuite tenute da Silvia Galetti e Ubaldo Sincovich e altri maestri delle varie realtà tanguere locali e delle città vicine (Reggio Emilia, Mantova, Bologna, Padova). Numerosi gli ospiti argentini: Sebastian Achaval e Roxana Suarez, Pablo Garcia, Virginia Cutillo e Josè Halfon, Ricky Barrios e Laura Melo, Armando Orzuza e Nuria Martinez, Orlando Farias, Omar e Vidala Oriel Toledo e Azahara Cruz, Diego Baldanza e Diana

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Gryntysz e molti altri. Tutto arricchito da un fantastico aperitivo-cena, un ricco connubio tra la cucina modenese a quella cubana che anima lo spirito del locale. Poi fino alle 24.30 ballo con la selezione musicale del mitico Vassily. Tra le iniziative una gara di tango intitolata Los Mejores, con una prestigiosa giuria, lo scorso dicembre ha riscosso grande successo - restiamo in attesa della nuova edizione. Silvia è stata coadiuvata dallo staff del locale (i soci Omar Suarez, Enrico Galli e Remo Vincenzi, il Direttore artistico Med Kraiem e il personale del bar e di cucina Carlo, Damian, Milvia) che hanno creduto in questa idea. Insomma un esperimento riuscito, una milonga da non perdere. Ma attenzione: dal 6 giugno la serata si trasferisce al Jam, ogni venerdì, in via Jacopo da Porto 489, a Baggiovara (MO). Info 348 8700215.

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passi nell’arte

Vienna e il suo a


o abbraccio COMO

Una grande collezione europea visita l’Italia E il Tigone ruggisce muto di Fulvio Gervasi

Tu nube, Austria Felix ossibile che una politica imperiale o l’egemonia continentale possano essere perseguite morbidamente, con una nuance di femminile e ronronante languore? Sensualmente, come l’abbraccio appassionato dei corpi nudi di due amanti? Essere ponte, crogiolo: fra nord e sud, est ed ovest, luce ed ombra. Fra i tre grandi Monoteismi. Fra passato e futuro. Ecco, un anacronismo che è anche paradosso: vetusto fino a rivelarsi inconcepibilmente moderno. È il destino di un Impero che attraversa l’oceano della storia. Sfolgorante fino all’ultimo atto di un’intermi-

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Sopra: Egon Schiele, 1890 Tulln, Bassa Austria - 1918 Vienna L’abbraccio (Coppia di amanti II), 1917 A fianco il cancello d’ingresso del Belvedere di Vienna.

nabile evanescenza: la dissoluzione del 1918, al termine del primo scannatoio mondiale. Nel momento in cui anche le ultime bollicine della sua plurisecolare effervescenza esplodono, in un iridescente trionfo di Nous, è perfino imbarazzante quantificare il suo legato imperituro di cultura e civiltà. Sciocchezzuole come la psicanalisi freudiana o una rivoluzione letteraria: da Kafka allo stream of consciousness schnitzleriano, all’Uomo senza qualità. E Rilke, von Hofmannsthal. Mahler, Schoenberg, Berg e la Dodecafonia (Amadeus, Haydn e Schubert non bastavano?). Lo Jugendstil e l’arte della Secessione... Uno storico americano ha brillantemente sostenuto che dalla Vienna di allora, entusiasmante laboratorio di modernità, nessuno ha più avuto «una sola nuova buona idea». Der Zeit ihre Kunst, der Kunst ihre Freiheit: «A ogni epoca la sua arte,


all’arte la sua libertà». Il motto che campeggia all’ingresso del “cavolo d’oro”, così i viennesi chiamano affettuosamente il palazzo della Secessione, potrebbe essere un perfetto pay-off per la mostra L’abbraccio di Vienna che, curata da Franz Smola e Sergio Gaddi, si terrà fino al prossimo 20 luglio a Como. La sontuosa cornice è quella di Villa Olmo, squisito gioiello neoclassico dell’architetto Simone Cantoni. In collaborazione con il museo austriaco del Belvedere, un prezioso sguardo d’insieme sull’arte mitteleuropea sarà consentito dal prestito di un’ottantina di opere che spaziano dal Barocco al Biedermeier, dalla Secessione all’Espressionismo. Non solo agiografie edificanti o fastose rappresentazioni della vita di corte, nella sala dedicata al Barocco. Inquietante la presenza delle teste dello scultore Franz Xaver Messerschmidt: “busti fisionomici” squisitamente cesellati. E, al tempo stesso, attestazione di una maniacale attenzione per mimiche facciali esasperate, ghignanti o sconvolte, da parte di un artista “disturbato”: suggestionato dal grottesco e propenso a figurazioni di rilevata aggressività. Il primo Ottocento è permeato dalla temperie culturale interclassista del gusto Biedermaier: la restaurazione antinapoleonica veste panni festevoli o nostalgicamente sentimentali. Un procul negotiis dolceamaro che induce generazioni traumatizzate dalla sbornia bonapartista a rifluire nella quiete e nell’ostentata dignità di rassicuranti focolari domestici. Una rappresentazione trasversalmente ingenua della vita familiare, dalle altezze imperiali ai borghesi benpensanti, che prende vita nel decoro di salotti più gemütlich (accoglienti) che brillanti. O nell’oleografia scontata di paesaggi che già recano il presagio dei “nani da giardino”... Due sale tematiche. Una dedicata

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«Il Tigone di Kokoschka, Infelice ibrido, condannato fin dalla nascita ad una disperata solitudine. E ibrida fu forse una monarchia che volle dichiararsi “duplice”»

Sopra: Oskar Kokoschka 1886 Pöchlarn, Bassa Austria - 1980 Villeneuve, Svizzera Tigone, 1926 A fianco: Gustav Klimt 1862 Vienna - 1918 Vienna Dopo la pioggia, 1898

all’immancabile “Viaggio in Italia”, ultimo colpo di spazzola sul fresco abitino di ogni artista più o meno giovane che si rispettasse. L’altra intitolata semplicemente “Donne”, dove il nudo Donna addormentata di Reiter colpisce per il marcato realismo e l’evidente abbandono dello scrupolo moralistico. Altre due sale sono percorse dalla morbida, floreale fluidità di segno e atmosfera che contrassegna l’arte della Belle Epoque. L’autorevolezza del talento eclettico di Makart e la poetica chiarità di Wilhelm Bernatzik ci ricordano come, anche nella loro declinazione mitteleuropea, storicismo e fascino monumentale procedano di conserva con pathos e valenza simbolica. Merita una breve sosta il ritratto che Anton Romako dipinge dell’imperatrice Elisabetta (Sissi). Qualcuno dovrà pur dirlo, alla fine: Romy Schneider era molto ma molto più bella! Non credete agli snob che sostengono il contrario. Ma già preme l’antiaccademismo della Secessione viennese: lo Jugendstil impone linee secche, asciutte e un décor geometrico e astrattizzante. E poi la parabola artistica di Gustav Klimt: la sua pittura risplende del-


l’oro di Bisanzio. È esotica nelle piatte campiture di colore, così “nipponiche”. Audace nella scelta e rappresentazione dei soggetti. Forma un gigantesco a sé e diviene paradigma insuperabile di un estenuato estetismo. I tratti del volto della Signora davanti al camino si fondono misteriosamente e minacciosamente con l’oscurità dello sfondo. Il formato verticale di Dopo la pioggia evoca le illustrazioni realizzate per Ver Sacrum, la rivista della Secessione. Il Castello di Kammer sul lago Atter riflette ritmicamente la scansione di finestre sulla facciata e di cime d’alberi sullo specchio dell’acqua, secondo una modalità pointilliste magistralmente padroneggiata. Il ritratto di Johanna Staude strappa una lacrima: incompiuto, per una morte giunta improvvisa e prematura. L’amico Schiele, ucciso dall’epidemia di spagnola a soli 28 anni, è presente con un’opera celeberrima: L’abbraccio. Il segno aspro, nervoso, i contorni taglienti, la drammatica incisività della composizione per un soggetto che fu ritenuto oltraggioso: una coppia di amanti stretti in un convulso, frenetico abbraccio. Una sensualità esplicita, cruda, sottolineata da dettagli che provocano fremiti sottopelle: la scomposta chioma corvina della donna, il lenzuolo sgualcito... Non amore né lascivia: posture contorte e pulsione di morte rendono questo dipinto un simulacro di agonia che non cessa di turbare. Così come il gruppo della Madre con due bambini. Angosciosa immobilità, buio opprimente, incombenza di un dolore sempre meno latente… E ancora Kokoschka, in cui visionarietà ossessiva, concitata stilizzazione e deformazione parodistica approdano ad esiti figurativi di irrequieto espressionismo. In particolare nel Tigone che, in seguito ad una visita allo zoo di Londra, fu dipinto, nel 1926, quasi con un brivido lungo la schiena. L’infelice ibrido era stato creato da un maharaja burlone che fece accoppiare una leonessa e una tigre, ottenendo una belva condannata fin dalla nascita ad una disperata solitudine. Ibrida fu forse una monarchia che volle dichiararsi “duplice”. Certo disperato il destino che attendeva l’Europa, preda sanguinosa dell’irrazionale furore nazionalista che definì “carcere” quello che, per secoli, era stato invece un “rifugio di popoli”. ■

In mostra tutto quanto fa Belle Epoque a Belle Epoque: il periodo in cui si delinea lo stile che, a cavallo tra ‘800 e ‘900, pervade l’arte europea - prendendo diversi nomi: sarà Art Nouveau a Parigi, Secessionismo a Vienna, Modernismo in Spagna, Liberty in Inghilterra. In contemporanea all’Abbraccio di Vienna, altre mostre, propongono il tema da varie angolazioni. A Barletta, a Palazzo della Marra, arriva dalla capitale francese la mostra Paris 1900. La collezione del Petit Palais di Parigi, aperta fino al 20 luglio. La mostra curata da Gilles Chazal, direttore del Petit Palais, approda in Italia dopo essere stata a Bruxelles, Rio de Janeiro,Tokyo e Québec e riunisce le espressioni artistiche francesi degli anni 1880-1914: pittura, scultura e arti decorative scaturite dai movimenti artistici più importanti quali Accademismo, Impressionismo, Simbolismo, Art Nouveau, fino agli albori di Fauvismo e Cubismo. Accanto ai dipinti di Monet, Rodin, Gauguin, Cézanne, Maillol, sono esposti i magnifici vasi di Emile Gallé, i vetri di Lalique e oggetti preziosi e di oreficeria, soprattutto disegni di gioielli, una delle raccolte più importanti al mondo. L’esposizione è il primo passo di un gemellaggio tra la Puglia e Parigi; nel 2010 il Petit Palais ospiterà infatti la prima grande mostra di Giuseppe De Nittis, le cui opere sono visitabili nella pinacoteca di Palazzo della Marra. Info www.pinacotecadenittis.it A Rovigo, a Palazzo Roverella, La Belle Epoque. Arte in Italia 1880-1915. L’Italia visse i “bei tempi” forse con meno luccichio e intensità che a Parigi.Tuttavia artisti come Boldini, De Nittis, Zandomeneghi, Panerai, che vissero tra le due capitali - e altri come Casorati, Boccioni, Bonzagni, Bocchi fino allo stesso Cavaglieri - coniugarono l’allure parigina ai fermenti italiani rendendo con efficacia l’atmosfera di quei tempi di ottimismo e frivolezza. Dell’arte in Italia tra 1880 e 1915 tratta questa grande rassegna curata da Dario Matteoni e Francesca Cagianelli. Le opere esposte raccontano le mode e le pose, il privato contrapposto ai momenti pubblici - escursioni al parco, promenade e rendez-vous, vita notturna, teatri, veglioni, casinò e riti mondani - come anche vizi ed eccessi. Filo conduttore, la donna, tra vanità e seduzione, lusso, fantasie sfrenate fino agli estremi dell’alcol e delle droghe. Alla formazione di miti e modelli di un’epoca improntata sull’“obbligo della felicità” concorrevano le affiches, in primis l’opera di Leonetto Cappiello che più di tutti connotò la pubblicità degli anni folli. Fino al 13 luglio. Info www.palazzoroverella.com

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spettacoli

Nata un giorno che dio era ubriaco Spirito della notte, oscurità, commozione e struggimento: l’ombra erratica di Maria dalle ceneri di Buenos Aires. Torna in scena, nel 40° anniversario, l’operita di Piazzolla e Ferrer. di Fulvio Gervasi Atena-il dono dell’ulivo-Atene… Virgilio-Enea-Roma… Piazzolla-Maria-Buenos Aires…

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gni luogo che l’incomprensibile ironia della Storia elegga a sede (o quinta teatrale) di una grande avventura dello spirito umano è mosso, invincibilmente, alla ricerca della propria origine e, di volta in volta, finisce per rintracciarla nel Mito. La modernità, stigma privilegio e condanna del Nuovo Mondo, è meno attenta alle patenti di nobiltà. E le capitali latinoamericane non sono poi così ansiose di vantare una provenienza da lombi di incontrovertibile aristocrazia, quando non addirittura divinizzati. Buenos Aires non fa eccezione. Fondata nel 1536 e ben presto spopolata dalle malattie e dagli scontri con indigeni ostili, viene abbandonata per essere successivamente rifondata, nel 1580. Il suo genius loci non può dunque che partecipare della natura di una leggendaria Fenice, risorgente dalle ceneri. Ma Buenos Aires è anche la culla del tango: musica ctonia, appartenente come nessun’altra al “sottosuolo”. Insuperabile evocatrice di un immaginario junghianamente condiviso dalle moltitudini che un possente moto migratorio attrae e

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qui sospinge da ogni angolo della terra. Maria de Buenos Aires ne è il cuore pulsante: neppure volendo il suo battito potrebbe cessare! Poiché è gigantesca e miserabile autrice di se stessa e del suo mondo, instancabile matrice di ombra avvolgente e di luce accecante… Nata «un giorno che Dio era ubriaco» e subito posseduta da forze misteriose, viene condannata a udire per sempre la voce di un amante abbandonato nella voce di ogni altro uomo. Attratta da suoni di tango nella Città lucifuga, sedotta e corrotta dallo strazio di un bandoneón, eccola convertirsi all’Oscurità. Una messa, grottescamente celebrata nelle fogne da creature fantasmagoriche, ne decreta la messa a morte e la riduce ad Ombra erratica e priva di memoria, eternamente tormentata dal balenio del sole. El Duende, spirito della notte porteña, ha però in serbo per lei un diverso destino: una sorta di resurrezione per partenogenesi, un atto di vivificante autofecondazione. In una domenica di dicembre, nel pieno dell’estate australe, l’Ombra di Maria, redenta dal dolore e dall’oblio, dà alla luce un’altra Maria Bambina. Una bimba adulta, uguale a sè eppure altra, ammantata dei cascami di un tempo atavico che ineluttabilmente si riprodurrà. Fascinazione di uno di quei giochi di specchi che tanto affatturavano la mente profonda e sofisticata di un altro grande figlio di quella città: Jorge Luis Borges. MARIA DE BUENOS AIRES è il titolo dell’operita scritta dall’uruguagio Horacio Ferrer e musicata dal padre del Nuevo Tango, Astor Piazzolla: un binomio di quelli che, a volte, felicemente segnano la storia dell’arte e della musica. Presentato per la prima volta nel 1968 al Planet Theatre di Buenos Aires, con lo stesso Piazzolla al

...gigantesca e miserabile autrice di se stessa e del suo mondo, instancabile matrice di ombra avvolgente e di luce accecante…


bandoneón e il poeta Ferrer sulla scena nei panni del folletto Duende; successivamente rappresentato con enorme successo in tutto il mondo (ma trasformato di fatto in un musical), questo autentico punto fermo del Novecento musicale è stato di recente riproposto al pubblico. E nella sua originale forma semiscenica, molto simile ad un oratorio: con musicisti, coro e voci soliste tutti presenti sul palcoscenico. Un’operazione di rigorosa ed emozionante filologia musicale che, nel 40° anniversario della prima rappresentazione, è stata resa possibile dall’appassionato impegno della Fundacion Astor Piazzolla. Laura Escalada, vedova Piazzolla, ne cura regia e costumi. Chi ha avuto la fortuna di assistere allo spettacolo, in una delle diciannove date italiane, ha potuto misurarsi con l’esemplarità di un’esecuzione profondamente rispettosa delle intenzioni e dell’ispirazione del sodalizio Piazzolla-Ferrer. Entrambi, non si dimentichi, inizialmente persuasi di una destinazione solo radiofonica

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per la loro composizione. Il personalissimo colore musicale, connotato da uno stile fugato, da frasi spezzate ed incisive e da quella ritmica anomala che spiega l’odio (peraltro ricambiato!) di tanti ballerini e delle vestali della tradizione per Piazzolla, attinge qui vertici assoluti di commozione e struggimento. Ma subito seguono, sorprendenti e furibondi, passaggi all’insegna di una vitalità forsennata e di un’inattesa aggressività: sì, el tango se lleva dentro de la piel! L’andamento rapsodico del discorso compositivo (consapevolmente memore e in parte tributario degli ammiratissimi Gershwin e Stravinskij) risponde con adesione semplicemente necessaria ad una fabula demonica, allucinata e surreale. Materiata di oscure evocazioni, percorsa da vivide allegorie e innervata da una visionarietà funambolica, le conferisce maggior inquietudine una continua ed assai “latina” contaminazione tra sacro e profano. Il flautista Julian Vat ha diretto con sicurezza un impegnativo ed anoma-

lo corpus orchestrale (previsti anche batteria, vibrafono e xilofono!) composto dal Quinteto e dall’Ensemble Fundacion Astor Piazzolla. I solisti sono Patricia Barone, una Maria la cui vocalità calda e schietta rammenta non poco la nostra Milva (alla quale lo stesso Piazzolla pensò quale interprete privilegiata dell’operita) e Sebastian Holz, misurato e sensibile Cantor/Payador. Nei panni del Duende Juan Vitali, la cui voce pastosa e sapientemente modulata accarezza, schiocca e singhiozza i frequenti recitativi. Recitativi che, così come i versi pronunciati dai cantanti e dal coro, solo gli spettatori madrelingua e i pochi italiani cultori del Castellano avranno avuto modo di comprendere ed assaporare fino in fondo. Incomprensibile, infatti, l’assenza di sovratitoli, didascalie o di un semplice libretto che traducesse quanto sulla scena veniva rappresentato. Felix culpa, a quel che sembra: a giudicare almeno dal calore e dagli applausi ovunque raccolti presso un pubblico competente, coinvolto ed emozionato. ■


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Nuevo Colón La storia infinita Compie un secolo il Colón di Buenos Aires, il più grande teatro del Sudamerica. La storia della sua costruzione è un romanzo durato vent’anni tra colpi di scena e di pistola. I protagonisti? I ‘soliti’’ piccoli italiani coraggiosi. di Caterina Santinello

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cco una di quelle opere colossali la cui famigerata stirpe inizia con le piramidi d’Egitto, mastodonti in pietra che, come pervasi da uno spirito affascinate e maledetto, crescono nutrendosi di storie, anzi di vite umane, quelle dei loro progettisti e artefici. Quando ogni pilastro, fregio, basamento segna una tappa di una catena di imprevisti, intuizioni, drammi, crolli e resurrezioni. Quella del Colón di Buenos Aires fu un’impresa iniziata da un valoroso Magellano marchigiano, giunta fortunosamente in porto sotto la guida di un ardimentoso ufficiale di rotta bellunese, rimasto solo al timone di ciò che restava di una ricca flotta e di un onorevolissimo equipaggio, perito, una testa dopo l’altra, durante la traversata.

BUENOS AIRES, 1888. Dopo trent’anni di intensa attività chiude il viejo Teatro Colón, in Plaza de Mayo. Non certo per mancanza di pubblico, semmai per il motivo contrario: nonostante i 2500 posti a sedere (ma quale teatro italiano dell’epoca compete con tali proporzioni?), la struttura non è più sufficiente ad accontentare le ne-

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cessità e le richieste di un esercito melomane che affolla le serate d’opera. L’edificio viene venduto alla Banca Nazionale Argentina, e si indice una licitazione per costruire il Nuevo Colón, nei pressi di Avenida 9 de Julio. É Angelo Ferrari, lombardo, ad ottenere la concessione per finanziare la costruzione del Nuevo Colón. Già direttore del viejo Colón, è l’impresario teatrale più accreditato dell’epoca. Ne ha fatta di gavetta: nel 1867 entra come violinista nell’organico del teatro; nel 1871 ne diviene direttore e per quasi trent’anni primeggia nell’organizzare stagioni d’opera. Incarica del progetto l’architetto marchigiano Francesco Tamburini, che - affiancato dal suo allievo, il torinese Vittorio Meano - il 25 maggio 1890 posa la prima pietra. È una carriera tanto luminosa quanto breve quella di Tamburini. Al suo talento si deve la diffusione del gusto architettonico italianizzante di fine Ottocento in Argentina. All’epoca del Colón ha già progettato oltre trenta monumentali edifici pubblici. Ormai ricco e famoso si appresta a tornare in patria ma la storia devia all’improvviso: proprio nel 1890, anno di inizio dei lavori, scoppia la rivoluzione


«Dopo l’approvazione del progetto di Vittorio Meano la guerra sembra finita. Ma il demone del Colón si prepara a sferrare un altro colpo. Il più efferato»

colon

a seguito della questione della naturalizzazione automatica degli immigrati e del rifiuto da parte della leadership italiana di tale imposizione. Inevitabile il crollo in borsa e ingenti perdite finanziarie: il trauma segna nell’animo Tamburini, così profondamente da condurlo alla morte. Il Colón segna così la sua prima vittima. NEL 1894 I LAVORI si interrompono per problemi economici di Ferrari, anche lui segnato dalla crisi del 1890. Poco dopo, nel 1897, il brillante e instancabile cacciatore di talenti, muore, malato e ridotto in miseria. Ecco la seconda vittima della maledizione del Colón, che conduce alla rovina consolidati talenti imprenditoriali. Il destino crudele riserva alla sua vittima anche una beffa postuma. Ferrari ha sempre potuto contare su un nemico giurato, il toscano Cesare Ciacchi, impresario del teatro Politeama. Nel periodo d’oro della lirica - i trent’anni alla guida del Viejo Colón - la concorrenza tra i due è una guerra all’ultimo sangue, una raffica di colpi bassi che si risolve comunque a tutto vantaggio degli amanti della lirica, poiché l’arma usata è l’ingaggio dei più noti artisti sulla scena

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mondiale. Successo, prestigio e l’occasione di finanziare la costruzione del teatro più imponente del Sudamerica, assicurandosi la futura egemonia di un ricchissimo “mercato”: sogni andati in fumo, nel più triste dei declini. Così che, nella serata inaugurale del Nuevo Colón, lo sfortunato Ferrari potrà sentire dalla tomba l’eco del trionfo dell’odiato Ciacchi, nuovo impresario del teatro... MA NON C’È DUE senza tre e la maledizione del Colón attende al varco la sua terza vittima. Dopo la scomparsa di Tamburini, Vittorio Meano, capo ufficio tecnico e geniale disegnatore, a soli trent’anni, si ritrova alla guida dei lavori. Ma non ha vita facile: il progetto è al centro di dispute e critiche di ogni tipo. La spina nel fianco di Meano è Juán Antonio Buschiazzo, presidente della Sociedad Central de Arquitectos, infervorato sostenitore della demolizione del teatro per motivi estetici e di posizionamento topografico. Il Colón rischia l’abbattimento prima ancora di essere costruito! Il duello culmina e si risolve nel 1900: Meano e Buschiazzo presentano alla municipalità di Buenos Aires ciascuno un proprio nuovo progetto. Vince

Meano e la guerra sembra finita. Ma il demone del Colón si prepara a sferrare un altro colpo. Il più efferato. Quella del Colón è la seconda grande vittoria di Meano. Nel 1895 ha vinto un concorso per ereggere addirittura il Congreso Nacional Argentino, un progetto che lo appassionerà fino all’ossessione. E passionale Meano è anche nella vita. È “immigrato per amore”: ha rubato la moglie, Luigia Fraschini, ad un amico e con lei si è imbarcato, o meglio, è fuggito alla volta del Sudamerica. Ma gli impegni professionali lo distolgono dalla vita familiare. E il suo destino da melodramma si compie una sera del 1904. Rientrando a casa sorprende l’amata Luigia tra le braccia del maggiordomo, da poco licenziato. Il quale si dimostra fin troppo abile e veloce nell’affrontare la situazione: due colpi di pistola in pieno petto stroncano una promettente carriera e il sogno di Meano di vedere ultimato il “suo” Congresso. IL PERSONAGGIO ORA DI SCENA è rimasto nel frattempo tra le quinte. Francesco Saverio Pellizzari, bellunese, è titolare dell’impresa di costruzioni Pellizzari & Armellini. Amico di Meano - che gli ha tenuto a battesimo la figlia Clotilde - ha affiancato gli architetti del Colón fin dall’inizio, tra interruzioni e riprese. Nel 1902 vince la gara indetta dalla Sovrintendenza di Buenos Aires per la costruzione del teatro secondo il nuovo progetto di Meano e nel 1904, scomparse le tre figure chiave dell’intreccio, si ritrova, con il socio Italo Armellini, al comando dell’impresa.


Basterebbero i fatti fin qui narrati a rendere Pellizzari un eroe silenzioso, il sopravvissuto, il puro tecnico del lavoro, rimasto in disparte ad occuparsi della scelta dei marmi e del corretto posizionamento delle statue di Mozart, Bellini, Bizet, Beethoven, Gounod, Rossini, Verdi e Wagner nel Salone dei Busti, lontano dalla ribalta e dai colpi di scena. Ma la maledizione del Colón ha in serbo qualcosa anche per lui, fortunatamente solo un incidente di percorso: nel 1905 la Sovrintendenza nomina direttore dei lavori il belga Julio Dormal. Questi entra subito in contrasto con l’impresa di costruzioni: il gusto estetico è cambiato con gli anni e Dormal, amante dello stile francese ora di moda, stralcia molte parti del progetto. Il conflitto porta al ritiro di Armellini dalla società con Pellizzari, il quale resta solo alle prese con l’ultima parte dell’opera e con gli attivi e passivi della disciolta società. Ma la luce in fondo al tunnel ormai si intravede e nel febbraio 1908 Pellizzari liquida gli ultimi compensi. Il romanzo si chiude con la firma di questo tenace e paziente costruttore, sopravvissuto a mille delusioni: non ultima quella di veder depennato tra i disegni dell’amico Meano quello di un loggiato al secondo piano. Dormal si dedica piuttosto a progettare un’ampia sala con colonne e specchi nello stile di Versailles. Sfarzosamente decorato, il Salón Dorado, tra i più grandi saloni di Buenos Aires, è un indubbio capolavoro. Che non sarebbe mai esistito, se non per quei due colpi di pistola, in quella notte del 1904... ■

Quell’Aida

opo vent’anni di travaglio, il Colón è pronto per la serata inaugurale. É il 25 maggio 1908. Si pensa inizialmente di aprire la stagione con l’Otello di Verdi o l’Hamlet di Thomas. Ma i protagonisti, due stelle della lirica, Antonio Paoli e Titta Ruffo, si rifiutano di inaugurare un teatro nato nel segno della jattura... In tutta fretta si sceglie Aida, che viene messa in scena nel giro di ventiquattr’ore. Il giornale La Nación riporta: «L’enorme aspettativa generata da questa inaugurazione ha infuso nei cantanti un terrore tale da produrre effetti catastrofici... Poiché i tenori Paoli e Borgatti non osavano assumersi la responsabilità dell’inaugurazione, l’“onore della prima” è stato letteralmente imposto a Lucia Crestani, Maria Verger e al tenore Amedeo Bassi, che in virtù di tale onore si è visto tramutato da tenore lirico a tenore drammatico...». Il seguito dell’attività del teatro è anche più pittoresco. Non si contano gli aneddoti riferiti ai capricci dei divi dell’epoca: se la costruzione del teatro ha visto episodi cruenti, il dietro le quinte delle rappresentazioni non è da meno. Beniamino Gigli e Claudia Muzio sono protagonisti nel 1928 di uno scontro indimenticabile durante una rappresentazione di gala dell’Andrea Chénier. Le ostilità scoppiano tra il primo e il secondo atto, così che l’intervallo si prolunga oltre ogni limite ragionevole. Fino a che uno spettatore irritato ordina: «Dite al gringo che la faccia finita e termini lo spettacolo, o lo butto in un fosso». Ordine prontamente eseguito, considerato il rango dell’impaziente melomane: nientemeno che il presidente della Repubblica, Máximo Marcelo Torcuato de Alvear. Da allora il Colón ha ospitato i più grandi artisti: cantanti (da Caruso a Maria Callas, da Pavarotti, a Carreras e Plácido Domingo), danzatori (Anna Pavlova e Nijinsky, Nureyev e Margot Fonteyn, i leggendari Ballets Russes e il Ballet du XX Siecle di Béjart), compositori (Strauss, Stravinski,Toscanini); e naturalmente i grandi nomi del tango, da Pugliese a Piazzolla. Nel 2008, dopo i restauri e con una nuova Aida, che si auspica più fortunata della prima, il teatro conta di inaugurare una nuova stagione di creatività, come faro di cultura di una città, guida e testimone della sua storia.

della discordia

D

In alto: il tenore Amededo Bassi, interprete della prima Aida al Nuevo Colón e - curiosità - nonno dell’attore italiano Rossano Brazzi. A sinistra la cantante Claudia Muzio.

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IL

COLÓN

OGGI

UN

L’acustica del Colón?

No se toca

L’

acustica del Teatro Colón è la tra le migliori al mondo. Una Impalpabile magia, combinazione, si direbbe, di affascinante stregoneria: è Musica. congiunzioni astrali e capacità progetUltimati i restauri, il Colón tuale che all’inizio del Novecento ha si appresta a riprodurre premiato un lavoro in cui ogni dettaglio il prodigio del suono perfetto ha contribuito al risultato. La minima variazione potrebbe comprometterlo. di Marco Maffei Leo Beranek, indiscussa autorità nel campo, classifica il Colón come il migliore teatro d’opera e terza tra le sale per musica nel mondo. Cosa può rendere più orgoglioso il popolo porteño del mantenimento di questo primato? I lavori di restauro in corso - doverosi mancando tra l’altro impianti di sicurezza adeguati - comportano radicali interventi su tutta la struttura, compresa la sala. Come preservare il bene più prezioso del Colón? L’acustica, o meglio il tempo di riverbero del suono in un ambiente, dipende praticamente da tutto: forma delle strutture, presenza o meno del pubblico, stucchi, sipario, tessuti e tendaggi, imbottiture. Fino a ieri nella sala vi erano poltroncine imbottite di crine di cavallo, velluti di un certo peso, un sipario con un certo drappeggio, palchi chiusi da tendaggi - non certo da porte antincendio. Nessuno di questi elementi, in linea teorica, può essere riproposto tale e quale. I materiali devono essere ignifughi, i palchi isolati dal fuoco. Il sipario - da restaurare e conservare altrove - va sostituito. Per fronteggiare chi è pronto a sparare ad alzo zero su chiunque si appresti a intervenire in una situazione così delicata è indispensabile innanzitutto assicurare che «la acústica del Colón no se toca». Poi, per prendere decisioni adeguate, attrezzarsi con quanto di meglio è disponibile nel mercato del settore: se all’epoca della costruzione la fortuna e buona pratica della tradizione architettonica furono il mix vincente, oggi ci si deve affidare a misurazioni scientifiche. Perciò sono al lavoro tre esperti, l’architetto Alvaro Arrese, Director General de Infraestructura del Gobierno de la Ciudad, e i due maggiori specialisti argentini in acustica: gli ingegneri Rafael Sánchez Quintana e Gustavo Basso. Il team ha diritto di veto su ogni particolare. Un Il suono viene misurato esempio: i progettisti chiedono di correggere la penin quaranta punti della sala. denza dalla scena. Realizzato un modello matematico comparata la situazione, si è dimostrato che la cosa Nella Fenice di Venezia eavrebbe compromesso l’acustica. Richiesta bocciata: sono stati misurati i prossimi al Colón dovranno cantare e ballare solo otto punti, spostandosiartisti su e giù, come i loro predecessori. al San Carlo di Napoli sei. Come si procede alle misurazioni? Lo strumento Nel Colón si è al limite è un dodecaedro con altoparlanti, che trasmette delle possibilità tecniche. base in una banda che occupa l’intera gamma di un’orchestra puntando in tutte le direzioni. Lo si pone sul palco e nella buca dell’orchestra. L’emissione è misurata in più di quaranta posizioni nella sala. Per fare un paragone, nella Fenice di Venezia sono stati misurati solo otto punti, nel San Carlo di Napoli sei. Nel Colón si è al limite delle possibilità tecniche. La diagnosi è molto più accurata di quanto è stato fatto alla Scala. È come una TAC, la migliore possibile oggi. Tra gli elementi chiave, le famigerate poltrone: fino a quando la misurazione fatta ai sedili con i nuovi tessuti non produce i valori di prima non si approva il nuovo rivestimento. Resta quindi solo l’ultimo accorgimento: confidare che Apollo, le Muse e gli astri che contribuirono al miracolo di allora, continuino a vegliare sul lavoro degli odierni custodi della musica. http://colon.is.com.ar ■

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L I B RO P E R C O N O S C E R E

L’artigiano che scese dai Monti del Sole

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l complesso montuoso Monti del Sole costituisce un unicum nel panorama delle Alpi che si affacciano sulla Valle del Piave. Il territorio che accoglie queste cime per il suo valore naturalistico è compreso nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Qui, nel paese di Sospirolo, nasce nel 1856, Francesco Pellizzari, settimo in una famiglia di nove figli. Emigrato a Buenos Aires, fa rapidamente carriera facendo parte di varie imprese di costruzioni, fino a fondarne una propria con cui realizza per l’Intendenza di Buenos Aires il monumentale portico di entrata e il crematorio del Cimitero di Chacarita, i nuovi padiglioni per l’Ospedale San Rocco, il magnifico Ospedale di Flores, l’ospizio della Mercedes, parte del Rivadavia e la parte interna dell’Assistenza Pubblica. La sua opera più celebrata è il Teatro Colón, a cui lavora per vent’anni, portando a termine la travagliata impresa nel 1908. Successivamente Pellizzari torna al paese natale, ma - trovatosi probabilmente in disaccordo con la nuova amministrazione comunale - rientra in Argentina dove muore nel 1931. Questo rappresentante dell’ingegno italiano, insignito da Papa Benedetto XV del titolo e della medaglia di benemerito, riposa oggi nella tomba di famiglia nel cimitero di Chacarita. All’avventurosa storia del Colón e alla figura del costruttore di Sospirolo è dedicato un libro di prossima uscita: Francesco Saverio Pellizzari, costruttore del Teatro Colón, di Amalia T. M. Pellizzari, con la collaborazione, per il testo italiano, di Francesco Bacchetti, Mateo Buzzati, Luisa Vall Graells. L’opera è un omaggio del Comune e Pro Loco di Sospirolo, della Regione Veneto, Assessorato alle Politiche dei Flussi Migratori, nel centenario dell’apertura del Teatro. Il libro è disponibile da giugno presso la Pro Loco di Sospirolo, che ringraziamo, nella persona del Presidente Francesco Bacchetti, per la collaborazione prestata alla stesura di questo dossier. Info 0437 899029


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Pagina a fianco, dall’alto e in senso orario: lo staff di È Tango: Castro y Mendoza e Ana Tanga intervistati in sala vip; workshop di tango; Raffaele Paganini; le titolari del calzaturificio Paoul; il coraografo Brian; Stefania Nizza dell’associazione Pablo di Firenze.


a in fiera 160 mila visitatori alla fiera internazionale della danza erza edizione per Danza in Fiera, la kermesse internazionale punto di riferimento e teatro di incontro di tutte le discipline del mondo della danza. Non solo operatori di settore, ma una girandola multivariegata di stage, esibizioni, workshop, seminari, dibattiti, spettacoli, casting, che nella quattro giorni fiorentina all'interno della Fortezza da Basso, a Firenze, riunisce l'allegro ed entusiasmante popolo della danza. L'espressione attraverso il movimento del corpo, nei suoi piÚ particolari aspetti, si incontra in una edizione particolarmente curata ed organizzata, che dimostra come la danza appartenga al nostro vivere quotiniano, quale fenomeno sociale. Abbigliamento, calzaturifici, associazioni di categoria, ed editoria di settore, hanno animato gli stand fieristici, dove fin dalle piÚ tenere età, ogni visitatore ha trovato una ampia offerta dedicata. Finalmente un luogo di incontro per gli operatori, dove commisurarsi, scambiarsi esperienze, prospettare soluzioni, progetti comuni di interscambio. É Tango, coetanea di questa Fiera, accompagna il suo percorso fin dalla sua prima edizione e quest'anno ha offerto un seminario di studio con Luis Castro e Claudia Mendoza, presentando inoltre il loro Manuale oltre che un sunto dello spettacolo cabarettistico di Ana Tanga. 160 mila visitatori, 10 mila ballerini, oltre 250 espositori, centinaia di eventi, spettacoli, gare e concorsi, lezioni, ospiti famosi e per la prima volta anche le compagnie di balletto delle fondazioni lirico sinfo-

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niche nazionali fra cui il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, il Teatro alla Scala di Milano, l'Opera di Roma, il Teatro San Carlo di Napoli, l’Arena di Verona e il Teatro Massimo di Palermo. Un successo testimoniato non solo dai numeri ma anche dall’entusiasmo contagioso dei tantissimi visitatori e appassionati arrivati a Firenze da tutta Italia e dall’estero, dai sorrisi e dalle risate di tanti ragazzi, dalle lezioni affollate, dai padiglioni pieni di entusiasmo e di applausi e da tutti coloro che si sono lasciati trascinare anche quest’anno

Can you feel the passion?

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dalle proprie emozioni e dalla propria passione. Incontriamo con piacere artisti di altre discipline, partecipando attivamente a questo interscambio e voglia di confronto. In questo clima di festa la redazione si è ambientata allegramente, giungendo nel proprio stand, dove l’ironia della sorte ci ha regalato una numerazione di ottimo auspicio... ■

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CHIARA NOSCHESE «Sono felice di vedere questa entusiasmante comunione di danze rappresentate in Fiera, e di come la danza sia un positivo fenomeno sociale. Fra le mie attività di attrice, autrice, fra prosa e musical, ho potuto avvicinare anche il tango argentino, con qualche lezione a Roma. La magia di questa danza mi ha particolrmente coinvolta, così come il clima della milonga. Come in tutte le attività di spettacolo, dietro al luccicare di ciò che più magicamente ci appare, bisogna comunque considerare il duro lavoro, per raggiungere gli obiettivi e quella notorietà che spesso sembrano accessibili a chiunque».

BRIAN «La danza, in tutte le sue espressioni, è un patrimonio immenso che fonda le sue radici in un fenomeno sociale che non può più prescindere da un’organizzazione e un ordinamento preciso, per dare autorevolezza competenza e spesso legalità al ruolo di insegnante, di qualsiasi disciplina».


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Festival Internazionali marzo maggio maggio giugno giugno agosto agosto agosto settembre settembre

20-21-22-23 16-17-18 30-31 5-6-7-8 18-19-20-21-22 8-9-10 14-15-16-17 28-29-30-31 3-4-5-6-7 25-26-27-28

Torino Perugia Amsterdam (Olanda) Barletta Boston (Usa) Viareggio Senigallia (An) Dir. artistica Pescara Fivizzano Dir. artistica Padova

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storie

Quel brigante di Miguel Una storia di eroico amore per la terra avvolge le origini di Miguel Ángel Zotto. Finalmente un grande artista argentino orgoglioso di essere italiano di Adriana Pagnottelli

Q Quando l’avventura umana percorre il tempo e i luoghi, tornando nel presente dal momento primordiale, si perde il senso del percorso e andare avanti o indietro non può che essere pura magia nell’attimo in cui questa congiunzione avviene. Ed è successo. Questo non è un film - forse lo sarà e i personaggi di questa vicenda si sono trovati a convergere, ognuno con il proprio vissuto, fatalmente e ad opera del tango. Fine '800 è il punto di partenza d’oltreoceano per quel racconto chiamato tango. Ma se facciamo un passo più indietro ci accorgiamo che la storia comincia prima...

uando conosco la stilista Maria Sarli, durante una fiera di settore, la sua capacità creativa mi ispira immediatamente e la incito a disegnare maggiormente per il tango argentino. Un giorno Maria mi racconta un po’ più di sè. Non è milanese, malgrado lavori da trent’anni a Milano, nel campo della moda e poi più specialmente nel campo dell’abbigliamento legato alla danza. No, lei è veracemente meridionale, della Basilicata. Ma che regione sarà mai questa, che quasi dimentichiamo elencando quelle italiane, come fosse il settimo nano, del quale ci sfugge sempre il nome? Maria mi parla di una cultura e di un legame con la terra davvero straordinari, di storie di brigantaggio di fine ’800, di una popolazione che mai ha accettato il dominio dello straniero. Una vicenda tutta da scoprire e da approfondire, scritta su testi storici che Maria mi incuriosisce a leggere. Nel suo paese si racconta di una giovane brigantessa, uccisa dai piemontesi dopo aver partorito una bimba. Una bimba strappata dalle sue origini e portata lontano, oltre oceano. Una storia cruenta che fa parte dei racconti della sua infanzia, fra leggenda, mito e storia. E il tango dov’è ?

INCONTRIAMO MIGUEL ANGEL ZOTTO una prima volta, quando la rivista è appena una timida e inesperta bambina. Un’intensa intervista durante una sua tournée ci apre la mente riguardo all’animo di Miguel, riconosciuto fra i migliori ballerini di tango di tutti i tempi. Un’icona vivente che ci racconta del legame viscerale con il tango sì, ma anche con le sue origini italiane,


forse piemontesi, della sua sensibilità nei confronti di queste radici spezzate, di come si senta comunque in parte a casa, in Italia. È DOMENICA MATTINA quando Maria mi chiama al cellulare. Saluti e convenevoli. Ma la vera storia è un’altra. C’è stata grande festa al suo paese, in Basilicata. Tutto Campomaggiore, capeggiato dal sindaco Claudio Tiberi, si è stretto intorno ad un suo figlio perso e ritrovato. La brigantessa, quella dei racconti dei nonni di Maria, è... la trisavola di Miguel Angel Zotto. Nientemeno. Il paese è in fermento, ci sarà una grande festa. E Miguel vuole fare un film. Ecco allora che le origini si ricongiungono ad opera del tango, in un anonimo paesello lucano di mille anime, che per metà si chiamano Zotta, diventando la culla di un’affascinante storia di tango e del nostro scoop giornalistico. Ci sembra naturale cercare nuovamente Miguel per farci raccontare. Lo incontriamo ospiti della deliziosa Rossella di Verona, durante un seminario di studio che vede Miguel accompagnato dalla giovane Daiana Guspero. La sede è quella di una neonata accademia di danza che diffonde il verbo con un’intensa attività didattica. SORRIDE MIGUEL quando diciamo che sappiamo: «Si è tutto vero, sono felice. Voglio fare un film di tutto questo, è una storia pazzesca. Sono stato invitato al paese dal sindaco e con tanta meraviglia ho scoperto che metà degli abitanti sono miei parenti e che mi somigliano in modo evidente. Tutti con la mia faccia! Credo davvero che sia stupido da parte di certi miei colleghi rifiutare la storia e le proprie origini italiane. Ho tanti progetti nel cassetto, fra cui una scuola stabile a Buenos Aires e l’insegnamento qui in Italia». Salutiamo Miguel, aggiungendo ai suoi successi un ulteriore primato: essere il primo artista argentino davvero Italiano. ■

Così il tango diventò musical Ha fondato la prima e più longeva compagnia di tango show, la sua vena creativa sforna a getto continuo spettacoli che fanno il giro del mondo. Colleziona riconoscimenti, è stato “documentato” dal National Geographic e nominato accademico dall’Academia Nacional de Tango di Buenos Aires. Ha avuto e fatto tutto, ma non smette di stupire, Miguel Ángel Zotto, stella del tango-musical

iguel Angel Zotto nasce a Vicente López, Buenos Aires. I suoi avi provengono da una genuina famiglia di Campomaggiore, emigrata in Argentina subito dopo il crollo del vecchio borgo, avvenuto nel 1885. Miguel cresce ascoltando tango con il nonno, che è stato un ballerino, e con il padre, ballerino e attore. A diciassette anni, inizia a studiare tango e a ballare nelle milonghe di Buenos Aires. Fra i suoi insegnanti Pepito Avellaneda e Juán Carlos Copes, ma soprattutto Rodolfo Dinzel, e Antonio Todaro, che nelle parole dello stesso Zotto, rappresenta l’espressione vivente del “suo” tango. Queste

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le tappe di una straordinaria carriera: 1985. Esordisce come primo ballerino nello show Jazmines di Ana María Stekelman, e conosce la sua prima partner, Milena Plebs, un connubio storico che durerà fino al 1998. 1986. La carriera della coppia ZottoPlebs ha inizio con la partecipazione al leggendario musical Tango Argentino di Claudio Segovia e Hector Orezzoli, rappresentato per quattro anni in America, Europa e Giappone. 1988. Miguel Angel e Milena creano la Compañia Tangox2 di cui sono primi ballerini, registi e coreografi e l’anno successivo presentano il loro primo spettacolo Tangox 2. 1991. Il Teatro Houston Opera li invita a coreografare l’opera-tango María de Buenos Aires di Astor Piazzolla e Horacio Ferrer. Ricevono il María Ruanova '91 Award, il premio più importante per la danza argentina - conferito dal Consejo Argentino de la Danza per la prima volta assegnato al tango.

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storie

1992. Partecipano con Robert Duvall al documentario Tango! realizzato del National Geographic. 1993-96. Presentano la loro seconda produzione, Perfumes de Tango, in una trionfale stagione a Londra. Di questi anni sono due tour negli USA e uno in Giappone e Cina. 1996-98. Il loro terzo show, Una Noche de Tango debutta al Teatro Presidente Alvear e vola poi in Europa, USA e Sudamerica. Riceve il Trinidad Guevara Award per le coreografie e il Gino Tani Award, il premio della danza più ambito in Italia. Il quotidiano argentino Clarín indica Una Noche de Tango come il miglior show di danza dell’anno. Miguel Angel vince inoltre il Premio Positano, uno dei più alti riconoscimenti per la danza in Italia. 2000. Miguel presenta all’Opera House di Sidney un nuovo lavoro intitolato Zx2, insieme al pianista argentino Pablo Ziegler con l’accompagnamento della Sydney Symphony Orchestra. In quest’anno per celebrare il decennale della Compañia Tangox2 si rappresenta Perfumes de Tango al Teatro Presidente Alver di Buenos Aires per tutta la stagione. 2001. Lo spettacolo Zx2 viene nuovamente allestito e portato in Australia e in Europa, tra Italia, Inghilterra, Francia e Austria. Poi una stagione di cinque mesi a Buenos Aires con una nuova versione di Una Noche de Tango. 2002. Miguel partecipa all’opera Maria de Buenos Aires come coreografo e ballerino al Teatro Comunale di Bologna e al Teatro Alighieri di Ravenna. Nello stesso anno viene nominato Accademico dalla Academia Nacional de Tango di Buenos Aires.Torna in Italia, a Verona, con lo show di tango e folklore Tango y Argentina. 2004-2008. Creatore instancabile, realizza in questi anni gli show Tangos de la Cruz del Sur al Teatro Astral di Buenos Aires; Tangos. Una Leyenda in Europa e Hong Kong; Su Historia al Teatro Lola Membrives di Buenos Aires e poi in Europa e a New York.Tangox2 riceve la nomination come miglior compagnia di ballo straniera in Inghilterra Horacio Ferrer ha definito Miguel Angel Zotto, per le sue coreografie e la passione che ha dedicato al ballo, «un importante capitolo della storia del tango... il terzo rivoluzionario dopo Gardel e Piazzolla». www.tangox2.com

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O emigrante o Così decretò la nostra storia di fine ’800. Così fu vissuta l’unità d’Italia dalla parte dei ‘‘cafoni’’ di Fulvio Gervasi

B

riganti: tribù britannica che, nel I sec a.C., diede più di un grattacapo alle legioni di Roma. Dei veri tipacci. Il lemma “brigante” diviene sinonimo di delinquente, bandito, cattivo soggetto. Un paio di millenni più tardi, nel 1860, immaginate un reame baciato dal sole, nel cuore del Mediterraneo. Un giovane monarca, imbelle e bonaccione. Una bella regina bavarese che, combinazione, è sorella di una certa Sissi: l’incontrastata icona nazionalpopolare che ha fatto sospirare intere generazioni di nonne-mamme-zie. Certo il paese è povero, largamente arretrato. Eppure primeggia fra gli staterelli dell’Italia preunitaria. Sue le prime strade ferrate della Penisola, suo il primo nucleo di un nascente industrialismo (opifici metallurgici e tessili, importanti cantieri navali). La sua flotta è considerata la terza d’Europa. Ponti in ferro (cosa inaudita a quel tempo) scavalcano i suoi fiumi vorticosi. Perfino le poste funzionano. E meglio di quanto capiti oggigiorno: una lettera spedita da Napoli viene recapitata a Bari l’indomani! La tassazione è mite e politiche assistenziali, magari un po’ paternalistiche, permet-


te o brigante tono ai più indigenti di tirare avanti. Il servizio militare addirittura non esiste: meglio pagare Svizzeri e Tedeschi per fare il soldato! È il Regno delle Due Sicilie e non sa cosa sta per cascargli addosso… Un capellone giramondo, alla testa di un migliaio di scalmanati, sbarca in Sicilia e arruola a frotte picciotti scontenti e braccianti disposti a rischiare anche la vita. Tutto, pur di ricevere un pezzo di quella terra che sarà finalmente strappata ai “signori” del latifondo! Truppe demotivate e un pugno di generali inetti o felloni non riescono ad opporsi e già Napoli, la capitale, è minacciata. Da Nord arriva poi l’aggressione dei soldati di una Prussia di serie b, quel Piemonte militarista e indebitatissimo (soprattutto con Francia e Inghilterra) che neppure si prende la briga di dichiarare guerra. É fatta. Nasce l’Italia unita, la cui corona è cinta da un re assai meno “galantuomo” del tempo, che finirà per svergognare lui e la sua sciagurata dinastia. Subito cominciano i guai per tanta povera gente. Smantellate le industrie e trasportate al Nord, trafugato il tesoro di stato (il più cospicuo d’Italia) dai forzieri napoletani, scoraggiata la produzione agricola. La pressione fiscale letteralmente raddoppia da un anno

all’altro. Durata del nuovo servizio di leva: cinque anni! Prende allora inizio, nel Sud, un imponente fenomeno migratorio mai prima d’allora conosciuto. ANCHE LA TRAGICA EPOPEA del Brigantaggio è agli albori. Nella situazione di incertezza e confusione che accompagna la fine del potere borbonico le porte delle carceri si sono spalancate per molti brutti ceffi. Ma c’è dell’altro.Contadini e braccianti non hanno ricevuto un ettaro delle terre loro promesse. Letteralmente ridotti alla fame, odiano questo governo “occupante” e il nuovo stato di cose, cui una rapace borghesia rurale e i signorotti locali che da sempre li opprimono si sono prontamente adeguati. In gran numero ufficiali e soldati borbonici, fedeli al giuramento che li lega ai loro legittimi sovrani, si rifiutano di deporre le armi, sordi al «Tutti a casa!» che fa seguito ad ogni disfatta. La Chiesa cattolica, espropriata e spesso perseguitata, ha forti motivi di scontento nei confronti dell’Italia savoiarda e delle elites liberali e anticlericali: la sua opposizione è inflessibile. Si formano bande di “grassatori” o

Michelina, Maria Sofia e le altre

Nella travagliata annessione del meridione al Regno d’Italia molte donne presero attivamente posizione per difendere l’indipendenza della propria terra. In queste immagini due figure femminili impegnate nella stessa causa con linguaggi contrastanti, ma entrambe emblematiche, per coraggio, determinazione, carisma. Michelina de Cesare la più famosa brigantessa d’Italia. Impavida quanto bella, mostrò un singolare intuito nello sventare le imboscate dei piemontesi. La sua squadra venne infine catturata e giustiziata nel 1868. Maria Sofia di Baviera, l’ultima sovrana del Regno delle due Sicilie. Il suo fascino e il suo carattere influenzarono il re Francesco II nella gestione familiare e politica. Sostenitrice della resistenza, partecipò alle azioni contro i piemontesi incoraggiando i soldati e visitando i feriti negli ospedali. Morì a Monaco nel 1925.


Campomaggiore Vecchio (Potenza)

“resistenti” (secondo il punto di vista) che arrivano a contare fino a cinquecento uomini. Le comandano personaggi dal nome tanto colorito quanto temuto: Crocco, Tranchella, Ninco Nanco, Pizzichicchio... Faranno tutti una gran brutta fine. Ma intanto si attaccano, con il sostegno più o meno aperto della popolazione, i militari “piemontesi” e nascono velocemente vere e proprie “zone franche” in Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Dal 1861 al 1865, mentre nel Nord America si combatte la guerra di Secessione, nel Mezzogiorno d’Italia infuria un autentico conflitto civile che si concluderà solo intorno al 1872. Oltre 150.000 soldati sono impegnati nelle operazioni contro questi fuorilegge, i “briganti”. Gli insorti e i loro fiancheggiatori sono decine di migliaia. La guerra è sempre orribile, ma quando la si definisce “civile” lo diviene ancora di più: ogni atrocità è consentita. La spirale di attacchi e rappresaglie costa una quantità spaventosa di vite: bambini, donne, anziani e religiosi non vengono risparmiati. Villaggi e fattorie devastati e dati alle fiamme, raccolti distrutti. In vece del domicilio coatto c’è la deportazione in luoghi di detenzione simili a lager nazisti (nella lugubre fortezza alpina di Fenestrelle i cadaveri dei prigionieri non vengono sepolti

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né cremati, ma dissolti nella calce viva). La famigerata legge Pica segna la sospensione di ogni garanzia costituzionale: la fucilazione arriva sulla base di un semplice sospetto di favoreggiamento e non è preceduta nemmeno dal più sommario dei processi. L’esibizionismo fotografico di sbirri e bersaglieri non indietreggia dinanzi alle peggio efferatezze: sorrisi beoti e stolido compiacimento nelle agghiaccianti pose degli sgherri. Ripresi ora accanto al cadavere di un pastorello tredicenne giustiziato, ora mentre reggono teste mozzate (nei territori del selvaggio West, suppergiù in quegli anni, ci si contentava dello scalpo) che saranno poi esposte, a mo’ di monito medievale, all’ingresso di una cittadina riottosa. Una cappa di silenzio e disinformazione cerca di prevenire, non sempre con successo, lo sdegno dell’opinione pubblica interna e internazionale per l’obbrobriosa mattanza. La repressione finirà con il prevalere, naturalmente: sarà costata più vittime, perlopiù civili inermi, di quante ne abbiano fatto le tre guerre d’Indipendenza e l’insieme dei moti risorgimentali! Un puro e semplice dato numerico che la scuola italiana tende ancor oggi a trasmettere con riluttanza ai suoi alunni. Il revisionismo degli storici, che ha finalmente reso giustizia ai Nativi americani, fatica ad estendere la sua correttezza a calabresi, lucani, campani e pugliesi. «O emigrante o brigante» fu la drammatica alternativa per le masse dei cafoni. Ma chissà, un’Unità d’Italia meno iniqua e cruenta non ci avrebbe forse permesso di leggere, fra i protagonisti della leggenda del tango, tutti quei nomi dal suono così familiare. Laggiù, nell’Argentina lontana… ■

DUE LIBRI DI VINCENZO LABANCA

LE MEMORIE DI UNA BRIGANTESSA Zaccaria Editore l’affascinate e avvincente storia romanzata dell’ultima delle brigantesse realmente esistita. Un destino crudele e un racconto denso di coincidenze e di incontri fatali, che vede Bologna, in quella che nel libro è denominata la casa delle streghe, custodire lo scrigno che ha celato un originale manoscritto, giunto fino a noi in circostanze a dir poco rocambolesche. Un diario che testimonia le origini del brigantaggio di fine '800, e la tragica verità storica dello sterminio di coloro che pagarono il prezzo dell’unità d’Italia.

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VIAGGIO IN LUCANIA SiriS Editore na vacanza non organizzata in Basililicata, diventa per la protagonista occasione per scoprire la magia dei luoghi, e una costante opportunità di conoscenza e approfondimento storico-culturale, attraverso un affascinante Cicerone. Natura incontaminata, la storia e l’origine dei Templari, dei Briganti e dei Normanni, sono fra le tracce lasciate dalla storia in questa terra, che diventano lo sfondo del conflitto moderno fra Nord e Sud, nella storia d’amore dei due giovani protagonisti. www.vincenzolabanca.it

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foto mario sturaro

ABITI E SCARPE DA TANGO


appuntamenti

Torino e il Lingotto, olimpo dei festival Si è appena concluso il Festival per eccellenza, quello di Torino.Tempio consacrato ad opera di Stefano Giudice e Marcela Guevara, esprime, in una combinazione artistica di coppia italioargentina, una consolidata professionalità. Una tradizione tanguera, quella piemontese, che per prima ha gettato le basi in Italia e che realizza in questo evento un’attrazione di richiamo mondiale. Una patria potestà, contesa a quanto pare con Padova, Bologna,Venezia... priamo l’intervista chiedendo a Marcela e Stefano, autorevoli “testimoni oculari” della nascita del movimento tanguero nel nostro Paese, una loro sintetica versione dei fatti.

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Qual è l’evoluzione del tango in Italia? La storia del Tango in Italia inizia ad essere lunga! Nei primi anni ’90 piccole realtà sorgono con grande spirito di aggregazione intorno ad un interesse che diventa passione. Poca è la conoscenza del ballo, minimo il patrimonio musicale di quei pionieri che si buttano alla ricerca di un’atmosfera geograficamente lontana da loro, ma che attrae perché non è poi così distante culturalmente: l’Argentina conta un’elevata percentuale di immigrati italiani. Questo è il principale motivo per cui il tango oggi in Italia è sempre più parte espressiva del nostro costume e non semplice fenomeno di moda. Torino e Bologna sono le prime città dove sorgono questi “focolai” tangueri, con le prime milonghe per ballare e ascoltare, le prime associa-

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zioni per organizzare corsi ed eventi: i primi stage con maestri argentini sono dei veri avvenimenti per l’epoca. A fine anni ’90 la follia tanguera riempie le milonghe di molte città italiane, nascono diversi Festival, sempre più scuole e proposte legate al tango; oggi ogni città ha il suo numero sempre crescente di insegnanti, spesso offre un Festival: si balla ovunque in molte - a volte troppe - milonghe, sempre più frequentate. Parlateci del vostro Festival. L’ottava edizione del Tango Torino Festival è andata molto bene, sia dal punto di vista artistico che in merito alla partecipazione: abbiamo contato quasi 6.000 presenze in cinque giorni, con una punta di oltre 1200 persone al Gala del sabato sera. È stata un’edizione per noi particolarmente complicata perché gravata dalla scomparsa di Pedro Monteleone, padrino e organizzatore insieme a noi del festival: grande maestro e personalità storica del mondo del tango, per noi però principalmente un affetto imprescindibile. Torino è decisamente l’epicentro

del tango in Italia. Da dove parte questa storia? Pare che proprio Torino sia la capitale italiana del tango: numero di appassionati, continuità di produzioni artistiche, quantità di opportunità che ruotano attorno a questo ambiente ne fanno la città distintiva in offerta e qualità. Ma principalmente c’è la convinzione che i torinesi siano realmente entusiasti, interessati e appassionati a questa cultura. La storia del Tango a Torino parte sostanzialmente da due elementi collegati tra loro: qui è nata la prima associazione culturale in Italia, El Barrio Tanguero, dedicata alla divulgazione del tango, così come la prima straordinaria serata settimanale, la storica milonga al Cafè Procope; animata dall’entusiasmo e dalla competenza di Alfredo Petruzzelli, che ha dato grande impulso all’attività tanguera torinese: è stato proprio lui il musicalizador della serata inaugurale del Festival di Torino. Il vostro percorso professionale si sviluppa con diverse attività di prestigio oltre che didattiche. Quali


sono le vostre linee guida? Su cosa fondate il vostro insegnamento? Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto come ballerini, collaborando con importanti compagnie: ad esempio, nello spettacolo Tango Vivo, diretto da Esteban Moreno e Claudia Códega, prodotto dalla Biennale de la Dance de Lyon, con l’orchestra El Arranque, presentato a Lione nel 2006; oppure Storie di Tango, lo spettacolo di poesie e danza rappresentato in tutta Italia dall’ottobre 2005, con Arnoldo Foà, speciale interprete delle parole di Borges. E poi Tango, spettacolo della compagnia di Herrera, con l’orchestra Ensemble Hyperion, in tournée dal febbraio 2007; Tango Hora Cero, ultima produzione di Union Tanguera, coreografie di Esteban Moreno e Claudia Códega in tournée nell’estate 2007. Boulevard Tango, programmato nei maggiori teatri italiani al debutto nel 2004 al Teatro San Babila di Milano. Abbiamo all’attivo anche tre produzioni realizzate tra il 2005 e il 2007: Tango a Pugliese, nel centenario della nascita del grande maestro, spettacolo che alterna testimonianze sulla sua vita con esibizioni di ballerini di fama internazionale, con l’orchestra Color Tango; Buenos Aires Hora Cero, spettacolo di musica, recitazione e ballo, in

prima assoluta a Torino nel 2006, con l’Ensemble Hyperion e quattro coppie di ballerini; infine l’ultima creazione dell’aprile 2007, Tango Apasionado, un viaggio attraverso Buenos Aires, con musica tradizionale e moderna, tango puro e poi contaminato, in atmosfere riprodotte da istallazioni scenografiche e ambientazioni urbane. Riguardo all’insegnamento siamo impegnati stabilmente in tre città: Torino, Asti e Lucca. La nostra didattica nasce dall’incontro di due percorsi differenti che si sono fusi nella ricerca di uno stile congiunto, personale di coppia, e di un insegnamento il più possibile completo, sia dal punto di vista tecnico, sia dell’improvvisazione e interpretazione musicale. La diffusione del tango ha permesso nell’ultimo decennio di oltrepassare gli schemi convenzionali e di sperimentare nuove possibilità. Si chiama tangonuevo anche per voi? Per noi continua a chiamarsi Tango! L’evoluzione è connaturata a qualsiasi espressione artistica. Probabilmente le sole lezioni di tangonuevo, o le milonghe di esclusiva musica elettronica non saranno destinate a integrarsi interamente nel mondo tango. Le radici con le tradizioni, i codici e la storia devono essere parte di una seria evoluzione. Oggi il

tango salón vive un’interessante integrazione di elementi moderni che non rientrano nel tangonuevo, ma che hanno già contaminato profondamente il ballo nelle sale. La musica elettronica ha dato un forte impulso all’avvicinamento di massa a questo ballo; per noi è molto piacevole percepire i cambi d’atmosfera nelle milonghe, quando si passa da un arrangiamento degli anni ’40 ad una riedizione tecno dello stesso brano: penso sia di stimolo per tutti! Da un punto di vista del ballo i grandi maestri di tango più moderno hanno dato spunti fondamentali nella ricerca e nella investigazione di nuove modalità, che essendo gli indiscussi fondamentali di una danza d’improvvisazione, ne hanno permesso l’arricchimento espressivo. Qualche anno fa il tango argentino sembrava rivolto ai non giovanissimi. Questo stereotipo, legato ad una idea stantia per la quale il sentimento è un’emozione per persone mature, si sta sgretolando di fronte al fatto che anche le generazioni di ventenni sentono il bisogno di un luogo di abbraccio. Quale sviluppo prevedete e come cambia la didattica nei confronti dei più giovani? Proprio perché crediamo che la necessità di un luogo d’abbraccio sia sem-

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Grazie, maestro Monteleone il 1992 quando attraverso l’associazione El Barrio Tanguero arriva in Italia, a Torino, Pedro Monteleone. Questo milonguero della generazione dei grandi pionieri del tango argentino, ballerino di fama mondiale, “maestro dei maestri”, giunge in Europa già famoso, anche presso il grande pubblico, per essere stato consulente di quasi tutti i film sul tango, in particolare Evita, in cui insegnò a ballare alla star Madonna. Ma per il pubblico tanguero è stato un riferimento essenziale, punto di partenza per la diffusione del tango in Italia, un’icona dello stile più classico, puro e rigoroso. Torino è stata la sua città di adozione, in cui dal 1998, ha insegnato, insieme ai figli Marcela e Rolo. E dove ha dato vita alla sua “creatura” il Torino Tango Festival, in cui ogni anno si esibiva, impreziosendo con la sua presenza, allo stesso tempo affettuosa e autorevole, una delle più importanti manifestazioni in Italia. Pedro Monteleone ci ha lasciato proprio alla vigila dell’ottava edizione di quel festival a cui ha dato tanto, tutto. Lascia un vuoto, ma resteranno sempre il suo carisma, i suoi insegnamenti, la sua straordinaria energia creativa. Grazie Pedro.

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pre più sentita il nostro insegnamento si pone l’obiettivo di far entrare gli allievi in milonga prima possibile. É nella milonga che si crea l’atmosfera del tango cosiddetto sociale: l’incontro, l’abbraccio, la condivisione, l’interpretazione musicale, l’emozione, sono sensazioni che non si trovano alle lezioni di tango. I giovani sono molto attratti da tutto questo perché, dietro le iniziali difficoltà nell’apprendimento, si nascondono sensazioni semplici e vere, sempre più rare, che catturano e appassionano profondamente chi vi si avvicina. Dal sentimento triste alla gioia. Quale di queste componenti vi è più congeniale? Dove risiede la tristezza del tango, nei tempi moderni? Molte persone si avvicinino al tango in momenti particolari della vita legati alle malinconie più svariate. Le stesse persone si ritrovano dopo qualche anno entusiasticamente trasformate: non è meraviglioso? Ci sono a nostro avviso due certezze: la prima è che la musica di tango non è per nulla allegra, la seconda è che l’ambiente del tango non è certamente triste.

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Il tango accompagna la vita; per i più sembra parte imprescindibile della vita. Come lo spiegate? Le vere passioni sono così! Ti accompagnano condizionando la tua vita interamente. Noi ci consideriamo dei veri privilegiati, potendo fare della nostra passione l’attività lavorativa, girando il mondo, divulgando il nostro tango. Progetti per la prossima stagione? La prossima stagione si presenta ricca di appuntamenti: a maggio saremo al Festival Yunta Brava in Turchia, poi al 2° Festival di Tango Sul Mare organizzato da Costa Crociere. A giugno saremo al Festival di Capri, e a quello di San Pietroburgo. A luglio avremo alcune date di spettacolo in arene estive e ad agosto siamo invitati al Festival di Mosca. A settembre saremo al Festival di Aix Les Baines in Francia, al Festival di Fivizzano e a seguire al Congresso di Padova. Questa è una non-domanda, uno spazio aperto e libero: cosa volete dire? In uno spazio aperto e libero, l’unica cosa che ci piacerebbe fare sarebbe riempirlo ballando un tango… ■


con Alejandra ArruĂŠ e Sergio Natario Andrea MissĂŠ e Javier Rodriguez Pancho e Gaby Marcela Guevara e Stefano Giudice Orquesta Hyperion Ensemble Info: padova.congrinta@libero.it - paolo.pescado@libero.it - 347 9061425

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TANGO

DOC parole dal pensiero dall’anima dal cuore argentino

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desde el hondo bajofondo

Vamos Melingo, carajo! Torna a colpire l’autore di Santa Milonga di Punto y Branca O que será que será Que vive nas idéias desses amantes Que cantam os poetas mais delirantes Que juram os profetas embriagados Que está na romaria dos mutilados Que está na fantasia dos infelizes Que está no dia-a-dia das meretrizes No plano dos bandidos, dos desvalidos Em todos os sentidos, será que será O que não tem decéncia, nem nunca terá O que não tem censura, nem nunca terá O que não faz sentido O que será que será (Chico Buarque de Hollanda)

Oh che sarà, che sarà... a conosciuto il meglio e il peggio degli anni Ottanta, Daniel Melingo, gli anni in cui la sigla continuava ad essere «sex, drugs and rock’n roll» e non a sproposito... E nei primi anni Novanta ha abbandonato il rock e il pop per entrare in pieno nel tango, e proprio in quello «reo y orillero». Cosa sarà che succede nella testa di chi decide di transitare per quelle strade? «Che ne so - risponde Melingo - lo chiedo anche a me stesso. Mi preoccupa di più quello che succede nella mia anima. Intanto continuo il cammino». Melingo dipinge a figura intera emarginati e milongueri vari, inter-

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TANGO

DOC

pretando brani composti per mano di poeti come Carlos de la Pùa, Celedonio Flores, Enrique Cadicamo, Julian Centeya y Luis Alposta e altri di composizione propria. Dice che il tango è il genere che più lo identifica e che sempre gli è stato vicino. Il suo patrigno, che è stato il manager di Edmundo Rivero: a quindici anni gli regalò un bandoneón e nella sua discoteca adolescenziale c’erano le collezioni complete di Edmundo Rivero y Carlos Gardel. Ma qual è il tango che più lo identifica? «Il mio è il tango canción - risponde - quello di Gardel, Ignacio Corsini e Charlo e che poi è stato continuato da Fresedo, De Caro, Canaro. E infine quello di Anibal Troilo, il tango più milonguero, non quello ballabile e orchestrale del ’40. Nel mio repertorio sto approfondendo il compás, il fraseggio, la musicalità più pura del tango orillero di inizi Novencento. Alcuni testi sono di cinquanta anni fa, altri sono scritti ora, perché il tango è atemporale e universale, per questo in molti tanghi sembra che il passaggio del tempo non abbia effetto». Melingo non è pazzo. In questa luce vanno interpretati i suoi tanghi

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improbabili, composti sul filo conduttore della follia. Melingo è una persona, certo. È sopravvissuto a se stesso, alle sue infinite peripezie personali, fino a diventare un personaggio letterario in carne e ossa. Melingo è la leggenda di Melingo, il protagonista d’una vita troppo intensa che è sfociata inevitabilmente nel tango. Per essere Melingo si deve «camminare per strada annusando la poesia come un cane da caccia. Ballare come un látigo - una frusta - e cantare come una ferita rimarginata». Melingo è un musicista di grande levatura tecnica. Ha studiato in conservatorio, anche se rivela poco dell’esperienza accademica. È - e sempre sarà - un avventuriero furioso, delirante, allucinato. Un bohémien di Buenos Aires, ossia, del mondo. Possiamo chiamarlo Maestro perché è stato capace di raggiungere l’umiltà. Niente di più naturale, allora, che la risata di fuoco de suoi tanghi. Melingo polverizza i confini tra il sacro e il profano. Nelle sue canzoni c’è tanta adorazione quanta irriverenza. C’è una valanga di ortodossia e tonnellate di eresia. C’è l’eccesso e l’accuratezza. Amore e follia. Penetra negli altari della musica rioplatense


senza bussare. Le porte si aprono al suo passaggio perché, palpitando, si è guadagnato il diritto a giocare con la dura legge del tango. Tango de ley, la formidabile follia di Melingo. Maldito Tango Daniel Melingo, star del rock argentino negli anni ’80, in seguito protagonista della movida madrilena e intrepido esploratore del Brasile, oggi è diventato l’uomo della nuova frontiera porteña. Con una voce particolare, scura e fumosa, un po’ Tom Waits e un po’ Nick Cave, Melingo è l’ambasciatore di un tango moderno, eclettico ed elettrico. È un artista che ama, crea e suona il tango e la milonga in modo eccezionale, è un precursore della scena musicale di Buenos Aires, considerato come colui che ha reinventato il tango canción. È autore, compositore e produttore dei suoi album. Ora Melingo arriva con Maldito tango: un album creato, distrutto e ricostruito in sei mesi, non un album jazz o solo un album di tango, ma un’opera elaborata che rompe le regole e distorce i codici del tango, citando i poeti di ieri e di oggi e dando una nuova vita alla musica e al tango-canzone, con fascino e bellezza davvero unici. Molte delle canzoni cantate da Daniel Melingo in questo secondo album sono opere di poeti e autori di tango che s’identificano con la sofferenza e l’astuzia della gente di Buenos Aires, scrivendo in lunfardo (lo slang di Buenos Aires) e descrivendo i limiti della città, i suoi quartieri, i suoi cabaret, la povertà e la tristezza della sua gente. Ascoltare Maldito tango è come guardare una serie di bizzarre istantanee: il borsaiolo sull’autobus, la prostituta in pianto, il vagabondo, il lavoratore di giorno che balla via la notte, il bambino che muore a causa della solitudine, l’argentino di Montmartre, gli innamorati con la loro segretezza cauta e guardinga, il vecchio playboy… ■

UN POCO DI BIO...

ato nel 1957, Melingo ha suonato insieme a Milton Nascimento fino al 1980, quando entra a far parte del gruppo Los Abuelos de la Nada. Parallelamente crea il gruppo Los Twist insieme a Pipo Cipolatti (sue sono le hit Cleopatra e Hulla Hulla). Questi due gruppi sono capostipiti del rock argentino degli anni ’80. Nell’82 due è chiamato a far parte di Las Ligas, gruppo di accompagnamento di Charly García, la più grande rockstar argentina. Nel ’95 realizza il suo primo disco solista H2O, ispitato al fumetto L’Eternauta. Durante il 1997 si intrufola nella conduzione del programma tv Mala Yunta per il canale Solo Tango, dove invita i musicisti rock a suonare il tango. È nel ’98 che esce Tangos Bajos il suo primo disco di tanghi, per poi continuare con Ufa! (2003). Nel 2004 pubblica per Mañana Records, l’etichetta discografica di Makaroff, l’argentino dei Gotan Project, la riedizione di Santa Milonga e finalmente, nel 2008, il nuovo lavoro Maldito Tango.

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DISCOGRAFIA H2O 1995 Tangos bajos 1998 Ufa 2003 Santa Milonga 2004 Maldito Tango 2008

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giovani volti

Fernando y Nayla «Grandes exponentes de la nueva generación, con auténtica esencia tanguera...» Così li ha definiti il giornale Clarin. «Fernando y Nayla son las estrellas mas prometedoras del panorama milonguero actual» El Tangauta, ottobre 2007

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ernando Sanchez e Nayla Vacca, ballerini e coreografi, appartengono alla nuova generazione che ha fatto del tango la propria vita. Nati entrambi nel 1982, questa giovanissima coppia di ballerini ha calcato i palcoscenici e le milonghe più “difficili” di Buenos Aires. Allievi e assistenti dei più prestigiosi maestri di tango argentino, Fernando y Nayla si conoscono fin dalle elementari, dove hanno iniziato a condividere la loro passione per la musica e la danza. Oggi sono tra le coppie più richieste nelle tradizionali milonghe, dove con la loro freschezza, spontaneità e formazione danno uno spettacolo di magia e sensualità richiuso in un abbraccio. Il loro stile salón, coinvolgente negli spettacoli, e la loro didattica precisa e generosa fanno dei loro workshop un’esperienza entusiasmante, in cui si dedica più spazio alla tecnica che alle sequenze, aiutando così l’allievo ad entrare nel cuore del tango. Così definiscono il loro metodo didattico: «nei nostri workshop intendiamo dare all’allievo la possibilità di creare un proprio stile di ballo o rafforzare quello che già possiede. Approfondiamo la tecnica nei movimenti, offrendo la possibilità di sviluppare una personalità chiara e decisa nel ballo. Applicando elementi imparati in diversi momenti si cerca di trovare ciò che li accomuna e li rende simili e in questo modo differenziare marcas e intenzioni». Sarà possibile conoscerli e apprezzare le loro capacità didattiche nello stage del 17 giugno a Vicenza, palatenda Crazy Bull, prima della loro partenza per il tour europeo. Fernando e Nayla sono stati allievi di grandi maestri, come Gustavo Naveira e Juan Carlos Copes e si sono esibiti nelle principali milonghe di Buenos Aires. Hanno una formazione nella danza che include rock, swing, danza contemporanea e yoga. Nel 2001 partecipano come ballerini di swing nei concerti dell’orchestra Swank, di rock and roll con Los de Fuego en Bingo, di tango, rock e swing per l’Associazione Italia Duemila. Tra le prime esperienze di palcoscenico nel tango lo spettacolo Tango, el desafío en La Casona del Teatro de Beatriz Urtubey dal 2003 per quattro stagioni consecutive e al Viejo Correo con l’orchestra La Máquina; un cameo nel film La puta y la ballena di Luis Puenzo. Poi la partecipazione al Festival de Tango y Folclore en La Boca patrocinato dalla Secretaría de Cultura del Gobierno de Buenos Aires. Hanno già al loro attivo importanti tournée all’estero, come quelle in Spagna e in Brasile con il patrocinio della Secretaría de Cultura del Gobierno de la Ciudad de Buenos Aires insieme all’orchestra Las del Abasto, in rappresentanza dell’Argentina. Tra il 2006 e il 2007 hanno insegnato al Centro Cultural Torquato Tasso per la Asociación de Maestros Bailarines y Coreografos de Tango Argentino e sono stati Special Guests all’International Grand Tango Congress Of New Zealand. Hanno riscosso un grande sucesso nel 2007 nella loro prima tournée europea che ha toccato Gran Bretagna, Italia, Spagna, Svizzera e Grecia. Quest’anno li vede impegnati in un nuovo tour che comprende Inghilterra, Italia, Svizzera, Germania. www.fernandoynayla.com

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Il tour 2008 di Fernando e Nayla maggio 15 - 23 Milano - Comuna Baires 24-29 Chur - Svizzera 30 maggio - 1 giugno Amburgo-Germania giugno 4 -12 Bremen e Berlino - Germania 17 giugno - Crazy Bull-Vicenza luglio 2 -12 Inghilterra (Newcastle, Berkley, Londra)


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sorsi trale note

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prima puntata

testo e design Toni Burattin

il quarto articolo di questa rubrica dedicata al vino che la rivista offre ai lettori tangueri. Non trattando specificatamente di Tango, le risposte circa l’interesse a questo argomento da parte dei tangueri non giungono in redazione; del grado di coinvolgimento non se ne ha traccia tranne un solo sporadico riscontro che ha portato ad un breve confronto con Paolo, anche lui appassionato di vino. In quella breve chiaccherata - durante una pausa di uno stage di tango - è emersa la reciproca convinzione di quanto il mondo del vino, sia oggi sovraccarico di informazioni spesso falsate e un po’ speculative, che arrivano ormai da tutti mezzi di informazione locali e nazionali. Insomma tutti parlano di vino, tutti sembrano conoscere il mondo del vino, tutti, chi più chi meno hanno fatto uno o più corsi di degustazione eccetera, eccetera... Molti sembrano conoscere le nozioni minime che accompagnano una corretta degustazione. E allora in qualsiasi occasione dove si beva del vino, giù... un continuo roteare di bicchieri (spesso impugnati in maniera a dir poco approssimativa), una spasmodica ricerca di quanti archetti rilasci il vino nel bicchiere,

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EGUST A

un continuo immergere le narici, financo le pupulle, dentro al bicchiere. Ma non erano le “papille”, quelle gustative? Ma quanti siamo ormai, quelli che si spacciano - a torto o a ragione - per intenditori di vino? Mi ci metto anch’io perché così devo essere sembrato ad un’amica che non vedevo da tempo, la quale, durante una cena di riavvicinamento, sentendomi esprimere un commento sul vino che stavamo bevendo, ha reagito eslamando: «anche tu! Non se ne può più di questa continua esibizione di esperti di vino, ad ogni cena in cui mi trovo c’è sempre qualcuno che non vede l’ora di introdurre l’argomemento, monopolizzando la conversazione ripetendo sempre le stesse cose». Come darle torto? Non me la prendo solo con chi esibisce una azzardata conoscenza del vino, ma con chi ne condiziona i comportatamenti così come condiziona e orienta i gusti e i sapori, denunciando in questo modo uno scarso rispetto per il vino e la sua cultura. D’accordo, il vino sarà diventato di moda, ma lo si può affrontare con discrezione senza venire spacciati per esibizionisti? Io ci provo. Mi viene da chedermi però, perché mai continuare a tenere una rubrica sul vino, in una rivista che parla


di tango oltretutto, quando poi tutti sembrano conoscere già tutto. Già, ma io non ho la presunzione (mi son detto) di saperne più degli altri, parlo del vino perché è un argomento culturalmente importante - per chi lo voglia vivere con sincerità, così come lo sono molti vini italiani - è principalmente una passione che seguo con amore e ringrazio chi mi dà il privilegio di scriverne in questa rubrica, con la speranza di scambiare informazioni, mi auguro utili ad approffondirne la conoscenza. Veronelli - che è stato ed è tuttora con i suoi insegnamenti, uno dei più grandi studiosi e conoscitore, rispettoso del vino - diceva che chi ha il desiderio di approcciarsi al vino, la cosa più importante è che lo faccia con amore. Il resto è la conseguenza, ne rappresenta “solo” la forma, aggiungo io. Mi auguro che da qualche parte arrivino queste parole, non fosse altro per avere la possibilità di una pur breve, ma autentica conversazione; di condividere con qualcuno l’interesse vero per qualcosa. A parte il tango naturalmente.

T AZIONE Degustazione quindi! Accennavo prima agli archetti che vengono rilasciati nel bicchiere dopo il movimento dello stesso; movimento che serve per ossigenare il vino in modo da sprigionarne gli aromi. Che gli archetti siano un indicatore della qualità del vino a seconda della loro densità e misura, è un dato che viene considerato attendibile, ma... quello che li determina invece non è il contenuto di glicerina pur presente - convinzione errata, conseguenza di un’informazione poco attenta. Uno studio approfondito darebbe per certo che gli archetti siano provocati, invece, da un fenomeno fisico/chimica (effetto Marangoni); una reazione tra il contenuto alcolico, la superfice del bicchiere e le sostanze volatili a contatto con l’aria. Non mi addentro qui a spiegare il fenomeno nei suoi dettagli, chi vuole approfondire può trovare soddisfazione nel libro Il gusto del vino di Emile Peynaud. Iniziando la degustazione di un vino, l’elevata densità e numero delle “lacrime” non è un dato sufficiente ad indicare con certezza che quel vino sia eccellente. (continua nel prossimo numero)

ALLA RICERCA DEL TERRITORIO PERDUTO I vini autoctoni uante volte ci è capitato di sentire un odore o un sapore particolare, evocando senzazioni di Proustiana memoria. Sul sapore di un biscotto lo scrittore francese ha costruito tutta la sua opera letteraria. La memoria involontaria bisogna però saperla riconoscere, avere un atteggiamento di curiosità e attenzione affinché faccia emergere e distinguere un sapore autentico tra tanti, troppi, condizionamenti che la standardizzazione del mercato produce. Succede che anche nel vino ci sia ormai una certa conformità che fa sembrare spesso un vino simile ad un altro. I vini autoctoni hanno invece la forza e il carattere di distinguersi, perché appartengono ad un territorio, il quale riesce ancora ad esprimere tutte le peculiarità che gli appartengono.

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Ribolla Gialla La Ribolla "Rabiola" gialla è certamente un vitigno indissolubilmente legato al territorio in cui viene coltivato, una fascia collinare che da Tarcento scende fin quasi all'Istria; quella che parte delle province di Udine e di Gorizia corrispondenti al Collio e i Colli orientali del Friuli. NOTE SENSORIALi

Colore: giallo canarino intenso con riflessi dorati. Profumo: balsamico, fruttato, con note di pesca, albicocca, agrumi, sambuco, fiori bianchi e leggero sentore di vaniglia. Gusto: voluminoso, morbido, vellutato, con ottimo equilibrio acido; retrogusto lungo e persistente con evidenti sentori agrumati. ABBINAMENTI

Ottimo come aperitivo, si accompagna egregiamente agli asparagi, alle minestre di verdure, ai passati di legumi e al pesce marinato. Pasta e risotti con pesce e crostacei. Temperatura di servizio: 12 - 14 °C


parole dall’est

All’ombra del conte Vlad La leggenda di Dracula, la Transilvania, castelli, fantasmi e vampiri: la Romania offre molto altro. Il tango, ad esempio, con il primo festival internazionale a Bucarest Intervista di Ermanno Felli

n battesimo tanguero al quale non potevamo mancare: il primo Festival Internazionale di Tango organizzato in Romania. Si è svolto in un bel palazzetto di inizio 900, adibito ad eventi culturali nel centro di Bucarest, in via Calea Calarasi. Gli organizzatori di questa maratona di tango sono Alina detta “la Morocha”, per la sua lunga e bella chioma nera, e Catalin Dumitrescu. I partecipanti a questa manifestazione d’esordio hanno interpretato al meglio lo spirito della milonga: alto il livello del ballo e soprattutto amichevole e giocoso il clima delle serate. I giovani nuovi tangheri rumeni iniziano piano piano a crearsi il loro spazio in una capitale che in passato verso gli anni ’40 ha saputo già cosa fosse il tango, e che, forse ancora un po’ diffidente, accoglie il ballo con crescente curiosità.

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Alina tu hai organizzato il festival e sei stata la prima a portare il tango in Romania. Come sei entrata in contatto con il mondo del tango? Ho iniziato nel 2003. Vidi prima un documentario sul tango, mi incuriosì, mi affascinò il ballo, poi andai a Buenos Aires per capire veramente cosa fosse il tango, di cui avevo maturato una vaga idea. Lì ebbi la fortuna di incontrare Alfredo Garcìa che non solo mi insegnò a ballare, ma mi trasmise la cultura porteña del tango. Quando tornai iniziai ad insegnare quello che avevo

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imparato e così nacque la prima scuola, El Tango, che fondai insieme a Catalin Dmitrescu (www.eltango.ro). Il nostro obiettivo era ridare tutto ciò che avevamo appreso a Buenos Aires. Volevamo trasmettere la passione del tango milonguero che avevamo imparato non solo da Garcìa, ma da Anna Shapira, da Natucci al Besos etc. Per noi non era importante avere mille allievi, ma trenta che vivessero come noi questo amore. Sono sicura che qui a Bucarest ci sono grandi possibilità che il tango si diffonda. Qui da noi sono molto diffusi la salsa e i balli folkloristici rumeni. Questi sono un’ottima base popolare per la diffusione del tango. Non solo i romeni sono molto portati verso la musica, ma si impegnano molto per studiare il ballo. Non appena hanno la possibilità, viaggiano per andare a fare workshop all’estero, andare a ballare nelle milonghe fuori dalla Romania confrontandosi con altri ballerini, apprendendo e offrendo i loro stili. Ora in Romania ci sono dopo tre anni già tre scuole, forse quattro. La seconda è stata fondata ancora da me. Ho lasciato El Tango dove ora insegna Catilin e ho aperto Tango Brujo (www.tangobrujo.ro), la terza è Tango Tangent (www.tangotangent.ro). Sono contenta che ci siano più scuole, questo aiuta il nostro mondo a crescere. Abbiamo anche un bollettino di tango Tango Boletin. Da noi sono venuti molti maestri argentini nel corso di questi ultimi tre anni, anche il nostro Alfredo Garcìa. Organizzavamo workshop e milonghe la sera, concentrandoci per tre o quattro giorni. Così la maggior parte di noi è cresciuta nel ballo. La Morocha si è esibita durante il festival in coppia con il ballerino Ney Melo, argentino ora residente a New York. Anche lui tra gli invitati del festival viene a Bucarest almeno due volte l’anno.


Catilin tu anche sei stato il portatore del tango in Romania, raccontaci della tua esperienza. Anch’io ho iniziato a Buenos Aires con Alfredo Garcìa. Lì ho appreso la cultura e come già ha spiegato La Morocha abbiamo iniziato a trasmettere questa, anche la tecnica del ballo, ma soprattutto la cultura del tango, cosa forse più importante. Noi siamo solo agli inizi. Mi rendo conto che tre o quattro anni di tango in una città non sono nulla in confronto ad altre esperienze, però abbiamo già chiaro che per noi l’importante è sviluppare il tango come un ballo sociale, più che un ballo individuale, di competizione, di atteggiamento. Il tango deve rimanere una festa sociale, un ritrovo, dove attraverso dei codici umani si gioca l’esperienza della vita, per imparare da questa e per questa. Il sentimento sociale è il sentimento di chi è nella milonga,

di chi appartiene ad essa, questo è per noi il tango. In Romania sembra svilupparsi facilmente questo sentimento, e ne siamo molto felici. Così anche il festival di tango di Romania si conclude, lasciandoci una profonda ammirazione per i grandi passi fatti in poco tempo da questi ballerini, e per quello spirito di festa a cui Catilin e la Morocha tengono più di ogni altra cosa. A fine di ogni serata il gruppo di ragazzi sembrava non volersi lasciare, rimanevano nel locale a parlare e a raccontare aneddoti divertenti sul mondo del tango, sulle loro esperienze, prendendo in giro se stessi o i caratteri grotteschi o buffi di questo o quell’altro maestro argentino. Possiamo solo augurarci che questo spirito giovane e milonguero rimanga e che Bucarest apra le porte ai suoi giovani talenti.

LA “PARIGI DEI BALCANI” Bucarest, fondata più di settecento anni fa, è una città ricca d’arte e di storia. Vanta 37 musei, 22 teatri, gallerie d’arte, biblioteche e altri monumenti degni di nota. Il Palazzo del Parlamento, è il secondo edificio più grande al mondo dopo il Pentagono. Secondo una leggenda fu fondata dal pastore Bucur, ma la realtà storica la lega al sanguinario principe Vlad Tepes III, che nel 1459 firma un documento che ne attesta l’esistenza. Nell’Ottocento la città subisce una modernizzazione, grazie al contributo degli architetti francesi. L'ispirazione parigina si nota anche nella vita culturale di Bucarest, con tanto di aristocrazia romena educata in Francia. L’avvento del regime comunista, alla fine della seconda guerra mondiale pone fine alla vita cosmopolita di Bucarest. Quartieri storici, alcuni bellissimi edifici in stile Belle Epoque vengono distrutti per far spazio alle costruzioni volute dal dittatore Ceausescu. Ma passeggiando per le traverse delle strade principali si può ancora vedere l’altro volto di Bucarest: edifici che all’inizio del ‘900 contribuirono alla denominazione della capitale rumena come la “Parigi dei Balcani”. DRACULA, PER CHI NON LO SAPESSE... La vicenda di Dracula - che nel 1897 ispirò il conte vampiro dello scrittore irlandese Bram Stoker - rappresenta un pezzo di storia della città. Il padre, il conte Vlad Tepes II, principe di Valacchia, era stato nominato nel 1431 difensore del Sacro Ordine del Drago, un'organizzazione semi-monastica, fondata dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo e signore di Transilvania, per difendere la cristianità dalle minacce della potenza ottomana. Vlad Tepes III, nacque nel 1431. Usava firmarsi Draculea o Draculya (il figlio del drago). Dominò la Valacchia dal 1456 al 1462 con indicibile efferatezza, prima di venire ucciso nel 1476 dai turchi. Dracula fu sepolto nella chiesa del Monastero di Snagov, in un'isola vicino a Bucarest. Quando, nel 1931, fu aperta la cripta in cui era stato sepolto cinque secoli prima, la tomba fu trovata vuota: il conte Dracula non c’era più.

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paroladilettore

Buenos Aires

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Attendiamo i vostri elaborati: testi (max 2000 battute) poesie, immagini, lettere. Scrivete a redazione@e-tango.it

uanti giorni passati a camminare senza bene sapere, e la direzione persa e nascosta dietro agli accadimenti, frantumi di storia senza racconto. Il cuore asfissiato, di sole denutrito, e l’aria come vento tiranno graffiava il mio respiro. Quanta strada percorsa sullo stesso luogo, che riconoscere non potevo, e con il passo stanco e flebile calciavo il sasso nell’infinito. E dietro l’albero non il paesaggio ma il numero di monetine per tirare avanti, per cercarne altre. E i raggi fiochi, stanchi che mi accecavano di opaco. Notti di lune nascoste, travolte dai ricordi di donne, avute, perse cacciate, amori sognati o subiti. E allo specchio del pensiero solo mi sentivo di questa esperienza, che come una maledizione mia credevo di esserne colpito. La solitudine, amica di tutti, lì spinse il mio udito e una eco lontana si faceva chiara nello spazio, lì, dalla finestra, dai volti di mille donne veniva, e si univa in un’unica armonia e la voce, di uomo simile alla mia, triste e felice sempre più vicina cantava la sua storia. La musica in me risvegliava il mio nome, e mi accarezzava gioiosa della mia disperazione: di gioco

mi riempiva. E la musica, che come un impeto che solo l’origine può conoscere, lacerava il tempo e proiettava l’infinito nell’istante e il mondo apparendo qui accanto a me, la musica narrava ora tutta la storia. Da te venni, città di umili emigranti, città di speranze, di scavati visi, a sincerarmi. Ma i tuoi bianchi palazzi sporchi di sole non mantennero la melodia che sentito avevo e le strade nascoste alla storia si perdevano senza orgoglio e con tragedia, ma quale passato tieni nascosto nel tuo ventre, che io attraversai curioso e pieno di amore? Ma dove il sincero camminar che rese nobile l’umana posizione? Perché il futuro, moda ultima della sorda parola, spaccia di vecchio tutto ciò che sentire non può? Cià che nuovo oggi si dichiara è agonia della propria vecchiaia. La solitudine mi riavvolse nel suo mantello, ma non più la direzione cercavo ora fuori nascosta dietro il buio cieco dell’inverno, volto mi ero alle musiche tue figlie e il mio andare stesso si era fatto armonico segno. © Ermanno Felli “POESIE DEL TANGO REMOTO”

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PESCARA 28-31 agosto 2008 1° encuentro internacional de tango argentino direzione artistica

Sergio Natario e Alejandra Arrué con

Ezequiel Paludi Gerardine Rojas Ricardo Barrios Laura Merlo Orquesta Hyperion Ensemble Ana Tanga Cabaret giovedì 28 agosto APERTURA FESTIVAL presentazione del programma e maestri Mostra e presentazione libro Nel segno del tango con la poetessa A. M. Farabbi e il musicista Daniele Dall’Omo venerdì 29 agosto CONCERTO IN TEATRO ore 21 Orquesta Hyperion Ensemble dalle ore 24 MILONGA le donne invitano esibizione di giovani maestri ospiti sabato 30 agosto

SERATA DI GALA La Viruta Tango Club esibizione dei maestri domenica 31 agosto SERATA IN BIANCO E NERO CABARET CON ANATANGA

organizzazione Associazione inTango - Pescara - www.tangoinfestival.it info intango@libero.it - amalia 320 0334359 - claudia 329 4330594 - alejandra 338 4163836 Progetto grafico logo: Studio Calcografico Urbino - Pescara - www.studiourbino.it - foto di Gino Di Paolo


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4 giorni di milonga sul mare, tutti i giorni dalle ore 15 all’alba 47 ore di danza 6 ballerini tra i piÚ giovani e innovativi rappresentanti del tango 22,5 ore di lezioni per tutti i livelli 4 esibizioni dal vivo musica dal vivo e jam session di musica e danza improvvisata, 3 DJ e... vacanze tanguere, sole, mare e tanto altro...

4 days of milongas on the sea every day from 3 p.m. to sunrise 47 hours of dancing altogether 6 dancers (maestros) among the youngest and the most innovative in the tango scene 22,5 hours of classes for all levels 4 live performances, live music and jam sessions dance and music improvisation 3 DJs and... tango holidays, sun, sea and so much fun!

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recensioni LUIS CASTRO E CLAUDIA MENDOZA Il manuale del tango on si impara a ballare leggendo un libro, non seguendo astratte istruzioni fatte di linee, numeri e segni. La letteratura del ballo non è la traiettoria del movimento. Un libro aiuta a trasmettere nozioni di cui far tesoro attorno alle quali si fonda la pratica. L’insegnamento contenuto in un testo veste i concetti cardine con l’elemento pratico indipendentemente dal fattore soggettivo del metodo didattico, del suo ideale stilistico, dal fattore umano comunicato da ogni maestro che si possa definire tale, impossibili da ritrovare in un video. Il rapporto tra maestro e allievo è imprescindibile, mediato da un testo di riferimento, un viaggio per entrambi all’interno di sé stessi. In questo processo di conoscenza interiore attraverso il ballo ognuno potrà esprimersi con il suo tango fatto di tecnica coltivata tenacemente, liberato dalla condizione di essere riprodotto ciecamente come un clone senz’anima, perché elaborato con l’acquisizione di concetti che esprimono umanità, sentimenti, emotività ed eleganza che gravitano intorno alla propria unicità. Su questo hanno voluto puntare i Maestri Luis Castro e Claudia Mendoza con il loro Manuale di Riferimento, per far capire l’importanza imprescindibile della presenza fisica del maestro e la base teorica dell’allievo: nel mezzo, un dialogo in costruzione fatto di incontro, mediazione, ascolto, comprensione, attesa e movimento. Il video che si trova al suo interno non è che la testimonianza di come il ballo del Tango Argentino sia una forma d’arte tramite cui esprimersi per raccontare la propria vita e quella degli altri suggerendo idee e nuovi punti di vista.

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Il tango è una vera e propria eco culturale, la società parla attraverso esso e sin dai suoi albori ha riflesso la vita degli abitanti di Buenos Aires incorporandone l’anima e l’essenza, traducendo ogni determinato periodo storico in una forma espressiva di rivalsa popolare Dal retrocopertina di

Tango Argentino. Il ballo e la sua struttura

Edizioni Bauhaus Project Il libro e il DVD sono in vendita (€22,00) nell’area shop del sito www.e-tango.it

ANATANGA Tango cabaret

‘TANGO TRES’ Il sax e la Guardia Vieja

ontinua il tour milonguero di Anatanga con lo spettacolo Cabaret Tango, già rappresentato in vari locali in tutta Italia. La divertente satira sull’incontro-scontro con lo stereotipo del macho conquistatore e i retroscena della favola del tango appassionato sarà di scena all’Encuentro Internacional de tango Argentino di Pescara ilprossimo 31 agosto. Lo show è disponibile in italiano, spagnolo, inglese, tedesco. Promosso dal circuito club di ÉTango, è richiedibile a: pubblicherelazioni@e-tango.it www.e-tango.it Promo su Youtube.

l trio Tango Tres (Silvio Zalambani, sax soprano, Donato d’Antonio chitarra, Vittorio Veroli violino) propone una ricerca sulle origini del tango della Guardia Vieja, negli stili in voga tra il 1880 e il 1920, tra Buenos Aires e Montevideo, così come in tutta l’America Latina: danza e habanera cubana, maxixe brasiliano, candombe uruguayano e milonga argentina. I brani nell’album Tango Tres sono tratti dai motivi più famosi del periodo, gli arrangiamenti originali sono curati da Silvio Zalambani, ideatore del progetto. Tango Tres presenta un viaggio nei sentimenti che hanno generato il tango attraverso la mescolanza tra culture diversissime che hanno generano nuova linfa vitale. Il trio ha partecipato a manifestazioni prestigiose come la 6a Cumbre mundial del tango di Siviglia e i loro concerti sono completati dalla presenza di Rubén Andrés Costanzo, affascinante narratore e studioso della cultura tanguera. www.tangotres.com

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In Italia

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si balla così tanto in lungo e in largo che il Bel Paese meriterebbe di assomigliare nella sua forma ad una scarpa da ballo. Ci siamo andati vicino e ci aggiustiamo con uno stivale... Fra le tante proposte on the road che l’incalzante turismo tanguero suggerisce ci appaiono evidenti bellezze paesaggistiche, enogastronomiche e artistiche in ogni direzione. Riscopriamo così il piacere del viaggio libero, breve e non organizzato, per assaporare gusti diversi da quelli di casa, conditi con poche cose: voglia di socializzare e di incontrarsi, un itinerario, un po’ di spirito d’avventura e naturalmente le scarpe da ballo con sé.

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Si accendono le stelle del cielo estivo milonguero in questo contesto ricco di storia e di rinomato ingegno imprenditoriale. Una fiera internazionale, polo mondiale dell’arte orafa, e come sempre cibi e sapori tipici accompagnano il nostro tour nel territorio che celebra i 500 anni dalla nascita di Palladio

T

DA GUSTARE

Baccalà alla vicentina

acchi a spillo e solidarietà. La ricetta del tango estivo del nord-est al Palatenda Crazy Bull. Ritorna con la sta-

Palatenda Crazy Bull gione estiva il tango al Palatenda Crazy Bull, debuttanti in presera- ogni martedì nel complesso del Centro Commerciale Le Pi- ta con Maurizio Ma- dal 20 maggio ramidi di Torri di Quartesolo (Vi) di Domeni- setto della scuola El al 30 settembre co Basile&C, con una programmazione di serate danzanti e intrattenimento alla sua seconda edizione. Ogni martedì tango, dal classico all’elettronico, con un team dei migliori dj del panorama nazionale. Coadiuvano il gestore nel coordinare l’evento, anche per questa edizione, Adriana Pagnottelli e Christian Zanarella. Non solo mania quella del tango, legata a un’ammaliante vena di seduzione, ma voglia di incontro, di abbraccio, di condivisione attraverso il ballo, di momenti di cultura e approfondimento in un ambiente elegante e attrezzato. Le letras di Tango più belle saranno lette ad apertura serata, per ricordare quanto le parole che accompagnano la musica che tanto amiamo, ne siano parte imprenscindibile. Specialità enogastronomiche argentine, con il piatto unico tipico di empanadas, asado e dolci tipici accompagnati dall’autorevole vino Malbec, sono le proposte dell’ottimo servizio ristorante per chi desidera cenare. Corso gratuito per

sabor de tango di Grumolo delle Abadesse. Il 17 giugno, stage ed esibizione della giovane coppia Fernando Sanchez e Nayla Vacca, apprezzati in tutta Europa. Ancora ospiti in programmazione e una sfilata danzante di abiti per il tango. Ma soprattutto, da quest’anno, solidarietà. Il tango, che nasce sulle strade di Buenos Aires, frutto della malinconia di migliaia di immigrati, diventa occasione al Crazy Bull, per aiutare l’infanzia argentina, cooperando a favore della Fondazione Onlus PUPI., presieduta dal famoso calciatore argentino Javer Zanetti, che da anni si adopera affinché la generosità sia un valore etico necessario e dovuto nei confronti dell’infanzia meno fortunata. Tango solidale è la lotteria e il contributo umanitario di Domenico Basile per la raccolta dei fondi, gestita nell’area InfoPoint del locale, dove saranno in vendita i biglietti per l’estrazione di premi tra i quali due voli per Buenos Aires. Al Palatenda Crazy Bull è tutto pronto quindi per l’appuntamento con il tango: il 20 maggio gran gala di apertura per 19 serate accompagnate da uno sponsor prestigioso, il calzaturificio Paoul; una serata “gold” il 25 settembre, con l’ospite di punta in consolle, Felix Picherna, il più famoso musicalizador argentino. Gran finale il 30 settembre. E se piove? Si balla lo stesso! Info e prenotazioni 338 5387551- 349 2250077.

Ricetta simbolo di Vicenza, la sua fortuna è la sua semplicità unita a un inconfondibile sapore dato dalla particolare cottura del baccala. Le sue origini risalgono al 1432, quando una spedizione guidata dal capitano veneziano Pietro Guerini naufragò sulle coste dell'isola di Rost, al largo della Norvegia. Tornando a casa, il capitano Guerini portò con sé quel pesce secco che ai Norvegesi piaceva tanto e che avevano in abbondanza: lo stoccafisso. Giunto in patria, lo stoccafisso divenne un’alternativa al pesce fresco, costosissimo oltre che deperibile. Nacque così una ricetta che divenne famosa: il baccalà “alla vicentina”. Un episodio storico: nel 1580 Michel de Montaigne, dopo la visita a Vicenza, lasciò nel suo celebre Journal de voyage en Italie solo un breve appunto sulla città, ma commenti estasiati sul baccalà. In tempi recenti si è costituita la Venerabile Confraternita del Bacalà alla Vicentina (1987) ed esistono numerosi Baccalà Club. Il baccalà ha un sito ufficiale: www.baccalaallavicentina.it

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Andrea Palladio, cinquecento anni dopo

Nel 2008 ricorre il cinquecentenario della nascita di Andrea Palladio. Il Comune di Vicenza promuove numerose iniziative affidate ad un Comitato nazionale appositamente istituito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Vicenza, la città che si identifica con il segno palladiano, offre ai turisti ben 23 monumenti palladiani e tre ville “fuori porta”. In provincia di Vicenza altre sedici ville completano un repertorio unico al mondo: si tratta di edifici che influenzarono lo stile architettonico del ‘500 e dei secoli successivi, in Europa e in America, al punto che Vicenza è stata proclamata dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità. Tra le iniziative per celebrare la ricorrenza in particolare segnaliamo dal 20 settembre al 6 gennaio 2009 la grande mostra palladiana, curata da Guido Beltramini e Howard Burns, allestita a Vicenza in palazzo Barbaran da Porto che si trasferirà poi a Londra, presso la Royal Academy of Arts sino a maggio 2009. Le opere esposte saranno circa trecento, fra disegni originali, dipinti, sculture, medaglie, libri e manoscritti, provenienti da oltre cinquanta musei europei e americani. www.palladio500.it www.cisapalladio.org

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Titango/Milonga Brava sabato

via S. Ilario 108 nero, Nervi GE Sergio 349 3782540 www.musicalizador.it

Titango/Sergio Chiaverini A C.so Marconi 4 int. A, Nervi GE Sergio 349 3782540 www.titango.it

Scuola di Danza Artis S via Palmaria 5, Genova 010 543015 maurovallait@yahoo.com

Milonga Artis mercoledì via Palmaria 5, Genova 348 4465435 milonga.artis@libero.it

Titango/Immagine Danza S via Carlo Varese 1A rosso, Genova Sergio 349 3782540 www.immaginedanza.it

Ass. Culturale P&P S via Fieschi 8/16, Genova Paolina 347 9359122

RealityTango Bar Ass.Tango Passion venerdì

Titango/Oltre Danza S

via Kennedy 7, Marinella Di Sarzana La Spezia 348 6048914 www.realitytangobar.it

via Chiaravagna 18 L, Sestri Ponente GE Sergio 349 3782540 www.oltredanza.it Titango/L’Ecole S

via Montezovetto 22/13, Genova 335 7013974

Milonga Lunfarda A via Grado 6, Cadimare, La Spezia Guillermo 340 9100240 www.milongalunfarda.com Every Dance Gamma Sc via Luigi Canepa 22rosso loc. Struppa Rosada, Genova M. Palladino 338.5834719 www.everydancegamma.it


Friuli Circolo del Tango Argentino di Trieste ven-sab

Puglia Macondo domenica via Giulio Petroni 16, Bari Rossana 338 8220533, 389 1651319 tangoargentino@email.it

Sala del Circolo della Vela largo Nazario Sauro 5/1 Muggia - Trieste www.triestetango.com

Tangoholiday domenica

Jolly Club Simone Pradissitto sabato viale Venezia 63, Pordenone

c/o Masseria La Penna, Taranto Jimmy Mongelli 348 3579617 www.tangoholiday.it

349 5754079 simonepradi@tiscalinet.it

Milonga della Ciudad domenica

via Puccini 22/d, Lecce 339 8191958 www.cittadeltempo.it

Villa Giacomelli sabato

via Roma 47, Pradamano, UD 347 4607920 www.villagiacomelli.it/tango

Evening venerdì Piazza Falconieri, Monteroni, Lecce 0832 321425 www.tangoevening.com

Abruzzo

Associazione Luis Cesar Amadori A via Secchia 7 Montesilvano, Pescara 333 6254335 cinzia.angelozzi@fastwebnet.it

Tarantotango A

via Corvette 24, Taranto 099 7332497 www.tarantotango.it Ass. Artedanza Rossana S Rossana y Massimo

via G. Modugno 6, Bari 080 5041730 Rossana Tursi 338 8220533 www.artedanzarossana.it

Alejandra Arrué e Sergio Natario Ma c/o Ass. inTango via Caravaggio 105 Pescara 346 6310458 - 338 4163836 331 9218132 www.natarioyarrue.com.ar

Calabria

inTango A/S via Caravaggio 105, Pescara www.intango.it

Marche Ass. Vivaeltango SC Circ. Arci Germontari, via Colle Verde 2, Ancona Patrizia Calovini 333 9173529 www.vivaeltango.net

Catanzarotango A c/o Ristorante G&D, S. Maria Di Catanzaro, CZ 335 7028685 www.catanzarotango.it Calabriatango A

c/o Circolo da Motta di Castrolibero, Cosenza Ciccio 346 5865159 www.calabriatango.it Tango &Tango A c/o Pizza Restaurant Kiwi via Filippini, Reggio C. 335 1510765 - 338 9853711 www.reggiotango.it

Valle El Barrio Gomez-Ballonzo S

località Amerique 9/E, Quart , Aosta 393 8501945

d’Aosta

Associazione Xsiempretango A/S

Sardegna

via Renzo Mossa 15, Sassari 333-7816549 www.xsiempretango.com Circolo Baires M sabato

via Renzo Mossa 15, Sassari 333-7816549 www.xsiempretango.com

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rivista etango  

rivista sul mondo del tango

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