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Enrico Bianda

M’è dolce questo narrar Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico

Webgol Edizioni


Enrico Bianda

M’è dolce questo narrar Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico

Webgol Edizioni 2011


Questa opera è pubblicata sotto la Licenza creative commons Attribuzione-non commerciale-condividi allo stesso modo. Per contatti: www.webgolnetwork.com info@webgolnetwork.com


Non immagino che stia per iniziare un lungo viaggio: non solo nella guerra, ma anche nella mia identità di europeo. (Paolo Rumiz, Maschere per un massacro) I nomi vanno chiamati nella loro lingua. (Paolo Rumiz, La leggenda dei monti viaggianti) Con velocità s’intendono i cambiamenti di ritmo del racconto, un po’ come i tempi di una sonata o di una sinfonia: il paragone regge solo in parte: nel romanzo ci sono accelerazioni e rallentamenti che non sono caratterizzati da misure fisse. I cambiamenti di velocità sono molto fluidi, a volte quasi inavvertibili – come del resto dentro a un tempo musicale -, a volte invece marcatissimi. (Praloran M., Il tempo del romanzo)


Sommario Prefazione La Cotogna Picaresca Né Reportage Né Inchiesta Il Processo Produttivo La Dimensione Narrativa Testimonianza e Fabulazione Il Valore Epico del Viaggio Identità Culturali In Forma di Conclusione e di Confessione

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Note al Testo

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Prefazione

di Antonio Sofi Per Rumiz, io ed Enrico nutriamo da sempre una sorta di laica venerazione. Evito per pietosa gentilezza di raccontare un aneddoto che vede Enrico come protagonista, e che spiegherebbe, più di mille parole, il sacro rispetto per il narratore mittleuropeo. Quando andammo in Croazia, a Vukovar, la città che guarda il fiume, e poi in Bosnia, tanto tempo fa, viaggiavamo con i suoi libri in saccoccia. Cercando, ogni tanto, a naso, i posti che aveva raccontato (uno lo abbiamo trovato – l’Hotel Danubio - e d’altronde se vai a Vukovar ci sono poche altre possibilità), e, nella ricerca, trovandone talora di migliori. Spesso, per scherzare, ci inventavamo improbabili viaggi rumizziani: In monopattino da Rignano a Vilnius. In sidecar da Lugano a Sofia. In deltaplano sui monti berberi. A dorso di mulo dall’Aspromonte al Cervino. Saltellando su una gamba da Campobasso a Lione. Perchè per Rumiz il racconto non sta nei luoghi che visita, ma nel viaggio. Il viaggio è il punto di vista, la focale che mette in fila narrativa dove si è con dove si è stati prima e dove si pensa

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si sarà domani. Un passo dopo l’altro come un filo d’Arianna che collega il passato, i ricordi con il futuro, i desideri. E allora non è tanto il luogo in sè ma il modo con il quale si arriva, le strade che si percorrono, i panorami che si vedono intorno, il tempo che si trova, i compagni di viaggio, gli incontri casuali, ciò che si mangia, o quanto s’è dormito il giorno prima. Il viaggio, il viaggio: ormai quasi espunto dall’esperienza comune del turista moderno, proiettato come una pallottola aerea da un punto all’altro del globo nel tempo che ci vuole, di solito, per andare e tornare da lavoro in una metropoli trafficata (ma Enrico potrebbe dire assai di più sull’argomento). Il viaggio, in sè, è il protagonista: il percorso un canovaccio spesso da improvvisare con serendipità, e l’arrivo un pretesto, mai un traguardo. Sui viaggi di Rumiz abbiamo scritto molto, negli anni, su webgol.it. Sui viaggi pubblicati su Repubblica in questi anni (e sui relativi testi) Enrico Bianda ha dedicato parte del suo saggio sul giornalismo al giornalismo - mostruoso, improbabile, saporoso - di Paolo Rumiz, ed è un onore per me pubblicarlo in questo testo. Buona lettura. Antonio Sofi Firenze, 12 agosto 2004, Roma, 16 marzo 2011


Introduzione La Cotogna Picaresca Se racconti una storia, hai qualcuno a cui la racconti. Se racconti a qualcuno, hai una storia da raccontare. Io che racconto, qualcuno che mi ascolta, e qualcosa di cui parlare, in forma di racconto. La storia dell’uomo è fatta di questo tipo di relazione, e ciò che ci distingue dagli animali è la nostra capacità di dare una forma narrativa alla comunicazione. Il nostro modo di organizzare il pensiero in forma narrativa. Jerome Bruner lo ha chiamato pensiero narrativo, ed è la capacità di mettere in relazione fatti in un quadro di riferimento ragionato e attraente, del quale, in un modo o nell’altro, non possiamo fare a meno. Raccontare dunque, in modo molto sbrigativo, può essere assimilato a una funzione primordiale, fisiologica: a un bisogno fondamentale per la sopravvivenza. Anche soli al mondo, tradurremmo la realtà in un pensiero narrativo interiore: ricostruiremmo il mondo che ci circonda, ipotizzando un interlocutore. Nel 1831 Balzac scrive un racconto, quasi una novella morale, interpretata da alcuni anche come un dispositivo narrativo. La

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trama è semplice. Un giovane ambizioso è spinto al suicidio dalla miseria, dal gioco d’azzardo e da una passione infelice. Dopo aver speso i suoi ultimi denari alla roulette si ritrova in una bottega d’antiquario. Il negoziante gli offre in dono un antico talismano, una pelle di zigrino, che ha la capacità di esaudire ogni suo desiderio. La pelle però ha un potere: si restringe ogni volta che viene esaudito un desiderio, accorciando l’esistenza del giovane. Dopo un primo momento di esaltazione, Raphael, il protagonista, si rende conto del potere distruttivo del talismano e delle sue nefaste conseguenze.  La novella mette in scena l’alternativa che gli uomini hanno sempre e comunque di fronte: una vita lunga ma tetra o una vita intensa ma breve. Questo racconto di Balzac è una metafora del meccanismo compulsivo e fisiologico del narrare. Ossia che, malgrado tutto, saremo sempre portati a stabilire, con altri da noi, una relazione a carattere narrativo, un legame basato su di una narrazione. Costi quel che costi, ci dice Balzac. Tra le tante interpretazioni della novella non manca quella freudiana. Se l’amuleto di Raphael – la pelle di zigrino – si restringe ad ogni desiderio soddisfatto, Freud lo assimila al pene post-coitale, che si restringe dopo il necessario in-

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turgidimento. Soddisfatto il bisogno riproduttivo, concluso l’atto sessuale, il membro maschile si ritira. Il bisogno è stato calmato, il sesso è una necessità fisiologica, così come il narrare, sembra suggerirci Freud. Narrare e riprodursi: due bisogni primari dell’uomo. Con conseguenze che turbano l’equilibrio dell’individuo. L’ho presa da lontano. Che c’entrano Rumiz e Freud? Balzac e il reportage? “La pelle di zigrino” nella sua interpretazione freudiana mi permette di introdurre al meglio questo ebook dedicato al giornalista e scrittore triestino. E di farlo partendo dall’ultimo capitolo della sua opera: “La cotogna di Istanbul”, pubblicato a fine estate 2010 per Feltrinelli. Si tratta di una ballata, lo scrive lo stesso Rumiz nel sottotitolo: “Ballata per tre uomini e una donna”. È una storia di invenzione, calata nelle atmosfere che abbiamo imparato ad amare anche grazie ai suoi viaggi e ai reportage che in questi anni ha pubblicato a puntate, d’agosto, su La Repubblica. Ma ciò che mi ha profondamente colpito è da una parte la portata epica del racconto e i profumi che Rumiz lascia dietro (e dentro) la lettura, dall’altra la forma che Rumiz ha scelto di dare a questa sua prima prova narrativa. La ballata, il romanzo canzone, che ha come inevitabili riferimenti il romanzo picaresco, la canzone provenzale di gesta cavalle-

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resche. È un cerchio ideale che si chiude, aperto diversi anni fa, con le corrispondenze di guerra da quelle stesse terre che la cotogna racconta: l’Oriente di cui Rumiz è innamorato. Allora iniziava un viaggio giornalistico e narrativo che ha sempre avuto un cuore (e una volontà) di condivisione: storie d’Oriente, di sangue, di vita, di religione, di guerre, di passioni e di tradimenti. A ideale conclusione di questo lungo peregrinar cantando gesta, durato trent’anni, sulle orme di quel giornalismo che possiamo ricondurre alla tradizione del feuilleton, del romanzo d’appendice (ovvero serialità, larga diffusione, attrattiva, esotismo, forte tipizzazione e popolarità), Paolo Rumiz arriva a un romanzo in versi: una canzone popolare da mormorare mentre si legge, pagina dopo pagina. Si presta ad essere narrazione ideale al formarsi di un’identità riconoscibile. Una ballata appunto, una canzone di gesta. E pagina dopo pagina, noi, più modestamente, proviamo a raccontare il racconto di Rumiz, leggendo in controluce la pelle cotognesca dei suoi reportage di zigrino. Enrico Bianda Rignano sull’Arno, febbraio 2011

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Né Reportage Né Inchiesta È ormai un classico a tutti gli effetti, celebrato e dibattuto. Il viaggio di Rumiz parte con i primi giorni di agosto e accompagna i lettori lungo le quattro settimane di agosto: un diario di viaggio che cela, solo all’apparenza, quegli elementi che ne fanno un unicum del giornalismo italiano, quasi un genere a sé. Scrivere qualcosa di originale sul lavoro del giornalista e narratore Rumiz non è facile. Anche classificare un genere è un esercizio abbastanza sterile: ogni genere è destinato in breve a essere superato, perché mutano le aspettative, gli stili, le esigenze, le tecnologie e gli umori. Immaginare di poter fondare un genere e alimentarlo nel tempo è solitamente una operazione destinata a fallire. Lo stesso Rumiz ha dovuto fare i conti con più interrogativi che risposte sul proprio lavoro, fino a spingersi un giorno a domandarsi se fosse davvero il caso di proseguire, di andare avanti con il viaggio. Se, in fondo, fosse chiaro ciò che cercava, per lui e per gli altri1. Individualismo messo a confronto con l’altro, con gli altri: in una triangolazione speculare che tiene sempre conto di sé, di chi legge e di chi si incontra, soprattutto. Perché i viaggi del giornalista triestino sono spesso l’invito all’in-

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contro con l’altro da noi. Così accadeva con “La Gerusalemme perduta”2 - forse il viaggio più riuscito, epico, trafitto da una tensione etica rara - che porta Rumiz dal santuario di Bose fino a Gerusalemme, riconfigurando prospetticamente l’idea stessa di Mediterraneo. Un viaggio ispirato dal bisogno di offrire – in primo luogo a se stesso, certo – un’opportunità di confronto con le radici spirituali del cristianesimo, spingendosi sempre più profondamente verso Oriente e verso forme di cristianità eversive e dimenticate. Un viaggio di parola e di incontro con le persone, emotivo e avventuroso, chiuso in una cornice sapientemente colta e documentata, che ha svolto quella funzione didattica necessaria al giornalismo. Coinvolgimento e distacco, come ha scritto Norbert Elias nel suo celebre saggio3 - approccio necessario al lavoro giornalistico che in molti continuano a chiamare, con un termine probabilmente superato, etica professionale. Rumiz nei suoi viaggi dimostra di saper entrare nelle viscere del corpo culturale che racconta: lo fa in prima persona prolungando però questa esigenza su un bisogno collettivo più o meno nascosto, difficile da intercettare.

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Se seguiamo gli itinerari dei viaggi emergono con evidenza le scelte tematiche, in equilibrio tra le coordinate di spazio e tempo che di fatto rappresentano gli elementi naturali della scrittura e della narrazione. Spazio e tempo, nel trattamento cui li sottopone Rumiz, producono un allontanamento dalle logiche produttive tradizionali dell’agenda setting. Non per questo, però, gli scritti dei vari viaggi che dal 2001 a oggi hanno caratterizzato la produzione di questo giornalista esulano dai meccanismi che contribuiscono a creare opinione all’interno della sfera pubblica. Rumiz arriva al cuore del dibattito pubblico, coglie umori e tensioni del nostro tempo e li dilata lungo tutto il viaggio, costruendo insieme ai lettori una consapevolezza del tema che, puntata dopo puntata, prende vita e complessità nella mente del viaggiatore4 e nel pubblico. Nonostante ciò appare evidente come questo tipo di lavoro non si possa considerare solamente un reportage né un’inchiesta.

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Il Processo Produttivo Il lavoro di Rumiz è né reportage né inchiesta innanzitutto per il processo produttivo che prelude alla pubblicazione quotidiana delle puntate. A quanto racconta lo stesso giornalista, il lavoro di preparazione del viaggio inizia intorno ai primi mesi dell’anno, con lo sviluppo di un’idea che farà da filo conduttore dell’intera avventura: una storia antica o moderna da ripercorrere idealmente attraverso un viaggio di formazione. È il momento della ricerca e del consolidamento dell’ipotesi di partenza, affinché il viaggio possa assumere una coerenza di fondo che in apparenza potrebbe non avere. È questa ricerca della coerenza interna al racconto complessivo che dona al lavoro di Rumiz un respiro inusuale - che ne fa un oggetto giornalistico ibrido, sospeso tra la cronaca fantastica e il saggio antropologico. La preparazione del viaggio implica anche la costruzione di un rigoroso percorso di letture che inquadrino l’oggetto del lavoro dal punto di vista teorico: andare alla ricerca della Gerusalemme perduta5 significa soffermarsi sui tratti distintivi delle culture che si incontrano e significa anche operare in un campo minato come quello del cristianesimo d’Oriente, animato da sette e credi che conver-

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gono sulla teoria restando però di fatto distanti nella pratica. Allora il viaggio diviene un’esperienza di formazione attraverso i testi di riferimento, dai classici del pensiero cristiano ai mistici medioevali. Ogni luogo porta poi con sé il proprio presente: conflitti e tensioni entrano prepotentemente nel racconto. Il lavoro di Rumiz è un reportage d’attualità (come accade con il reportage sulle tracce di Garibaldi dell’estate 2010), che poggia però su salde fondamenta storiche e culturali. Il viaggio vero e proprio avviene solitamente tra la fine del mese di maggio e l’inizio del mese di luglio. Può avvenire in diverse tappe, non necessariamente in un’unica mandata: sarà poi nel racconto che il viaggio si ricostruirà nello spazio e soprattutto nel tempo come un divenire. Il viaggio fisico avviene secondo modalità che prevedono un tempo di decantazione tra l’inizio della pubblicazione e la fine degli spostamenti. In questa fase il giornalista riorganizza le idee, raccoglie gli appunti e le impressioni, e ripercorre idealmente il viaggio su una mappa personale che visualizza tutti gli incontri avvenuti lungo le tappe. In questa fase prende corpo il racconto. Tutto accade lontano dai fatti che affollano il giornale, lontano dall’agenda degli eventi notiziabili. Le tappe del viaggio dettano una agenda alternativa, riflessiva, in controtempo con le esigenze del newsmaking.

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In Rumiz convivono dunque alcuni elementi: a) la dimensione narrativa dell’approccio al lavoro giornalistico; b) il valore epico del viaggio intrapreso, da raccontare attraverso lo sviluppo di un’etica/epica toponimica; c) l’attenzione allo slittamento delle identità culturali.

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La Dimensione Narrativa

“Quando dissero al serbo Gojko Petrović – un pezzo d’uomo di settant’anni, ex partigiano – di calarsi i pantaloni davanti ai mercenari di Arkan, vidi dipingersi sul suo volto un’espressione di disarmato stupore. Quel giorno – era il 10 aprile del 1992 – le «Tigri» venute da Belgrado avevano occupato la cittadina bosniaca di Zvornik, sul fiume Drina, appena oltre la frontiera serba”.6

Sono passati quattordici anni da queste parole. Nascono in Rumiz nel corso delle corrispondenze dalle guerre nella ex Yugoslavia, quando il giornalista era inviato per il quotidiano triestino “Il Piccolo”. Nelle poche righe che aprono la raccolta di corrispondenze si ritrovano alcuni elementi tipici della scrittura di Rumiz: il dettaglio dell’evento, i nomi e i luoghi. Rumiz parte dal nome, dallo sguardo, si cala subito nel racconto, in un incipit senza preamboli. Subito l’evento, le coordinate geografiche e i nomi, ostentati quasi, dei luoghi e delle persone. Ma non è flagranza di mestiere, al contrario: è necessità narrativa vissuta in prima persona. Le coordinate spazio-temporali servono per agganciare il racconto alla realtà. Solo dopo la dimensione solida del racconto temporale perde per un momento la sua direzione, e inizia a muoversi

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nel tempo avanti e indietro offrendo il contorno - la cornice che dà il senso agli eventi. Nel raccontare Rumiz organizza i contenuti collocandoli all’interno di una prospettiva diacronica necessaria affinché la narrazione assuma i caratteri del racconto “etico”. Che non deve solo offrire una ricostruzione della realtà, ma deve anche essere racconto formativo capace di trasformarsi in parabola e preludere ad altre puntate, come in un romanzo d’appendice, in un moderno feuilleton. È probabile che vi sia, nel giornalista, la consapevolezza della necessità di muoversi lungo il crinale che separa il racconto dal reportage, l’inchiesta dal documentario, la fiaba dalla parabola. La scrittura in questo caso è il frutto di un equilibrio molto instabile, che trova una sua forma nell’autobiografia. Solo attraverso il racconto in prima persona e la proiezione delle emozioni in un dentro ancor prima di un fuori, il giornalista triestino riesce a stabilire un rapporto di fiducia con il lettore che dura negli anni e si mantiene lungo viaggi diversi di anno in anno. L’occhio e la memoria dell’inviato funzionano da certificato di garanzia: si mettono in mostra attraverso il racconto dell’esperienza diretta, facendo leva su una dimensione narrativa coinvolgente.

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Ma cosa significa allora per Rumiz raccontare? A quali bisogni risponde? E quindi che tipo di relazione il lettore instaura con il giornalista? Sgombriamo il campo da un possibile equivoco: la dimensione narrativa non esclude la correttezza giornalistica. Non si tratta di inventare alcunché, ma di un “abito” con cui vestire la ricostruzione della realtà. E infatti: perché Rumiz racconta i suoi viaggi in tappe, in una sorta di feuilleton rivisitato? Forse perché proprio nella durata, grazie al prolungamento della narrazione, si compie l’allontanamento della finitudine della vita e del racconto in sé: è l’esorcismo contro la limitatezza della realtà. Rumiz compie in realtà un doppio esorcismo: verso la finitudine o limitatezza della storia (grazie alla serialità prolungata del racconto) e verso la finitudine o limitatezza della vita (attraverso il semplice narrare). Continuare a raccontare, superando in fondo l’effimero che è un articolo di giornale, per sé e per i lettori affezionati.7 Il racconto è bisogno di farsi sentire, di essere accettati e capiti. “Il piacere del pubblico sta meno nel correre alla conclusione che nell’abitare nel mondo che il racconto ha aperto alla sua immaginazione”8, scrive Jedlowsky; in uno dei suoi aspetti essenziali, ha a che fare con la dinamica di un riconoscimento che si gioca fra il narratore e il destinatario della narrazione. Una dinamica che rimanda alla relazione sociale che narrando si instaura, come spiega Ferroni: “Ogni testo ha un

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orizzonte postumo che si riconosce nel suo voler fissare qualcosa per dopo, qualcosa che resta per l’esperienza del pubblico e che conserva o prolunga l’esperienza del narratore”9. La narrazione è dunque una relazione fra essere umani. Rumiz, da giornalista, si pone a cavallo dei due poli individuati da Jedlowsky per quello che attiene al raccontar storie. Da una parte infatti vi è il narrare che “apre dei mondi possibili”, quello che in generale ci aspettiamo dall’approfondimento giornalistico: interpretazioni alternative della realtà condivisa o, per usare un termine fortemente ideologizzato, dominante. Si tratta di un tipo di narrazione che tende alla sostituzione o all’arricchimento della realtà fattuale. Dall’altra troviamo la narrazione che tende a rendere conto di ciò che accade per ciò che di unico e stringente possiede, e a farne consapevoli i soggetti implicati. Si alternano in questo modo in Rumiz i due poli, quello della fabulazione e quello della testimonianza10.

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Testimonianza e Fabulazione

“Fu subito oltre che sentii la Bestia. Si agitava nei miasmi di zolfo, nuotava nel buio al di là delle luci gialle e verdi annegate nell’umidità, in mezzo a concrezioni rosse di ferro e manganese. Nelle argille sature di metano e acqua in pressione, le macchine di scavo procedevano verso di lei in assetto antideflagrante, con le componenti elettriche sigillate per evitare esplosioni. A bordo tutti tacevano, con la sensazione di trovarsi dentro un sommergibile dalle pareti di cristallo. Solo Sethael Larbé, marocchino di Agadir, stava sulla massicciata, a cercare i gas residui con un rivelatore. Ero sotto la Linea Gotica, lo capii dall’acqua di scolo che aveva cambiato direzione. Ora scendeva verso l’Emilia. Il vento invece no, non ne voleva sapere, saliva in contropendenza. Era l’alito marcio di qualcosa che si dileguava nelle gallerie, una gigantesca rana pescatrice che si infrattava nel fondale umido e instabile, carico di microrganismi, bitumi e oli minerali”.11.

In questo estratto si coglie, credo bene, la dimensione ambivalente della scrittura di Rumiz, il suo muoversi costantemente tra testimonianza e fabulazione, senza per questo voler intendere che la fabulazione in lui sia invenzione. Si tratta però di uno stravolgimento del linguaggio giornalistico in favore di una lingua dotata di un’inventiva epica, fitta di nomi e personaggi che vestono abiti mitici. I luoghi

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mantengono inalterata la natura del loro nome, pronunciato con cavalleresca attenzione: “finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi”.12 La realtà è trasfigurata, eppure il rapporto fiduciario che lega il giornalista ai suoi lettori rimane inalterato, persiste, si mette in gioco e alla prova. La credibilità e l’autorevolezza restano immutate perché si coglie la dimensione mitologica del racconto. Rumiz mette in forma la realtà offrendone modelli interpretativi: un modello monolitico, kubrickiano direi, che si contrappone ad una realtà frantumata, liquida. Questa tipologia di scrittura e “trattamento” giornalistico vuole proporre un modello di capacità interpretativa alla luce di una proposta alternativa (anche se non necessariamente contraria o antagonista). Una proposta che si faccia interprete di una politica del possibile in contrapposizione con quella, molto più diffusa, del reale. Della ricerca di un luogo della condivisione e del confronto, della crescita e del dialogo consapevole. Rumiz, così come altri giornalisti attivi oggi e riconducibili a stili e scuole diverse, va compreso in questa direzione, teso a cogliere la dimensione complessiva della trasformazione della nostra società, nel racconto di un passato prossimo per lo più ignorato.

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Nascono così le serie dedicate ai viaggi, da Istanbul in bicicletta alla traversata delle Alpi, dai treni di seconda classe attraverso un’Italia a scartamento ridotto agli Appennini viaggiando su una Topolino, per arrivare alle tre traversate nella storia e nelle tensioni dell’oggi, verso la battaglia di Lepanto o sulle tracce di Annibale e infine verso Gerusalemme. In questo senso va considerata e compresa la scelta del viaggio garibaldino di questa estate. Non solo come scelta indotta dalla ricorrenza delle celebrazioni per il 150esimo dell’Unità d’Italia. “Camicie Rosse” è innegabilmente il viaggio antiretorico di questo anniversario: lo celebra portando addosso il segno visivo, facendone bandiera in prima persona, per altro contro anche le retorica dell’obiettività. Paolo Rumiz fa di questo anniversario un oggetto eversivo andando a scardinare parte della storiografia paludata, scavando, come sempre nelle storie degli uomini che molti non hanno raccontato o che sono state nascoste, con l’inedita versione del viaggiatore che incappa in oggetti incendiari: documenti, archivi, lettere e storie che mirano, mi pare, a ridare senso a un’idea di unità nazionale mal gestita – e ideologicamente mal costruita – da tutte le componenti del sacrosanto arco costituzionale.

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Il Valore Epico del Viaggio A lungo ci si è interrogati sul valore della parola epica. In ugual misura ci ha tenuto in ostaggio il dubbio sul valore della nozione viaggio, termine abusato e difficilmente isolabile dal suo corollario romanticheggiante. Nel caso di Rumiz però è difficile esimersi: è a tutti gli effetti un viaggio e porta in sé quegli elementi che ne hanno fatto un topos epico, letterario e culturale. “Il viaggio è come una scienza più grande e grave, ci riporta a noi stessi” scriveva Camus nel 196213. Che cosa rappresenta il muoversi lungo un itinerario annotando emozioni, incontri e paesaggi? Perché il viaggio mantiene inalterato il suo fascino agli occhi di un giornalista? In una società in cui il viaggio si è fortemente popolarizzato, in cui viaggiare è sempre più un’attività diffusa e riconducibile a una dimensione puramente ludica, che cosa attrae del lavoro di Rumiz? In fondo il racconto di viaggio è nelle possibilità di chiunque – come dimostrano i molti programmi televisivi dedicati ai viaggi in destinazioni più o meno esotiche. Il racconto-esperienza del viaggio appartiene ormai a chiunque attraverso modalità sempre più tecnologiche: novelli video-operatori alle prese con la documentazione del proprio viaggio, montaggi con software di facile accesso, e

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infine un pubblico potenzialmente infinito se raggiunto attraverso la rete di blog e social network. E allora che cosa attrae di un viaggiatore che racconta attraverso la forma arcaica della scrittura e della pubblicazione a puntate su un quotidiano? Perché quel viaggio estivo mantiene inalterata negli anni la sua attrattiva, paragonabile nel successo agli exploit della letteratura di viaggio a cavallo tra ’800 e ‘900 con esperienze editoriali come la Domenica del Corriere? Lo snodo della riflessione va ricercato in primo luogo - è l’annotazione più semplice - nella credibilità di cui gode il giornalista. E nel rapporto di fiducia tra giornalista e lettore. Nel giornalismo moderno non solo si sono modificate le prassi e le logiche produttive ma si sono trasformati i modelli di consumo e i bisogni dei consumatori di informazione. Questo tipo di trasformazione va a incidere soprattutto sul giornalismo di approfondimento. In prima battuta perché le opportunità offerte dalla trasformazione tecnologica hanno di fatto ampliato la gamma di formati sui quali lavorare. In seconda battuta – ma si tratta di un’evoluzione di grande importanza – si è trasformato e ampliato il modello evolutivo della notizia stessa, che si presta a una serie di approfondimenti correlati a disposizione dell’utente. Si parla in questo caso di notizia a stella14, vale a dire la possibilità di incremen-

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tare lo sviluppo tematico di una singola notizia predisponendo una serie di aggregati che possono essere – grazie alle tecnologie digitali e alla Rete – di carattere crossmediale15. Ma allora di quale tipo di credibilità dobbiamo parlare in questo caso? E soprattutto: in quale misura questa credibilità viene determinata, in un contesto così affollato come è oggi il racconto/reportage di viaggio? Nel caso di Rumiz, e in generale dell’approfondimento giornalistico, si possono mettere a fuoco due diverse declinazioni di credibilità: responsabilità e reputazione. La responsabilità riguarda la consapevolezza d’agire tenendo conto delle conseguenze prodotte dalla propria azione. Mentre la credibilità, proprio in quanto relazione su cui si basa la fiducia degli interlocutori, ha bisogno di prove, di verifiche, di conferme. La credibilità provata è la reputazione. L’approfondimento giornalistico deve fondarsi su queste due tipologie di credibilità. La reputazione è fondamentale: è l’alimentarsi del rapporto di fiducia. La continuità, la durata nel tempo, la puntualità del ritorno caratterizzano i viaggi di Rumiz. Questo è un primo elemento che ne fonda la reputazione. Vi è poi un passato documentato dai molti reportage e dalla sistematicità della

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copertura dei temi e dei luoghi appartenenti a una dimensione geografica e territoriale precisa: l’Oriente europeo in tutte le sue articolazioni, e, a partire dalla fine degli anni ’80, tutte le sue deflagrazioni etniche16. Rumiz diventerà poi, per il quotidiano la Repubblica, l’inviato per le questioni legate al Nord Est d’Italia e successivamente andrà più a Est, seguendo il Danubio attraverso i paesi oltre l’ex cortina di ferro, tornando spesso nei Balcani. Quello di Rumiz è diventato un osservatorio privilegiato per capire che cosa si muovesse nel territorio, anche in termini di trasformazioni sociali e politiche. Un osservatorio privilegiato e accreditato perché non solo leggeva le trame irregolari di una terra in fermento (il Nord Est) ma perché lo faceva chiamando i posti con il loro nome: “i posti vanno chiamati nella loro lingua”. Un’attestazione di fiducia e autenticità, ma anche di appartenenza. Un riconoscimento nei confronti di coloro che in quei luoghi vivono e che si riconoscono nelle parole usate, nei nomi dei luoghi. La fiducia e la credibilità si costruiscono attraverso l’uso di una lingua comune, nobilitando dialetti e parlate senza scadere nel regionalismo né tanto meno nel localismo estremo, che, anzi, Rumiz combatte fin dai tempi de La linea dei mirtilli17 o de La secessione leggera18. Nei successivi È Oriente19 e Gerusalemme perduta­20 si percepisce la volontà di ritrovare radici comuni: radici cul-

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turali condivise nella differenza. L’attenzione per i nomi e per le lingue sono tessere di un’epica toponimica che va delineandosi stagione per stagione, itinerario per itinerario. Quanto alla responsabilità, ricorrerei nuovamente ad alcune pagine particolarmente drammatiche scritte da Rumiz a proposito delle guerre nella ex-Jugoslavia – a proposito dell’incapacità di gestire il fattore Bosnia da parte dei media e della politica internazionali. Rumiz scrive che le parti in causa e i media “sapevano che il luogo comune che liquidava la guerra come un prodotto del primitivismo, e non di sofisticate manipolazioni, rispondeva in pieno alla nostra volontà di non occuparci direttamente di questa scocciatura e di tranquillizzare nello stesso tempo le nostre pubbliche opinioni.”21 Siamo di fronte ad un cortocircuito interessante. Contro il giornalismo rassicurante, ma nel contempo alla prese con una lingua ibrida, fatta di commistione di accenti che si avvicinano al lettore: Rumiz è consapevole del mandato cui è chiamato, consapevole di operare nel quadro di un rapporto basato anche sulla responsabilità. Non è da sottovalutare però un’altra funzione alla quale risponde il suo lavoro giornalistico e di altri come lui, come Marco Ansaldo22, per restare al quotidiano La Repubblica, o

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ancora Marco D’Eramo23: si tratta infatti di intercettare una precisa domanda di informazione, di approfondimento, di orientamento a fronte di una realtà complessa. Una delle priorità del campo giornalistico oggi - una delle sue funzioni primarie e necessarie – è la riduzione della complessità. Ma non solo. In questi casi siamo di fronte a un’operazione più complessa, legata all’idea di approfondimento giornalistico, che si può provare a definire come “anticipazione dei temi d’agenda”: meccanismo che, svincolandosi dall’agenda mediale generalista, televisiva e sempre più globalizzata, affronta di petto quella sorta di inconscio collettivo24 che guarda alla realtà con dubbi e incertezze. Il giornalismo di approfondimento, nella sua funzione ontologica, dovrebbe agire, – usando una dicotomia gramsciana – come giornalismo del possibile in aperto confronto con un giornalismo del reale. Deve operare in conflitto e non attraverso i luoghi comuni, o, come direbbe Bourdieu, il giornalismo deve operare non accettando il mondo come naturale, certo in sé, e deve superare quella che Schütz chiama esperienza primaria del sociale25. Scorrendo le storie di Rumiz si coglie bene questa volontà di fondo, che emerge già dai reportage e le corrispondenze

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di guerra della metà degli anni Novanta, durante i conflitti nell’area dei Balcani. Ne scrive con un obiettivo preciso: mettere in evidenza quanto non si sapesse di quelle regioni e quanto non si sapesse della complessità balcanica, necessaria per capire quanto stava per accadere o era già accaduto: “Vedi finalmente la luce, le cose si chiariscono. Dovresti tirare il fiato, e invece è proprio questo il punto che entri in uno sconforto nuovo e ancor meno gestibile. Accade perché scopri subito, in casa tua, la difficoltà di schiodare i luoghi comuni consolidati e di accreditare una verità alternativa. Chi ascolta, ti guarda come un malato che vede la balcanizzazione ovunque […]”26.

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Identità Culturali Attenzione allo slittamento delle identità culturali. Questa espressione caratterizza uno degli aspetti del lavoro giornalistico di Rumiz, con due nozioni di grande interesse per comprendere la tenuta del giornalismo di approfondimento: attenzione e identità. L’attenzione è un concetto molto presente nei lavori di Luhmann sulle opinioni pubbliche: “I temi non servono direttamente a determinare il contenuto delle opinioni, ma, in primo luogo, e soprattutto, a catturare l’attenzione” 27. È un tratto distintivo del lavoro di approfondimento che porta a un’ulteriore ripartizione delle competenze e delle pratiche; infatti si producono approfondimenti in relazione a notizie in agenda e allo stesso tempo precedendo l’agenda o addirittura contribuendo ad attivarla ex novo. È il caso delle inchieste, che spesso hanno questo effetto: attivano il dibattito e l’interesse complessivo dei soggetti che partecipano alla produzione delle opinioni pubbliche. Scrive ancora Luhmann: “[i temi] rivelano ciò che nel processo politico di comunicazione si suppone possa avere risonanza e possa richiedere una capacità di risposta, ma non precisano quali opinioni vengano sostenute in riferimento al tema, quali siano quelle giuste, quali in grado di affermarsi”28.

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Si può considerare il lavoro di Rumiz alla stregua di un discorso politico: che si pone come obiettivo quello di saldare una comunità attorno ad alcuni principi identitari. Così come Foucault scriveva a proposito di un discorso che può escludere in quanto collegato al desiderio e al potere29, si può ipotizzare che esso tenda anche a includere: che proprio perché capace di escludere sia di per se stesso inclusivo. In altre parole cogliamo l’ambivalenza ed il potere di esclusione del discorso, ma ne sollecitiamo, alla luce del lavoro di giornalisti come Rumiz, la dimensione inclusiva. Comporre e pubblicare un discorso pubblico – e un racconto giornalistico è un discorso pubblico, che nasce proprio perché frutto di un lavoro presso la sfera pubblica – significa nel caso del giornalismo di approfondimento operare al raccordo tra soggetti che si sentono esclusi e desiderano essere inclusi. La questione si sposta su un versante squisitamente politico. L’adesione a un progetto complessivo di un giornale nel sistema30 editoriale italiano è infatti anche una questione politica. Una serie di racconti giornalistici legati a un viaggio verso Gerusalemme è di fatto un’azione politica. Si dettano i termini e i tempi di una nuova questione culturale, si cerca attraverso la scrittura di offrire una rappresentazione sociale condivisa ai vari gruppi attivi su di un territorio, facendoli in questo modo interagire e integrandoli in una visione del

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mondo. Il lavoro in questo senso, per il giornalista, è quello di far entrare in un mondo comune il pubblico dei lettori, farli convivere dentro un sistema di senso condiviso e soprattutto consapevole. In questo la scrittura giornalistica di approfondimento è un’azione politica: definisce un orizzonte comune e un sistema di appartenenza e definizione della realtà. L’attenzione dei lettori è orientata su temi che regolano la convivenza e che fanno opinione anche se al di fuori, momentaneamente, dai temi in agenda. Si legano in questo modo all’attività giornalistica i temi legati ai bisogni delle comunità (extraterritoriali) presenti su di un territorio, ai meccanismi di partecipazione sociale, all’appartenenza culturale o riconoscimento identitario. Nel lavoro di Rumiz (e in quello di altri suoi colleghi de La Repubblica) si toccano temi legati alle identità culturali e lo si fa dalle pagine di un quotidiano che per sua stessa ammissione fin dai primordi si è posto quale obiettivo quello di parlare a una comunità di riferimento ben precisa – come un agente di socializzazione. Rumiz è sempre attento a sondare quei minimi slittamenti delle identità lungo linee troppo fragili ed erose dai processi di globalizzazione. Linee difficilmente sondabili e al contempo sempre al centro dell’agenda alla voce “scontro tra civiltà”.

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Proprio da questa esasperazione, dalla manipolazione dell’idea stessa di identità, parte ad esempio il lavoro che prenderà il titolo di Gerusalemme!, prima nella sua consueta veste di reportage quotidiano intitolato “La Gerusalemme perduta”, poi in forma di volume con una selezione delle fotografie pubblicate quotidianamente dalla fotografa Monika Bulaj31. L’obiettivo di questa serie di reportage? Lo scrive lo stesso giornalista nelle primissime battute: “Fine del mese di luglio, anno 2005. Il viaggio è finito. Seimila chilometri in due mesi, attraverso gli Appennini, i Balcani, la Grecia, Istanbul, l’Anatolia fino ai confini con l’Iraq. E poi Siria, Giordania, Israele. Un “Cammino di Santiago” nella direzione contraria, in cerca dei cristiani d’Oriente verso le terre dei minareti, tra ciò che resta di un passato millenario. […] Un “ritorno” alle origini della fede, col Vangelo, il Corano e la Torah intrecciati in un unico filo rosso fin dalla partenza a sorpresa, in mezzo alle Alpi”32. Vengono utili le parole di Michael Walzer33 quando scrive che “l’appartenenza è una relazione speciale e ancora che la comunità originaria è una sfera della sicurezza e dell’assistenza”. A fronte di un senso comune che nel 2005 percepisce la convivenza come un pericolo, la vicinanza di culture e religioni altre come una minaccia pervasiva, l’attenzione del giornalista Rumiz si sposta proprio sulla vicinanza tra le culture

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e le religioni, guardando a un comune sentire e a una storia condivisa. Ne ripercorre le tracce e le vicende, e lo fa non con il taglio dello storico delle religioni ma con il taglio del giornalista, intercettando storie che possano essere esemplari, leggibili e comprensibili al lettore. Il racconto si muove proprio lungo quel crinale che evidenzia lo slittamento delle appartenenze, dove nessuno è in sostanza più quello di prima e anzi dove ognuno è potenzialmente anche l’altro. La scrittura giornalistica torna ad essere racconto dell’altro, teso a rafforzare il senso di appartenenza ad un mondo culturale allargato che includa l’Occidente e l’Oriente: “Stavolta eccolo davvero. Dannato Ovadia, il compagno perfetto per beffare i detector piazzati sulla linea di scontro di civiltà. Ebreo, italiano, bulgaro, di lingua greca e slava, bardo e ramingo, imprendibile e indefinibile, sempre in cerca del sacro e testardamente laico nell’anima”.34

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In Forma di Conclusione e di Confessione

“Nello Zen la calma è una vertiginosa attività mentale. Il giardino roccioso del tempio Ryoanji, uno dei più visitati di Kyoto, sfida il raziocinio con quindici pietre. L’insieme fa pensare a un arcipelago alla deriva, a monti che spuntano dalle nuvole o ad animali che attraversano un fiume immersi nell’acqua fino al collo. Il giardino si osserva da una terrazza di legno. Camminando da un estremo all’altro il visitatore può contare le pietre. È facile constatare che sono quindici, ma non c’è un solo punto dal quale sia possibile vederle tutte. Il tempio offre una lezione di prospettiva: la totalità è frammentaria”. Juan Villoso, Sabbie giapponesi 

Leggere, negli anni, i reportage, le storie di Paolo Rumiz mi ha insegnato molto. Un mio collega dice spesso, con modi velati di disprezzo: “Io faccio il giornalista, altri sono giornalisti”. Per lui c’è il mestiere. Per altri un inutile mandato, etico, civile, culturale. Soprattutto culturale. Senza voler banalizzare, il lavoro giornalistico che ci piace è quello che ha una portata culturale. Non importa se fatto in maniera tradizionale, o innovativa. Se mostra mondi, se apre prospettive inedite, funziona. Serve. Per chi vuole. Che scriva o legga, non importa.

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La totalità è frammentaria, uno sguardo complessivo è utopia. Un insieme di prospettive per leggere il mondo sono necessarie e urgenti. Con il Rinascimento, a Firenze, grazie a personaggi come Leon Battista Alberti, si comincia a guardare il mondo dal punto di vista spaziale. “Le cose sono quello che sono in funzione della distanza metrica degli oggetti rispetto al soggetto” scrive il geografo Franco Farinelli. Una pluralità di soggetti, oggi si direbbe una moltitudine di soggetti, concorrono con il loro sguardo a definire il mondo. Questo modo di guardare va condiviso. Abbiamo più volte detto che i modi di Internet permettono, e amplificano, questa condivisione. Il giornalismo di Rumiz mi pare sintetizzi queste sensibilità, giocando sulla possibilità  della condivisione, operando in una comunità di lettori dinamica e critica, offrendo modi di vedere, punti di vista o prospettive sul mondo con la consapevolezza della difficoltà di tendere ad una totalità.  Eppure questa totalità resta una chimera per i giornalisti. Anche questa estate 2010 Rumiz, sulle tracce di Garibaldi e di un’Italia (dis)unita, è partito a caccia di questo paese, uno e tanti insieme. Perché dunque questo testo? Questo testo rappresenta per me il tentativo di mettere a fuoco alcuni temi, che nel corso de-

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gli ultimi sette anni hanno costituito parte del mio lavoro sul giornalismo. Da quando siamo partiti con la Rumizzeide sul blog webgol.it35, ormai ai tempi del viaggio verso Lepanto, i nostri interventi e quelli di alcuni amici, sono stati sempre venati da una giusta dose d’ironia: ci siamo molto divertiti. E però la nostra attenzione a questi lavori è sempre andata di pari passo con il tentativo di oltrepassare il Rumiz, sviscerando il suo lavoro per cogliere similitudini, distanze, parallelismi. Andando a cercare forme di giornalismo che rispondessero all’imperativo che considera la pratica giornalistica un lavoro culturale.  Purtroppo ci viene troppo spesso la voglia di dire “invece”: “notizie che non lo erano”, come dice Luca Sofri, promozioni, marchette, reportage che non lo sono, storie che lo sono appena, pezzi gonfiati, interviste fantasma, personaggi stinti, umori sbiancati, e poi quella pratica diffusa per cui quel che conta non deve mai essere la storia, ma chi la scrive. E gli incontri che troppo spesso sono occasioni per rafforzare opinioni invece che confutarle. Il giornalismo che vediamo, che leggiamo, che ascoltiamo è sempre più spesso un giornalismo monco, spezzato, esasperato dai commenti e dagli editoriali, quando invece dovrem-

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mo semplicemente continuare a cercare storie e uomini in luoghi inauditi, anche vicino a noi. Gli Appennini, Annibale, i treni e le barche ci hanno portato il piĂš delle volte a vedere dentro di noi con il sestante ben utilizzato, dove collimano orizzonte e un punto nel cielo: una triangolazione che aiuta a capire, non sempre e non sempre bene, dove stiamo noi. Un aiuto per ridare valore alla responsabilitĂ  di tutti e a una cittadinanza sociale condivisa.

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Note al Testo 1

Il riferimento, in questo caso, è una conversazione avuta con lo stesso Rumiz in occasione del viaggio “La Gerusalemme perduta”, pubblicato da La Repubblica nell’estate del 2005

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Rumiz P., La Gerusalemme perduta, Frassinelli, Milano, 2006

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Elias N., Coinvolgimento e distacco, Il Mulino, Bologna, 1998

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Usiamo qui, volutamente, il titolo di un celebre saggio di Eric J. Leed, intitolato appunto Nella mente del viaggiatore (Il Mulino, Bologna 1985), saggio cui faremo riferimento anche in seguito, parlando di epica del viaggio nella scrittura di Rumiz

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Rumiz P., La Gerusalemme perduta, op. cit.

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Rumiz P., “Il bene imbecille”, da Maschere per un massacro, Editori Riuniti, Roma, 1996

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In occasione del viaggio probabilmente più difficile, quello verso Gerusalemme, a fronte dei mille dubbi che assalivano il giornalista si compì una sorta di celebrazione rallentata. Solo alla fine dell’epopea, con il termine del viaggio scandito dall’ultima puntata pubblicata dal quotidiano la Repubblica, la redazione romana veniva inondata di mail e messaggi di ringraziamento e stima verso Rumiz. I lettori erano rimasti in ascolto, in silenzio, aspettando la fine del racconto. Solo allora si erano fatti sentire palesando un’attenzione che era rimasta discosta ed in silenzio per tutta la durata del viaggio

8

Jedlowsky P., Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana, Bruno Mondadori, Milano, 2000, pag. 20

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9

Ferroni G., Dopo la fine. Sulla condizione postuma della letteratura, Einaudi, Torino, 1996, pag. 5

10 Jedlowsky P., Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana, op. cit., pag 40 11 Rumiz P., La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, Milano, 2007, pag. 181 12 Ibidem, pag. 81 13 Camus A., Carnets 1935-1942, Paris, Gallimard, 1962 14 Parla di “conformazione a stella” Dardano M., “La lingua dei media”, in Castronovo V. e Tranfaglia N. (a cura di), La stampa italiana nell’età della tv, Laterza, Roma-Bari, 1994. Dardano considera l’esplosione tematica di una notizia a medio e lungo termine un’opportunità di crescita della conoscenza. La singola notizia infatti produce nel tempo una serie di approfondimenti e notizie correlate che offrono al lettore una sorta di galassia tematica attorno al singolo fatto, mostrando per altro il riverbero che il singolo avvenimento può avere sul complesso delle relazioni sociali. 15 Sorrentino C., (con contributi di Bianda E. e Sofi A.), Attraverso la Rete. Dal giornalismo monomediale alla convergenza crossmediale, Rai/Eri, Roma, 2008 16 Gran parte dei materiali sono raccolti in Rumiz P., Maschere per un massacro, Editori Riuniti, Roma, 1996 17 Rumiz P., La linea dei mirtilli, Editori Riuniti, Roma,1993 18 Rumiz P., La secessione leggera, Feltrinelli, Roma, 2001 19 Rumiz P., È Oriente, Feltrinelli, Roma, 2003

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20 Rumiz P., Gerusalemme perduta, Baldini e Castoldi, Milano, 2005 21 Rumiz P., Maschere per un massacro, op. cit., 1996 22 Per Repubblica, ad esempio, nel corso dell’estate del 2006 Marco Ansaldo pubblica una serie di corrispondenze dalla Turchia che per certi versi si sovrappongono al viaggio verso Gerusalemme di Rumiz, ma che non si muovono sugli stessi binari. Non c’è naturalmente la ricerca delle radici cristiane comuni attraverso le esperienze d’Oriente, ma una serie di annotazioni di carattere sociale, culturale e politico che ridisegnano un paese attorno al quale il dibattito è molto acceso: sulle trattative di adesione al disegno europeo, sullo scontro attorno alla carta costituzionale europea e sulle radici cristiane comuni cui dovrebbe rimandare. 23

Marco D’Eramo, storico inviato de Il Manifesto, è legato soprattutto agli USA, dai quali puntualmente invia corrispondenze e reportage. Ricordiamo tra gli altri la raccolta di corrispondenze scritte durante la campagna presidenziale USA del 2004 e pubblicate in un volume edito dalla Manifesto libri: Via dal vento. Viaggio nel profondo sud degli USA (2004)

24 La nozione di inconscio collettivo applicata al giornalismo rimanda, credo inevitabilmente, alla riflessione attorno ai temi del senso comune così come sono stati sviluppati da Ambrogio Santambrogio nel saggio Il senso comune (Laterza 2006). 25 Bourdieu P., Réponses (entretiens avec J.D. Wacquant), Seuil, 1992 26 Rumiz P., Maschere per un massacro, op.cit, 1996

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27 Luhmann N. “Offentliche Meinung”, in Politische Plannung, Opladen, West-deutscher Verlag, 1971, pp. 143 (trad. It. “Opinione pubblica“, in Stato di diritto e sistema sociale, Napoli, Guida, 1978) 28 Luhmann N., Politische Plannung, op cit, 1971 29 Foucault M. “L’ordine del discorso”, da L’ordine del discorso e altri interventi, Einaudi, Torino, 1972 (2004) 30 Viene utilizzato in questo caso il termine “sistema“ al posto del più frequente “campo” giornalistico italiano: l’obiettivo è in questo caso fare riferimento al complesso delle relazioni industriali che caratterizzano il campo giornalistico escludendo i rapporti di forza tra i soggetti. Quello che in questo breve passaggio interessa è infatti fare riferimento al luogo dove agiscono i vari gruppi editoriali e le loro relazioni si dispiegano producendo un sistema economico dal quale dipende anche il sistema politico. Altrove in questo testo si è preferito utilizzare il termine campo giornalistico facendo riferimento a tutti i soggetti e le loro relazioni 31 La fotografia Monika Bulaj inizia ad accompagnare Rumiz in alcuni reportage pubblicati nel corso del 2005, prenderà poi parte a tutto il viaggio restituendo le immagini a commento del testo 32 Rumiz P., La Gerusalemme perduta, la Repubblica, domenica 31 luglio 2005 33 Walzer M., Sfere di Giustizia, Feltrinelli, Milano 1987, pp. 7273 34 Rumiz, P., “Il cardo viola del Kosovo” in Gerusalemme perduta, Frassinelli 2005. 35 La categoria è http://www.webgol.it/category/rumizzeide/

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“Pagina dopo pagina proviamo a raccontare il racconto di Rumiz, leggendo in controluce la pelle cotognesca dei suoi reportage di zigrino” Enrico Bianda, giornalista, ha insegnato varie sociologie alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze. Ascolta jazz da sempre, praticamente, e suona – di nascosto – alcuni strumenti. Lavora per la Radio Svizzera (RTSI), in quanto svizzero. D’inverno gira in bicicletta, d’estate usa un vespino con targa elvetica, praticamente immultabile.


M'è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico.