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Fogli e Parole d'Arte - La rivincita, di Michele Santeramo

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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number) 1973-2635 il 23 ottobre 2007. Fogli e Parole d'Arte è diretta da Andrea Bonavoglia (Roma) e distribuita on line dalla società Ergonet di Montefiascone (Vt).

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi La rivincita, di Michele Santeramo Categoria: Spettacoli sulle scene e sugli schermi Pubblicato 23 Gennaio 2013 di Susanna Battisti Visite: 392

Ha debuttato in anteprima nazionale al Valle Occupato di Roma La rivincita di Michele Santeramo, vincitore del Premio Riccione 2011 per Il guaritore. Affidata alla regia di Leo Muscato, La rivincita è una pièce ibrida, derivata da una originaria sceneggiatura per il grande schermo che tuttavia conferma la straordinaria teatralità della scrittura del drammaturgo pugliese. Il dialogo, sempre vivace e vibrante di sonorità dialettali, si sostanzia di parole vive, scritte per essere dette e agìte da attori sul nudo palcoscenico. La trama è più complessa rispetto a quelle dei testi nati per il teatro, e abbraccia una gamma di problematiche sociali troppo vasta per i limiti della scena. Viene da pensare che il film che ne fosse derivato, avrebbe corso il rischio di assomigliare a tanti che ritraggono L'Italia della recessione economica in modo a volte un po' superficiale. Ma a teatro la saga familiare, a metà tra romanzo e melodramma, si condensa, divenendo dramma relazionale, aspro, ironico, inesorabile. Santeramo e Muscato hanno effettuato inevitabili tagli anche per attutire i salti temporali del testo originario, e hanno neutralizzato lo spazio, assolutamente vuoto e delimitato da due muretti che fungono da sfondo e da quinte, e che nel buio prevalente della scena, vengono illuminati da luci colorate che assumono di volta in volta diversi valori simbolici. I sei attori (Santeramo questa volta non è nel cast) entrano e si dispongono in fila e a mo' di parodo esprimono a turno il disagio di una intera generazione colpita da una miseria che stronca la speranza e costringe a rimandare la vita, una generazione, come sempre nell'opera di Teatro Minimo, abbandonata dalle istituzioni e lasciata a combattere una guerra tra poveri. Al centro della vicenda ci sono due fratelli, Vincenzo (Michele Cipriani) e Sabino (Michele Sinisi) e le loro rispettive mogli. Come sempre nella drammaturgia di Santeramo, il legame di sangue è caratterizzato da una reciproca tendenza dei familiari ad aiutarsi l'uno con l'altro, ma anche a sfruttare le reciproche debolezze. L'assenza di denaro è il motore dell'azione e la causa di una serie infinita di disfatte che mette i due fratelli in una posizione di reciproca dipendenza. A turno si scambiano il ruolo di subalterno e di risolutore di problemi. Vincenzo finisce protestato per aver dato a Sabino un assegno che doveva servire da garanzia ad un suo creditore, ma che invece viene indebitamente incassato. A sua volta Sabino dà una mano come può a Vincenzo al quale hanno espropriato il terreno per la costruzione della ferrovia. Marta rimane incinta, ma Vincenzo non può permettersi di mantenere il figlio, e quando, tre anni più tardi, riesce a racimolare qualche soldo, non riesce ad averne e si sottopone a cure costosisssime. Sabino diviene allora un deus ex machina, quando, per salvare il fratello dalle grinfie dello strozzino, si lascia convincere da Marta a metterla incinta lui, al posto e all'insaputa di Vincenzo.

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I fili dell'intreccio sono intricati e prevedono ribaltamenti di situazioni e persino un lieto fine. Come in romanzo dickensiano, uno stuolo di figure minori ruotano intorno ai protagonisti. Due attori si caricano di numerosi ruoli con il rischio di scivolare nella caricatura. L'impiegato di banca, l'infermiere, l'avvocato, lo strozzino, il segretario del dirigente comunale, sono poco più di macchiette ma, armati tutti di cellulare, servono ad evocare un mondo esterno anonimo, apparentemente variegato ma unifomato dalla tendendenza allo sfruttamento dei deboli. Una vera e propria catena di disfunzioni sociali si srotola nel testo, senza tuttavia mai appesantirlo. Ce n'è davvero per tutti i gusti, dall' avidità delle banche a quella di aguzzini che si nascondono dietro altri mestieri, dalla cialtroneria dei medici a quella degli avvocati che speculano sulle cause, dalla corruzione delle autorità comunali che appoggiano quelli che "hanno aderenze" alla criminalità di stampo camorristico di quelli che bucano i terreni dei poveracci per lo smaltimento dei rifiuti tossici. Ma il minimo comune multiplo del tutto è quella "porca miseria", che prolifica dove legalità e istituzioni latitano. Un quadro aspro e desolante che tuttavia non si traduce mai in lamento, ma che si esplicita attraverso un'ironia pungente. Il testo e la sua performance risultano estremamente agili, anche grazie al taglio registico che concatena scene brevissime in una sequenza d'azione rapida, scandita da continue entrate e uscite degli attori che dialogano in coppia o in piccoli gruppi, o monologano in proscenio. Il tutto è giocato su rimandi, reiterazioni e scene speculari, ed è condito da un ibrido di lingua e dialetto che non sfocia mai nel regionalismo. Gli attori lavorano tutti in perfetta sintonia e sostengono il ritmo performativo senza mai svilire i personaggi. Bravissimo Michele Sinisi che sembra danzare nel freddo della sua miseria e che misura ogni battuta e ogni sguardo con precisione chirurgica e sferzante ironia, senza mai intaccare la profonda umanità del personaggio. Michele Cipriani è un tutt'uno con Vincenzo e ne sviluppa ogni aspetto con autenticità e immediatezza. I personaggi minori attendono una crescita che argini la tendenza alla macchiettismo. Quel che più conta è la capacità dello spettacolo di raccontare l'oggi, in modo semplice e diretto, lontano dallo sperimentalismo del teatro di ricerca e dal documentarismo a volte retorico del cinema. Il racconto urgente, fluviale e corale della problematicità dei tempi, acqista forza nel gesto, nudo e crudo, del teatro. Scheda tecnica LA RIVINCITA di Michele Santeramo. Scene e costumi: Federica Parolini. Luci: Alessandro Verazzi. Con: Michele Cipriani, Vittorio Continelli, Paola Fresa, Simonetta Damato, Riccardo Lanzarone, Michele Sinisi. Regia di Leo Muscato. Produzione: Teatro Minimo, Fondazione Pontedera Teatro, in coproduzione con Bollenti Spiriti, Regione Puglia, Comune di Andria. Anteprima nazionale al Teatro Valle Occupato di Roma, il 9 gennaio 2013. Prossime repliche: dal 30 gennaio al 4 febbraio 2013 al Teatro I di Milano.

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La rivincita (riuscita) di Teatro Minimo Scritto da Michele Ortore - Krapp's Last Post (www.klpteatro.it) Giovedì 17 Gennaio 2013 09:54

Quando ci lamentiamo dei capelli bianchi o delle rughe che gli anni ci scavano sulle guance, dovremmo pensare che ci sono parole su cui il passare del tempo ? a volte basta una generazione ? decreta un destino molto peggiore. Sì, perché se la vulgata vuole che alcune parole (come certi neologismi di Dante) si guadagnino l'immortalità correndo da un secolo all'altro, cambiandosi semmai il vestito delle accezioni, è piuttosto vero che ce ne sono altre a cui le evoluzioni della lingua hanno riservato un'esistenza vile e grama; sono quelle che si pronunciano in automatico, senza neanche conoscerne il significato, cristallizzate nella forma di un modo di dire, di una frase fatta. Se potessero parlare, queste parole sfortunate, rimpiangerebbero di non essere bruciate assieme ai fogli che le contenevano un tempo, dimenticate dall'umanità con la stessa velocità del lampo di genio da cui erano nate. Eccone subito una: poche righe più su avete letto "piuttosto". Ma avete idea dell'insopportabile onta caduta sulla velocità nobile e fulminea di "tosto", che dai palafreni degli eroi cavallereschi, dai cuori palpitanti di Dante e Petrarca, si ritrova ora ingabbiata tra le pareti algide di un avverbio? Krapp ci perdonerà quest'incipit pseudo-linguistico: ci serve, infatti, a spiegare con un po' di colore un momento chiave della "Rivincita", l'ultimo testo di Michele Santeramo (vincitore del Premio Riccione 2011) messo in scena da Teatro Minimo che ha debuttato al Teatro Valle di Roma nei giorni scorsi. "Porca miseria": è lei, la vittima del tempo che ci interessa, questo nugolo di lettere che ci viene da sputare se ci cade una penna, se sbagliamo a digitare, se non ne possiamo più di un discorso. Come se la "miseria" c'entrasse qualcosa. Bene, quando vi sarete alzati dopo aver visto questo spettacolo, state certi di una cosa: vi

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La rivincita (riuscita) di Teatro Minimo Scritto da Michele Ortore - Krapp's Last Post (www.klpteatro.it) Giovedì 17 Gennaio 2013 09:54

ricorderete benissimo cos'è sul serio la "miseria", e perché è davvero, al di là di ogni stereotipo linguistico, una porca. "La rivincita" è quella di Vincenzo, un contadino del Sud a cui il progetto per una nuova ferrovia (classica infrastruttura all'italiana: non verrà mai realizzata) strappa quel terreno che è la sua unica fonte di reddito. La sfortuna si accanisce: per colpa dei diserbanti, diventa pure sterile e non può più dare alla moglie il figlio promesso. Santeramo ci racconta, con il ritmo veloce della destinazione cinematografica per cui il testo era stato originariamente scritto, l'evoluzione della vicenda di Vincenzo e della moglie, intrecciata a quella della coppia speculare composta dal fratello Sabino e consorte. I protagonisti si muovono in uno spicchio d'Italia metaspaziale, sebbene dalle inflessioni dialettali e dalla provenienza della compagnia sia facile immaginare una specifica marca pugliese. Ci sono, dovremmo dire purtroppo, degli elementi che, pur calati nel contesto, rappresentano la generalità della nostra nazione: fra il cittadino ed il potere c'è sempre un diaframma, un vice per cui passare, un segretario del segretario del segretario del politico di turno, quello a cui nel nostro caso Vincenzo prova a chiedere di deviare il percorso della ferrovia; c'è il bisogno di "aderenze", di amicizie forti, come primo e forse unico strumento di legittimazione sociale; c'è l'avvocato azzeccagarbugli che approfitta dei guai dei clienti per fare affari; ci sono le banche, un organo di giudizio oltre che di credito, e il giudizio, è evidente, dipende dal tuo conto corrente. La messa in scena di Leo Muscato è il riflesso perfetto della semplicità (apparente) della scrittura di Santeramo: nessuna scenografia se non due pannelli sullo sfondo a fare da quinte; la storia si sviluppa per brevi scene incatenate, a volte con minime sovrapposizioni, e a netta prevalenza dialogica. Se nei primi minuti la rapida entrata e uscita dei personaggi e il giustapporsi di scene dislocate temporalmente e spazialmente può sembrare meccanico, in poco tempo il lavoro di Muscato sa conquistarsi la sua fluidità, sia perché il ritmo ci coinvolge, sia perché gli attori hanno fatto un ottimo lavoro sui personaggi, dando loro uno spessore e una riconoscibilità anche solo attraverso le pennellate brevi di uno scambio di battute (grande merito soprattutto agli interpreti dei due fratelli, Sinisi e Cipriani). A parte qualche transizione ancora da oliare (la scena in cui gli assistenti sociali strappano il figlio alla madre è poco verosimile per la sua tragicità improvvisa) la regia costruisce con efficacia il castello kafkiano in cui Vincenzo deve muoversi: costretto ad ogni tipo di artificio per poter mangiare, e poi anche per potersi pagare una cura per la fertilità, deve affrontare ogni tipo di imprevisto, e il comun denominatore di queste difficoltà è quello di scendere dall'alto, come per un'ineluttabile fatalità. Uno dei meriti del testo di Santeramo sta proprio nell'evocare una popolarità per troppo tempo soltanto abbozzata nei nostri teatri (fanno eccezione grandi narratori come Celestini e Baliani), illustrando con brillantezza e ironia ? ma senza intenti caricaturali ? il modo in cui certe

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informazioni e certi stereotipi che vengono dall'alto sono recepiti dalle classi basse: esilarante, ad esempio, vedere Vincenzo fissarsi (e ripetere a tutti) sul numero preciso di spermatozoi sotto cui sarà considerato definitivamente sterile, dopo averlo sentito da un medico; oppure lamentarsi che, se continua così, sarà costretto a vendersi un fegato. Il vero miracolo però è che le anime povere create da Santeramo, anche quando devono accettare, per avere qualche soldo, di farsi scaricare rifiuti tossici nel terreno, non perdono mai in ingenuità, legate in modo atavico alla necessità di sorridere o di pensare ai piccoli piaceri del quotidiano. «Sei la rovina della mia vita, perché mi riempi di bambini e non sai farmi un panzerotto», dice Sabino alla moglie. Ed entrambi i fratelli, in una sola delle tante simmetrie che fanno da trait d'union alla frantumazione delle scene, tornano sempre a casa esordendo con la fatidica domanda: «Che c'è da mangiare oggi?». Forse proprio da questa semplicità prende forza l'empatia tra i due fratelli: anche se si fanno sgarri a vicenda (ed è soprattutto Vincenzo a subirne le conseguenze), le identità dei due sono sempre affiancate, a tratti si confondono, fino alle estreme conseguenze che si realizzano in uno dei nodi decisivi del racconto. E grazie a questa empatia che non ha nulla di abbacinante, ma che nella sua opacità si rivela autenticamente umana, Vincenzo e Sabino si conquistano un finale positivo: tanto che può venir voglia di "raddoppiare" perfino un figlio che si chiama "vaffanculo". La giustizia di questa "Rivincita" rimane asimmetrica, come quella della vita vera: non segue le geometrie nitide di un'etica astratta che non riesce e forse non può incarnarsi. Nel finale di Santeramo non c'è niente di facilmente artificiale. I due fratelli ce la fanno; ma per sopravvivere devono ricorrere a piccole e grandi bugie, gesti generosi alternati a sottili vendette, atti di coraggio e di ostinata speranza accostati a umane e inevitabili viltà, rassegnazioni. La morale di questa fiaba reale è profonda proprio nella sua ? come da nome della compagnia ? minimalità: non ti arrendere mai, come ripete sempre Sabino a Vincenzo, ma, soprattutto, non smettere mai di seminare; alla giustizia che non c'è, alla crisi, si risponde con la giustizia del futuro, piantando metaforicamente e concretamente semi. Sémi, non sèmi: ché dai grovigli semiotici di certo teatro qui ci si vuol tenere lontanissimi. Infatti, assistendo a "La rivincita", ci ricordiamo le possibilità ancora vivissime della drammaturgia del testo. Ma, con altrettanta importanza, si riscopre la forza artigianale dell'evocazione gestuale. Quella per cui un amplesso può avvenire, in scena, anche senza accadere: rappresentato, in questo caso, dalla relazione fuori fuoco di uno sguardo prolungato. Si tratta, semplicemente, di un teatro che vive di un rapporto non agonistico con il testo: un po' come nei Maestri del Novecento (o almeno in quelli meno iconoclasti), la sapienza del lavoro dell'attore e del regista sta nell'emanciparsi dal testo, plasmarlo coi corpi scenici, ma preservarne l'organicità e farvi ritorno con tutta la forza dell'interpretazione individuale. Senza, dunque, che si stabilisca una chiara gerarchia fra la drammaturgia testuale e quella scenica. Eppure anche nei lavori di Babilonia Teatri, soltanto per fare un esempio di teatro contemporaneo impegnato, si nota un rapporto tutto sommato paritario col testo. Forse, allora,

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La rivincita (riuscita) di Teatro Minimo Scritto da Michele Ortore - Krapp's Last Post (www.klpteatro.it) Giovedì 17 Gennaio 2013 09:54

se "La rivincita" ci sembra uno spettacolo così potentemente onesto, è per un motivo ancora più semplice: c'è, in esso, la comprensione e la cura della funzione esemplare (e non per questo didascalica) dell'affabulazione, della storia. Il teatro civile di questa compagnia sta tutto nell'assumersi i rischi del racconto: sì, perché quando si costruisce, quando si attivano i meccanismi identitari propri di ogni narrazione, il pericolo di essere banali o poco incisivi è molto più evidente. Tutt'altra cosa rispetto alla comodità di certe decostruzioni che, dietro un alone tragico ormai fin troppo manierato, nascondono i relitti postmoderni di una complessità fine a sé stessa. Teatro Minimo, invece, si prende pienamente il rischio di raccontarci una briciola di reale, che da una parte ci aiuta a guardare in modo più oggettivo gli aspetti bui dell'attuale tessuto sociale italiano, perché li proietta sulla scena come ombre cinesi; dall'altra ci propone delle fratture in cui inserire la nostra analisi, il nostro contributo e dunque la nostra consapevolezza. Detta così, con le nostre parole povere, può sembrare, a vostro piacimento, un riassunto della "Poetica" di Aristotele o una garzantina sul teatro politico: eppure, vedere questi principi semplici realizzarsi in scena è un'esperienza molto più rara di quanto si possa pensare. Trovarsi al posto giusto (al Valle) e al momento giusto (fino al 20 gennaio) è forse la prima delle rivincite da doversi prendere. LA RIVINCITA di: Michele Santeramo regia: Leo Muscato assistente alla regia: Antonella Papeo con: Michele Cipriani, Michele Sinisi, Vittorio Continelli, Simonetta Damato, Paola Fresa, Riccardo Lanzarone scene e costumi: Federica Parolini luci: Alessandro Verazzi direttore tecnico: Nicola Cambione prodotto da: Teatro Minimo, Fondazione Pontedera Teatro in coproduzione con: Bollenti Spiriti Regione Puglia, Comune di Andria durata: 1h 20' applausi del pubblico: 2' Visto a Roma, Teatro Valle Occupato, il 10 gennaio 2013

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Per una drammaturgia del presente, La rivincita di Teatro Minimo

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Per una drammaturgia del presente, La rivincita di Teatro Minimo di Sergio Lo Gatto 11 gennaio 2013 No Comment

Michele Sinisi e Michele Cipriani – foto Valle Occupato Quante volte abbiamo detto no, la drammaturgia non è morta? Ecco che torniamo a ripeterlo, a voce un po’ più alta, al termine dell’ennesima ottima prova di Teatro Minimo, in scena – per due settimane di tenitura, un’eccezione, al Teatro Valle Occupato di Roma, fino al 20 gennaio – ancora una volta con un testo scritto da Michele Santeramo, La rivincita. Il vincitore del Premio Riccione 2012 (per Il Guaritore) recupera qui quella che in origine era una sceneggiatura cinematografica, per riconsegnare alla scena e ai suoi spettatori una verità fondamentale: non solo la letteratura teatrale non è morta, ma ribadisce la propria capacità di raccontare l’oggi. Perché in fondo è di questo che parliamo, quando lamentiamo l’arretratezza della drammaturgia italiana 1 di 6

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Per una drammaturgia del presente, La rivincita di Teatro Minimo

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rispetto a quella di molti altri paesi, non solo europei, della mancanza, quasi della nostalgia di un teatro di parola che nell’invenzione di situazioni, di personaggi, a tutti gli effetti nella creazione di un mondo altro ritrovi l’opportunità preziosa di scrivere la storia al tempo presente. In una Puglia imprecisata i due fratelli Vincenzo e Sabino lottano contro la proverbiale «porca miseria». Il primo, disoccupato e ridotto in definitiva povertà dal fratello che ha usato i suoi ultimi soldi per pagare un debito, obbliga a malincuore la moglie Marta a interrompere la gravidanza di un figlio che «non ci possiamo più permettere». Tre anni dopo, quando i soldi – seppur pochi – ci sarebbero, lei non riesce più a restare incinta. 900 euro al mese di pillole per la fertilità sono il salasso definitivo che porterebbe dritta alla nullatenenza una famiglia che ancora non ha finito di completare il proprio nucleo. Non fosse che Marta escogita una soluzione ingegnosa. Gelidi campi arati che fruttano di più se vi si seminano rifiuti, strozzini che si arricchiscono, avvocati azzeccagarbugli che speculano sulle cause, malattie che provengono dai veleni agricoli, speculazione edilizia e ferroviaria, burocrazia pachidermica, l’avidità delle banche, la febbre del gratta e vinci, nell’agile testo di Santeramo c’è posto per tutto questo, colori e tratti di un’Italia ridotta a minimo comune denominatore di approssimazione, di disperazione. Il ritmo frenetico – frutto anche di qualche taglio chirurgico commissionato dal regista Leo Muscato, che riesce a non inciampare quasi mai nel pericoloso flipper spazio-temporale proprio della radice cinematografica – agisce in uno spazio aperto per il quale due pannelli dai colori cangianti, come enormi cristalli da cromoterapia, sono sufficienti come fondale, come quinta e come termometro emotivo.

Paola Fresa e Michele Cipriani Testo e recitazione lavorano sulle corde dell’ironia, avvolti attorno a giochi di ripetizioni, di rimandi e di scene sapientemente costruite a specchio. Ma Santeramo non permette mai che il tono leggero e la comicità sfocino nella caricatura: fatto salvo qualche ingranaggio che aspetta ancora di essere oliato dalle repliche e la direzione di due personaggi – l’infermiere e il bancario, tirati troppo verso la macchietta – in una danza di dialetto e piccoli lazzi, il gruppo ormai affiatato di ottimi attori (Michele Cipriani, Vittorio Continelli, Paola Fresa, Simonetta Damato, Riccardo Lanzarone e Michele Sinisi) somiglia agli animali di un apologo greco. E la forza sta qui, nel presentare allo spettatore la relazione impietosa di una realtà geograficamente e socialmente ben precisa, ma resa universale dalla sottile operazione che all’interno vi scopre i vizi, tramutandoli uno per uno nell’evidenza dei fatti. Si tratta di una storia inventata, un “romanzo teatrale” che reclama addirittura un lieto fine, ma che nel valore allegorico di personaggi e situazioni restituisce del presente uno specchio amaro, crudo, lontano anni luce dalla retorica hollywoodiana come anche da quella di certo teatro concettuale e dichiaratamente politico e invece più spocchioso, ermetico e anti-popolare. Contro ogni scetticismo e sfiducia preconcetta, la vera politica, il vero contemporaneo può invece stare qui, nella teatro che parla, nell’affermare con la radice di una lingua «scritta nella terra» l’urgenza del racconto al presente, andando a raggiungere con passione le coscienze. «Non ti devi rassegnare, Vince’, mai ti devi rassegnare!». Niente di diverso da quello che faceva Pirandello o, ancor più calzante riferimento, De Filippo. Sergio Lo Gatto visto il 9 gennaio 2013. 2 di 6

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Per una drammaturgia del presente, La rivincita di Teatro Minimo

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Al Teatro Valle Occupato fino al 20 gennaio 2013 Dal 30 gennaio al 4 febbraio 2013 al Teatro i di Milano Teatro NEWS – “La Rivincita” Incontro con Teatro Minimo al Valle. Scarica il catalogo LA RIVINCITA di Michele Santeramo regia di Leo Muscato con Michele Cipriani, Vittorio Continelli, Paola Fresa, Simonetta Damato, Riccardo Lanzarone e Michele Sinisi scene e costumi Federica Parolini luci Alessandro Verazzi produzione Teatro Minimo, Fondazione Pontedera Teatro, in coproduzione con Bollenti Spiriti Regione Puglia, Comune di Andria condividi

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parole chiave: recensioni leo muscato--recensioni michele santeramo--recensioni teatro minimo-recensioni valle occupato--teatro valle occupato Teatro e Critica da luglio 2011 è un progetto dell'Associazione Culturale Kleis, se ci leggi con piacere e vuoi sostenerci puoi effettuare una donazione veloce e sicura, anche di una somma minima, con Paypal.

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Detriti della Roma sommersa – Il teatro subacqueo [26 gen 2013 | No Comment | ]

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Scritto da Valeria Merola

Altre recensioni Quasi a voler anticipare un’inevitabile morale della vicenda che stanno per mettere in scena, i sei interpreti (Michele Ciprian, Vittorio Continelli, Simonetta Damato, Paola Fresa, Riccardo Lanzarone, Michele Sinisi) dicono frasi che sembrano slogan e che il pubblico riesce a collocare solo a spettacolo finito. In questo momento iniziale, in cui il proscenio si riempie con lo schieramento degli attori al completo (e non sono pochi, cosa non molto frequente, ormai, nei teatri italiani), ancora spogliati dei ruoli che stanno per rivestire, si propone la difficoltà delle cose della vita, che mettono a dura prova la carne, prima ancora che l’anima, dei personaggi. “La rivincita”, di Michele Santeramo, in prima nazionale al Teatro Valle Occupato di Roma (fino al 20 gennaio), mostra la lotta per la sopravvivenza di due fratelli, Sabino e Vincenzo, che devono «essere più forti del tempo». Rievoca conflitti archetipici o quantomeno di ascendenza amletica, la pièce interpretata con profondità e partecipazione dagli attori del Teatro Minimo di Andria e diretta da Leo Muscato. Ma il tempo di Santeramo non è scardinato, né divora i figli, per quanto ogni teatro civile post-pasoliniano non possa non confrontarsi con il mito fondatore del padre castratore. È invece un tempo di crisi, di disoccupazione, di miseria: quello in cui Vincenzo subisce un esproprio perché sulla sua terra deve passare la ferrovia. Parte da qui la vicenda dei due fratelli pugliesi, che sul legame familiare impostano la loro resistenza ad un destino che gli riserva non poche amare sorprese: dall’impossibilità di permettersi un figlio al desiderio di diventare genitori quando ormai è diventato difficile e le cure che potrebbero aiutare costano cifre proibitive (e Vincenzo si chiede se debba vendersi «un fegato»). La rivincita parla, in un Sud che non è mai stereotipo, di rifiuti chimici che avvelenano la terra e il corpo di chi ci lavora, di banche che non concedono prestiti ai precari, di usurai che consumano l’esistenza di chi non ha più speranze, di persone che inseguono il sogno di una vita normale, ma perdono la casa e con essa ogni futuro. Alle banche che misurano il valore delle persone in «movimentazioni», i due fratelli rispondono con una forza quasi primitiva degli affetti, che li porta a ripetersi con ironia «se non ci aiutiamo in mezzo a noi». Ma anche questa solidarietà familiare arriva ad assumere toni grotteschi, che mischiano il comico scelto dalla drammaturgia con le complicazioni del romanzesco. Il lieto fine presagito fin dal titolo rassicura lo spettatore, ma né la comicità né il rovesciamento conclusivo annullano l’amarezza della «quotidiana tragedia che fa ridere». La regia gioca assecondando la simmetria tra i fratelli e le loro vite, costruendo infinite scene a due, che sistematicamente si scambiano. E in questo movimento continuo, sottolineato anche dalla corsa con cui i personaggi entrano ed escono di scena, si alternano Sabino e Vincenzo, le loro mogli, e i vari rappresentanti della società con cui si scontrano: dall’avvocato allo strozzino, passando per lo specializzando in medicina. Il testo, che ha ottenuto il Premio Riccione 2011, si rivela forte e ben funzionante, anche se forse nel finale cede a qualche tentazione retorica (per esempio nella scena in cui Vincenzo, ormai risarcito, fa la morale all’impiegato di banca). A valorizzarlo è anche la recitazione sempre adeguata, con momenti particolarmente felici, come l’interpretazione di Michele Sinisi e il trasformismo di Vittorio Continelli.

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Quinta anteprima, al TKC Teatro della gioventù di Genova domenica 23 giugno, di questo testo di Neil Simon, oggetto di 445

Diario Roma Fringe 2013 Caterina Matera 25 Giugno 2013, 20.35

Nel 1947 otto compagnie teatrali furono scartate dal Festival internazionale di Edimburgo e decisero di autoprodursi e autofinanziarsi. Costituirono la 453

Diario napoletano

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Emanuela Ferrauto 19 Giugno 2013, 00.00

Nome (richiesto)

Il nostro Napoli Teatro Festival Italia 2013 comincia con l’ E45 Napoli Fringe Festival. Contraddizioni a parte, è

E-Mail (richiesta) proprio così. 855

Hamelin Angela Villa 18 Giugno 2013, 22.04

C’è stato un abuso, forse. Il delicato suono di un fluato, ci conduce nei meandri del

1000 caratteri rimasti

linguaggio che confonde, crea

Notificami i commenti successivi

460

Karenina. Prove aperte d’infelicità Angela Villa 16 Giugno 2013, 17.09

Che cosa rende infelice un’amante? La spasmodica ricerca dell’assoluto. Perdersi nell’altro senza più ritrovarsi.

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Che teatro fa di Rodolfo di Giammarco giovani critici / la rivincita (v.d.s.)

La Rivincita Di Michele Santeramo Regia Leo Muscato Con Michele Cipriani, Vittorio Continelli, Simonetta Damato, Paola Fresa, Riccardo Lanzarone, Michele Sinisi Teatro Minimo in coproduzione con Fondazione Pontedera Teatro, Bollenti Spiriti, Regione Puglia Teatro Valle Occupato, Roma 09 gennaio 2013 La miseria è il frutto avariato di una terra avvelenata dal profitto e dal malcostume, che baratta figli innocenti con cambiali di egoismo, che calpesta la vita inaridendone i germogli di una rivalsa futura. Di una “Rivincita” che, nelle parole di Michele Santeramo e nella regia di Leo Muscato, abita un Sud di burocrazia fallimentare, di giustizia privata, di progresso stagnante che espropria senza costruire. Con un’umanità prostrata che combatte per le cose normali, contro banche che misurano le persone con le movimentazioni, avvocati conniventi con il potere, medici che lucrano sulla salute, strozzini che offrono caffè dagli

interessi impossibili. Un microcosmo di asfissiante crudeltà dove a pagare sono soprattutto gli umili, ancorati a radici che castrano discendenze disperatamente cercate e affamano proli colpevolmente concepite, investendo sulla fortuna piuttosto che sulle precauzioni. Come Vincenzo, piccolo possidente diventato sterile a causa dei prodotti chimici usati nell’agricoltura, che si priva di tutto quello che ha, pur di mettere al mondo la creatura promessa alla moglie Marta. E come suo fratello Savino, alter ego più scaltro e disilluso, che anche se affezionato non fa altro che complicargli ancora di più l’esistenza, con assegni scoperti, una consorte che sforna bambini consumando gratta e vinci, e una clandestina fecondazione sotto forma di pronto soccorso richiesto dalla cognata. Una famiglia che si sostiene come può, nonostante le bugie, i sotterfugi palesati, i sacrifici accettati per mettere freno a un dramma che fa sorridere per il dialetto (barese) visceralmente colorito, ma che colpisce allo stomaco con il peso dell’amarezza che nasconde. Perché costringe i suoi abitanti ad accontentarsi di tutto, del solito sugo come della solita frittata, delle quotidiane privazioni come delle continue vessazioni, senza, però, permettere mai alla disperazione di tramutarsi in rassegnazione, ma di sfumarsi nella speranza di un seme nuovo da coltivare. Con una genuinità d’intenti che si riflette in un linguaggio corporalmente conquistato, in una scenografia essenzialmente allestita (con due pannelli rettangolari come quinte), in una recitazione ritmicamente calibrata sulle entrate e sulle uscite di sei affiatati attori (Michele Sinisi, Michele Cipriani, Vittorio Continelli, Simonetta Damato, Paola Fresa, e Riccardo Lanzarone), che portano in scena personaggi, ma ci parlano di noi. Valentina De Simone (28) Condividi:

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La Rivincita Di Michele Santeramo Regia Leo Muscato Con Michele Cipriani, Vittorio Continelli, Simonetta Damato, Paola Fresa, Riccardo Lanzarone, Michele Sinisi Teatro Minimo in coproduzione con Fondazione Pontedera Teatro, Bollenti Spiriti, Regione Puglia Teatro Valle Occupato, Roma 14 gennaio 2013 In epoca di crisi, trattare di crisi sembra la scelta più popolare ma al contempo più retorica, a patto che non ci si avvalga di un’asciuttezza registica e stilistica che renda il tutto sotto una luce diversa. Michele Santeramo e Leo Muscato, con “La rivincita”, tentano esattamente un’operazione di questo genere: prosciugare dall’ovvio quel che ovvio naturalmente non è ma rischia di diventarlo se le misure che si adottano non rientrano in una precisione da goniometro. I personaggi entrano ed escono visibilmente, saltellando, dalla scena, con una strana fretta di susseguirsi, battendo il ritmo con l’alternanza di una successione di quadri perfettamente artefatti nel gioco della scena. La riduzione all’osso del melodramma nonostante si tratti di tragedia (la povertà, la frode, la mancanza di lavoro, l’infertilità agricola e quella di coppia, gli stenti e gli inganni), rendono frugale ed elegante il percorso drammaturgico fino al grandissimo aiuto dell’utilizzo dialettale della lingua che rende con vivissimo realismo la situazione riducendo all’osso la sensazione d’artificio ricercato. Nonostante la dichiarazione del titolo tratti di rivincita, si è più inclini a sospendere il giudizio sulla morale del racconto che rientra in perfetto stile happy ending, a favore di un’osservazione sulla riuscita dello sforzo minimalista ma armonico nell’aver saputo padroneggiare senza eccessi di scontatezza un tema tanto chiacchierato ed invasivo. Maria Rita Di Bari (26) Condividi:

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(19 gennaio 2013) Un commento a “giovani critici / la rivincita (m.r.d.b.)” Rassegna stampa 14 - 20 gennaio scrive: 25 gennaio 2013 alle 06:01 [...] La rivincita (riuscita) di Teatro Minimo di Michele Ortore (Krapp’s Last Post, 17 gennaio) La Rivincita di Maria Rita Di Bari (Che teatro che fa – Repubblica.it, 19 gennaio) La Rivincita di Valeria [...] Scrivi un commento Nome (obbligatorio) Indirizzo mail (non sarà pubblicato) (obbligatorio) Indirizzo sito web

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TEATRO 5
marzo
2013(2013­03­05T11:15:12+00:00)
Di
Emanuele
Aldrovandi<http://www.arcipelagomilano.org/archives/author/emanuele­aldovrandi>

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 LA
RIVINCITA Di
Michele
Santeramo Regia
Leo
Muscato
Con
Michele
Cipriani,
Vittorio
Continelli,
Simonetta
Damato,
Paola
Fresa,
Riccardo
Lanzarone,
Michele
Sinisi, Direttore
tecnico
Nicola
Cambione
Assistente
alla
regia
Antonella
Papeo
Organizzazione
Luca
Marengo/Antonella
Papeo
Produzione
Teatro
Minimo
In
coproduzione con
Bollenti
Spiriti
–
Regione
Pugila
Assessorato
alle
politiche
Giovanili
e
alla
Cittadinanza
In
collaborazione
con
l’Assessorato
alla
Cultura
del
Comune
di
Andria 
 “Teatro
minimo”
è
il
nome
della
compagnia
di
Sinisi
e
Santeramo,
ma
anche
il
riassunto
perfetto
della
poetica
di
questo
spettacolo:
una
messa
in
scena
fatta
con niente.
Niente
scenografie
(a
parte
due
muretti
di
cartongesso
dietro
ai
quali
gli
attori
si
nascondono
e
si
cambiano
quando
non
sono
in
scena
e
che
si
muovono
in avanti
solo
nella
scena
finale),
niente
musiche,
niente
effetti,
niente
costumi
(la
storia
è
ambientata
ai
giorni
nostri
e
i
vestiti
potrebbero
tranquillamente
venire dagli
armadi
degli
attori);
niente
di
niente,
insomma. Niente
tranne
tre
cose
“minime”
e
fondamentali:
un
bel
testo,
dei
bravi
attori
e
un’idea
registica. La
vicenda
è
quella
di
due
uomini
alle
prese
con
problemi
economici
e
voglia
(o
non‐voglia)
di
paternità,
ma
si
inserisce
in
un
contesto
che
diventa
il
vero protagonista,
con
un
banchiere
insensibile,
due
baristi‐strozzini,
un
avvocato
opportunista,
due
mogli
molto
diverse
fra
loro
e
un
tessuto
sociale
fatto
di
lavoro sottopagato
e
buchi
nella
terra
agricola
scavati
di
notte
per
sotterrare
rifiuti
tossici
(che
si
rivelano
essere
poi
la
causa
della
quasi‐sterilità
del
protagonista).
Il dramma
è
trattato
però
con
la
cifra
della
commedia
e
non
c’è
spazio
per
patetismo
o
retorica,
anche
se
la
critica
finale
alle
banche
–
forse
anche
a
causa
della troppa
attualità
–
risulta
un
po’
scontata. L’andamento
del
testo
ha
un
ritmo
brillante
e
incalzante
che
tiene
viva
l’attenzione
del
pubblico
e
suscita
molte
risate,
ma
che
forse
rimane
troppo
identico dall’inizio
alla
fine.
Se
questo
da
un
lato
rischia
di
indebolire
l’azione
drammatica,
visto
che
ai
personaggi
succedono
in
modo
quasi
ciclico
sempre
le
stesse
cose (s’indebitano,
guadagnano
un
po’,
pagano
i
debiti
e
poi
s’indebitano
di
nuovo),
dall’altro
rende
l’idea
di
una
ripetizione
sistematica
che
–
dal
punto
di
vista
tematico –
è
molto
interessante. Il
linguaggio
è
semplice
e
diretto,
mai
generico,
e
ha
un’autorialità
ben
precisa,
riconoscibile
in
altri
testi
di
Santeramo,
come
ad
esempio
Sequestro
all’italiana:
i personaggi
hanno
un
particolare
equilibrio
nell’utilizzare
termini
e
costruzioni
sintattiche
poco
complessi,
popolari,
quasi
dialettali,
ma
nel
formulare
con
essi argomentazioni 
 ironiche 
 e 
 talvolta 
 intellettualmente 
 sofisticate; 
 si 
 tratta 
 di 
 un’interessantissima 
 forma 
 di 
 ibrido 
 fra 
 il 
 realismo 
 dell’ambientazione, 
 delle problematiche,
dei
toni
e
appunto
del
linguaggio,
e
una
sorta
di
non‐realismo
che
emerge
quando
i
personaggi
commentano
la
situazione
in
cui
loro
stessi
si trovano
con
uno
sguardo
lucido
e
distaccato
che
chi
agisce
come
agiscono
loro,
dall’interno,
non
potrebbe
avere. Leo
Muscato
riesce
a
rendere
teatrale
una
trama
che
forse
avrebbe
avuto
bisogno
del
cinema
(infatti
in
origine
era
una
sceneggiatura),
facendo
in
modo
che
siano gli
attori
a
“creare
gli
spazi”,
muovendosi
e
incontrandosi
con
soluzione
di
continuità
anche
se
si
passa
da
una
scena
in
banca
a
una
in
campagna. Gli
attori
sono
bravi
ma
soprattutto
–
quel
che
fa
la
differenza
–
sono
affiatati
e
si
lasciano
andare
nel
gioco
teatrale
con
fiducia
reciproca,
risultando
per
questo motivo
molto
veri
e
naturali,
a
riprova
del
valore
che
può
avere
un
lavoro
“di
compagnia”
ben
guidato
e
che
si
appoggia
su
un
testo
solido.
Uno
spettacolo
fatto
con niente,
da
vedere. 
 
 questa
rubrica
è
a
cura
di
Emanuele
Aldrovandi rubriche@arcipelagomilano.org<mailto:rubriche@arcipelagomilano.org>

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La Rivincita di Michele Santeramo | Recensione | Fermata Spettacolo

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Home > Teatro > La Rivincita di Michele Santeramo porta in scena l’amarezza della “porca miseria”

La Rivincita di Michele Santeramo porta in scena l’amarezza della “porca miseria” Una storia attuale e vicina, con un lieto fine che non riesce a togliere l’amaro dalla bocca Massimo Gonnelli | 15 aprile 2013

Ogni rivincita può nascere solo da una sconfitta. Ci si rialza dopo esser caduti, mai abbattersi, ne arrendersi. Vincenzo, il personaggio de La Rivincita di Michele Santeramo portato in scena al Teatro Era di Pontedera, sa bene che sapore ha la sconfitta, quella di una vita andata a rotoli senza riuscire a districare il bandolo della matassa, che a poco a poco si trasforma in fune e infine in forca. Un dramma contemporaneo, la storia di Vincenzo, contadino meridionale, che si ritrova a fare i conti con la “porca miseria”. Nel dubbio di perdere il terreno per esproprio, spinge la moglie ad abortire, ma la rinuncia contro natura si rivelerà catastrofica. Scoperta la sua sterilità a causa dei veleni utilizzati per la terra, inizia una parabola senza ritorno tra debiti, strozzini e avvocati senza scrupolo per riottenere quel figlio un tempo rifiutato, fino al baratro di un figlio illegittimo, nato dalla disperata relazione tra la moglie e suo fratello. Solo dopo aver perso tutto, persino la possibilità del suicidio “Se la vita è una merda, mica te la fanno finire gratis” finalmente la svolta: Vincenzo e il fratello Sabino investono in semi biologici, riuscendo a riscattarsi, seppur amaramente. C’è poco da ridere nel racconto di Michele Santeramo, che ci arriva come uno schiaffo in faccia, rabbrividendoci e riportandoci all’amara realtà odierna del nostro Paese. Una realtà fin troppo vera e vicina, culminata a causa della crisi, pochi giorni fa, nel suicidio dei coniugi di Civitanova. Un racconto dove il bisogno primario non lascia spazio al desiderio, una lotta per la sopravvivenza che volge in positivo per imprimere un segnale di necessario ottimismo. C’è bisogno di non arrendersi, come Vincenzo. “Mai ti devi rassegnare, Vince’!” lo esorta il fratello Sabino, per uscire da quella porca miseria, così chiamata “perché la miseria fa veramente schifo!”. Nel testo di Santeramo, scritto con equilibrio amalgamando argomenti seri e toccanti con punte di leggero umorismo, il teatro ritrova la funzione di momento di impulso e di riflessione. La compagnia del Teatro Minimo di Andria, sotto la sintetica regia di Leo Muscato porta in scena dei personaggi reali con tutti i connotati, che sbucano a ritmo serrato a rotazione da dietro due pannelli bassi sul fondo, per poi tornare a nascondervisi a ogni cambio scena. Una ripetizione, un po’ “telefonata”, che la velocità del ritmo e i cambi di ambientazione riescono a tamponare, accompagnando lo spettatore lungo una narrazione che non trova ulteriori ostacoli. La rivincita, quella della vita di Vincenzo, sulla scena giunge molto fugacemente per pretendere di togliere l’amaro di bocca lasciato dagli sfaceli precedenti. Una scena che necessitava di ulteriore respiro e profondità interpretativa, per trasmettere in pieno il senso del riscatto. La pièce ci lascia invece un profondo sgomento, consci che un vaso rotto benché incollato, rimane pur sempre rotto. Una storia che avvinghia e percuote, ogni giorno più terribilmente vicina a noi. Ambiente, diritti e dignità ci impongono una riflessione sulla necessità impellente di una rivincita morale e concreta, ad opera di un Paese che negli anni ha saputo produrre solo una turpe “porca miseria”.

2013

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Michele Santeramo

news

Pontedera

primo piano

Teatro Era

12/06/13 15:50


Corriere Nazionale - QuiEGC - Corriere Nazionale - QuiEGC

http://www.corrierenazionale.it/component/content/article/11-spettacoli/95021-La...

SPETTACOLI | Martedì, 16 Aprile 2013 18:50 Tommaso Chimenti

La rivincita: fratelli serpenti tra usurai e precariato Il Teatro Minimo mette in scena una storia arcaica di nascita e morte

PONTEDERA – Spregelburd in salsa di cime di rapa. Un ritmo sincopato, in questo “La rivincita” del Teatro Minimo di Andria, taglia le scene di questa soap opera di orecchiette e miseria. Quadri in sequenza ritmata: un palco vuoto, due muretti dietro le spalle da dove, come giocatori in panchina quando è il momento di gettarsi nella mischia, si alzano coppie di personaggi nel conflitto generato dalla vita che avanza e procede, ogni giorno foriera di piccole e grandi sciagure, disperazioni, fallimenti. La crisi è palpabile ed è angosciosa, se ne percepisce il peso costante come cappa che non fa respirare. Ed il freddo, il freddo pungente, meteorologico, perché non hanno di che coprirsi in maniera adeguata, interiore, di rapporti sentimentali, parentali, distrutti, sfilacciati, algidi, terribilmente gelidi e gelati. Storie contorte che si aggrovigliano, ritornano, si intrecciano: due fratelli contadini che sanno di primordiale, di Caino ed Abele. Il primo (Michele Sinisi sempre tosto e pungente) non vorrebbe figli e la moglie gliene sforna due. Il secondo vorrebbe averne ma, dopo l'aborto volontario del 1 di 1

29/08/13 18:49


Rumor(s)cena – Uomini e donne in cerca di una “Rivincita”. Un teatro capace di ...

http://www.rumorscena.com/2013/05/29/uomini-e-donne-in-cerca-di-una-rivinci...

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Teatro, Teatrorecensione — 29/05/2013 23:33

Uomini e donne in cerca di una “Rivincita”. Un teatro capace di raccontare la nostra realtà Posted by roberto.rinaldi Racconta frammenti di vita reale, di piccole azioni per cercare una rivincita della propria esistenza, quella tipica del sud Italia dove tutto sembra segnato da un destino che non permette di evolversi e di riscattarsi. Uno spaccato di sociologia urbana, un mondo in perenne lotta per la sopravvivenza e la fame atavica di gente abituata a sbarcare il lunario con ogni artificio. Storie ordinarie di due fratelli la cui vita è legata da un filo intrecciato che porta l’uno a ridurre in povertà l’altro per questioni di debiti. Una moglie incinta costretta a rinunciare al proprio figlio per mancanza di denaro necessario a farlo crescere. Un’escalation di sfortune tali da sembrare una maledizione insegue la coppia, una volta che lei non riesce più a restare incinta, il marito spende una fortuna per una cura per la fertilità. Che fare? Bisogna trovare una soluzione per far quadrare il magro bilancio famigliare,a tutti i costi, anche con mezzi illegali.

1 di 2

29/08/13 18:47


Rumor(s)cena – Uomini e donne in cerca di una “Rivincita”. Un teatro capace di ...

http://www.rumorscena.com/2013/05/29/uomini-e-donne-in-cerca-di-una-rivinci...

Lo smaltimento dei rifiuti tossici occultati nei campi coltivati. Non c’è limite a nulla e la catena del malaffare si moltiplica a dismisura. Avvocati pronti a tutto, strozzini esosi, truffe su truffe. La rivincita è una spirale da cui sembra impossibile uscire. Sta nell’abilità del regista non scadere mai nella retorica; per altro assente nel testo di Michele Santeramo. Leo Muscato sa cogliere gli aspetti più ironici e sarcastici all’intera vicenda facendo ruotare gli attori a turno con veloci e repentini cambi di costume e personaggio, cogliendo così la frenesia di chi cerca a tutti i costi una soluzione per riemergere da una vita senza futuro. Ė un congegno ad orologeria dove i tempi recitativi sono fondamentali per dare sempre la giusta tensione drammaturgica. Gli attori Michele Cipriani, Vittorio Continelli, Paola Fresa, Simonetta Damato, Riccardo Lanzarone e Michele Sinisi, si prodigano nel dare senso ai difetti congeniti di una cultura priva di riferimenti etici e capace di preservare al suo interno regole di convivenza sociale rispettosa del prossimo. Il pessimismo non diventa mai però una sentenza definitiva, caso mai lascia spazio allo spettatore di farsi un’idea personale di come distinguere la ragione dal torto. La rivincita è frutto del lavoro analitico dell’autore capace di cogliere le contraddizioni profonde della sua terra, la Puglia. Un teatro pungente attento alla nostra contemporaneità e in grado di farci riflettere. Un teatro semplice dove l’essenzialità è nella sua verità capace di raccontare una realtà dove tutti siamo chiamati in causa. Visto al Teatro Era di Pontedera il 13 aprile 2013 Tags: La rivincita Leo Muscato Michele Santeramo Teatro Era Pontedera Teatro Minimo Condividi questo post

Autore: roberto.rinaldi Laureato in Discipline delle Arti Musica e Spettacolo facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Bologna 1989, Specialità in Psicologia Clinica Istituto di Psicologia Clinica, Facoltà di Medicina e Chirurgia. Università degli Studi di Bologna 1993. Diploma di perfezionamento Scuola di specializzazione in Metodologie Autobiografiche e Analisi dei Processi Cognitivi Istituto di Pedagogia per adulti. Università degli Studi Statale di Milano 1998. Scrittore e giornalista pubblicista, direttore responsabile di rumor(s)cena.com E' stato direttore responsabile della rivista Per Vivere, trimestrale scientifico-medico Trento. Critico musicale e teatrale per i quotidiani Mattino dell’Alto Adige, Corriere dell'Alto Adige Corriere della Sera, La Voce di Romagna, Alto Adige. Caporedattore Trentino Alto Adige teatro.org. Titolare della pagina di Cultura e Società Arteovunque Acomecultura ('Espresso/Repubblica Blog). Insegna critica teatrale al Portland Teatro di Trento e nell'ambito dei laboratori istituiti dalla Compagnia Ilinx Teatro di Treviglio. E' stato capoufficio stampa Festival Settimane Musicali Meranesi (Merano), International Wine Festival (Merano), Teatro Lenz Rifrazioni Parma e Festival teatrale “Natura dei Teatri” (Parma), Ufficio Cultura Centro Trevi Ripartizione Cultura Provincia Autonoma di Bolzano. Collaboratore Rai programma Ultimo Minuto di Rai 3 Roma radio sede Rai di Bolzano. Collabora per il Qui BZ (Bolzano) Athesia. Ha collaborato con il Club Abbadiani Itineranti come critico musicale. Coautore insieme a Carlo Simoni, primo attore del Teatro Stabile di Bolzano "Cronaca di una tragedia. Beatrice Cenci il mito". Autore del racconto" Magari poteva accadere ancora" la cui versione drammaturgica per il teatro sarà portata in scena dalla Compagnia Ilinx teatro nel 2013. E' stato consulente del direttore artistico Marco Bernardi del Teatro Stabile di Bolzano, nell'ambito della stagione Altri Percorsi del 2011. Al Teatro Astra di Vicenza nella stagione in corso Niente Storie del 2011/12 ha moderato i dibattiti con le compagnie Babilonia Teatri, Punta Corsara, Fondazione Teatro Pontedera. © Copyright 2013 — Rumor(s)cena. Tutti i diritti riservati - contatti: direttore@rumorscena.it Rumor(s)cena è iscritto al nr. 4/11 del Registro Stampa del Tribunale di Bolzano dal 16/5/11 - direttore responsabile: Roberto Rinaldi - in redazione Rossella Menna e Federica Sustersic

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29/08/13 18:47

Rivincita rassegna