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Gengè. Uno nessuno e centomila: coinvolgimento ed emotività 14/02/13 | Teatro Like

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Quale piacevole sorpresa mi ha coinvolto sabato sera quando, uscendo dal Teatro di Rapolano, mi sono ritrovato a parlare dello spettacolo appena terminato con una decina di altri spettatori. Eravamo evasi in un universo mentale, affascinati e scossi dall’irruenza di una forza performativa che ha saputo irrompere nelle nostre conoscenze emotive. “Sono trascinato dal rivederlo” è stato uno dei commenti. Di certo non è semplice seguire la tensione surreale del testo pirandelliano Uno, nessuno e centomila; e sicuramente chi non ha letto il romanzo faticherebbe a cogliere gli enigmi esistenziali e gli incastri triplici e multipli che non danno scampo all’identità del protagonista, interpretato con una spontanea grandezza da Savino Paparella, Francesco Puleo e Tazio Torrini. Gengè. Uno nessuno e centomila di Roberto Bacci, prodotto dalla Fondazione Pontedera Teatro, è uno spettacolo costruito da azioni in continuo movimento capaci di legare la voce, il corpo degli attori in un percorso di conoscenza, di matrice grotowskiana, che trasforma tanto gli attori quanto gli spettatori. L’intera esistenza di Vitangelo Moscarda, alias Gengè, una volta scoperto di quanto il suo naso pendesse a destra, è messa in movimento provocando un annullamento temporale tra la propria coscienza interiore e la sua reattività nei confronti della realtà stessa. L’azione scenica non avendo un’ambientazione materiale, escludendo le tre sedie come unica estensione corporale, si consuma nella mente di Gengè sino a portarlo alla pazzia. Intenso è il valore dell’atto prodotto dai tre interpreti che reagiscono alla dimensione tridimensionale del testo pirandelliano incorporando, in un continuo scambio alterno, le identità non solo del protagonista stesso ma anche degli altri personaggi della vicenda. Ed ancora, l’instabilità interiore di Gengè viene costantemente rimarcata drammaturgicamente da una doppia voce recitativa che, accompagnando all’unisono la personalità di un “io” parlante, lascia trasparire l’inequivocabile assenza di un solo “io” interiore. I tre attori si muovono nello spazio scenico con “uno sfinimento senza incipit”, perseguendo una tensione di assolutezza che li spinge (e di conseguenza ci spinge) ad andare verso quell’oltre di sconcerto, sempre teso ad analizzare e conoscere la condizione dell’umano. Gengè. Uno nessuno e centomila è uno spettacolo di grande impatto e dal virtuoso coinvolgimento emotivo. Assolutamente da non perdere.

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Gengé

Tratto dal celebre romanzo di Luigi Pirandello Uno, Nessuno e Centomila, Gengè – diretto da Roberto Bacci – delinea con efficacia l’immagine di un uomo alla disperata ricerca del vero se stesso, lasciando a bocca aperta il folto pubblico del Teatro Franco Parenti di Milano. La realtà non è una sola. Ognuno di noi è portato a credere che la sua visione del mondo sia quella oggettivamente “vera”, ma non è così: ciascuno vede e percepisce il mondo in maniera del tutto personale, attraverso i suoi – e solo suoi – occhi, e quello che vede non è necessariamente condiviso anche dagli altri. È così che Vitangelo Moscarda, il protagonista del capolavoro pirandelliano Uno, Nessuno e Centomila – da cui trae diretta ispirazione il suggestivoGengè di Roberto Bacci e Stefano Geraci – scopre dettagli di sé che non aveva mai visto, partendo da un innocuo e banale particolare: un naso non perfettamente dritto. Il mondo di Vitangelo – Gengè, come lo chiama vezzosamente sua moglie – verrà allora stravolto, inducendo il protagonista a intraprendere una sciagurata e folle ricerca del vero se stesso, che sembra così diverso da quell’uno che credeva di essere. Nel suo doloroso percorso, Gengè tenterà in ogni modo di “annullare” i centomila Moscarda che vivono grazie allo sguardo degli altri, rasenterà la pazzia e infine si ritroverà ad ammettere amaramente di non essere nulla, di essere nessuno. Intensa, claustrofobica e potente, la performance, scritta da Bacci e Geraci e interpretata mirabilmente da Savino Paparella, Francesco Puleo e Tazio Torrini, dipinge il ritratto impietoso di un uomo e della sua progressiva discesa in un’amara e tragica pazzia, all’affannosa ricerca di un sé che non potrà mai vedere realmente “staccato” da se stesso. La scena è cupa e materialmente vuota – a eccezione di tre sedie, che costituiscono quasi una sorta di prolungamento di chi le occupa – ma al tempo stesso è colma della presenza dei tre interpreti, abilissimi a dar voce a Gengè e agli altri personaggi che popolano il mondo del povero protagonista. I tre attori incarnano l’essenza dell’opera di Pirandello, le tre possibilità che si profilano dinanzi agli occhi di Vitangelo: essere Uno, Nessuno o Centomila. Qual è la verità? Chi è realmente – e incontrovertibilmente – Vitangelo Moscarda? Per tutta la durata dell’opera, Gengè tenta strenuamente di dare una risposta a queste domande e l’ammissione finale di non essere, in fondo, nessuno lascia disarmati e profondamente impietositi da quest’uomo che altro non vuole se non conoscersi e riconoscersi. Un meccanismo ben oliato quello che Paparella, Puleo e Torrini fanno sapientemente funzionare sul palcoscenico, così come è perfettamente bilanciata la presenza scenica dei tre ottimi interpreti, quasi a dare l’impressione, nei passaggi più intensi, di essere un unicum, tre parti del medesimo corpo. Geniale la scelta di far interpretare a ciascuno dei tre attori la parte di Gengè, non soltanto in una sorta di “staffetta” scenica, ma in alcuni passaggi contemporaneamente, a ricreare un’eco suggestiva che rappresenta sonoricamente la miriade di sfaccettature di cui si compone la realtà e, allo stesso tempo, il progressivo caos in cui piomba la mente del protagonista. Azzeccata, inoltre, la scelta dei costumi, nei quali ricorre sempre la stessa combinazione di colori, a rimarcare ulteriormente come quelle tre persone che vediamo sul palcoscenico ne costituiscano, nel profondo, una soltanto. Ed è forse questa la chiave di lettura e, insieme, la “soluzione” dell’intera pièce: forse l’unico modo di vivere nel mondo è accettare di non essere un’unica persona, quell’uno che crediamo fermamente di conoscere, ma tanti individui quanti sono coloro che ci osservano. Soltanto allora, abbracciando tutte quelle entità diverse, potremo, forse, sentirci pienamente noi stessi.


Lo spettacolo continua: Teatro Franco Parenti Via Pier Lombardo, 14 – Milano fino a domenica 18 novembre orari: feriale, ore 20.45 – domenica, ore 15.45 Gengè da Uno, Nessuno e Centomiladi Luigi Pirandello drammaturgia Roberto Bacci, Stefano Geraci con Savino Paparella, Francesco Puleo e Tazio Torrini regia Roberto Bacci musiche Ares Tavolazzi costumi Patrizia Bonicoli direzione tecnica Sergio Zagaglia luci Stefano Franzoni produzione Fondazione Pontedera Teatro 2011


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Presentazione Rumor(s)cena iShow site specific installation di Katia Giuliani Il ritorno di Carlotta Clerici, regia di Marco Bernardi

Flickr photostream RSSiscriviti al feed per seguire le novità Twitteril nostro profilo su twitter Facebookpagina facebook LinkedinProfilo professionale FlickrLe nostre foto YouTubeI nostri video Teatro, Teatrorecensione — 04/12/2011 19:12

Gengè o Uno, nessuno e centomila, tre facce di un uomo destinato a sparire nel nero pirandelliano Posted by roberto.rinaldi

Il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”, così Luigi Pirandello definiva il suo Uno nessuno e centomila, l’ultima opera letteraria, considerata anche l’apice del suo pensiero, in cui agisce il protagonista Vitaliano Moscarda, un personaggio tra i più pirandelliani e complessi creati dalla sua penna. Sicuramente quello più dotato di auto-consapevolezza. Un uomo che fa della sua coscienza un interrogativo esistenziale, rivolto anche agli altri, alla stessa società in cui vive, a noi in qualche misura che lo leggiamo (nel caso del romanzo pubblicato bel 1926) e a teatro, dove sono state create differenti versioni. Gli interrogativi sono tali da riuscire a coinvolgere in prima persona, chiunque affronti la storia di un uomo ordinario, benestante per aver ricevuto una cospicua eredità paterna, in piena crisi identitaria quando percepirà, come gli altri hanno di lui un’immagine della sua persona radicalmente diversa. Inizia così un lungo e incessante calvario che lo porterà alla follia, all’alienazione da se stesso, ad una sorta di rinascita quotidiana che si frantuma consapevolmente ogni qual volta l’uomo mutua, da una condizione di sentirsi unico per tutti (Uno) a quella di non contare nulla (Nessuno), fino a scindersi in molteplici e diversi sé, man mano che si relaziona con gli altri (Centomila). La sua vita si vanifica nel tentativo di liberarsi di queste molteplici personalità a lui attribuite. La pazzia è la conseguenza inevitabile a cui non può sottrarsi: non semplicemente come condizione patologica ma più una proiezione riversata su di lui da parte degli altri, che non lo riconoscono, rifiutandosi di accettare che il mondo sia diverso da come loro lo vivono e lo immaginano.

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La realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito vortice del relativismo. Nel suo tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, viene preso per pazzo. Una gabbia in cui il protagonista è costretto a richiudersi da solo e paradossalmente l’unica via di fuga. Nessuna di queste immagini potrà mai essere cancellata, l’unica soluzione è farle rivivere nella sua lucida follia, a seconda di chi gli sta attorno: la moglie, l’amica, l’intera società. Una frantumazione di mille specchi dove lui si guarda per un desiderio incessante e logorante di scoprire una nuova immagine che gli permetta di ricostruirsi un’identità. Gengè (come viene chiamato dalla moglie) si mostra a seconda delle azioni che compongono la storia, un uomo crudele o generoso, altruista o egoista, “pazzo” a seconda della necessità estemporanea che gli si crea intorno e nelle quali lui si immerge sempre di più, fino ad arrivare all’annientamento totale dell’io e al rifiuto del nome, ad una fine nella miseria e nel più totale annientamento della sua esistenza. Vita e morte che si replicano a vicenda. Dove finisce l’una inizia l’altra per non trovare mai pace. Non trova pace nemmeno il “Gengè” di Roberto Bacci che ha allestito per il Festival Era, nuova produzione della Fondazione Pontedera Teatro, messa in scena con la Compagnia Laboratorio e i tre protagonisti Savino Paparella, Francesco Puleo e Tazio Torrini. Il regista, insieme a Stefano Geraci, hanno sintetizzato una loro versione drammaturgica da Uno, Nessuno e Centomila, scegliendo di concentrarsi su tre figure maschili che danno vita, attraverso una originale trasposizione, ad un Gengè che si relaziona con i relativi personaggi che compongono la trama originaria (la moglie Dida, l’amante Anna Rosa che lo ferisce con un colpo di pistola, il padre che lo vuole interdire), affidati agli altri due comprimari. Solo nella parte finale Savino Papparella incentra tutto su di sé, il peso del suo fardello che lo porterà a restare senza nome e senza più un’identità. I tre attori danno prova di un’intensa e partecipata recitazione, sempre spasmodica che fa vibrare senza mai cali di tensione. La messa in scena si avvale di tre sedie di legno disposte su un pavimento grigio, scalfito da strisce che danno l’impressione di graffi. Intorno solo il nero delle quinte che rinfrange con un “il nero” pirandelliano che tanto è presente nelle sue opere letterarie. Tre uomini quasi identici nella fattura dei loro abiti dove spicca il rosso nei dettagli, si rincorrono in continue azioni di avvicinamento e allontanamento, si intersecano creando contorsioni corporee, dove la loro fisicità si eleva alla massima potenza, alla pari della parola che si moltiplica come una voce amplificata da un eco tridimensionale.

L’Uno si sdoppia si triplica e si annulla come una ruota che gira su se stessa, un ingranaggio dove Gengè si manifesta in tutte le sue accezioni, un io reale e il suo alter ego, l’uomo e la sua maschera, quello che appare e quello che vedono gli altri di lui. L’essere e non essere. Uno e nessuno, senza fine, senza mai trovare pace. I centomila che ruotano intorno, satelliti di un unico pianeta chiamato inconscio a rischio collisione. La drammaturgia della parola scelta da Bacci e Geraci è la vera protagonista. Una parola capace di affermare con forza le contraddizioni dell’uomo moderno, di entrare nelle coscienze di tutti e scuoterle senza possibilità di evitarlo. Lo spettacolo contiene una forza magnetica nel suo impianto, costruito grazie alla presenza scenica-fisica-corporea dei tre attori, impegnativo per l’attenzione e la partecipazione intellettiva che il regista richiede, sottolineata dalle musiche composte da Ares Tavolazzi. È un

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PONTEDERA

JI

2011 27 Novembre Domenica Anno135,numero326

Roberto fucci mnttein scenil,"Gengi",PnnloMagellisceglip "Il giardirndeiciliegi" to Gengd,scopre un giorno guardandosiallo specchio,su! 0 una Toscanachepro perficie ambiguae inquietante, un alfuosestesso,un "suo" una,recente,chesii ri- volto finora ignorato,con quel messaa produrre teato. Non naso che inopinatamenteg1i succedeva da un po'.Una bella pendeverso desfuae che in scorilnessa di questi tempi qualchemodoIo apparentaal cne,srsa,nonsonoquestecose lYistam Shandy'dallodortuchedannoda mangiare.Senza nato naso sehiacciato",protadimenticarei progetti e le ini- gonista dell'omonimoromanziativepromossedalla ftsgie- zodi Sterne. ne, che investonoil territorio Sotbaendosia ogni identifigrazie aJlarete di Fondazione cazione,in un serratosiocodeltoscanaspettacoli 19parti, qua e Id punteggiato Il via al nuovocorso.in atte- dalle note di Ares TavolazzLi sa dellaPergolachea fine sta- tueinterpreti(gli ottimi Savino gionemettein campoun Mari. Paparella,FlancdscoPuleo e vaux diretto da PieroMaccari- Tazio Torrini) damo vita a nelli lo dannoPontederacon una sorta di danza macabra il pirandelliano'uno nessuno dgl'1ibro dell'inquiehrdine", centomila"isfuuitoda Roberto riawicinandosi cosia FernanBaccie soprathrttoPrato.Che, do Fessoa,Io scrittore portoforte della sua compamiasta- gheseora aI cenfuodelleattenbile, alla "CantafuG da]va"d-i zioni teabali di Baccie Gdraci Ionesco,regia di MassimoCa- La paraboladi Gengd,cosbetsh"r,ha fatto seguire,subito a to a uscirepazzoper "entare" ruota, il cecoviano"Giardino in sestessoprendela forma di dei ciliegf'orchestatoda Pao un quadrocubista. lo Magelli Comerin altro pezzodi quel Sulpdlcoscenico lungo fiume "non fuanquillo" di Pontedera ched iI corsoburrascosodele Gid sulle traccedi Pirandet- avanguardie. Io, semprein compaeriadi Ste Qrando:dal 1"al 4 dicembre. fanoGeraci aI ter?o"assalto Ro- Info 058772Ae8. berto Baccicenka in pienorin per suanahira mobibersagl.io le e sfuggentecomequello di "{lno, nessunoe centomila".ridotto nel titolo a "Gengd"dal nomignolo del protagonista, eshemoe tormentatissimozigzagaxedell'agrigentinofra i sentieridell'apparire. VitangeloMoscarda,appundiGabrieleRizza

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Il regista Paolo Magelli (a sinistra) Punta sullbpera di Cecov con lo "Stabile" di Prato A destra gli attori di "GengA" che Roberto Bacci ha tratto da Pirandello per il . palcoscenico del teatro Era


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Il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”, così Luigi Pirandello definiva il suo Uno nessuno e centomila, l’ultima opera letteraria, considerata anche l’apice del suo pensiero, in cui agisce il protagonista Vitaliano Moscarda, un personaggio tra i più pirandelliani e complessi creati dalla sua penna. Sicuramente quello più dotato di auto-consapevolezza. Un uomo che fa della sua coscienza un interrogativo esistenziale, rivolto anche agli altri, alla stessa società in cui vive, a noi in qualche misura che lo leggiamo (nel caso del romanzo pubblicato bel 1926) e a teatro, dove sono state create differenti versioni. Gli interrogativi sono tali da riuscire a coinvolgere in prima persona, chiunque affronti la storia di un uomo ordinario, benestante per aver ricevuto una cospicua eredità paterna, in piena crisi identitaria quando percepirà, come gli altri hanno di lui un’immagine della sua persona radicalmente diversa. Inizia così un lungo e incessante calvario che lo porterà alla follia, all’alienazione da se stesso, ad una sorta di rinascita quotidiana che si frantuma consapevolmente ogni qual volta l’uomo mutua, da una condizione di sentirsi unico per tutti (Uno) a quella di non contare nulla (Nessuno), fino a scindersi in molteplici e diversi sé, man mano che si relaziona con gli altri (Centomila). La sua vita si vanifica nel tentativo di liberarsi di queste molteplici personalità a lui attribuite. La pazzia è la conseguenza inevitabile a cui non può sottrarsi: non semplicemente come condizione patologica ma più una proiezione riversata su di lui da parte degli altri, che non lo riconoscono, rifiutandosi di accettare che il mondo sia diverso da come loro lo vivono e lo immaginano.

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La realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito vortice del relativismo. Nel suo tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, viene preso per pazzo. Una gabbia in cui il protagonista è costretto a richiudersi da solo e paradossalmente l’unica via di fuga. Nessuna di queste immagini potrà mai essere cancellata, l’unica soluzione è farle rivivere nella sua lucida follia, a seconda di chi gli sta attorno: la moglie, l’amica, l’intera società. Una frantumazione di mille specchi dove lui si guarda per un desiderio incessante e logorante di scoprire una nuova immagine che gli permetta di ricostruirsi un’identità. Gengè (come viene chiamato dalla moglie) si mostra a seconda delle azioni che compongono la storia, un uomo crudele o generoso, altruista o egoista, “pazzo” a seconda della necessità estemporanea che gli si crea intorno e nelle quali lui si immerge sempre di più, fino ad arrivare all’annientamento totale dell’io e al rifiuto del nome, ad una fine nella miseria e nel più totale annientamento della sua esistenza. Vita e morte che si replicano a vicenda. Dove finisce l’una inizia l’altra per non trovare mai pace. Non trova pace nemmeno il “Gengè” di Roberto Bacci che ha allestito per il Festival Era, nuova produzione della Fondazione Pontedera Teatro, messa in scena con la Compagnia Laboratorio e i tre protagonisti Savino Paparella, Francesco Puleo e Tazio Torrini. Il regista, insieme a Stefano Geraci, hanno sintetizzato una loro versione drammaturgica da Uno, Nessuno e Centomila, scegliendo di concentrarsi su tre figure maschili che danno vita, attraverso una originale trasposizione, ad un Gengè che si relaziona con i relativi personaggi che compongono la trama originaria (la moglie Dida, l’amante Anna Rosa che lo ferisce con un colpo di pistola, il padre che lo vuole interdire), affidati agli altri due comprimari. Solo nella parte finale Savino Papparella incentra tutto su di sé, il peso del suo fardello che lo porterà a restare senza nome e senza più un’identità. I tre attori danno prova di un’intensa e partecipata recitazione, sempre spasmodica che fa vibrare senza mai cali di tensione. La messa in scena si avvale di tre sedie di legno disposte su un pavimento grigio, scalfito da strisce che danno l’impressione di graffi. Intorno solo il nero delle quinte che rinfrange con un “il nero” pirandelliano che tanto è presente nelle sue opere letterarie. Tre uomini quasi identici nella fattura dei loro abiti dove spicca il rosso nei dettagli, si rincorrono in continue azioni di avvicinamento e allontanamento, si intersecano creando contorsioni corporee, dove la loro fisicità si eleva alla massima potenza, alla pari della parola che si moltiplica come una voce amplificata da un eco tridimensionale.

L’Uno si sdoppia si triplica e si annulla come una ruota che gira su se stessa, un ingranaggio dove Gengè si manifesta in tutte le sue accezioni, un io reale e il suo alter ego, l’uomo e la sua maschera, quello che appare e quello che vedono gli altri di lui. L’essere e non essere. Uno e nessuno, senza fine, senza mai trovare pace. I centomila che ruotano intorno, satelliti di un unico pianeta chiamato inconscio a rischio collisione. La drammaturgia della parola scelta da Bacci e Geraci è la vera protagonista. Una parola capace di affermare con forza le contraddizioni dell’uomo moderno, di entrare nelle coscienze di tutti e scuoterle senza possibilità di evitarlo. Lo spettacolo contiene una forza magnetica nel suo impianto, costruito grazie alla presenza scenica-fisica-corporea dei tre attori, impegnativo per l’attenzione e la partecipazione intellettiva che il regista richiede, sottolineata dalle musiche composte da Ares Tavolazzi. È un

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Pirandello sviscerato nelle pieghe più recondite dell’essere umano intricato, in fuga da se stesso, alla ricerca di un’identità perduta e ceduta in cambio di una libertà che non esiste. I visi increduli di Savino Paparella, Francesco Puleo, Tazio Torrini escalamo: “Chi sono?, Chi sono?, Mi guardi e mi guardano”. Tre voci come tre litanie declamate come una preghiera accorata: “La realtà è solo quella di oggi? – Perché vi ostinate a credere che sia solo questa l’unica realtà?” Ecco i dubbi amletici che risuonano e interrogano quello che può essere il “vedere una realtà sicura della vostra (nostra?) esistenza. Vedere cose che non esistono, colori che non ci sono, “rossi papavero”, mentre sono “cappellini di lana rossi per bambini”. “Vi erano sembrati papaveri? Mi sono sbagliato?” È l’alienazione dell’uomo che fugge -si perde – si dilegua, nella sua ineluttabilità che lo accompagna verso la disperazione. Prigioniero di un carcere esistenziale. La pazzia come ultimo rimedio per non subire un danno. Gengè viene sbeffeggiato, deriso, costretto a diventare ancora una volta Uno, nessuno, centomila fino alla fine dei suoi giorni. Lo sparo che lo ferisce e spiazza tutti. Poi alla domanda “chi era?” la risposta è l’unica possibile: “Niente non era nessuno”. E Gengè sparisce nel nero. Gengè da Uno, Nessuno e Centomila di Luigi Pirandello drammaturgia di Roberto Bacci e Stefano Geraci Con Savino Paparella, Francesco Puleo, Tazio Torrini Musiche Ares Tavolazzi visto al Teatro Era di Pontedera il 26 novembre 2011

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