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Michele Tozzi

CONFERENZA binata AMIRANTE/CAO DUE PUNTI DI VISTA SULLA RIGENERAZIONE DI FEDERICA FASSINA È Umberto Cao, preside della Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno, ad iniziare il confronto. «Per questioni anagrafiche – esordisce – ho vissuto direttamente quasi cinquant’anni di dibattito sulla città. Forse per questo il tema del rapporto tra architettura e città mi è sembrato svilupparsi senza particolari discontinuità, seppure in continua evoluzione e in coerenza con i cambiamenti della società. Provo pertanto una sorta di fastidio per i continui slittamenti di significato che hanno definito le caratteristiche e le finalità dei procedimenti di progettazione urbana. Le mutazioni terminologiche hanno reali radici semantiche, che seguono le grandi trasformazioni del pianeta». La forma della città contemporanea – si diceva e si scriveva proprio in questa scuola veneziana – non può che trarre origine dall’analisi dei fenomeni urbani e dalle permanenze storiche: non più progettazione urbanistica, quindi, ma progettazione urbana, non solo quantità e relazioni, ma qualità e forma. La salvezza era nella storia e il concetto di sviluppo della città fu sostituito con quello più prudente di modificazione della città. Dopo la caduta del muro di Berlino le città hanno iniziato a crescere più velocemente della capacità di studiosi e architetti di prefigurarne evoluzione e forma. Intenta a osservare la città compatta e il problema delle periferie, la cultura architettonica non si era accorta che le città avevano infranto i loro confini e si erano estese nel paesaggio. Cambiano ancora le parole e le procedure di intervento: si diffondono termini come progettazione infrastrutturale, progettazione delle reti, e, soprattutto, progettazione del paesaggio. Sul finire del secolo, mentre in occidente la nuova

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dimensione della città diffusa metteva in discussione quasi tutti i principi della città compatta tradizionale, nei paesi in via di sviluppo la nuova megalopoli bruciava i tempi, riallineandosi in pochi anni ai problemi della città occidentale. Nascono termini nuovi come rarefazione, densificazione, stratificazione, quasi sempre applicati a conurbazioni esistenti. Arrivando all’oggi, i problemi che devono essere affrontati a mio avviso sono tre: la necessità di non consumare più suolo, il degrado fisico dell’architettura e l’impoverimento degli spazi pubblici che, non sono più i luoghi della “polis”, ma gli spazi del consumo. Il termine rigenerazione urbana può diventare articolato e molteplice e declinarsi in rapporto al recupero delle tracce e permanenze storiche, al rinnovo degli spazi aperti, alla trasformazione delle periferie, alla riorganizzazione delle infrastrutture, alla riqualificazione del paesaggio. Potrà anche contaminarsi con altri termini e diventare riciclo, riuso, rifunzionalizzazione, con l’unica irrinunciabile condizione di non rinchiudersi in una dimensione disciplinare esclusiva. Roberta Amirante prende la parola iniziando dalla declinazione dei temi di rigenerazione urbana nella ricerca universitaria, rapportati a una sua esperienza personale. In occasione di un piano di azione locale per il comune partenopeo al quale l’Università “Federico II” ha partecipato, è stato elaborato un progetto per piazza Mercato a Napoli. L’area sorge vicino al porto e gli edifici del Settecento che la conformano compongono un’esedra di altezza modesta, in netto contrasto con la mole di palazzo Ottieri, risalente agli anni Cinquanta, che impedisce la vista del mare. L’iter progettuale è iniziato ascoltando i desiderata

di abitanti e commercianti della zona. Non era di primaria importanza abbattere il “mostro”, ma piuttosto sviluppare le funzionalità dell’invaso. Si è pensato quindi di “accendere le luci” su piazza Mercato, progettando delle strutture innovative rivestite di tessuto (elemento che rimanda alle attività commerciali della piazza) per ridare al sito decoro e attrattive, facendolo diventare uno spazio scenico, in analogia con la sua antica funzione teatrale. Si è cercato anche di rigenerare palazzo Ottieri, progettando sul tetto una piazza pubblica alla quale si può accedere mediante un ascensore esterno, nonché un parcheggio sullo spiazzo antistante, come previsto dal piano regolatore. Unendo i ricavi del parcheggio, gli incentivi economici che si potrebbero ricevere dagli stanziamenti regionali per la ristrutturazione – anche energetica – della facciata e la messa a reddito del tetto, «forse si riuscirebbe a fare qualcosa che riguarda lontanamente l’architettura», conclude Roberta Amirante. In chiusura Umberto Cao, commentando il lavoro presentato dalla collega, l’ha punzecchiata dicendo che non coglieva nell’intervento descritto contributi innovativi. La risposta non si è fatta attendere: la docente partenopea ha ribattuto che Napoli è una città-mondo e che porta con sé un alto livello di complessità. Risolvere dei problemi non deve per forza voler dire “fare innovazione”, anche se rispetto a un tempo a Napoli si è raggiunto un alto livello di rinnovamento.


ETB STUDIO IL RISPETTO PER IL PROPRIO LAVORO Intervista a Alessandro Tessari e Matteo Bandiera

VENEZIA, 3 LUGLIO 2012

MICHELE TOZZI

DI Giovanna Celeghin W Prima di fondare ETB siete stati entrambi studenti dell’Iuav, poi avete lavorato alla tesi con Vasquez Consuegra all’ETSAS di Siviglia. Com’è stato per voi il passaggio dalle aule allo studio professionale? At Il nostro percorso ha attraversato varie fasi: quella universitaria, un percorso molto regolare legato alle caratteristiche della docenza Iuav e ai modi della rappresentazione del progetto in uso a Venezia. Poi c’è stata una sorta di rottura legata alla tesi, nel senso che avevamo la necessità di uscire un po’ dalla routine del quinquennio. Abbiamo infine collaborato per tre anni e mezzo con Consuegra. L’uscita dalla facoltà è stata pertanto abbastanza “dolce”. In realtà i passaggi sono sempre stati molto accompagnati. W Avete due sedi, a Treviso e Siviglia; c’è qualche differenza sensibile o si possono considerare uno studio unico? Mb Si può sicuramente considerare uno studio unico, anzi, crediamo siano proprio la possibilità di interscambio e il fatto di essere a distanza a creare una condizione interessante a livello progettuale, di ricerca, e soprattutto per quanto riguarda le differenti suggestioni su cui operiamo. è un modo di approcciarsi alla professione cui noi teniamo molto, nata come una necessità logistica ma diventata poi una questione strutturale, ed ora è una sorta di grande sistema dinamico. AT C’è una componente a-territoriale legata allo studio. Inoltre sono entrambe realtà molto snelle; cerchiamo di avere un organico ridotto per lavorare sui progetti con quei parametri di artigianalità che sentiamo come necessari. W Quanto conta la rappresentazione grafica nel vostro lavoro? At Occorre avere la capacità di saper raccontare delle cose, una capacità che si trasmette in maniera identica con il rendering o con qualsiasi altro mezzo. Ci interessa relativamente poco il fascino che può esercitare il mondo della rappresentazione virtuale ma è certo che abbiamo l’ossessione per la cura dei disegni, la stessa che porta l’artigiano più umile a fare al meglio il suo lavoro. L’architetto a nostro parere dovrebbe essere capace di far capire l’utilità dello strumento, e soprattutto la sua dignità, a volte completamente travisata. Molto spesso il tipo di linguaggio rappresentativo è abbinato al tipo di ricerca che viene svolta. Nel nostro caso non è così. Mb Crediamo che questi siano tutti dei mezzi per dare immediatezza alla nostra idea, che in un concorso è un aspetto fondamentale, ma lo è anche in un lavoro per una committenza diretta. Saper rappresentare un tipo di ricerca o alcune scelte, raggiungere il giusto grado di intonazione per noi è importante e cerchiamo sempre di mostrare come il progetto risponda all’atmosfera di un luogo, senza inutili protagonismi. W Per quel che riguarda l’area di progetto del vostro laboratorio? MB I gasometri sono dei catalizzatori, una sorta di miccia che può innescare tutta una serie di altre problematiche nel tessuto del sestiere, rispetto alla laguna, alla terraferma e a tutti gli elementi che la storia ha sedimentato in esso. Penso per esempio all’ex liceo “Paolo Sarpi” che è un fuori scala per Venezia, o agli orti, o alla facciata palladiana di San Francesco della Vigna. Non sono tanto i gasometri in sé, quanto la complessità delle relazioni che questi creano nell’intorno che penso abbia un po’ stupito i ragazzi. W Due consigli per gli studenti, che possono essere un po’ sfiduciati nei confronti del mondo del lavoro? At Se avessi un figlio architetto gli consiglierei di passare due anni fuori dall’Italia e magari dall’Europa, per rendere la contingenza un meccanismo di accrescimento. L’architettura, se viene vissuta come attività non solo professionale ma di impegno quasi costante, permette di leggere il mondo in maniera diversa. In secondo luogo uscire dal proprio contesto stimola anche una più attenta presa di coscienza. In Spagna si dice toreanas, cioè guardare le cose con una certa arguzia per superare un problema. MB Secondo me se ci si accorge che, nonostante il monte-ore passato sui progetti, le nottate e il sacrificio che questa professione richiede, non c’è più l’entusiasmo, allora è il momento di pensare a un altro futuro. L’università può veicolare in molti casi l’impressione che questo sia un lavoro pseudoartistico, invece è una professione che ha tantissimi livelli al suo interno, aspetti tecnici, scientifici, soprattutto sociali. è necessario innanzitutto il rispetto verso se stessi, e poi verso gli altri. Solo con tantissima passione si può forse sperare, come noi speriamo, di fare al meglio questo mestiere.

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MATTEO PUGGINA

WS nesbeitt Sopralluogo nell’area degli ex gasometri Chamber of light in a university room

di Angela Robusti Saper ascoltare le proprie emozioni e le suggestioni che le proporzioni degli edifici circostanti sanno trasmettere; questo è il programma del sopralluogo svoltosi nell’area degli ex gasometri di San Francesco della Vigna nella torrida mattinata di mercoledì 4 luglio. Benjamin Nesbeitt, visibilmente accaldato, ha più volte ribadito come sia importante prendere confidenza con l’intera area, non solo quella fisicamente interessata dal progetto, ma anche con il campo vicino, ragionando sulla fruibilità del sito in senso più ampio. Il tema del workshop prevede l’installazione di una chamber of light all’interno di uno spazio destinato agli studenti universitari. Un ruolo importante sarà assunto dal rilievo fotografico, che costituirà parte fondamentale dell’allestimento conclusivo. Nell’approccio all’ideazione progettuale di Nesbeitt l’aspetto figurativo sembra rivestire un ruolo essenziale. L’architetto statunitense mira infatti a giocare con le suggestioni che scaturiscono dallo studio approfondito dell’area e che ben si ricollegano alle tematiche trattate nell’intervista da lui rilasciata, apparsa nel numero 3 di WAVe. Obiettivo del progetto è realizzare un’area in grado di accogliere la cittadinanza, regalando ai visitatori di questa parte “nascosta” di Venezia uno spazio idoneo alla musica e all’aggregazione. Facendosi largo tra il verde e le preesistenze è davvero interessante ascoltare le sue riflessioni sull’importanza di costruire spazi che vengano in qualche modo riempiti da una materia intangibile (la luce) e che quindi non possono essere considerati semplici spazi “vuoti”, anche se fisicamente appaiono come tali. Tutto ciò deve condurre al disegno di ambiti intesi come luoghi necessari allo sviluppo della vita collettiva. Nesbeitt ha sollecitato i suoi allievi a prestare un’attenzione particolare anche a ciò che dall’area di progetto si vede, poiché spesso gli scorci inconsueti offrono inedite e insperate possibilità progettuali. Le strutture dei gasometri sono di carattere industriale e sono inserite in un contesto che comprende ampi spazi verdi, alcuni magazzini di epoche passate e un edificio residenziale, anch’esso storico. Tutti questi “materiali”, le commistioni di stili appartenenti a tempi differenti, ben si prestano a essere rivalutati. Giocando con le luci e con le forme degli edifici già esistenti, si dovrà dare un nuovo volto al complesso. Qualche studente ha domandato infine al docente quali sarebbero le sue idee nel caso in cui gli venisse affidato il progetto di rivalutazione dell’area. Nesbeitt ha detto che lo affascinerebbe utilizzare gli ex gasometri per creare una struttura di supporto alla vita pubblica; vorrebbe probabilmente ritrovare una giusta misura per gli spazi urbani grazie a una definizione più contenuta della piazza interna, inserendo una cortina abitativa che possa fare da cornice a un luogo ricco di spunti visuali. La mattinata si è conclusa con un “rompete le righe” e con l’appuntamento in aula – al fresco – per trarre ulteriori conclusioni.

WS BERTAGNIN SOPRALLUOGO al Passo Campalto The other side of Venice di Caterina Rigo Un sole cocente accoglie i partecipanti al workshop di Mauro Bertagnin su quella che il docente ha definito “l’altra Venezia”, una fascia di terra che si estende dal parco San Giuliano fino al limitare dell’aeroporto di Tessera. Passo Campalto è uno di quei luoghi normalmente invisibile agli occhi del turista, punto di accesso al sistema delle barene e affaccio alternativo sulla laguna, che restituisce una visione a dir poco singolare della città. È il confine tra la terra e l’acqua, e per questo Bertagnin lo definisce come una “Venezia di spugna”, contrapposta alla “Venezia di pietra”. È anche una ricca risorsa che potrebbe essere sfruttata per ampliare le proposte turistiche della città e per essere utilizzata per visite didattiche da dedicare all’osservazione e allo studio della grande varietà di specie naturali. Il paesaggio e la meteorologia non spaventano il docente, abituato al ben più torrido clima africano e ormai già al terzo sopralluogo su questo sito; riparato dal suo cappello, scatta foto da qualsiasi angolazione, esortando gli studenti ad addentrarsi tra la vegetazione per ottenere immagini inconsuete e utili alla riflessione sul progetto. Avanzando lungo l’argine del canale Osellino, incontriamo le anomalie del lungo-barena: rifiuti di

ogni sorta, un’area per il tiro al piattello abbandonata, una villa. Vengono identificati dei punti strategici da cui partirà il progetto di riqualificazione dell’area, che nella mente di Bertagnin – poliglotta senza affettazioni – è perfetta per ospitare “the gateway to the lagoon”, una grande porta di accesso alla laguna di Venezia (citando i progetti per le porte della Repubblica di San Marino, del suo maestro Giancarlo De Carlo). Gli studenti dovranno definire il sistema dei percorsi, disegnando ponti e passerelle dove necessario, per ridare accessibilità all’intera zona, rendendola fruibile sia al turista singolo che alle affollate gite scolastiche. In alcuni punti, dove notiamo a terra le tracce delle batterie di cannoni risalenti alla Grande Guerra, possono nascere dei punti di osservazione attrezzati, che saranno mappati in un’ipotetica “Guida al parco della Laguna” che il docente propone di realizzare all’interno del workshop. Il gruppo si addentra nella vegetazione lungo l’argine, dove la strada bianca si fa sentiero, mentre sulla terraferma una distesa di campi e boschi è interrotta solamente da qualche isolato complesso industriale. Il progetto che Mauro Bertagnin ha in mente è un intervento a costo contenuto, da realizzare lavorando con quanto già esiste, perché la ricchezza maggiore del luogo è data dalla valenza

paesaggistica del contesto naturale. Sulla via del ritorno, Bertagnin anticipa che tra i prossimi appuntamenti del corso ci sarà una lezione tenuta da Antonio Di Mambro (fondatore dello studio Antonio Di Mambro + Associates, Inc.), autore del vicino parco San Giuliano a Mestre, esempio di intervento in un’area sensibile con il quale, forse, sarà necessario individuare possibili connessioni.

NICOLÒ ARZENTON

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VALERIA LOVATO

di Marco Masini Subire il fascino del luogo, osservarlo per prenderne coscienza, entrare in contatto con l’anima pulsante che riempie ogni spazio. L’ex alluminificio Sava, con la sua mole colossale, con il suo ventre di acciaio e calcestruzzo e la sagoma mastodontica dei suoi altiforni, si presta con singolare eleganza a stimolare la fantasia di chi si inoltra tra le sue campate. Il complesso è composto da quattro edifici: uno di seicento metri di lunghezza, sventrato, sta sul terreno come lo scheletro di un colossale serpente marino appartenuto ad ere lontane. Alla sua destra gli altri tre titanici blocchi inquietanti: due parallelepipedi industriali e un imponente silo in calcestruzzo aggredito da scale in acciaio che ne marcano la fisionomia del prospetto. Questo è il sito; ma per capire meglio di cosa stiamo parlando bisogna prestare attenzione a ciò che lo circonda. Preso il vaporetto dalle Zattere in direzione Fusina si entra gradualmente in contatto con una realtà che si distacca, opponendosi in qualche modo a Venezia. L’acqua si fa più sporca e appaiono i primi residui dell’industrializzazione impazzita dei decenni precedenti. La zona è tremendamente inquinata e anche questo fattore aiuta a comprendere meglio con cosa si ha a che fare. Il paesaggio che si presenta è completamente artificiale, svetta imponente la centrale dell’ENEL nel lotto adiacente a quello di progetto. Montagne di acciaio consacrate alla produzione di energia circondano l’osservatore catapultandolo in una condizione lillipuziana. Non si ha mai la completa sensazione di dominare la scena, ci si sente insignificanti davanti a questi mastodonti. E ci si ritrova in preda di una sindrome da spaesamento. Ci vuole parecchio tempo e un robusto spirito da intrepidi esploratori per penetrare al fondo di tutto questo ammasso di rottami, ma a ogni passo si scoprono dettagli sempre più entusiasmanti. Inizialmente lo sguardo è carpito dall’altezza di ciò che ci circonda, poi si inizia a familiarizzare con la lunghezza dell’edificio. Raramente capita di poter vedere per intero un oggetto artificiale in cui prevalga in questo modo la dimensione orizzontale. Non è facile; questa presa di coscienza richiede una certa quantità di tempo, di concentrazione, di dedizione. In seguito ci si accorge della natura del luogo su cui si cammina: svariate conche e scavi smentiscono l’idea di essere su un terreno saldo, sotto i nostri piedi si scorge solo acqua. Finalmente si entra nel ventre dell’alluminificio, dove appare allineato lungo una prospettiva centrale un numero incalcolabile di pilastri: il loro ritmo scandisce il tempo di percorrenza della fabbrica, aiuta a capirla, la loro possanza sorregge camminamenti sospesi a due metri sopra alle nostre teste e ancora più in alto. Un incredibile vuoto verticale lascia scorgere solo in parte i dettagli della copertura. È impossibile non scatenare la fantasia e mentalmente riempire i vuoti e creare viste, scorci e volumi che potrebbero interferire con la preesistenza. Il viaggio continua nei massicci blocchi adiacenti dove si scorgono ovunque murales che rendono il luogo più vivo, più capace di contenere gesti umani. Poi, improvvisamente, appare un’enorme parete di acciaio interamente conquistata dalla ruggine, sulla quale campeggia il volto disegnato di un bambino. È un volto sofferente, due occhioni spalancati guardano pieni di speranza l’esterno. Non saprei spiegare il motivo della sua importanza ma questa faccia, gigantesca, scatena in tutti i presenti delle emozioni profonde. Fa riflettere su cosa è stata l’industrializzazione, su come ha aggredito il terreno e le vite degli uomini, su come ora non si possa più camminare in una direzione che prevede solo la consunzione dello spazio naturale e dell’esistente. E per contro, offre il miraggio tangibile che un progresso più equo sia comunque possibile.

WS CAO SOPRALLUOGO NELL’AREA DELL’EX ALLUMINIFICIO SAVA I titani di Porto Marghera

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LEZIONE progetto sulla terra di mezzo Mauro Galantino al WS Amirante

ALESSANDRO CANNAVÀ

DI FEDERICA FASSINA Il lotto triangolare dell’area Marittima è una porzione di territorio che è stata oggetto del concorso di progettazione per un “Garage multipiano e opere connesse” (indetto da APV investimenti S.p.A. nel 2008) vinto in qualità di capogruppo da Mauro Galantino intervenuto martedì 3 luglio nel workshop di Roberta Amirante. Il gruppo di Galantino, nelle more dell’attesa realizzazione, ha continuato a lavorare per proprio conto con l’obiettivo di riqualificare l’intera zona che si interpone tra il piazzale del Tronchetto, il ponte della Libertà e la rampa di San Basilio (ex Locomotive). I progettisti hanno inizialmente preso in considerazione due connotati, a loro avviso, caratterizzanti del sito: la scala e la posizione. La scala a causa della dimensione e della forma del lotto, anomala per Venezia: uno spazio dilatato e aperto non comparabile con le calli strette e senza luce del centro storico. La posizione, che la definisce come una sorta di terra di mezzo che, pur essendo prossima al centro della città, gli è in realtà estranea. Questi due parametri hanno consentito di sviluppare il progetto di un complesso multifunzionale denominato “parco d’ingresso a Venezia” in grado di offrire la possibilità di vedere la città nella sua interezza da terra, come avviene oggi solo dal ponte della Libertà, ma con un nuovo significato e precise caratterizzazioni rispetto al suo intorno. È proprio sul tema della “scoperta” di Venezia che il progetto prende vita, attraverso la costruzione

di un luogo che può ospitare molteplici attività: un parcheggio, due parchi, dei negozi, un ristorante, una terrazza panoramica e una piscina. La presentazione di Galantino si apre con un filmato in cui la voce narrante di Giovanna Bozzolo, attrice e interprete milanese, spiega questo progetto partendo dall’entrata protetta, descrivendo le passeggiate che i visitatori possono fare all’interno dei due parchi (uno “alto”, chiuso verso la laguna e uno “basso” che attraversa il complesso per tutta la sua lunghezza, con un dislivello fra loro di 3,5 metri), la piscina al pianterreno, le due file di portici con negozi davanti ai quali si apre una vasca di forma sinuosa che aumenta la convivialità del luogo, passando per il ristorante e il caffè, l’albergo ecosostenibile con finestre policrome à la Mondrian, fino ad arrivare all’immensa terrazza panoramica che si apre sulla città di Venezia. Elementi caratterizzanti appaiono sia la conformazione del tetto giardino – lungo 400 metri e largo 200 – con una sorta di piega all’interno creata attraverso la “corrugazione” di dune artificiali coperte (ideate dai paesaggisti Alain Dervieux e Dominique Hermandez), sia la vegetazione della punta finale del lotto. La lezione si è conclusa con la presentazione di un’ulteriore evoluzione del progetto, che trasforma la struttura del garage in quattro piani distinti per funzione: i primi due destinati a parcheggio, i due più alti adibiti a spazi espositivi con quattro “cannocchiali” che bucano la copertura e permettono di scoprire parti interne dell’edificio.

LEzione DI ACQUA E ARIA. L’ISOLA DEL TRONCHETTO VINCENZO DE NITTO E GIORGIO DE VETTOR al WS TAORMINA del Comune di Venezia; figure con le quali ripercorriamo scelte, idee e progetti che hanno interessato nell’ultimo decennio il Tronchetto e i due principali poli cui fanno capo le connessioni urbane dell’area metropolitana di Venezia, Mestre per la terraferma, piazzale Roma per il centro storico, e il cordone ombelicale (ora automobilistico e ferroviario, tra qualche tempo anche tranviario) che li pone in relazione, cioè il ponte della Libertà. Nel corso di quest’ultimo decennio la viabilità di tutta l’area lagunare è stata una delle questioni alle quali pubbliche amministrazioni e progettisti hanno provato a fornire una pluralità di risposte. La viabilità, intesa come connessione di aree, idealmente è legata allo schema classico della circuitazione (le tangenziali sono il paradigma del sistema di distribuzione dei flussi perimetrali dei centri abitati), ma per quanto riguarda la città storica questa modalità non è praticabile in quanto le ultime campate, troppo basse rispetto al pelo dell’acqua, del ponte della Libertà, interrompono l’anello

ALBERTO FILIPPUCCI

DI DANIELE VOLPATO Francesco Taormina, architetto, docente e ricercatore, ha compiuto studi sulle relazioni che l’architettura stabilisce con i contesti urbani e territoriali alle diverse scale del progetto. Affronta Urban Regeneration 2 proponendo di ripensare l’isola del Tronchetto, per ridare un’identità a un luogo tutt’ora incompleto e riconosciuto principalmente come polo infrastrutturale ma non urbano. Capire il Tronchetto, isola artificiale nata in seguito a un imbonimento avvenuto tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, è il primo necessario passo per comprendere il tema del progetto. Occorre quindi riflettere sul ruolo strategico dell’isola, sia per la sua posizione geografica che per il ruolo di connessione che assume nei confronti della terraferma. Per iniziare a prendere confidenza con una realtà così complessa, Taormina ha invitato Vincenzo De Nitto e Giorgio De Vettor, rispettivamente dirigente e responsabile dell’Ufficio Urbanistica per il centro storico

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navigabile. La connessione tra Venezia e il suo entroterra, in cui il Tronchetto gioca un ruolo chiave, sembra avere maggiori possibilità di essere potenziata in modo efficace. Proposte per rafforzare le due “teste di ponte” sono già una realtà tangibile in terraferma; il Parco Scientifico “Vega”, il parco di San Giuliano e i recenti progetti riguardanti Forte Marghera costituiscono alcuni esempi di questo processo. Al capo opposto del ponte la soluzione più interessante, condivisa anche dal Comune di Venezia, è quella proposta da Mauro Galantino, docente dell’Iuav e vincitore nel 2008, con altri, del concorso per la “nuova porta di terra a Venezia”. Dal progetto emerge la volontà di limitare e regolare i flussi dei mezzi di trasporto pubblici e privati che attualmente a piazzale Roma trovano il punto di arrivo; la nuova “porta di terra” viene immaginata come uno spazio collettivo, dove il transito è concesso unicamente ai mezzi pubblici e l’arrivo e la sosta dei privati sono autorizzatima con forti limitazioni.


© URBAN SPLASH

Venerdì 6 luglio 2012 W.A.VE. Workshop di Architettura Venezia numero 4 Supplemento a Iuav giornale dell’università Registro stampa n. 1391 Tribunale di Venezia a cura del servizio comunicazione comesta@iuav.it ISSN 2038-7814 Direttore Amerigo Restucci Responsabili scientifici Massimiliano Ciammaichella Marina Montuori Leonardo Sonnoli Direzione redazione testi e immagini Marina Montuori Direzione blog/multimedia Massimiliano Ciammaichella Direzione redazione grafica Leonardo Sonnoli

Note di riciclaggio urbano Urban Splash Group Limited

Tutor Barbara Angi Massimiliano Botti Stefania Catinella Anna Saccani

DI BARBARA ANGI Per ottenere interventi di riciclaggio efficaci molto spesso è necessario predisporre un insieme coordinato di azioni, così da poter agire nei diversi ambiti della manutenzione ragionata del costruito che comprendono non solo questioni strutturali o impiantistiche, ma anche temi legati al recupero sociale ed economico dei manufatti. Prevedere quindi un intervento integrato e multidisciplinare sembra essere una strategia vincente che produce effetti positivi non solo nei confronti dell’edificio ma anche del contesto – multiforme e per forza di cose complesso – in cui è inserito. Consapevole delle potenzialità di questo tipo di approccio l’agenzia britannica Urban Splash ha fatto del riciclaggio urbano una filosofia aziendale occupandosi, dal 1993, della riconversione di edifici in disuso per una superficie pari a circa due milioni di metri quadrati e per un giro di affari di oltre un milione di sterline. Urban Splash è un’associazione di professionisti provenienti da diverse discipline; il team è composto da laureati in storia politica, in architettura, in urbanistica, in interior design, in economia e da figure senza alcuna formazione specifica, anche se con una lunga esperienza nella costruzione di edifici. Le origini di Urban Splash, esplicitamente dichiarate dal gruppo, sono legate alla cultura pop degli anni Ottanta, epoca in cui le condizioni politiche ed economiche “globali” hanno portato da un lato a una sorta di revival del “riflusso” in termini di individualismo esasperato, dall’altro hanno prodotto frammenti di generazione capaci di credere alla possibilità di cambiare la realtà, al ritmo di The Winner takes it all. L’incredibile fede di Urban Splash nei confronti del design e dell’architettura, unita al desiderio di porre rimedio al deterioramento urbano delle città britanniche, si manifesta fin dalle prime realizzazioni. Una passione che li porta ad occuparsi di aree degradate e fatiscenti, per le quali la demolizione totale sembra essere l’unica via possibile per una valida riconversione. Tuttavia, come Urban Splash dichiara, «riutilizzare, invece di abbattere, mantenere ciò che è buono e migliorare ciò che non c’è» può produrre delle reazioni a catena dagli inaspettati benefici, non solo in termini economici ma anche sociali e ambientali. Per ognuno degli ambiti presi in esame il team britannico, capitanato da Tom Bloxham, ha un preciso obiettivo da raggiungere. Il progetto di riciclo urbano, che parte dalla volontà di garantire una certa mixité sociale con la predisposizione di alloggi dedicati a nuclei familiari eterogenei e con redditi misti, approda al concetto di comportamento “ecologicamente responsabile” così da dimostrare, ancora una volta, la bontà delle operazioni di riuso rispetto a quelle di scarto e nuova costruzione. Per Urban Splash il termine sostenibilità è ormai abusato e non tiene conto della possibilità di trasformare il costruito, per quanto risulta necessario, senza per forza, ogni volta, ricominciare tutto da capo. I risultati ottenuti fino ad ora dal gruppo britannico sono raccolti nel volume Trasformation (RIBA Publishing, Londra 2011), la cui lettura è consigliata tenendo in sottofondo gli equilibrismi vocali di Jimmi Sommerville in Don’t Leave Me This Way.

Collaboratori Monica Pastore Anna Silvestri Laboratorio interfacoltà nell’ambito dei workshop estivi a.a. 2011-12 Redazione testi Chiara Bortolan, Sofia Bruschetta, Giovanna Celeghin, Claudia Chimento, Federica Fassina, Marco Masini, Alice Nalotto, Marco Ribatti, Caterina Rigo, Angela Robusti, Daniele Volpato Redazione grafica Ugo Bosco, Melania Fiasconaro, Luigi Frettoloso, Adelaide Imperato, Alessia Longo, Martina Nicoletti, Anna Pagliaro, Rita Petrilli, Beatrice Rachello

UN LIBRO. Jay McInerney, Le mille luci di New York Bompiani, Milano 1986

DI MASSIMILIANO BOTTI «Tu non sei esattamente il tipo di persona che ci si aspetterebbe di vedere in un posto come questo a quest’ora del mattino». La narrazione in seconda persona singolare (il libro di fatto prende il lettore e lo porta con sé), l’endorsement di Fernanda Pivano, la precoce celebrità dell’autore (JMcI farà parte del leggendario Brat Pack, assieme al suo “gemello tossico” Bret Easton Ellis e ad altri giovani scrittori ed editor newyorkesi) hanno reso questo volume la trenodia, buffa e ironica e dolente, degli anni Ottanta e del cosiddetto edonismo reaganiano. Il cui lato oscuro sarà incarnato, di lì a qualche anno, da American Psycho. Letti assieme valgono quanto uno sguardo attonito sull’abisso.

Fotografia Nicolò Arzenton, Alessandro Cannavà, Giada De Pra, Alberto Filippucci, Valeria Lovato, Matteo Puggina, Federico Quaia, Graziana Saccente, Francesco Totaro, Michele Tozzi Blog Gregorio Carletti, Andrea Dal Martello, Giacomo D’Agnolo, Gian Luca Fonderico, Alberto Giacomin, Marina Mangiat, Laura Panno, Ivo Pisanti, Eleonora Porcellato, Sara Romic, Giulia Scuccato, Andrea Sparzani, Nicolò Temporin, Viola Vedù, Elisa Vendemini online http://farworkshop.wordpress.com e-mail wave12@iuav.it Tutor di coordinamento Cristian Faccio Elisa Romano Gargarella Serena Piccoli Paolo Ruaro Eleonora Samaritan Coordinamento generale Esther Giani Stampa Grafiche Veneziane, Venezia Le immagini di copertina descrivono la percezione degli spazi urbani in tempi diversi. In questo numero foto di Giada De Pra.

Progetto grafico W.A.VE. 2012 Leonardo Sonnoli - Tassinari/Vetta, con Irene Bacchi (identità visiva), con Monica Pastore, Anna Saccani, Anna Silvestri (quotidiano)

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ATELIER

W.A.VE. — Workshop di Architettura Venezia anno VI venerdì 6 luglio 2012 supplemento a Iuav giornale dell’università

COTONIFICIO SANTA MARTA piano terra A1 Konstantinidou A2 Tessari ETB Studio B Nesbeitt C Okada D Wilmotte E Cecchetto F Braghieri G Lovero I Corvalan con il patrocinio di

piano primo L1 Spadoni L2 Venezia M1 Desideri M2 Amirante N1 Trame N2 Hoehmann/Verdugo O1 Reicher O2 Carnevale

APPUNTAMENTI

AVVISI

WS MERLINI Dall’ingegneria delle strutture all’architettura delle strutture Conferenza di Enzo Siviero MAGAZZINI LIGABUE AULA 2.4 venerdì 06 luglio, ore 15:00

SERVIZI Nei corridoi di ciascuna sede sono stati attrezzati contenitori appositi per la raccolta differenziata (carta, plastica, ecc.) e per i materiali di scarto dei plastici. Utilizzateli! All’esterno di ciascuna sede è stato attrezzato un luogo apposito per eventuali operazioni di verniciatura spray (anche per la colla!) dei modelli o parti di esso. PULIZIE Nelle aule: ciò che sarà lasciato per terra e sulle sedie sarà gettato. Usare i sacchetti neri forniti per un eccesso di rifiuti. Lasciarli legati in aula per lo smaltimento. Nei corridoi: ciò che sarà lasciato per terra, sui tavoli e sulle sedie sarà gettato. Dalla III settimana a ciascun workshop sarà fornito una scopa e una paletta per una pulizia dell’aula, soprattutto per il giorno della mostra finale! STAMPE La facoltà mette a disposizione di ciascun workshop un budget per le stampe finali della mostra.

WS CECCHETTO Something strange happened here Conferenza di Alberto Cecchetto COTONIFICIO SANTA MARTA AULA E venerdì 06 luglio, ore 15:00 WS LOVERO Le strutture in acciaio, con particolare riferimento allo schema guida “B” del tema di progetto del WS Conferenza di Francesco Mutignani COTONIFICIO SANTA MARTA AULA G lunedì 09 luglio, ore 12:00

CONFERENZE BINATE/ TWIN LECTURES MAGAZZINI LIGABUE/ EDIFICIO 6

AUDITORIUM SANTA MARTA 3–12 luglio, ore 17:00

piano terra 0.1-0.3 Bertagnin 0.2-0.4 Gallo 0.5-0.7 Navarra 0.8-0.10 Cao

URBAN REGENERATION/2 Anche quest’anno si conferma l’attenzione per il territorio e la sinergia con le istituzioni: il Comune di Venezia e la Facoltà di Architettura hanno individuato i temi di questa edizione dei workshop estivi. Durante le conferenze binate le esperienze di Urban Regeneration di alcuni docenti saranno messe a confronto. Moderatore: Giancarlo Carnevale.

piano primo 1.1-1.3 Alvarez 1.2-1.4 Chun/De Matteis 1.5-1.6 Redazione W.A.VE. 1.7-1.9 Taormina 1.8 Magnani piano secondo 2.2 Bricolo 2.3 Kruk BAK Arquitectos 2.4 Merlini 2.5 Aymonino

Quest’anno, a causa della vicinanza con le tesi di laurea, abbiamo identificato due centri. I workshop che si svolgono nella sede del Cotonificio potranno stampare (solo) presso il centro che si trova al piano terra dell’ex Convento delle Terese. I workshop che si svolgono nella sede dei Magazzini Ligabue potranno stampare (solo) presso il centro Bluestarsystem che si trova in f.ta dei Cereri (giù dal ponte di legno verso le Carceri). Dal 9 luglio i docenti e/o tutor potranno ritirare il foglio di credito nominale dallo staff del coordinamento. Si ricorda che questo contributo è inteso per la mostra finale e che potrà essere spendibile fino a venerdì 20, ore 10:00. PLASTICI A partire da mercoledì 11 luglio ciascun docente e/o tutor potrà far ritirare i fogli di carton-legno e carton-sandwich messi a disposizione presso l’aula mostre (I piano ex Cotonificio) dalle ore 10:00. Si ricorda che rappresentanti della prossi-

6 luglio 9 luglio 10 luglio 11 luglio 12 luglio

BAK Arquitectos/Alvarez Braghieri/Magnani Corvalan/Nesbeitt Aymonino/Reicher Carnevale/Hoehmann–Verdugo

ma Biennale di Architettura faranno parte del Jury e che in questa occasione selezioneranno un massimo di 40 plastici con le seguenti caratteristiche: total white e le cui dimensioni non superino i 50x50x50 cm. Si ricorda inoltre che questa dotazione è intesa per la mostra finale ed è solo un contributo; sarà discrezione di ciascun workshop concordare con i partecipanti le modalità di contenuto ed allestimento della mostra finale. TUTOR DI COORDINAMENTO I tutor di coordinamento saranno reperibili nella sede di Santa Marta, presso l’aula mostre Gino Valle (II piano) e presso l’ufficio tecnico (I piano) e, ai Magazzini Ligabue, presso la portineria. Per contatti: workshop12.far@iuav.it.


W.A.VE. 2012 numero quattro