Page 1

VENI

VIDI TRIVICI

Guida storico-ambientale del territorio di Trevico


INTRODUZIONE “Chi è stato in cielo non avrà mai voglia di tornare sulla terra. Mi sembra che l’anima non sarà più in grado di godere lo splendido panorama di una qualsiasi località: ricorderà ciò che è più bello e ormai nulla sarà più in grado di cacciarlo via”. Parafrasando Gogol, è questo quello che Trevico rappresenta non solo per chi ci vive, ma per chiunque abbia avuto il piacere di visitarla. Trevico è un’isola felice, in cui la salvaguardia degli usi e dei costumi del passato si coniuga perfettamente con la voglia di riappropriarsi in maniera moderna del proprio territorio. Ottimo soggiorno, mantiene anche - senza sostanziali alterazioni - l’architettura del borgo di una volta insieme al castello situato nel punto più alto del paese. Questo paesino - caratteristico per l’articolazione dei vicoli che si snodano attraverso stradine e spiazzi che fanno librare lo sguardo verso panorami mozzafiato - per la felice posizione e l’aria incontaminata può rivelarsi una vera e propria oasi di pace e di serenità, per quanti, durante la calura estiva, cercano un rifugio sia dall’infuocata Puglia che dal napoletano. Negli ultimi anni Trevico sta trovando valorizzazione nell’attenta e operosa azione dell’Amministrazione locale grazie all’utilizzo di una Legge Regionale volta alla riqualifica dei piccoli borghi, di cui l’Amministrazione è sicura e attenta interprete. Nei progetti intrapresi c’è quello di recuperare, e nello stesso tempo sistemare nella maniera più funzionale, la pavimentazione del centro storico e le facciate delle case private che si affacciano nel borgo, annoverato tra i più belli della Campania, per conferire maggiore fascino e attrattiva al piccolo centro. E’ tutt’ora in atto una campagna di sensibilizzazione verso le nostre nuove generazioni affinchè il nostro stupendo paese venga rivalutato e conservato per il fascino che lo contraddistingue in tutta la verde Irpinia. A questa richiesta i giovani di Trevico hanno risposto in maniera entusiasta, attivando il “Forum dei giovani” che ha già presentato un articolato programma di iniziative, fra cui questa prima pubblicazione che ha lo scopo di promuovere il nostro paese, le nostre radici, la nostra cultura.

IL SINDACO Dr. Antonio Picari

1


Via

CENTRO STORICO

ella Capp

P Ga iazz rib a ald i

Via

lli

Via Via

174

Ma

Pe tri

rgh e

Rom a

Ni co la

pel 171 17 2

Via

192

Via

Cap

1

la

169

rita

187

Via

2

56

197

?

se

Um be r

to

I

59 Vic o

75

Vi a

Fla? cco

Vico

Vico

II233

Ad do lor ata

I Ad dolo rata Vic o

Cardin ale dal

Vico

Vico

I

223

4

Tom oTo lo m

olo a Vi

5

Sc ola

Via

Vic o

222

67

391

219

Rom a

50

212 218

64Fia cco

68

70

49

62

III

204 199

le

209 vic od elle ro

226

a

t Cos

55

Orienta

i ran lde Ca

7

V99 ico

3

100

P N iaz Fe ico za rra la ra

101

Percorso Storico

ta ie n Or

Cas tell o

6

Via

Vi co

Fu sc o

Cu oc o

le

pa

m

Ro

1 2 3 4 5 6 7 2

Port’Alba Centro Storico Cattedrale Cripta e Tiglio Chiesa dell’Addolorata Palazzo Calabrese Palazzo Scola


1

Port’Alba

Uno dei simboli di Trevico è sicuramente Port’Alba (o Jacovella), l’ultima delle porte di accesso al centro storico, dalla quale parte via Roma. Chiamata dagli abitanti del paese semplicemente “l’Arco”, fu costruita nel 1578, qualche anno dopo che il paese fu ceduto da Elvira di Cordova (figlia del celebre condottiero Consalvo) a Francesco Loffredo che, non solo restituisce al paese il nome di Trevico (in precedenza, per un periodo, era stato chiamato Vico), ma decide di fortificarlo con alte mura. La Porta è composta da due pilastri di pietra lavica che sorreggono un arco a tutto sesto composto da doppi conci affiancati di pietra squadrata. Ulteriore abbellimento, situato all’apice di tale costruzione, è una loggetta nella quale si pensa fosse arroccata una statuetta della dea Trivia, divinità pagana “protettrice” del paese, da cui alcuni sostengono possa derivarne anche il nome. Sulla parte alta, infine, sorgono tre stemmi, uno dei quale proprio della famiglia Loffredo. Port’Alba, che rivolge la sua apertura verso Est, faceva parte di un progetto che comprendeva una più ampia costruzione, da cui si ergevano mura di cinta, a protezione della Trevico medievale.  L’accesso al paese era previsto attraverso tre entrate: una era Port’Alba, le altre due erano Porta del Ricetto, affacciata a Mezzogiorno verso l’attuale località Ariella, e Porta dei Calderai, rivolta a Ponente verso i casali della Baronia ed Aeclanum. Nel XVIII secolo  i  resti di questa ultima, distrutta da un terremoto, furono trasferiti presso il Palazzo Calabrese, mentre di Porta del Ricetto non vi è più alcun ricordo.   Analizzando da un punto di vista prettamente simbolico Port’Alba si nota come il riferimento alla dea Trivia sia costante: essa è posta nell’incrocio più importante del paese (dove di solito venivano posizionate le statue della dea), dove il vento è molto forte (secondo alcuni la dea Trivia era figlia di Zeus e di Ferea, figlia di Eolo) e assurge a porta d’ingresso sia fisica che simbolica del paese (Hecate, la dea greca in cui si riconosce Trivia, era una divinità psicopompa in grado di viaggiare tra il mondo degli uomini, quello degli dei e il regno dei morti). Per i Trevicani Port’ Alba non è solo un monumento ma un vero e proprio emblema. Essa rientra in numerosi modi di dire e in molteplici usanze. “Abiti per caso sotto l’Arco?” è ciò che si afferma quando qualcuno entra in casa e lascia la porta aperta. Da Port’Alba passano processioni, cortei nuziali e funebri. Sotto la porta sfilano le macchine appena benedette in occasione della Festa della Madonna della Libera, si incontrano i ragazzini che abitano ai due lati opposti del paese, si affiggevano i più importanti provvedimenti comunali. Si potrebbe quasi affermare che i Trevicani senza “l’Arco” non sarebbero gli stessi. Attraverso la sua apertura il vento porta in paese idee nuove e porta fuori usi e tradizioni. L’arco, senza porta, è un segno di fiducia verso l’esterno, verso chi arriva in paese, e dimostra - se ancora ce ne fosse bisogno - che l’antico detto “Se vai a Trevico porta pane e vino con tico perché non trovi nessun amico” era sostanzialmente sbagliato.

3


4


2

Centro Storico via Roma e vicoli

Da Porta Alba nasce via Roma, la strada che - inerpicandosi fino a Piazza Nicola Ferrara attraversa tutto il piccolo centro storico di Trevico. Un tempo interamente lastricata da bianche pietre di fiume, che la rendevano particolarmente scivolosa durante i lunghi inverni Trevicani, via Roma oggi è un lungo nastro nero, rivestito di san pietrini, che si dirama in tanti vicoletti, uno diverso dall’altro. Questa parte del paese è stata il cuore pulsante della comunità fino agli anni ‘80. Botteghe, negozi, cantine e piccoli ristoranti si affacciavano tutti lungo via Roma. Oggi le attività commerciali sorgono, invece, sulla rotabile ed il centro storico assurge alla funzione di “salotto buono” nel quale accogliere turisti e visitatori occasionali. Portoni sormontati da stemmi, case rivestite di pietra, lampioni in ghisa e pergolati che spuntano su terrazzi inaspettati, ornano questa strada che rappresenta il fiore all’occhiello del paese. Da qui passano tutte le processioni e tutti i cortei nuziali; su via Roma si sono più volte organizzati presepi viventi e rivisitazioni storiche. Tre dei vicoli di questa strada sono intitolati ad Orazio Flacco, il poeta latino che nella V Satira racconta del suo viaggio da Roma a Brindisi e del malinconico pernottamento in una fumosa locanda in località “Trivici”, dove una giovane donna appena conosciuta, si fa attendere invano per tutta la notte. Un altro vicoletto è intitolato alla Famiglia Scola, il cui palazzo sorge proprio sul fondo, e altri due alla Madonna dell’Addolorata, visto che si srotolano proprio a ridosso della chiesa omonima. Ce ne sono poi altri più piccolini che si aprono in minuscoli spiazzali interni, non visibili dalla strada. Ogni vicolo ha una particolarità: c’è quello costituito da uno stretto cunicolo dalla vòlta in pietra, quello perennemente spazzato dal vento, dove d’inverno la neve si raccoglie in alti cumuli, quello che si apre all’improvviso su uno splendido panorama e quello che, invece degrada verso la strada sottostante in larghi gradini in pietra. Tutti però mostrano scorci stupendi e molte volte inattesi. Dalla piazza antistante la Cattedrale dell’Assunta, attraverso una strada che costeggia il Palazzo Calabrese, si arriva al Castello. Dei tempi remoti in cui i fieri irpini difendevano la città con i loro petti, non resta più neppure il ricordo. Restano invece i ruderi di un’epoca successiva, quella in cui - dopo la caduta dell’impero romano e la scesa dei barbari - gli antichi abitanti di Trevico si fortificarono con un castello inespugnabile. Ritenuto dai più opera medievale, i ruderi del Castello sembrano invece risalire ad un’epoca antecedente, databile nel terzo secolo dell’Era Volgare. Composto di malta tenacissima, di mattoni e ricoperto di travertino (poi trafugato dagli stessi abitanti del paese per costruire le loro case), era costituito da un lungo muro con sei grandi finestre che si affacciavano ad est e da grandi bastioni che servivano per le vedette. Di certo si sa che al tempo dei Normanni la città di Trevico era circondata da alte mura al cui interno si ergeva un castello di difesa, retto dagli antichi re di Napoli. Il Castello fu quindi abitato per tutto i Medioevo da baroni e marchesi: pare che ospitasse anche mulini, officine e depositi di vettovaglie. Dopo il secondo conflitto mondiale, però, dovendosi costruire sullo stesso sito una stazione per l’Aeronautica militare, vennero minati gli ultimi resti di un glorioso passato: oggi a parte il lungo muro con le finestre, quasi completamente nascosto dalla fitta boscaglia che cresce in quella parte del paese, e il rudere di un bastione che, nonostante tutto continua ad innalzarsi fiero, quasi incurante del tempo e delle barbarie umane, non resta altro.

5


6


-57


3

La Cattedrale

e il monumento ai caduti

L’energia, la fermezza e la tenacia dei Trevicani quasi si rispecchia nella facciata, interamente di pietra, della Cattedrale dell’Assunta. Squadrata, imponente, la Cattedrale si erge maestosa sulla piazza principale del paese ed è un punto di ritrovo per tutti gli abitanti della Baronia, soprattutto in occasione delle feste di Sant’Euplio (12 agosto) e della Madonna della Libera (8 settembre). Sorta nel V secolo, durante le invasioni barbariche, sui ruderi del tempio pagano della Dea Trivia è costituita da una lunga navata centrale- arricchita a destra e sinistra da sei altari in pietra colorata- che si apre, infine, nel presbiterio dove è posizionato l’altare maggiore, in marmo pregiato sormontato da un quadro ad olio raffigurante la Madonna Assunta. L’ingresso è ricavato nel corpo del campanile, risalente al XVIII secolo e munito di orologio civico. Più volte ristrutturata, a causa dei danni riportati a seguito dei vari terremoti che nel tempo succeduti - per ultimo quello del 1980 che ha provocato crolli e lesioni molto gravi - la Cattedrale dell’Assunta è ricca di suppellettili di vario genere, fra cui una croce in argento del 1600. Al suo interno ospita, inoltre, una fonte battesimale in marmo del 1618, posizionata nella cappella del SS. Rosario, un coro ligneo del XVIII secolo con 12 stalli per canonici ed il trono vescovile, ubicato nel presbiterio, varie tele di notevole valore, fra cui una Madonna con Bambino, e un trittico ligneo. Oltre alle reliquie di Sant’Euplio, Patrono di Trevico, nella Cattedrale sono custodite, dal 1627, anche le reliquie di Santa Rosalia e di San Felice Martire. Nella Cappella del SS. Sacramento, a seguito dell’ultima ristrutturazione, è stato posizionato l’organo monumentale del 1905, che originariamente era posto nella parte interna della porta d’entrata, dotato di comandi a mano e pedali in grado di simulare il suono di vari strumenti. Particolarmente ricco risulta anche l’archivio che, tra l’altro, contiene libri parrocchiali dal 1500 in poi. In tempi meno recenti, la Cattedrale custodiva anche tre stendardi alti oltre 7 metri, che aprivano le processioni, prima delle Congreghe. Erano contraddistinti da tre colori, il rosso, il celeste e il giallo e dedicati rispettivamente a Sant’Euplio, all’Addolorata e al SS. Sacramento. Oggi, in versione meno imponente, resta solo quello dell’Addolorata che accompagna ogni anno i fedeli nella lunga processione verso Anzano di Puglia (lunedì dopo la Pentecoste). Di fronte alla Cattedrale, va segnalata la presenza del Monumento ai Caduti di Tutte le Guerre, costituito da un obelisco sovrastato da un’aquila di bronzo con le ali spiegate, che si innalza su un basamento realizzato in pietra. Opera del Prof. Nasti di Napoli, il Monumento che fu inaugurato in modo solenne il 28 settembre 1924, era inizialmente dedicato ai 76 caduti della “Grande Guerra”. Dopo il secondo conflitto mondiale, però, le scritte sui lati vennero implementate con l’elenco dei 41 giovani di Trevico che persero la vita fra il 1940 ed il 1945 e accanto al Monumento venne posizionato un cannone tutt’ora visibile.

-68


-79


4 Cripta e Tiglio La Cripta della Cattedrale, realizzata agli albori del quindicesimo secolo (sul portale gotico vi è inciso l’anno 1409), si affaccia su una graziosa piazzetta lungo via Roma. Sorta quasi sicuramente come primo nucleo del tempio dedicato alla divinità pagana “Trivia”, una dea assimilabile alla Hecate greca - il cui nome suggerisce una delle possibili interpretazioni relative all’origine della denominazione del paese - la Cripta è stata riaperta e restaurata dopo il terremoto del 1980: presenta un ciclo absidale di circa 11 metri quadri con Gesù Crocifisso in centro attorniato da diversi Santi, tra cui Pietro Apostolo e Antonio Abate. Luogo contente spoglie e reliquie di personalità che ricoprivano cariche clericali (quelle di S.Euplio sono invece custodite nella Cattedrale), è un museo decorato da affreschi, restaurati dalla Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Avellino e Salerno, probabilmente attribuibili agli allievi napoletani di Giotto. Da notare l’orientamento dell’entrata verso il sorgere del sole che, forse, fu concepito per permettere di inondare il trono del Cristo con i raggi di luce del primo mattino. A seguito dell’ultimo terremoto sono stati ritrovati: una tomba romana, una pietra mensoraria per misurare granaglie e cereali, 2 capitelli corinzi, un blocco di pietra con rilievo dell’immagine della Madonna di Monserrat e due sculture lignee della Madonna della Libera rispettivamente risalenti al XIV e XVI secolo. Il Museo è stato di recente arricchito da diverse tele tra cui una raffigurante S. Euplio, realizzata dalla pittrice siciliana Carmen Arena, e da due icone ritraenti S. Euplio e la Madonna della Libera realizzate dall’iconografo italo-argentino Gustavo Costanzo. Di fronte all’ingresso della Cripta si staglia un Tiglio plurisecolare, risalente al diciassettesimo secolo (per la precisione al 1692). La vita media di questa pianta si aggira sui 250 anni, ma non sono rari i casi di tigli millenari: l’aria del paese, le storie che ha vissuto e le vite su cui ha vegliato hanno permesso a questo particolare esemplare di conservarsi in ottima salute. Da sempre gli alberi secolari raccontano la storia dell’umanità e delle sue credenze: simbolo di Trevico, nel corso dei secoli il tiglio ha vigilato solerte sulle sorti della piazza su cui sorge che ha ricoperto diversi ruoli e significati, da area di incontro e discussione di funzionari del comune durante l’Ottocento, a luogo di impiccagione durante il periodo del brigantaggio, tra il 1820 ed il 1860. Oggi si presta come perfetta cornice per manifestazioni, sagre e celebrazioni di festività religiose. Scelto da Quasimodo come simbolo di immortalità ed accostato alla poesia, musa eterna e propedeutica alla “gentilezza e giustizia” nell’uomo di ogni nazione, il Tiglio di Trevico, in particolare, ha visto bambini giocare, adulti crescere ed anziani invecchiare, racchiudendo l’essenza di generazioni e generazioni di Trevicani. Basterebbe avvicinarsi per sentirgli sussurrare storie dei tempi andati. C’è chi dice che dalle conchiglie è possibilie sentire il mare, respirando l’aria sotto il Tiglio senti l’essenza dell’essere trevicano.

-810


-111


5

Chiesa dell’ Addolorata

Quasi nascosta tra le case che si affacciano sulla piazzetta che porta il suo stesso nome, in un angolo di via Roma, fa capolino la Chiesa dell’Addolorata. Intitolata anticamente a San Giovanni Battista, fu fondata con questo titolo da San Guglielmo, che dette vita anche al Santuario di Montevergine. Del Santo a cui fu inizialmente dedicata, non vi è alcuna traccia, così come si perde ormai nella notte dei tempi l’inizio dell’attuale dicitura. Affidata fino agli anni ’60 alla cura degli iscritti alla Congrega dell’Addolorata, fu gravemente danneggiata dal terremoto del 1980. Restaurata in malo modo, è stata aperta al pubblico per un breve periodo e poi nuovamente chiusa per motivi di sicurezza. Al suo interno, originariamente, si trovava un solo altare intitolato alla Vergine, fiancheggiato dagli stalli per il priore e gli assistenti. Negli anni ’50 ne fu quindi aggiunto un secondo, rimosso dalla cappella di Sant’Euplio in casa Petrilli e donato alla Chiesa dagli eredi della famiglia. Nella nicchia sovrastante questo secondo altare, troneggia un’imponente statua del Sacro Cuore, risalente al 1870. Il lunedì di Pentecoste, verso sera, la statua della Madonna Addolorata viene portata in processione fino a Sant’Antuono, punto panoramico del paese, dove accoglie i pellegrini che in mattinata si sono recati a piedi ad Anzano di Puglia per omaggiare Santa Maria d’Anzano. Affaticati e stanchi, i devoti di ritorno dalla lunga processione si caricano sulle spalle la statua e la riportano in Chiesa preceduti dallo stendardo della Congrega e da piccole bandiere nere, con una croce bianca al centro, portate da bambine. La mattina successiva, si celebra la festa dell’Addolorata. L’antica Congrega dell’Addolorata, la più longeva delle Congreghe trevicane, ha come corredo non solo l’alto stendardo azzurro e le bandiere listate a lutto, ma anche delle fasce che vengono indossate dagli iscritti in occasione del pellegrinaggio ad Anzano, della festa dell’Addolorata e nei cortei funebri dei membri o dei benefattori della Congrega stessa. Essere iscritti alla Congrega, era fino agli anni ’60 un vanto. Alcune volte le nonne registravano i nipoti appena nati e ne pagavano la retta fino a che questi diventavano maggiorenni. Da quando la Chiesa è chiusa, la statua della Vergine Addolorata - che in tempi antichi poteva essere portata in processione solo da fanciulle vergini - viene custodita nella Cattedrale. Dovendo essere sorretta da ragazze, la scultura è costituita da un busto di gesso che si aggancia ad una struttura in legno, fatta a listarelle, che ha la funzione di dare forma e volume al vestito di raso nero puntellato di stelle dorate. Sempre nella chiesa dell’Addolorata veniva poi conservato “lu calvarije” (una croce sulla quale sono collocati tutti i simboli del calvario di Cristo) che viene portato in processione il venerdì santo, al calar del sole, fra le strade del paese, accompagnato da canti in latino.

-212


6

Palazzo Calabrese

Lungo la strada che collega la Cattedrale di Santa Maria Assunta ai ruderi del Castello sorge l’antico Palazzo Calabrese. Il primo progetto, realizzato dal canonico Andrea Calabrese nel 1722, consisteva solo in una parte dell’attuale edificio, che, invece, è il risultato di diversi ampliamenti effettuati nel corso degli anni, fino al 1920, data oltre la quale sono state apportate modifiche solo all’interno. Il palazzo è costituito da un’unità principale sita sul lato destro di via Roma e un’unità secondaria sulla sinistra. L’unità principale, un tempo residenza di Francesco Calabrese e Raffaella De Feo, nel 1958 è stata divisa in due ali ereditate dai fratelli Isidoro e Gennaro Calabrese De Feo. L’edificio si estende per circa 1000 mq e consta all’incirca di 60 ambienti, la maggior parte dei quali adibiti a camere da letto. Lo stile del palazzo, pur seguendo una linea classica, è dettato dall’utilizzo di materiali locali, quali la pietra di fiume, che contribuiscono a renderlo perfettamente armonico con la Cattedrale ed il restante centro storico. Sulla facciata principale si possono notare, in particolare, due pietre dalle cui incisioni si evince che appartenessero ad una delle tre porte di Trevico, Porta Calderai, da cui fu esportata nel 1715, dopo che questa venne distrutta da un terremoto. Sempre sulla facciata, sono presenti rilievi raffiguranti dei “mostri” che, probabilmente, volevano essere l’ultima beffa, prima dell’eterno riposo, per le famiglie in astio con i Calabrese, le quali per raggiungere il cimitero erano costrette a passare davanti al Palazzo. Sul portone d’ingresso sono posizionati due stemmi: uno appartenente alla famiglia Calabrese e uno alla famiglia di Aquilonia, De Feo. La presenza di quest’ultimo stemma è giustifica dalla discendenza della madre degli attuali proprietari. L’entrata principale, comune alle due parti, si apre in un cortile interno nel quale si può osservare una scala in pietra, in stile classico, costituita da una rampa principale che si divide in due minori, che portano agli ingressi delle due ali. L’interno, più che la struttura esterna, ha continuato a subire modifiche secondo il gusto e i bisogni dei proprietari. Questi ultimi hanno cercato di preservare lo stile storico della casa e del suo arredo, purtroppo però, a causa di vari furti che si sono succeduti nel corso degli anni, molti mobili e suppellettili sono andati perduti. Persino la cappella di famiglia, situata all’interno dell’ala destra, risulta oggi spoglia. Questa parte del palazzo, un tempo adibito a scuderia, si estende anche al di sotto del livello stradale attraverso una grotta, oggi utilizzata come legnaia. L’altra ala, contraddistinta da un bellissimo terrazzo che si affaccia sul meraviglioso panorama montano, presentava una cantina ed un pollaio, oggi divenuti entrambi depositi. L’unità secondaria, che fronteggia quella principale, ha uno stile più moderno, dovuto a ristrutturazioni recenti, sia interne che esterne, e fino agli anni ’80 ha ospitato i locali del Municipio. Accanto al lato sinistro del Palazzo Calabrese è possibile vedere i resti della vecchia Cappella del Carmine, eretta privatamente intorno al 1885 da un fervido devoto. Alla sua morte, gli eredi la vendettero ed il nuovo proprietario la destinò a deposito di legnami. Da quel momento fu quindi abbandonata e si rese necessario rimuovere la statua della Madonna, che venne trasferita nella chiesa parrocchiale. Iniziò così un lento declino che ha ridotto la cappella in quell’informe ammasso di pietre oggi visibile.

-113


-214


7

Palazzo Scola

Trevico nel corso dei secoli ha dato i natali a vescovi, studiosi e altre personalità che si sono distinte nei campi più disparati. Fra i tanti, occorre ricordare anche il regista Ettore Scola, figlio dell’allora medico del paese. Il rapporto di amore-odio che il regista ha sempre avuto con il suo paese natio è simbolicamente espresso dal film del 1972, “Trevico-Torino: viaggio nel FiatNam”, in cui vengono raccontate le difficoltà di un emigrante. Nonostante Trevico sia presente nel titolo e venga spesso citato dai protagonisti, non è presente in alcuna scena del film. Il Palazzo Scola si trova in fondo all’omonimo vicolo. E’ diviso in due ali, una appartenuta a Giuseppe Scola, (padre di Ettore) e l’altra di proprietà dello zio, Nicola Scola. L’appartamento di Nicola Scola è ancora nelle condizioni originali ed è proprietà di famiglia, mentre l’altra ala è stata ceduta al Comune di Trevico allo scopo di farne un centro multiculturale. Il portone di ingresso del palazzo è ancora quello originario: in legno con rifiniture in ferro battuto e un battente costituito da una palla di ferro racchiusa in una mano. Il portone si apre su un piccolo atrio che presenta al centro una scala che porta alle due abitazioni principali. Ai lati dell’ingresso, invece, sono visibili due grate in ferro che conducono alle rispettive cantine, quella di destra, facente parte dell’appartamento di Nicola Scola, è conservata allo stato originale, mentre quella di sinistra è stata ristrutturata e armonizzata con il centro multiculturale sovrastante. Attualmente è la sede del “Forum dei Giovani di Trevico”. Il centro multiculturale è costituito da sette stanze e tre bagni, oltre la sede del Forum. Lo spazio è stato organizzato in modo da avere due stanze principali attrezzate per ospitare convegni, una stanza adibita a magazzino con tutte le centraline di controllo, e altre quattro, ancora libere, che verranno utilizzate per allestire una biblioteca e delle sale per mostre ed eventi di vario genere. Quello che colpisce di più di Palazzo Scola è lo strano ma originalissimo accostamento tra antico e ultramoderno. L’interno infatti è stato arredato con tecnologia e mobilia all’avanguardia ai quali si affiancano alcuni particolari pezzi di antiquariato come il camino originale e un antichissimo armadio a due ante molto caratteristico. Anche i pavimenti ed i soffitti presentano questa alternanza: in alcune stanze troviamo il parquet recentemente installato, in altre le mattonelle che costituivano il pavimento originale, in alcuni ambienti il soffitto è stato completamente ridipinto, in altri presenta ancora gli affreschi originali. Non si possono, infine, tacere le splendide vedute che le ampie finestre del palazzo regalano agli avventori. In uno degli ambienti due piccolissimi balconi permettono una vista completa dei paesi che si estendono dalla Puglia alla Basilicata mentre sul vasto terrazzo, al quale si accede dalla sala principale, oltre allo splendido panorama, si può inalare il gradevolissimo profumo di lavanda emanato dalla piantine posizionate in eleganti vasi di terracotta.

15


-216


frazione MOLINI

ZONA BALCONE

ZONA CASETTE ASISMICHE 18

Ca ste llo

2

tto

?

So

14

0

Villa Comunale

Parco Rita

Castello Vico

o Fusc

o tell Cas Via

sch

Bo

v Tre

16

ico

o ett

7

36 Via 7

ZONA ARIE

di

ro ite m Ci

Nevie

ale

in

Str a

da

St ra da

vic

Cimitero

Castel Baronia

Ca ste lba ron

VALLATA

ia

Pineta 17 19


da Stra

Sant‘ Antuono COPPELLE

St

Via

ZONA PISCILO

tale en

Ori

Ca p

pe lla

Via

16

9

lli

Via

Nico

r he ita

Ro

4

o cc Fla

22a 2 m

lla

Via

Via

9

? 21

19

9

2

CENTRO STORICO 21 218 9

I

67

g ar

o Vic

Ca rd in

2

7

20

62

cco Fia

68

75 ?

Vic o

15 1 2

15

51

pe

p Ca

17

64

2 18

7

se

III

70

19

e ro

o Vic

I

ell od vic

59 berto

Um

19

Via

M

56

2

49

391

17

55

Via

tale en

Ori

Via

1

Via a

m

Ro

Vic o

Cappella

Via

17

i Costa Calderan

50

za Piaz aldi ib Gar

tri la Pe

22

ale

Vic o

20

4

l da

do Ad ta lora

ta ra

lo

a Scol

o dd IA

Vico

Via

10

0

en tale

3

olo

o Vic

99

Ori

23

II

m To

Vic o

22

6

3

10

1

za Piaz ola Nic ara Ferr

Via

a

Romp o Cuoc

Orie

ntal

Percorso Ambientale

e

ELLA

era

ada Str

I Panorami I Boschi Le Neviere Le Fontane Piatti e prodotti tipici Le Festività

VALLESACCARDA autostrada VALLATA

vicinale

Frazione S.VITO Pescara

P’SCARA

autostrada VALLATA

a car Pes

Fontana

18


I Panorami Quasi isolato dal complesso delle altre montagne dell’Appennino, confinante con la Puglia e la Basilicata e posto agli estremi limiti dell’Irpinia, Trevico permette ai suoi visitatori, nelle giornate prive di umidità, di godere di un vastissimo panorama che costituisce uno dei suoi fiori all’occhiello. La posizione è tale che dal “Castello” nei giorni sereni è possibile estendere lo sguardo dal Golfo di Manfredonia, al Vesuvio fino ad alcuni monti della Lucania e del Molise. Il panorama che si puo’ ammirare da Trevico è difficilmente eguagliabile: esso cambia dall’estate all’inverno, dalla notte al giorno, da un versante all’altro del paese. Di notte le luci dei paesi sottostanti, disseminate in ogni dove, ma raggruppate in piccoli agglomerati, sembrano quelle di tanti minuscoli presepi illuminati a festa; di giorno l’occhio può perdersi fra case, campi di grano, boschi e colline che dolcemente declinano verso valle. E’ possibile distinguere lunghe lingue d’asfalto che spariscono come d’incanto in pinete lussureggianti, bianchi caseggiati che si affiancano a orti e larghi pascoli delimitati da alte siepi. In primavera si possono ammirare infinite sfumature di verde, da quello più spento a quello più brillante. In estate le vaste spianate si trasformano in rigogliosi campi di grano dorato mentre in autunno tutto intorno a Trevico è un insieme di colori caldi, che vanno dal giallo all’arancio, passando per il marrone e l’ocra. D’inverno il bianco immacolato della neve copre tutta la valle, fino al tavoliere delle Puglie, restituendo un immediato senso di purezza e calma. Particolarmente bello è il paesaggio che si può ammirare nelle giornate fredde e terse fra gennaio e febbraio. In quel periodo, la formazione della cosiddetta “nebbia marina”, trasforma Trevico in una vera e propria isola illuminata dal sole, mentre tutto il paesaggio sottostante è avvolto da una pesante coltre bianca, molto simile alla spuma. Ebbene, in quei giorni, dal “Ponte” o dal “Balcone” è possibile intravedere picchi di campanili, tetti di case e comignoli fumanti che sembrano navigare alla deriva in un mare puro e soffice. Particolarmente rilassante è leggere un libro seduti sul vecchio Ponte, con le gambe penzoloni e lo sguardo che di tanto in tanto, levandosi dalle pagine scritte, si perde nello spettacolo che la natura offre: gira la testa per come ci si sente liberi, lontani dal caos, persi in un mondo quasi fatato. Una macchina che si inerpica su per la montagna, un trattore che ara o un piccolo gregge di pecore che pascola nei campi sottostanti interrompono a tratti il silenzio irreale che, di primo mattino, si spande con una forza devastante. Alcuni dicono che il panorama che si gode da Trevico non è “merito” di Trevico, ma dei paesi sottostanti che lo compongono. Forse è vero, ma solo colui che vola alto può godere per intero di ciò che si estende sotto le sue ali. Solo l’aquila può avere uno sguardo d’insieme che le consente librarsi fiera al di sopra delle teste di coloro che, seppur belli, resteranno sempre sue prede.

19


20


I boschi Numerosi sono i boschi che ricoprono il territorio. Ricchi di alberi, piante e fiori accolgono gli escursionisti ed i passeggiatori che giungono a Trevico per ripararsi dal trambusto urbano e trovare la tranquillità di un luogo incontaminato e contemplativo. La “Pineta”, piccolo gioiello e vanto degli abitanti, è situata all’ingresso del paese. Dotata di “Percorso Vita” e comode aree picnic, consente di trascorrere il tempo libero circondati dalla natura. Il bosco costituito da pini, abeti e castagni si sviluppa su una collina cinta da sentieri che permettono di passeggiare agevolmente, godendosi l’aria pura e salubre e l’eccezionale vista del panorama. Numerose panchine regalano momenti di relax e la possibilità di ascoltare i suoni della caratteristica fauna di montagna. Ai più sportivi, invece, il percorso vita consente di svolgere un programma completo di attività motorie, eseguibili a corpo libero o tramite l’utilizzo degli attrezzi ginnici, tutti rigorosamente in legno o in altri materiali ecologici. Percorrendo la strada che porta verso il centro del paese si giunge al “Bosco dell’impero”, vasto circa 40 ettari e composto prevalentemente da querce: fu piantato nel 1936 ai piedi del Castello medioevale, di cui rimangono soltanto i ruderi. Una bellissima strada lastricata di pietra lavica, si snoda nel Bosco e regala agli avventori la possibilità di passeggiare in un ambiente incontaminato e bellissimo, a due passi dal centro storico. Sulla parte più alta del Bosco dell’Impero, vicino a quello che fino a qualche anno fa era uno slargo usato per l’atterraggio di piccoli elicotteri, è posta la storica pietra che porta l’incisione del punto più alto di Trevico “1094 mt. slm”. Sull’altro versante dell’altura vi è, invece, il “Parco Rita” che sovrasta e accompagna lo sviluppo della “zona sportiva” del paese, costituita dagli ampi campi da calcio, da tennis e da pallavolo. Lo strano nome del Parco è dato dal fatto che esso era in origine privato (porta il nome della figlia dell’ex proprietario) e solo in un secondo momento fu donato dalla famiglia Cuoco al Comune, diventando così un’area pubblica. Infine, vi è il bosco situato in località “Castello-Bocche”, il più vasto e rigoglioso. Tipico esempio di natura vergine, è costituito da pini, cipressi, castagni e aceri. Luogo adibito al pascolo durante l’estate, d’inverno accoglie la massa di appassionati della raccolta dei funghi, che, grazie alla presenza di un sottosuolo umido e fortemente mineralizzato, riescono a trovare le specie più diverse, che vanno dagli autunnali porcini alle pregiate spugnole, specie primaverile, molto rinomata anche se poco conosciuta. Essendo un bosco quasi del tutto integro non è difficile, per chi si avventura al suo interno, incontrare gli animali che lo popolano allo stato brado: cinghiali, faine, lepri, donnole, volpi, tassi, beccacce, tordi, tortore e falchi.

21


22


23


Le Neviere Quasi non si può concepire Trevico senza la neve che è uno dei suoi elementi più caratterizzanti. Il cosiddetto Tetto d’Irpinia vanta quindi non solo il primato del Comune più alto della Campania, ma anche quello di località che, proprio per la sua altezza, ha dovuto da sempre fare i conti con il freddo dell’inverno ed, in particolar modo, con le copiose ed abbondanti nevicate. La neve, però, nonostante sia stata considerata per lungo tempo quasi come una sorta di maledizione (soprattutto in passato, quando pregiudicava i raccolti), ha finito per rivelarsi preziosa: veniva utilizzata, infatti, con finalità sia mediche che alimentari. In particolare, si usava per la preparazione di sorbetti e bevande fresche, per conservare cibi e come riserva di acqua potabile nei periodi di siccità. Ma come veniva conservata durante l’inverno per poter poi godere dei suoi benefici effetti in estate?Le neviere (o niviere) erano dei veri e propri depositi di neve e fungevano da strutture per assicurare la disponibilità di ghiaccio nei caldi mesi estivi. Si trattava perlopiù di luoghi sotterranei, costruiti con pietra e malta. Avevano una forma cilindrica, con una sola piccola cavità in cima, per evitare il più possibile l’ingresso di aria calda. Il deposito della neve era preceduto dalla preparazione di una sorta di piattaforma costituita da tronchi di legno e fronde intrecciati insieme, che evitava lo scioglimento della neve e che serviva a lasciar filtrare l’acqua la quale, in questo modo, poteva essere assorbita dal terreno e non ristagnare compromettendo tutto il lavoro svolto. Il “raccolto” della neve avveniva nelle zone di minor passaggio, dove questa aveva mantenuto il proprio candore. Solitamente se ne occupavano le donne che, una volta formate delle zolle, le trasportavano poggiandole sulla testa. Giunte alle neviere, lasciavano cadere il loro raccolto all’interno. Ad aspettare la neve da pressare c’erano gli uomini che, muniti di stivali di gomma puliti, la compattavano il più possibile per consentirne la rapida trasformazione in ghiaccio. Con l’arrivo della bella stagione, i blocchi di ghiaccio - di circa 50 o 60 kg ciascuno - venivano tagliati con la sega, inseriti in sacchi di tela che venivano saldamente legati alle selle di asini e somari, e poi venduti. Questo ghiaccio era protagonista “goloso” delle feste religiose, durante le quali i bambini, al costo di mezza lira, potevano assaporare dei freschi ghiaccioli, che in realtà erano dei cubetti, serviti in foglie di felci.Trevico è stato dunque uno dei paesi irpini che ha saputo sfruttare meglio una ricchezza naturale che per molti significava carestia. Le neviere, pur non essendo oggi ben visibili all’interno, sono un luogo in grado di mostrare come i nostri avi avessero anticipato i moderni refrigeratori. Le neviere di cui si ha ricordo sono almeno quattro, tutte molto simili fra loro. Di esse però non si è mai riusciti a risalire alla precisa data di costruzione. Attualmente sono rimaste intatte solo le prime due, la terza e l’ultima sono state chiuse: · · · ·

neviera neviera neviera neviera

Calabrese presso l’attuale Ariella; presso le Coppelle nel terreno degli eredi La Ferrara; presso il “Piscilo” nel demanio comunale; presso le Casette nel terreno di Angelo Santacroce.

24


Le Fontane Dove c’è acqua c’è vita e sicuramente Trevico può vantare numerose sorgenti naturali di acqua potabile e salubre. Le fontane, nell’antichità, erano fondamentali per la sopravvivenza dei cittadini che, non avendo acqua corrente in casa, vi si recavano quotidianamente. Erano inoltre un importante centro di ritrovo per le donne “r’ lavannar”, che lavavano la biancheria delle famiglie benestanti, considerandolo quindi un vero e proprio mestiere. Il lavoro era molto faticoso: le fontane erano collocate fuori dal centro abitato e le lavandaie dovevano trasportare per chilometri pesanti ceste di vimini con i panni bagnati, da stendere poi in paese. Queste ceste, tramite un mirabile gioco di equilibrio creato da stracci intrecciati a formare una sorta di ciambella, venivano abilmente portate sulla testa. I detersivi adoperati erano preparati autonomamente alle fontane e “la l’ssia” (impasto di cenere e acqua) era il più utilizzato, in quanto consentiva di rendere bianchi e brillanti i capi sui quali veniva strofinata. Col passare del tempo molte delle fonti da cui sorgeva acqua sono purtroppo scomparse. I motivi sono principalmente due: il mutamento del sottosuolo, dovuto a frane e terremoti, che inverte la naturale rotta dell’acqua, canalizzandola verso altre zone o addirittura sopprimendola del tutto e l’azione dell’uomo che nel corso degli anni ha incanalato il corso delle acque verso campagne e suoli coltivati, al fine di irrigare le piantagioni. Alcune delle fontane dislocate lungo il territorio di Trevico presentano ancora l’antica struttura in mattoni e pietre naturali e la tipica forma a piramide, che favorisce l’erogazione dell’acqua che spesso fatica a sgorgare in superficie. Le fontane più antiche e caratteristiche sono tre: la “P’scara” situata sulla strada verso la contrada San Vito era la più usata perché aveva dei lavatoi molto ampi, “L’acqua r’ li Palumb” che sorge invece sotto il livello della strada che porta a San Sossio e agli altri paesi della Baronia è da sempre meta ultima delle lunghe passeggiate estive e la “P’scarella”, che da qualche anno reca di fianco un piccolo altare con l’immagine sacra di Sant’Euplio. Altrettanto antiche ma recentemente ristrutturate e rimodernate, sono poi la fontana “r’ P’lush”, situata nella frazione di Molini, ornata da una modernissima struttura in legno e acciaio e luogo preferito dagli abitanti di Trevico per la “scampagnata di ferragosto” e la fontana “r’ Monsignor’”, ubicata in una folta pineta. Anche quest’ultima fontana è stata ristrutturata da poco e attorno ad essa è stata attrezzata un’ampia e fornitissima area picnic, completa di tavoli, panchine e barbecue, ideale per una rilassante gita fuori porta, lontano dal trambusto cittadino per godere dell’ombra degli alti e secolari alberi che le fanno da cornice.

25


26


27


Piatti e Prodotti tipici Quella trevicana è una cucina povera perché utilizza prodotti semplici e di facile reperimento ricavati soprattutto dall’agricoltura locale, condizionata dai rigidi e lunghi inverni - e non prevede l’uso di elementi ricercati, se non in occasioni particolari. Fino agli anni ’60 il pane di grano era usato solo in solenni ricorrenze e la farina di mais costituiva il principale alimento. Quest’ultima veniva trasformata in pane, polenta e veniva impastata grossolanamente e poi posta a cuocere in un recipiente di coccio sotto la cenere, dando vita così alla “pizza” che si mangiava con una minestra di verdure. L’antico detto “Trevicani mangia patate” è imputabile all’esagerato uso che si fa in paese di questo tubero. Il clima montano favorisce la coltivazione di patate che risultano poco acquose e quindi molto versatili. Esse sono alla base di moltissimi piatti e vengono cucinate nei modi più svariati: fritte ricoperte di pepe e origano, al forno condite con aglio e formaggio, in padella con peperoni sott’aceto, intere cotte sotto la cenere, bollite e condite con il baccalà. Chi si reca a Trevico, inoltre, non può esimersi dal gustare i molteplici tipi di pasta fatta in casa: tagliatelle, gnocchi, orecchiette, fusilli, maltagliati, ravioli. Se i formati sono “classici”, i condimenti sono una vera scoperta. Sughi con spuntature di maiale e involtini di cotica, soffritti di briciole di pane raffermo, ragù d’agnello per non parlare poi, del ripieno dolce, assolutamente inaspettato, dei ravioli che vengono conditi poi con un semplice sugo al pomodoro. Altro ingrediente molto usato in cucina è il peperone. La varietà che si usa a Trevico è piccola, tondeggiante, di un colore rosso intenso, che ricorda quasi un bel pomodoro maturo. Viene consumato come contorno, come ingrediente di supporto (ad esempio alle patate), o come alimento principale. In quest’ultimo caso, si ricorre al “peperone ripieno”, fritto o cotto al forno, che al suo interno accoglie un saporitissimo composto di mollica di pane, spezie e acciughe. Il tutto viene chiuso da un quadrato di scorza di pane o da una sottile fetta di patata. Non si può dire di essere stati a Trevico, infine, se non si sono assaggiate le castagne (molto rinomate) - che possono essere gustate crude, bollite con l’alloro o come caldarroste - “r’ iett’l” (zucca essiccata), “li mugliatiell” (involtini con frattaglie di agnello), le soppressate, la pancetta affumicata e, in estate la “ciambotta”, un piatto a base di patate, zucchine e pomodori. Come in tutte le comunità rurali, anche in quella trevicana il tempo è scandito dalle festività e dai piatti ad esse associati. La frenetica vita moderna ha intaccato le tradizioni, ma a Trevico Pasqua continua a contraddistinguersi per le pastiere e “li scallatiell” (taralli con semi di finocchio prima bolliti e poi cotti al forno), il giorno dell’Ascensione (giovedì dopo la sesta domenica di Pasqua) per le “lagane al latte”, Carnevale per la “pizza r’ patan” (il classico gateaux), Natale, invece, per i castagnacci (ravioli fritti con ripieno di farina di castagne, cioccolato, cannella e miele), le sfogliatelle (pasta sfoglia arrotolata e fritta, ricoperta poi di noci e miele), gli struffoli e le zeppole (sia dolci che salate, con ripieno di baccalà).

28


29

S.Vito in processione


Le Festività Una premessa è d’obbligo: tutte le festività trevicane partono da un profondo senso religioso che si declina sempre in un approccio fortemente ludico, forse per l’ancestrale legame che le unisce ai riti pagani da cui inevitabilmente discendono. Il 12 agosto (Sant’Euplio) e l’8 settembre (Madonna della Libera) sono due date che da sempre vengono associate a Trevico. In occasione di queste due ricorrenze tutti gli abitanti della Baronia si recano sulla montagna che li sovrasta per omaggiare il Santo Patrono del paese e la Madonna alla quale vengono da sempre attribuiti numerosi miracoli. Fino agli anni ’80 queste due date erano anche l’occasione giusta in virtù delle grandi fiere che venivano organizzate presso “l’Ariella” - per effettuare convenienti compravendite di bestiame. Le festività più care ai Trevicani sono però quelle minori, quelle nelle quali si ritrova esclusivamente la piccola comunità cittadina. Molto sentita è la processione che ogni lunedì di Pentecoste porta gran parte degli abitanti di Trevico verso Anzano di Puglia, così come altrettanto amata è la festicciola per la Madonna Addolorata che si tiene il giorno successivo. Tanto attese, inoltre, sono l’allestimento e l’accensione dei falò - uno per ogni “quartiere” - la sera del 19 marzo (San Giuseppe), la festa di Sant’Antonio (13 giugno) che segna formalmente l’inizio della bella stagione e di quella di San Rocco (ultima domenica di settembre) che, al contrario, segna l’inizio del duro inverno, caratterizzata dalla pittoresca “asta dei polli”. I Trevicani “DOC” però, adorano soprattutto la festa di San Vito (9 settembre). Accanto alla parte religiosa, la festa - che si tiene nella piccola frazione a ridosso del paese – si sviluppa sostanzialmente in una mega scampagnata. Abbandonati nastri e merletti esposti il giorno precedente in occasione della più “prestigiosa” festa della Madonna della Libera, tutto il paese (letteralmente), in quel giorno, si trasferisce a San Vito: dalla struttura del bar alle vecchiette che solitamente restano chiuse dentro casa. I campi che circondano la chiesetta di campagna si punteggiano di ceste zeppe di peperoni ripieni e pollo fritto, di caciocavallo e soppressata, di “triilli” (gnocchi) e ogni altra leccornia tipica del luogo. Il tutto è abbondantemente annaffiato da vino rosso e contorniato da balli, giochi tradizionali e musiche che iniziano verso ora di pranzo e si protraggono fino a tarda notte. Chi ha mal di denti fa i tre giri di rito intorno alla chiesa, gli altri, se ce la fanno, sgranocchiano “le panelle”, durissime, consistenti in tante piccole palline di pane cotte una accanto all’altra. Unica nel suo genere è anche la commemorazione dei defunti (1-2 novembre). In quell’occasione, il cimitero comunale viene “addobbato” con luci celebrative che vengono apposte sulle tombe, in base alle offerte ricevute da parenti e amici. Lo stesso cimitero, inoltre, resta aperto anche di notte, anzi, è proprio con il calar del sole che gli abitanti di Trevico si recano ad omaggiare i propri cari. Questo “rito” notturno assume caratteristiche ancora più particolari se si considera che in quel periodo il paese è sicuramente avvolto da una pesante coltre di nebbia e con buona probabilità da un alto manto di neve.

30


PROGETTO a cura di:

RINDeFORUM Forum dei Giovani di Trevico

“ Il logo rappresenta il concetto che in fondo la porta r’ Trvic è semb’ aperta: alle influenze, alla accoglienza e al ritorno, p’cchè sciamm’ e turnamm’, assimm’ e trasimm’.... stamm’ RIND e stamm’ FORUM “.

servizi fotografici a cura di: Stefano Corso e Mariangela Cioria

Comune di Trevico Provincia di Avellino

Settore Politiche Giovanili

Distretto5

Opuscolo Trevico  

guida storica

Opuscolo Trevico  

guida storica

Advertisement